Durante le Mostre del Libro capitava che qualche genitore ben intenzionato, al momento di prendere il resto, lasciasse qualche spicciolo. Già arrivata al terzo genitore munifico ho pescato una deliziosa scatolina tolkieniana, che aveva contenuto i miei orecchini à la Arwen (un ottimo acquisto, detto per inciso, anche se sul momento li avevo trovati un po' cari) e l'avevo trasformata in salvadanaio. Più avanti mi è venuto in mente di mettere, sempre alle Mostre, qualche doppione in vendita a prezzi stracciati e la scatolina si è vieppiù arricchita. Così ho trasferito parte del suo contenuto in uno di quei sacchetti di velo da confetti di cui non si sa mai che fare ma che dispiace buttare via e ho trasferito detto sacchetto nella mia borsa.
A che scopo? No, niente pizze con gli amici e niente caffé alla macchinetta della scuola: pochi euro, nelle mani di una esperta cacciatrice di libri possono trasformarsi in un tesoro prezioso. Mi capita spesso infatti di fermarmi ai banchetti di libri usati nelle varie sagre di paese o nei mercatini di beneficienza, dove talvolta a prezzi minimi si possono trovare autentici tesori, e soprattutto quei libri che ormai sono fuori catalogo e non trovi più in vendita né per oro né per argento. Tra i miei migliori affari vanto un Signore degli Anelli che mi incaponii, per puro spirito di giustizia, a pagare ben quattro euro anche se insistevano a cedermelo per due e un Dio del Fiume in edizione non economica a un euro (quello però lo pagai di tasca mia perché era un mercatino di beneficienza del gattile e sono sempre disponibile a lasciare un piccolo obolo per i mici abbandonati).
Quest'anno le offerte e le vendite sottobanco sono state piuttosto abbondanti e per la prima volta ho cominciato a meditare qualche acquisto su maremagnum dove si trovano a volte perfino le Brutte storie o le Brutte scienze della Salani che spesso e volentieri in libreria sono esaurite; finché una sera, girellando per la sagra locale di Lungacque, mi imbattei nel mercatino dei doppioni che la biblioteca comunale faceva a scopo di autofinanziamento - insomma, tra colleghi ci si capisce. Mentre spulciavo in fretta e furia perché non ero da sola e avevo piantato gli amici come carciofi in mezzo alla strada dello struscio del paese, la bibliotecaria mi offrì nientemeno che la Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi al folle prezzo di un euro a volume. Chiaramente non la feci nemmeno finire di parlare e accettai con entusiasmo. Siccome però la Storia d'Italia a a fumetti, per quanto bella e ben fatta, non è esattamente un peso piuma, i bibliotecari presero i soldi e mi dissero di ripassare quando volevo in biblioteca a ritirarla.
Qualche giorno dopo però, quando passai, mi confessarono che il mio pregiato acquisto sembrava essersi volatilizzato. Mi restituirono i soldi con molte scuse e io soffrii in silenzio, perché nel frattempo avevo cercato per curiosità le quotazioni in rete e mi ero molto rallegrata di essere riuscita a trovarla praticamente in regalo perché, oltre che difficile da reperire in versione completa a tre volumi*, la Storia d'Italia a fumetti è cara assaettata.
Fino a quel momento non avevo mai dedicato un solo pensiero alla Storia d'Italia a fumetti per la biblioteca scolastica - anzi, ne avevo completamente dimenticata l'esistenza, anche se quando era uscita naturalmente ne avevo sentito parlare fino alla saturazione più completa; ma adesso mi sembrava che qualsiasi biblioteca scolastica priva della Storia d'Italia a fumetti fosse solo una miserabile ciofeca di biblioteca, indegna della sia pur minima considerazione. Non sto quindi a descrivere il mio entusiasmo e la folle gioia quando, spulciando non senza frutto nella sezione libri di uno di quei negozietti di conto vendita che oggi si trovano un po' dappertutto, trovai per l'appunto una versione completa della pregiata pubblicazione, per di più fornita di cofanetto.
D'accordo, costava trenta euro e non tre, ma era pur sempre un ottimo affare e lo stato di conservazione era perfetto. C'era da dire però che un acquisto di trenta euro per il piccolo fondo di cui disponevo era una grossa spesa e non rientrava nella serie "pesca miracolosa per pochi spiccioli". Insomma, per come la vedevo secondo me la scuola poteva benissimo frugarsi in tasca e tirarli fuori lei, i trenta euro, mentre io di mio ci mettevo la mia superiore abilità di cacciatrice, maturata in decine di anni di esperienza negli appostamenti a qualsivoglia luogo in cui si vendessero libri sottoprezzo.
Sapevo benissimo che ogni spesa andava autorizzata dalla Dirigente e tutto questo genere di cose, ma la Dirigente era ormai in vacanza (oltre che praticamente in pensione) e sarebbe tornata di lì a due settimane, alla Segreteria le richieste di acquisto vanno badate come figli prematuri ancora in incubatrice se non addirittura come gattini orfani di pochi giorni, di quelli che devi dargli il latte col contagocce ogni due ore circa, tant'è vero che l'ultima richiesta di acquisti che avevo fatto era sparita nel nulla per un anno mentre languivo nelle corsie d'ospedale, e ammetto che la cosa non mi ha favorevolmente impressionato.
Così la mattina dopo ero in Segreteria, con la mia ricevutina in mano e il sorriso dell'innocenza stampato sul viso, e con il tono più candido del mio repertorio ho raccontato del meraviglioso acquisto di cui chiedevo il rimborso.
La DSGA, ovvero la Segretaria in capo, è saltata in aria come un tappo di spumante, prima ricordandomi che così non si faceva e spiegandomi come esattamente avrei dovuto fare, e io ho ascoltato la sfuriata col capo chino e mi sono scusata molto facendo un timido tentativo per spiegarle la particolarità del caso. Ma lei ha poi proseguito con alte lamentele per le persecuzioni cui era sottoposta, per i revisori che le stavano addosso pronti a rifarsela con lei, che non voleva rimetterci per colpa nostra, che non era nemmeno una DSGA ma stava facendo il concorso, che tutti la tormentavano, che...
Giù alla terza frase accorata ogni ombra, non dico di pentimento perché non ero minimamente pentita e avrei rifatto ciò che avevo fatto senza un attimo di esitazione, ma di solidarietà e umana comprensione da lavoratrice a lavoratrice, era completamente scomparsa dal mio cuore e ho staccato l'audio come faccio sempre quando mi ritrovo in qualche situazione sommamente noiosa; verso la settima frase anzi ho cominciato a maturare un sempre più consistente rancore e a sentirmi ben contenta di avere fatto qualcosa in grado di contrariare tanto una così esasperante e noiosa individua.
Infine, approfittando di un attimo di pausa (perché nella vita talvolta è necessario respirare) le ho spiegato con bel garbo come l'occasione che mi si era presentata fosse irripetibile e che in quel tipo di negozi non usa lasciare acconti e tenere un acquisto in sospeso (anche se non sono sicura che sia vero) e il rischio di veder sparire il pregiato oggetto era troppo alto perché me la sentissi di tentare la sorte, e anzi qualora si fosse nuovamente presentata una sì miracolosa occasione (il che purtroppo è praticamente impossibile) non avrei esitato a comportarmi nello stesso modo**. Come speravo, l'indignazione l'ha quasi lasciata senza parole.
Alla fine mi ha fatto fare una richiesta scritta e l'ho accontentata, scrivendola nel più inappuntabile dei gerghi legal-scuolesi e ci siamo lasciate, lei un po' stremata dopo la lunga sceneggiata e io abbastanza di malumore.
Tornata in biblioteca, mentre riordinavo e pulivo gli scaffali, in purissimo spirito di volontariato perché nessuno pretendeva da me che lavorassi anche nella prima settimana di Luglio, mi sono detta che comunque, avendo io fatto alla scuola non un danno bensì un favore dettato esclusivamente da purissimo zelo professionale di cui nessuno saprà mai nulla se non gli occasionali lettori del mio blog di nicchia, tutto sommato la sfuriata avrebbe anche potuto risparmiarsela.
D'altra parte non sono certo la prima insegnante che viene aspramente rampognata per aver fatto qualcosa in più del suo dovere, e certamente non sarò l'ultima.
Ma ormai la Storia d'Italia a fumetti è lì, e certo non scapperà. E questo mi riempie di soddisfazione professionale.
Una domanda tuttavia si impone: che cosa ci fa Gimli figlio di Gloin, in purissima versione Peter Jackson, sulla copertina del primo volume della Storia, visto che tale Storia è stata data alle stampe circa un quarto di secolo prima che il buon Jackson facesse il primo provino all'ottimo John Rhys-Davies?
*in realtà esiste anche un quarto volume che riguarda il dopoguerra, ma secondo me era fatto troppo a caldo per costituire una lettura valida - insomma rischiava di risultare non imparziale e nello stesso tempo non aggiornato. Comunque il problema non si è posto e anche all'usato in rete c'erano solo i primi tre volumi, o più esattamente, quando ho guardato io, il primo e il terzo.
**qualora nel sacchetto avessi a disposizione fondi sufficienti per non rischiare di rimetterci di tasca mia, ma questo non l'ho precisato.
Il mio blog preferito
giovedì 11 luglio 2019
venerdì 5 luglio 2019
Terza liceo 1939 - Marcella Olschki
Per puro caso ho sentito nominare questo libro di ricordi di scuola. Il nome dell'autrice mi ha fatto suonare un campanello in testa: possibile che fosse una Olschki degli Olschki di Firenze, celebri editori (anche) di testi di letteratura latina medievale e rinascimentale?
Ma certo che era lei.
Possibile quindi che la terza liceo fosse una terza liceo classico di uno dei licei storici di Firenze?
Sissignori, lo era: il celebre liceo classico Dante, il migliore di Firenze. Perché a Firenze avevamo tre licei classici (poi sono diventati quattro ma uno si è fuso appunto col Dante, per cui adesso sono di nuovo tre), ognuno dei quali era il Miglior Liceo Classico di Firenze (sì, anche il Galileo era il Miglior Liceo Classico di Firenze, e lo era anche il Michelangelo, naturalmente).
E' un piccolo libretto, un centinaio di pagine del formato Sellerio, che è piuttosto piccolo, e dieci sono occupate dalla prefazione di Piero Calamandrei. L'autrice lo ha scritto nel 1954, quindici anno dopo gli avvenimenti narrati e Calamandrei le ha scritto la prefazione perché Marcella Olschki è stata sua allieva all'università; nella prefazione, a suo modo notevole quanto il libro stesso, disserta assai sul lavoro, il ruolo e la funzione dell'insegnante nella formazione dell'alunno, ma ci ricorda anche un piccolo particolare che spesso sembra sfuggire quando si parla di fascismo: i ragazzi della Resistenza sono proprio quelli che sin dalla nascita sono stati imbevuti e assediati da ogni lato dalla propaganda fascista - il che lascia aperta la porta a molte utili e interessanti riflessioni sull'opportunità e l'utilità dell'indottrinamento precoce, a volte secondo me decisamente sopravvalutato sui suoi effetti a lungo termine.
Il libretto è stato poi ripreso da Sellerio negli anni 90, con la prefazione di Calamandrei al seguito (che a a quel punto era diventata anch'essa un prezioso documento storico) e ha avuto diverse edizioni, ma ormai è esaurito, straesaurito e mi è parso di capire che si faccia una certa fatica anche a trovarlo all'usato. Per giunta non ne esiste una versione liquida, e qui tramonta il mio sogno di acquistarlo per la biblioteca della scuola, dove starebbe come un topo nel formaggio, e magari di adottarlo pure come testo di narrativa in qualche terza.
Si tratta di uno di quei testi felici per loro brevità, ricco di ogni tipo di aggancio didattico, di lettura rapida e davvero assai gradevole, che descrive in modo divertente e divertito un classe, un liceo, un sistema scolastico e un momento assai particolare della nostra italica storia.
1939, a un passo dall'inizio della seconda guerra mondiale, che avrebbe ridimensionato tanti drammi che sul momento sembravano così seri, compreso quello che chiude la vicenda. Le leggi razziali erano state già approvate ma la protagonista, nonostante il cognome e il padre ebreo, ne è sfiorata solo in modo marginale perché l'arianità della madre la protegge; descrive però molto bene l'atmosfera di casa, dove il padre soffre per i problemi che la sua esistenza in vita procura alla figlia - e di fatto la vera colpa del pover'uomo è per l'appunto quella di essere nato, come osserva l'autrice.
Una classe allegra, simpatica e un po' scervellata, molto simile a quella in cui ho passato la mia personale terza liceo in un momento storico completamente diverso; e davvero molte cose in questo racconto mi rafforzano nella teoria che la scuola ha in sé qualcosa di immutabile, indipendentemente dalla cornice storica che la circonda. Compagni simpatici ma anche misteriosi, come il ragazzo o meglio l'uomo descritto nel primo capitolo, pluriripetente, elegante e assai educato, che rifiuta ostinatamente qualsiasi compromesso con lo studio ma che per i compagni è fonte di perenne allegria. Professori che...
Ecco, sì: qualcosa di strano nei professori effettivamente c'è. Ma quando mai nei professori non c'è qualcosa di strano? Rassegniamoci: se tutti ci descrivono come una categoria stravagante, c'è pure un suo motivo.
Qui gli sventurati docenti sono costretti a barcamenarsi con la propaganda fascista - e il fatto che molti la approvino anche incondizionatamente non gli semplifica in alcun modo la vita; e il lettore scopre con sincera sorpresa che certi giorni, a ore prefissate, la radio nazionale in tutte le scuole ammaniva saggi insegnamenti di regime, spesso con un notevole sprezzo del ridicolo (assolutamente favoloso e, temo, assolutamente reale e anzi narrato con singolare rigore filologico il capitolo dedicato all'autarchia e al risparmio dei fondi di caffè, che mi meraviglio molto che non sia ormai da decenni in tutte le antologie delle medie); quanto a come le scolaresche accogliessero tali saggi consigli, beh, ogni insegnante o anche solo chiunque abbia fatto parte di una classe per più di dieci minuti può ben immaginarselo.
C'è il professore carogna, naturalmente - nessuno può nemmeno sognarsi di scrivere un libro sulla scuola senza metterci un professore carogna, soprattutto se il libro è rigorosamente autobiografico - e in un racconto ambientato in questo periodo il cattivo della storia quasi inevitabilmente è fascista, e pure un po' suonato; un po' parecchio, nel caso specifico.
Sta di fatto che l'adorabile, solare e un po' stordita Marcella (così l'autrice si descrive per tutta la narrazione) gli manda una cartolina decisamente fuori dalle righe, avendo cura di firmarla, quando ormai il liceo è finito e i loro rapporti anche - e il professore è ben felice di cogliere la palla al balzo e denunciarla per oltraggio a pubblico ufficiale: una vera denuncia, cui farà seguito un vero processo - anzi due: il primo grado e l'appello. Perché il professore, certo, è suonato, ma anche il giudice del primo processo non scherza mica e insomma, dopo la condanna inflitta alla delinquente nel primo grado si rende necessario un ricorso in appello per riportare le cose sui binari della normalità e del buon senso; e nel ricorso viene chiamato anche in causa il preside, che contribuisce non poco a guidare il procedimento verso una sentenza di assoluzione - e tutto sommato di questa vicenda ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancor di più da piangere.
A conti fatti un libro ancora molto attuale, oltre che una piacevole lettura dall'apparenza leggera.
Consigliato a tutti, in qualsiasi circostanza o stato d'animo o stagione, ma particolarmente adatto per l'estate.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti una bella estate e felici vacanze.
Ma certo che era lei.
Possibile quindi che la terza liceo fosse una terza liceo classico di uno dei licei storici di Firenze?
Sissignori, lo era: il celebre liceo classico Dante, il migliore di Firenze. Perché a Firenze avevamo tre licei classici (poi sono diventati quattro ma uno si è fuso appunto col Dante, per cui adesso sono di nuovo tre), ognuno dei quali era il Miglior Liceo Classico di Firenze (sì, anche il Galileo era il Miglior Liceo Classico di Firenze, e lo era anche il Michelangelo, naturalmente).
E' un piccolo libretto, un centinaio di pagine del formato Sellerio, che è piuttosto piccolo, e dieci sono occupate dalla prefazione di Piero Calamandrei. L'autrice lo ha scritto nel 1954, quindici anno dopo gli avvenimenti narrati e Calamandrei le ha scritto la prefazione perché Marcella Olschki è stata sua allieva all'università; nella prefazione, a suo modo notevole quanto il libro stesso, disserta assai sul lavoro, il ruolo e la funzione dell'insegnante nella formazione dell'alunno, ma ci ricorda anche un piccolo particolare che spesso sembra sfuggire quando si parla di fascismo: i ragazzi della Resistenza sono proprio quelli che sin dalla nascita sono stati imbevuti e assediati da ogni lato dalla propaganda fascista - il che lascia aperta la porta a molte utili e interessanti riflessioni sull'opportunità e l'utilità dell'indottrinamento precoce, a volte secondo me decisamente sopravvalutato sui suoi effetti a lungo termine.
Il libretto è stato poi ripreso da Sellerio negli anni 90, con la prefazione di Calamandrei al seguito (che a a quel punto era diventata anch'essa un prezioso documento storico) e ha avuto diverse edizioni, ma ormai è esaurito, straesaurito e mi è parso di capire che si faccia una certa fatica anche a trovarlo all'usato. Per giunta non ne esiste una versione liquida, e qui tramonta il mio sogno di acquistarlo per la biblioteca della scuola, dove starebbe come un topo nel formaggio, e magari di adottarlo pure come testo di narrativa in qualche terza.
Si tratta di uno di quei testi felici per loro brevità, ricco di ogni tipo di aggancio didattico, di lettura rapida e davvero assai gradevole, che descrive in modo divertente e divertito un classe, un liceo, un sistema scolastico e un momento assai particolare della nostra italica storia.
1939, a un passo dall'inizio della seconda guerra mondiale, che avrebbe ridimensionato tanti drammi che sul momento sembravano così seri, compreso quello che chiude la vicenda. Le leggi razziali erano state già approvate ma la protagonista, nonostante il cognome e il padre ebreo, ne è sfiorata solo in modo marginale perché l'arianità della madre la protegge; descrive però molto bene l'atmosfera di casa, dove il padre soffre per i problemi che la sua esistenza in vita procura alla figlia - e di fatto la vera colpa del pover'uomo è per l'appunto quella di essere nato, come osserva l'autrice.
Una classe allegra, simpatica e un po' scervellata, molto simile a quella in cui ho passato la mia personale terza liceo in un momento storico completamente diverso; e davvero molte cose in questo racconto mi rafforzano nella teoria che la scuola ha in sé qualcosa di immutabile, indipendentemente dalla cornice storica che la circonda. Compagni simpatici ma anche misteriosi, come il ragazzo o meglio l'uomo descritto nel primo capitolo, pluriripetente, elegante e assai educato, che rifiuta ostinatamente qualsiasi compromesso con lo studio ma che per i compagni è fonte di perenne allegria. Professori che...
Ecco, sì: qualcosa di strano nei professori effettivamente c'è. Ma quando mai nei professori non c'è qualcosa di strano? Rassegniamoci: se tutti ci descrivono come una categoria stravagante, c'è pure un suo motivo.
Qui gli sventurati docenti sono costretti a barcamenarsi con la propaganda fascista - e il fatto che molti la approvino anche incondizionatamente non gli semplifica in alcun modo la vita; e il lettore scopre con sincera sorpresa che certi giorni, a ore prefissate, la radio nazionale in tutte le scuole ammaniva saggi insegnamenti di regime, spesso con un notevole sprezzo del ridicolo (assolutamente favoloso e, temo, assolutamente reale e anzi narrato con singolare rigore filologico il capitolo dedicato all'autarchia e al risparmio dei fondi di caffè, che mi meraviglio molto che non sia ormai da decenni in tutte le antologie delle medie); quanto a come le scolaresche accogliessero tali saggi consigli, beh, ogni insegnante o anche solo chiunque abbia fatto parte di una classe per più di dieci minuti può ben immaginarselo.
C'è il professore carogna, naturalmente - nessuno può nemmeno sognarsi di scrivere un libro sulla scuola senza metterci un professore carogna, soprattutto se il libro è rigorosamente autobiografico - e in un racconto ambientato in questo periodo il cattivo della storia quasi inevitabilmente è fascista, e pure un po' suonato; un po' parecchio, nel caso specifico.
Sta di fatto che l'adorabile, solare e un po' stordita Marcella (così l'autrice si descrive per tutta la narrazione) gli manda una cartolina decisamente fuori dalle righe, avendo cura di firmarla, quando ormai il liceo è finito e i loro rapporti anche - e il professore è ben felice di cogliere la palla al balzo e denunciarla per oltraggio a pubblico ufficiale: una vera denuncia, cui farà seguito un vero processo - anzi due: il primo grado e l'appello. Perché il professore, certo, è suonato, ma anche il giudice del primo processo non scherza mica e insomma, dopo la condanna inflitta alla delinquente nel primo grado si rende necessario un ricorso in appello per riportare le cose sui binari della normalità e del buon senso; e nel ricorso viene chiamato anche in causa il preside, che contribuisce non poco a guidare il procedimento verso una sentenza di assoluzione - e tutto sommato di questa vicenda ci sarebbe molto da ridere, se non ci fosse ancor di più da piangere.
A conti fatti un libro ancora molto attuale, oltre che una piacevole lettura dall'apparenza leggera.
Consigliato a tutti, in qualsiasi circostanza o stato d'animo o stagione, ma particolarmente adatto per l'estate.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti una bella estate e felici vacanze.
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giovedì 4 luglio 2019
Sul misconosciuto ruolo dei nonni nello svolgimento dei compiti assegnati - post a doppia faccia
![]() |
| Anche questa bellissima micia, giustamente chiamata Venus, è a doppia faccia - ma, al contrario di Dorian Gray, entrambe le sue facce sono bellissime |
"Una scelta interessante" osservo con un bel sorriso congratulandomi in cuor mio con la prof. Therral di cui avevo seguito le inquiete ricerche di "qualcosa di adatto da leggere per i ragazzi durante l'estate", categoria insidiosa quant'altro mai. In effetti Dorian Gray mi sembrava una buona idea: un libro ben scritto, molto famoso e dedicato a temi perfettamente comprensibili agli adolescenti: le scelte, le insidie delle scelte, le conseguenze delle scelte, il doppio... senza contare che Wilde è un ottimo scrittore, molto chiaro e ha sempre una marcia in più oltre che un tocco singolarmente raffinato.
La collega prosegue il suo racconto: il ragazzo aveva preso il libro e si era accasciato vedendone le dimensioni. Perché l'insegnante gli aveva dato la versione integrale, non quella ridotta.
Sì, certo, approvo io domandandomi che altro avrebbe potuto fare l'insegnante. Una versione ridotta del ritratto di Dorian Gray, figurarsi. Ma nemmeno ne esistono, si spera!
Errore. Ne esistono, e pare anzi che ne esistano di diversi tipi e taglie, come per i costumi da bagno. La premurosa nonna ne ha cercata e trovata una di suo gradimento, dimostrando così l'indiscutibile verità dell'ultima frase dell'introduzione del suddetto Ritratto che recita - cito a memoria - "Tutta l'arte è perfettamente inutile". Il buon Oscar di certe cose se ne intendeva, anche se probabilmente quando ha scritto quella frase non aveva in mente la continuazione che mi è venuta spontanea "soprattutto quando ne fanno carne da griglia".
Trovata l'edizione ridotta in biblioteca l'ha prontamente sbolognata al nipotino tenendo per sé l'edizione completa, che ha letto lei. Una volta che entrambi han finito il compito (per la verità pensato solo per il nipote, e che non prevedeva coinvolgimento alcuno di nonni, genitori o altri congiunti più o meno stretti) i due se li racconteranno a vicenda parlandone.
I miei occhi a quel punto erano grandi come tazze da tè "Ma non si deve mai dare cibo di scarsa qualità ai ragazzi in crescita" mormoro con un filo di voce.
La nonna mi spiega che ha agito così per il bene del nipote: tanti ragazzi si disgustano della lettura perché l'insegnante assegna loro letture non adatte alla loro età, per esempio con Manzoni che tanti danno da leggere prima del tempo.
"Ma non è la stessa cosa!" ribatto "Prima di tutto Manzoni scrive in un italiano che oggi è piuttosto complesso per i ragazzi, anche per dei ragazzi toscani, mentre Wilde viene letto in traduzione e quindi in italiano moderno. E poi Manzoni non è Oscar Wilde".
Ne discutiamo per un po'; in effetti discutiamo non è il termine più adatto perchè entrambe siamo assolutamente tetragone e inamovibili dai nostri punti di vista: lei insiste sull'esempio di Manzoni come scrittore inadatto ai ragazzi, io ribadisco più volte e in varie maniere alcuni dati ai miei occhi assolutamente incontestabili, e cioè che il ragazzo per quel che ci risulta lì a scuola non è cerebroleso e che non si dovrebbe mai intervenire dall'esterno su un compito assegnato da un docente alla classe perché il docente conosce la classe e si suppone che dovrebbe sapere quel che fa (particolarmente nel caso della docente in questione) e caso mai i fanciulletti dovessero avere dei problemi col Ritratto - cosa pur sempre possibile - bene, ne parleranno con l'insegnante, giusto? E' una questione tra loro e lei. L'intervento dei congiunti non è previsto.
Dopo un po' mi cheto - vuoi perché parlare ai sordi non ha molto senso, vuoi perché alla fine non sono fatti miei. La collega poi mi spiega che non stava criticando la scelta dell'insegnante (e figuriamoci cosa avrebbe detto se avesse voluto criticarla, penso in cuor mio). Io mi scuso dicendo che mi sono fatta trascinare dalla foga perché la questione dei libri ridotti e rabberciati mi sta particolarmente a cuore, lei ribadisce che a lei sta particolarmente a cuore il fatto che il nipote non deve disgustarsi della lettura e della narrativa (e tira di nuovo in ballo il povero Manzoni che col Ritratto c'entra quanto i tradizionali cavoli a merenda) e la questione si chiude, in una atmosfera di presunta cordialità decisamente tenuta su con agli spilli.
Tre domande si agitano e tumultuano nel mio tenero e sensibile cuore, mentre ritorno a casa attraversando una campagna assai assolata ma di una bellezza incomparabile, che fonde l'oro di Giugno con il verde di Maggio;
1) la collega sarebbe intervenuta con altrettanto ansiosa premura se al posto del nipote ci fosse stata unA nipote? Perché a volte ho l'impressione che ci sia molta maggior preoccupazione di spianare gli ostacoli quando è un gioco un povero, tenero, tremebondo e un po' incapace maschietto, cui a tutti i costi devono essere evitati certi traumi che ne possano lederne l'autostima. Ma siamo davvero convinti che continuando a masticargli il cibo sopra ad una certa età la sua autostima non rischi di andarsene invece e a ramengo, e che più avanti il ragazzo non si ritrovi a dover fare più sforzi degli altri nell'affrontare gli ostacoli per col,pa della mancanza di esercizio? Ma soprattutto: siamo davvero così sicuri che davanti a una difficoltà non sia in grado di superarla egregiamente con le sue sole forze?
2) che io sappia, una persona amante della lettura non si disgusta facilmente della lettura solo perché gli è capitato di leggere un singolo libro che non gli è piaciuto, semplicemente da quel momento cercherà altri tipi di letture. Siamo sicuri che falsare a un giovinetto il primo incontro con uno degli scrittori più gradevoli del suo tempo lo aiuterà più avanti ad amare meglio la letteratura? Soprattutto, non sarebbe il caso che ognuno si faccia le sue personali preferenze basandosi sulle esperienze che ha avuto, belle o brutte che siano state? E abituarlo al cibo premasticato non finisce forse per peggiorare le cose, anziché migliorarle?
3) ma soprattutto: la collega ha parlato per ingenuità o confida vivamente che io spiattelli tutta la conversazione alla prof. Therral?
Ammetto che quest'ultima è una pura e semplice curiosità, e sapere la risposta non cambierà minimamente il fatto che la prof. Therral rimarrà del tutto all'oscuro di questa conversazione come minimo per molti e molti anni, a meno che non sia lei stessa a riferirgliela. Se il ragazzo ha voglia di raccontare nei dettagli il suo primo, assai condiviso e mediato, incontro con Oscar Wilde faccia pure, ma io mi rifiuto di impicciarmi, e ancor più di turbare sia pur in minima parte la serenità delle ben meritate vacanze della prof. Therral, visto che al suo posto, se qualcuno mi raccontasse di una simile intromissione nei compiti assegnati a un alunno, come minimo mi incazzerei come una biscia e assai probabilmente non ne farei mistero.
Infine una ultima considerazione si impone: Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo particolarmente famoso e molto citato, e anche di recente ne hanno fatto un film di un certo successo. Basta avvicinarsi a Google pensando la stringa di ricerca "ritratto di Dorian Gray" per vedersi suggerire una vera infinità di link con riassunti, recensioni e considerazioni varie dedicate a questo libro. Onestamente, non si può dire che il ragazzo sia stato messo in una situazione impossibile da affrontare assegnandogli quella lettura. Non era meglio che cercasse di venirne a capo per conto suo, parlandone con i compagni o interrogando la rete ed eventualmente gli stretti congiunti dopo essersi misurato con le eventuali difficoltà di approccio al romanzo? Insomma, prima di buttargli la ciambella non sarebbe stato meglio aspettare una sua qualche richiesta di aiuto un po' più circostanziata di "ma quanto è lungo questo libro" detta a copertina non ancora aperta?
domenica 30 giugno 2019
Sui trasferimenti dei docenti, ovvero "Attento a quel che speri perché poteresti anche ottenerlo"
Come tutti i lavori, insegnare ha i suoi lati positivi e e tra questi c'è il fatto di poter facilmente cambiare scuola, comune, provincia e regione trasferendosi da un posto all'altro in modo indolore compilando alcuni moduli. Tuttavia anche insegnare, come tutti i lavori, ha i suoi lati negativi e tra questi c'è il fatto di non poter occupare la vecchia e la nuova sede contemporaneamente. Su questo vado appunto a narrare ora una breve novelletta.
Di recente la scuola media di St. Mary Mead è stata impreziosita da due eccellenti insegnanti di Arte tanto bravi e simpatici quanto ricchi di iniziative, che lavoravano in perfetta sintonia tra loro. Abbiamo così assistito ad una improvvisa impennata dei vari istituti artistici della zona tra le scuole scelte dai nostri allievi alla fine del triennio.
Quest'anno le nostre due perle di gran pregio han chiesto il trasferimento, dichiarando che le possibilità di ottenerlo erano piuttosto alte. Anzi una delle perle si è spinta a dichiarare, qualche settimana fa quando già ero tornata a scuola, che se non l'avesse ottenuto ci sarebbe rimasto piuttosto male.
Giuro, gliel'ho sentito dire, con queste orecchie ancora piuttosto funzionanti nonostante l'età ormai non più giovanissima.
Mercoledì, quando sono giunta a scuola per lavorare in biblioteca, in Sala Insegnanti c'erano soltanto la Perla che ci sarebbe rimasta male se non avesse avuto il trasferimento e la Custode Decana.
"Allora, si è saputo qualcosa sui trasferimenti?" si è informata la Custode "Se non ricordo male dovevano uscire oggi".
"Sì, si è saputo, mi hanno mandato la comunicazione stanotte sul cellulare. All'una e un quarto ho avuto la sentenza".
"E... dunque?"
"E dunque ho avuto il trasferimento".
Io e la Custode ci guardiamo. Ahimé, così è la vita. Vegliate perché non sapete né il giorno né l'ora. Breve è il tempo della felicità, eccetera eccetera eccetera.
"Prof, allora le dirò che sono contenta per lei" ha detto la Custode con bel garbo, mentre io mi stiravo le labbra in un sorriso di convenienza e cercavo in cuor mio mendaci parole di rallegramento.
"Io invece non sono per niente contento, ma proprio per niente!".
"Beh, certo, una scuola nuova, con colleghi nuovi...".
"No, i colleghi li conosco e mi ci trovo bene e in quella scuola ho già lavorato. Non è per quello".
"E perché allora?" domando incuriosita.
"Mi mancherà la stanza di Arte, che qui è molto più grande. E poi i ragazzi".
"Ehm... i ragazzi in una scuola sono di passaggio, li avresti persi comunque di qui a poco" provo a consolarlo "Poi la scuola dove vai è più grande, qui nel paesello con la scuoletta di tre sezioni l'ambiente è un po' ristretto...".
"E' proprio questo il problema, la scuola è più grande e amplifica i problemi, non c'è quell'intesa che c'è qui tra i colleghi...".
Tramecolo in cuor mio. Siccome la scuoletta è piccola e l'intesa tra i colleghi profonda, ho avuto modo di seguire nei dettagli anche dai miei numerosi letti d'ospedale* un notevole scazzo avvenuto in primavera con la nuova VicePreside, dove peraltro secondo me lui aveva tanta di quella ragione che se ne avesse venduta al mercato in quantità e ne avesse esportata all'estero in quantità ancor maggiore, gliene sarebbe rimasta tuttavia più che a sufficienza da esibire dietro eventuale richiesta. Più di uno infatti sospetta che proprio quella vivace discussione sia stata all'origine della richiesta di trasferimento, e io lo sospetto con loro, anche se entrambi avevano assicurato che la cosa era stata ampiamente assorbita e lui e la VicePreside erano rimasti in rapporti più che positivi dopo essersi porti reciproche scuse.
Provo a racconfortarlo spiegando che anche qui da noi c'era qualche problema, e il fatto che l'ambiente sia così piccolo non aiuta minimamente ad assorbirlo. Quanto all'aula di Arte più grande...
"Tra l'altro stanno facendo gli stessi lavori che dobbiamo fare qui, quindi troverò la scuola nel caos perché per Settembre non han certo finito, quindi saremo concentrati in mezza scuola"
"Sotto questo aspetto, anche qui non siamo messi benissimo" gli ricordo "e non credo che nei container ci sarà posto per una grande aula di Arte. Anzi, se non altro lì hanno già fatto una parte dei lavori, qui dobbiamo ancora cominciare".
Non attacca, e lui continua a lamentare la sua ria sorte.
Per fortuna arriva qualche altro collega e le mie spalle vengono sollevate dal grave compito di portare conforto a chi non vuole essere confortato in alcun modo. Scappo in biblioteca e la Custode torna alle sue numerose incombenze.
La giornata è lunga, lo sconforto collettivo; giunge poi notizia che anche la seconda perla di Arte ha ottenuto il trasferimento, e anche lei non è per niente contenta. Se a questo aggiungiamo il fatto che neanche noi siamo per niente contenti, proprio no tesssoro, l'atmosfera non è delle migliori.
E qualcuno fa infine la domanda che frulla in testa a tutti noi: "Scusa, ma se non volevi il trasferimento, perché l'hai chiesto?"
"Ma mica pensavo che me lo dessero! L'ho fatto con grande leggerezza d'animo, giusto per non avere nulla da rimproverarmi, ma davvero non pensavo di ottenerlo!".
"Ma se l'hai chiesto perché non volevi rimpianti vuol dire che c'era qualcosa che ti attirava nella nuova sede. E se l'hai ottenuto contro tutte le aspettative, vuol dire che è proprio là che devi andare" prova a confortarlo un Sostegno con venature new age.
"Lo spero" è la cupa risposta "ma non sono convinto nemmeno un po'".
Le lamentele sono andate avanti per due giorni, con ampie sedute di autocoscienza con i colleghi con cui era più in intimità. Addirittura, di questo suo pentimento è stato fatto perfino cenno nel Collegio finale da una Preside piuttosto divertita, che non aveva comunque fatto il suo nome; e lui è uscito allo scoperto senza esitare "Sì, è vero!".
D'accordo, è un insegnante e gli insegnanti si lamentano sempre e comunque. Lui no. Almeno, non fino a quando gli hanno dato un trasferimento dietro sua precisa richiesta, nella sola e unica sede dove l'aveva richiesto.
Certo, qualche garbata lamentela in questi casi è quasi doverosa: mi mancherete tanto, tutti, qui mi sono trovato tanto bene, vi lascio con rimpianto e tutto questo genere di cose. Ma una roba così in vent'anni non l'avevo ancora vista (e adesso non lo dico più).
L'anno si chiude dunque con un certo carico di rimpianti e nessuna informazione su chi prenderà il posto delle nostre perle... e della Preside, che aveva pur qualche difetto ma, considerando dopo chi veniva, non era nemmeno priva di qualche pregio ai nostri occhi.
Quanto a me, avrò ancora l'orario ridotto con qualche ora per la biblioteca e molte storie e geografie. Di sicuro, non posso lamentarmi che i problemi medici che ho avuto non siano stati presi nella dovuta considerazione - e se riuscirò a fare un primo giorno di scuola seduta in cattedra invece che circondata da medici e infermieri, mi considererò più che fortunata.
* negli ultimi tempi del mio ricovero ho cambiato letto, reparto e padiglione non meno di una volta a settimana, spesso anche due
Di recente la scuola media di St. Mary Mead è stata impreziosita da due eccellenti insegnanti di Arte tanto bravi e simpatici quanto ricchi di iniziative, che lavoravano in perfetta sintonia tra loro. Abbiamo così assistito ad una improvvisa impennata dei vari istituti artistici della zona tra le scuole scelte dai nostri allievi alla fine del triennio.
Quest'anno le nostre due perle di gran pregio han chiesto il trasferimento, dichiarando che le possibilità di ottenerlo erano piuttosto alte. Anzi una delle perle si è spinta a dichiarare, qualche settimana fa quando già ero tornata a scuola, che se non l'avesse ottenuto ci sarebbe rimasto piuttosto male.
Giuro, gliel'ho sentito dire, con queste orecchie ancora piuttosto funzionanti nonostante l'età ormai non più giovanissima.
Mercoledì, quando sono giunta a scuola per lavorare in biblioteca, in Sala Insegnanti c'erano soltanto la Perla che ci sarebbe rimasta male se non avesse avuto il trasferimento e la Custode Decana.
"Allora, si è saputo qualcosa sui trasferimenti?" si è informata la Custode "Se non ricordo male dovevano uscire oggi".
"Sì, si è saputo, mi hanno mandato la comunicazione stanotte sul cellulare. All'una e un quarto ho avuto la sentenza".
"E... dunque?"
"E dunque ho avuto il trasferimento".
Io e la Custode ci guardiamo. Ahimé, così è la vita. Vegliate perché non sapete né il giorno né l'ora. Breve è il tempo della felicità, eccetera eccetera eccetera.
"Prof, allora le dirò che sono contenta per lei" ha detto la Custode con bel garbo, mentre io mi stiravo le labbra in un sorriso di convenienza e cercavo in cuor mio mendaci parole di rallegramento.
"Io invece non sono per niente contento, ma proprio per niente!".
"Beh, certo, una scuola nuova, con colleghi nuovi...".
"No, i colleghi li conosco e mi ci trovo bene e in quella scuola ho già lavorato. Non è per quello".
"E perché allora?" domando incuriosita.
"Mi mancherà la stanza di Arte, che qui è molto più grande. E poi i ragazzi".
"Ehm... i ragazzi in una scuola sono di passaggio, li avresti persi comunque di qui a poco" provo a consolarlo "Poi la scuola dove vai è più grande, qui nel paesello con la scuoletta di tre sezioni l'ambiente è un po' ristretto...".
"E' proprio questo il problema, la scuola è più grande e amplifica i problemi, non c'è quell'intesa che c'è qui tra i colleghi...".
Tramecolo in cuor mio. Siccome la scuoletta è piccola e l'intesa tra i colleghi profonda, ho avuto modo di seguire nei dettagli anche dai miei numerosi letti d'ospedale* un notevole scazzo avvenuto in primavera con la nuova VicePreside, dove peraltro secondo me lui aveva tanta di quella ragione che se ne avesse venduta al mercato in quantità e ne avesse esportata all'estero in quantità ancor maggiore, gliene sarebbe rimasta tuttavia più che a sufficienza da esibire dietro eventuale richiesta. Più di uno infatti sospetta che proprio quella vivace discussione sia stata all'origine della richiesta di trasferimento, e io lo sospetto con loro, anche se entrambi avevano assicurato che la cosa era stata ampiamente assorbita e lui e la VicePreside erano rimasti in rapporti più che positivi dopo essersi porti reciproche scuse.
Provo a racconfortarlo spiegando che anche qui da noi c'era qualche problema, e il fatto che l'ambiente sia così piccolo non aiuta minimamente ad assorbirlo. Quanto all'aula di Arte più grande...
"Tra l'altro stanno facendo gli stessi lavori che dobbiamo fare qui, quindi troverò la scuola nel caos perché per Settembre non han certo finito, quindi saremo concentrati in mezza scuola"
"Sotto questo aspetto, anche qui non siamo messi benissimo" gli ricordo "e non credo che nei container ci sarà posto per una grande aula di Arte. Anzi, se non altro lì hanno già fatto una parte dei lavori, qui dobbiamo ancora cominciare".
Non attacca, e lui continua a lamentare la sua ria sorte.
Per fortuna arriva qualche altro collega e le mie spalle vengono sollevate dal grave compito di portare conforto a chi non vuole essere confortato in alcun modo. Scappo in biblioteca e la Custode torna alle sue numerose incombenze.
La giornata è lunga, lo sconforto collettivo; giunge poi notizia che anche la seconda perla di Arte ha ottenuto il trasferimento, e anche lei non è per niente contenta. Se a questo aggiungiamo il fatto che neanche noi siamo per niente contenti, proprio no tesssoro, l'atmosfera non è delle migliori.
E qualcuno fa infine la domanda che frulla in testa a tutti noi: "Scusa, ma se non volevi il trasferimento, perché l'hai chiesto?"
"Ma mica pensavo che me lo dessero! L'ho fatto con grande leggerezza d'animo, giusto per non avere nulla da rimproverarmi, ma davvero non pensavo di ottenerlo!".
"Ma se l'hai chiesto perché non volevi rimpianti vuol dire che c'era qualcosa che ti attirava nella nuova sede. E se l'hai ottenuto contro tutte le aspettative, vuol dire che è proprio là che devi andare" prova a confortarlo un Sostegno con venature new age.
"Lo spero" è la cupa risposta "ma non sono convinto nemmeno un po'".
Le lamentele sono andate avanti per due giorni, con ampie sedute di autocoscienza con i colleghi con cui era più in intimità. Addirittura, di questo suo pentimento è stato fatto perfino cenno nel Collegio finale da una Preside piuttosto divertita, che non aveva comunque fatto il suo nome; e lui è uscito allo scoperto senza esitare "Sì, è vero!".
D'accordo, è un insegnante e gli insegnanti si lamentano sempre e comunque. Lui no. Almeno, non fino a quando gli hanno dato un trasferimento dietro sua precisa richiesta, nella sola e unica sede dove l'aveva richiesto.
Certo, qualche garbata lamentela in questi casi è quasi doverosa: mi mancherete tanto, tutti, qui mi sono trovato tanto bene, vi lascio con rimpianto e tutto questo genere di cose. Ma una roba così in vent'anni non l'avevo ancora vista (e adesso non lo dico più).
L'anno si chiude dunque con un certo carico di rimpianti e nessuna informazione su chi prenderà il posto delle nostre perle... e della Preside, che aveva pur qualche difetto ma, considerando dopo chi veniva, non era nemmeno priva di qualche pregio ai nostri occhi.
Quanto a me, avrò ancora l'orario ridotto con qualche ora per la biblioteca e molte storie e geografie. Di sicuro, non posso lamentarmi che i problemi medici che ho avuto non siano stati presi nella dovuta considerazione - e se riuscirò a fare un primo giorno di scuola seduta in cattedra invece che circondata da medici e infermieri, mi considererò più che fortunata.
* negli ultimi tempi del mio ricovero ho cambiato letto, reparto e padiglione non meno di una volta a settimana, spesso anche due
giovedì 20 giugno 2019
Chi siamo? Dove andiamo? E che ne sarà mai di noi?
| Gattini, ma non solo |
e serpenti tentatori o amichevoli col loro seguito di scimmiette
di mostri e di unicorni selvaggi
e di tante altre belle cose
senza contare che la biblioteca della scuola aveva infine preso a funzionare con un ritmo costante, per non dimenticare un lussuoso Erasmus Plus con gemellaggio con una classe polacca che aveva coinvolto senza risparmio alunni sia delle elementari che delle medie.
Tutto insomma andava per il meglio (tranne la disastrata salute di alcuni insegnanti nel cui numero non mi rallegravo affatto di essere inclusa) e sembravamo finalmente avviati a diventare una scuola moderna, efficace ed efficiente, che viaggiava al passo coi tempi e cercava attivamente di fare dei suoi alunni dei ragazzi preparati ad affrontare il mondo moderno e ad esplorare le potenzialità di tanti loro talenti.
Quest'anno, mentre io languivo in un malinconico letto d'ospedale e ampi stormi di medici delle più varie specializzazioni cercavano di venire a capo della causa dei miei mali e la mia collega di Inglese combatteva validamente la sua lotta contro cruda malattia mentre la decana del Sostegno collezionava ossa rotte quasi fossero francobolli o piattini di Limoges, tutta questa roba aveva dispiegato il suo fulgore e dato interessanti frutti - specie ad Arte dove i due insegnanti una ne pensano e trenta ne fanno.
Poi è arrivata la primavera. La mia salute stava rifiorendo, i capelli ricrescevano e Inglese stava rimettendosi in forze, mentre la decana del Sostegno si era infine applicata a fare qualcosa di più intelligente che continuare a fratturarsi ossa.
In un bel pomeriggio luminoso la mia più premurosa e fida collega tra le molte che mi avevano aiutato nei miei travagli mi aveva accompagnato a fare una spesa di dimensioni monstre e mentre io riponevo le varie derrate in cucina nei luoghi più acconci stava controllando le nuove notifiche sul cellulare, dove ha trovato un annuncio del Comune di St. Mary Mead dove il suddetto cercava un edificio adatto a fare da scuola media per l'anno successivo, quando la scuola suddetta sarebbe stata letteralmente rovesciata come un guanto per lavori relativi alla sicurezza, annuncio che una collega aveva visto per puro caso sul sito del Comune in questione e che aveva prontamente girato sul gruppo degli insegnanti su Whatsapp onde condividere con tutti loro il suo profondo sconcerto.
Così gli insegnanti, me compresa, hanno scoperto di punto in bianco che l'anno prossimo avremmo avuto altra sede, non si sapeva quale, mentre la nostra amata scuoletta sarebbe stata invasa da torme di operai al lavoro.
Prontamente sono stati chiesti chiarimenti alla Preside, che ha assicurato che ne sapeva esattamente quanto noi, e più esattamente quel poco lo sapeva solo da noi, perché nessuno al Comune aveva ritenuto opportuno informarla del piccolo dettaglio che una delle scuole che dirigeva stava per essere messa a scatafascio.
L'alveare di St. Mary Mead ha cominciato tosto a ronzare e sono arrivate le prime supposizioni: saremmo andati di qua, no, di là, nemmeno, forse a Monculi di Mezzo? Non è facile trovare un edificio a norma che possa ospitare nove classi più relativi bagni, e fotocopiatrice e...
Ma se andiamo a Monculi di Merzzo devono mettere anche un servizio pullmann, in aggiunta a quello che hanno già per le elementari. Ce li hanno, in Comune, abbastanza pullmann?
Ovviamente no.
Oppure... (calo di temperatura, stalattiti di ghiaccio che colando dal soffitto, brividi di terrore, coro di prefiche ululanti in sottofondo) sarebbero arrivati i container. Uno per classe.
Nove container? E dove li avrebbero messi, nove container? Ci voleva un bello spiazzo, oltre che l'allaccio di acqua, luce eccetera.
Forse di qua, no, forse di là, forse a Monculi di Sotto... chissà?
Ma se li mettiamo a Monculi di Sotto devono mettere anche un servizio pullmann, in aggiunta a quello che hanno già per le elementari. Ce li hanno, in Comune, abbastanza pullmann?
Ovviamente no.
E gli insegnanti, poi. Tanto vengono in treno e Monculi di Mezzo e di Sotto sono lontanissimi dalla stazione. Devono metterci una navetta.
Ma se non hanno i pullmann come fanno a metterci la navetta?
Facciano loro, ma non possiamo andare a piedi fino a Monculi di Sotto, sono quattro chilometri!
Chiunque abbia fatto scuola in un container (io ho avuto questo dubbio piacere per qualche mese) sa che non è una prospettiva attraente: gelidi d'inverno, torridi d'estate, afosi in primavera, umidi in autunno e piccoli in ogni stagione, i container non hanno nulla che possa raccomandarli al gradimento della popolazione scolastica.
Passiamo tutti una notte inquieta. Io all'inizio mi domando con orrore "E la biblioteca? Che fine farà la mia povera biblioteca?". Poi mi rispondo "La inscatoleranno, certo. Non è difficile da sistemare, una piccola biblioteca di scuola. Metteranno le scatole nel sotterraneo e staremo per un anno senza biblioteca. Beh, a questo si può sopravvivere".
Ben presto però una ben più grave domanda comincia a strisciarmi nel cuore: E LE LIM? Le nostre amate LIM, finalmente funzionanti, che ne sarà delle LIM?
"Le impacchetteranno come i libri" mi rispondo "E passeremo un anno senza LIM".
Sarebbe stata una prospettiva da strapparsi i capelli, se non fosse che io i capelli li avevo quasi tutti persi (da allora per fortuna sono ricresciuti, ma mi sono molto cari perché ne ho sentito moltissimo la mancanza quest'inverno, e quindi penso che non me li strapperò. Non subito, almeno; senza contare che sono ancora così corti che dovrei farmi la ceretta, per strapparli, e la trovo una prospettiva piuttosto dolorosa).
Delle LIM nessuno si era ancora preoccupato ma tutti convengono con me che no, nei container le LIM non le vedremo nemmeno col proverbiale binocolo. E attacca il coro delle lamentazioni.
Così ci hanno lasciato, tra color che son sospesi, per un buon paio di mesi, salvo occasionali voci di corridoio che dicevano che saremmo andati lì oppure là, che il Comune aveva già affittati i container, che a Monculi di Mezzo avevano già firmato il contratto, o che forse avrebbero fatto i lavori con noi dentro che ci spostavamo da una parte all'altra della scuola, oppure che...
Fin quando il Comune, stabilito che i container non crescono veloci come i cavolfiori e che a Monculi di Mezzo l'edificio che c'è non è in grado di ospitarci in modo congruo decide di congelare i lavori per un anno.
Sembra. Pare. Dicono. Ne è convinta anche la Preside.
E che una parte dei lavori la faranno d'estate.
Sembra. Pare. Dicono. Corre voce che.
In God We Trust. Ma siamo tutti mooolto preoccupati.
Ci aspetta una estate davvero interessante.
*Chiamasi così una sorta di divinità europea che finanzia costosi progetti multitask e multidisciplinari atti a fornire ai nostri alunni familiarità con le nuove tecnologie e i nuovi studi che vanno più di moda al momento. Questo era, niente meno, che sulla cibernetica.
venerdì 14 giugno 2019
Evelina - Fanny Burney
L'immagine a sinistra è la copertina della prima edizione italiana di Evelina pubblicata da Fazi nel 2001, dove viene riprodotto il ritratto fatto all'autrice da tal Edward Frances Burney e conservato alla National Portrait Gallery. E' l'edizione che ho in casa e che mi costò ben 38.000 lire nonostante l'aria pudica da tascabile del volume. Fu un salasso cui mi sottoposi volentieri perché sapevo che si trattava di un romanzo molto famoso in Inghilterra e ricordavo che Jane Austen l'aveva citato ne L'abbazia di Northanger. La prima volta che lo lessi però non mi fece una particolare impressione; va detto però che la lettura avvenne nel corso di alcune notti insonni dovute a una broncopolmonite particolarmente memorabile e probabilmente le condizioni piuttosto malandate non mi permisero di gustarne appieno tutte le raffinate sfumature. Stavolta è andata meglio, probabilmente perché è più facile godersi un buon romanzo (o qualsiasi altra cosa) quando si respira senza particolari difficoltà.
L'immagine a destra invece è stata una piacevole sorpresa, perché proprio in queste settimane è uscita la nuova edizione (l'altra era ormai esauritissima da anni). Il prezzo rimane lo stesso o quasi (20 euro) ma è cambiata la copertina, che adesso riproduce lo stesso quadro di Fragonard che Feltrinelli ha usato per I legami pericolosi e che qui ci sta come il tradizionale cavolo a merenda perché mai, in nessun punto della storia, la protagonista ha motivo di ritrovarsi a leggere una lettera con quell'espressione furbetta e maliziosa, anche perché malizia e furberia sono del tutto estranee alla sua natura (il che le crea un sacco di problemi).
Tutto questo preludio in sintesi sta a dire che il libro è stato finalmente tradotto in Italia vent'anni fa e adesso l'hanno ripubblicato e quindi chi vuole può procurarselo senza fatica. Amen.
Fanny Burney era una donna di buona cultura e di condizione sociale piuttosto elevata e per un certo periodo fu anche dama di corte della regina d'Inghilterra; quando parla del bel mondo e dell'alta società dunque sa bene quel che dice. Evelina è il suo primo romanzo (pubblicato anonimo nel 1778, quando la signora aveva 26 anni) e porta come sottotitolo "l'ingresso in società di una giovane signora". Il romanzo ebbe un grande successo e l'autrice viene considerata una delle madri del romanzo inglese; inoltre tutti hanno sempre lodato l'umorismo del libro e il suo stile brillante. Non io.
In tutta sincerità, qua dentro mi sembra che l'umorismo non compaia nemmeno per una visita di cortesia, anzi devo dire che entrambe le letture mi hanno lasciato con un certo senso di oppressione.
Evelina è una cara e bellissima ragazza di origini nobili; ma il suo perfido padre a un certo punto negò di essere mai stato sposato con sua madre, che ne morì di dolore. In seguito il padre si pentì amaramente della sua cattiveria, ma a quel punto era davvero troppo tardi per rimediare perché la bambina, per preciso desiderio della madre, venne presa in carico da un amico di famiglia che la allevò in campagna sotto falso nome e si guardò bene dal cercare di contattare il vero padre. Per una serie di circostanze verso i diciassette anni Evelina fa un viaggio da amici e si ritrova così senza averlo previsto a Londra nel bel mezzo della stagione mondana. Il suo non è un vero "ingresso in società" quanto un ritrovarsi in mezzo alla suddetta società senza l'ombra di un apprendistato o uno straccio di guida che sappia consigliarla e proteggerla. Aggiungiamo che si tratta di una ragazza di eccezionale bellezza; succede così che numerosi esponenti del bel mondo decidano che una così bella ragazza, ingenua e senza protezione, è una preda eccellente e provino a catturarsela a pro loro senza ombra di ritegno o riguardo, ricorrendo ai peggiori espedienti. A peggiorare la situazione della poverina, che per giunta madre natura ha dotato di un carattere estremamente dolce e fiducioso, c'è il fatto che l'unico uomo che sarebbe tenuto a proteggerla, ovvero il suo ospite, è troppo occupato ad architettare scherzi di più che dubbio gusto per prendersi a cuore i suoi problemi, arrivando pure, per mettere in atto i suoi scherzi del menga, ad allearsi col più accanito dei persecutori della fanciulla. Sua moglie, per quanto più consapevole della situazione, non sembra avere la forza d'animo di intervenire in difesa della poveretta opponendosi al marito (che sinceramente sembra una grandissima ed esimia testa di cazzo dalla prima all'ultima pagina in cui compare*), il suo padre adottivo è lontano e pure impelagato in questioni legali legate appunto ad Evelina... insomma, la poverina è molto sola.
Evelina è un romanzo epistolare del tipo più classico, dove le lettere vengono usate quasi soltanto per illustrare al lettore i vari spostamenti dei personaggi. Gli autori delle lettere sono tutti amici di Evelina e la grandissima maggioranza delle lettere sono scritte da lei medesima al padre adottivo - una specie di diario di viaggio, insomma, in cui la ragazza lo tiene al corrente nel dettaglio di tutte le sue vicende per averne consiglio o per deprecare i pasticci in cui riesce regolarmente a infilarsi. Ne viene fuori il ritratto di una ragazza molto cara, molto buona ma quasi completamente sprovvista della capacità di reagire in modo aggressivo con i suoi numerosi persecutori. Certo, Elizabeth Bennet o Emma Woodhouse saprebbero rimettere tutte quelle colle di pesce al loro posto con grande facilità, ma sono ragazze molto protette e in posizione sociale molto alta nella loro piccola cerchia - e anche la dolce Fanny di Mansfield Park, che pure si distingue per dolcezza di carattere e fa la parte della parente povera, ha comunque alle spalle Mr. Bertram che è sì disposto ad appoggiare Henry Crawford anche se Fanny non sembra volerne sapere, ma solo come pretendente e Henry sa benissimo che qualsiasi tentativo di seduzione finirebbe decisamente male per lui.
Insomma, più che il racconto dell'ingresso in società di una giovane dama Evelina sembra un manuale sulle molestie sessuali e su quanto sia difficile evitarle se sei indifesa e c'è qualcosa di agghiacciante nell'impudenza con cui la quasi totalità dei personaggi maschili (e parecchi di quelli femminili). I molestatori inoltre, quando vedono che le loro intenzioni non arrivano a buon fine, lungi dallo scusarsi o ritirarsi in buon ordine rimproverano assai la poverina per la sua presunta durezza di cuore (un po' come succede in Pamela di Richardson), dimostrando a tutti gli effetti di considerarsi in diritto di ricevere una positiva accoglienza - un atteggiamento senza tempo, a quel che sembra, che nonostante certi tratti della trama, come dire, piuttosto romanzeschi ne fa una narrazione a tutt'oggi piuttosto attuale.
Il quadro generale che il cosiddetto bel mondo offre di sé (compresa la vivace tendenza agli scherzi idioti e alle scommesse ancora più idiote) non è dei più attraenti e non c'è niente di strano agli occhi della lettrice (almeno quando la lettrice sono io) se Evelina per gran parte del romanzo vagheggi un ritorno alla tranquilla campagna dov'è cresciuta; tuttavia ci sono tre personaggi maschili che mostrano di considerare la fanciulla qualcosa di più di una preda di cui approfittare senza farsi problemi o di cui Infischiarsi alla grande: il padre adottivo, un personaggio che sta attraversando una grave crisi depressiva dovuta a un concorso di circostanze altamente sfavorevoli e che Evelina aiuta, dimostrando così di avere un carattere dolce ma non debole quando si tratta di intervenire per aiutare qualcuno, e il principe azzurro di turno, un compito e nobile gentiluomo, che anche se inizialmente considera la ragazza una povera sciocca ben presto cambia idea e soprattutto, durante tutto il corso del romanzo, non compie una sola azione disonorevole ma anzi mostra di conoscere molto bene il significato di parole come "educazione", "discrezione" e simili. Con lui Evelina si sposerà alla fine del romanzo dopo averlo amato con grande ardore per più di quattrocento pagine e da quel momento non le mancheranno né la protezione né la libertà di andarsene tranquillamente in giro senza dover temere insidie ad ogni passo.
Lettura consigliata, istruttiva, interessante, piacevole... ma non così divertente come la raccontano di solito, a mio avviso.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture, finalmente sotto un albero, in un giardino in fiore, o magari perfino al mare, con un po' di cautela per chi ha la pelle delicata e sensibile perché il sole finalmente arrivato scotta alla grande, con tutto il calore e lo sfolgorìo che ci si può aspettare a metà Giugno.
*senza offesa per le teste di cazzo, è solo un modo di dire: anch'io, come Evelina, ho un carattere dolce e cerco di moderare il mio linguaggio perché ben di peggio avrei da dire su quell'uomo come su quasi tutti i personaggi maschili del romanzo.
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giovedì 13 giugno 2019
Pace, calma e tranquillità (ultimo giorno di scuola)
![]() |
| Ritratto della prof. Murasaki l'ultimo giorno di scuola del più strampalato anno scolastico della sua carriera (almeno, si spera che sarà il più strampalato) |
Lunedì il mio orario prevede che entri alla seconda ora.
"Ci raggiungi al palazzetto, Murasaki?"
"Io non sono su nessuna classe, e nessuno mi ha parlato di nessun palazzetto. Vado a scuola e questo è quanto".
Così sono arrivata, nemmeno molto puntuale, poco dopo le nove. La scuola era silenziosa, silenziosa e deserta. Pareva la quiete dopo la tempesta.
Ho firmato, riordinato qualche pendenza della Mostra del Libro e poco dopo è arrivato il libraio a riprendersi i libri invenduti. La sera prima ero passata a lasciare l'incasso con tanto di lista degli omaggi. Avevano controllato i conti e andavano bene, anzi c'era un misterioso di più di ben trenta centesimi. Li ho infilati nella scatolina dei Fondi Neri, che uso quando vado per mercatini e trovo a buon prezzo libri altrimenti introvabili.
Due chiacchiere col libraio, poi tolgo i teli dai tavoli e li ripiego.
Raccatto gli omaggi e salgo in biblioteca a catalogarli.
Mezz'ora dopo rientrano torme di scolari ruggenti che imperversano su e giù per la scuola per un po'. Poi suona la campana della terza ora. Nuovo ruggito, e i ragazzi escono - senza gavettoni, a quel che ho capito, perché quando sono rientrati a scuola hanno trovato i rubinetti bloccati. Sospetto che la cosa sia illegale ma non è affar mio, e so che nessuno me ne chiederà conto.
Finita la catalogazione scendo e chiacchiero con i colleghi per qualche minuto. Sistemo un po' di scartoffie, saluto tutti, tutti mi salutano e poi, paciosa e tranquilla, torno a casa.
Anzi no, non torno subito a casa: decido di ricompensarmi con un bel pranzetto al ristorante asiatico di Lungacque, che è ottimo e a pranzo fa l'all you can eat a un prezzo veramente stracciato.
Entro nel ristorante asiatico, che di solito Lunedì è un posto assai tranquillo e silenzioso... e ci trovo torme si scolaresche urlanti che lo riempiono fino all'inverosimile.
E qualcuno viene anche da St.Mary Mead.
"Ciao, prof!" "Salve, prof!".
Mi imbucano in un tavolino molto appartato - nei limiti del possibile, si capisce.
Evidentemente non sono stata l'unica ad avere l'idea di festeggiare con un gustoso pranzetto cino-giapponese la fine dell'anno scolastico...
domenica 9 giugno 2019
Sono Pazzi Questi Insegnanti
Quarto giorno della Mostra del Libro. Trovandomi impossibilitata a dare il resto per mancanza di spiccioli a un alunno che aveva appena acquistato un libro mi sono scusata e gli ho detto di andare in classe, ché sarei passata quanto prima a portargli quangogli spettava.
Sono poi andata nella pasticceria davanti alla scuola dove il gentilissimo commesso di turno mi ha spicciolato l'ennesima banconota da venti euro*.
Munita della somma necessaria mi sono così recata in Seconda B a pagare il mio debito. Ma la classe era vuota.
"Mi scusi" domando alla custode "Dev'è adesso la Seconda B?"
"Non lo so, prof. La stavo cercando anch'io, perché un genitore è venuto a prendere suo figlio, ma non riesco a trovarla". Il tono della Custode è quello, vagamente sconsolato, di chi proprio non ricorda dove ha appoggiato le forbici, eppure le aveva in mano fino a un momento prima, e non di chi ha appena perso venti ragazzi venti, tutti ampiamente minorenni.
La Custode è una persona coscienziosa quanto giudiziosa, e d'altra parte una classe non è roba che possa essere finita per sbaglio in un sacchettino o roba del genere, né la scuola media di St. Mary Mead ha mai goduto della sinistra fama del Triangolo delle Bermuda che vanta al suo interno la sparizione di intere navi e aerei di linea, passeggeri ed equipaggi compresi.Tuttavia questo tipo di scene si è ripetuto con una certa regolarità per tutta la settimana appena trascorsa**.
Come ho già avuto modo di spiegare, la fine dell'anno scolastico presenta dei momenti di criticità che spesso e volentieri atterrano e attappetano lo sventurato docente ormai stremato da un anno di fatiche. Tuttavia, per puro amore di giustizia, occorre ammettere che non di rado lo stimato docente ci aggiunge anche del suo.
Quest'anno una ventata di follia sembra essersi abbattuta sugli insegnanti di St. Mary Mead nessuno escluso, a partire dalla sottoscritta che ha deciso, ancora convalescente, del tutto spontaneamente e di suo genio di imbarcarsi nell'organizzazione della Mostra del Libro, ovvero un complesso tour de force che ha dovuto gestirsi completamente da sola e che le ha divorato l'ultima settimana dell'anno scolastico.
E perché proprio l'ultima settimana?
Perché qualche bello spirito le ha suggerito "Falla l'ultima settimana, quando facciamo anche la Festa della Scuola, così c'è più movimento".
Ed effettivamente, sul fatto che ci fosse molto movimento non c'è da discutere.
La Festa della Scuola è una tradizione locale usualmente organizzata e gestita dal Comitato dei Genitori e si tratta in sintesi della solita festicciola dove le classi mangiano e ballano e fanno gran confusione mentre i genitori servono da mangiare e da bere, gestiscono malamente un impianto sonoro e fanno gran confusione. Quest'anno è stato deciso di aggiungerci varie attività didattiche allo scopo di mostrare ai genitori in questione che belle cose abbiamo fatto insieme ai loro figli. In sintesi: una esposizione di vari elaborati per Arte e Immagini (tra cui una fascinosa collezione di similvasi greci), pacchettini di biscotti (no, niente arti domestiche per noi, solo cucina molecolare - almeno così ho capito) e lettura di brani da Inferno, Purgatorio e Paradiso nella loro sede naturale, ovvero Inferno nei sotterranei, Purgatorio al piano terra appena dopo la Mostra del Libro, Paradiso al secondo piano, con ragazzi bianchi, rossi o celesti a seconda dello status loro assegnato - con la prof. Murasaki che ha avuto il suo attimo di gloria quando ha esortato con voce forte e chiara "Giù! Chi deve andare all'inferno ci vada adesso!" - più lettura di haiku scritti dai ragazzi stessi medesimi in un angolo della scuola giapponesizzato per l'occasione. Il tutto doveva durare dalle quattro alle sei, e naturalmente è andato avanti fino alle sette e mezzo quando l'ultimo dei ragazzi si è tolto il trucco rosso, dorato o celestiale e la bardatura nera, grigiolina o bianca assegnate al loro status ultraterreno.
Il giorno prima: concerto di Musica cantata di mattina, esposizione dei giochi del PON di Matematica nel pomeriggio - doveva finire alle cinque ed è andato avanti fin quasi alle sette.
Due giorni prima: montaggio della Mostra del Libro per tutto l'atrio.
Durante tutta la settimana: Mostra del Libro che imperversava, con relativa Visita Turistica delle due quarte e delle due quinte dalle elementari.
Durante tutta la settimana: tornei sportivi di tutta la scuola in non so quante discipline, con gare negli interni e negli esterni e torme di alunni che andavano e venivano ovunque.
E per concludere in gloria, Venerdì pomeriggio grande Tornata di Scrutini per tutte le classi delle medie di St. Mary Mead e di Crifosso.
ll tutto ulteriormente condito dall'improvviso arrivo di un caldo prettamente estivo dopo due mesi di tardo inverno.
Di conseguenza durante tutta la settimana nessuno è riuscito a impostare una decente ora di lezione, pochi hanno dormito, tutti abbiamo lavorato come castori e il tasso di inquinamento acustico della scuola ha toccato vertici mai visti ma certamente ben uditi da chiunque abitasse nel paese mentre non c'era un singolo insegnante che fosse uno che avesse mantenuto il ben dell'intelletto - anche se si potrebbe giustamente osservare che il fatto stesso che tutta questa roba fosse stata messa in campo in contemporanea dimostra in modo inequivocabile che il ben dell'intelletto già da tempo ci aveva abbandonato tutti quanti.
Conclusione: per quanto i ragazzi si siano divertiti moltissimo, che è una bella cosa, purtuttavia l'anno prossimo sarà forse più assennato, oltre che più prudente, scaglionare con cura tutte queste belle attività, non fosse che per evitare di stressare troppo i poveri genitori che alla fine della settimana avevano l'aria suonata almeno quanto noi.
La Mostra del Libro va ancotra smontata, ma questi son dettagli.
*"E non potevi portarti un fondo cassa con un po' di spiccioli invece di disturbare i negozianti dei dintorni?".
Oh sì che potevo, e me lo sono portato dietro per ben tre volte, ma è stato fagocitato. Quest'anno di soldi a quella Mostra ne sono circolati meno del solito, ma tutti tagli interi. Il trionfo della banconota da 50 euro, terrore di ogni negoziante.
**Per la cronaca, la Seconda B si è poi rimaterializzata dal nulla all'ora successiva. Dopo un paio di domande andate a vuoto ho deciso di sospendere le indagini - e del resto cos'è e come funziona un corridoio interdimensionale lo sappiamo tutti, giusto?
lunedì 3 giugno 2019
Documenti fantastici e dove NON trovarli
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| Per risolvere misteri grandi non basta un investigatore grande: ci vuole un grande investigatore |
Al mio rientro ai primi di Maggio mi aspettavo dunque di trovare, oltre a un certo casino in biblioteca, svariati pacchi di libri in paziente attesa di catalogazione e un bel pacco pieno di fermalibri e cancelleria varia, come giusto premio per la mia incrollabile dedizione alla nobile causa bibliotecaria che né le vicissitudini mediche né le difficoltà logistiche avevano potuto piegare.
Invece ho trovato un pacco solo: quello con gli omaggi degli editori per #ioleggoperché e i libri acquistati dai genitori.
Come mai proprio quello?
Perché in #iopleggoperché la Segreteria non interviene in alcun modo, e gli organizzatori trattano soltanto con i bibliotecari. Sanno loro perché.
Così, già il primo giorno del mio epico ritorno, recuperate le varie liste di richieste e di promesse, sono scesa nella Segreteria in questione e, dopo i doverosi mirallegri, e la trovo bene professoressa, e che piacere rivederla e analoghe frasi di circostanza ho chiesto dov'era scomparsa tutta la roba che mi aspettavo di trovare.
Grandi cascamenti dalle nuvole, non sanno, non ricordano, non c'erano... (beh, una davvero non c'era perché è arrivata a Settembre, e "di tutto questo non sapeva niente". Non ho avuto alcuna difficoltà a crederle, considerando come lavorano lì dentro).
Eh, una richiesta fatta a Giugno... è difficile ritrovarla... anche la lettera per il Giralibro...
Sono rimasta calma e sorridente e sono andata a tirare Maestra Tina per la coda. Lei può tutto, non so come mai. E non so nemmeno perché simpatizza con me e con la biblioteca delle medie, ma è l'unico filo affidabile che posso tirare.
E come sempre Maestra Tina ha fatto il miracolo e tutte le lettere sono rispuntate - anche perché una gliel'ho portata io.
Ma in cuor mio mi domando: come accidenti è possibile che sia "difficile" trovare traccia di qualcosa spedito l'anno scorso? Un registro del protocollo ce l'hanno, visto che mi avevano mandato la fotocopia corredata appunto di numero di protocollo di una di quelle lettere.
Possibile che non abbiano un titolario per classificare la corrispondenza? Mi sembra incredibile, ma è l'unica spiegazione visto che già altre volte si sono mostrati in difficoltà nel ritrovare carte di vario tipo, e non certo solo con me.
Comunque, anche senza titolario ufficiale, anche con una classificazione fatta a occhio e con lo spannometro, i documenti di una scuola dovrebbero ritrovarsi con una certa facilità; dopotutto siamo sì un comprensivo con vari plessi, ma a quel che ho capito passiamo di poco i mille alunni, e le categorie in cui dividere la corrispondenza di una scuola come la mia non sono poi infinite. Non siamo un Istituto Superiore con settecentotrenta indirizzi diversi, tre lingue e via dicendo. Siamo due materne, due elementari e due medie.
Torno alla scuola media e mi metto a fare colazione. Intorno a me tutti si interrogano sulle solite grandi questioni: chi siamo? Donde veniamo? Qual è il nostro codice fiscale? E, soprattutto: rispetto all'anno scorso le competenze degli alunni sono cambiate? Perché ormai i prescrutini incombono e sarebbe il caso di lavorarci un po' su...
"Qualcuno ha chiamato la Segreteria?"
"Io l'ho chiamata" sospira la VicePreside. Ha l'aria Triste&Stanca. Ce l'ha sempre, quando riferisce le sue conversazioni con la Segreteria "Hanno detto che non lo sanno e chiederanno alla Preside. Ci faranno sapere".
"Se non ne sanno niente vuol dire che dal Ministero non è arrivato niente di nuovo, nel qual caso basterà che mandino quelle dell'anno scorso".
"Seee, se sanno dove trovare il modulo..."
In quel momento capisco che i miei problemi sono solo una goccia nel profondo fossato che circonda la scuola di St. Mary Mead.
"Qualcuno ha conservato una copia del modello dell'anno scorso?"
Tutti scuotono la testa melanconici. Qualcuno mi guarda con aria speranzosa.
"No, io butto sempre via tutto quando ho finito di inserirlo" assicuro "ma ricordo di aver visto il file sul computer".
Ricordo anche di essermi domandata "A che ci serve tenere il file ora che gli scrutini sono finiti?" ma non lo dico. Adesso lo so, a cosa serve.
Non è necessario essere stati archivisti per quattro anni per conservare le copie dei documenti più strani. Basta essere in questa scuola da qualche tempo, e avere imparato come (non) funziona la nostra Segreteria.
E infatti il modulo delle competenze salta fuori.
E, col tempo, sono saltati fuori anche i libri che avevo ordinato.
Quanto al Giralibro... ho chiamato facendo un pianto greco che non finiva più, e la mia malattia, e l'ospedale, e la richiesta che era scomparsa... e alla fine mi hanno riammesso almeno per quest'anno, anche se la domanda era ormai scaduta.
Perché siamo in Italia e, per quanto le leggi siano strampalate, a volte basta un pianto greco per risolvere tutto.
A volte.
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