Il mio blog preferito

venerdì 17 maggio 2019

La gemma della corona - Paul Scott (dal 2020 anche "Il gioiello della corona")


Ed eccomi qui a presentare il primo volume di the Raj Quartet, ovvero una tetralogia di cinque romanzi composta di tre libri, almeno in Italia.

Ma andiamo per ordine perché la storia è un po' confusa. No, non la vicenda narrata, proprio la storia editoriale.
Tra il 1965 e il 1975 Paul Scott, scrittore inglese di una qualche rinomanza, pubblicò i quattro romanzi che formarono poi il ciclo detto "Il quartetto indiano": La gemma della corona nel 1966, Il giorno dello scorpione nel 1968, Le torri del silenzio nel 1971 e infine A Division of the Spoils nel 1975. Nel 1977 fu poi la volta di Staying On, che raccontava il seguito della vicenda e con cui Scott vinse il Booker Prize. Nel 1978 lo scrittore morì, e questo chiuse definitivamente la questione e il ciclo narrativo che a quel punto constava   di quattro, anzi cinque romanzi dedicati alla fine del dominio inglese in India. L'avvenimento principale soprattutto del primo romanzo accade nel 1942, ma la vicenda nel suo complesso comincia nei tardi anni 20 e sfuma negli anni Cinquanta. 
All'inizio i romanzi del Raj Quartet non suscitarono un grande entusiasmo, ma con il passare degli anni il successo dei libri montò e la critica ne parlò come di un capolavoro. Nel 1984 poi venne fatta una serie televisiva. 
A quel punto Garzanti decise di tradurre il Quartetto, e annunciò cotal mirabile evento con trombe e tamburi e striscioni trionfali. Spulciando la pagina culturale della Repubblica (che un tempo, incredibile ma vero, era un giornale di un certo pregio) trovai la notizia, fatta scivolare col tono di chi annuncia un evento di eccezionale portata. Forse fu proprio per questo che decisi di comprare quei libri, perché in effetti non avevo mai sentito nominare Paul Scott prima di allora né mi ero mai interessata granché dell'India o delle vicende degli inglesi in India e insomma dell'India sostanzialmente me ne fregavo*.
Comunque comprai i libri, anche se li trovavo un po' cari. Comprai il primo, comprai il secondo, poi comprai il terzo... e no, non ho mai comprato il quarto perché il quarto non è mai uscito in Italia** e figuriamoci se s'è visto il quinto, sia pure col binocolo. A quel tempo Garzanti aveva la simpatica abitudine di lasciare la pubblicazione dei cicli incompleti se così gli girava, o se detti cicli non vendevano abbastanza, o se cambiava politica editoriale oppure boh - sta di fatto che lo faceva spesso e io ci ho battuto le corna diverse volte, deprecando moltissimo la cosa.
Per fortuna Paul Scott aveva scritto quattro romanzi autoconclusivi, anche se continuavano a rigirarsi gli stessi avvenimenti e gli stessi personaggi, pur visti in chiavi e sotto punti di vista diversi - ad ogni modo finito ogni volume avevo l'impressione che a quel punto la storia fosse completa e l'autore ci avesse già detto tutto quel che gli interessava dirci, quindi non passavo il tempo a domandarmi cosa sarebbe successo dopo e cose del genere. 
Aggiungo che non mi è mai capitato di leggere qualcosa di Paul Scott in inglese, ma non lo trovavo facilissimo nemmeno in italiano e quindi non ho mai avuto la tentazione di provare a leggermi la versione originale - del resto, che c'era anche un quarto romanzo l'ho scoperto solo qualche anno fa, e sono venuta a conoscenza dell'esistenza di un quinto per puro caso la settimana scorsa, mentre spulciavo in rete per cercare qualche notizia sul quarto.
Per concludere questa contorta presentazione, aggiungerò che questo tipo di struttura mi è piaciuto molto perché amo i giochi di specchi.

Partiamo ordunque con La gemma della corona.
Siamo nel 1942, nell'immaginaria città di Mayapore. Anzi no, siamo negli anni 60 quando un... insomma, qualcuno, fa un viaggio dall'Inghilterra a Mayapore per raccogliere le testimonianze che gli permetteranno di ricostruire il dramma avvenuto tanti anni prima, una storia di violenza - da intendersi proprio come violenza carnale - subita da una giovane inglese ad opera di alcuni indiani: il fatto del giardino del Bibighar, che è un palazzo assai cadente con una storia molto particolare. Caratteristica di questo giardino è che non ci va mai nessuno... beh, quella notte però ci andarono un sacco di persone. Ma siccome di solito non ci andava nessuno la giovane inglese, Daphne, lo usava volentieri per incontrarsi col suo amico indiano Hari Kumar. Perché, di fatto, nell'India coloniale le amicizie tra inglesi e indiani non erano in alcun modo incoraggiate. Certo, non erano proprio illegali ma una giovane inglese e un giovane indiano non avevano un posto dove potessero incontrarsi per fare una chiacchierata in pace: i locali accessibili agli indiani non lo erano per gli inglesi e viceversa; restavano le case, certo: in alcune case inglesi e indiani si incontravano in amicizia, ma erano poche e soprattutto le case hanno la strana abitudine di essere abitate e una cena formale in presenza di genitori e zie non era esattamente la stessa cosa di un posto dove stare insieme tranquillamente da soli, di quella solitudine che si trova solo nei posti frequentati da molta gente come ristoranti, sale da ballo eccetera.
Daphne è nata in India ma ha passato buona parte della sua vita in Inghilterra, come Hari. E' inglese, ma del tutto priva di quella spocchia verso gli indiani che è obbligatoria per gli inglesi in India. Insomma, non sa rapportarsi con gli indiani nel modo giusto e ha la stravagante tendenza a considerarli esseri umani suoi pari. Hari è cresciuto in Inghilterra, nei college inglesi, frequentando amici inglesi e famiglie inglesi. Finché è stato in Inghilterra la cosa era del tutto normale, ma arrivato in India è ridiventato indiano e i suoi rapporti con gli inglesi sono completamente cambiati - perfino con gli inglesi che in Inghilterra frequentava senza problemi. Il guaio è che lui si sente assolutamente inglese e quindi in India si trova malissimo. Per giunta il suo rapporto con Daphne è vieppiù complicato dalla gelosia che altri provano nei suoi confronti - perché ci sono inglesi che semplicemente non sopportano che lui si consideri a sua volta un inglese. In India Hari si trova malissimo e soprattutto è terribilmente solo.
Di fatto, lui e Daphne non sono nemmeno una coppia maledetta dalle stelle, come Giulietta e Romeo: sono una coppia che semplicemente non dovrebbe esistere. Anche se non fosse intervenuto il fatto del giardino del Bibighar, lui e Daphne non avrebbero mai avuto la possibilità di diventare una coppia "normale" - insomma, di quelle che si conoscono, si frequentano, si mettono insieme e poi si sposano per iniziare una vita in comune. E' una coppia che non ha mai avuto una possibilità, e quel poco che i due han potuto fare hanno dovuto farlo di nascosto, a dispetto di tutto e di tutti, e sempre con la certezza di non avere un futuro come coppia davanti a loro. Almeno, così la vede la zia di Daphne nel secondo volume, e dopo tutte quelle pagine dedicate al perverso rapporto che lega inglesi e indiani, così finisce per vederla anche il lettore. L'unica che si è sempre rifiutata di vederla in quei termini era, appunto, Daphne - una ragazza molto coraggiosa, con quel tipo di coraggio che se non c'è un ponte ci si butta nell'acqua e si confida che la corrente ti depositerà nel punto giusto.
Il romanzo si snoda in una lunga spirale. Ci vuole tempo perché il lettore si renda conto di quel che è successo - la storia all'inizio viene presa molto, molto alla larga attraverso lunghe testimonianze, che descrivono un India dove gli inglesi abitano da estranei, costretti a fare causa comune volenti o nolenti e senza mai darsi una sola, reale possibilità di incontrarsi e capirsi davvero con gli indiani in mezzo ai quali vivono, non importa quanto intelligenti, sensibili o ben intenzionati possano essere. Daphne prova a costruire un ponte, o almeno a traversare il fiume a nuoto. Ha coraggio sufficiente per mettersi in gioco, ma il coraggio e la disponibilità non bastano, per quanto siano forti. 
Proprio per questo, forse, decide di tenere il bambino, anche se sa che non basta essere forti, anche fisicamente: sarà il suo stesso cuore a tradirla - non in senso metaforico, ma proprio fisico: già dalle prime pagine sappiamo che quella giovane inglese così forte e un po' goffa non è sopravvissuta al parto, e che ha partorito nonostante sapesse benissimo che molto probabilmente non ce l'avrebbe fatta - anche se probabilmente ce l'avrebbe fatta se avesse accettato il parto cesareo. Ma no, voleva fare le cose nel modo giusto - probabilmente nella speranza che, una volta che avesse pagato pegno per la sua insubordinazione alle leggi non scritte, le cose in qualche modo si sarebbero sistemate. Ma sembra di capire che così non è stato e la bambina che è nata come risultato di tanta sofferenza è considerata come qualcosa di intoccabile e di inaccettabile, soprattutto tra gli inglesi. Sappiamo che Daphne sarebbe stata assai lodata se avesse scelto di abortire e non averlo fatto viene considerata una ulteriore forma di insubordinazione - scopriamo così che il tanto sospirato diritto all'aborto, per cui le nostre madri si sono battute ferocemente, veniva considerato un obbligo più che un diritto in certe circostanze, ad esempio quando la razza risulta contaminata. Non dimentichiamo che siamo nel 1942, quando il razzismo era di gran moda anche tra gli inglesi, che pure hanno combattuto con tutte le loro forze contro i nazisti.
La particolarissima tecnica di narrazione, che sfrutta le testimonianze di chi già sa com'è finita la storia perché ormai è passato abbastanza tempo da saperlo con sicurezza, ci avvicina alla vicenda in modo graduale, con continui cambi di prospettiva, accostando sempre nuovi tasselli in un disegno che continua a cambiare sotto ai nostri occhi fino a solidificarsi in una immagine chiara e precisa, così come chiara e decisa è l'ultima voce che sentiamo, quella di Daphne, che contro ogni previsione riesce infine a dare la sua versione.
Sempre grazie a questa tecnica, il vero autore del disastro finale passa quasi inosservato, e agli occhi del lettore risulta al momento  una vittima delle circostanze e dei suoi demoni interiori - interpretazione nel complesso non sbagliata, ma che si arricchirà in futuro di molti aspetti imprevedibili che soltanto la misteriosa "sorella Ludmilla" riuscirà a identificare sin dall'inizio.
E' un bel libro, di quelli che continuano a tenere compagnia al lettore anche molti giorni dopo che l'ultima pagina è stata letta. Un tempo quasi introvabile, grazie all'editore Fazi si può trovare facilmente dal 2021 sia in libreria che in biblioteca col titolo Il gioiello della corona.
Con questo post (rimaneggiato nel 2023) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* da allora ho decisamente cambiato idea
** dversi anni dopo la pubblicazione di questo post le cose sono cambiate e Fazi ha pubblicato tutta la quadrilogia, compresa la Divisione delle spoglie che è uscito nel 2023. 
Arriverà mai il quinto libro? Ah, saperlo, saperlo...


mercoledì 8 maggio 2019

Ritorno a dosi omeopatiche e scoperte archeologiche (post meditativo)

Tutti gli anni, ai primi di Maggio, a St. Mary Mead c'è un giorno di mercato speciale con banchetti diversi dal solito, e  tutti gli anni la prof.Murasaki, che in questa stagione di solito viene a scuola in moto(rino) si ritrova ingarbugliata in un dedalo di sensi unici invertiti e divieti di transito nei punti più impensati che rendono una vera impresa raggiungere la scuola. Tutti gli anni la cosa per lei sarebbe molto facilmente  rimediabile parcheggiando alla stazione e affrontando la camminata di circa 400 metri che la separa dall'edificio della scuola media, ma tutti gli anni la detta prof. Murasaki casca dal pero come se mai tal mercato-fiera si fosse verificato in precedenza, e quando se ne accorge anche raggiungere il parcheggio della stazione è impresa ormai disperata, per cui tanto vale aggrovigliarsi nelle tre-quatto strade che formano l'impianto centrale del paese di St. Mary Mead finché in qualche modo misterioso la scuola appare.
E così ho fatto anche stamani, imprecando la ria sorte che ha voluto che il mio rientro dopo dieci mesi di assenza coincidesse con il mercato-fiera e approdando infine a scuola con dieci minuti secchi di ritardo che nessuno ha avuto il cuore di rimproverarmi, grazie alla bontà d'animo che ispira tutti nei miei confronti in questo periodo (all'uscita però, mentre giravo in lungo e in largo tutto il mercatino per fare shopping, imprecavo assai meno). 
La scuola era tranquilla, quasi silenziosa, e nessuno aveva niente di particolare da farmi fare.
Ho firmato il registro, scoperto che c'erano ben due scioperi in arrivo più una assemblea sindacale, guardato un po' di carte sul tavolo e accettato con bel garbo di fare una sostituzione di qui a due giorni, mi sono fatta fare una fotocopia del mio orario e mi sono infine accinta ad andare in biblioteca.
Prima però ho deciso di rimettere in ordine lo scaffale dei dizionari, che giacevano piuttosto affastellati - e sepolti tra i dizionari di inglese ho scoperto una pila di volumetti... sui parchi e le riserve in Toscana.
Nessuno ne sapeva nulla. 
Li ho esaminati. Erano bei volumetti, e l'editore Giunti li aveva prezzati sette e nove euro cadauno, che non risultava nemmeno un prezzo del tutto iniquo. Erano accurati, con bellissime illustrazioni e descrizioni accurate delle oasi protette e degli usi e costumi delle creature che li abitavano, piante o animali che fossero. 
Potevano essere un regalo per le scuole dalla Regione, un premio ottenuto in un qualche concorso, o il risultato di qualche iniziativa altamente didattica : molte e misteriose sono le vie con cui una pubblicazione arriva a scuola - ma era chiaro che nessun alunno né alcun docente li aveva mai degnati di una pur fuggevole attenzione, perché erano belli e intatti in quel modo che caratterizza solo le pubblicazioni intonse.
Così ho provato a chiedere alle custodi e ho così scoperto che quella roba - in effetti pubblicata nel 2006 e 2007 - era arrivata a St.Mary Mead poco prima di me. Alle custodi fu venne detto Di "metterle lì" e loro l'avevano messe lì, ovvero in un angolo ben riparato di un grosso armadio dove sta l'archivio delle carte della scuola, e dove mai sono arrivate le mie operazioni di riordino e dissepoltura. Da lì erano state poi spostate per far posto a non so quali fascicoli di carte, ed era stato detto loro di "lasciarli sugli scaffali".
Perché proprio sullo scaffale che dalla notte dei tempi era riservato ai dizionari di inglese?
Forse perché aveva qualche angolo vuoto (il grossi dei dizionari di inglese, comprensibilmente, nel corso dell'anno scolastico si trova nelle classi).

Mentre li sfogliavo meditavo. Erano chiaramente libretti nati con delle pretese. Erano stati fatti, progettati ed eseguiti con cura. Un classico "sussidio scolastico". Poi erano arrivati alla scuola di St. Mary Mead e il loro destino era stato un malinconico letargo in un angolo buio di un armadio assai scarsamente frequentato. Potevano essere usati per Scienze o per Geografia, e pure per educazione civica - o almeno per decidere dove portare le classi in gita scolastica. Con un po' di buona volontà, perché erano un buon numero ma non sufficienti per una classe, nemmeno per le classi di St. Mary Mead che a volte sono davvero poco numerose.
Adesso che li ho trovati ne catalogherò una copia per la biblioteca dei ragazzi e una copia la metterò nella sezione locale della biblioteca per gli insegnanti.
Non è il primo caso che incontro di Cadavere da Progetto Didattico che lo Stato ci offre e che viene prontamente accantonato senza nemmeno guardarlo. Del resto, può essere molto utile a un insegnante che imposta un certo tipo di programmazione, ma può risultare abbastanza inutile per tutti gli altri che lavorano in altro modo (e di certo non può risultare di alcuna utilità per chi nemmeno sa che esiste). 
Come quella bella serie di DVD sugli etruschi che arrivarono quando già i programmi di storia delle medie partivano dalla caduta dell'impero romano da tre o quattro anni, e comunque all'epoca non avevamo nemmeno mezza LIM, anzi nemmeno sapevamo che le LIM esistevano.
Beh, certo, l'intenzione di chi li ha mandati era buona, ma forse l'arrivo andava un po' concordato.

Molti si domandano spesso come fa lo Stato italiano ad avere il deficit che ha, e ne conclude che i politici non fanno altro che rubare.
Senza voler dubitare della tendenza di molti politici a rubare, ecco, a volte penso che una delle risposte possa essere in quelle massicce donazioni di volumetti e DVD scarsamente ponderate. Certamente non sono state loro a darci il terzo debito pubblico del mondo, ma hanno pur sempre svolto una loro piccola ma indispensabile parte in tutto ciò.

venerdì 3 maggio 2019

La crociata dei gatti - Wilhelm Speyer

Il libro che vado a presentare oggi è una storia di pazzi e il lettore italiano del XXI secolo è portato a sgranare gli occhi sempre di più mentre lo legge.
Dire che è una storia di pazzi tuttavia non è lo stesso che dire che manca di un suo fascino, e aggiungo che il fascino è solo in piccolissima parte dovuto ai gatti, che nonostante il titolo e la storia fanno solo minime comparse - che forse è un peccato, ma l'autore probabilmente non ha avuto torto a regolarsi così.

Tutti noi abbiamo sentito parlare di molte crociate: la prima crociata, la crociata contro gli albigesi, la crociata bizantina, la crociata dei bambini, le crociate contro Internet eccetera. Di crociate dei gatti però credo che nemmeno il più esperto di storia abbia mai sentito dire niente - e a ragione, perché non c'è stata. Sarebbe magari più esatto parlare di una crociata per i gatti, ma comunque storicamente non è attestata nemmeno quella.
Il libro tra l'altro nell'originale tedesco avrebbe un titolo diverso, che fa riferimento alla lotta sostenuta da una classe di liceo. La vicenda ivi narrata è inventata di sana pianta - insomma si tratta di un racconto di fantasia, scritto da un tedesco di origini ebraiche nel 1928, tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 (con in copertina un fantastico gatto certosino che guarda il mondo con aria sognante) e purtroppo completamente dimenticato per molto tempo. Nel 2006 è stato pubblicato dalla casa editrice Medusa con lo stesso titolo e una nuova traduzione,  e a quel che ho capito è tuttora in commercio per chi avesse voglia di comprarlo - che non sarà operazione indolore perché spennano l'acquirente con ben 16,50 euro per un volumetto di 172 pagine che oltretutto contiene una non scarsa quantità di errori di stampa. Il quadro in copertina, dipinto da tal George Cruiksbank nel XIX secolo,si intitola Pioggia diluviana immagino si riferisca al celebre detto inglese "piovere a cani e gatti" che sta ad indicare una pioggia molto intensa.
Siamo alla fine degli anni 20, in Germania, in un liceo classico e quindi ci sono tutte le caratteristiche di ogni liceo classico dell'epoca: rivalità tra le classi, precise gerarchie sociali anche all'interno delle classi in questione, rapporti talvolta conflittuali con gli insegnanti e una popolazione in gran prevalenza maschile. Come tutti i licei dell'epoca è diviso in un ginnasio di due anni e in un liceo di tre (quindi la prima liceo è il terzo anno delle superiori e via scorrendo; mi pare che ora invece in Italia anche il classico sia diventato una normale scuola in cinque anni dove il primo anno si fa la classe prima, il secondo la classe seconda eccetera - che non mi sembrerebbe poi una cosa così illogica).
Il liceo però afferisce a una particolare scuola di pensiero sull'educazione, diffusasi tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX in diverse zone d'Europa, che richiede grandi spazi aperti intorno alla scuola (boschetti, laghetti, campi coltivati e via dicendo) e fa passare ai ragazzi la maggior parte della giornata all'aperto, a contatto con la natura e li coinvolge anche in lavori manuali. Troviamo così i nostri liceali che riparano staccionate, tengono con sé animali da compagnia (che rispondono soprattutto ai loro padroni umani anche se appartengono a tutta la classe) assai ben tratteggiati nella loro natura canina e felina (ahimé, in realtà il gatto è uno solo), coltivano campi aiutando i contadini del luogo e insomma fanno un sacco di cose che noi al liceo non saremmo mai stati capaci di fare nemmeno se ci avessero sparato. A proposito, c'è anche una ragazza nella Prima, Daniela: è una sorta di leader spirituale della classe, tenuta in una considerazione che somiglia molto all'adorazione e che come arma ha arco e frecce, mentre i ragazzi si contentano di spade di legno (no, noi al liceo non avevamo né arco né frecce e nemmeno spade di legno e ripensandoci è un vero peccato).
L'ambientazione dunque è piuttosto particolare. Ma che dire dello stile della narrazione? E' epico, assolutamente epico e molto, molto omerico. Più che giusto perché a un liceo classico, e in particolar modo in un liceo classico tedesco di inizio secolo, nella letteratura greca ci si vive, inzuppati come tante madaleine nel tè e il linguaggio omerico finisce per essere la lingua di tutti i giorni. Daniela per esempio per buona parte del romanzo... è Achille, ritiratasi sotto le tende, pardon, in un suo territorio personale nel bosco, a seguito di un torto che le è stato fatto (o che ritiene le sia stato fatto?) e i compagni non osano avvicinarla per chiederle di tornare tra loro anche se lo vorrebbero più di ogni cosa al mondo.
Mentre il lettore arranca sempre più stranito in una realtà assai particolare e descritta in tono epico, la trama si avvia - perché c'è una trama per quanto epica e un po' delirante, e riguarda un pellicciaio a caccia di pelli di cane e di gatto che la classe è decisissima a non fargli avere perché convinta che le pelli dei cani e dei gatti stiano bene addosso ai cani e ai gatti cui appartengono per diritto di nascita. Decidono perciò non soltanto di intervenire in difesa dei loro animali, ma anche di quelli che abitano la città lì vicino, che siano randagi oppure abituati a vivere in famiglia. A tal scopo si organizzano con gran cura, elaborando un piano complesso e ben ramificato, cercano di ottenere la complicità o almeno il silente appoggio degli insegnanti, affrontano con grande coraggio ma anche con mirabile dialettica le autorità civili della del luogo...
Se lo spunto non è poi molto insolito nella narrativa per ragazzi dell'epoca, la trama che lo sviluppa è assai originale e lo stile di narrazione è decisamente folle, di quel tipo di follia che affascina oltre a far sgranare gli occhi.
Non so quanto possa essere appetibile per un ragazzo normale di oggi, salvo le solite eccezioni che più gli dai un libro particolare e più li fai contenti. Di sicuro non è il classico libro dove il lettore non deve fare altra fatica che quella di compitare le parole una dopo l'altra e tutto gli si squaderna davanti con grande chiarezza e senza tanti giri di parole; certamente non è scritto in uno stile asciutto e piano. Ma c'è dentro parecchio, e il lettore contemporaneo che sa cosa successe in Germania qualche anno dopo gode di un vantaggio rispetto ai primi lettori e ci trova una serie di spunti che fanno decisamente riflettere. Ad ogni modo ho deciso di comprarlo per la biblioteca di scuola e probabilmente anche per la mia, perché voglio rileggerlo.
La narrazione è corale e non c'è un vero protagonista. Due personaggi però spiccano tra la folla: Daniela, che compare pochissimo (ma sempre in momenti determinanti) pur essendo molto spesso evocata, nei pensieri più che nelle parole; e Borst, il più giovane, il più ingenuo, il più sprovveduto e il più imbranato dei protagonisti possibili, che come tutti i protagonisti imbranati più di una volta risolve le situazioni più aggrovigliate in modo apparentemente pasticciato ma in realtà molto acuto e  che nel corso della storia vive una sua personale iniziazione.

Con questo post che nonostante le apparenze ha scarso contenuto felino partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro felici letture in questo fine settimana che promette pioggia e gelo e che quindi alle letture sembrerebbe adattissimo - anche se, immagino, prima o poi anche quest'anno la primavera si degnerà di arrivare.

giovedì 2 maggio 2019

Murasaki torna a scuola per prova (post a bassissimo contenuto scolastico)


Passato il primo periodo in cui si comincia pallidamente a riaversi la convalescenza diventa un affare piuttosto faticoso, soprattutto quando si riparte da una base molto, molto bassa. Il primo giorno che mi sono vestita normalmente invece di buttarmi addosso una vestaglia sulla camicia da notte infilarmi le calze è stata impresa lunga e laboriosa. Il primo giorno che sono uscita semplicemente per fare un giro a piedi (per qualche settimana mi ero limitata ad andare, appunto in camicia da notte e vestaglia, a portare la spazzatura ai cassonetti del condominio, in un gran tubare di mirallegri dei vicini che mi vedevano finalmente riaffiorare alla luce del sole) barcollavo come un ubriaca e facevo dei gran giri per evitare anche il minimo gradino. Il primo giorno che ho salito il gradino per entrare nella corriera che mi doveva portare in paese mi sono dovuto aggrappare ai pali della corriera medesima e sono pure stata aiutata da un gentile passeggero. La prima volta che ho preso un treno ho ringraziato la mia buona sorte che fosse un treno che arrivava al livello del marciapiede, e non sto a dire che impresa è stata fare le prime rampe di scale.
Pian piano gli orizzonti si sono allargati e ho cominciato a fare le prime spesucce di pane e latte al negozio a 500 metri dal condominio, sono arrivata in paese a piedi, sono andata in biblioteca a cambiare i libri, ho fatto il mio primo pranzo al ristorante sushi (wow!).
Negli ultimi giorni ho affrontato tre prove molto ambiziose. La prima è stata andare alla Mostra dell'Artigianato a Firenze (che è una delle attività più faticose che ci siano), poi ho accompagnato Dolcezze e famiglia a visitare Santa Croce e relativo chiosco più il Museo del Bargello (e anche il turismo è davvero faticoso!) con relativa pausa pizza e oggi infine sono tornata a scuola - perché l'ultimo certificato scade Domenica, ma uno vorrà pur provare se riesce a fare tutto il complicato tragitto, giusto?
In realtà quest'ultima prova è stata di gran lunga la più leggera perché, complice una rara giornata di bel tempo, ho fatto il tragitto in moto, ben avvolta in uno spesso piumino - che il due di Maggio, magari, non è la tenuta più consueta, ma d'altra parte questa è una primavera di quelle che fa quel che vuole, cambiando idea anche quattro volte al giorno. 
Ho così potuto finalmente vedere il mio supplente - o, per meglio dire, colui che quest'anno ha fatto tutto il lavoro che lo Stato aveva assegnato a me e continuerà a farlo fino alla fine dell'anno, salutare i colleghi... e rientrare nella Biblioteca della scuola, che durante la mia assenza è diventata una stanza decisamente disordinata perché i ragazzi hanno continuato a prendere libri in prestito, com'era giusto, ma nessuno ha pensato a rimetterli a posto; e così so già come passerò la mattinata di Lunedì.
Durante la mia assenza naturalmente molte cose sono cambiate, in particolare in Sala Insegnanti: i due divani sono stati disposti in modo nuovo e più pratico,  è stata acquistata una macchinetta per fare il caffè con le cialde e l'armadio che avevo quasi vuotato con grande dedizione e pazienza ha un intero palchetto occupato da tazze, cialde, cucchiaini e altre indispensabili attrezzature. E' sempre bello accorgersi che qualcosa che hai fatto è servito a qualcuno, e dopotutto a Sostegno rimangono altri quattro palchetti.
Prima di tornare a casa ho pure fissato l'appuntamento dal parrucchiere: i miei poveri capelli, che durante l'estate se n'erano andati quasi tutti, hanno infatti ricominciato a spuntare e poi a crescere ognuno per conto suo*, col risultato che adesso ho un grazioso look da ananasso, e in parecchi mi hanno esortato a darci un bel taglio per permettergli di ricrescere in modo più assennato anche se meno originale; e dopotutto sono d'accordo anch'io che le creste punk hanno sì i loro lati positivi, ma stan bene solo ai ragazzini.
Ma non è detto che sarà l'unico cambiamento: strane nubi vanno infatti assemblandosi minacciose nel quieto cielo di St. Mary Mead...
Ma di ciò parlerò più chiaramente solo quando tutti noi avremo cominciato a capirci qualcosa, o meglio quando finalmente ci sarà qualcosa da capire - insomma, quando il Comune si sarà infine dato una svegliata.

* mio padre un giorno guardandomi mi citò un personaggio di Boccaccio che "non aveva un capello che ben si volesse con l'altro" (citazione a memoria) - ed è davvero una descrizione perfetta!

giovedì 25 aprile 2019

25 Aprile ovvero il giorno del Maiale Cremisi

"Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale" proclama Porco Rosso

Quando ero bambina il 25 Aprile per me era un giorno di vacanza. 
Evviva, non si va a scuola!
Perché non si va a scuola?
Boh, c'è una di quelle feste di storia.
Prima o seconda guerra mondiale?
Mah, mi pare seconda...

Non ci facevamo 'ste gran domande, anche se gli adulti un po' ci tampinavano per raccontarci di che si trattava. 
Ce lo raccontavano ogni anno, noi ascoltavamo con educazione e poi lo dimenticavamo pochi giorni dopo.* Gli adulti invece sembravano prendere la cosa molto più sul serio. Per loro non era storia, erano ricordi, nemmeno troppo lontani. Eravamo alla fine degli anni 60, inizio dei 70. Intorno a noi abbondavano le commemorazioni, i ricordi commossi eccetera. 

Più avanti per me le cose cambiarono, e il 25 Aprile diventò il giorno del compleanno della mia amica del cuore. Regalo da scegliere con cura, torta con candeline eccetera. Sua madre che diceva "Per me è stato davvero il giorno della liberazione" perché la sua gravidanza era durata quasi dieci mesi, e comprensibilmente l'ultimo mese era stato decisamente sul faticoso (a quei tempi non si precipitavano a farti il cesareo al primo giorno di ritardo, e del resto non so perché avrebbero dovuto: la mia amica nacque forte e sana, solo si era presa il suo tempo per fare le cose per bene).

Adesso le cose sono cambiate: l'amica l'ho persa di vista da più di vent'anni, anche se tutti i 25 Aprile ripenso a lei.
In compenso quando arriva il 25 Aprile tutti intorno a me litigano. Non soltanto i politici, che passi. No, un sacco di gente molto più giovane parla e straparla del 25 Aprile e l'ha trasformato in una saga fantasy imbottendolo di leggende metropolitane.
La generazione dei miei padri l'ha vissuto, e se lo ricorda bene anche se è in via di estinzione; e anche se dopo settanta e più anni nessuno ricorda mai bene niente, perché sopra i suoi ricordi si è stratificato di tutto e di più.
La mia generazione l'ha vissuta come una cosa che non mordeva: era finita la guerra, quindi tutti erano contenti. Comprensibile, perché gli ultimi due anni erano stati davvero un bel casino. La guerra era finita e amen. 
Festeggiamo la fine della guerra? 
Massì, certo che la festeggiamo. Ci mancherebbe.
La generazione successiva ne ha fatto una roba stranissima su cui ogni anno ci si deve necessariamente accapigliare. E non è cominciato quest'anno, no, è cominciato quando Alleanza Nazionale, nata sulle ceneri del Movimento Sociale Italiano a sua volta nato dalle ceneri del disciolto partito fascista salì al governo nel 1994. Com'è comprensibile, sulla fine della seconda guerra mondiale aveva idee leggermente diverse da quelle di altri partiti. E voleva il revisionismo. Che non era, come pensavo ingenuamente agli inizi, una giusta rivisitazione della storia ad acque calme per rifare il punto della situazione, ma qualcosa di più profondo. Molto più profondo.

I partigiani erano cattivi, cattivissimi!
Beh, sì, effettivamente alcuni partigiani non avevano l'aureola.
I partigiani erano solo comunisti / i partigiani non erano affatto comunisti (una a scelta tra le due)
Beh no, veramente i partigiani erano un po' di tutto... alcuni erano perfino monarchici...
E i ragazzi di Salò non erano cattivi!
No, certo, non erano cattivi. Non tutti, almeno. Però avevano preso qualche abbagl...
E i comunisti erano peggio dei fascisti!
Mah, forse, in Russia... ma che cazzo c'entra? 
Anche in Jugoslavia! I partigiani comunisti erano cattivissimi!
Beh, può darsi, ma, di nuovo, che cazzo c'entra con noi?
E poi ci sono state le foibe!
Vero, le foibe non sono state una bella cosa...
Di cui non si parla nei libri di storia delle scuole!
Giusto, rimediamo subito.
E il 25 Aprile l'Italia fu sconfitta!
Eh, sssì, effettivamente dalla seconda guerra mondiale l'Italia uscì sconfitta ma...
Non c'è nessun motivo di festeggiare una sconfitta!
Via, adesso non esageriamo!
eccetera eccetera eccetera.

Da allora il 25 Aprile è diventato un gran tormento, soprattutto per chi ha fatto la stupidaggine di studiarsi un po' di storia; e ogni anno si sentono dire nuove scempiaggini in proposito, soprattutto da politici a caccia di polemiche e di visibilità.
Come per tutti i paesi che hanno fatto una guerra civile, il giorno della fine della guerra  risulta amaro per molti anche se poi dà quasi sempre frutti di notevole dolcezza (siamo sinceri, già il fatto che smettano di spararti addosso segna comunque un certo miglioramento nella qualità della vita).

Gli storici amano con passione la fine della seconda guerra mondiale in Italia e l'inizio della ricostruzione: è una torta a strati dove ogni strato riserva sorprese ancora a settanta e passa anni di distanza, e i documenti sono così abbondanti (soprattutto quelli individuali: epistolari, diari, libri di memorie) da farti quasi morire schiacciato dal gran peso; ma è un dolce peso, come lo era la mia amica per sua madre nelle ultime settimane prima della sua nascita. Purtroppo la manica di invasati che ogni anno parla del 25 Aprile come se fosse stato due mesi fa - inventandosi rancori personali e ingiustizie subite dal dì della sua nascita, rimproverando nel contempo gli ebrei sopravvissuti perché continuano a lagnarsi dei campi di sterminio che non erano esattamente degli alberghi a cinque stelle e si ostinano a insistere che, LORO, durante la seconda guerra mondiale han subito un po' di torti (robetta da poco: qualche deportazione, un po' di morti in famiglia, ecchessaràmai) - crea un tal rumore di fondo da disturbarli nel loro lavoro. Il che è un peccato, perché gli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Italia sono stati una vera seccatura per chi li ha vissuti, ma per chi li guarda da lontano, da una tranquilla sala di studio in archivio, sono un soggetto fascinosissimo.
Sarebbe davvero bello che si inaugurasse un nuovo movimento di Resistenza - contro la stupidità, stavolta. Magari a colpi di torsoli di frutta e di verdura o di sguaiatissime risate - perché c'è pur un limite alle sciocchezze che un povero cittadino rispettoso della legge  e della storiografia ha il dovere di sopportare senza ribattere.

Nel breve periodo in cui sul 25 Aprile e dintorni in Italia stava aleggiando un cauto accenno di buonsenso, all'inizio degli anni 90 e più esattamente nel 1992, mentre la fine della seconda guerra mondiale sembrava avviarsi a diventare storia passata e non più storia contemporanea, il grandissimo Hayao Miyazaki creò e diresse lo splendido film a cartoni animati Kurenai no buta che tradotto significa "il maiale cremisi" e che da noi venne tradotto con Porco Rosso, ambientato in Italia fra le due guerre, in cui racconta le non banali vicende di un eroico asso dell'aviazione italiana che diventò (...scelse di diventare?) un maiale rosso, il tutto continuando a fare il pilota d'aereo, ma non più nell'esercito italiano, perché "piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale", unico film storico (beh, storico... cioè, insomma...) che il regista giapponese ha ambientato nella reale geografia politica europea dell'epoca. Per una serie di misteriosi motivi (politici, viene da pensare) il film però in Italia non arrivò, nonostante nel fandom se ne facesse un gran parlare e tutti gli amanti degli anime smaniassero per vederlo. Nel 2003 fu fatto il doppiaggio ma poi il tutto fu lasciato a candire in un angolo finché i diritti del film non scaddero e in conclusione fino al 2010 il film in Italia non si vide, nemmeno in DVD**. E tutto ciò gli ha impedito di conseguire in questo paese l'universalissimo plauso che gli spettava più che di diritto.

Ma ogni anno su Facebook, mentre in tante pagine imperversano in lungo e in largo polemiche e commemorazioni sul 25 Aprile, negli angolini occupati dagli appassionati di anime, nella fatidica data appare regolarmente qualche foto da Porco Rosso, a volte addirittura senza la didascalia "meglio maiale che fascista", ché tanto è implicita.

Buon 25 Aprile a tutti.

*sto parlando del mio piccolissimo entourage, non sto descrivendo l'universale stato d'animo di una generazione. Io e i quattro gatti che avevo intorno, insomma.
**e FINALMENTE potei farlo vedere alle mie Terze, che assai lo gradirono.

domenica 21 aprile 2019

È tornata!



Buona primavera
Buona Pasqua
e felice rinascita
a tutti
(e possa il cioccolato non mancarvi mai)


venerdì 19 aprile 2019

Persuasione - Jane Austen

Di nuovo una piacevole certezza: questo romanzo non soltanto non è assolutamente il primo di Jane Austen, ma siamo ben sicuri che sia l'ultimo. In compenso c'è chi sostiene che sia incompleto. Personalmente non lo credo ma è possibile che, se fosse vissuta più a lungo, l'autrice ne avrebbe riscritte alcune parti: ci sono infatti diversi punti in cui si intravedono le ossa della narrazione e la successione degli eventi avviene in modo piuttosto meccanico, senza quel delizioso gioco d'acqua che caratterizza gli altri romanzi, dove zampillano gli uni dagli altri con perfetta naturalezza. In compenso ci sono molti punti dove la prosa è particolarmente bella e ricca di implicazioni, insomma dove la scrittrice scrive meglio di quanto abbia fatto mai - e infatti ci sono molti lettori che lo ritengono il romanzo migliore e lo tengono sull'altarino.
Ecco, proprio sull'altarino forse non lo metto, ma senza dubbio è molto bello.

Chi ha frequentato un po' di Harmony sa che c'è una collana dedicata alle...riprese? Ritorni di fiamma? Ad ogni modo il sottotitolo è "C'è sempre una seconda occasione per amare". Per amare lo stesso uomo o la stessa donna, intendono. 
Funziona così: lui e lei si sono incontrati qualche anno prima (sei, sette, comunque meno di dieci), amati follemente e qualche volta perfino sposati, hanno condiviso qualche notte di passione... poi si sono bruscamente divisi, convinti che essersi amati sia stato il più stupido errore della loro vita e che l'altr* li abbia solo sfruttati e/o presi in giro.
C'è una causa meccanica di cui entrambi sono all'oscuro naturalmente, di solito organizzata da parenti o... mah, chiamarli "amici" mi sembra eccessivo, visto il loro comportamento, comunque da persone di cui si fidano e, nella maggior parte dei casi, un buon tasso di idiozia da parte dei due innamorati. Passato qualche anno i due però si incontrano nuovamente; in teoria sono convinti di essersi ormai emancipati dal loro sciocco amore di gioventù, ma naturalmente non è vero e pian piano le cose si chiariscono e a fine romanzo li vediamo finalmente uniti in modo stabile. Ecco, credo che il capostipite di questo ramo della narrazione sia stato proprio Persuasione, perché non mi sembra che questa traccia sia stata mai narrata prima del presente romanzo.

I due innamorati descritti da Jane Austen comunque non sono affatto idioti e non c'è stato equivoco nella loro separazione, solo una certa  debolezza (e molta ingenuità) da parte di lei.
Anni prima - otto anni prima, per la precisione, la giovanissima Anne Elliot ha conosciuto il giovane tenente di marina Frederick Wentworth. I due si sono subito piaciuti e poi fidanzati. Lui però era povero e di incerta carriera (le due cose sono strettamente collegate, perché un Wentworth padre ricco e influente avrebbe sistemato già da tempo la questione) mentre lei era la figlia di un baronetto di scarsa intelligenza ma di grandissima superbia, convinto di occupare i gradini più alti della scala sociale e del tutto immune a sentimenti insulsi quali l'affetto per la figlia o l'interesse della di lei felicità.
Non c'era stata una vera opposizione, solo molta freddezza e una certa dose di pressione - o di persuasione, se così ci piace chiamarla. La sorella maggiore di Anne aveva appoggiato il punto di vista del padre, anche perché non voleva che la sorella si sposasse prima di lei e soprattutto con un partito così squalificante per la nobilissima (maddeché?) famiglia degli Elliot. Anne si era così trovata sola ad affrontare il malumore paterno perché la madre era morta da qualche anno e la seconda sorella, ormai sposata, non aveva mai saputo nulla di quella storia. Tuttavia, per quanto giovane, tenera e sprovveduta avrebbe affrontato le pressioni con una discreta fermezza, anche perché era molto innamorata del suo tenente spiantato. Purtroppo però era intervenuta anche Lady Russell, grande amica della defunta madre che alle sue cure aveva affidato la carissima figlia e che sulla nobiltà della nobile famiglia Elliot la pensava esattamente come lo sciocco baronetto e l'insipida figlia maggiore. Davanti alle insistenze di colei che ai suoi occhi era una sorta di delegata della madre, Anne aveva ceduto.
Ho abbondato senza risparmio con gli aggettivi, soprattutto quelli rivolti a Sir Walter Elliot e alla sua primogenita, perché qualsiasi lettore che non abbia mandato il cuore alla raccolta differenziata dei rifiuti per farne compost, dopo aver letto lo scarno resoconto delle vicende di Anne e soprattutto gli effetti che questa storia ha avuto su di lei viene colto da una incontenibille irritazione e comincia a mandare mentalmente insulti di tutti i tipi al tronfio baronetto - che peraltro non fa nulla nel corso del romanzo per riscattarsi sia pur  minimamente agli occhi del lettore o di un qualsiasi protagonista del libro.
Come il padre di Emma, Sir Elliot è un uomo provvisto di senno tutt'altro che sovrabbondante e assorto in pochi ma assai ostinati pensieri; ma mentre il padre di Emma è universalmente benvoluto anche dai molti che ne sono esasperati, prima tra tutte la figlia, grazie a un temperamento affettuoso e gentile - e in effetti tende molto, moltissimo a preoccuparsi degli altri e soprattutto della loro salute, ma è anche decisamente generoso e tutt'altro che assorto nella contemplazione della grandezza del suo casato, che pure è più che rispettabile - Sir Water Elliot guarda tutti dall'alto in basso e vive ossessionato dal pensiero dal decoro dovuto alla sua nobile stirpe e dalla bellezza sua e dalla mancanza di bellezza degli altri. Di per sé l'amore per la bellezza e il rispetto per i propri antenati non sono certo difetti,  né vi è alcun motivo per cui un uomo debba lamentarsi di essere stato dotato di un bell'aspetto dalla natura; quando però la conversazione e i pensieri dell'uomo in questione si basano quasi esclusivamente sull'importanza di non farsi deprivare di alcuno dei suoi diritti, quando su questi "diritti" si hanno pretese del tutto irragionevoli e quando la bellezza e il rango sono assolutamente gli unici criteri con i quali viene valutato qualsiasi altro essere umano senza alcuna attenzione alle sue qualità morali o intellettuali, e insomma quando alla base di questi sentimenti c'è prima di tutto una grettezza del tipo più miserabile, difficilmente chi li prova è oggetto di grande popolarità. Per aggiungere qualche ciliegina sulla torta e mettere in moto la vicenda occorre aggiungere soltanto il fatto che Sir Elliot è convinto che un gentiluomo non deve vivere all'altezza dei suoi mezzi, bensì sono i mezzi che devono adattarsi alle sue legittime aspirazioni - insomma trova del tutto incompatibile con la sua posizione non tenere almeno due carrozze, mentre essere continuamente tampinato da creditori insoddisfatti non gli crea motivo di onta, solo un forte senso di fastidio.

Anne Elliot è del tutto estranea a questa mentalità, e di conseguenza né il padre né la sorella maggiore la tengono in alcuna considerazione. Per giunta non è bella, che in quella famiglia è una sorta di peccato mortale. 
In effetti era stata molto bella ai tempi del suo fidanzamento, tanto che il consiglio (o meglio la persuasione) esercitata da Lady Russel era stata dettata anche dalla paura di bruciarla troppo presto sul mercato matrimoniale perché poteva aspirare a ben di meglio che a un marinaio spiantato. 
Peccato però che Anne la pensasse diversamente.
Anne è una protagonista anomala per un romanzo di Jane Austen, anzi per un romanzo dell'epoca in generale: non è una ragazza giovane e inesperta del viver del mondo che fa il suo apprendistato imparando dai suoi errori - quella fase ormai l'ha passata e i suoi errori li ha fatti, imparando parecchio ma uscendo quasi spezzata dalla prova. Quando la incontriamo ha ventotto anni, un carattere malinconico, diversi rimpianti e un aspetto sfiorito. Non c'è stata una carta migliore di Frederick Wentworth da giocare sul mercato matrimoniale, principalmente perché Anne non si è più innamorata; forse in realtà non si è voluta innamorare, oppure il destino è stato un po' scortese con lei non mettendole sulla strada qualcuno in grado di rimpiazzare il perduto amore. Sta di fatto che, lentamente ma irreversibilmente, si è spostata su un ruolo diverso da quello della ragazza da marito: quello della donna nubile e destinata a restarlo, delizia dei nipotini, balia asciutta delle sorelle, molto apprezzata da chi la conosce per averne assistenza e appoggio morale, ma del tutto priva di una vita personale, tranne le parentesi con Lady Russell.
La persuasione si è rivelata mal spesa anche sul piano più pratico: nel corso degli anni, mentre lei sfioriva, il marinaio spiantato, pur avvolto in una nuvola di rancore (e di involontaria fedeltà, perché nemmeno lui ha minimamente rimpiazzato il suo amore di gioventù) grazie alle guerre napoleoniche ha fatto una carriera assai brillante e messo su un bel patrimonio, senza peraltro sfiorire affatto. Quando si ritrovano quindi lui può permettersi di guardarla dall'alto in basso e di trattarla con freddezza. Almeno all'inizio.

Altra caratteristica insolita di questo romanzo: nemmeno il lettore più sprovveduto riesce a credere seriamente che i due non torneranno insieme, nemmeno nelle prime pagine dopo il loro nuovo incontro. Qui non si tratta di sapere con chi finirà per accasarsi l'eroina, quanto di vedere quando e in che modo lo farà. I due, come appare chiarissimo, hanno mantenuto intatta la capacità di leggere nel cuore dell'altro - Frederick dimostra in varie occasioni di capire perfettamente gli stati d'animo di Anne, e Anne a sua volta capisce immediatamente quando l'ormai capitano Wentworth cede le armi e smettendo di mentire a sé stesso ammette in cuor suo di essere ancora innamorato di lei. Il loro sentimento era profondo e ben radicato e si era basato su una valida comprensione dell'altro e riallacciare gli antichi legami sarà davvero questione di poco.
Più complesso sarà sistemare le cose tra Lady Russell e il capitano Wentworth, ma è probabile che sarà comunque affare meno complicato di quel che potrebbe sembrare, considerando che entrambi hanno assai a cuore la felicità di Anne.
Come per tutti i romanzi di Jane Austen, ogni scusa è buona per leggere o rileggere Persuasione e ogni stagione offre buoni spunti per raccomandare tali letture.
Volendo, ci sono anche due film da vedere: il primo, del 1995, per la regia di Roger Michell l'ho visto e mi è sembrata la classica pellicola con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale, anche se le ville e i paesaggi recitano molto bene; chi vuole vederlo (in inglese) lo troverà qui. Il secondo, che non so nemmeno se è arrivato in Italia, è del 2007, fu fatto per la televisione in più episodi ed era diretto da Adrian Shergold; su YouTube si trovano diversi video, anche lunghi.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti ottime letture primaverili pasqualine, anche sotto gli alberi in fiore se avete un giardino o un parco vicino a casa. Auguri, e che le uova siano con voi!

I miei insegnanti - Massimo Bordin

Massimo Bordin se n'è andato*
Non ricordo quando ho cominciato ad ascoltare  la rassegna stampa di Radio Radicale dal titolo impercettibilmente polemico di Stampa e regime, ma sapevo già da tempo che era un cult.
Per quanto cult fosse, comunque, non c'era davvero motivo che perdessi con sì insulso soggetto le belle ore della mattinata, che ai tempi dell'Università passavo principalmente a dormire dopo essermi addormentata ad ore invereconde. 
Ad un certo punto della mia vita però cominciai a lavorare, ad orari irregolari, presso un centro di studi in qualità di bibliotecaria, sguattera e fattorina (come tutti là dentro, non è che a me fosse riservato un trattamento più indegno che agli altri) e insomma capitava spesso che la mattina fossi sveglia a fare colazione con qualcuno dei miei conviventi, e regolarmente la radio era sintonizzata su Radio Radicale, che quello passava: dalle sette e mezzo alle nove, poi alle dieci partiva la replica che durava fino alle undici e passa. In casa cominciammo a prenderci gusto, anche perché in Italia stavamo passando politicamente un periodo, diciamo, piuttosto buffo (che dura tuttora).
Immagino che le tifoserie politiche ci fossero sempre state, ma a me arrivavano piuttosto filtrate e soprattutto sapevo già in partenza chi aveva torto e chi ragione, chi era buono e chi cattivo. Non ti serve una rassegna stampa, se sai già tutte queste cose. In quegli anni però le tifoserie abbandonarono ogni ritegno e pudore e pian pianino, ascoltando i vari articoli (perché Stampa e Regime non si limitava ad accennare gli argomenti trattati dai giornali, ma leggeva ampi stralci di articoli, ottenendo spesso un effetto piuttosto perplimente per gli ascoltatori - specie quelli candidi e ingenuotti come me) nel mio animino fiducioso cominciò ad insinuarsi il sospetto che talvolta, ogni tanto, in qualche occasione, poteva pur capitare che anche i buoni fossero leggermente faziosi, che altre volte piantassero grane ignobili per cose che anche loro facevano e che quando facevano avevano l'aria di trovare normalissime, e che altre volte ancora piantassero dei gran casini apparentemente senza un perché. Insomma, continuai ad essere candida e ingenuotta (e lo sono ancora) ma cominciai a pormi qualche domanda, anche se molto raramente mi davo poi qualche risposta (ad avercele, le risposte, uno se le darebbe anche. Ad avercele).
La voce del presentatore, tal Massimo Bordin, era una bella voce di basso, piuttosto rilassante, e i suoi commenti erano assai vari: talvolta farciti di precedenti storici non sempre rassicuranti (ad esempio spesso qualche partito minaccia di "ritirarsi sull'Aventino" in segno di protesta che non è esattamente un buon presagio, visto come andò a finire chi si ritirò sull'Aventino ai tempi del Ventennio), talvolta di citazioni che l'ascoltatrice giovane avrebbe faticato assai a capire se non le fossero stati spiegati puntualmente e con grande chiarezza; spesso veniva commentata la pagina scelta dal giornale per trattare un argomento (se era pari o dispari, se era una delle prime eccetera) o venivano descritti gli effetti grafici, le foto, i rimandi iconografici contenuti nella foto. Per me, che di arti figurative sapevo quasi soltanto che esistevano, si apriva un mondo. Spesso poi venivano ricordati i precedenti di un argomento trattato, anche quelli di trenta o quaranta anni prima. Lì ero un po' meno spersa, perché in famiglia di politica si era sempre parlato, ma certo quando parlavano di quel che succedeva trent'anni prima io non li ascoltavo perché stavo nel box a giocare con i cubi o gattonavo per il salotto abbracciando le gambe dei tavolini e simili, e prima dei quindici anni il giornale lo usavo solo per avvolgerci oggetti delicati o per tenere al sicuro il tavolo quando adoperavo le tempere. 
Altre volte infine Bordin ripercorreva le posizioni che i vari politici avevano tenuto su determinati temi nel corso degli anni, e lì c'erano spesso delle sorprese davvero divertenti; per tacere poi dei precedenti filosofici, giuridici, processuali e socioculturalbocciofili di certi temi. 
Imparai così un sacco di cose, e col tempo venni perfino sfiorata dal dubbio che i buoni e i cattivi non fossero così facili da identificare sempre e con certezza.
Chiaro che, dopo aver ascoltato Stampa e regime tenuta da Massimo Bordin qualsiasi altra rassegna stampa risultava una roba insipida e inconcludente, perfino quando era tenuta apparentemente con lo stesso metodo ma da altre persone, che conoscevano meno la storia della repubblica italiana (e anche di parecchi altri stati, soprattutto europei). Non è che Taradash o Cappato siano dei poveri sprovveduti o non cerchino di fare un buon lavoro, ma certo il piatto che servono è meno sostanzioso. Quanto a Capezzone, che per lunghi anni diresse il Partito Radicale... beh, in effetti mi faceva sempre venire il latte alle ginocchia quando parlava, quindi non mi sorprendevo di non riuscire ad ascoltare la sua rassegna per più di cinque minuti senza ritrovarmi a pensare a tutt'altro o a decidere che era il momento giusto per telefonare a Ermengarda o a Cutberto, oppure che potevo riordinare quell'avvincente mucchio di scartoffie che ingombrava il tavolo e aggiornare i conti di casa (Capezzone faceva la rassegna di Domenica, e quindi purtroppo di solito non potevo andare a lavorare), o magari continuare a stirare ma ascoltando Radio One o qualche altra rispettabile emittente che mandasse un po' di musica decente.

Massimo Bordin strutturava la sua rassegna a rami: prima c'era l'indicazione degli argomenti più trattati, poi la recensione dei vari titoli degli articoli per ogni argomento, divisi di nuovo in rami: quelli irriverenti, quelli catastrofici, quelli lamentosi, quelli aggressivi...  e quelli ingannevoli, soprattutto quando riportavano le cosiddette dichiarazioni-choc di cui poi non c'era traccia nell'articolo: poniamo "D'Alema confessa: 'mi piacciono gli uomini', poi andavi a leggere e scoprivi che D'Alema aveva detto "Sì, stimo X e Y e mi piacciono molto, trovo che abbiano fatto davvero un lavoro eccellente nella commissione Agricoltura"; così ho imparato che il titolo di un articolo identifica molto più dell'articolo stesso l'indirizzo politico, e magari anche il committente, del giornale che lo pubblica.
Seguivano poi i riferimenti ai radicali nei giornali (altrimenti detto "L'incrocio tra radicali e carta stampata" in gergo agricolo più che politico) - a volte poca roba, a volte quasi niente, a volte moltissimo, a volte dei veri deliri da ricovero in ospedale. 
Si arrivava poi ai vari argomenti di politica interna, che di solito costituivano il piatto principale: la polemica sul 7 Febbraio, la polemica sulle ingerenze mafiose, il congresso del partito Rettiliano, la lite tra il ministro dell'economia e qualcun altro (perché il povero ministro dell'economia è sempre occupato a litigare con qualche altro ministro che vorrebbe che i soldi crescessero sugli alberi), la posizione della CGIL, la posizione di Confindustria, la crisi della Banca del Melarancio eccetera. Per ogni argomento che andava avanti da giorni Bordin ricordava all'ascoltatore dov'erano arrivati nell'ultima puntata, e quando un tema riemergeva dopo un silenzio carsico di qualche settimana o qualche mese ripercorreva le tappe precedenti. Ti ritrovavi a seguire certe storie a puntate che nemmeno Dickens e Dumas e improvvisamente ti accorgevi che, mentre quattro giorni prima tutti ti spiegavano che Renzi da tempo tramava per sbarcare sulla Luna, improvvisamente di nuovo tutti ti spiegano che era noto e stranoto da anni che Renzi era un grandissimo avversario di ogni forma di esplorazione spaziale e anzi aveva tagliato i fondi perfino alla NASA.
Piano piano le cose assumevano una forma, un senso, talvolta traspariva perfino  (ma qui forse l'affetto mi fa velo e davvero sto esagerando) un embrione di logica in quel che stava succedendo.
Seguiva poi la politica estera, e infine gli ultimi minuti erano dedicati a commemorazioni, onorificenze, anniversari, interventi di intellettuali e simili. E dopo novanta minuti di rassegna stampa, per qualche misterioso motivo alchemico, l'ascoltatore non solo non aveva né un colossale mal di testa né un travaso di bile, ma si sentiva perfino affiorare un fondo di buon umore. Siamo un paese di pazzi, si sa, ma in qualche modo sembra che tiriamo avanti lo stesso.
A Massimo Bordin devo grande riconoscenza per le ore di svago che mi ha regalato, per le moltissime cose che da lui ho imparato e per avermi insegnato come anche il più complicato argomento si possa trattare in modo chiaro e perfino brillante anche quando ti rivolgi a dei poveri diavoli per loro fortuna abbastanza disinformati, nonché per avermi fatto capire qualcosa delle infinite complicanze in cui ogni giorno la politica è costretta a navigare - talvolta rischiando il naufragio, talvolta schiantandosi contro iceberg di tutti i tipi, talvolta riuscendo perfino a portare la navicella in porto, per quanto un po' ammaccata.
E dopo la sua morte gli devo anche la scoperta che quella rassegna dall'aria così tecnica non la ascoltavano solo gli addetti ai lavori, ma tanti comuni mortali come me che cercavano di capire qualcosa dello strano mondo che ci circonda. Dai social questi comuni mortali hanno fatto sentire la loro voce per ringraziarlo, il giorno della sua morte, e mi hanno aiutato a sentirmi meno sola e meno orfana.

Adesso Massimo Bordin non è più con noi. Di Stampa e regime come la faceva lui dovremo imparare a fare a meno, e ognuno dovrà elaborare il suo lutto come meglio gli riesce. Io, per provare a elaborarlo, ho scritto questo post, e mi è stato di grande conforto.

*ore 14.40 del 17 Aprile 2019

martedì 16 aprile 2019

Vita in rete - Il mondo cambia, e cambiano anche i blog (post nostalgico & autobiografico)


Quando ho aperto questo blog Internet era in una fase di transito - come lo è stata all'incirca ogni giorno da quando è nata - e in particolar modo era una fase di transito per i blog: qualcuno si lamentava, ricordo, perché stavano spegnendosi uno ad uno, come le luci sull'Europa la sera dell'attentato a Sarajevo, qualcun altro invece si lamentava che se non avevi un blog davvero non eri nessuno e si sentiva quasi costretto ad aprirne uno.
Con gli anni ho assistito a molte di queste struggenti lamentele incrociate: i blog erano in crisi per colpa di Facebook, i blog di foto erano in crisi per colpa di Instagram, tutti quelli che scrivevano aprivano un blog, anche quelli che non avevano nessuna voglia di tenerne uno; tutti aprivano blog letterari per recensirci libri, tutti aprivano blog di cucina - e qui la smetto per pietà verso chi legge. E ci fu naturalmente la falcidia quando si estinse da un giorno all'altro la piattaforma di Splinder, e molti che si stavano stufando di avere un blog ne approfittarono per tagliare la corda e sparire senza lasciare recapito.
La mia personale impressione è che i blog siano sempre stati in contrazione e nello stesso tempo in espansione, contrariamente alle galassie o all'universo che ci dicono limitarsi ad espandersi - per quanto, anche sulle galassie corre voce che ci siano dei momenti di crisi anche piuttosto seria, e a quel punto arrivano i buchi neri a sostituirle. Sembra. Pare. Ci dicono. 
Poi per i blog ci sono le mode, com'è giusto molti blog, e così abbiamo assistito alla migrazione periodica di molti grossi stormi di blog diretti verso terre più calde, ad esempio YouTube, dove proseguono come vlog (ovvero video blog), oppure verso Facebook, dove la lunghezza media dei post va allungandosi  come l'età media dei partecipanti.

Perché molti blog si estinguono? Ahem, la risposta è piuttosto semplice: perché sono organismi viventi e come tali una volta nati possono crescere, agonizzare e morire, a volte piuttosto bruscamente.
Essendo organismi viventi poi, quasi tutti cambiano pelle periodicamente nel corso della loro esistenza. La cosa ha senz'altro un senso: se apro un blog perché sto attraversando un particolare momento di crisi, intesa come "nuova fase della mia vita" - mi sto separando, per esempio, oppure mi sono sposata, ho cambiato lavoro, ho fatto un figlio - a un certo punto intervengono nuovi cambiamenti: il nuovo lavoro mi ha stufato, ho smesso di scrivere, i figli sono cresciuti, il matrimonio è finito, la passione per un certo tipo di letture è sparita... i blog sono organismi viventi, i loro tenutari anche e a volte si stufano oppure cambiano vita, e nella loro nuova vita il posto per il blog non c'è più.
A volte ci si stufa anche del contorno di un blog: frequentatori, commentatori, troll, rompiscatole che ti si attaccano peggio dei gattini alle sottane, persone che per un certo periodo sentivi vicine come fratellini di latte e che improvvisamente ti risultano estranei... 
Sono tutti motivi validi e chi pianta il suo blog quasi fosse un carciofo (ma senza tornare al momento del raccolto) fa bene, anzi benissimo - e quand'anche qualcuno pensasse che fa male, i tenutari dei blog hanno comunque il sacro diritto di levare le tende quando più gli sembra opportuno. Perfino le amicizie più lunghe e solide si rompono, perfino i migliori matrimoni, figurarsi se non puoi piantare un blog, magari perché sei emigrato in Bessarabia o sei entrato nell'ordine dei Camaldolesi Penitenti di Bressanone.
Lasciare un blog è semplice, basta smettere di scriverci - tanto, se vuoi, puoi tornarci quando vuoi. E lo stesso succedeva prima dei blog, con i forum e i gruppi di conversazione, e lo stesso succede anche con i social.
E a un certo punto chi ti stava intorno si guarda indietro e si accorge che l'autore di uno dei blog che seguiva è scomparso, magari dopo aver diradato i post con i più vari e validi motivi. Oppure proprio scomparso non è, ma il blog è diventato "privato" e ci accedi solo attraverso invito - che può arrivare o non arrivare, dipende; ma se non arriva, viene da pensare, forse è meglio lasciar perdere e non approfondire la questione.
Sono in rete da più di vent'anni ormai (se non ricordo male saranno ventuno tra una settimana) e di cari amici di rete scomparsi ormai ho un bel carnet - gente sparita e mai più tornata, gente ritrovata in qualche zona imprevista della rete, perfino gente con cui i contatti sono continuati nella cosiddetta Real Life.

Quando ho cominciato a tenere questo blog sembrava che tutti gli insegnanti che mai avessero occupato una cattedra, fosse pur per poche ore, non avessero altro desiderio che quello di raccontare dettagliatamente le loro impressioni, emozioni e vicissitudini.
Siccome il mio era un blog monotematico e parlava quasi esclusivamente di scuola, invece del blogroll consueto mi costruii una Sala Insegnanti, che era piuttosto nutrita. Quando dico che non era un blogroll intendo dire che non comprendeva tutti i blog che seguivo: era solo una lista di insegnanti. Gli altri blog che frequentavo erano in uno schedario a parte, nel mio computer - qualcuno ci è rimasto per breve tempo, qualcuno è emigrato verso altri lidi abbandonando il suo blog, qualcuno lo seguo fedelmente dalla notte dei tempi.
Passarono gli anni e la Sala Insegnanti andò spopolandosi. In particolare, cominciò a latitare il comparto della scuola media, che a ben vedere era quella che mi interessava di gran lunga di più. Così presi atto dello sfoltimento e aggiunsi una sezione "Intorno alla Sala Insegnanti" di blog che ritenevo in qualche modo collegati alla scuola: gli sbufalatori, per esempio.
A un certo punto gli insegnanti sono quasi andati in estinzione, perché anche quelli che continuavano a scrivere spesso e volentieri parlavano soprattutto di cose che con la scuola non avevano molto a che fare. Del resto quest'anno anch'io mi sono pericolosamente avviata su questa china, anche se conto di redimermi presto: la vita a volte ha il sopravvento anche sulle migliori intenzioni e quando gli insegnanti che frequenti con te parlano soprattutto della tua salute o delle commissioni che hanno fatto, fanno e faranno per te, la scuola appare un mondo sempre più lontano, evocato tutt'al più da qualche pettegolezzo che ti riferiscono al solo e dichiarato scopo di farti fare due risate.
Insomma, dopo lunga riflessione degna senz'altro di miglior causa ho deciso di fare un normalissimo blogroll dedicato ai miei blog preferiti  - gente che magari seguo da anni ma che non avevo mai inserito solo perché non stavano in cattedra, oppure ci stavano ma di scuola parlavano solo in rarissime occasioni.
E gli altri? Gli scomparsi? L'infinita collezione di scomparsi accumulata in vent'anni, che fine hanno fatto?
Una fine ottima, credo. Ognuno di loro aveva senz'altro i suoi buoni motivi per andarsene, e chissà che la vita o la rete un giorno non ci rimetta in contatto. Ma se anche non succederà, gli auguro ogni bene e felicità.

Talk Talk - Renee