Il mio blog preferito

giovedì 5 luglio 2012

Hortodoxa - Storia di Astolfo e di Agilulfo

Già è difficile trovare una bella foto a colori di Astolfo, qua in rete (infatti non l'ho
 trovata) - figurarsi di Agilulfo!


Siccome la classe di quest'anno (come la maggior parte delle classi) mostrava all'inizio una certa difficoltà a distinguere le proposizioni soggettive da quelle oggettive, ho pensato di preparargli un esercizio ad hoc, con una bella serie di frasi costruite in modo da raccontare una storia, così gli restava tutto  più impresso; ma mentre scrivevo le frasi mi è venuto in mente che  forse potevo inserire una piccola sorpresa nella vicenda, giusto per accennare in modo subliminale al fatto che niente va mai dato per scontato, soprattutto in amore.
Le frasi sono state proiettate sulla LIM e analizzate, una dopo l'altra, da alunni a mia scelta che potevano venire corretti da chi non condivideva la loro analisi. Quando si mettevano a discutere, aspettavo che addivenissero ad una decisione comune.
Non gli ho detto che soggettive e oggettive erano alternate, e ho aspettato pazientemente che ci arrivassero da soli.

* Guardare nei diari degli altri senza il loro permesso non è lecito

* Agilulfo è convinto che tu abbia guardato sul suo diario

* Ormai è noto a tutti ciò che Agilulfo ha scritto sul suo diario

* Agilulfo ha scritto sul diario che ti ama

* Dichiarerò al mondo intero, e col megafono,  che amo profondamente Agilulfo

* Si dice in giro che Agilulfo sia innamorato della mia migliore amica

* La mia migliore amica mi ha giurato che non le importa assolutamente nulla di Agilulfo

* E' stato molto bello uscire con Agilulfo ieri sera

* Non racconterò a nessuno che io e Agilulfo ci siamo baciati

* Corre voce che io e Agilulfo siamo stati visti, ieri sera

* Mi hanno raccontato che Astolfo ha fatto una terribile scena di gelosia ad Agilulfo.

* Dicono che Agilulfo e Astolfo l'anno scorso facessero coppia fissa

* Agilulfo mi ha detto che tra lui e Astolfo non c'è mai stato nulla.

* Si racconta in giro che ancora pochi giorni fa Astolfo e Agilulfo si giurassero eterno amore

* Astolfo mi ha chiesto di diventare il suo ragazzo

* E' evidente che Agilulfo è molto arrabbiato con Astolfo

* Ho scoperto che amo Astolfo molto più di Agilulfo

* Si dice che Agilulfo parli malissimo di me in giro

* Sono convinto che Agilulfo troverà presto il ragazzo giusto per lui

* E' noto a tutti che Agilulfo è un ragazzo molto permaloso e suscettibile

* Sono sicuro che io e Astolfo ci ameremo per tutta la vita

La classe mi diede gran soddisfazione: non solo analizzò con molta cura i periodi, familiarizzandosi un po' con soggettive e oggettive, ma fece grandi meraviglie davanti agli sviluppi della storia e addirittura ci fu chi mi chiese se era una storia vera, nomi a parte. Risposi di sì, nel senso che doveva essere successa decine di migliaia di volte, nomi a parte.
Mi chiesero anche (ma questo me lo chiedono tutte le classi) dove trovavo i nomi. Glielo spiegai; di Astolfo qualcuno si ricordava, di Agilulfo no. Spiegai anche che avevo imparato a fare le frasi con nomi piuttosto desueti per evitare che qualcuno si sentisse chiamato in causa, o cominciasse a fare commenti su amici o conoscenti.
Qualche giorno dopo, su un libro che parlava di omosessualità nelle scuole, lessi il suggerimento per gli insegnanti di presentare, attraverso letture, situazioni in cui l'omosessualità viene presentata come una cosa normale che fa parte della vita quotidiana. Trovare delle letture adatte per le medie non è facilissimo, o almeno non mi è ancora venuto in mente niente, però mi congratulai con me stessa per aver trovato comunque un modo didatticamente utile.

domenica 1 luglio 2012

Proteo, ovvero l'Esame di Terza Media (coming out)

Un coordinatore si ingegna per far uscire dall'esame con un voto congruo un suo alunno

Fino a cinque anni fa gli esami di licenza media seguivano una routine pluridecennale in cui gli ultimi arrivati si inserivano senza difficoltà. Ci si poteva scannare sulla singola valutazione finale, ma la procedura scorreva via senza intoppi.
Poi arrivò la Maristella, che con pochi e abili interventi trasformò cotali esami in una palude infida costellata di insidie, sabbie mobili e mostri acquatici e ogni scuola si arrangia a modo suo, avendo come unica stella direttrice il buonsenso del Dirigente Scolastico di turno - che non sempre, ahimé, ne è provvisto in dose sovrabbondante.
Non contento di questo, il MIUR ogni anno ci mette del suo a fine Maggio con una qualche circolare riepilogativa sull'esame che avrebbe, dice, lo scopo di chiarirci le idee e sgombrare le nostre menti dal dubbio, ma in pratica finisce di confondere il malcapitato che ha l'infelice idea di leggersela.

Ogni scuola, dunque, si arrangia come può per intuire la giusta via, e del pari ogni scuola e ogni commissione si arrangiano come possono perché alla fine ne risultino dei voti adeguati per i vari alunni. Ed è un gran patire dall'inizio alla fine. 


Prima di tutto c'è il voto di ammissione che, dice la circolare del 31 Maggio 2012, andrebbe calcolato tenendo conto del "percorso scolastico complessivo" del triennio. E infatti qualche scuola fa la media dei voti anno per anno, altre invece considerano solo i voti dell'ultimo anno (o meglio, per dirla tutta, quelli del secondo quadrimestre).

Gli alunni, per essere ammessi, devono avere almeno sei in tutte le discipline, ma alcuni di questi sei sono "voti di Consiglio", cioè vengono portati a sei per permettere alla creatura di fare l'esame. Per calcolare il voto di ammissione in alcune scuole si fa la media dei voti alzati, in altre la media dei voti così come erano prima di alzarli.
A volte nei verbali viene scritto quali voti sono stati alzati, a volte no. Spesso la decisione viene lasciata al verbalizzatore, ma a volte il Dirigente dà disposizioni dettagliate. Spesso i voti che sono stati alzati vengono segnalati sulla scheda e viene redatta una nota apposita per le famiglie; spesso, ma non sempre.
A volte il voto di condotta fa media, a volte no - perché la legge specifica che la condotta fa media per l'ammissione alla maturità ma non si degna di specificare cosa va fatto per l'esame di terza media, pardon, del primo ciclo.
Il voto di ammissione concorre a formare il voto dell'esame (per un settimo o per un terzo, a seconda dell'interpretazione data alla legge); perciò in certe scuole è uso alzare il più possibile i voti delle ammissioni per "non avere sorprese" - il che a volte finisce per alzare anche il voto di esame al di là delle previsioni (detto per inciso, in questi casi a volte si cerca di rimediare abbassando il voto del colloquio orale, ma è un sistema che si presta a diversi inconvenienti).
Certe scuole cercano di tarare le griglie della correzione degli scritti molto in alto, sempre per "non avere sorprese" - e a volte, per non avere sorprese di un tipo, ne hanno di tipo diverso e ci si ritrova a passare con il sette alunni assai miracolati che si disperava financo di riuscire ad ammettere all'esame.
In quasi tutte le scuole usa scrivere i voti degli scritti a lapis per poi poterli aggiustare - perché c'è l'incognita della prova Invalsi, il cui voto NON è aggiustabile, e quindi se l'Invalsi presenta qualche problema gli va aggiustato intorno tutto il resto.
Qualche scuola arriva al punto di scrivere il voto a penna soltanto al momento degli scrutini. Peccato che, in teoria, i voti degli scritti andrebbero comunicati alla prova orale. In questi casi la disposizione del Dirigente di turno è "dite i voti all'incirca, senza scendere nei dettagli" (così al primo ricorso vi spazzano via come foglie al vento).
Qualche scuola è convinta che, per legge, una volta ammessi gli alunni non possano bocciare "visto che gli abbiamo dato la sufficienza in tutto", ed è vero che giunte a questo punto tutte le circolari riepilogative degli ultimi anni assumono un tono vagamente minaccioso. La maggior parte delle scuole, comunque, una volta ammesso qualcuno cerca di farlo uscire dall'esame vivo nonché licenziato.
In buona parte delle scuole il voto del colloquio orale viene aggiustato, anche molto pesantemente, per permettere di arrivare al voto voluto dalla Commissione.

Per il calcolo del voto finale, la maggior parte delle scuole si affida con fiducia alla calcolatrice.


Quasi tutti gli insegnanti, dopo aver pasticciato e calcolato e aggiustato per giorni e giorni, alla fine degli esami hanno un po' di nausea - e non tutti sono incinti.


Nel complesso, la legge continua a permetterci di dare il voto che vogliamo, esattamente come prima; ma mentre prima dell'avvento della Maristella quel voto era ricavato alla luce del sole mediante una serie di procedimenti piuttosto trasparenti, adesso è il risultato di complessi aggiustamenti numerici da fare spesso sottobanco. 

La mia delicata coscienza, devo dire, ne soffre molto. Vorrei tornare a lavorare alla luce del sole. Non mi sento la stoffa del congiurato - e comunque, se di mestiere avessi voluto fare il congiurato o il regolo calcolatore, non mi sarei presa una laurea in Lettere. Avrei seguito altre strade.

sabato 30 giugno 2012

Quando Essi Ci Guardano - Oyster



Oyster è un ragazzo alto e sottile, piuttosto carino, con due grandi grandi grandi occhioni scuri, un sorriso garbatamente enigmatico e la voce bassa e vellutata. 
Non urla mai, raramente ride, spesso sorride.  Chiacchiera con moderazione durante le lezioni. Segue sempre. Studia sempre, anche. Si rivolge ai professori con garbo e proprietà. E' molto bravo. E' sempre stato molto bravo, con tutti gli insegnanti. Scrive in un italiano adulto. Fa sempre i compiti a casa ed è molto raro che li tira via. Capisce sempre la spiegazione, anche quando Cristaccecami urla per tutto il tempo. Sa tutto il programma. Ricorda anche il programma degli anni passati. Ha un cervello di pregio e non ha remore ad usarlo. Fa domande interessanti. E' sempre stato correttissimo e amichevole con tutti i compagni.
Insomma, quasi un allievo ideale - dico "quasi" perché, a modo suo, è leggermente frustrante: non sembra che abbia molto da imparare da te, però non te lo fa pesare. Di sicuro è un allievo riposante. 
Sua madre si lamenta che studia pochissimo, e questo non le va bene: la signora sostiene che voti alti come i suoi andrebbero guadagnati con sacrificio, ma lui sacrifici non ne fa. 
"Eccheccazzo vuoi dalla vita, si può sapere?" si domanda l'insegnante  di turno, perplesso "Se prendere nove gli vien facile, buon per lui!". Ma poi trova un giro di parole per rallegrarsi con la signora che il ragazzo abbia un metodo di studio tanto efficace e la lascia dire: la madre di Oyster è un po' un impiastro, lo sappiamo tutti.
La madre di Oyster probabilmente soffre di avere un figlio così impenetrabile, che a casa non si lamenta mai e non racconta mai nulla. Non è un problema insolito, con un adolescente, ma non è che possiamo farci molto. Soprattutto non vogliamo farci molto. E' vero, il ragazzo è imperscrutabile e non si mette facilmente in piazza. Ma forse non è esatto definirlo "imperscrutabile": più che altro è una persona che tende a non far pesare i suoi stati d'animo sugli altri. D'accordo, a quattordici anni è raro (in effetti, è raro a tutte le età) ma più che un difetto mi sembra un pregio, e di quelli rari.

Dietro ai suoi grandi, grandi, grandi occhi scuri Oyster ci guarda e ci giudica, e probabilmente il giudizio non è dei più positivi, ma nessuno ha elementi oggettivi per lamentarsi di una sua mancanza di rispetto nei nostri confronti. Quanto a me, Oyster mi piace moltissimo e se mi guarda dall'alto in basso, bene, saranno affari suoi (in realtà io ho una simpatia istintiva per gli alunni che mi guardano dall'alto in basso: trovo che il senso critico sia sempre una bella dote, a dodici anni come a cento). Ho sempre sospettato di stargli simpatica, ed è un sospetto che ho avuto cura di non approfondire perché, appunto, neanch'io so cosa pensa davvero dietro a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e vellutati.
Qualcuno, davanti a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e imperscrutabili che guardano senza commentare si sente a disagio. Ci sono, e ci sono stati, dei piccoli tentativi di biasimare la cosa, in Consiglio. Quando abbiamo discusso se dargli dieci in condotta Sostegno C ha detto che era "subdolo". Richiesta di chiarimenti ha spiegato che, secondo lei, era disciplinato ma non per moto spontaneo dell'anima - in pratica, il comportamento era impeccabile ma non si sapeva bene quel che pensava. Ho tirato fuori la mia consueta citazione biblica (è il Signore che scruta i cuori e le reni, a noi non è dato di fare altrettanto) e il dieci in condotta è passato.

All'esame, come tutti, ha fatto il tema sui ricordi del triennio scolastico, e tra l'altro ha parlato della Cleptomane scrivendo, una volta tanto con chiarezza ineludibile, cosa ne pensava e chiamando le cose col loro nome. Ha raccontato che era "una cleptomane menefreghista", che non faceva mai lezione ma si limitava ad assegnare le pagine da studiare senza spiegarle, che rubava un po' di tutto, tanto che alla fine dell'anno non c'era nessuno in classe cui non mancasse qualcosa, e che durante gli intervalli con lei qualcuno doveva rimanere sempre in classe a sorvegliarla. Ha anche riferito una scena spassosa in cui, in una delle rare occasioni in cui si era attentata a fare una lezione di Civica, aveva spiegato che rubare era un reato. La classe era scoppiata in una risata irrefrenabile e lei era diventata tutta rossa e poi era uscita dall'aula (e vabbeh, ma allora te le cerchi col lanternino. Trova un altro reato, accidenti a te, ce ne son tanti...).
Se da una parte mi sono sganasciata dal ridere leggendo il tema, ne ho fatta una fotocopia di straforo e ne ho letti ampi stralci ai colleghi che avevano combattuto a suo tempo con la Cleptomane ed erano in grado di apprezzarlo (qualcuno sosteneva che, solo per quel tema, avremmo dovuto trovare il modo di dargli undici. Ce la siamo cavata con un più modesto dieci, peraltro doveroso considerando la sua media e tutto il resto), dall'altra sono pur consapevole che quel tema è solo la punta dell'iceberg. Sapevamo che i ragazzi sapevano, ma non ci era mai apparso in sì luminosa evidenza fino a che punto fosse chiara la consapevolezza;  o, per meglio dire, avevamo sempre fatto in modo di non appurarlo. In pratica: siamo stati menefreghisti anche noi, pur se non cleptomani, e non abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo - cosa di cui i ragazzi si sono accorti benissimo e che non hanno apprezzato. E mi metto anch'io nel mucchio, anche se in quegli anni non c'ero, perché so che se ci fossi stata avrei fatto come i colleghi.

ESSI ci guardano, ci giudicano, ci valutano.
E di solito ne hanno ben donde.

mercoledì 27 giugno 2012

Esami in cantina ed esami in caldaia

No, noi della Commissione non eravamo nel boschetto circostante, noi eravamo nella caldaia 
(e, in parte, dentro la nuvola)

Il tempo è stato clemente e gli scritti si sono svolti in un confortevole fresco, con immenso sollievo della collettività perché a St. Mary Mead le aule si dividono solo in calde e caldissime. Contrariamente a quanto successo a Hogsmeade, tali scritti sono stati svolti in prevalenza dagli alunni, e l'apporto degli insegnanti si è limitato ad un blando supporto psicologico, oltre a quanto prescritto dalla legge per alunni certificati e disabili. Vengono scardinati senza pietà i gruppetti di bravi abituati a collaborare tra loro (in fase di esame finiscono per montarsi reciprocamente come la panna, e come la panna troppo spesso impazziscono) e si procura di non far mancare un minimo aiuto sottobanco alle creature più a rischio.
Cristaccecami, da me annunciato alla Preside da Esami come un turbine devastatore che rischiava di mettere in pericolo la stessa esistenza fisica della scuola (sulla base del criterio "meglio prevenire che curare") mostra tratti di una bontà angelica. Raramente si sono visti gatti di marmo così tranquilli e concentrati sui loro compiti. Non solo non dice un solo "Cazzo!" durante i cinque scritti, ma non dice praticamente una parola se non a bassissima voce e agli insegnanti di sostegno. Gli scritti vengono regolarmente eseguiti, e non ridotti a coriandoli, e nel loro genere sono anche fatti molto bene. I Tre Sostegni, che hanno passato l'anno a rincorrerlo per i corridoi, digrignano i denti e si lamentano di essere stati presi in giro. Io non mi lamento di nulla, mi basta uscirne viva.

Il giorno dell'Invalsi, contrariamente al mio uso, sono a scuola. Non per mia volontà o per soverchia premura di insegnante affettuosa, bensì perché la Preside Da Esami si è messa in testa, rivoltando come un calzino la circolare del 31 Maggio, che i pacchi delle Prove Invalsi vadano portati dalla sede centrale a St. Mary Mead dai coordinatori, ovvero presidenti delle sottocommissioni,  e da loro stessi medesimi  aperti in in presenza dei ragazzi.
Intendiamoci, la circolare offre anche questa possibilità di interpretazione, ma può anche essere interpretata in altri modi, e anzi sarebbe opportuno che lo fosse, visto che - guarda caso - alle medie, nel 95% dei casi, il coordinatore è l'insegnante di Italiano o di Matematica, (ovvero delle due materie ritenute degne dell'onore di una Prova Invalsi) cioè proprio le due persone che che l'Istituto Invalsi e il Ministero ci hanno sempre esortato a tenere lontano dalle aule il giorno della prova. Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di constatare, il sogno proibito della Preside d'Esame è quello di farci percorrere il massimo numero di volte possibile la strada tra St. Mary Mead e la sede centrale, e dunque giustamente ha scelto di interpretare l'allegato della circolare nel modo più consono a questo nobile scopo.
Strano ma vero, in un pallido sprazzo di buonsenso, verso le una del giorno precedente alla Prova, quando sia la sede centrale che quella di St. Mary Mead stanno per chiudere,  ci manda a dire che basta che venga a ritirare i pacchi uno solo dei coordinatori. Vivaddio.

Alle otto e mezzo del mattino seguente siamo tutti a St.Mary Mead in paziente attesa del coordinator-corriere. Arrivati i pacchi li apriamo, chiamando due ragazzi a testimoni, firmiamo il verbale dell'avvenuta consegna e a quel punto restiamo in Sala Docenti a cazzeggiare sul più e sul meno, finendo per fare una volta ancora l'una, pur assicurando gli altri ogni dieci minuti che "Via, adesso vado". Sai com'è, fai questo, sistema quell'altro, riordina quest'altro ancora, spettegola su questo, rivanga quest'altro...
All'uscita trovo Oyster con un paio di amici. "Com'erano le Prove Invalsi?" chiedo salottiera.
"Quella di Matematica era difficile" risponde.
Mi perplimo assai: Oyster non è tipo da smontarsi facilmente "Ehm... cioè, non era facile?" provo a mediare.
"Era difficile" ribadisce Oyster con fermezza "Italiano no, ma Matematica sì". Intorno a lui gli amici annuiscono convinti - e non son certo ragazzi che navigavano perigliosamente sul filo della sufficienza.
Torno a casa un po' inquieta.

Il giorno della torrida correzione degli scritti (nel frattempo è arrivato un caldo ignobile, come da copione) risulta che la Prova Invalsi di Matematica è stata un disastro di dimensioni epiche, dove pregiati alunni ammessi con nove han raccattato un cinque l'appunto. Per fortuna le griglie di correzione degli altri scritti sono tarate in modo tale che la sufficienza è garantita, purché l'alunno abbia compitato in modo corretto il suo nome e cognome e indicato correttamente il colore del cavallo bianco di Napoleone, quindi non dovrebbero esserci troppi problemi. Per ancora maggior fortuna nessuno di classe mia ha sbarellato particolarmente: il voto più basso all'Invalsi è cinque e il nostro Golden Trio, che comprende Oyster, la Rumena Rampante e la Prima della Classe ha comunque raccattato un onorevole otto.
Tutta la classe, come un sol scolaro, ha scelto il solito tema sul triennio - di cui, detto per inciso, dopo due anni a fila che ne correggo a decine comincio ad essere stufa. Kumagoro ha come sempre saltato buona parte degli accenti ma si è degnato per una volta di scodellarmi ben tre colonne di senso compiuto e con l'aiuto della griglia arriva al sette. Anche il DSA ha fatto una certa falcidia con gli accenti, ma per una volta ha tenuto abbastanza d'occhio la sintassi e anche per lui arriva il sette. In effetti il voto più basso è sette, ma non mi lamento perché ad alcuni era stato comunque preventivato di mettere sette perché si sospettava che in altri scritti ci sarebbe stato un mezzo disastro. 
Invece il disastro non c'è, da nessuna parte: non abbiamo nessun quattro, ma in compenso c'è un prezioso gruppetto di sufficienze non preventivate, e non tutte sono merito della griglia; confortante, nel complesso. Inoltre, per mia grande gratificazione, tutti i temi sono scritti con una sintassi largamente accettabile: a quanto sembra tutte quelle ore passate a completare frasi con trapassato remoto e imperfetto congiuntivo hanno sortito benefici effetti e nessuno si è infilato in frasi da cui non riusciva poi a uscire - cosa che all'inizio dell'anno facevano con regolarità esasperante, a volte perfino Oyster.

Viene poi il primo giorno degli orali. La scuola di St. Mary Mead è un forno, e tuttavia in una specie di sottoscala dall'orribile acustica rimbombante c'è una piccola isola di fresco. Non ci sono porte da chiudere per parlare in privato, non ci sono sedie per far accomodare eventuali ospiti e se qualcuno vuole ascoltare tutto quel che dicono gli insegnanti non ha che da accorstarsi alla prima rampa di scale che fa angolo, dove nessuno di noi ha la benché minima possibilità di vederlo. D'altra parte i morti per soffocamento o autocombustione non fanno alcun esame, né in veste professorale né in quella studentesca, e dunque amen.
Il taglio del nastro avviene con Cristaccecami, che per l'occasione è andato completamente nel pallone e non sembra capace di ricordare più nemmeno il suo nome. L'esame viene dunque fatto dal Sostegno A, che si fa delle domande e provvede a darsi delle risposte, fin quando Matematica non prende in mano la situazione. Forse perché Matematica non è persona ansiogena, forse perché il cambiamento prende di sorpresa Cristaccecami, il ragazzo comincia a rispondere e financo a sviluppare frasi e concetti autonomi. Il colloquio si conclude con metaforici tarallucci e vino e gran sollievo di tutti noi.
Abbiamo poi un dignitosissimo esame del Certificato, emozionato ma presente a sé stesso. Infine arriva il DA, che ha preparato un percorso su slide.
"Le guardiamo qui sul portatile" suggerisce Fisica "Nell'aula della LIM fa troppo caldo".
"Pazienza, un po' di caldo non ha mai ucciso nessuno" sorrido perfidamente io, che di esami in slide su portatile ne ho visti più che a sufficienza l'anno scorso. Matematica, che possiede un mirabile stoicismo, mi appoggia senza esitazione. Gli altri colleghi mi odiano intensamente, ma così è la vita.

Ed eccoci tutti in vaporiera, come tanti nikuman. Il DA soffre particolarmente il caldo ma in certi casi l'emozione aiuta, e insomma tiene duro quanto basta per farci un colloquio articolato e ben organizzato. Per fortuna, oggi è l'unico che ci gratifica di un percorso interattivo, e così possiamo strisciare di nuovo in cantina verso un'illusoria parvenza di fresco.
Il resto del pomeriggio scorre tranquillo, con l'unica eccezione di Kumagoro che ci racconta di quando Hitler salse al potere (ma poi, non so bene come, prende sette e sette gli verrà come voto di uscita. Beh, si sa che in Commissione d'Esame ognuno vota secondo il suo criterio).

Qualche giorno dopo, di mattina, secondo e ultimo round. Stavolta i percorsi multimediali sono quattro. Le temperature si sarebbero abbassate, ma ahimé la nostra classe, quella con la LIM, è baciata dal sole sin dai primi tenui raggi (che in questi giorni non sono tenui un bel niente). Per giunta stamani abbiamo la sfilata delle stelle, ovvero gli aspiranti al nove e al dieci, e i percorsi non si caratterizzeranno per soverchia brevità.
La tragedia incombe sin dall'inizio, quando la Rumena Rampante scopre che i collegamenti multimediali non funzionano - e sarebbe interessante capire come mai, visto che la sera prima ha fatto una prova con Matematica su quella stessa LIM e con quello stesso file, e tutto funzionava. La ragazza - una cara ragazza, simpatica, concreta, posata, con un bel senso dell'umorismo - è soggetta una o due volte l'anno a travolgenti crisi di panico, e a quel che sembra la seconda volta di quest'anno sarà ORA. Avendo visto in diretta la prima, sono assai vicino al panico a mia volta.
Non ho alcun ricordo di cosa io e Matematica e poi Inglese e Fisica e Sostegno C abbiamo fatto e detto ma in qualche modo riusciamo a troncare la crisi sul nascere e, con voce punteggiata dai singhiozzi, l'esposizione parte. Un po' di pazienza per i primi due-tre minuti, poi va tutto bene, anche senza collegamenti multimediali, e il percorso viene esposto con tutti i fiocchi e i controfiocchi del caso.
Una pausa rinfrescante in cantina, dove tra l'altro assistiamo in diretta all'eruzione di un vulcano di cartapesta e a un sistema solare in piena rotazione grazie a un ingegnoso sistema di cavetti e circuiti, e due ore dopo eccoci di nuovo in vaporiera per assistere al fluviale e loquacissimo percorso della Prima della Classe incentrato sul Castello Errante di Howl. Per fortuna la candidata è dotata di una loquela inarrestabile e quindi non è necessario che interveniamo  - anzi forse è meglio se non interveniamo, perché lei è fermamente decisa a esporci ogni singolo dettaglio del suo ricco percorso e trasformare il tutto in un'allegra chiacchierata su Miyazaki e dintorni probabilmente l'avrebbe un po' seccata.
Quando è il turno per il gran finale di Oyster il sole ha finalmente girato e la temperatura della caldaia comincia lentamente ad abbassarsi - non dico sia a livelli umani, ma con molta forza d'animo si può almeno provare a resistere.

Oyster non va soggetto a crisi di panico e in realtà nelle interrogazioni è sempre tranquillo e a suo agio - caratteristica decisamente insolita, ma del resto è un ragazzo insolito sotto molti punti di vista. Con garbo ci espone il suo percorso su Lenin, che con garbo sintetizza, quando è necessario, con garbo risponde alle nostre domande. Se non ci fossero 40 gradi all'ombra e un'umidità del 180% sembrerebbe quasi di fare una conversazione normale. Ci congratuliamo anche con lui e coliamo giù in cantina per le ultime scartoffie, con nemmeno due ore di ritardo sulla tabella di marcia.

venerdì 15 giugno 2012

I miei insegnanti - Il prof. Pesce


Amo spesso raccontare che alla SSIS non ho imparato quasi nulla che mi sia poi servito in cattedra. Il prof. Pesce fa parte di quel quasi, e anzi ne costituisce la parte principale. Lo abbiamo incrociato nell'Area Trasversale - quello strano e soporifero corso composito che ci doveva istruire su diritto scolastico, storia della didattica, pedagogia, psicologia e simili e dove la nostra preoccupazione principale era arrivare il più tardi possibile, andar via il prima possibile e firmare sia in entrata che in uscita.
La sua lezione fu per me molto interessante. Scrivo "la sua lezione" anche se in apparenza ne fece una il primo anno e tre al secondo, ma in realtà ripetendosi parecchio. Con quel che ci disse complessivamente si sarebbe potuto mettere insieme una bella lezione di tre ore, comprensiva di intervalli e quarti d'ora accademici. Ricordo anche che ci diede una bibliografia di quattro suoi articoli che erano in realtà lo stesso testo fatto col copia-e-incolla ma cambiando l'inizio, la fine e qualcosina qua e là. Dal momento che non era uno stupido mi sono sempre chiesta se davvero sperava che non ci accorgessimo che i suoi articoli erano uguali (tanto più che ci aveva anche consegnato le fotocopie) oppure se li aveva segnati tutti per darci la possibilità di rimpolpare la bibliografia e farci fare più scena, o infine se non gliene fregasse niente di niente di quel che eventualmente avremmo pensato. Non escludo che la terza possibilità sia quella giusta.

Con lui si parlò di scuola: delle problematiche di gestione di una classe, di come impostare una lezione, cose così. Niente massimi sistemi e Approccio Ideale con l'Insegnamento, niente metafisica - solo un po' di banale scuola, ovvero il nostro futuro lavoro.
Ci spiegò il concetto di Zona di Apprendimento Prossimale, di cui a nessuno era venuto in mente di parlarci (anche perché contrastava pesantemente con la Didattica a Moduli che la SSIS di Firenze teneva in gran conto): in pratica, una lezione non doveva essere troppo facile, sennò i ragazzi si annoiavano a morte, né troppo difficile, sennò si sperdevano e si scoraggiavano. Doveva partire da un breve riepilogo del punto cui eravamo arrivati, proseguire UN PO' oltre, ma non troppo, dare un spizzico di anticipazione su quel che sarebbe arrivato in seguito ed essere infine sottoposta a un certo qual riepilogo per controllare cosa era arrivato agli alunni e in che misura. Doveva far riferimento a cose che i ragazzi  in parte già sapevano e fargli attivare il cervello costruendo collegamenti possibile verso quel che ancora non sapevano. Inoltre la lezione doveva tenere conto dei tempi di attenzione fisiologici degli esseri umani e avere le sue zone di pausa - diciamo di "respiro"; gli stimoli andavano scelti con cura per non disperdere l'attenzione in rivoli inconcludenti, i punti-chiave andavano ripetuti ed evidenziati in vari modi.
Più o meno istintivamente anch'io (come gran parte degli insegnanti) avevo sempre puntato in quella direzione, ma a tastoni. Dopo la sua spiegazione teorica ho imparato a calibrare molto meglio i tempi e a diffidare assai di quando il suono della mia bella voce, musicale e ben impostata, si sente troppo a lungo (un segnale preoccupante, per esempio, è quando smettono di interromperti per fare domande).
Altra cosa su cui insistette era il fatto che i ragazzi apprezzavano molto gli insegnanti che riuscivano ad organizzare la programmazione "in grandi arcate", così come apprezzavano quegli insegnanti che sapevano tenere il loro posto e farli stare al loro: "ricordatevi che vogliono il professore, non un amico. Gli va benissimo che siate un professore". E anche questo contrastava vivamente con quel che ci veniva detto da tutti gli altri insegnanti, che invero sembravano avere le idee un po' confuse in merito; in realtà non c'è motivo per cui un insegnante non possa essere una figura anche molto amichevole, di quelli che appena entra alla classe gli si allarga il cuore, di quelli cui ti rivolgi nei momenti di sconforto se hai un problema che con la scuola non c'entra nulla - ma deve essere comunque un insegnante, non solo un buon confidente o un allegro compagno di merende; anzi, il fatto di essere un insegnante lo rende per ciò stesso piò credibile come confidente o compagno di merende. Ma sto divagando paurosamente.

Insomma, il prof. Pesce, unico di quello strampalato team, sembrava consapevole del fatto che entravamo nelle scuole in primo luogo per insegnare, e a quello andavano finalizzati i nostri sforzi, e che era opportuno che lo facessimo con criterio. Il mondo che ci descriveva era un mondo concreto, terra terra. Passare durante gli intervalli davanti ai bagni riduceva gli episodi di bullismo, per esempio ("Che accidente c'entrano i bagni?" mi domandai mentre spiegava. Poi ho cominciato a passarci davanti, ai bagni degli alunni, durante l'intervallo, e da allora ho imparato molte cose). Non spiegare per più di venti minuti filati. Usare un certo numero di parole nuove per ampliare il lessico degli alunni, in modo graduale. 
Ripeto, tutte cose terra terra. Ma utili.
Qualcuna la sapevamo già, qualcuna chi già insegnava l'aveva intuita, a tastoni. Molte erano scritte, in un italiano orrendo e indigeribile, nella copiosa e illeggibile bibliografia che ci avevano assegnato all'inizio dell'anno (e che nessuno guardò prima di mettersi a scrivere le tesine, salvo lo stretto indispensabile per spilluzzicare qualche frase da inserire a mo' di citazione). Ma a nessuno degli altri insegnanti era venuto in mente  di farci una sana, banale e metodica lezione di base, comprensibile, ben organizzata e ben costruita sull'arte di fare lezione in classe.
Forse, nessuno di loro la sapeva fare?

sabato 9 giugno 2012

Didattica del gelato (ultimo giorno di scuola)


Pare, sembra, dice, assicurano, che uno degli ultimi giorni di scuola, lavorando sui soliti e tormentosi tempi verbali da usare correttamente nelle subordinate, io abbia detto "e se riuscite a fare questo esercizio andiamo tutti a mangiare il gelato". Giuro di non ricordare niente del genere, ma la Rumena Rampante garantisce di sì. E ad un certo punto ha detto "L'esercizio l'abbiamo fatto bene. Allora, ci porta fuori a mangiare il gelato?".
La Rumena Rampante è la mia Supercocca di quest'anno, e rifiutarle alcunché mi sembra sempre contro natura. Così farfuglio qualcosa, un po' confusa. La classe mi guarda interessata: l'idea del gelato appare assai gustosa a tutti. Rifarfuglio qualcosa sul fatto che serviva l'autorizzazione dei genitori, per uscire dalla scuola. Come un sol alunno, tutti tirano fuori i diari.

Fu così che dettai una richiesta di autorizzazione alle famiglie per una lezione esterna di "didattica del gelato" (usai proprio questa precisa espressione). Ovviamente, il giorno dopo TUTTI avevano l'avviso firmato, Cristaccecami compreso. Matematica mi raggiunse implorando di poter partecipare anche lei all'evento didattico e con buona grazia le accordai la concessione di farsi due ore di orario extra e pure aggratisse, così mi garantivo anche il secondo accompagnatore senza colpo ferire. Informai la Vicepreside che borbottò qualcosa del tipo "bene, una terza in meno, faranno meno gavettoni". Subito dopo arrivò l'insegnante di una seconda chiedendo se l'ultimo giorno potevo lasciargli l'aula e la LIM per far vedere un filmato alla sua classe. Insomma, mai si vide un gelato accolto da sì gran plauso universale. Pensare che nemmeno mi ricordavo di averlo promesso.

Alla terza ora dell'ultimo giorno di scuola riunii la classe, compreso Cristaccecami che a quell'ora era pure scoperto, e insieme percorremmo i duecento metri che ci separavano dalla pasticceria del paese. Mangiammo il gelato nella piazzetta, passammo da casa di Oyster per prendere un paio di palloni e finimmo verso il parco del paese, un posticino simpatico e tranquillo dove, secondo le migliori tradizioni, i maschi si misero a giocare a pallone (incluso Cristaccecami che quel giorno sembrava un agnellino travestito da orsacchiotto di pelouche) e le femmine si radunarono intorno a un tavolo di legno con panche per pettinarsi, chiacchierare e ascoltare musica con gli Ipod. Sempre secondo le migliori tradizioni Matematica, più dinamica e sportiva di me, giocava con i maschi mentre io chiacchieravo blandamente con le femmine su vacanze, Justin Bieber, musica, campi scout, tagli di capelli e altre profonde tematiche. Non una parola fu spesa per esami o voti. Relax allo stato puro.
Dopo un'altra ora di idillio raccattammo felpe, borsine e borsette e palloni (oltre che qualche forcina) e, accompagnati da un Cristaccecami che in quelle due ore non aveva detto nemmeno un piccolo, singolo e isolato "vaffanculo", siamo tornati a scuola dove tutti sapevamo (ma noi insegnanti facevamo accortamente finta di non sapere, non avendocelo detto nessuno che dovevamo saperlo per forza) che ognuno di loro aveva due o tre bottiglioni d'acqua nello zaino per i gavettoni di fine mattinata, vanificando così le speranze della Vicepreside.

A scuola abbiamo trovato, nell'ordine:
- l'Educatore che entrava in servizio alla quarta ora su Cristaccecami,  comprensibilmente scocciata perché nessuno le aveva detto dove eravamo né le aveva dato il cellulare cui contattarci (avevamo lasciato detto l'una e l'altra cosa ai custodi, che per l'occasione hanno avuto una delle loro pochissime defaillance)
- il modellino di buco nero, amorevolmente preparato da uno dei ragazzi per l'esame, distrutto dalla classe ospite, riunita in cerchio intorno a due furibonde insegnanti che volevano sapere il chi e il come e  il quando e il perché e strozzarli tutti uno per uno con le loro proprie medesime budella perché andare nelle classi degli altri a rompergli la roba proprio non era cosa.

Vabbe', comunque è stata lo stesso una bella esperienza rilassante, ha sostituito la Cena di Fine Anno (che nessuno della classe ha mostrato la minima tendenza a organizzare, nonostante le garbate esortazioni di Matematica) e alla fine la Vicepreside ha effettivamente ottenuto una classe di gavettoni in meno, perché la Seconda Ospite, avendo rifiutato ostinatamente di dire il colpevole, si è vista aprire gli zaini e sequestrare le bottiglie d'acqua ad una a una.
E l'anno scolastico è finito.

lunedì 4 giugno 2012

Di come sia (quasi) impossibile licenziare un insegnante


Oltre a essere un bellissimo volatile, la Gazza Ladra è anche una celebre opera di Rossini. A volte, inoltre, si presta ad essere usata come elegante metafora.

A suo tempo ho raccontato della Cleptomane. Quando lasciai  St. Mary Mead lei rimase. Un sacco di altre cose invece non rimasero affatto, come ad esempio la bandiera della pace tessuta a mano da una classe nel corso di alcune lezioni di Artistica, oppure quei pupazzetti di pelouche con cui molte fanciulline amano adornare il loro zaino - che a volte, diciamoci la verità, proprio bellissimi non sono, ma insomma se se li comprano e li appendono vuol dire che gli piacciono, e allora è anche giusto che, come se li son portati a scuola, così se li riportino pari pari a casa. Un paio di orecchini d'argento. Un golfino. Un ombrello in Sala Docenti. Un CD che era stato portato a scuola per Musica. E via e via.

I genitori si lamentavano, naturalmente. Erano svariati anni che i genitori si lamentavano. Il Vecchio Preside (sembra) aveva chiesto un'ispezione, e tutti erano andati in paranoia perché avevano paura che i loro registri non fossero ben compilati - li trovai una mattina che si affannavano intorno al tavolo della Sala Docenti preoccupatissimi, loro. Si racconta che poi la richiesta dell'ispezione fosse stata annullata perché tutti erano troppo preoccupati di quel che l'ispezione avrebbe trovato da ridire su di loro - il che mi perplimette assai, perché non mi sembrava che né i loro registri né i loro modi né tanto meno il loro lavoro dessero appigli di sorta per eventuali censure ispettorali; ma insomma l'ispettore non arrivò mai.
Il Vecchio Preside risolse infine il problema concentrando sulla Cleptomane il maggior numero di ore a disposizione possibili, un paio di laboratori di Cineforum e una manciata di ore di storie e geografia in una delle prime, con patto esplicito con i genitori che l'anno seguente avrebbero avuto un'altra insegnante.
Era un rimedio molto relativo, perché laddove il mio Cineforum constava, molto banalmente,  di un gruppo di ragazzi che due ore a settimana stava a guardare dei film e poi ci chiaccherava su con me compilando infine una scheda, i suoi consistevano in un gruppo di ragazzi che vagavano per la scuola allo stato brado e all'occorrenza guardavano con minima attenzione un po' di cassette portate da loro (e se non lo portavano loro, il film non c'era); quando aveva le ore a disposizione e non sapeva di dover sostituire qualcuno spesso e volentieri non veniva e, in caso di sostituzione improvvisa, c'era quindi da trovare un ulteriore sostituto; inoltre, girando di classe in classe, aveva un campo di azione molto più vasto. Infine, mancava molto spesso di Sabato. Di storia e geografia nelle sue ore si parlava ben poco. Come mai fosse stato stabilito che in prima faceva meno danni non lo so, ma era un modo come un altro per aggirare la questione. 

Venne il Nuovo Preside, e insieme a lui venne, dal Ministero,  l'obbligo di tenere gli insegnanti in cattedra per diciotto ore a settimana. Scardinando l'intero orario le vennero affidate gran copia di ore di storia e geografia un po' in tutte le classi. I genitori continuarono a lamentarsi, ma il Nuovo Preside non era tipo da dar peso a questi dettagli secondari: faceva l'accidente che gli pareva, e gli altri si impiccassero pure.

Venne infine il Preside Reggente. Non lo si vedeva quasi mai perché, oltre alla nostra scuola media su quattro plessi era anche il Dirigente in carica di un'altra scuola. Anche lui si vide arrivare la sfilata dei genitori in fase di lamentazione. Li ascoltò con attenzione e meditò, non so quanto a lungo.
Poi, una mattina di Novembre, venne a St. Mary Mead. Entrò nella classe della Cleptomane, si mise seduto in un angolo e disse che voleva ascoltare la lezione. Nient'altro. Beh, a modo suo fu un evento perché a quel punto la Cleptomane dovette fare lezione per due ore filate (e corre voce che per lei fosse un trauma, anche se tenne duro e riuscì a resistere).
E questo chiuse la questione. La mattina dopo la Cleptomane si mise in malattia e, di certificato in certificato, rimase assente fino alla fine dell'anno. Poi chiese il pensionamento. E quest'anno, quando sono tornata a St. Mary Mead, era ormai solo un ricordo citato soprattutto in Sala Professori quando qualcuno lasciava appesa all'attaccapanni una sciarpa particolarmente graziosa o una bella borsina.

La storia è di quelle che lasciano da pensare: perché in fine il Preside Reggente non ha mosso autorità civili o penali, petizioni o raccolte di firme, si è limitato ad esercitare una sua facoltà, cioè di entrare in una classe e assistere a una lezione. Una soluzione molto elegante, se vogliamo, perché contro questo la Cleptomane non aveva appigli per alcun tipo di rivalsa. Il Preside Reggente stava semplicemente facendo il suo lavoro - e se al giorno d'oggi non è uso che un preside assista alle lezioni, e per garbo la quasi totalità dei presidi evita con cura di farlo, altrettanto per garbo è uso che l'insegnante non spenni i suoi alunni - anche quello, in effetti, fa parte delle sue mansioni (anche se non so se è indicato esplicitamente nel Contratto Nazionale della categoria).

La Cleptomane, a tutti gli effetti, non è stata licenziata. Si è allontanata di sua volontà. E d'altra parte sul lato dei furti era inattaccabile, perché contro di lei c'erano centinaia di circostanze indiziarie, ma nemmeno una prova che in un qualsiasi tribunale si sarebbero degnati di usare nemmeno come alternativa alla carta igienica. D'altra parte, siccome l'elemento presentava diversi punti deboli come insegnante, qualcosa da quel lato si poteva almeno tentare. Il Vecchio Preside ha diretto la scuola per sei anni, ma nella classe della Cleptomane non c'è entrato mai. Il Nuovo Preside men che meno.

E allora: magari è vero che licenziare un insegnante gravemente inadempiente ai suoi doveri non è facile; tuttavia, volendo, qualche onorevole tentativo anche i lassisti regolamenti attuali lo consentono.

mercoledì 30 maggio 2012

Haeretica - Sull'assoluta e totale indispensabilità dell'acquisto di un libretto per la preparazione alle prove Invalsi di italiano (a sentire i rappresentanti)

Una mattina del 2006 (erano appena iniziate le vacanze di Pasqua) gli insegnanti delle scuole medie scoprirono che nell'esame sarebbe stata inclusa anche la Prova Invalsi di italiano e di matematica. In cosa esattamente consistesse questa fantomatica Prova Invalsi nessuno lo sapeva né dal Ministero arrivarono chiarimenti. Arrivò invece, per il giorno prefissato, la prima di quella che sarebbe poi diventata una lunga serie di Prove Invalsi, e alunni e insegnanti scoprirono di cosa si trattava applicando la buona e vecchia regola del "Butta il bambino in acqua e così imparerà a nuotare" (da notare che sopravvissero, tutti).


Il tempo passò. Ad ogni nuovo anno all'Invalsi gli partiva un treno diverso, per le prove: a volte facilissime, a volte  lunghissime, a volte complicate, a volte piuttosto normali. Non c'era uno standard preciso cui attenersi e questo era piuttosto scomodo perché ogni anno all'esame di terza c'era la Tagliola dell'Invalsi con il suo Voto Oggettivo (qualche volta un po' falsato perché era arrivata la griglia di correzione sbagliata, ma questi son dettagli); tale voto, cambiando molto la difficoltà della prova a seconda dell'anno, finiva col risultare piuttosto imprevedibile complicando alquanto la vita vuoi ai fulmini di guerra che aspiravano al dieci, vuoi agli alunni ammessi sul filo del rasoio che la Commissione disperava di riuscire a passare qualora si fossero verificati intoppi, vuoi a tutta la fascia intermedia che, dopo un impegno più o meno approfondito, aspiravano legittimamente ai suoi sette, otto o nove - perché, insomma, se uno ha navigato un triennio in zona sette non è mica giusto che esca dall'esame finale con sei.
In seguito le Prove Invalsi vennero messe anche in prima media e in altri ordini di scuola e si cominciò a parlare di prove Invalsi anche per l'Inglese.. Lo Spettro della Prova Invalsi vagava ormai a pieno titolo nei corridoi delle italiche scuole, con gran stridio di catene rugginose e sfoggio di pallidi lenzuoli dalla fluorescenza un po' verdastra.


Per gli insegnanti c'era il problema di come preparare al Gran Cimento gli allievi: dal momento che il grado di difficoltà delle prove dell'anno a venire era imprevedibile non c'era in realtà molto altro da fare che preparare la classe nel migliore dei modi e sperare in dio o in chi per lui - e per la verità era così che veniva fatto anche prima dell'avvento delle Prove Invalsi.
Per gli insegnanti di Italiano delle medie, in verità, la questione si presentava piuttosto semplice*: la Prova Invalsi di Italiano in somma delle somme consisteva in alcune prove di comprensione del testo più qualche domanda di grammatica aggiunta in fondo - ovvero niente di diverso dalla struttura di una consueta prova di ingresso o di uscita, di quelle che spesso si fanno all'inizio o alla fine dell'anno scolastico, con l'unica incognita della lunghezza e di qualche domanda che a volte risultava sbagliata nell'impostazione o riguardo a quel che sarebbe lecito aspettarsi da un alunno di prima o terza media, vuoi per difetto e vuoi per eccesso - e su quello non c'era rimedio, perché alle domande sbagliate poteva porre rimedio soltanto l'Istituto Invalsi stesso medesimo, e non risulta che l'abbia mai fatto; mentre, per quanto riguardava la lunghezza e quindi il tempo necessario per la soluzione, l'unica cosa da fare era, di nuovo, sperare in dio o in chi per lui che quell'anno capitasse una prova congrua al tempo assegnato, perché i ragazzi non dispongono di un acceleratore che gli consenta di affrettare i tempi a piacer loro, e del resto a scuola usualmente si cerca di farli riflettere su quel che fanno, più che di fargli accelerare i tempi e dare risposte a casaccio (un'arte, questa, di cui sono di solito già perfettamente padroni ma di cui normalmente i docenti non si rallietano molto).


Volendo dunque "preparare" gli alunni alle mitiche Prove Invalsi di Italiano alle medie l'unico mezzo a disposizione sembrava quello di far loro eseguire una o più delle prove tra quelle già assegnate negli anni precedenti dall'Istituto Invalsi istesso medesmo. Quest'ultimo, e unico, sistema aveva comunque un inconveniente di base perché ogni Prova Invalsi costituiva un caso a sé e non era dunque una valida preparazione per affrontare la prova dell'anno a venire. E d'altra parte, meglio di niente...


L'Insegnante di Lettere standard è comunque intrinsecamente una creatura ansiosa e ansiogena, nonché assai portata all'autocolpevolizzazione; e i corridoi e le sale docenti delle varie scuole si popolarono di creature infelici che vagavano battendosi il petto e invocando un modo per preparare gli alunni alle imprevedibili Prove Invalsi prossime venture. Il banale espediente di svolgere correttamente e in modo approfondito il programma del triennio per poi sperare in dio o in chi per lui, se pure veniva largamente praticato (nei limiti delle capacità di docenti e alunni, si capisce) non pareva quasi ad alcuno soluzione valida e adeguata per placare le ansie della collettività - perché col tempo la Paura si era diffusa capillarmente e ormai lo spettro della Prova Invalsi inquietava anche taluni genitori e alunni che a loro volta inquietavano vieppiù i poveri insegnanti di Italiano con  l'ansiogena domanda "Ma quando cominciamo con la preparazione per la prova Invalsi"?  


E vennero gli editori di libri scolastici e si chinarono sugli insegnanti affranti ascoltando il loro grido di dolore, per poi interrogarsi in cuor loro su come fosse possibile lenire tanta ambascia. E dopo lunghe ponderazioni, riflessioni e considerazioni, la soluzione balenò infine nelle loro fertili menti.
Nacque così "il libretto per la preparazione all'Invalsi", in un primo tempo studiato per le terze medie che avevano la prova all'esame, poi per le prime medie che avevano la prova verso la fine dell'anno e infine anche per le seconde medie che non avevano alcuna prova Invalsi né mostravano di languire in modo eccessivo per cotale mancanza.
E ogni rappresentante cominciò ad offrire i suoi ottimi Libretti di Preparazione all'Invalsi in aggiunta ai consueti manuali delle discipline e agli usuali Libretti per le Vacanze. E gli insegnanti di Italiano (ma anche di Matematica) ci si precipitarono sopra, riconoscenti, e cominciarono a trattare per l'acquisto dei libretti delle prove Invalsi già all'inizio dell'anno, spesso facendosi consegnare i soldi dagli alunni e poi comprando i libretti a prezzi "di favore" dai rappresentanti, che li portavano col fare furtivo non tanto del contrabbandiere di merce illegale, quanto dell'adddetto al duty free che riesce a farsi scivolare in macchina una cassetta di liquori senza dazio e a fornirli agli amici a prezzi ridotti. Tali libretti erano poi custoditi religiosamente in Sala Professori e tirati fuori una volta al mese, al momento della mitica Simulazione della Prova Invalsi di Italiano.
E tutto ciò avrebbe magari avuto un senso ai miei occhi se tali libretti fossero stati partoriti dall'Instituto Invalsi: noi prepariamo la Prova, noi sappiamo secondo quali criteri più o meno perversi la prepariamo, ed eccovi una serie di tappe mediante le quali preparerete i vostri alunni ad eseguire bene la prova da noi preparata, quale che sia.
Ma a quel che sembra l'Istituto Invalsi non c'entra niente con questi libretti, e ogni editore prepara il suo a suo genio (o a suo cretino, come si racconta che qualche malvagio insegnante abbia commentato in privato). E in qualche caso si tratta di una serie di prove tutto sommato proponibili e sensate, in qualche altro caso di deliri partoriti con il probabile aiuto di qualche sigaretta che conteneva ben poco tabacco (ne ricordo una in particolare dedicata alla metrica della poesia, dove un qualsiasi dei miei alunni, per quanto bravo, non avrebbe raschiato nemmeno una sufficienza stretta dato che io, della metrica, a malapena gli racconto che esiste) e talvolta di una sfilata di domande cervellotiche sui più strampalati complementi e tipi di periodo che mai abbia sentito rammentare (e che nelle Prove Invalsi ufficiali non ci sono).


A rischio di sembrare terribilmente trascurata a colleghi e alunni, io il libretto non lo faccio prendere. Qualche settimana prima della fine della terza li metto a tu per tu con l'ultima prova assegnata dal Ministero per l'esame, e questo è quanto. Fotocopie a spese della scuola, rigorosamente. E una simulazione soltanto.


Non è solo perché le ore sono poche e in terza arriviamo sempre alla fine a rotta di collo e si risparmia il tempo dove si può. E' proprio il principio, che non mi convince: si suppone che quella prova verifichi le competenze degli alunni. Il mio compito, per come sembra indicare l'Invalsi (che, ripeto, non cura libretti per la preparazione alle sue medesime prove) è renderli in grado di svolgere quella prova, fornendogli le competenze per farla almeno a livello decente, ma NON abituarli a fare prove Invalsi. 
Insomma, in quelle ore che altri dedicano alle esercitazione sulle prove Invalsi, io lavoro sulla grammatica o la comprensione del testo, all'incirca.


Sarei così rigorista e spietata se i libretti per la preparazione all'Invalsi venissero distribuiti gratis** o fossero curati dall'Istituto Invalsi?
Non lo so o, per meglio dire, non mi ci sono ancora trovata. Al momento, l'idea di spiegare alle famiglie che devono sborsare dai cinque agli otto euro in più funziona molto bene come deterrente.


*Non altrettanto avviene per gli insegnanti di Matematica, ci dicono, perché le loro prove Invalsi sono strutturate in modo diverso e a quel che sembra richiedono effettivamente una preparazione specifica - anche se, per i motivi elencarti più sopra, non è sempre facilissimo capire come debba svolgersi cotal preparazione.


**a volte lo sono, nel senso che sono allegati all'Antologia. Devo dire che ho gran cura di scansare le edizioni dell'Antologia che contengono il fascicolo delle prove Invalsi, perché costano sempre qualche euro in più.

venerdì 25 maggio 2012

Sull'ineffabile ipocrisia di taluni Collegi Docenti


Un tetto di zucchero e canditi può essere assai carino, oltre che dolce. Un tetto di spesa, invece, di dolce e di carino non ha proprio niente. Specie se non viene ritoccato dalla notte dei tempi.

E venne il Collegio Docenti sull'adozione dei libri per il prossimo anno. E si scoprì - sorpresa! - che le classi prime e terze non sforavano il tetto di spesa preventivato dal Ministero per l'acquisto dei libri, ma le classi seconde sì, anche perché per le seconde il tetto è molto più basso.
Per un Dirigente Scolastico è un banco di prova piuttosto interessante. So che il Preside Reggente che c'era l'anno scorso a St. Mary Mead aveva fatto scrivere, per le seconde che sforavano (cioè tutte), una formula del tipo "tetto non rispettato perché vincolato dall'adozione pregressa dei libri", che tradotto suona più o meno "Signori, qua nessuno si è dato alla pazza gioia scegliendo libri più cari: son gli stessi dell'anno scorso e la cifra che risulta è questa. Così è se vi pare".
Il Nuovo Preside che c'era tre anni fa invece adottò la tecnica del "mettere qualche libro tra i consigliati": cioè il libro era ufficialmente "consigliato" ma i genitori sapevano che dovevano comunque comprarlo. All'epoca la trovai una soluzione singolarmente cinica (ufficialmente il tetto di spesa è osservato, però le famiglie spendono lo stesso più soldi del dovuto in libri), ma anche foriera di rogne: perché qualora qualche genitore avesse deciso di non comprare i libri in questione, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla né discriminare il figlio, che quel libro non lo aveva e che quindi non ci poteva studiare su, non avendolo. Non so se qualche genitore tentò l'esperimento perché l'anno dopo non ero più a St. Mary Mead; sospetto di no, perché i nostri genitori sono molto (troppo) pazienti.
A Hogsmeade invece la questione non era stata nemmeno sollevata, e d'altra parte l'anno prima le nuove adozioni erano state fatte con un criterio molto risparmioso (non tanto però da permetterci di rientrare nel tetto con le seconde, comunque). Approvammo le liste com'erano e amen, dopo un breve accenno nel verbale al fatto che gli acquisti per le seconde erano vincolati.

Ma veniamo a quest'anno, a St. Mary Mead e alla Nostra Preside, che ci fa osservare che le seconda sforano il tetto, anche se di poco, ed è un problema, perché dal Provveditorato hanno mandato a dire che assolutamente non si deve sforare*, e dà poscia l'avvio alla Manfrina dello Scaricabarile.
Non si potrebbe levare qualcosa e metterlo tra i Consigliati? Chessò, Religione?
No, Religione è ormai da tempo tra i "consigliati".
Oppure Fisica?
No, nessuno degli insegnanti di Fisica ha adottato libri.
Oppure Narrativa?
No, Narrativa è fuori dalla lista. In caso viene adottato durante l'anno.
Allora, forse... Antologia?
Qualcuno suggerisce di far acquistare l'Antologia in versione liquida, così i ragazzi possono stamparsi solo le parti su cui si lavora.
L'idea è in apparenza sensata ma comporta un certo ingrullimento da parte delle famiglie, che non sono obbligate ad avere un computer con relativa stampante né ad avercelo sempre ben funzionante. L'obiezione è sensata, anche se si alza il solito coro "Sì, ma questi ragazzi al computer ci passano la vita"; che in parte è vero, ma non per tutti, senza contare  che stampare dai siti degli editori non è sempre facilissimo e comunque se fossi un genitore io mi scoccerei, lo ammetto - senza contare che avvisare i agazzi che il giorno dopo portino le pagine tali e talaltre dell'Antologia... mah, non sempre e non con tutte le classi funzionerebbe, sospetto. E chi porterebbe le pagine sbagliate, chi le lascerebbe a casa, chi  proprio la sera prima la cartuccia era finita...
E qui qualcuno tira fuori un ovetto di Colombo: "Preside, quando insegnavo alla scuola di Monculi di Mezzo, l'Antologia era stata messa tra i consigliati però nel sito della scuola era spiegato chiaramente che era obbligatorio acquistarla".
Tramecolo: non solo viene suggerito un illecito (cioè "consigliare" un libro che in realtà è obbligatorio) ma viene anche proposto di dichiarare apertamente questo illecito facendolo passare per regola?
In pratica si tratterebbe di mandare una lista falsa al Provveditorato, mentre i genitori sforerebbero eccome il tetto di spesa, il tutto dichiarandolo pure ai quattro venti. A parte tutte le considerazioni etiche sul rispetto della legge che va a farsi benedire, mi sembra un modo singolarmente efficace per andare a caccia di grane: un genitore che avesse voglia di  scocciare potrebbe far passare diversi e notevoli guai alla scuola, mi sembra.
Tutti però sembrano trovarla un'idea valida, tanto che la cosa è regolarmente trascritta nel verbale.
Medito di sollevare obiezioni, poi lascio perdere: tutti sembrano così garrulamente convinti che sia una bella cosa dichiarare il falso in atto pubblico e aver cura di specificare su un sito altrettanto pubblico che  quel che è scritto nell'atto pubblico è un falso, che non ho cuore di parlare. Del resto, io ho una terza e di conseguenza ho preparato la lista per una prima, la mia lista rientra abbondantemente nel tetto spesa, e l'anno prossimo se sarò lì avrò una prima, o forse due. Insomma, non sono affari miei.

Però in cuor mio la trovo una vicenda molto, molto italiana, e a modo suo molto istruttiva. 
Educazione alla legalità, sissignori. E al rispetto delle regole.
Eccerto.

* cioè hanno dato la solita generica indicazione di tutti gli anni, presumo. Del resto non avrebbe avuto molto senso scrivere in circolare "Questi sono i tetti di spesa per l'acquisto dei libri, ma potete anche fregarvene perché tanto noi si fa la circolare giusto per perdere  un po' di tempo e farlo perdere anche a voi che la  leggete".

domenica 20 maggio 2012

Con il nastro nero


Intendiamoci, anche se metti una bomba su un treno, davanti a una banca, in una piazza o in una pasticceria ci sono buone possibilità di beccare dei ragazzi. Però davanti a una scuola, specie in certi orari, le possibilità sono davvero alte, senza contare che si tende (...tendeva) a dare per scontato che davanti a una scuola nessuno lascia una bomba. Anche negli anni di piombo, quando gli studenti desiderosi di passare una mattinata un po' diversa dal solito telefonavano alle scuole annunciando bombe, credo che nessuno dei molti artificieri che puntualmente accorrevano prendesse in seria considerazione la possibilità che la bomba ci fosse davvero - e infatti mai ne vennero trovate.
Ci sono dunque tutte le premesse, mettendo davvero una bomba davanti a una scuola e facendola pure esplodere, per smuovere parecchio le acque.
Se poi la scuola si chiama Morvillo-Falcone, ha vinto un premio per la legalità ed è in una regione del Sud certi pensieri vengono davvero spontanei, anche prima che venga svolto un solo quarto d'ora di indagini.
E allora forse è vero che una bomba davanti a una scuola è un segno di debolezza.
Debolezza o no, comunque, una ragazza è morta e un'altra è molto grave. E oggi ogni insegnante, alunno, custode e genitore si sente molto, molto inquieto, scosso, angosciato, dispiaciuto, impaurito...
....e molto, molto, molto arrabbiato.

venerdì 18 maggio 2012

Hortodoxa - 17 Maggio 2012 - Giornata mondiale contro l'omofobia


Mi rendo conto che la giornata mondiale contro l'omofobia era ieri, e non oggi; ma oggigiorno la vita è caotica, non ci sono più le mezze stagioni, a scuola questo mese stanno cercando di battere il record europeo della concentrazione di impegni pomeridiani dopo avermi lasciata quasi libera per due terzi dell'anno e insomma sono venuta a saperlo soltanto ieri sera sul tardi, e d'altra parte ormai le giornate mondiali si sprecano e star dietro a tutte è un'impresa improba. Ci vorrebbe un calendario dedicato. 
Però ho visto che il Ministro dell'Istruzione aveva esortato gli insegnanti a intervenire sull'argomento e mi sono detta che parlarne il giorno dopo era pur sempre meglio che non parlarne affatto, 
Pensavo a un piccolo intervento incentrato sul mutamento di costumi, di come tutta la terminologia sui gay fosse relativamente recente e di come il concetto di omofobia si fosse assai esteso, includendo anche gesti e parole che un tempo erano ritenuti quasi normali... il tutto aiutata da quella che è la migliore amica dell'insegnante con la LIM, ovvero Wikipedia, che citava ben tre diverse accezioni del termine omofobia. Un interventino piccino picciò, che poi c'era la Conferenza di Yalta che incombeva e tanto per cambiare a storia siamo in ritardo.
Arrivata in classe ho acceso la LIM. "Ieri era la giornata mondiale contro l'omofobia".
"Sì, l'abbiamo visto. C'erano un sacco di link su Facebook".
"Molto bene. Chi mi spiega cosa vuol dire omofobia?".
"Sono quelli che amano gli uomini".
"Ehm, non proprio. Qualcuno ha un'altra ipotesi?".
Le ipotesi degli altri, per fortuna, erano molto, molto più vicine al vero.
Così siamo partiti dall'etimologia di "omofobia" e dal suo significato attuale, piuttosto ampio, passando poi alla nascita della parola "gay" nell'accezione comune oggi, al politically correct, alle leggi che vietano la discriminazione basata sull'orientamento sessuale, all'etimologia della parola "lesbica", al significato di "coming out" e "outing"...
... praticamente una lezione di linguistica, con tanto di dettatura di una paginata di schema. Del resto io sono la loro insegnante di lettere, chi più di me deve vegliare sulle loro competenze linguistiche?
Un'ora e mezzo di dibattito ad ampio raggio, con un ricco intermezzo sulle adozioni dei bambini, un altro sulla necessità di non discriminare di ama Justin Bieber (un argomento che ricorre molto spesso, in quella classe. E pensare che fino a otto mesi fa ignoravo financo l'esistenza di Justin Bieber) e finestre varie su Marco Mengoni, George Michael, Oscar Wilde, i registri delle unioni civili, De Gasperi e Pio XII, la nostra costituzione, il Vecchio e Nuovo testamento, le leggi inglesi e americane, la domanda rimasta senza risposta se una coppia gay può adottare un bambino all'estero e vedere riconosciuta l'adozione in Italia, le possibili reazioni dei genitori davanti a un figlio gay, l'opportunità di non usare la parola "finocchi" al di fuori del contesto puramente vegetal-verduriero (qui in Toscana non ha necessariamente un'accezione offensiva), a meno che non si sia più che sicuri dell'uditorio perché si rischia di offendere senza volere il capufficio che sta meditando se rinnovarti o no il contratto, più un'infinità di altre questioni di piccolo e medio calibro.

Piuttosto divertente, nel complesso; ma, da insegnante di lettere, mi sono immersa in profonda meditazione sul fatto che spesso le parole sono usate a caso o comprese con lo spannometro. Voglio dire, di outing si sente parlare a colazione, pranzo e cena, è una parola che si finisce per dare per scontata.
E invece con gli adolescenti è bene non dare per scontato proprio nulla.
Faticoso, a pensarci.
Comunque, eccomi qua. Il mio sassolino l'ho portato anch'io. Del resto, si sa, le parole a volte sono pietre.
La Conferenza di Yalta aspetterà il prossimo Martedì, augurandosi che non sia anche quella una Giornata Mondiale di pari levatura.

Auguri a tutti che questa giornata mondiale diventi inutile il prima possibile e possa venire sostituita da una Ulteriore Giornata Mondiale del Gatto.