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venerdì 17 maggio 2019

La gemma della corona - Paul Scott


Ed eccomi qui a presentare il primo volume di the Raj Quartet, ovvero una tetralogia di cinque romanzi composta di tre libri, almeno in Italia.
Ma andiamo per ordine perché la storia è un po' confusa. No, non la vicenda narrata, proprio la storia editoriale.
Tra il 1965 e il 1975 Paul Scott, scrittore inglese di una qualche rinomanza, pubblicò i quattro romanzi che formarono poi il ciclo detto "Il quartetto indiano": La gemma della corona nel 1966, Il giorno dello scorpione nel 1968, Le torri del silenzio nel 1971 e infine A Division of the Spoils nel 1975. Nel 1977 fu poi la volta di Staying On, che raccontava il seguito della vicenda e con cui Scott vinse il Booker Prize. Nel 1978 lo scrittore morì, e questo chiuse definitivamente la questione e il ciclo narrativo che a quel punto constava   di quattro, anzi cinque romanzi dedicati alla fine del dominio inglese in India. L'avvenimento principale soprattutto del primo romanzo accade nel 1942, ma la vicenda nel suo complesso comincia nei tardi anni 20 e sfuma negli anni Cinquanta. 
All'inizio i romanzi del Raj Quartet non suscitarono un grande entusiasmo, ma con il passare degli anni il successo dei libri montò e la critica ne parlò come di un capolavoro. Nel 1984 poi venne fatta una serie televisiva. 
A quel punto Garzanti decise di tradurre il Quartetto, e annunciò cotal mirabile evento con trombe e tamburi e striscioni trionfali. Spulciando la pagina culturale della Repubblica (che un tempo, incredibile ma vero, era un giornale di un certo pregio) trovai la notizia, fatta scivolare col tono di chi annuncia un evento di eccezionale portata. Forse fu proprio per questo che decisi di comprare quei libri, perché in effetti non avevo mai sentito nominare Paul Scott prima di allora né mi ero mai interessata granché dell'India o delle vicende degli inglesi in India e insomma dell'India sostanzialmente me ne fregavo.
Comunque comprai i libri, anche se li trovavo un po' cari. Comprai il primo, comprai il secondo, poi comprai il terzo... e no, non ho mai comprato il quarto perché il quarto non è mai uscito in Italia e figuriamoci se s'è visto il quinto, sia pure col binocolo. A quel tempo Garzanti aveva la simpatica abitudine di lasciare la pubblicazione dei cicli incompleti se così gli girava, o se detti cicli non vendevano abbastanza, o se cambiava politica editoriale oppure boh - sta di fatto che lo faceva spesso e io ci ho battuto le corna diverse volte.
Per fortuna Paul Scott scrisse dei romanzi autoconclusivi, anche se continuavano a rigirarsi gli stessi avvenimenti e gli stessi personaggi, pur visti in chiavi e sotto punti di vista diversi - ad ogni modo finito ogni volume avevo l'impressione che a quel punto la storia fosse completa e l'autore ci avesse già detto tutto quel che gli interessava dirci, quindi non passavo il tempo a domandarmi cosa sarebbe successo dopo e cose del genere. Con tutto ciò ho sempre trovato piuttosto scorretto il trattamento che Garzanti infliggeva a noi poveri lettori. Aggiungo che non mi è mai capitato di leggere qualcosa di Paul Scott in inglese, ma non lo trovavo facilissimo nemmeno in italiano e quindi non ho mai avuto la tentazione di provare a leggermi la versione originale - del resto, che c'era anche un quarto romanzo l'ho scoperto solo qualche anno fa, e sono venuta a conoscenza dell'esistenza di un quinto per puro caso la settimana scorsa, mentre spulciavo in rete per cercare qualche notizia sul quarto.
Per concludere questa contorta presentazione aggiungerò che il primo romanzo, quello di cui parlo in questo post, mi è sembrato il migliore ma anche gli altri due mi sono piaciuti molto.

Siamo nel 1942, nell'immaginaria città di Mayapore. Anzi no, siamo negli anni 60 quando un... insomma, qualcuno, fa un viaggio dall'Inghilterra a Mayapore per raccogliere le testimonianze che gli permetteranno di ricostruire il dramma avvenuto tanti anni prima, una storia di violenza - da intendersi proprio come violenza carnale - subita da una giovane inglese ad opera di alcuni indiani: il fatto del giardino del Bibighar, che è un palazzo assai cadente con una storia molto particolare. Caratteristica di questo giardino è che non ci va mai nessuno... beh, quella notte però ci andarono un sacco di persone. Ma siccome di solito non ci andava nessuno la giovane inglese, Daphne, lo usava volentieri per incontrarsi col suo amico indiano Hari Kumar. Perché, di fatto, nell'India coloniale le amicizie tra inglesi e indiani non erano in alcun modo incoraggiate. Certo, non erano proprio illegali ma una giovane inglese e un giovane indiano non avevano un posto dove potessero incontrarsi per fare una chiacchierata in pace: i locali accessibili agli indiani non lo erano per gli inglesi e viceversa; restavano le case, certo: in alcune case inglesi e indiani si incontravano in amicizia, ma erano poche e soprattutto le case hanno la strana abitudine di essere abitate e una cena formale in presenza di genitori e zie non era esattamente la stessa cosa di un posto dove stare insieme tranquillamente da soli, di quella solitudine che si trova solo nei posti frequentati da molta gente come ristoranti, sale da ballo eccetera.
Daphne è nata in India ma ha passato buona parte della sua vita in Inghilterra, come Hari. E' inglese, ma del tutto priva di quella spocchia verso gli indiani che è obbligatoria per gli inglesi in India. Insomma, non sa rapportarsi con gli indiani nel modo giusto e ha la stravagante tendenza a considerarli esseri umani suoi pari. Hari è cresciuto in Inghilterra, nei college inglesi, frequentando amici inglesi e famiglie inglesi. Finché è stato in Inghilterra la cosa era del tutto normale, ma arrivato in India è ridiventato indiano e i suoi rapporti con gli inglesi sono completamente cambiati - perfino con gli inglesi che in Inghilterra frequentava senza problemi. Il guaio è che lui si sente assolutamente inglese e quindi in India si trova malissimo. Per giunta il suo rapporto con Daphne è vieppiù complicato dalla gelosia che altri provano nei suoi confronti - perché ci sono inglesi che semplicemente non sopportano che lui si consideri a sua volta un inglese. In India Hari si trova malissimo e soprattutto è terribilmente solo.
Di fatto, lui e Daphne non sono nemmeno una coppia maledetta dalle stelle, come Giulietta e Romeo: sono una coppia che semplicemente non dovrebbe esistere. Anche se non fosse intervenuto il fatto del giardino del Bibighar, lui e Daphne non avrebbero mai avuto la possibilità di diventare una coppia "normale" - insomma, quelle che si conoscono, si frequentano, si mettono insieme e poi si sposano per iniziare una vita in comune. E' una coppia che non ha mai avuto una possibilità, e quel poco che i due han potuto fare hanno dovuto farlo di nascosto, a dispetto di tutto e di tutti, e sempre con la certezza di non avere un futuro come coppia davanti a loro.
Il romanzo si snoda in una lunga spirale. Ci vuole tempo perché il lettore si renda conto di quel che è successo - la storia all'inizio viene presa molto, molto alla larga attraverso lunghe testimonianze, che descrivono un India dove gli inglesi abitano da estranei, costretti a fare causa comune volenti o nolenti e senza mai darsi una sola, reale possibilità di incontrarsi e capirsi davvero con gli indiani in mezzo ai quali vivono, non importa quanto intelligenti, sensibili o ben intenzionati possano essere. Daphne prova a costruire un ponte, o almeno a traversare il fiume a nuoto. Ha coraggio sufficiente per mettersi in gioco, ma il coraggio e la disponibilità non bastano, per quanto siano forti. Proprio per questo, forse, decide di tenere il bambino, anche se sa che non basta essere forti, anche fisicamente: sarà il suo stesso cuore a tradirla - non in senso metaforico, ma proprio fisico: già dalle prime pagine sappiamo che quella giovane inglese così forte e un po' goffa non è sopravvissuta al parto, e che ha partorito nonostante sapesse benissimo che molto probabilmente non ce l'avrebbe fatta.
La particolarissima tecnica di narrazione, che sfrutta le testimonianze di chi già sa com'è finita la storia perché ormai è passato abbastanza tempo da saperlo con sicurezza, ci avvicina alla vicenda in modo graduale, con continui cambi di prospettiva, accostando sempre nuovi tasselli in un disegno che continua a cambiare sotto ai nostri occhi fino a solidificarsi in una immagine chiara e precisa, così come chiara e decisa è l'ultima voce che sentiamo, quella di Daphne, che contro ogni previsione riesce a dare la sua versione definitiva.
E' un bel libro, di quelli che continuano a tenere compagnia al lettore anche molti giorni dopo che l'ultima pagina è stata letta. Peccato però che ormai si possa trovare solo in biblioteca o, se si ha molta fortuna, su siti specializzati nella vendita di libri usati come  Maremagnum.
Una lettura ideale, per queste gelide serate di tardo autunno - ma, caso mai arrivasse finalmente un po' d'estate, può andare benissimo anche sotto l'ombrellone.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

6 commenti:

dolcezzedimamma ha detto...

Molto interessante la tua proposta, che apre a mondi a me sconosciuti. Vediamo se lo trovo.

Manu ha detto...

Ho sempre amato l'India, fin da ragazzina. Credo di aver consumato la videocassetta di Passaggio in India; anche lì la vicenda è simile: la giovane inglese che tenta di porgere la mano alla cultura indiana viene rinnegata dalla società inglese. Peccato davvero per le alterne vicende di questa serie, io odio quando me ne troncano la pubblicazione a metà! Mi piacerebbe molto leggerlo ma dubito di riuscire a trovarlo...

Murasaki ha detto...

@Manu:
"Passaggio in India" (che è un raro caso in cui il film racconta esattamente il libro e viceversa) ha dei tratti simili nella vicenda principale, ma soprattutto è richiamato ad ogni riga. Cioè, se lo leggi senza aver letto il Passaggio, come feci io la prima volta, non è che ti manca qualcosa; ma dopo ti accorgi che la Gemma è praticamente una risposta al Passaggio. Diciamo che sono due libri molto, molto collegati e anche molto inglesi, ma il punto di vista è molto diverso. O forse non il punto di vista, ma la prospettiva da cui guardano i personaggi. Nel Passaggio gli inglesi sono molto assorti nella loro inglesità e guardano gli indiani come se fossero bestie dello zoo, ma nella Gemma ne hanno in parte paura perché cominciano a sospettare che senza di loro l'India andrà avanti benissimo. Poi la Gemma è più lungo e ci sono molti più indiani: ne viene offerto un vasto campionario, e sono... non so come spiegarmi... ma molto più indiani. O comunque somigliano molto agli indiani che ritrovi nei romanzi che in seguito gli indiani scriveranno su di sé.

@dolcezze:
col prestito interbibliotecario prima o poi lo trovi, ma credo che ti ci vorrà un po' di pazienza. Potrebbe piacerti parecchio, però.

Corie Bratter ha detto...

Sembra bellissimo! Lo cerco, vediamo se lo trovo usato da qualche parte, grazie!

antonia ha detto...

Io ho letto tutti e 4 i libri in inglese, raggruppati sotto il titolo comune di "The Raj Quartet"; sono strettamente interconnessi e i temi, gli anni, i personaggi scivolano tra passato e presente (il narratore, per offrire i vari punti di vista, ricrea anche diari privati o articoli di giornale). La storia in evoluzione dei personaggi è quella di UK e India o meglio, della trasformazione del dominio britannico tra gli anni '30 e il 1947 al termine della seconda guerra mondiale e all'inizio dell'indipendenza indiana. Un grande affresco di storia, pubblica e privata. Scritto sapientemente in forma ellittica.Nel 1985 Granada TV ne fece una series splendida. Io allora, in Inghilterra, mi occupavo anche di ricercare programmi interessanti per la RAI. La proposi ed, ovviamente, trasmisero i vari episodi su Rai1 all'una di notte!

Murasaki ha detto...

@ antonia:
Bentrovata, e grazie delle precisazioni. Tutto ciò è molto triste perché nel 1985 la televisione italiana faceva anche dei bei programmi.
Ma visto che ci sei, non è che potresti raccontarmi cosa succede all'incirca nel quarto volume, oppure indicarmi un riassunto un po' dettagliato, anche in inglese? Ho notato anch'io che in un certo senso Scott continua a raccontare sempre la stessa storia, vista ogni volta da una prospettiva nuova... e a me quel tipo di racconto a strati piace molto. Se hai qualcosa sottomano, intendo, non devi stare a disturbarti ^_^