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lunedì 20 giugno 2016

Brevi e banali considerazioni sulla farraginosità della vita nell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, nel mondo scolastico, nell'Italia tutta, e già che ci siamo anche nell'orbe terracqueo

Tiziano - Sisifo

Qualche giorno fa i referenti di plesso delle varie biblioteche dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead sono stati convocati da Maestra Tina per esaminare la possibilità di partecipare ad un grandioso concorso indetto dal Ministero per le biblioteche multimediali. In pratica il Ministero darebbe dei fondi, la scuola cercherebbe di raccattare qualche altro soldo dalle sue casse, dal Comune, dal Comitato Genitori e da eventuali altri offerente sul territorio, e con questi soldi dovremmo fare una bella biblioteca multimediale.
"Può partecipare solo un plesso per ogni scuola" ci ha spiegato Maestra Tina.
"Ho letto il bando" ho detto quando è stato il mio turno di parlare"E mi è pure piaciuto. Sono anche convinta che avere una biblioteca multimediale sarebbe una vera ganzata. Però questi vogliono, giustamente, una biblioteca multimediale un tantino collegata in rete, e il nostro collegamento in rete fa veramente pena".
Maestra Tina mi spiega che presto arriveranno i finanziamenti del PON e con quelli dovremmo avere una bella banda larga. Probabilmente.
E' più di un anno che ci spiegano che presto arriveranno i soldi del PON e avremo la banda larga. Sono tre anni che giurano che presto avremo la banda larga; ma tuttora l'unica banda funzionante nel paese di St. Mary Mead è la banda militare.

Nell'Istituto Comprensivo  abbiamo tre plessi dove il collegamento funziona bene: la media di Crifosso, dove sono tanto ganzi ma non hanno biblioteca; la scuola materna di Altrove - ma in una scuola materna la biblioteca multimediale sembra un po' fuor di luogo - e infine la scuola elementare di St. Mary Mead, dove la bibliotecaria mostra una certa allergia all'idea di una biblioteca multimediale perché "i ragazzi passano già fin troppo tempo attaccati ai loro cellulari", senza contare che non ci sono grandi spazi a parte quello della biblioteca ordinaria.
Vabbe', ognuno ha le sue idee; ma, idee a parte, non c'è dubbio che una biblioteca multimediale starebbe meglio in una scuola media.
"Volendo, noi lo spazio lo avremmo" dico "C'è l'Aula Magna, che è bella grande. Anzi, proprio in questi giorni stavo considerando che gli scaffali della biblioteca sono un po' pieni, e non c'è posto là dentro per metterne altri. L'Aula Magna ha un sacco di pareti. La facciamo tinteggiare, ci mettiamo un po' di attrezzature nuove e facciamo un locale simpatico e gradevole, con una bella postazione video e tutto il resto. Resta il problema del collegamento".
Maestra Tina mi suggerisce di parlarne con gli altri insegnanti.
Vado a scuola e ne parlo.
Prima obbiezione, della prof. Therral "Veramente stavamo pensando di farne l'aula video".
"Ma non la facevate nella ex Aula di Spagnolo?".
"Non si può, c'è troppo rimbombo".

Due parole sull'Aula Video: sotto Natale la scuola di St. Mary Mead ha fatto una grandiosa lotteria per raccogliere fondi con cui fornire la scuola - finalmente! - di una postazione video ben funzionante. Con i pingui ricavati di questa grandiosa lotteria sono state comprate... due LIM, con le quali al momento non si riescono a vedere i film perché i computer che ci hanno dato non reggono il programma che le nuove LIM richiedono. Giuro.
Con i residui dei fondi della lotteria si sarebbe poi dovuto comprare un nuovo proiettore, di cui ancora non si è vista traccia. 
Il prof. Jorge dal canto suo sostiene che "l'aula video è pronta". Quando gli feci osservare che nell'aula video ormai pronta mancavano piccoli dettagli quali lo schermo e le tende scure, mi rispose che lo schermo non serviva, perché per proiettare i film si poteva usare al posto dello schermo il muro - che nelle aule di St. Mary Mead è rigorosamente a due colori, e in quella specifica aula piuttosto sbrecciato e sporco.
"Anch'io proietto i film sul muro, nel laboratorio di musica" aggiunge il prof. Jorge. 
Lo so. Una volta sono entrata nel laboratorio di musica, mentre proiettavano un film, e ricordo con chiarezza di aver pensato che, piuttosto di far vedere un film in quelle condizioni avrei preferito far lezione con le tavole di marmo e gli scalpelli, nel più tradizionale e giurassico dei modi.
Non so perché, nel mondo della scuola, nonostante si dica che siamo nel pieno della  cultura dell'immagine, nessuno sembri mai considerare che un FILM è un qualcosa che punta soprattutto sull'immagine e sul suono, e se si vede male e si sente peggio difficilmente i giovanissimi spettatori (che a casa dispongono spesso di televisori interstellari e sono abituati a grandiosi schermi ben dolbyzzati nelle sale) riusciranno a trarre dal film in questione tutto il succo che registi, costumisti, tecnici vari, sceneggiatori musicisti e attori han provato a metterci.

Torniamo all'Aula Magna.
"Non è un ostacolo, se l'Aula Magna ospita una bella e funzionante postazione Video, anzi" ho spiegato "Una biblioteca multimediale è composta anche da film, filmati, documentari eccetera."
"Ma ci vogliono le sedie nuove, e il Comune ha detto che non ha soldi".
(Sulle sedie presenti attualmente in Aula Magna non voglio soffermarmi per questioni di decenza e di pudore, ma non c'è dubbio alcuno che, sì, ci vogliono delle sedie nuove).
"Magari con i soldi del concorso possiamo anche prenderci le sedie".
"Massì, in effetti ci può star tutto, in quella stanza" ha convenuto la prof Therral.
"Ad ogni modo, non appena la commissione giudicatrice del concorso vedrà gli estremi del nostro contratto per il collegamento in rete si metterà a ridere e passeranno direttamente a e esaminare la domanda successiva".

E dunque a tutt'oggi non abbiamo un Aula Video né sappiamo quando la avremo, abbiamo un gruppo di LIM scarsamente funzionali e che richiederebbero un po' di manutenzione, non abbiamo un collegamento in rete degno di questo nome e la nostra biblioteca, ben lungi dall'essere multimediale, ha un computer che non entra in rete e che soffre del grave problema di uno spinotto che non entra bene e che prima o poi non entrerà affatto privandoci così del collegamento elettrico e smettendo con ciò di funzionare. Per giunta nella suddetta biblioteca, che funziona anche molto fortunosamente come aula video, non abbiamo più le tende chiare ma solo quelle scure perché una mattina passò qualcuno del Comune e disse "Ma come, simili schifide tende chiare non possono stare qui, ce ne vogliono di molto migliori!" prese le suddette tende e sparì. Otto mesi fa.

Di chi è la colpa di questa situazione degna sì di un film, ma dell'orrore?
Del MIUR, che ad anni alterni fa partire grandi programmi di ristrutturazione e informatizzazione e modernizzazione per poi tagliare i fondi lasciando tutto a mezzo? ( La storia delle biblioteche multimediali la lanciò Berlinguer, all'alba del terzo millennio. Con un po' di continuità nei finanziamenti adesso avremmo splendide biblioteche multimediali a tutti gli usci).
Del Comune di St. Mary Mead, a cui da anni e anni chiediamo una fornitura di tende nuove ed efficienti e che ogni tanto ce le manda, le tende nuove, e ha una singolare capacità di sceglierle sempre sbagliate? E che ci prende le tende vecchie e un po' lacere dall'aula video ma non le rimpiazza con alcunché? Ma che nel frattempo ha speso un sacco di soldi per installare delle finestre malfunzionanti e delle porte che continuano a perdere le maniglie come prima?
Della Nostra Preside che ha imposto un registro elettronico in una scuola dove il collegamento in rete funzionava poco e male, e non s'è ancora capito che tarantola l'avesse morsa?
Del Comitato Genitori, che ci ha rifilato due LIM e due computer che non vanno d'accordo tra di loro, e comunque noi volevamo un proiettore?
Della prof. Therral che non è saltata alla gola di chi le ha proposto le LIM, forse anche perché ha tre figli piccoli e non desidera passare i più begli anni della sua giovinezza nelle scomodissime prigioni italiane, e comunque di mestiere insegna Lettere e dunque quando si tratta di computer prende per buono quel che chiunque le dice? 
Del prof. Jorge che non si impunta mai perchè qualcosa, qualsiasi cosa, una cosa qualunque, anche pescata a caso nel mucchio delle nostre mille informatiche velleità, sia fatta bene e a modino e si sorprende assai quando i colleghi pretendono che i computer di scuola funzionino come quelli di casa loro, o addirittura meglio?
Di tutti noi insegnanti, che continuiamo a portare pazienza invece di prendere qualcuno, uno qualunque pescato a caso nel mucchio, fosse anche innocente come una colomba, e riempirlo di botte fino a farne polpettine da ragù?
Di una congiunzione astrale particolarmente infelice?
Dell'attuale governo, che deve essere particolarmente ladro considerando quanto piove in questi giorni?
Della natura matrigna e dell'infelicità della condizione umana?

Quanto alla biblioteca multimediale, ecco: se al MIUR ne vogliono vedere una, sarà bene che diano i soldi a qualche altra scuola.

venerdì 17 giugno 2016

L'arduo apprendistato di Alice lo Scarafaggio - Karen Cushman


Il libro che presento questa settimana è ormai introvabile in libreria, ma molte biblioteche  lo conservano - e naturalmente esistono anche i banchetti dei libri usati, per chi come me ama questo tipo di caccia.
L'autrice è statunitense e ha avviato un piccolo filone di romanzi incentrati su ragazzine inglesi medievali dalle storie piuttosto particolari: romanzi di formazione, ma anche analisi dell'animo  femminile non banali, il tutto immerso in una realtà storica ricostruita con cura che contribuisce a dare forma all'intreccio. 
Il primo della serie è stato proprio l'arduo apprendistato, uscito in Italia nel 1997 con un titolo piuttosto lontano dall'originale(che, tradotto letteralemnet, sarebbe stato L'apprendista della levatrice). Nella biblioteca scolastica di St. Mary Mead è arrivato tanto tempo fa, grazie al concorso del Giralibro.
Siamo nel XII secolo e la protagonista all'inizio del libro si chiama Marmocchia - o meglio, la chiamano così gli altri. Non ha nome e, in effetti, non ha proprio nulla: è un orfanella sui dieci anni, malnutrita e vagabonda. Gira di villaggio in villaggio, campa (molto male) di espedienti ed è povera al di là di qualsiasi grado di povertà concepibile. Con l'esperienza ha scoperto che nei tumuli di immondizia fa abbastanza caldo per riuscire a dormire senza morire assiderata d'inverno, e questo le vale il soprannome di Scarafaggio. Quando esce da quei tumuli non è che le facciano gran festa, ma un giorno una levatrice di paese decide di prendersela come sguattera e quello per la piccola Scarafaggio è l'inizio di una vita che comincia ad affacciarsi sul limite della decenza. Quasi subito arriva anche un gatto rosso, randagio quanto lei, che le si affeziona senza un perché. 
Col tempo la giovane Scarafaggio si costruisce un identità, si prende un nome (Alice, appunto) e comincia ad imparare il mestiere di levatrice.
L'apprendistato della ragazza è più complicato di così e comprende varie tappe, fra cui una lunga permanenza in una locanda (dove lei e il gatto impareranno a leggere e a scrivere) e l'aiuto dato a un piccolissimo orfanello; terminerà solo quando Alice, ancora giovanissima ma resa saggia dalla sua varietà di esperienze, imparerà "come provare, rischiare, fallire e tentare di nuovo senza mai arrendersi" e insomma a vivere. Sempre col suo bel gatto vicino, che queste cose le sa probabilmente già da molto tempo, e che si rivela un fedele compagno, molto amante del formaggio, e che alla locanda di cui sopra finirà per dare il nome.
Si tratta insomma di un romanzo di formazione al femminile, che racconta la storia di una ragazza che cerca e trova il suo posto nel mondo seguendo un itinerario piuttosto particolare ma molto femminile (così come sono estremamente femminili i lavori che svolge, ovvero sguattera, aiutante della levatrice e cameriera).
Intorno a lei si sgrana il mondo piccoloborghese dell'Inghilterra rurale del dodicesimo secolo, prospero e tranquillo ma spesso implacabile verso chi è rimasto abbandonato al margine. L'ambientazione storica è ben curata e molto incentrata sulla vita quotidiana dei comuni mortali.

Pubblicato nel 1991, il libro ebbe molto successo e raccolse gran messe di premi e riconoscimenti. Altri ne seguirono, e furono molto apprezzati - ma non tutti ottennero la grazia di una traduzione in italiano, perché allora come ora gli editori di libri per ragazzi in grado di riconoscere un buon libro da un paracarri rosa non sono mai stati molti, e spesso quando trovavano qualche direttore di collana in grado di farlo avevano cura di litigarci dopo pochi anni.
Tornando a Karen Cushman, nel 1994 pubblicò Catherine (in Italia penalizzato da una copertina assai balorda) spassoso diario della figlia quattordicenne di un piccolo feudatario perseguitata da tate che cercano di farne una brava cucitrice e ricamatrice, amante della cultura, delle belle lettere e dell'avventura e  impegnatissima a scansare - anche con espedienti più che sleali -  la miriade di pretendenti che il padre cerca di rifilarle; in effetti,  più che un romanzo di formazione, il racconto di una continua fuga.
Più avanti ci furono La ballata di Lucy Whipple (dove l'ambientazione si sposta nel Nuovo Mondo) e Matilde Bone, ultimo romanzo tradotto in Italia e che spero di riuscire a recuperare.
Nonostante la buona qualità e il fascino molto particolare delle protagoniste - e nonostante abbiano lasciato un buon ricordo nei lettori e soprattutto nelle lettrici di quegli anni - non sono stati più ristampati, al contrario di molta roba che sarebbe stato davvero misericordioso lasciare immerso in un pietoso oblio.
Naturalmente non ce n'è più traccia nemmeno nelle antologie per le medie, ed è un vero peccato. Ma, grazie alle biblioteche, a tutto questo si può rimediare; e visto che sono libri ben scritti, interessanti, agili e con trame originali suggerisco a chi può e ha una fanciulla in fiore nei dintorni di fare un piccolo tentativo: potrebbe essere assai apprezzato.

Con questo post all'insegna del "si stava meglio quando si stava peggio" partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e ringrazio caldamente Linda per avere fornito una copia di Catherine alla biblioteca della scuola media di St. Mary Mead.

martedì 14 giugno 2016

Una strage è una strage (e una strage di gay è deplorevole almeno quanto qualsiasi altra strage)

I francesi hanno sempre uno stile tutto particolare

Due sere fa più di trecento persone in buona salute, pasciute e soddisfatte sono entrate in un locale a nome Pulse, nella città di Orlando in Florida. Cotal locale, fondato nel 2004 in onore del giovane John Poma morto di AIDS dalla di lui sorella e da un amico, era un punto di raccordo e di ritrovo per la comunità LGBT. Quella sera era in corso una festa dedicata alla comunità latina. 
Verso le due del mattino Omar Mateen, americano di origini afghane di 29 anni, è entrato nel locale con fucile e pistola. E ha sparato. Molto.
Il bilancio della strage, al momento, è di 50 morti - incluso l'autore, che però è stato ucciso dalla polizia prontamente accorsa - più qualche decina di feriti, anche gravi; ed è una cifra piuttosto ragguardevole anche in questo periodo, dove le stragi vanno abbastanza di moda, e anche per un paese come gli USA in cui non è poi così raro che qualcuno ben armato vada in un qualche luogo (scuole comprese) e si metta a sparare nel mucchio.

C'è poi una complessa questione, che magari ai familiari e amici dei 50 morti e decine di feriti può sembrare tutto sommato irrilevante ma che ha un suo peso per chi non c'era: si tratta di un attentato terroristico?
L'FBI è stata cauta sulla questione: Mateen simpatizzava con l'Isis ma non ne faceva parte ufficialmente. L'Isis si è dichiarata più che disponibile ad arruolarlo nelle sue fila post mortem, ma non ci sono per ora prove che l'avesse arruolato anche da vivo. 
Seconda gran questione: è stata una strage omofoba?
Beh, su questo non sembrerebbero esserci dubbi: se vai a fare una strage in un locale assai frequentato dalla comunità LGBT, è possibile che tu becchi magari anche qualche eterosessuale che era lì per caso o per compagnia, ma almeno in buona parte le vittime faranno parte delle comunità LGBT. Se ami pazzamente i gay, o dei gay te ne freghi, non vai a sparare in un posto del genere, in teoria. Ci vai se hai una marcata antipatia per loro - quel tipo di marcata antipatia che va sotto il nome di omofobia; certo, se fai una strage spari nel mucchio, ma quando entri in un locale per fare una strage, di fatto hai scelto una determinata tipologia di utenti come destinatari della tua strage - esattamente come quando entri in una redazione di giornale, o in una sala da concerto.
Inoltre, come ha osservato Obama nel suo bel discorso, gli LGBT, al contrario delle altre minoranze, non crescono in famiglie che ne fanno parte a loro volta, e quindi per la presa di coscienza e il rafforzamento della loro identità i punti di ritrovo come bar e locali sono molto importanti, sul piano culturale oltre che sociale - in sintesi, non ci vai solo per ballare e rimorchiare. Scegliere di colpire proprio in uno di questi locali, e in particolare un locale così chiaramente configurato come il Pulse, che proprio come punto di incontro culturale era nato, vuol dire sparare all'idea stessa di comunità LGBT.

Negli USA, in attesa di chiarirsi bene le idee, gran copia di autorità (a partire dal presidente Obama) e personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo hanno esternato grande solidarietà verso le comunità LGBT, e anche su Facebook sono comparsi quasi in tempo reale banner e sfondi assai arcobalenati, messi a disposizione dal social network (che è statunitense). Diversi stati europei ed extraeuropei hanno fatto altrettanto, illuminando anche monumenti assai simbolici con i tipici colori dell'arcobaleno LGBT. La Tour Eiffel,  per esempio.
In Italia ce la siamo presa abbastanza comoda: alcuni singoli politici e rappresentanti vari hanno portato in tempi assai celeri il loro contributo di cordoglio e solidarietà ai movimenti LGBT, e molti giovinetti socialnetworkari hanno messo sullo sfondo della foto la bandierina arcobaleno e dichiarato solidarietà, ma nel complesso l'impressione è che i più l'abbiano considerato un evento di scarso rilievo, e qualcosa che comunque riguardava solo i gay, che se poi insistono a radunarsi tutti insieme invece di starsene a casa a ricamare al tombolo, via, un po' se la vanno a cercare. Appelli per candele fuori di finestra e fiaccolate o preghiere collettive, come se ne sono viste a decine per le stragi a scuola, nei parchi eccetera: non pervenuti. In compenso ci siamo potuti riascoltare le solite tirate sui terroristi islamici che per colpa dei buonisti arrivano sul barcone a Lampedusa, e qua e là non è mancata qualche considerazione sulla collera divina scagliata sui pervertiti.
D'accordo, accendere una candela a questo punto non cambia un accidente, cinquanta morti (in possibile aumento) c'erano e nessuna candela ne riporterà indietro nemmeno uno. E anche le commosse attestazioni di solidarietà sui morti innocenti lasciano il tempo che trovano, per chi non c'è più.
Tuttavia partecipazione emotiva e solidarietà fanno molto bene ai vivi. No, non solo ai parenti e amici che piangono i loro cari, e che magari nemmeno verranno mai a sapere delle nostre candeline e delle preghiere recitate a sera, visto quanto sono lontani geograficamente - ma proprio a noi, che non c'eravamo (almeno per questa volta, la volta prossima chissà) ma che partecipiamo talvolta anche noi a feste, raduni, spettacoli, riunioni. Questo tipo di rituali dall'apparenza inutile quanto ingenua ci ricordano comunque che tutti siamo parte di un umanità talvolta minacciata e falciata dall'umana follia.
Terrorismo islamico o meno, trecento e passa persone in buona salute sono andate a una festa, e decine di loro adesso sono morti o feriti per colpa di un altra persona. Era gente come noi, che mangiava tre pasti al giorno, dormiva dalle sei alle otto ore per notte, usava il telefono, chattava con gli amici, andava al cinema e a teatro. Avremmo potuto essere noi
Anzi, in questi casi usa ed è buona educazione dire che erano noi. 
Ma stavolta sembra che non fossero noi, proprio per niente.
Anche se a Torino qualcuno si è mosso.

domenica 12 giugno 2016

Piovino, pioverello, sole e pioggia (ultimo giorno di scuola)

Raining cats and dogs

Ci sono anni benedetti in cui l'estate tarda ad arrivare e le scuole a Maggio non si trasformano in forni crematori. In queste felici annate l'ultimo giorno di scuola riesce a mantenere una certa parvenza di dignità persino quando la suprema idiozia della Dirigenza si incaponisce, senza un perché al mondo, per fare cinque ore di scuola cinque pur avendo già chiuso gli scrutini da qualche giorno.

Non per questo a St. Mary Mead sono tutte rose e fiori: il giorno prima la nuova e lussuosa stampante della Sala Insegnanti si era piantata da un momento all'altro, con la scusa che aveva finito l'inchiostro della cartuccia, così non avevo potuto stampare le mie tre liste tre di consigli di lettura per le mie tre classi. Tuttavia si raccontava che in tarda mattinata la cartuccia avesse dato ancora qualche pallido segno di vita e così, forte del mio consueto ottimismo assai prossimo all'idiozia, mi sono presentata a scuola con un po' di anticipo, pronta però anche ad un arrembaggio nell'Aula di Informatica.
Invece la cartuccia della Sala Insegnanti viveva ancora, e le stampe sono venute perfino decenti. Inoltre la fotocopiatrice - in questi giorni assai lunatica - ha sfornato le fotocopie senza troppe storie.
Al mio arrivo a scuola il cielo era nero inchiostro, ma quando sono arrivata all'aula dove avrei fatto la mia ultima ora di Approfondimento per quest'anno le nuvole davano qualche segno di volersi aprire.
Faccio l'appello, sistemo le giustificazioni (il giorno prima l'intera St. Mary Mead, a causa di un improvvido colpo di fulmine, era rimasta senza collegamento in rete) poi l'inevitabile richiesta "Prof, ci porta fuori?".
Consulto il cielo. "Direi che oggi ogni lasciata è persa" dichiaro "Tentiamo, finché si può".
Fuori ci accoglie un pallido raggio di sole anemico. I ragazzi si mettono a giocare a palla, io mi siedo sulla panca umida - cosa che probabilmente non fa molto bene al Raffreddore di Prima Classe che mi sta divorando da Domenica, ma siccome continuo ad avere la febbre l'idea di stare in piedi per tre quarti d'ora è davvero improponibile.
Comunque i ragazzi giocano serenamente nel cortile ancora deserto, e qualche minuto prima dello scadere dell'ora li riporto in classe - sottraendoli così alle prime gocce di pioggia e ad alcuni minacciosi tuoni che promettono sfracelli.

Quando entro nella Prima Zuzzurlona piove a catinelle (ma sarà solo uno scroscio passeggero). Si fanno due chiacchiere, consegno la mia prima lista, scopro di aver messo due volte la Freccia Nera e nemmeno una volta il mio amato Mulino dei dodici corvi (cose che succedono quando ti impunti per lavorare anche se hai la febbre); poi rendo anche due pacchi di compiti che avevo conservato per l'occasione. Discorsetto di conclusione, esortazione a leggere romanzi storici durante l'estate e anche in seguito, ché sono tanto carini e aiutano tanto a ricordarsi certa gente strana che saltella per il manuale, poi arriva l'intervallo.

E' il turno della Prima Amichevole, ovvero quella classe dove ho fatto italiano per tutto l'anno, insistendo tanto su pronomi e verbi, per poi scoprire che parecchi non riconoscevano un infinito presente (giuro). Nuova lista di consigli di lettura e ultimo giro in biblioteca per prendere qualcosa, chi voleva (volevano quasi tutti). Nel frattempo il cielo si è schiarito, il sole quasi splende ma intanto l'ora è finita e così torno in biblioteca dove comincio a fare un po' di ordine nell'immane casino che si è accumulato negli ultimi dieci giorni.

Ultima ora nella Seconda Effervescente, con l'ultima lista dei consigli e un piccolo discorsetto introduttivo al programma dell'anno prossimo, dove tutti noi cercheremo di colpevolizzarli per i mali presenti del pianeta e le stragi delle due guerre mondiali, di cui i poveretti sono innocenti come agnellini pur mo' nati; poi è tempo di tornare fuori. 
"Prof, possiamo fare i gavettoni?"
"No, voi non potete fare i gavettoni. Ma se li farete non è detto che cercherò di impedirvelo".
Nel frattempo il cielo si è di nuovo rannuvolato.
Fuori ci aspetta mezza scuola, con gran copia di bottiglie ma sembra che quest'anno qualcuno sia riuscito a bloccare le cannelle per cui, dopo un gran rutilare di schizzi che dura per qualche minuto, la cosa si ferma. Faccio un giro del cortile per vedere come butta e sequestro ad Attila un paio di grosse bottiglie di Coca Cola con cui si stava avvicinando in modo sospetto a un gruppo di compagne "Questa non va bene perché macchia".
"Ma prof, io volevo bere!".
"Non c'è problema, tengo le bottiglie e chi vuole bere lo fa in mia presenza".
Così  mi ritrovo nell'inconsueto ruolo di vivandiera a passare la bottiglia a chi viene a bere. Una volta finita la prima grossa bottiglia mi ritrovo anche nel non inconsueto per me ruolo dell'idiota, perché quando apro la seconda riesco a farmi una doccia niente male. Preoccupata che la Coca Cola mi stinga il vestito raccatto una bottiglia di acqua rimasta ancora mezza piena e me la rovescio sul vestito per sciacquare via la Coca Cola (e anche quello probabilmente non fa bene al mio micidiale raffreddore). Nel frattempo il cielo si rannuvola e tuona, ma non cade una goccia d'acqua. E' senz'altro l'ultimo giorno di scuola più asciutto che abbia mai passato a St. Mary Mead (anche se, certo, se poi uno si rovescia l'acqua addosso...).
Suona l'ultima campana e le classi franano verso l'uscita. Butto nel cestino le bottiglie di Coca Cola ormai vuote e salgo in Sala Insegnanti. Febbre e raffreddore a parte, non è andata male.
Torno a Lungacque dove, dopo una rapida sortita alla biblioteca comunale, mi procuro il necessario per una minestra di verdura molto leggera. 
Perché, onestamente, cosa c'è di meglio il 10 Giugno che farsi una minestra di verdura molto leggera da mangiare prima di infilarsi a letto con qualche buon libro da alternare a piacevoli sonnellini pomeridiani mentre sale la febbre e fuori continua a tuonare anche se di fatto piove ben poco?

lunedì 30 maggio 2016

La sganascevole e ridicolissima farsa del registro elettronico - 4 - Il vero insegnante non teme il ridicolo

Taci, il nemico ti ascolta!

Giunse così il D-Day e il registro da quel giorno fu ufficialmente in chiaro - purché un familiare adulto fosse passato a ritirare la password, e tale password fosse effettivamente funzionante (alcune non lo erano) e purché in famiglia qualcuno si fosse deciso a fare il Grande Passo e ad aprire il Registro Elettronico in questione, e soprattutto purché la famiglia avesse un collegamento a Internet funzionante - cosa che a St. Mary Mead non sempre avviene, e infatti i problemi di collegamento non ci sono solo a scuola.
Qualcuno comunque doveva essersi dato da fare in gran fretta, perché la mattina dopo, alle otto, la professoressa Quadrella era in Sala Insegnanti a pasticciare con il computer spiegando che "era bene fare attenzione, perché ieri sera mi hanno telefonato per avvisarmi che un alunno segnato assente in realtà non lo era affatto. E avevano ragione, perché l'alunno era effettivamente a scuola, e quello davvero assente era immediatamente prima di lui nell'elenco".
Cose che capitano, certo. E naturalmente nessuno è mai al sicuro da questi piccoli errori di distrazione. Dobbiamo imparare a convivere con la consapevolezza che il Nemico ci ascolta.

E tuttavia.

Quel giorno uscivo con la classe, per visitare un pregevole e rinomato museo. Al ritorno, mi sono attardata in Sala Insegnanti per compilare il registro, e ho così scoperto che gli insegnanti che quella mattina avrebbero dovuto fare lezione con la classe che usciva avevano firmato le loro ore come se la classe fosse stata presente, ma si erano poi ben guardati dal firmare le ore di supplenza che avevano svolto in altre classi.
D'accordo, è pur vero che al corso fatto ormai due anni fa sull'uso del Grandioso Registro Elettronico nessuno pensò di spiegarci come fare in caso di gite o di uscite didattiche, però cosa c'è di male, quando fai un lavoro al pubblico davanti a venti e passa testimoni, a dichiarare il vero evitando nel contempo di dichiarare il falso?
Ad ogni modo io ero venuta lì per firmare e avrei firmato, e niente e nessuno sarebbe riuscito a fermarmi: ho firmato cinque ore di compresenza e ho raccontato dov'era la classe e con chi, scrivendolo sia nel campo delle lezioni che in quello delle "Annotazioni", e si arrangiassero in Segreteria (ma dubito che in Segreteria si siano accorti di alcunché).

La mattina dopo sono entrata nella Seconda Effervescente, che giustamente effervesceva.
"Prof" mi ha detto Anarion "Perché nei compiti che ha dato ieri ha scritto pagg con due G?".
"La doppia consonante nelle abbreviazioni indica il plurale " ho spiegato compunta e professorale "come per esempio in ss che sta per 'santi', quando non è usata in un testo di storia sul nazismo, oppure in FF SS che sta per Ferrovie dello Stato".
"Però lei ha scritto pagg sia dove indicava una pagina che dove indicava un gruppo di pagine" osserva Anarion in tono vellutato.
"Ehm. Ho sbagliato. Prometto che stasera correggerò".
E ho corretto davvero: se la classe ha deciso di rivedermi le bucce nel più puntiglioso dei modi, non mi resta che correggere con altrettanto puntiglio.
Da allora sto attentissima a scrivere pagg. solo quando indico un gruppo di pagine, naturalmente. Ed è un vero tormento.
Ma, se il Nemico mi ascolta e soprattutto mi legge, non posso che adeguarmi.

Il Registro Elettronico è venuto alla luce. Evviva il Registro Elettronico.

venerdì 27 maggio 2016

Tobia - Timothée de Fombelle

                                           
Tobia - Un millimetro e mezzo di coraggio
Tobia - Gli occhi di Elisha

Siamo su un albero, un grande e verde albero assai lussureggiante, circondato da prati, o forse da campi più o meno coltivati. Su questo albero una complessa e ben strutturata civiltà di piccoli, piccoli esseri molto simili all'umanità preindustriale vive in paesi, città, case isolate. Sull'albero abbiamo foreste (per lo più di licheni), prati, stagni, caverne, imponenti edifici e fiorenti tenute agricole - e, naturalmente, molta corteccia, molti insetti e anche qualche uccello. L'albero è un mondo, tanto che molti dubitano che oltre all'albero esista qualcosa. Ogni tanto sull'albero arrivano alcuni individui di una temibile razza, gli Spelati, che in realtà non sono affatto feroci e immondi come li vorrebbero i pregiudizi locali, semplicemente fanno parte di un altra cultura. All'inizio comunque, e per molte e molte pagine, conosciamo solo il popolo dell'albero.
Su questo albero esiste una rigida gerarchia sociale, tanto che gli abitanti dei rami alti sanno pochissimo di quel che succede nei rami bassi, e nulla degli Spelati se non che esistono.
Anzi all'inizio sappiamo solo che un ragazzino di dodici anni, piuttosto grande per la sue età - alto ben un millimetro e mezzo, laddove solo gli adulti più alti passano i due millimetri - viene cacciato furiosamente, lassù sui rami alti, da torme inferocite che vogliono ucciderlo. Tobia è ferito, stanco, terrorizzato e separato dalla sua famiglia, ma è ben deciso a sopravvivere. Grazie a un po' di fortuna e a molta determinazione riesce a mettersi in salvo e comincia a scendere. Oltre a un grande coraggio e a un indomabile vitalità, Tobia ha dalla sua parte anche una grande conoscenza dell'albero e un eccellente senso dell'orientamento, e riesce a seminare tutti i suoi nemici fino a tornare a casa sua - anche se, a dire il vero, la sua vera casa sarebbe nei rami più alti dell'albero, dove è cresciuto per i primi anni della sua vita. 
La sua storia è lunga e complessa, anche se lui è ancora giovanissimo, e solo un po' per volta, attraverso un accorto intreccio dei piani temporali, il lettore riesce a ricostruirla.
Verso la fine del libro la vicenda si salda con il presente, ma nel secondo libro ci sarà da ricostruire la storia di Elisha, ragazza bella fiera, anche lei dotata di un coraggio indomabile, e ancor prima quella di sua madre.
La vicenda si snoda lungo più di quindici anni, flashback compresi, e coinvolge l'intera popolazione e financo l'Albero-Mondo, che una scellerata dittatura rischia di danneggiare in modo irreparabile; ma quando i fili della storia avranno terminato di intrecciarsi e tutti i misteri del passato saranno chiariti, l'albero riuscirà a salvarsi e anche agli Spelati verrà riconosciuto il dovuto rispetto e i due popoli impareranno a conoscersi.

La narrazione si svolge lungo più di seicento pagine, divise in due volumi, ed è inframezzata dai bellissimi disegni di François Place, che ha curato anche le due splendide copertine - una dedicata all'albero nella sua verde primavera, l'altra all'albero di fine autunno; oppure, volendo, una all'albero in buona salute, l'altra all'albero ammalato. La storia riesce ad essere contemporaneamente romanzo d'avventura, di formazione e d'amore - con eccellenti risultati in tutti e tre i campi - ma anche un libro molto attento alle tematiche ambientali e sociologiche e ai danni arrecati da pregiudizi e ristrettezza di vedute. E' anche un trattato molto interessante sui sentimenti e la loro forza, e sulle trappole che riescono a creare.
L'autore riesce a sdipanare con chiarezza e semplicità una storia complessa e molto articolata, giostrandosi abilmente tra i molti personaggi che popolano questo affresco arboreo. Le seicento pagine scorrono bene, con qualche patema d'animo per il lettore che si immerge senza difficoltà nella storia - caso mai, il problema può essere uscirne.
Si lascia leggere facilmente, ma tiene comunque impegnati per qualche giorno. E non conviene centellinarlo a piccole dosi perché in quel caso si rischia di perdersi.
Fa parte di quella letteratura per giovani adulti che riesce assai gradita anche a molti adulti - a me, per esempio.
Rientra nella letteratura fantastica ma non nella fantasy, e in tutta la storia non c'è la minima traccia di magia o di sovrannaturale - salvo quella parte di magia che ognuno di noi si porta dentro, ne sia consapevole o no.
Consigliato dai dieci anni in su. Va bene per tutte le stagioni.
L'autore è lo stesso di Vango, da me presentato qualche tempo fa.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, e auguro felici letture in questo scorcio di fine primavera più fresco e piovoso del solito a chiunque passi di qua.

giovedì 26 maggio 2016

La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 3 - Vegliate, perché non saprete né il giorno né l'ora


In una bella mattina di tarda primavera, appena entrata in Sala Insegnanti venni informata che di lì a una settimana il Grandioso Registro Elettronico sarebbe stato visibile anche a genitori e alunni.

"Così, all'improvviso?" chiesi sorpresa "A un mese dalla fine dell'anno scolastico?"
Ebbene sì, giusto a un mese dalla fine dell'anno scolastico. Il giorno dei colloqui generali, i coordinatori avrebbero distribuito le password ai genitori. In effetti tutto ciò avveniva appunto perché i genitori ce lo chiedevano (una volta tanto nessuno ha tirato in ballo l'Europa).
In effetti corre voce che da più di un anno i genitori ce lo chiedessero, ma nessuno se li era mai filati più di tanto. Da qualche settimana però era improvvisamente cambiata la Dirigenza: la Nostra Preside si era avviata verso altri e più prestigiosi lidi, e al suo posto era subentrata una Reggenza. La quale Reggenza, informata che fu dell'esistenza di un Registro Elettronico, alla prima richiesta in tal senso decise di togliergli quell'aura di leggenda che lo ammantava e di farne un banale, concreto ma utilizzabile Registro Elettronico, che a scuola avrebbe comunque continuato a funzionare ogni tanto e sarebbe stato aggiornato soprattutto da casa dei docenti o dalla Sala Insegnanti, ove era l'unico computer della scuola dotato di una connessione quasi sempre funzionante - perché alla scuola di St. Mary Mead il collegamento in rete continua ad essere un optional che assai raramente ci onora della sua presenza.

La notizia non suscitò un particolare scalpore - anche perché, scoprii in seguito, era rimasta confinata ai pochi eletti che quella mattina, per questioni di orario, stavano in Sala Insegnanti a cazzeggiare in attesa di entrare in classe. Né alla Reggente né alla VicePreside (e neppure alla responsabile di plesso) venne in mente di fare un qualche tipo di circolare che informasse tutti gli insegnanti e, perché no, magari, anche gli alunni e i genitori. A dire il vero qualche alunno lo sapeva: i miei, cui mi ero precipitata a comunicare la lieta novella.
Fu così che, il giorno del ricevimento, molti insegnanti scoprirono che avrebbero dovuto consegnare le password, e sgranarono gli occhioni assai stupiti.
"D'accordo" disse la prof. Quadrella "Gli diamo la password. Ma loro dov'è che firmano per dichiarare che l'hanno ricevuta?".

"Non c'è problema" disse la VicePreside "I coordinatori hanno l'elenco delle classi, li fanno firmare lì".
"Sì, ma firmare che cosa?" chiese la prof. Quadrella "Qui non c'è scritto niente di niente, c'è solo il nome e lo spazio per la firma".
"Boh, fategli scrivere accanto 'ricevo password'" suggerì bonaria la VicePreside.
"Ma non c'è lo spazio!".
La VicePreside, che non è abituata a porsi grandi problemi (il che non sempre è solo e soltanto un pregio) si strinse nelle spalle.
Quanto a me, presi il foglio e scrissi a lato "Dichiaro di ricevere la password per il registro elettronico" con tanto di data. E fu così che i genitori della mia classe rilasciarono non una ma ben due firme, perché al contrario della VicePreside, su queste cose io sono un po' piantagrane e voglio tutte le carte in ordine. Del resto, nel più ci sta il meno. Giusto?

Comunque non tutti i genitori reagirono nel modo previsto. Qualcuno sorrise e disse "Era ora, così è tutto molto più comodo". Altri chiesero se alla password erano allegate le istruzioni (e io non lo sapevo, non avendo aperto le buste con la password, e mi limitai a dire che pensavo di sì), altri non fecero commenti e presero la busta. Una madre invece fece un salto inorridito, nemmeno le avessi offerto un aspide ben carico di veleno ed esclamò "Non la voglio! Non so nulla di queste cose!".
"Ma suo figlio porta regolarmente a scuola il computer per fare i compiti" osservai timidamente "non dovrebbe essere difficile per lui. Le spiegherà come fare".
"Devo proprio prenderla?"
"Preferirei di sì, signora. Comunque nessuno vi obbliga ad usarla".
Sospirando, la madre firmò e prese la temibile busta.
Immagino che non fosse tra quei genitori che erano andati a reclamare perché volevano l'accesso al Grandioso Registro Elettronico.

(to be continued)

lunedì 23 maggio 2016

Haeretica - Galassia radicale


I radicali entrarono nella mia vita quando ero ancora giovanissima. Dopo il grandioso referendum del 1974 che non abrogò la legge sul divorzio presero la rincorsa per legalizzare l'aborto e io passai la terza media seguendo tutte le fasi della lotta sull'Espresso, che gli dedicava grande attenzione, molto frustrata per non poter firmare per il referendum abrogativo contro la legge che considerava l'aborto un reato. Col tempo imparai anche qualche nome: Pannella, Bonino, Aglietta, Spadaccia. Non potei votare radicale nel 1976 ma lo feci appena ebbi il diritto di voto, tutte le volte che li ho trovati sulla scheda per le elezioni parlamentari italiane e europee e sono sempre andata a votare tutti i loro referendum, che condividevo in toto.
In effetti ho sempre condiviso tutte le iniziative radicali, proprio tutte, con l'unica eccezione della lotta per l'esperanto. Sì, apprezzai anche l'idea di mandare Toni Negri in parlamento perché ritenevo che il suo interminabile processo non fosse condotto con giustizia - e in cuor mio ho sempre pensato che fece benissimo a scappare in Francia avendone la possibilità. Approvai il fatto che fossero disponibili a trattare con le Brigate Rosse ai tempi del rapimento Moro, e ancor più che candidassero (riuscendo a mandarli in parlamento) terroristi pentiti dopo che avevano scontato regolarmente la loro pena; trovai estremamente simpatica l'idea di mandare Ilona Staller in parlamento (no, non la votai, ma solo perché non era nella mia circoscrizione), mi piaceva l'idea di legalizzare l'obiezione di coscienza, ero e sono tuttora fieramente antiproibizionista, nonché a favore dell'eutanasia,  mi convinsi subito che appoggiare le rivendicazioni degli omosessuali era cosa buona e giusta e via dicendo.
I quattro radicali che entrarono in parlamento nel 1976 sconvolsero la politica italiana. Insieme ai quattro (anzi, sei) gatti di Democrazia Proletaria portarono una serie di temi di cui mai alcun politico si era interessato se non assai marginalmente. Nel 1979 entrambi i drappelli aumentarono (anche se mi sembra che DP avesse cambiato nome e sigla). Erano pochi, ma sembravano una legione - e lavorarono come castori.
In questi giorni di interminabili commemorazioni pannelliane tutti ricordano come dischi rotti il divorzio e l'aborto, ma la zampata radicale si è insinuata in una miriade di leggi e leggine e riforme, alcune portate a maturazione molti anni dopo l'arrivo di quell'epica, prima pattuglia: il nuovo diritto di famiglia, l'obiezione di coscienza, la questione delle barriere architettoniche e in generale dei diritti dei disabili, lo spinello depenalizzato, le unioni civili faticosamente approvate qualche giorno fa, l'opposizione alla micidiale legge sulla fecondazione assistita (quel referendum non raggiunse il quorum, ma la legge faceva talmente schifo che pezzo a pezzo la Corte Costituzionale l'ha smantellata), il tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità (nato ai tempi della guerra in Iugoslavia, che solo attraverso Radio Radicale era possibile seguire in modo dettagliato). Sto dimenticando un sacco di cose, ma questo è un post autobiografico e la memoria è selettiva. Comunque posso aggiungere anche il caso Tortora, la fame nel mondo e il grosso contributo dato dai radicali per il referendum per l'abolizione del proporzionale, il referendum contro il nucleare e quello per la responsabilità dei magistrati (che vinsero, ma che è ancora lì che aspetta di essere applicato),  i diritti dei carcerati e l'ignobile condizione delle patrie galere, la pubblicazione dei bilanci delle Camere...

E Radio Radicale. All'inizio la potevi ascoltare su una serie di frequenze locali, poi dopo lunghissimo patire, quando ogni tanto veniva sospesa per mancanza di soldi, finalmente venne più o meno stabilizzata. Con gli anni, Radio Radicale è diventata la mia fonte di informazione, comodissima perché da lì puoi seguire tutto: congressi di partiti, approfondimenti internazionali, sedute parlamentari, spiegazioni dettagliate delle proposte di legge, e la meravigliosa rassegna stampa di Massimo Bordin dall'affascinante titolo di Stampa e regime. Ma anche tante simpatiche rubriche sui più vari argomenti e un infinità di dibattiti e presentazioni di libri.

Alla base di quasi tutto c'è Pannella, naturalmente, che già nel 1976 alle tribune politiche parlava di diritti dei carcerati e di eutanasia (ma non ancora di cellule staminali e nemmeno di fecondazione eterologa, ché ancora era roba che non esisteva); Radio Radicale l'ha inventata lui, ma non costruita pezzo per pezzo fino a farne quella meraviglia che è oggi. Pannella era la figura più appariscente e meglio spendibile in televisione, almeno fino agli inizi degli anni 90, quando diventò inascoltabile e dimenticò l'esistenza dei punti che chiudevano i discorsi, ma la galassia radicale si è sempre mossa di vita propria.
Se potrà sopravvivere alla morte della sua figura più famosa, proprio adesso che Emma Bonino, che per me è sempre stata la vera incarnazione dello spirito radicale, si sta rapidamente consumando per malattia, è quello che scopriremo presto. 
Le premesse, purtroppo, non sono delle migliori. Se la galassia scomparirà, per l'Italia sarà una grossa perdita, ma per me sarà una tragedia personale, perché perderò il mio baricentro politico.
E mi sentirò estremamente sola.


giovedì 19 maggio 2016

Hortodoxa - 17 Maggio 2016 - Giornata mondiale contro l'omofobia - Habemus Legem


Quest'anno la Giornata Mondiale contro l'Omofobia è passata un po' in sordina, probabilmente perché nei mesi scorsi abbiamo tutti sentito parlare notte e giorno senza requie e senza posa di gay e lesbiche e delle terribili conseguenze che avrebbe portato al viver civile l'inconsulto e disastroso atto giuridico di legittimare cotali orrende coppie, ammettendo così esplicitamente che anch'esse sono composte da esseri umani e non da terribili mostri devastatori.
Un benefico silenzio è infine calato da qualche giorno sulla questione. L'improvvida legge (che offre il campo a molte, anche impreviste, considerazioni per chi vuole esaminarla bene) è passata, l'Italia è diventata un paese un po' più normale e si suppone che prima o poi arriverà anche il resto, se non sopravviene l'orribile catastrofe annunciata e promessa dai cattolici integralisti.
Al momento comunque la temutissima invasione di demoniaci mostri non è ancora iniziata, e possiamo goderci un po' di pace.
Auguri e rallegramenti a chi andrà in municipio a registrare la propria unione, a chi non ci andrà e anche e soprattutto a chi, al momento, non ha alcuna felice unione da registrare, perché possa al più presto inciampare in quella sorta di felice catastrofe che è il Grande Amore - di cui poi poter decidere se è il caso di regolarizzarlo o meno.
E possa l'Amore, unito al Buon Senso, illuminare con la sua benefica luce le giornate di tutti noi - anche di chi è allergico alle scartoffie e alle cerimonie.

Ma a proposito di impreviste considerazioni:

domenica 15 maggio 2016

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di genitori - 4 - Genitori che ti chiedono di alzare il voto




Il giovane e fascinoso Benjamin, prima triste e solo sotto adozione, poi felice e assai coccolato dalla figlia di Acquaforte.
(né lui né Acquaforte o sua figlia hanno niente a che fare con l'argomento del post, per loro fortuna)

Ordunque tra le tante strampalate tipologie di genitori che l'insegnante incontra regolarmente, una delle più irritanti è quella del Genitore Che Chiede di Alzare i Voti.
Cotal categoria si divide in due rame: la prima è quella dei genitori che chiudono insistentemente di alzare il voto di qualche materia per portarla alla sufficienza o magari si impuntano per una promozione a Giugno che richiede il rialzo di molti voti in molte materie. Costoro possono essere molto insistenti, giungendo nei casi più estremi a minacce larvate (ma anche crisalidate o adulte) e ad aperte recriminazioni talvolta assai spiacevoli, ma il loro atteggiamento è in fine abbastanza comprensibile, perché si industriano, sia pure con modi e comportamenti talvolta assai riprovevoli e nel migliore dei casi alquanto assillanti, ad evitare le spiacevoli conseguenze che deriverebbero da un debito o una bocciatura della loro prole.
Assai più difficile da comprendere e da scusare è il comportamento, che pure di solito rimane abbastanza rispettoso delle norme del viver civile, di quei genitori che tampinano lo sventurato insegnante di turno perché alzi il voto ai loro figli quando cotal voto è sì sufficiente, ma non raggiunge la meta che loro hanno stabilito che la loro prole debba raggiungere in una determinata materia.

Costoro arrivano spesso sorridenti, avviando il colloquio con aria complice, e solo raramente si mostrano fin dall'inizio corrucciati - quest'ultimo atteggiamento è adottato più frequentemente dai genitori maschi, ma non è del tutto assente nemmeno dai genitori femmine, dette anche genitrici. Talvolta prendono la questione alla lontana, accerchiando l'insegnante con una manovra a spirale.
Oppure arrivano e basta, avviando le manovre solo quando hanno appurato che la loro prole è destinata a una sufficienza o a un miserabile sette. Pur non essendo del tutto insoliti anche casi di genitori che si impuntano sul nove o addirittura sul dieci, la maggior parte ha pretese più modeste e chiede di alzare solo di un punto la valutazione. Il piccolo dettaglio che l'insegnante abbia scelto una valutazione inferiore ai loro desideri, e che lo abbia con tutta probabilità deciso in base ad un criterio che non contemplava la scelta del voto a casaccio, non turba minimamente i loro animi.
Si arriva infine alla fatidica domanda "Come mai soltanto sei (o sette)?".
Un po' perplesso, l'insegnante mostra il registro, la media dei voti, sciorina compiti scritti, spiega e racconta.
"Ma è lo stesso voto dello scorso quadrimestre. Non c'è stato nessun progresso?" obbietta il genitore (oppure, a seconda dei casi "Ma allo scorso quadrimestre gli aveva dato di più"). E talvolta impavidamente proclama "Ma lo scorso anno aveva di più", tessendo eventualmente un elogio dell'insegnante precedente, tanto bravo e comprensivo e con cui l'alunno/a aveva "un bellissimo rapporto".
L'insegnante prova a dire che, rispetto allo scorso quadrimestre o scorso anno il profitto è peggiorato, oppure che è rimasto uguale - insomma, si ingegna di ripetere che non vede alcun appiglio per alzare quel voto.
Arrivano allora i motivi per cui il voto andrebbe alzato. La prima e preferita è che "lui/lei ci tiene tanto".
L'insegnante prova a far scivolare nella conversazione la considerazione che non basta volere un determinato voto, ma occorre anche produrre delle prestazioni che appunto siano all'altezza di quel voto. 
Tale argomento scivola sul genitore come acqua sulle penne di un anatra.
Si passa poi a spiegare che la creatura in questo momento è triste, stanca, depressa e deprivata, e talvolta soffre molto per la morte o malattia di un caro congiunto (magari avvenuta l'anno precedente).
L'insegnante si conduole assai per il trapasso o la malattia del caro congiunto ed esterna gran dispiacere per gli accidenti sovvenuti a colui o colei che è ai suoi occhi un perfetto estraneo, ma ciò non basta a salvarlo da una lunga descrizione dello stato di prostrazione in cui versa la creatura, che trarrebbe tanto giovamento psicologico da un voto più alto. Si assicura che costui o costei ama appassionatamente la materia di cui si discute.
"E allora perché non la studia di più?" si domanda l'insegnante, e talvolta arriva perfino a chiederlo al genitore, soprattutto se la manfrina prosegue da parecchio e in coda ci sono sei o sette genitori di altri alunni che aspettano, magari per discutere problemi ben più seri e situazioni assai più compromesse. La risposta è, inevitabilmente, che la creatura passa giorni e notti in uno studio indefesso. Forse che ci sono problemi nel rapporto con l'insegnante? Forse che l'insegnante non si pone nel modo giusto, o intimorisce la creatura?

La manfrina può andare avanti per un eternità: il Genitore Che Vuole un Voto Più Alto non conosce ritegno né discrezione, e può arrivare a sciorinare gli affari più intimi della famiglia (quando non ad inventarli) per meglio evidenziare lo stato di prostrazione dell'alunno, oppure imbastire un processo vero e proprio alla metodologia didattica e al sistema di valutazione del malcapitato docente, raggiungendo toni insinuanti o arroganti degni di un attore shakesperiano. In tutti i casi non demorde se non quando l'insegnante lo pianta lì perché deve entrare in aula per fare lezione. E anche in quel caso il temibile genitore può ritornare a tempi brevi, magari chiedendo colloqui straordinari o arrivando a sorpresa "solo per un minuto, non voglio rubarle tempo".

L'insegnante giovane e sprovveduto, oppure quello che non desidera complicazioni o vive nell'incubo del ricorso finisce talvolta per cedere - errore assai grave non solo perché mettere un voto più alto solo perché il genitore dell'alunno è un grandissimo rompiballe non è eticamente valido, ma anche perché, dato che l'appetito vien mangiando, il genitore, forte di una prima vittoria, l'anno seguente ripartirà dal punto in cui era arrivato per ulteriori pretese o andrò all'arrembaggio di un nuovo eventuale insegnante di quella materia con ancor meno ritegno e pudore, contribuendo ad arricchire la leggenda dei Genitori che Protestano Per Tutto e Hanno Sempre Maggiori Pretese, che come tutte le leggende contiene un fondo di verità. L'errore inoltre finirà anche inevitabilmente per ricadere sull'alunno, incidendo deplorevolmente sulla sua autostima e incoraggiandolo a tirare la manica a papà e mammà davanti al minimo ostacolo - atteggiamento pericolosissimo, perché quando papà e mammà ricorrono a tecniche di persuasione quali il lavaggio del cervello o la manipolazione basata sui sensi di colpa e simili, con ciò stesso dimostrano di non avere una posizione sociale così potente da consentire loro grossi interventi a favore dei figli anche più avanti nel tempo.

Occorre dunque che l'insegnante sia saldo nell'animo, ostinato come un mulo e impari a troncare il prima possibile questo tipo di richieste, scegliendo una risposta magari diplomatica ma che non prometta niente oppure facendo chiaramente capire che non intende abboccare; tuttavia è essenziale che trovi il modo di interrompere il colloquio molto, molto prima che nervosismo e irritazione raggiungano il livello di guardia, perché in casi del genere è essenziale mantenere la lucidità ed evitare discorsi avventati - e forse, più di tutto, evitare discorsi di ogni tipo, in base al principio che "ciò che non viene detto non può essere manipolato o travisato".
Con l'aiuto di molta fermezza, l'insegnante potrà così contribuire ad alimentare la leggenda degli Insegnanti Irragionevoli (che, come tutte le leggende, contiene un fondo di verità).