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giovedì 29 agosto 2019

Quotiens in anno scholastico licet insanire? - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Cosa c'è di più virtuoso e compassato di un  coro di suore di clausura?
E cosa c'è di più serio e rispettabile di un coro di giovani studenti ben vestiti con divisa azzurro scuro e cravatta papillon?

Tutto ciò che è culturale è, per lunghissima tradizione, molto serio.
E anche tutto ciò che è scolastico è, per tradizione più giovane nel tempo ma molto salda, molto serio. 
Ci aspettiamo che i nostri alunni abbiano modi rispettabili, che intervengano a tempo e in modo rispettoso, che vengano a scuola con i vestiti giusti, che accantonino nelle ore scolastiche la loro inevitabile irrequietezza giovanile e i lazzi e frizzi con cui si beano durante il tempo libero (e che spesso sono di una inaudita idiozia, ammettiamolo) - insomma che considerino la scuola un posto serio e che affrontino gli studi in modo serio. E tutto ciò è cosa buona e giusta (anche se personalmente sono dispostissima a lasciare che si vestano come meglio gli pare e intervengo sempre con molta decisione in difesa dell'alunno quando ai Consigli di Classe si comincia a discutere di come si vestono Epicarmo o Adalgisa) e assolutamente indispensabile per tirare avanti la baracca e impedire che la classe si trasformi in una bolgia infernale.
In più ci aspettiamo che sì seri alunni considerino con grande serietà le materie che cerchiamo di propinargli e gli insegnamenti che tentiamo di instillargli sul viver civile, ma nel contempo che vivano la scuola come un posto domestico e affettuoso, dove si sentano liberi di esprimersi e si appassionino a tutte quelle tematiche serie che con loro affrontiamo - salvo poi addolorarci che si annoino a morte e percepiscano la scuola come una gabbia, e di passione manco a parlarne - a meno che non si intenda la passione nel suo senso letterale di "sofferenza".
Quelli che soffrono, allora, sono gli insegnanti; soprattutto quelli di Lettere, ovvero coloro che tanto hanno amato la letteratura nelle sue più varie forme da essersela scelta come mestiere e di conseguenza sono convinte che qualsiasi persona sana di mente, non importa di quale età, non può che amare a sua volta con gran foga la letteratura.
"Non gli è piaciuto Leopardi" "Non gli è piaciuto Montale" "Non gli piace assolutamente Manzoni" sono frasi sconfortate che capita spesso di sentire in Sala Insegnanti. E se è vero che di questi tempi Manzoni è oggetto di antipatia quasi universale anche quando è fatto nel migliore dei modi, Leopardi di solito non dispiace e Montale nemmeno; peccato che il "di solito" dipenda in maniera imprevedibile non soltanto dal modo in cui viene fatto, ma anche dal tempo, dalle circostanze esterne e da una tale infinità di variabili che nemmeno Silente sarebbe in grado di calcolarle. Non esiste l'autore che piacerà sempre, non esiste il brano musicale che piacerà sempre eccetera, perché ogni classe e ogni alunno son fatti a modo loro, e per giunta cambiano di momento in momento peggio di un caleidoscopio.
Ci sono tuttavia molte cose che piacerebbero se fatte nel modo giusto.
E quale sarebbe, questo "modo giusto"?
Precisiamo: nel "modo giusto" per quella classe in quel momento e in quelle circostanze. Non ci sono ricette universali, occorrono buon senso, attenzione, cautela, buona volontà, antenne lunghe e soprattutto parecchio culo.
Qualcosina però si può fare per intervenire sul metodo. Anche lì, non c'è una ricetta universale ma una certa larghezza di vedute può aiutare e soprattutto prevenire il burn-out, flagello che colpisce tanti di noi.

Il primo video presenta una scena di risveglio: viene dal film Dister Act, in cui una sventurata cantante soul, per una serie di disgraziati accadimenti, si ritrova a dover vivere per un paio di mesi in un convento di clausura sotto protezione della polizia. Guarda caso, si tratta di un convento dove il coro canta malissimo anche se sia le suore che la direttrice del coro si impegnano con passione: del resto, si suppone che per una suora di clausura cantare il suo amore per Dio sia opera che si prende a cuore con grande passione. 
La Madre Superiora, un po' per tenere buona la non-suora che in convento scalpita alquanto e un po' per vedere di nascosto l'effetto che fa la manda appunto in quel coro e nel giro di pochi minuti la cantante si trova a dirigerlo. 
Piccolo particolare: le suore sono tutte bianche, tranne la cantante soul. E sappiamo che i neri hanno una tradizione di canti sacri cantati in modo magari un po' informale alle nostre orecchie abituate a Cherubini e Mozart, ma molto, molto trascinante. Così la non-suora, dopo aver messo in atto un paio di accorgimenti tecnici del tipo raggrupparle le suore per registro vocale, le spinge a un canto molto appassionato.
Le suore accettano con entusiasmo e nel giro di pochi giorni si scoprono cantanti eccellenti. Il piacere fisico con cui cantano il loro amore e la loro devozione per la Vergine Maria è non solo evidentissimo, ma estremamente contagioso e tutti i fedeli apprezzano moltissimo (tranne la Madre Superiora, che comunque alla fine cambierà idea). In questa versione un po' personalizzata l'inno a Maria non cambia le parole né la musica, si limita a ritoccare i tempi - ma la musicista ha spinto le suore a tirare fuori, appunto, la loro passione e l'entusiasmo che provano per Maria e tutte le sue virtù.

Il secondo video è, a tutti gli effetti, una canzonetta, scritta nel 1939 da un  musicista zulu che utilizzò un'aria tradizionale della sua gente. Il musicista in seguito morì povero in canna, il che è una grandissima ingiustizia perché da allora la canzone ha fruttato enormi quantità di soldi ai moltissimi che l'hanno ripresa e ai moltissimi cori più o meno amatoriali che l'hanno cantata - e non scordiamo il piacere di chi se l'è ballata in discoteca negli anni 70. Personalmente ci vado pazza e me la canto spesso, sia in italiano che in inglese, sin dalla tenera età di quattro anni quanto per molti giorni tirai scemi i miei poveri genitori cantandola e ricantandola senza tregua.
Il brano è delizioso e qualsiasi coro è ben lieto di cantarlo, credo: qui però il l'arrangiatore, musicista di gran rinomanza,  ha avuto una pensata geniale: inserirla nella giungla. I coristi partono con rumori assai giungleschi, che occasionalmente riprendono nel corso della canzone con un effetto raffinato che probabilmente è stato piuttosto complicato da ottenere - ma immagino che si siano divertiti tutti come pazzi, nel corso delle prove, e impegnati a sangue. L'insieme è ulteriormente impreziosito dall'aspetto dei giovani coristi, impeccabilmente vestiti con completo blu e tanto di cravatta papillon, i piccoli come i più grandi, che con l'aria più seria imitano i più vari animali. Con grande determinazione il coro ha affrontato un compito che di solito a un coro non spetta, ovvero quello di imitare gli animali della giungla, e sospetto che non sia stata una passeggiata - ma si sa che con l'impegno e il duro lavoro si ottengono spesso grandi risultati.

Tutto questo serve in classe?
Sì e no, dipende da tante cose. Come molti insegnanti hanno imparato a loro spese, svegliare la passione sopita in una classe semiaddormentata può essere pericoloso e fare uscire la classe completamente fuor di controllo, e solo un gruppo di alunni profondamente seri in cuor loro possono affrontare con la necessaria determinazione l'imitazione della risata della scimmia e dello strisciare del serpente, per tacere del cospicuo rischio che la classe pretenda di andare avanti tutto l'anno a fare la risata della scimmia e lo strisciare del serpente*, anche quando l'insegnante tenta di affrontare il teorema di Pitagora. Tuttavia la scuola è piena di esperimenti azzardati che hanno ottenuto un travolgente successo e hanno trasformato una classe di amebe in un gruppo di adolescenti vivi e creativi. 
Di fatto tutti sappiamo che qualsiasi cosa esca dalla routine è destinato a rimanere molto più impresso del normale tran tran quotidiano, e sono questi i ricordi che un giorno i ragazzi ormai diventati adulti rispolvereranno chiacchierando con gli amici o i figli; e infatti tutti noi siamo sempre a caccia di modi nuovi e alternativi per fare questo o quello. Il problema è che questi modi alternativi
1) sono studiati da esperti di didattica che ci fanno su appositi corsi, e molto spesso è roba da far venire il latte alle ginocchia anche a un serpente maschio
oppure
2) sono stati inventati da altri insegnanti assai diversi da noi per modo di fare e di insegnare e, soprattutto, che hanno altre classi - perché nessuno ha la nostra classe, e il rapporto che noi abbiamo con la nostra classe, e insomma è bene lavorarci su per adattarli - sempre con l'aiuto del buon senso, della cautela, della buona volontà eccetera e soprattutto sperando intensamente di avere molto, molto culo.
Cosa può fare insomma l'aspirante Bravo Insegnante per porre in modo appetitoso le varie portate del suo non sempre entusiasmante menù?
Una cosa, di sicuro: allargare le sue vedute. Andare a caccia di curiosità. Cimentarsi in campi nuovi, non necessariamente legati alla sua materia o agli interessi dei ggiovani d'oggi, curare la sua interiorità, andare a vedere spettacoli insoliti o meglio ancora parteciparci, spendere il bonus saggiamente elargitoci a questo scopo dal MIUR - sperando che continuino a darcelo - insomma ricordarsi prima di tutto di essere un individuo ancora in crescita e in formazione (lo siamo fino a un minuto prima di morire, tutti) e in secondo luogo di essere stato anche lui un giovane che all'occorrenza si trasformava in un giovane idiota.
E se idiota non è mai stato, nemmeno un minuto in vita sua, né ha mai avuto la benché minima tentazione ad esserlo?
In quel caso sarà bene che usi la sua luminosa intelligenza per cercarsi un altro lavoro. Al più presto.

*anche se ricordo con piacere Arisu, che dopo una gita scolastica in un parco nazionale aveva imparato a imitate molto bene il richiamo della civetta, che da allora risuonava ogni tanto nel mezzo della lezione dando un pregevole tocco naturalistico a tutto l'insieme.

venerdì 23 agosto 2019

Hic manebimus optime (post con l'annuncio ufficiale della mia guarigione)

Come ricorda un vecchio proverbio, il Ferragosto è la porta dell'inverno. Quest'anno, va detto, si è trattato di una porta su un inverno insolitamente estivo.
Nel frattempo, da brava convalescente, sono andata in letargo. Ho letto, scritto il diario (quello mio personale, su carta), testato una nuova legatoria che ha aperto vicino a casa mia che fa prezzi mooolto migliori di quelle fiorentine e mangiato una quantità immane di verdure crude e crudissime, per rifarmi da due anni di astinenza forzata. Ho anche fatto una serie di prove: ristorante cinese, giapponese e indiano, pesce fritto, MacDonald, kebab, gelati di tutti i tipi... attualmente sto svuotando i banchi degli ortolani acquistando giganteschi grappoli di uva dopo essermi ingozzata di albicocche per quasi due mesi. E tutto è andato giù liscio e festoso.
Ho meditato molto sui massimi sistemi e su come organizzare la mia casa e il mio guardaroba. Ahimé, non ho ancora rimesso in ordine i miei orecchini. Ma sono molto pigra in queste settimane e rimettere in ordine gli orecchini, come ognun sa, è un lavoro molto faticoso.
Ho quasi completato l'ultimo tagliando, mi manca solo l'ultima visita medica.
Guardo al mondo e alla vita con un ottimismo nuovo e molto piacere. In questo felice momento ho ridimensionato drasticamente tante cose che un tempo avrei classificato come serie preoccupazioni.
La nostra pazza crisi di governo, per esempio...



Come diceva Osho (quello vero) è importante vivere accentrati sul presente.
Anche perché, col presente attuale, non si rischia nemmeno di annoiarsi perché ogni minuto si porta dietro la sua novità. E ad ogni novità anch'io come tutti spalanco gli occhi, con la stessa innocenza e lo stesso stupore di un bambino appena nato.
E mi dico che, davvero, sono completamente guarita se la mia interiorità riesce a contemplare tutto ciò senza rivoltarsi come un guanto.

sabato 17 agosto 2019

17 Agosto 2019 - Giornata della Valorizzazione del Gatto Nero (post storico)

Oggi è una delle molte giornate dedicate al Gatto Nero, animale ricco di eccellentissimi pregi, tra i quali spiccano una bellezza e una dolciosità incomparabile
e un profondo istinto materno (condiviso più o meno da tutte le specie, peraltro).

Stabilito ordunque che i gatti neri sono il massimo che c'è, soprattutto per chi ha la grande fortuna di averne uno vicino, oggi ho pensato di dedicare il post non soltanto ai gatti neri, ma a una deplorevole bufala che da gran tempo circola su queste adorabili creature e che viene regolarmente rimpallata sui siti dedicati ai gatti, ovvero la strage di gatti neri ordinata niente meno che da un papa: Gregorio IX.
Ordunque, si racconta che nel civile e colto medioevo i gatti, specie se neri, fossero regolarmente maltrattati e uccisi; qualche sito particolarmente avventuroso parla di milioni di gatti sterminati senza un perché, confondendosi evidentemente con la shoah della seconda guerra mondiale dove morirono tra i cinque e i sei milioni di ebrei (anche se qualcuno sostiene che fossero solo quattro milioni, che non mi è mai sembrato cambiasse molto la questione).



Tutto ciò contrasta vistosamente con le varie miniature e mosaici e affreschi dei conventi dove i gatti ci sono eccome. Molti dei miei amici medievisti nel corso degli anni mi hanno mandato cartoline o foto dove ci sono queste graziose creature, e uno scolaro mi ha spiegato che per i benedettini il gatto era un simbolo di fedeltà - in effetti l'accoppiata monaco-gatto è tutt'altro che insolita anche ai nostri giorni; del resto va anche detto che in uno scriptorium un gatto aveva senz'altro il suo perché, visto che ai topi la pergamena piaceva assai* e altri animali gran cacciatori di topi, come le volpi e i serpenti del grano, non erano poi così facili da accattivarsi (non uso il verbo addomesticare perché secondo gli studiosi è stato il gatto ad addomesticare l'uomo e non viceversa, e garantisco che non sto scherzando: il gatto può essere un animale fedele e affettuoso e affezionarsi enormemente a uno o più umani, ma obbedisce solo se e quando gli pare).
La tradizionale accoppiata gatto nero + strega, entrambi arrostiti sullo stesso rogo, afferisce alla letteratura moderna più che alle fonti storiche: di gatti neri con le streghe si comincia a parlare solo in tempi relativamente recenti e anche i processi per stregoneria veri e propri non sono poi così comuni in epoca medievale, mentre abbondano quelli per eresia. I quali eretici, si sa, facevano spesso cose stranissime e di tendenza adoravano il demonio, a volte sotto forma di un enorme gatto nero - o di un grosso caprone nero, anche se non ho mai sentito parlare di massacri di capre nere per purificare le comunità.

Ma veniamo a Gregorio IX e alla sua presunta crociata contro i gatti. Si narra spesso e volentieri, in rete e fuori, che nel 1233 papa Gregorio IX in apposita bolla pontificale (!) diede ordine ai fedeli di sterminare tutti i gatti neri in quanto incarnazioni del demonio. La bolla fu poi doverosamente diffusa dal clero e i fedeli ammazzarono perciò una grande quantità di micetti di tutti i colori, mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della specie e fu così che quando arrivò la peste, portata come ognun sa dai topi, mancavano i gatti per dare la caccia agli appestatori a quattro zampe, da che derivò grande moria di uomini in tutta Europa.
Messa così sembra un delirio: dopo più di un secolo i gatti, con tutto il gran daffare che sempre si son dati ad accoppiarsi e figliare, non erano ancora riusciti a riempire i vuoti? E anche se eran rimasti in quattro gatti, suvvia, quanti topi saranno arrivati dalle navi a portare la peste? Non certo a milioni.
Peccato che il vero problema non fossero i topi, se non all'inizio della catena, ma i molti marinai che sbarcarono già contagiati - e quelli no, i gatti non pensarono a mangiarseli; proprio non gli venne in mente. Magari un branco di lupi molto affamati avrebbe forse avuto qualche speranza di fermare il contagio, ma nessuno pensò a dotare i porti di branchi di lupi per sbranare i marinai. I governanti di tutti i tempi si sono sempre distinti per la singolare idiozia delle loro pensate, ma questa non mi risulta essere mai venuta in mente a nessuno.
Questa stravagante versione della vicenda viene dalla pagina Facebook di una associazione di atei - a riprova del fatto che la religione sarà forse l'oppio dei popoli, ma non basta rinunciarci per diventare assennati



(da notare l'abbigliamento leggermente improbabile della presunta strega del 1232).
Di solito la bufala sulla crociata sui gatti non si spinge così lontano, e si limita a dire che nel 1232 papa Gregorio IX, non avendo evidentemente nulla di meglio da fare per passare il tempo, emanò la bolla Vox in Rama dove bandiva una crociata contro i gatti cui i fedeli aderirono con grande zelo invece di chiedere un impeachment contro il vescovo di Roma per manifesta insania del medesimo, e detta bufala si trova facilmente anche altrove: per esempio in questo articolo più volte pubblicato che si dà un tono molto storico ma senza mai citare il passo in cui il buon cattolico è esortato a sterminare gatti neri o gatti in generale.
La storia viene pazientemente smontata dal sito History For Atheists, che se non altro riscatta l'onore degli atei e dimostra che anche un ateo è capace, se si applica con criterio e metodo, a scrivere un rispettabile articolo di storia, con tutte le sue brave fonti e illustrazioni e citazioni. Il succo della storia è che Gregorio IX si limita a riferire nella bolla il resoconto di Corrado di Marburgo su cosa fanno gli adepti di una specifica setta satanica, detta dei Luciferiani, adorando tra l'altro un demone sotto forma di grande gatto nero; ma non chiede alcuno sterminio di gatti di alcun tipo, né risulta che infatti alcun gatticidio sia seguito alla bolla in questione. L'articolo contiene invece una serie di interessanti considerazioni sul gatto nel medioevo - e anche un po' di quelle miniature di cui parlavo prima, tra qui questa



dove un micio dispettoso si diverte a complicare la filatura di una brava monaca, a riprova del fatto che i gatti anche all'epoca non erano granché addomesticati, ma dolcemente dispettosi come sono tuttora.
Oltre che per l'interesse storico, l'articolo si segnala anche per la squisita follia dei commenti al post, che dimostrano come su Internet circoli gente decisamente strana anche fuori dall'Italia e dal tanto vituperato Facebook.
Infine, per chi volesse in testo italiano sull'argomento, abbiamo anche un articolo pubblicato sul sito dell'Unione Cristiana Cattolici Razionali (immagino nata in contrapposizione agli Atei Mentecatti), cui sono debitrice del bel micione che ci spiega che non è perseguitato dalla Chiesa.
A questi ultimi due articoli sono debitrice anche di una notizia che non sapevo: nella Regola per Anacorete del XIII secolo l'autore esorta le aspiranti eremite a non possedere alcun animale... tranne un gatto. Che mi sembra iun consiglio di singolare saggezza. Quale compagnia è più adatta di un gatto per un anacoreta, maschio o femmina che sia? Non solo caccerà con entusiasmo i topi, ma non turberà il suo desiderio di silenzio e la sua contemplazione e gli/le fornirà quel solido appoggio emotivo che i gatti sono così bravi a dispensare.

Infine, visto che è la Giornata per la Valorizzazione del gatto nero, un consiglio per la lettura - dove si racconta di come i marinai inglesi volessero a tutti i costi un gatto sulla loro nave, possibilmente nero, perché portava fortuna.

* so di un esimio filologo che, nel caso di gravi lacune nei manoscritti, suggeriva  ai suoi allievi di scrivere nell'edizione mm ovvero manducavit mus (il topo se l'è mangiato). 

venerdì 9 agosto 2019

8 Agosto - Festa del Gatto Nero? (post contro le discriminazioni; quelle subite dagli altri gatti, intendo)

Navigando pigramente su Facebook ai primi di Agosto scopro che domani è la festa del gatto nero. Mi riscuoto dalle mie pigre meditazioni e guardo il calendario: 8 Agosto. Dunque domani sarebbe il 9 Agosto.

Ma come?!? Io ho sempre celebrato su questo rispettabile blog gattofilo una festa internazionale per la Valorizzazione del Gatto Nero per il 17 Agosto! Ho dunque fallato per tutti questi anni?
Alfonsina, Ninfadora, Astrifiammante, Sibilla, Iside, potrete mai perdonarmi?*



Vado a controllare su Google.
Sì, la festa internazionale per l'Apprezzamento del Gatto Nero esiste ed è appunto il 17 Agosto. Quindi non ho fallato del tutto.
Però, non c'è dubbio, esiste anche una Festa del Gatto ai primi di Agosto. Non il 9, come dichiarava il benintenzionato postatore, bensì l'8. Ed è internazionale, pure quella. Ma non è dedicata specificamente al Gatto nero, bensì a tutti i gatti in generale. Che mi sembra anche giusto, povere stelle.



Perché, oltre alla festa dedicata alla doverosa Valorizzazione del Gatto Nero in Agosto esiste anche una festa del Gatto Nero il 17 Novembre (da me regolarmente segnalata) che è specificamente italiana e perfino un Mese del Gatto Nero, che sarebbe Ottobre



e dove per giunta c'è una supplementare Festa del Gatto Nero il giorno 28, entrambi statunitensi.

Ora, io ritengo che nessuno potrebbe accusarmi con ragione di non amare i gatti neri e di non apprezzarne tutte le loro meravigliose caratteristiche e di non onorarli doverosamente tutti i giorni dell'anno

e tuttavia mi sembra che a questo punto ci siano tutti gli estremi per parlare di discriminazione. D'accordo, i gatti neri sono bellissimi e dolcissimi e amorevoli e simpatici e intelligenti. Niente da dire in proposito. Ma non lo sono forse tutti i gatti?
E per quanto si favoleggi di stragi annuali di gatti neri per Halloween (ma la cosa è tutt'altro che provato che avvenga su vasta scala, o addirittura che avvenga) tutti i gatti sono soggetti a maltrattamenti tutt'altro che immaginari: non solo i gatti neri, ma tutti i gatti subiscono danni per avvelenamento, maltrattamenti, abbandono, umani psicopatici che ne accumulano quantità assurde in piccolissimi appartamenti senza dargli da mangiare** e perfino soppressione di cuccioli, e i gatti randagi ci sono di tutti i colori.

Comunque oggi si festeggiano i gatti in generale e ne approfitto per omaggiare i gatti diversamente neri di due care amiche.
Questo è il Samwise di Eva, qui attivamente impegnato nella raccolta delle olive

E questa è Magò, la gatta screziata di Acquaforte, scopertasi esperta baby sitter quando la figlia di Acquaforte si è a sua volta riprodotta:



E dunque auguri a tutti i gatti, senza discriminazioni.

* sì, sono tutte passate da casa mia. Ho un ricco curriculum per quel che riguarda i gatti neri, o meglio le gatte nere.
** ogni gattile purtroppo si è trovato ad occuparsi di queste disgraziate famiglie allargate e solo negli ultimi cinque anni a Firenze il gattile dell'associazione che sostengo ha affrontato tre di questi ricoveri di emergenza, e in ognuna delle emergenze i gatti maltrattati si contavano a decine. (Naturalmente per ognuna di queste emergenze ho contribuito come meglio potevo per aiutare).

venerdì 12 luglio 2019

Il magico potere del riordino - Marie Kondo

Buona ultima arrivo anch'io a presentare Il magico potere del riordino della giapponese Marie Kondo - e del resto è cosa nota che al giorno d'oggi se non hai letto e criticato con una certa bonaria condiscendenza Il magico potere del riordino non sei assolutamente nessuno. Qui lo ha presentato tre anni fa Homemademamma, l'ideatrice del Venerdì del Libro, cui partecipo questa settimana con il presente post, e in seguito ne hanno parlato anche diverse altre partecipanti e se n'è discusso parecchio, in rete e anche fuori; ma sempre mi son detta "Io non sono disordinata, semplicemente ho molte cose e non sempre mi preoccupo di rimetterle tutte a posto. Del resto sono archivista, so perfettamente come mettere in ordine e classificare anche gli oggetti, oltre che le carte, e ritrovo sempre tutto. Giammai sprecherò il mio pregiato tempo libero con sì insulsa lettura". 
Poi è successo che qualcuno me l'ha fatto scivolare in mano e insomma di recente l'ho letto anch'io - trovandolo, nonostante tutti i miei pregiudizi, piuttosto interessante.
D'accordo, la cultura giapponese, gli appartamenti minuscoli (in città, soprattutto in alcune città) e quell'abitudine tipicamente giapponese di trasformare tutto in un processo esistenziale e di fare di qualsiasi attività, anche della più banale, una via iniziatica per la meditazione interiore, dalla tazza di tè che prendi la mattina alla pesca dei gamberetti. D'accordo, il consumismo e l'arte dell'accumulo, inevitabile dato che il modello della rivoluzione industriale richiede una continua espansione dei mercati, d'accordo gli effetti del ricordi di una antica povertà o il rispetto verso un prospero passato che impongono di conservare tutto - e questi non sono certo problemi soltanto giapponesi.
La questione però è più profonda e riguarda (anche) il rapporto col passato: un passato che cerchiamo di gestire, di solito senza successo, inscatolandolo nei più vari modi, sigillandolo, nascondendolo in punti dove siamo quasi sicuri di non ritrovarlo qualora ci venisse la tentazione di cercarlo, abbandonandolo per esempio a casa dei genitori (con la scusa che lì c'è tanto spazio: e poi, quale posto migliore per abbandonare il passato che la casa dei genitori, destinati a custodirlo in eterno fin quando te lo ritroverai nuovamente, insieme al loro passato, nel momento della loro morte?). E i rimorsi legati a certi oggetti ricevuti in regalo da amici carissimi, ma che non ti sono mai piaciuti molto. E la vecchia trappola del "potrebbe sempre servire" (sì, certo. E il fatto che in quindici anni non ti sia mai servito un solo giorno in vita tua è un puro accidente della sorte, potrebbe servirti già l'indomani che l'hai buttato via, come no). E la trappola ancora più insidiosa del "ma è ancora quasi nuovo, non l'ho indossato quasi mai" (e di sicuro se non l'hai indossato quasi mai in vent'anni ci sarà bene il suo motivo). L'indiscutibile verità che mettere le cose a pile significa adoperare solo quelle cose che sono in cima alle pile, dimenticando completamente quelle in basso. I documenti di trent'anni fa conservati come gioielli di famiglia (un tema, questo, che i miei genitori conoscono benissimo ma che io ho effettivamente imparato a scansare, grazie all'abitudine di praticare a scadenze irregolari la mia attività archivistica preferita, ovvero lo scarto).
Ma c'è un aspetto ancora più insidioso che l'autrice sottolinea: a volte si riesce effettivamente a mettere tutto in ordine per davvero, godendosi così per un breve periodo il piacere di vivere in una casa relativamente sgombra... ma a quel punto ci si dà all'acquisto compulsivo di una miriade di nuovo ciarpame che prenda il posto di quello vecchio. E rieccoci al punto di partenza, altro giro, altra corsa e la precisa sensazione di EUPP (ovvero Essere Un Po' Pirla).
Qui si scende nei meccanismo più profondi del nostro perfido e perverso inconscio: evidentemente la necessità che avvertiamo di un quantitativo X di oggetti che ci ingombrino la casa è maggiore di quella di una casa sgombra e ben funzionale in cui sentirci meravigliosamente a nostro agio. Per mia fortuna questo è un problema che mi manca. Forse. Almeno in parte. Credo.

Il sistema di riordino di Marie Kondo non consiste solo nel buttare via le cose che non servono più - a questo, con un po' di buona volontà, siamo buoni tutti - ma anche nel riprendere contatto con ogni singolo oggetto che le viscere della nostra casa contengono, per confrontarci con lui nuovamente. Sì, anche lo strato inferiore della pila, lo scatolone dei ricordi di scuola, la collezione di animaletti di vetro di quando eri bambina*, la camicetta indossata il giorno in cui hai perso la verginità** e che non ti entra più nemmen per sbaglio, la ciotola della buonanima Rufus, volato sul ponte dell'arcobaleno sedici anni fa*** - difficile pensare che, anche se c'è una vita dopo la morte, la buonanima dalla lunga coda si sdegni se la butti via. A meno che, si capisce, che non fosse un gatto completamente idiota, cosa che di per sé è una contraddizione in termini. 
Un passato che si riesce a riesaminare con sincerità, almeno a livello di oggetti più o meno ingombranti, è un passato da cui è possibile separarsi - anzi, da cui è possibile separarsi ufficialmente - perché se quegli oggetti che pure sono ancora lì erano stati rimossi dai ricordi, vuol dire che comunque una separazione c'era stata, anche se incompleta; ma anche un passato con cui si ha paura di chiudere del tutto, per paura di qualche oscura vendetta divina o di abbandonare l'ultimo salvagente prima di navigare in libertà. Nascondiamo i pesi che ci tengono sul fondo del fiume, pur proclamando a gran voce di volercene liberare, anzi, di essercene davvero liberati, sul serio, e se restiamo inchiodati sul fondo a guardare le alghe è solo perché ci manca il tempo o la determinazione di fare l'ultimo passo, oppure per una crudele serie di circostanze esterne del tutto indipendenti dalla nostra volontà. Perché noi vorremmo riemergere alla superficie, oh, quanto lo vorremmo! E' solo che siamo sfortunati, ecco.

Naturalmente Kondo ci assicura che chi ha provato il suo magico sistema mai più ha avuto un solo problema a riguardo in vita sua - del resto si sa, la dieta che stiamo leggendo è l'unica in tutta la storia della dietologia dove assolutamente nessuno ha ripreso i chili persi, al contrario di tutte le altre diete, e lo stesso vale per il metodo di curare le piante di appartamento che stiamo consultando: mai nessuna pianta è defunta a chi segue le istruzioni e gli appartamenti di chi le mettono in pratica pullulano di azalee immortali e gerani millenari. Comunque immagino che con qualcuno il magico potere del riordino abbia funzionato anche a tempi lunghi e molte delle tecniche che il libro suggerisce hanno un senso anche ad occhi occidentali - e dunque immagino che, se  applicate correttamente, di sicuro non peggioreranno la situazione (al contrario di quel che avviene con la maggior parte delle diete). 
E' anche molto probabile che, una volta liberata a dovere la casa avendo fatto i conti col proprio passato,  dopo aver rinunciato a conservare per l'eternità i biglietti di Natale dello zio Romualdo (di cui non ci è mai importato un accidente) o la collezione di pelouche del nostro amato frugoletto che ormai da vent'anni scavalla per il mondo al seguito di Medici Senza Frontiere la qualità della nostra vita non peggiorerà, anzi potremo finalmente rompere certe relazioni di cui siamo stufi sin nelle barbe, trovare un lavoro che ci piaccia di più di quello che stiamo facendo o iniziare finalmente a studiare l'ikebana o la tecnica dell'acquerello. Insomma, ripulire l'appartamento dal superfluo e disporre gli oggetti in modo da avere intorno, ma sempre bene in vista, solo i più cari e amati (per motivi affettivi o per semplice preferenza estetica), per poterli usare o guardare a proprio piacimento rende la vita più gradevole, la libera da tante piccole pastoie mentali che la intasavano e innesca un ciclo virtuoso per cui ci si comincia a domandare effettivamente cosa si vuol fare per rendere la suddetta vita ancora più piacevole, perché lo meritiamo.
A ben guardare, sembra un procedimento sensato che ha delle buone possibilità di funzionare.

Questo libro mi è capitato tra le mani in un momento piuttosto particolare della mia vita, mentre sto appunto cercando di fare una ripulitura della casa dove mi sono trasferita tre anni fa e che stavo lentamente risistemando dopo l'ultimo trasloco. Durante i due anni della malattia sono cambiata, nei mesi della convalescenza - che, dopo un periodo di tenebra piuttosto lungo, somiglia abbastanza ad una rinascita - sono cambiata ancor di più e dunque farò tesoro di molti dei suggerimenti che contiene, interpretandone altri a modo mio - per esempio ho riso pazzamente all'idea di buttare via tutti i libri che non ho letto o non intendo rileggere: ormai da anni compro solo libri che ho già letto e che mi propongo di rileggere, e la rilettura di un libro, che Marie Kondo considera (come molti) un evento assai rado e sporadico in una normale esistenza, per me è una consuetudine: molti dei libri che sono qua dentro sono stati riletti due, tre o anche cinque volte, sorvolando pietosamente su casi come il Signore degli Anelli dove sospetto di aver girato ormai la boa della ventesima rilettura, e molti libri che hanno ornato di loro bella presenza gli scaffali di casa per dieci o quindici anni hanno poi trovato il giusto momento per venire letti e anche riletti - ma dopotutto sono una persona che con la lettura ha un rapporto abbastanza inconsueto, senza contare che molte volte mi è capitato di mettere da parte qualche oggetto che mi è stato a lungo caro per poi riscoprirlo con entusiasmo dopo molti anni di latenza. Dubito però che sia il caso delle dieci pentole di acciaio che ho archiviato ieri mattina e che comprai distrattamente quando misi su casa da sola in base al principio "per cucinare mi ci vuole qualche pentola"; ma quand'anche scoprissi che le rimpiango, beh, erano pentole normalissime che per pochi spiccioli potrò ricomprare facilmente in qualsiasi momento decida di ricominciare a usare solo pentole d'acciaio. Adesso però ho un armadietto per le pentole perfettamente congruo dove trovo tutto con grande facilità e questo mi rende molto soddisfatta quando entro in cucina per preparare qualcosa.

Ordunque per concludere: non consiglio a nessuno di comprare questo libro, ma se qualche anima buona vi passa il file della versione liquida o è disposto a prestarvelo a tempi lunghi, e guarda caso siete in un momento in cui desiderate risistemare le cose che vi circondano, credo che valga bene almeno una scorsa perché contiene comunque molti spunti interessanti.

*giusto per fare un esempio assolutamente a caso, del tutto avulso dalla mia esistenza, si capisce.
**come mai era rimasta solo la camicetta? In teoria avrebbero dovuto esserci anche una gonna o dei pantaloni, viene da pensare. Ma non c'era traccia, e non mi venne in mente di chiedere perché.
***ora che ci penso, ormai da anni do da mangiare ai gatti di casa in stoviglie di ceramica o porcellana. Non sarebbe magari il caso di archiviare quelle quattro logore e ingombranti ciotole in plastica graffiata che mi ingombrano l'armadietto di cucina?

giovedì 11 luglio 2019

Murasaki va a caccia (di libri, solo di libri, che le balene dormano pure sonni tranquilli per quel che mi riguarda)

Durante le Mostre del Libro capitava che qualche genitore ben intenzionato, al momento di prendere il resto, lasciasse qualche spicciolo. Già arrivata al terzo genitore munifico ho pescato una deliziosa scatolina tolkieniana, che aveva contenuto i miei orecchini à la Arwen (un ottimo acquisto, detto per inciso, anche se sul momento li avevo trovati un po' cari) e l'avevo trasformata in salvadanaio. Più avanti mi è venuto in mente di mettere, sempre alle Mostre, qualche doppione in vendita a prezzi stracciati e la scatolina si è vieppiù arricchita. Così ho trasferito parte del suo contenuto in uno di quei sacchetti di velo da confetti di cui non si sa mai che fare ma che dispiace buttare via e ho trasferito detto sacchetto nella mia borsa. 
A che scopo? No, niente pizze con gli amici e niente caffé alla macchinetta della scuola: pochi euro, nelle mani di una esperta cacciatrice di libri possono trasformarsi in un tesoro prezioso. Mi capita spesso infatti di fermarmi ai banchetti di libri usati nelle varie sagre di paese o nei mercatini di beneficienza, dove talvolta a prezzi minimi si possono trovare autentici tesori, e soprattutto quei libri che ormai sono fuori catalogo e non trovi più in vendita né per oro né per argento. Tra i miei migliori affari vanto un Signore degli Anelli che mi incaponii, per puro spirito di giustizia, a pagare ben quattro euro anche se insistevano a cedermelo per due e un Dio del Fiume in edizione non economica a un euro (quello però lo pagai di tasca mia perché era un mercatino di beneficienza del gattile e sono sempre disponibile a lasciare un piccolo obolo per i mici abbandonati).
Quest'anno le offerte e le vendite sottobanco sono state piuttosto abbondanti e per la prima volta ho cominciato a meditare qualche acquisto su maremagnum dove si trovano a volte perfino le Brutte storie o le Brutte scienze della Salani che spesso e volentieri in libreria sono esaurite; finché una sera, girellando per la sagra locale di Lungacque, mi imbattei nel mercatino dei doppioni che la biblioteca comunale faceva a scopo di autofinanziamento - insomma, tra colleghi ci si capisce. Mentre spulciavo in fretta e furia perché non ero da sola e avevo piantato gli amici come carciofi in mezzo alla strada dello struscio del paese, la bibliotecaria mi offrì nientemeno che la Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi al folle prezzo di un euro a volume. Chiaramente non la feci nemmeno finire di parlare e accettai con entusiasmo. Siccome però la Storia d'Italia a a fumetti, per quanto bella e ben fatta, non è esattamente un peso piuma, i bibliotecari presero i soldi e mi dissero di ripassare quando volevo in biblioteca a ritirarla.
Qualche giorno dopo però, quando passai, mi confessarono che il mio pregiato acquisto sembrava essersi volatilizzato. Mi restituirono i soldi con molte scuse e io soffrii in silenzio, perché nel frattempo avevo cercato per curiosità le quotazioni in rete e mi ero molto rallegrata di essere riuscita a trovarla praticamente in regalo perché, oltre che difficile da reperire in versione completa a tre volumi*, la Storia d'Italia a fumetti è cara assaettata.

Fino a quel momento non avevo mai dedicato un solo pensiero alla Storia d'Italia a fumetti per la biblioteca scolastica - anzi, ne avevo completamente dimenticata l'esistenza, anche se quando era uscita naturalmente ne avevo sentito parlare fino alla saturazione più completa; ma adesso mi sembrava che qualsiasi biblioteca scolastica priva della Storia d'Italia a fumetti fosse solo una miserabile ciofeca di biblioteca, indegna della sia pur minima considerazione. Non sto quindi a descrivere il mio entusiasmo e la folle gioia quando, spulciando non senza frutto nella sezione libri di uno di quei negozietti di conto vendita che oggi si trovano un po' dappertutto, trovai per l'appunto una versione completa della pregiata pubblicazione, per di più fornita di cofanetto.
D'accordo, costava trenta euro e non tre, ma era pur sempre un ottimo affare e lo stato di conservazione era perfetto. C'era da dire però che un acquisto di trenta euro per il piccolo fondo di cui disponevo era una grossa spesa e non rientrava nella serie "pesca miracolosa per pochi spiccioli". Insomma, per come la vedevo secondo me la scuola poteva benissimo frugarsi in tasca e tirarli fuori lei, i trenta euro, mentre io di mio ci mettevo la mia superiore abilità di cacciatrice, maturata in decine di anni di esperienza negli appostamenti a qualsivoglia luogo in cui si vendessero libri sottoprezzo.
Sapevo benissimo che ogni spesa andava autorizzata dalla Dirigente e tutto questo genere di cose, ma la Dirigente era ormai in vacanza (oltre che praticamente in pensione) e sarebbe tornata di lì a due settimane, alla Segreteria le richieste di acquisto vanno badate come figli prematuri ancora in incubatrice se non addirittura come gattini orfani di pochi giorni, di quelli che devi dargli il latte col contagocce ogni due ore circa, tant'è vero che l'ultima richiesta di acquisti che avevo fatto era sparita nel nulla per un anno mentre  languivo nelle corsie d'ospedale, e ammetto che la cosa non mi ha favorevolmente impressionato.
Così la mattina dopo ero in Segreteria, con la mia ricevutina in mano e il sorriso dell'innocenza stampato sul viso, e con il tono più candido del mio repertorio ho raccontato del meraviglioso acquisto di cui chiedevo il rimborso.
La DSGA, ovvero la Segretaria in capo, è saltata in aria come un tappo di spumante, prima ricordandomi che così non si faceva e spiegandomi come esattamente avrei dovuto fare, e io ho ascoltato la sfuriata col capo chino e mi sono scusata molto facendo un timido tentativo per spiegarle la particolarità del caso. Ma lei ha poi proseguito con alte lamentele per le persecuzioni cui era sottoposta, per i revisori che le stavano addosso pronti a rifarsela con lei, che non voleva rimetterci per colpa nostra, che non era nemmeno una DSGA ma stava facendo il concorso, che tutti la tormentavano, che...  
Giù alla terza frase accorata ogni ombra, non dico di pentimento perché non ero minimamente pentita e avrei rifatto ciò che avevo fatto senza un attimo di esitazione, ma di solidarietà e umana comprensione da lavoratrice a lavoratrice, era completamente scomparsa dal mio cuore e ho staccato l'audio come faccio sempre quando mi ritrovo in qualche situazione sommamente noiosa; verso la settima frase anzi ho cominciato a maturare un sempre più consistente rancore e a sentirmi ben contenta di avere fatto qualcosa in grado di contrariare tanto una così esasperante e noiosa individua.
Infine, approfittando di un attimo di pausa (perché nella vita talvolta è necessario respirare) le ho spiegato con bel garbo come l'occasione che mi si era presentata fosse irripetibile e che in quel tipo di negozi non usa lasciare acconti e tenere un acquisto in sospeso (anche se non sono sicura che sia vero) e il rischio di veder sparire il pregiato oggetto era troppo alto perché me la sentissi di tentare la sorte, e anzi qualora si fosse nuovamente presentata una sì miracolosa occasione (il che purtroppo è praticamente impossibile) non avrei esitato a comportarmi nello stesso modo**. Come speravo, l'indignazione l'ha quasi lasciata senza parole.
Alla fine mi ha fatto fare una richiesta scritta e l'ho accontentata, scrivendola nel più inappuntabile dei gerghi legal-scuolesi e ci siamo lasciate, lei un po' stremata dopo la lunga sceneggiata e io abbastanza di malumore.
Tornata in biblioteca, mentre riordinavo e pulivo gli scaffali, in purissimo spirito di volontariato perché nessuno pretendeva da me che lavorassi anche nella prima settimana di Luglio, mi sono detta che comunque, avendo io fatto alla scuola non un danno bensì un favore dettato esclusivamente da purissimo zelo professionale di cui nessuno saprà mai nulla se non gli occasionali lettori del mio blog di nicchia, tutto sommato la sfuriata avrebbe anche potuto risparmiarsela.
D'altra parte non sono certo la prima insegnante che viene aspramente rampognata per aver fatto qualcosa in più del suo dovere, e certamente non sarò l'ultima.
Ma ormai la Storia d'Italia a fumetti è lì, e certo non scapperà. E questo mi riempie di soddisfazione professionale.
Una domanda tuttavia si impone: che cosa ci fa Gimli figlio di Gloin, in purissima versione Peter Jackson, sulla copertina del primo volume della Storia, visto che tale Storia è stata data alle stampe circa un quarto di secolo prima che il buon Jackson facesse il primo provino all'ottimo John Rhys-Davies?

*in realtà esiste anche un quarto volume che riguarda il dopoguerra, ma secondo me era fatto troppo a caldo per costituire una lettura valida - insomma rischiava di risultare non imparziale e nello stesso tempo non aggiornato. Comunque il problema non si è posto e anche all'usato in rete c'erano solo i primi tre volumi, o più esattamente, quando ho guardato io, il primo e il terzo.
**qualora nel sacchetto avessi a disposizione fondi sufficienti per non rischiare di rimetterci di tasca mia, ma questo non l'ho precisato.

venerdì 5 luglio 2019

Terza liceo 1939 - Marcella Olschki

Per puro caso ho sentito nominare questo libro di ricordi di scuola. Il nome dell'autrice mi ha fatto suonare un campanello in testa: possibile che fosse una Olschki degli Olschki di Firenze, celebri editori (anche) di testi di letteratura latina medievale e rinascimentale?
Ma certo che era lei.
Possibile quindi che la terza liceo fosse una terza liceo classico di uno dei licei storici di Firenze?
Sissignori, lo era: il celebre liceo classico Dante, il migliore di Firenze. Perché a Firenze avevamo tre licei classici (poi sono diventati quattro ma uno si è fuso appunto col Dante, per cui adesso sono di nuovo tre), ognuno dei quali era il Miglior Liceo Classico di Firenze (sì, anche il Galileo era il Miglior Liceo Classico di Firenze, e lo era anche il Michelangelo, naturalmente).
E' un piccolo libretto, un centinaio di pagine del formato Sellerio, che è piuttosto piccolo, e dieci sono occupate dalla prefazione di Piero Calamandrei. L'autrice lo ha scritto nel 1954, quindici anno dopo gli avvenimenti narrati e Calamandrei le ha scritto la prefazione perché Marcella Olschki è stata sua allieva all'università; nella prefazione, a suo modo notevole quanto il libro stesso, disserta assai sul lavoro, il ruolo e la funzione dell'insegnante nella formazione dell'alunno, ma ci ricorda anche un piccolo particolare che spesso sembra sfuggire quando si parla di fascismo: i ragazzi della Resistenza sono proprio quelli che sin dalla nascita sono stati imbevuti e assediati da ogni lato dalla propaganda fascista - il che lascia aperta la porta a molte utili e interessanti riflessioni sull'opportunità e l'utilità dell'indottrinamento precoce, a volte secondo me decisamente sopravvalutato sui suoi effetti a lungo termine.
Il libretto è stato poi ripreso da Sellerio negli anni 90, con la prefazione di Calamandrei al seguito (che a a quel punto era diventata anch'essa un prezioso documento storico) e ha avuto diverse edizioni, ma ormai è esaurito, straesaurito e mi è parso di capire che si faccia una certa fatica anche a trovarlo all'usato. Per giunta non ne esiste una versione liquida, e qui tramonta il mio sogno di acquistarlo per la biblioteca della scuola, dove starebbe come un topo nel formaggio, e magari di adottarlo pure come testo di narrativa in qualche terza.

Si tratta di uno di quei testi felici per loro brevità, ricco di ogni tipo di aggancio didattico, di lettura rapida e davvero assai gradevole, che descrive in modo divertente e divertito un classe, un liceo, un sistema scolastico e un momento assai particolare della nostra italica storia.
1939, a un passo dall'inizio della seconda guerra mondiale, che avrebbe ridimensionato tanti drammi che sul momento sembravano così seri, compreso quello che chiude la vicenda. Le leggi razziali erano state già approvate ma la protagonista, nonostante il cognome e il padre ebreo, ne è sfiorata solo in modo marginale perché l'arianità della madre la protegge; descrive però molto bene l'atmosfera di casa, dove il padre soffre per i problemi che la sua esistenza in vita procura alla figlia - e di fatto la vera colpa del pover'uomo è per l'appunto quella di essere nato, come osserva l'autrice. 
Una classe allegra, simpatica e un po' scervellata, molto simile a quella in cui ho passato la mia personale terza liceo in un momento storico completamente diverso; e davvero molte cose in questo racconto mi rafforzano nella teoria che la scuola  ha in sé qualcosa di immutabile, indipendentemente dalla cornice storica che la circonda. Compagni simpatici ma anche misteriosi, come il ragazzo o meglio l'uomo descritto nel primo capitolo, pluriripetente, elegante e assai educato, che rifiuta ostinatamente qualsiasi compromesso con lo studio ma che per i compagni è fonte di perenne allegria. Professori che...
Ecco, sì: qualcosa di strano nei professori effettivamente c'è. Ma quando mai nei professori non c'è qualcosa di strano? Rassegniamoci: se tutti ci descrivono come una categoria stravagante, c'è pure un suo motivo.
Qui gli sventurati docenti sono costretti a barcamenarsi con la propaganda fascista - e il fatto che molti la approvino anche incondizionatamente non gli semplifica in alcun modo la vita; e il lettore scopre con sincera sorpresa che certi giorni, a ore prefissate, la radio nazionale in tutte le scuole ammaniva saggi insegnamenti di regime, spesso con un notevole sprezzo del ridicolo (assolutamente favoloso e, temo, assolutamente reale e anzi narrato con singolare rigore filologico il capitolo dedicato all'autarchia e al risparmio dei fondi di caffè, che mi meraviglio molto che non sia ormai da decenni in tutte le antologie delle medie); quanto a come le scolaresche accogliessero tali saggi consigli, beh, ogni insegnante o anche solo chiunque abbia fatto parte di una classe per più di dieci minuti può ben immaginarselo.
C'è il professore carogna, naturalmente - nessuno può nemmeno sognarsi di scrivere un libro sulla scuola senza metterci un professore carogna, soprattutto se il libro è rigorosamente autobiografico - e in un racconto ambientato in questo periodo il cattivo della storia quasi inevitabilmente è fascista, e pure un po' suonato; un po' parecchio, nel caso specifico.
Sta di fatto che l'adorabile, solare e un po' stordita Marcella (così l'autrice si descrive per tutta la narrazione) gli manda una cartolina decisamente fuori dalle righe, avendo cura di firmarla, quando ormai il liceo è finito e i loro rapporti anche - e il professore è ben felice di cogliere la palla al balzo e denunciarla per oltraggio a pubblico ufficiale: una vera denuncia, cui farà seguito un vero processo - anzi due: il primo grado e l'appello. Perché il professore, certo, è suonato, ma anche il giudice del primo processo non scherza mica e insomma, dopo la condanna inflitta alla delinquente nel primo grado si rende necessario un ricorso in appello per riportare le cose sui binari della normalità e del buon senso; e nel ricorso viene chiamato anche in causa il preside, che contribuisce non poco a guidare il procedimento verso una sentenza di assoluzione - e tutto sommato di questa vicenda ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancor di più da piangere.
A conti fatti un libro ancora molto attuale, oltre che una piacevole lettura dall'apparenza leggera.
Consigliato a tutti, in qualsiasi circostanza o stato d'animo o stagione, ma particolarmente adatto per l'estate.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti una bella estate e felici vacanze.

giovedì 4 luglio 2019

Sul misconosciuto ruolo dei nonni nello svolgimento dei compiti assegnati - post a doppia faccia

Anche questa bellissima micia, giustamente chiamata Venus, è a doppia faccia - ma, al contrario di Dorian Gray, entrambe le sue facce sono bellissime
Giorni fa ho incontrato una maestra  in pensione che offriva dei libri per la biblioteca scolastica. Dopo che mi sono servita in abbondanza abbiamo attaccato a parlare del più e del meno e mi ha raccontato che a suo nipote (che è fra gli allievi della nostra scuola media, dove a Settembre inizierà la Terza) per l'estate è stato dato da leggere Il ritratto di Dorian Gray
"Una scelta interessante" osservo con un bel sorriso congratulandomi in cuor mio con la prof. Therral di cui avevo seguito le inquiete ricerche di "qualcosa di adatto da leggere per i ragazzi durante l'estate", categoria insidiosa quant'altro mai. In effetti Dorian Gray mi sembrava una buona idea: un libro ben scritto, molto famoso e dedicato a temi perfettamente comprensibili agli adolescenti: le scelte, le insidie delle scelte, le conseguenze delle scelte, il doppio... senza contare che Wilde è un ottimo scrittore, molto chiaro e ha sempre una marcia in più oltre che un tocco singolarmente raffinato.
La collega prosegue il suo racconto: il ragazzo aveva preso il libro e si era accasciato vedendone le dimensioni. Perché l'insegnante gli aveva dato la versione integrale, non quella ridotta.
Sì, certo, approvo io domandandomi che altro avrebbe potuto fare l'insegnante. Una versione ridotta del ritratto di Dorian Gray, figurarsi. Ma nemmeno ne esistono, si spera!

Errore. Ne esistono, e pare anzi che ne esistano di diversi tipi e taglie, come per i costumi da bagno. La premurosa nonna ne ha cercata e trovata una di suo gradimento, dimostrando così l'indiscutibile verità dell'ultima frase dell'introduzione del suddetto Ritratto che recita - cito a memoria - "Tutta l'arte è perfettamente inutile". Il buon Oscar di certe cose se ne intendeva, anche se probabilmente quando ha scritto quella frase non aveva in mente la continuazione che mi è venuta spontanea "soprattutto quando ne fanno carne da griglia".
Trovata l'edizione ridotta in biblioteca l'ha prontamente sbolognata al nipotino tenendo per sé l'edizione completa, che ha letto lei. Una volta che entrambi han finito il compito (per la verità pensato solo per il nipote, e che non prevedeva coinvolgimento alcuno di nonni, genitori o altri congiunti più o meno stretti) i due se li racconteranno a vicenda parlandone.
I miei occhi a quel punto erano grandi come tazze da tè "Ma non si deve mai dare cibo di scarsa qualità ai ragazzi in crescita" mormoro con un filo di voce.
La nonna mi spiega che ha agito così per il bene del nipote: tanti ragazzi si disgustano della lettura perché l'insegnante assegna loro letture non adatte alla loro età, per esempio con Manzoni che tanti danno da leggere prima del tempo.
"Ma non è la stessa cosa!" ribatto "Prima di tutto Manzoni scrive in un italiano che oggi è piuttosto complesso per i ragazzi, anche per dei ragazzi toscani, mentre Wilde viene letto in traduzione e quindi in italiano moderno. E poi Manzoni non è Oscar Wilde".
Ne discutiamo per un po'; in effetti discutiamo non è il termine più adatto perchè entrambe siamo assolutamente tetragone e inamovibili dai nostri punti di vista: lei insiste sull'esempio di Manzoni come scrittore inadatto ai ragazzi, io ribadisco più volte e in varie maniere alcuni dati ai miei occhi assolutamente incontestabili, e cioè che il ragazzo per quel che ci risulta lì a scuola non è cerebroleso e che non si dovrebbe mai intervenire dall'esterno su un compito assegnato da un docente alla classe perché il docente conosce la classe e si suppone che dovrebbe sapere quel che fa (particolarmente nel caso della docente in questione) e caso mai i fanciulletti dovessero avere dei problemi col Ritratto - cosa pur sempre possibile - bene, ne parleranno con l'insegnante, giusto? E' una questione tra loro e lei. L'intervento dei congiunti non è previsto.

Dopo un po'  mi cheto - vuoi perché parlare ai sordi non ha molto senso, vuoi perché alla fine non sono fatti miei. La collega poi mi spiega che non stava criticando la scelta dell'insegnante (e figuriamoci cosa avrebbe detto se avesse voluto criticarla, penso in cuor mio). Io mi scuso dicendo che mi sono fatta trascinare dalla foga perché la questione dei libri ridotti e rabberciati mi sta particolarmente a cuore, lei ribadisce che a lei sta particolarmente a cuore il fatto che il nipote non deve disgustarsi della lettura e della narrativa (e tira di nuovo in ballo il povero Manzoni che col Ritratto c'entra quanto i tradizionali cavoli a merenda) e la questione si chiude, in una atmosfera di presunta cordialità decisamente tenuta su con agli spilli.
Tre domande si agitano e tumultuano nel mio tenero e sensibile cuore, mentre ritorno a casa attraversando una campagna assai assolata ma di una bellezza incomparabile, che fonde l'oro di Giugno con il verde di Maggio;
1) la collega sarebbe intervenuta con altrettanto ansiosa premura se al posto del nipote ci fosse stata unA nipote? Perché a volte ho l'impressione che ci sia molta maggior preoccupazione di spianare gli ostacoli quando è un gioco un povero, tenero, tremebondo e un po' incapace maschietto, cui a tutti i costi devono essere evitati certi traumi che ne possano lederne l'autostima. Ma siamo davvero convinti che continuando a masticargli il cibo sopra ad una certa età la sua autostima non rischi di andarsene invece e a ramengo, e che più avanti il ragazzo non si ritrovi a dover fare più sforzi degli altri nell'affrontare gli ostacoli per col,pa della mancanza di esercizio? Ma soprattutto: siamo davvero così sicuri che davanti a una difficoltà non sia in grado di superarla egregiamente con le sue sole forze?
2) che io sappia, una persona amante della lettura non si disgusta facilmente della lettura solo perché gli è capitato di leggere un singolo libro che non gli è piaciuto, semplicemente da quel momento cercherà altri tipi di letture. Siamo sicuri che falsare a un giovinetto il primo incontro con uno degli scrittori più gradevoli del suo tempo  lo aiuterà più avanti ad amare meglio la letteratura? Soprattutto, non sarebbe il caso che ognuno si faccia le sue personali preferenze basandosi sulle esperienze che ha avuto, belle o brutte che siano state? E  abituarlo al cibo premasticato non finisce forse per peggiorare le cose, anziché migliorarle? 
3) ma soprattutto: la collega ha parlato per ingenuità o confida vivamente che io spiattelli tutta la conversazione alla prof. Therral? 
Ammetto che quest'ultima è una pura e semplice curiosità, e sapere la risposta non cambierà minimamente il fatto che la prof. Therral rimarrà del tutto all'oscuro di questa conversazione come minimo per molti e molti anni, a meno che non sia lei stessa a riferirgliela. Se il ragazzo ha voglia di raccontare nei dettagli il suo primo, assai condiviso e mediato, incontro con Oscar Wilde faccia pure, ma io mi rifiuto di impicciarmi, e ancor più di turbare sia pur in minima parte la serenità delle ben meritate vacanze della prof. Therral, visto che al suo posto, se qualcuno mi raccontasse di una simile intromissione nei compiti assegnati a un alunno, come minimo mi incazzerei come una biscia e assai probabilmente non ne farei mistero.
Infine una ultima considerazione si impone: Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo particolarmente famoso e molto citato, e anche di recente ne hanno fatto un film di un certo successo. Basta avvicinarsi a Google pensando la stringa di ricerca "ritratto di Dorian Gray" per vedersi suggerire una vera infinità di link con riassunti, recensioni e considerazioni varie dedicate a questo libro. Onestamente, non si può dire che il ragazzo sia stato messo in una situazione impossibile da affrontare assegnandogli quella lettura. Non era meglio che cercasse di venirne a capo per conto suo, parlandone con i compagni o interrogando la rete ed eventualmente gli stretti congiunti dopo essersi misurato con le eventuali difficoltà di approccio al romanzo? Insomma, prima di buttargli la ciambella non sarebbe stato meglio aspettare una sua qualche richiesta di aiuto un po' più circostanziata di "ma quanto è lungo questo libro" detta a copertina non ancora aperta?

domenica 30 giugno 2019

Sui trasferimenti dei docenti, ovvero "Attento a quel che speri perché poteresti anche ottenerlo"

E' noto che la gran parte dei gatti vorrebbe essere contemporaneamente dentro e fuori da una porta chiusa, e per questo noi umani li prendiamo spesso in giro. Tuttavia corre voce che questo curioso modo di essere non sia limitato ai soli felini.
Come tutti i lavori, insegnare ha i suoi lati positivi e e tra questi c'è il fatto di poter facilmente cambiare scuola, comune, provincia e regione trasferendosi da un posto all'altro in modo indolore compilando alcuni moduli. Tuttavia anche insegnare, come tutti i lavori, ha i suoi lati negativi e tra questi c'è il fatto di non poter occupare la vecchia e la nuova sede contemporaneamente. Su questo vado appunto a narrare ora una breve novelletta.

Di recente la scuola media di St. Mary Mead è stata impreziosita da due eccellenti insegnanti di Arte tanto bravi e simpatici quanto ricchi di iniziative, che lavoravano in perfetta sintonia tra loro. Abbiamo così assistito ad una improvvisa impennata dei vari istituti artistici della zona tra le scuole scelte dai nostri allievi alla fine del triennio.
Quest'anno le nostre due perle di gran pregio han chiesto il trasferimento, dichiarando che le possibilità di ottenerlo erano piuttosto alte. Anzi una delle perle si è spinta a dichiarare, qualche settimana fa quando già ero tornata a scuola, che se non l'avesse ottenuto ci sarebbe rimasto piuttosto male.
Giuro, gliel'ho sentito dire, con queste orecchie ancora piuttosto funzionanti nonostante l'età ormai non più giovanissima.
Mercoledì, quando sono giunta a scuola per lavorare in biblioteca, in Sala Insegnanti c'erano soltanto la Perla che ci sarebbe rimasta male se non avesse avuto il trasferimento e la Custode Decana.
"Allora, si è saputo qualcosa sui trasferimenti?" si è informata la Custode "Se non ricordo male dovevano uscire oggi".
"Sì, si è saputo, mi hanno mandato la comunicazione stanotte sul cellulare. All'una e un quarto ho avuto la sentenza".
"E... dunque?"
"E dunque ho avuto il trasferimento".
Io e la Custode ci guardiamo. Ahimé, così è la vita. Vegliate perché non sapete né il giorno né l'ora. Breve è il tempo della felicità, eccetera eccetera eccetera.
"Prof, allora le dirò che sono contenta per lei" ha detto la Custode con bel garbo, mentre io mi stiravo le labbra in un sorriso di convenienza e cercavo in cuor mio mendaci parole di rallegramento.
"Io invece non sono per niente contento, ma proprio per niente!".
"Beh, certo, una scuola nuova, con colleghi nuovi...".
"No, i colleghi li conosco e mi ci trovo bene e in quella scuola ho già lavorato. Non è per quello".
"E perché allora?" domando incuriosita.
"Mi mancherà la stanza di Arte, che qui è molto più grande. E poi i ragazzi".
"Ehm... i ragazzi in una scuola sono di passaggio, li avresti persi comunque di qui a poco" provo a consolarlo "Poi la scuola dove vai è più grande, qui nel paesello con la scuoletta di tre sezioni l'ambiente è un po' ristretto...".
"E' proprio questo il problema, la scuola è più grande e amplifica i problemi, non c'è quell'intesa che c'è qui tra i colleghi...".
Tramecolo in cuor mio. Siccome la scuoletta è piccola e l'intesa tra i colleghi profonda, ho avuto modo di seguire nei dettagli anche dai miei numerosi letti d'ospedale* un notevole scazzo avvenuto in primavera con la nuova VicePreside, dove peraltro secondo me lui aveva tanta di quella ragione che se ne avesse venduta al mercato in quantità e ne avesse esportata all'estero in quantità ancor maggiore, gliene sarebbe rimasta tuttavia più che a sufficienza da esibire dietro eventuale richiesta. Più di uno infatti sospetta che proprio quella vivace discussione sia stata all'origine della richiesta di trasferimento, e io lo sospetto con loro, anche se entrambi avevano assicurato che la cosa era stata ampiamente assorbita e lui e la VicePreside erano rimasti in rapporti più che positivi dopo essersi porti reciproche scuse.
Provo a racconfortarlo spiegando che anche qui da noi c'era qualche problema, e il fatto che l'ambiente sia così piccolo non aiuta minimamente ad assorbirlo. Quanto all'aula di Arte più grande...
"Tra l'altro stanno facendo gli stessi lavori che dobbiamo fare qui, quindi troverò la scuola nel caos perché per Settembre non han certo finito, quindi saremo concentrati in mezza scuola"
"Sotto questo aspetto, anche qui non siamo messi benissimo" gli ricordo "e non credo che nei container ci sarà posto per una grande aula di Arte. Anzi, se non altro lì hanno già fatto una parte dei lavori, qui dobbiamo ancora cominciare".
Non attacca, e lui continua a lamentare la sua ria sorte. 
Per fortuna arriva qualche altro collega e le mie spalle vengono sollevate dal grave compito di portare conforto a chi non vuole essere confortato in alcun modo. Scappo in biblioteca e la Custode torna alle sue numerose incombenze.
La giornata è lunga, lo sconforto collettivo; giunge poi notizia che anche la seconda perla di Arte ha ottenuto il trasferimento, e anche lei non è per niente contenta. Se a questo aggiungiamo il fatto che neanche noi siamo per niente contenti, proprio no tesssoro, l'atmosfera non è delle migliori.
E qualcuno fa infine la domanda che frulla in testa a tutti noi: "Scusa, ma se non volevi il trasferimento, perché l'hai chiesto?"
"Ma mica pensavo che me lo dessero! L'ho fatto con grande leggerezza d'animo, giusto per non avere nulla da rimproverarmi, ma davvero non pensavo di ottenerlo!".
"Ma se l'hai chiesto perché non volevi rimpianti vuol dire che c'era qualcosa che ti attirava nella nuova sede. E se l'hai ottenuto contro tutte le aspettative, vuol  dire che è proprio là che devi andare" prova a confortarlo un Sostegno con venature new age.
"Lo spero" è la cupa risposta "ma non sono convinto nemmeno un po'".
Le lamentele sono andate avanti per due giorni, con ampie sedute di autocoscienza con i colleghi con cui era più in intimità. Addirittura, di questo suo pentimento è stato fatto perfino cenno nel Collegio finale da una Preside piuttosto divertita, che non aveva comunque fatto il suo nome; e lui è uscito allo scoperto senza esitare "Sì, è vero!".
D'accordo, è un insegnante e gli insegnanti si lamentano sempre e comunque. Lui no. Almeno, non fino a quando gli hanno dato un trasferimento dietro sua precisa richiesta, nella sola e unica sede dove l'aveva richiesto.
Certo, qualche garbata lamentela in questi casi è quasi doverosa: mi mancherete tanto, tutti, qui mi sono trovato tanto bene, vi lascio con rimpianto e tutto questo genere di cose. Ma una roba così in vent'anni non l'avevo ancora vista (e adesso non lo dico più).
L'anno si chiude dunque con un certo carico di rimpianti e nessuna informazione su chi prenderà il posto delle nostre perle... e della Preside, che aveva pur qualche difetto ma, considerando dopo chi veniva, non era nemmeno priva di qualche pregio ai nostri occhi.
Quanto a me, avrò ancora l'orario ridotto con qualche ora per la biblioteca e molte storie e geografie. Di sicuro, non posso lamentarmi che i problemi medici che ho avuto non siano stati presi nella dovuta considerazione - e se riuscirò a fare un primo giorno di scuola seduta in cattedra invece che circondata da medici e infermieri, mi considererò più che fortunata.

* negli ultimi tempi del mio ricovero ho cambiato letto, reparto e padiglione non meno di una volta a settimana, spesso anche due