Il mio blog preferito

venerdì 11 giugno 2010

Il giorno dopo lo scrutinio

Capita ordunque che, dopo gli scrutini, un'insegnante possa talvolta trovarsi leggermente alterato perché non condivide appieno il voto di taluni suoi colleghi davanti a taluni casi didattici, e capita che trovi un filino incoerente il fatto che costoro, che tutto l'anno hanno guiaiolato e rumoreggiato sul fatto che una data classe fosse indisciplinata e non studiosa, poi trovino normale promuovere ragazzi con cinque o sei insufficienze.
E che diventi a strisce arancioni e nere quando sente i colleghi che continuano a dire al momento di passare qualcuno con sei sufficienze "Ma allora dobbiamo arrotondarne un paio perché sei insufficienze sono troppe" in nome di una qualche disposizione ufficiosa della scuola dice che sopra le quattro insufficienze si boccia - ignorando platealmente il fatto che il consiglio è sovrano come dice la legge dello Stato, che mai e poi mai può essere scavalcata da una delibera del Collegio. Eccheccazzo, se davvero pensi che cinque insufficienze siano troppe non passarlo, se ti sembra sia il caso di passarlo attieniti alla legge e fregatene se il paese è piccolo e la gente mormora.
E può anche capitare che all'insegnante in questione venga l'orticaria perché l'insopportabile e melenso insegnante di religione, che vede metà della classe per un'ora a settimana e conosce solo due voti (distinto e ottimo) perché "la preside gli ha detto così", e arriva sempre con un quarto d'ora di ritardo in qualunque classe ma spedisce fuori allo stato brado i ragazzi di alternativa se tu arrivi un po' in ritardo perché sei in presidenza a conferire per qualche valido motivo, lamentosamente attacchi il lamento che "poverino qua e poverino là ma come facciamo a fermarlo", anche se hai provato 765 volte a spiegargli che la bocciatura non è punitiva ma fatta nell'interesse della creatura, che al momento sembra assai inadeguata a seguire la terza media.
E capita pure che all'insegnante a strisce arancioni e nere venga l'idrofobia in forma grave se il Sostegno vota per promuovere qualcuno spiegando candidamente che questo qualcuno "è tanto amico del suo allievo e così l'anno prossimo possono fare gruppetto", trasformando così in certificati due ragazzi uno dei quali, semplicemente, ha stabilito che la matematica non esiste ma a parte questo non ha nulla di certificabile.
E avviene pur talvolta che venga stabilito che "tanto il tale non avrebbe comunque fatto un gran percorso scolastico, se anche fa male le medie che cambia?" decidendo così il futuro di una creatura in trasformazione e inchiodandolo ad vitam alle tendenze mostrate quando aveva tredici anni.
E che detto insegnante non riesca a capire perché l'intero consiglio dia i voti in condotta basandosi su come i ragazzi si rivolgono agli insegnanti ma senza tenere in alcun conto quelli che si deridono, perculano e offendono anche durante la lezione tra di loro - oh no, questo non ha importanza, basta che si alzino in piedi quando l'insegnante entra in classe.
Capita infine che le venga un travaso di bile supplementare quando la preside si diverte a perculare a sua volta Albione perché ha i voti bassi - finché Albione spiega, un filino alterata, che lei ha "somministrato" all'inizio dell'anno la prova d'ingresso che la scuola aveva stabilito, ha calcolato i punteggi secondo le modalità indicate dalla scuola e le sono risultati voti dal 2 al 5 nessuno escluso e che quindi, insomma, la scuola vedesse di trovare il modo di far pace con il proprio cervello.

Capita, sì, capita.
Come cantavano giustamente i Pooh, capita quando capita.
Poi ti passa.
Perché, magari, chissà, hanno ragione loro.
O comunque per l'alunno la scelta migliore, chissà, potrebbe essere quella che è stata presa contro la tua opinione.
Forse.
E comunque vada i risultati a lungo termine tu non li vedrai.
Per fortuna, viene da pensare.

lunedì 7 giugno 2010

I piaceri della continuità (ovvero come inguaiarsi da sola)

Durante la riunione della Commissione per la Continuità con le Elementari la Preside, che fino a quel momento aveva volato alto parlando di massimi sistemi e cullandomi in un piacevole flusso sonoro mentre pensavo ai fatti miei (ma dal mio sguardo partecipe&attento nessuno lo avrebbe mai detto) improvvisamente si interruppe, forse desiderosa di una pausa per le sue corde vocali, e ci chiese se avevamo suggerimenti.
Per puro e bieco esibizionismo parlai, ricordando la mia esperienza di supplente alla Scuola Città Pestalozzi di Firenze, di cui mi sono sempre tenuta moltissimo*: lì avevo una terza media e in più facevo quattro ore nella quinta elementare: storia e geografia, in nome appunto della continuità; perché l'anno dopo, per la titolare, quella quinta sarebbe diventata la sua prima media.
All'epoca la cosa mi sconvolse, tanto che chiesi se erano proprio sicuri che potessi legalmente fare quelle ore, visto che non avevo l'ombra di un titolo che mi autorizzasse ad insegnare alle elementari. Superato il trauma e incontrata la classe - una bella classettina piuttosto disciplinata ma vivacemente partecipe, che mi mise subito a mio agio - trovai che la programmazione concordata era stata scelta con molta accortezza: a storia lavoravano su uno di quei manuali sperimentali delle medie pieni di laboratori, dove studiammo le civiltà idrauliche e facemmo un affascinante lavoro sulla battaglia di Kadesh. A geografia invece leggevo il Giro del mondo in 80 giorni, con un po' di spiegazioni di appoggio (eravamo ormai negli Stati Uniti e si chiacchierò di un po' di tutto, dai Padri Pellegrini al Fiume Sand Creek di De André) e mentre leggevo i ragazzi potevano disegnare. Per le ultime lezioni arrivai con una carta della Terra di Mezzo; gli feci un po' di cartografia, poi gliela diedi da colorare: le montagne in marrone, il mare in azzurro eccetera. Si divertirono come pazzi e da allora ogni prima da me incignata passa una delle prime lezioni a colorare la carta della Terra di Mezzo, con tanto di voti a fine esercitazione (che di solito sono belli alti).

Era un sistema dolce e fruttuoso: insegnante e ragazzi si conoscevano gradualmente e si sintonizzavano, ci si abituava a gestire i casi problematici e via dicendo. Dimenticavo: durante queste lezioni l'insegnante delle elementari era sempre presente - insomma si trattava di una (Orrore! Spreco di denaro pubblico! Danno irreversibile all'erario!) compresenza - una parola che qualche anno fa poteva essere ancora pronunciata in pubblico senza arrossire.
Insomma, un vero esempio di continuità se mai se ne vide uno. Ed anche l'unica esperienza in merito che avessi.

L'idea piacque, così mi ritrovai arruolata volontaria per fare una lezione di storia o di geografia in una delle quinte - perché quello di Hogsmeade è un Istituto Comprensivo, e anzi quest'anno comprende in modo particolare dato che, causa lavori in corso alle elementari, le quarte e le quinte sono nostre ospiti, Insieme a me vennero arruolati anche Inglese e Scienze - non altro che per il fatto che erano lì presenti e non furono abbastanza presti a trovare una scusa per spaniarsi.

Si impongono a questo punto due considerazioni:
1) Possibile che l'idea di fare una o due lezioni di collegamento tra elementari e medie in un istituto comprensivo non fosse venuta in mente a nessuno fino ad ora e avrebbe continuato a non venire in mente a nessuno se Murasaki non si fosse messa a sfogliare l'album dei ricordi?
Mah.
2) Possibile che la sottoscritta abbocchi sempre come una carpa?
(ma certo che è possibile. Del resto io abbocco sempre, comunque e in qualsivoglia circostanza. Ce l'ho nel DNA, come si dice).

In realtà l'idea non mi dispiaceva del tutto, altrimenti credo che con o senza pretesto mi sarei svincolata in gran fretta. Come sempre, a fine Aprile ero sommersa nelle cose da fare e questa lezione comportava spostare classi per usare la LIM, concordare la lezione con l'insegnante delle elementari che non era meno ingolfata di me...
In realtà tutto è andato a posto quasi da solo - ad esempio io e l'insegnante delle elementari continuavamo a incontrarci per caso proprio quando ci veniva in mente qualcosa da dirci, la classe che occupava l'aula con la LIM proprio il giorno che avevamo fissato era in palestra a fare Fisica ma in quel giorno specifico spariva per due ore per dedicarsi a non so cosa, lasciandoci padroni del campo...

Così, seguendo da brava carpa la forza della corrente, in uno degli ultimi giorni di scuola mi sono trovata col telecomando in mano davanti a una ventina di giovani e agguerrite nuove leve della nostra utenza a spiegargli "di cosa parliamo quando parliamo di impero romano": la forza della propaganda, la forza dell'esercito, l'importanza delle fogne senza le quali una città di due milioni di abitanti sarebbe rimasta tale per ben poco tempo, i vantaggi del sincretismo religioso...
In sintesi, quaranta minuti di sana e ordinarissima frontale, ingentiliti da una trentina di immagini sulla LIM. Le creature hanno ascoltato in rispettoso silenzio ma hanno anche alzato la mano per intervenire e domandare.

D'accordo, la continuità è un'altra cosa. Magari l'anno prossimo provo a fare qualcosa di meno improvvisato.
Comunque è stato divertente.

* Non c'ero entrata per meriti particolari: nella nobile e gloriosa Scuola Città Pestalozzi gli insegnanti di ruolo sono scelti dal Collegio Docenti, ma i supplenti sono presi dalle graduatorie sperando nella buona sorte, come in tutte le altre scuole del regno.

mercoledì 2 giugno 2010

Haeretica - Contro Lo Studio Della Storia della Letteratura Alla Scuola Media



Per qualche motivo che ho sempre faticato a comprendere, molti insegnanti di Lettere delle scuole medie sembrano prendere assai sul serio lo Studio della Letteratura Italiana. Li vedi spiegare ai genitori ai Consigli di Classe, in tono assai compunto, che sono indietro con letteratura ma è per questo e quest'altro motivo e si rimetteranno senz'altro in pari entro Pasqua, li senti informarsi con i colleghi se sono avanti o dietro a loro con il programma, li trovi seriamente preoccupati perché "forse Svevo riescono a farlo ma Pirandello no", o che sospirano perché "ho fatto la verifica a sorpresa su Seicento e Arcadia e i ragazzi non avevano studiato nulla, il voto più alto è quattro" - e qualche volta finisci per sentirti pure un'insegnante trascurata perché i tuoi allievi non sanno un accidente sull'ermetismo, la scapigliatura o la donna angelo - e tanto meno sull'Arcadia e la letteratura italiana del Seicento* mentre tu, sciagurata perdigiorno, stai lì a baloccarti con Dickens, Asimov, Pratchett, Kafka o quant'altro la tua rutilante fantasia possa averti suggerito nelle ultime settimane (e la tua rutilante fantasia è sempre piena di consigli in merito; non solo, ma all'idea di trovare un angolino di tempo per parlare della Scapigliatura o dell'Arcadia la tua fantasia, da rutilante, si fa addirittura incandescente sfornando decine di decine di alternative).
Ogni volta, in cuor tuo, ti domandi come mai costoro, se tanto pazzamente amano la letteratura italiana, non se ne vanno alle superiori, possibilmente al triennio dove l'insegnamento della letteratura è curriculare; ma ancor più ti domandi perché, se davvero costoro amano la letteratura italiana, tollerino di farla in cotali condizioni.

Ma proviamo ordunque ad andare per ordine.
Lo studio della storia della letteratura italiana alla scuola secondaria di primo grado NON è obbligatorio né curriculare; da qualche parte una qualche ordinanza ministeriale o programmazione o quel che è invita gli insegnanti a "far leggere brani dei grandi scrittori italiani" in classe, e questo è quanto**.
I grandi scrittori di lingua italiana, ai miei occhi, presentano un sacco di problemi: alcuni li trovo di una noia allucinante, altri mi sembrano del tutto inadatti ad un virgulto tra i dodici e i quattordici anni, altri scrivono in un italiano arcaico ancora incomprensibile per il virgulto di cui sopra, di molti infine non mi so spiegare la reputazione di cui godono né il peso che vien loro attribuito; detto questo, ci sono autori da cui non si può prescindere (vedi Dante che, almeno qui in Toscana, le classi aspettano fremendo e scalpitando), autori in traduzione (Boccaccio, Ariosto), singoli pezzi che piacciono sempre (S'io fossi foco di Cecco Angiolieri), autori che stanno nella programmazione come topi nel formaggio (Ungaretti con le poesie da trincea, Quasimodo con le poesie di guerra, Verga con Rosso Malpelo e Libertà) e testi che piacciono troppo all'insegnante (nel mio caso, Il cantico delle creature di Francesco d'Assisi). Ma far leggere i brani, anche molti brani, non vuol dire fare storia della letteratura: se qualche parola (qualche) sul verismo può valere la pena di spenderla al momento di leggere Verga, l'Arcadia e il romanzo storico e la donna angelo mi sembrano del tutto rinunciabili, anche perché nelle letterature delle medie se ne parla con una superficialità e una cialtronaggine davvero insopportabili.
Può darsi che esista una buona storia della letteratura italiana fatta per le medie e adatta a mandibole della prima adolescenza, quando, per ovvi motivi, i ragazzi sono del tutto digiuni di letteraturese e critichese e tutta la Letteratura Canonica è assolutamente nuova per loro - una letteratura che introduca le principali tematiche, le colleghi con le principali questioni storiche etc. Se esiste, o meglio se esistesse, immagino che fare un po' storia della letteratura del nostro paese alle medie potrebbe anche, con alcune classi particolarmente propense, avere un qualche senso e fornirgli un po' di preparazione di base che potrebbe anche tornargli utile alle superiori.
Ma, in fiduciosa attesa che qualcuno mi indichi questa fenice dalle piume d'oro, quel che vedo io sono degli autentici musei degli orrori nati tagliando, incollando e raffazzonando le peggiori storie delle letterature delle superiori - dico peggiori, ma magari prima del lavoro di taglia e incolla costoro erano libri rispettabilissimi, chissà.

Il lettore più sensibile avrà forse intuito che non vado proprio pazza per la storia della letteratura e della critica; tuttavia, le molte volte in cui ho dovuto affrontarne lo studio, sporadico o sistematico, l'ho fatto agevolmente prendendo un qualsiasi manuale delle superiori. Quello che avevo al liceo ad esempio non era eccezionale, ma mi forniva tutto il necessario e i vari insegnanti inserirono le aggiunte che reputavano opportune; ma anche le letterature consigliate all'università per gli esami, o semplicemente quelle raccattate dagli amici quando dovetti preparare il concorso, si sono sempre rivelate utili e adeguate quanto bastava; di sicuro qualcuna era meglio di qualcun'altra, ma tutte erano di livello accettabile e mi fornivano il servizio che gli richiedevo: una sintesi chiara e dettagliata dell'evolversi della nostra italica letteratura, con qualche aggancio alla letteratura straniera e abbondanza di testi e di commenti storici, linguistici, metrici, filologici etc.

Niente di tutto ciò viene nemmeno lontanamente offerto da una letteratura delle scuole medie. Lì, i testi sono scelti secondo un canone di cui nessuno ricorda più l'origine, e con scarsissima attenzione al resto dei programmi della scuola - in generale il criterio seguito è quello de "il brano più famoso", in qualche caso "il brano più comprensibile": ad esempio i Sepolcri di Foscolo sono assai famosi, ma - orrore! - lunghi, oltre che piuttosto complessi. A ciò molte antologie rimediano non già abbandonando i Sepolcri alle cure degli insegnanti delle superiori, ma riportando la prima ventina di versi - che, staccato dal resto del poema si riducono a un "Una volta morto, chissenefrega di come mi seppelliscono?" - che non è esattamente una sintesi efficace e completa del poemetto Dei Sepolcri inteso nel suo complesso.

Il caso dei Sepolcri non è isolato; ma i testi tagliati, accorciati e mutilati lo sono ancora il meno (anche se ai miei occhi costituiscono già un peccato mortale): il problema più grave è la parte redatta dall'antologista, composta essenzialmente da
1) luoghi comuni letterari non spiegati
2) leggende metropolitane letterarie non spiegate
3) frasi fatte non spiegate
4) cazzate non spiegate.
Tanto per fare un esempio: dire che la poesia romantica rifugge dagli stilemi petrarcheschi non è molto chiaro per il ragazzo che potrebbe non avere fatto Petrarca e di sicuro non ha toccato né intravisto i petrarchisti - senza la tenace esistenza dei quali è un po' difficile comprendere come mai, nel 1800, ci si desidera liberare di un poeta che, poveraccio, stava ormai sottoterra da quattro secoli senza dar noia a nessuno (tra l'altro: perché nessuno desiderava liberarsi dagli stilemi ariosteschi o tassici? E soprattutto: cosa diamine sono gli stilemi?).

E il romanzo storico? Improvvisamente compare il romanzo storico, vengono date una serie di caratteristiche del suddetto e si passa a parlare... dei Promessi Sposi e del Gattopardo - che hanno caratteristiche assai diverse, distano cento e passa anni tra loro e per giunta sono romanzi storici piuttosto anomali nell'ambito europeo. Beh, almeno sui Promessi Sposi a volte si fa un discorso abbastanza articolato, ma il Gattopardo di solito si limita ad essere citato... per confrontarlo con i Viceré, il tutto senza far leggere una singola riga di nessuno dei due. E siamo d'accordo che tutto sommato si sopravvive anche senza leggere né l'uno né l'altro, ma allora si può anche non parlarne che si fa prima.

Poi arriva Ungaretti.
Ungaretti è un ermetico, si sa (si sa?). Perfino gli autori di antologie delle medie però sembrano consapevoli che "è un ermetico" non vuol dire molto per un ragazzo di tredici anni. Allora glielo spiegano, cos'è un ermetico - e lo spiegano in modo assai emetico: chi lo collega a Hermes Trimegisto e chi a Hermes semplicemente (che sono due personaggi un tantinello diversi e di solito i ragazzi ricordano ben poco del secondo e non sanno un accidente del primo). In ogni caso gli antologisti si ricordano di spiegare alla creatura che Hermes o Hermes Trimegisto si ricollegano al senso oscuro della poesia, al gusto del significato nascosto - poi arrivano le poesie da trincea di Ungaretti che sono quanto di più chiaro si possa immaginare sia come testo che come significato che come messaggio e proprio non si capisce che caspita c'entrano gli scritti iniziatici ellenisti e le divinità psicopompe (se non ricordo male, infatti, né gli uni né le altre c'entrano un bel niente).
Anche Montale è ermetico, ci dicono. però poi si distacca dall'ermetismo "seguendo un suo percorso autonomo" (che non ti spiegano dove porta). E anche se lo stesso Montale sostiene "Codesto solo possiamo dirti / Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", non per questo mi sembra bello ricondurre la sua ricca interiorità al semplice fatto di non essere più un ermetico (che tra l'altro non si è ancora capito cosa vuol dire).

Tutte queste considerazioni e molte altre si sono imposte con forza al mio sentire quando, in occasione delle ultime ore dell'anno di Approfondimento, i ragazzi di terza hanno invocato da me lumi, aiuti e comprensione umana per le loro traversie con Letteratura e ho avuto il dubbio piacere di risentirgli numerose paginate di considerazioni letterarie mandate più o meno a memoria e malamente rielaborata anche dai più bravi (e alcuni sono bravi davvero).
Il che mi ha convinto una volta di più che un insegnante ben preparato e convinto può, in circostanze favorevoli, far apprezzare da una classe su cui ha un buon influsso praticamente qualsiasi testo e qualsiasi autore, non importa se adatto o meno adatto - ma che se proprio costui insegnante si impunta per fare anche storia della letteratura, allora si deve armare di fotocopie e blocco per appunti, sporcarsi le mani e scendere in un'infinita infinità di dettagli, altrimenti anche la migliore classe finirà per ripetere, in modo più o meno fluente, un'enorme quantità di sciocchezze desunte dall'orrendo libro di storia della letteratura per le medie.
Per gli autori dei quali, mi auguro, il fuoco pennace brucerà in eterno - o almeno per un periodo molto, molto lungo.

*del resto, a dirla tutta, NEMMENO IO so assolutamente nulla sulla letteratura italiana del Seicento e le mie conoscenze sull'Arcadia non basterebbe a riempire un cucchiaino da saliera.
** Ne ho perso memoria e cognizione ma ricordo benissimo di averla letta, qualche tempo fa. Esiste. Da qualche parte esiste. Sono sicura che esiste.

sabato 29 maggio 2010

Con il cioccolato - ovvero i Grandi Dilemmi della Vita



Naturalmente conosciamo tutti la Sachertorte
(anche perché non mi sembra proprio il caso di continuare a farci del male)


"Preparai la torta con il cioccolato, la decorai con cura e la mangiai con la mia famiglia".

Ai miei occhi codesta era una magnifica frase, perché in essa ben tre diversi complementi erano introdotti dalla preposizione con. Infatti (ero convinta):
preparavo la torta per mezzo del cioccolato (complemento di mezzo)
la decoravo in modo accurato (complemento di modo)
e infine la mangiavo insieme alla (mia) famiglia (complemento di compagnia).
Insomma, la classica frasetta semplice e innocua di analisi logica.

A dir la verità nessuno mi ha contestato che con la famiglia fosse complemento di compagnia. Anche con cura, nel complesso, è stato accettato di buon grado come complemento di modo.
Ma il cioccolato non è andato via per niente liscio, proprio no.

Ha cominciato la Seconda Nevrotica (quella che, in teoria, sa tanto bene l'analisi logica) insorgendo compatta: la torta con il cioccolato è complemento di modo.
"Ma no, è di mezzo" provo a insistere.
La classe sfrigola, schiocca e sussulta: ma no, è di modo, che altro potrebbe essere se non complemento di modo?!
Insorgo fieramente anch'io e proclamo che era complemento di mezzo, punto e basta.
Un ragazzo di buon cuore suggerisce che forse volevo dire "di modo" e mi sono confusa. Se non altro, c'è da apprezzare la delicatezza d'animo, che in quella classe è merce perfino più rara che nella mia seconda.
Qualcuno, visto che non voglio il complemento di modo e che quello di mezzo gli risulta improponibile, suggerisce il complemento d' unione e quello di materia.
Respingo l'uno e l'altro: la torta non è fatta solo di cioccolato, né io e il signor cioccolato la prepariamo insieme (anche perché, se ci fosse di mezzo il signor Cioccolato che mi aiuta, caso mai sarebbe un complemento di compagnia)
Dopo lunghe dispute decido di passare alla frase successiva e prometto di esaminare la questione con la Decana di Lettere - cosa che, per colpa di una lunga serie di intralci, non è ancora avvenuta.
Seguono una serie di consultazioni con amiche e colleghe.
Il complemento di modo, vivaddio, viene escluso all'unanimità.
Il complemento di mezzo viene escluso con quasi altrettanta decisione.
"Ma non è come quella roba, il forno a gas, la caldaia a metano, la torta al o con il cioccolato?" provo timidamente.
"La caldaia funziona tramite il metano, la torta è fatta anche con il cioccolato" mi si obbietta.
"Ma la torta al cioccolato è una cosa che non puoi fare se non per mezzo del cioccolato. Altrimenti si chiamerebbe in un altro modo, no?".
Mi ricordo di precisare che il verbo era "Preparai". La presenza del "Preparai" cambia tutto, mi spiegano. Eppure, sostengo, una torta al cioccolato dovrebbe essere, sempre e comunque, una torta preparata con l'ausilio e la partecipazione del cioccolato, anche se il verbo fosse "spiaccicai", "servii" o "eliminai". Comunque, se la torta "è preparata" con il cioccolato, allora, allora sì, è complemento di mezzo. Negli altri casi no, è complemento di compagnia.
Ma è sempre la stessa torta, provo a insistere. La preparo con gli stessi ingredienti e lo stesso procedimento.
Ci fermiamo un attimo prima del litigio.
Qualcuno osserva che se la torta fosse preparata amalgamando le uova con il cioccolato, allora sarebbe senz'altro complemento di unione.
Io continuo a non capire la differenza tra una caldaia a metano e una torta con il cioccolato ma mi cheto perché voglio arrivare viva all'ora dell'uscita.

Rimango e ribanano sulle mie posizioni, continuo a pensare che con il cioccolato è complemento di mezzo, ma ad ogni modo ho tolto la frase incriminata dal compito di analisi logica che ho dato alla mia seconda (e che hanno comunque fatto malissimo).

domenica 23 maggio 2010

Gli improvvidi folletti


















I folletti domestici esistono in molte culture, compresa quella italiana. Com'è noto a tutti, aiutano a badare alla casa in cambio di una piccola ricompensa in panna, latte, burro, pane e dolci; particolarmente utili, negli ultimi anni, si sono dimostrati i folletti da computer, che si occupano di funzionamento, manutenzione e pulizia interiore (da virus e da polvere) dei nostri strumenti informatici. Per quanto riguarda la ricompensa, i folletti informatici non differiscono nei gusti da tutti gli altri folletti - niente hamburger o coca-cola, ma i tradizionali piattini di pane e latte. Vivono dentro al computer durante il giorno ed escono per farsi la vita loro soprattutto di notte o quando il computer è spento.

Non ricordo esattamente come nacque la storia dei folletti, ma è stato in rete e in una conversazione tra brigatisti, tre o quattro anni fa. Il brigatista in questione era Lucky, già allora padre di due bei bambini e stimato disegnatore. Sosteneva di non avere la minima idea di quel che succedeva nel suo computer e di essere convinto che erano dei folletti nascosti al suo interno a farlo funzionare.
Questa conversazione mi tornò in mente tre mesi fa, mentre combattevo con la LIM in classe; ad un certo punto sbuffai che quel che mancava in quella scuola erano due buoni folletti da computer e aggiunsi che probabilmente non ci degnavano delle loro attenzioni perché nessuno si ricordava mai di lasciargli il latte e la panna.
Incuriositi, i ragazzi mi chiesero cosa fossero i folletti da computer, io lo spiegai più o meno come l'ho spiegato qui sopra (tralasciando di citare Lucky), rinunciai a usare la LIM per quel giorno e la cosa finì lì, almeno credevo.

In realtà qualche tempo dopo qualcuno mi richiese come funzionava la storia dei folletti. Lo rispiegai con grande candore, del tutto ignara del ginepraio in cui mi stavo cacciando.
Non realizzai il problema nemmeno quando qualcuno suggerì che erano i gatti che mangiavano il latte e la panna che lasciavo come offerte.
"Impossibile" spiegai sicura "Nessun gatto sano di mente toccherebbe mai le offerte ai folletti, e quand'anche lo facesse, i folletti lo rimetterebbero al suo posto a gran velocità".
Provarono a spiegarmi che i folletti non esistevano, esattamente come non esisteva Babbo Natale.
"Babbo Natale è una leggenda" risposi "I folletti sono una realtà oggettiva".
E a quel punto il disastro era fatto, ma io me ne accorsi solo col passare delle settimane.

I folletti sono ritornati in ballo con sconcertante regolarità. Ogni volta qualcuno provava a spiegarmi che non esistevano. Col tempo mi sono accorta che un folto gruppo era seriamente convinto che l'insegnante di Lettere fosse un po' suonata, mentre qualcuno si diceva convinto che fosse uno scherzo.
La discussione si è protratta a lungo e, temo, non si è evoluta a mio favore. La prova definitiva l'ho avuta quando Sirius mi ha preso da parte e mi ha domandato se credevo sul serio ai folletti.
"Ti sembra una domanda cui posso rispondere?" gli ho chiesto di rimando.
Non ha capito perché me l'ha fatta di nuovo, ottenendo la stessa risposta. Mi ha inquietato, perché lui faceva parte del gruppo che mi difendeva (!).
Mi sono sentita (e mi sento tuttora) in un vicolo cieco: mi sembra fuori del mondo mettermi a spiegare seriamente se credo o no ai folletti, come mi sembra assurdo che un gruppo di ragazzi figli di una generazione cresciuta a pane e videogiochi fantasy si sconcerti davanti a un'insegnante che gli parla dei suoi folletti da computer.
Se ci ritorno l'anno prossimo, che accidenti dovrò fare?
Le insidie del nostro mestiere sono davvero tante e imprevedibili.

(L'unica persona che capisce qualcosa là dentro, a quel che sembra, è Lunastorta - che, nella relazione sulla visita della polizia postale che è venuta a parlar loro delle varie insidie che può presentare la rete, ha concluso scrivendo "E ci hanno anche detto che nel computer non c'è nessun folletto!").

sabato 22 maggio 2010

Senza parole



Non so perché, ma mi è venuta l'idea di decorare questo post con una bella oca.

La notizia si è diffusa in rete a gran velocità e nasce da una Circolare Riservata, protocollata n. 489/ris e datata 27 aprile 2010, che ha per titolo Dichiarazioni a mezzo stampa del personale scolastico. Indicazioni.
Per quanto riservata fosse, qualcuno si è evidentemente premurato di diffonderla nei posti giusti, tanto che ormai in rete si trova con facilità, ad esempio qui. In cotal circolare il Direttore Scolastico Regionale dell’Emilia-Romagna, dottor Marcello Limina, esponeva ai Dirigenti degli Uffici Scolastici Provinciali (un tempo Provveditori, ma ormai cambiano nome ogni due anni) della regione alcune interessanti direttive.
Infatti, spiegava il buon Limina,

si leggono frequentemente sulla stampa dichiarazioni rese da personale della scuola, con le quali si esprimono posizioni critiche, con toni talvolta esasperati e denigratori dell'immagine dell'Amministrazione di cui lo stesso personale fa parte. Tali toni e contenuti si riscontrano anche in atti e documenti indirizzati ad autorità politiche o amministrative dell'Amministrazione centrale e fatti spesso circolare all'interno delle Istituzioni scolastiche o distribuiti ad alunni e famiglie.

Si tratta dunque di tutti gli insegnanti, bidelli, DS che hanno espresso la loro opinione sull'attuale funzionamento della scuola in risposta alle domande di qualche giornalista, ma anche di chi porta a scuola o propone ai genitori petizioni varie indirizzate... beh, le petizioni e le raccolte firme di solito sono indirizzate al Presidente della Repubblica, ai Presidenti della Camera, al Ministro dell'Istruzione e roba del genere - certo non avvio una raccolta di firme sul fatto che a scuola manca la carta igienica per consegnarla trionfante al mio calzolaio o alla libreria dove vado a rifornirmi di manga. Voglio dire, non avrebbe molto senso. E certo che è possibile che i toni di chi lavora nella scuola siano un tantino esasperati. Eh sì, è proprio possibile.

E dunque, prosegue Limina
fermo restando la libertà di manifestazione del proprio pensiero, occorre osservare che la stessa trova limiti nell'etica e nella correttezza professionale nonché nella tipicità della funzione educativa.
Vengono poi citate specifiche disposizioni normative e contrattuali che impongono ai dipendenti pubblici in generale, e al personale del comparto scuola in particolare, di astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l'immagine dell'amministrazione pubblica e di rapportarsi con i loro superiori gerarchici nella gestione delle relazioni con la stampa.
Insomma, il signor Limina (nome non del tutto pertinente, mi sembra, perché l'uomo sembra aver passato assai i confini di liceità e decoro) riconosce al personale scolastico il diritto di pensarla come vogliono, in ciò mostrandosi migliore dell'Inquisizione e dei partiti comunisti old style, ma sembra convinto che tale personale scolastico abbia compiuto come minimo un giuramento militare che lo impegna a trattare con l'esterno solo attraverso i suoi rapporti con i superiori, il tutto in nome della nostra funzione educativa. Insomma, siccome noi e i bidelli siamo educatori, possiamo dire in giro solo quel che i nostri superiori ci autorizzano a dire.
Ma, attenzione, non quello che ci autorizzano a dire i nostri diretti superiori, no, dobbiamo aspettare le alte sfere - anche per decidere se rispondere alla domanda di un giornalista o presentare una petizione al Presidente della Repubblica.
Infatti il Limina prosegue (forte, suppongo, della sua seconda bottiglia di gin)

Tutto ciò premesso, si invitano le SS.LL a richiamare la personale attenzione dei dirigenti scolastici su quanto precede, chiedendo loro di sensibilizzare il personale della scuola sul corretto comportamento da tenere con gli organi di stampa.Va inoltre ricordata la necessità di informare il dirigente competente di tali rapporti. Il corretto comportamento da tenere non va ovviamente dimenticato neppure in occasione della redazione di documenti o comunicati diretti agli studenti, alle famiglie o ad altri soggetti.
Infine le SS.LL. vorranno ricordare al persoale scolastico che è improprio indirizzare ad alte autorità politiche o amministrative diverse dal loro diretto riferimento gerarchico documenti, appelli o richieste.

Non si tratta dunque solo della stampa: dobbiamo riguardarci assai anche nel rivolgerci più in alto del nostro diretto superiore. Insomma, basta con questi stucchevoli appelli al Presidente della Repubblica, al Consiglio di Stato e analoghi (ignoro se ci sia tuttora concesso rivolgerci, in caso al TAR. Forse è ancora possibile, usando un po' di prudenza, ma è solo un'ipotesi da parte mia).
In compenso dobbiamo fare molta attenzione anche quando ci rivolgiamo a genitori e studenti.

Sul finire Limina sembra ricordare che la scuola appartiene al settore pubblico e viene fatta con il pubblico, per il pubblico e davanti al pubblico, con un certo qual obbligo alla trasparenza. E allora, siccome l'amministrazione ha il dovere di dialogare sia con il personale dipendente sia con gli utenti non già per starli a sentire quanto per dare risposte comprensibili e per meglio commentare e motivare scelte, nuove misure e strategie adottate, allora la Direzione Generale promette che cercherà di migliorare la qualità dell'informazione anche sul suo sito web. Da parte loro, le SS.LL vorranno attivare sul sito web di ogni Ufficio territoriale una casella funzionale e-mail, tramite la quale potranno essere indirizzate richieste, pareri, proposte, appelli da parte del personale scolastico e delle famiglie.
Sarà cura di codesti uffici territoriali proporre allo scrivente, di volta in volta risposte adeguate, misure conseguenti e soluzioni per i problemi segnalati, con l'intento di migliorare l'approccio con il personale scolastico e con l'utenza.

Il signor Limina è convinto di aver tappato la bocca di tutti gli addetti ai lavori nel comparto scuola a buon diritto, appellandosi al Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (Decreto Funzione Pubblica 28 novembre 2000, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 aprile 2001 n. 84), e infatti la circolare prosegue citando proprio il Codice in questione, che all'articolo 2 sancisce che gli stessi devono "conformare la proprio condotta al dovere costituzionale di servire la Nazione".
Dice anche però (ma il distrattissimo dottor Limina si è dimenticato di riferirlo) che salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione.

La tutela dei diritti dei cittadini, dunque, viene prima anche della tutela dell'immagine dell'azienda; e del resto servire la Nazione non è proprio la stessa identica cosa che "servire l'immagine del governo attualmente in carica". Il signor Limina si mostra assai propenso a dimenticarlo, ma gli statali che lavorano nella scuola sono al servizio dell'intero paese. Quando il governo emana, nel nostro ambito, leggi improprie, inapplicabili o lesive degli interessi della pubblica istruzione è perciò nostro dovere farlo notare all'utenza (che, nel caso della scuola materna e del primo ciclo sono soprattutto i genitori) e all'intera opinione pubblica; perché la scuola statale appartiene a tutti e va tutelata prima di tutto da noi.

Con buona pace del signor Limina, cui la Maristella ha comunque dato il suo pieno appoggio con argomenti all'altezza della circolare "riservata".

mercoledì 19 maggio 2010

A School for Scandal




Nei giorni della mia radiosa giovinezza Playboy era considerata "una rivista elegante", anche se tutti sapevamo che nel paginone centrale la modella era nuda. Anche nell'atmosfera di perbenismo oppressivo che va tanto di moda ai giorni nostri, comunque, definirla "materiale pornografico" mi sembra un po' eccessivo, checché ne dica la giovane Contaballe.
Ad ogni modo è stato in un'Ottica Altamente Trasgressiva che Lunastorta ne ha comprato un numero all'edicola del suo paese qualche settimana fa. Da allora, per molti giorni, tale rivista ha viaggiato su e giù da scuola, fedelmente custodita nel suo zaino, e ha viaggiato parecchio anche in giro per la classe, durante le ore di lezione e non; o almeno così giura la Contaballe (non sempre il massimo dell'attendibilità, a dire il vero) che si è raccomandata che noi professori serbassimo il segreto perché se no i compagni l'avrebbero picchiata, se avessero saputo che aveva parlato.
I racconti di Contaballe vanno sempre maneggiato con le pinze, ma stavolta quel che dice "se non è vero, è inventato bene".
Ad ogni modo quel numero di quella rivista è stato trovato non da noi ma da Mina Vagante, un ragazzo della classe accanto, ospite casuale un giorno in cui la sua classe era ai Giochi della Gioventù e lui aveva perso il pullmino per andarci e dunque si trascinava per le varie aule, al seguito di professori scarsamente entusiasti della sua compagnia, in qualità di Ospite e di Rompiballe - ruolo, quest'ultimo, che da sempre ricopre con successo all'interno della scuola e di ogni singola classe che l'ha ospitato, vuoi per poche ore, vuoi per un intero anno.
Sta di fatto che per annoiarsi meno è andato (senza essere stato invitato a farlo) a frugare nello zaino di Lunastorta, dove ha pescato la rivista e se l'è portata al suo posto, vicino alla cattedra.
Lunastorta, comprensibilmente, non se l'è sentita di urlargli dietro "Ehi, rendimi il mio numero di Playboy!" e non deve avere passato un bel quarto d'ora mentre Mina Vagante sfogliava la rivista ridacchiando in modo così palese che l'insegnante ha dovuto notarlo, prendere atto della cosa, vedere che rivista era e poi...

Naturalmente Lunastorta ha negato tutto. La rivista non era sua, né sapeva come e in qual modo fosse finita nel suo zaino. Per negare, Lunastorta è bravissimo e, per quanto in ansia, ha sostenuto la sua tesi senza esitazione.
Beh, a quel punto era l'unica cosa da fare. L'altra possibilità era dire con fermezza "Scusate, io nel mio zaino ci tengo quel che mi pare purché non contrario alle norme di legge, e questa rivista è venduta nelle edicole alla luce del sole e regolarmente registrata da un tribunale. A scuola non la usavo e dunque che volete da me?".
Ma era una tattica che ad Hogsmeade (e forse in ogni altra scuola media) non sarebbe stata apprezzata, e non avrebbe tirato noi fuori dagli impicci: che fare col Detentore di Materiale Pornografico? Per fortuna lo spettro dell'Implacabile Madre di Lunastorta che piombava come un falco su di noi accusandoci tutti quanti di mettere sempre in mezzo il suo Povero Bambino Indifeso incombeva minacciosa, e la Preside è stata ben lieta di seguire la mia morbidissima proposta di archiviare la grana limitandosi al sequestro della rivista "che tanto non veniva reclamata come proprietà da nessuno".

Resta tuttavia lo spazio per una serie di riflessioni. La prima è: come mai Mina Vagante si è diretto con tanta sicurezza proprio verso lo zaino di Lunastorta? E' evidente che sapeva che la rivista era lì (naturalmente lui giura di averla presa convinto che fosse una rivista di sport, attratto dalla bella pubblicità di un orologio di lusso che c'era sul retro della copertina; e anzi si è mostrato molto offeso quando gli è stato fatto notare che non è corretto pescare negli zaini altrui e prendere roba senza il permesso del proprietario). E, magari, lo sapeva perché qualcuno glielo aveva detto. Qualcuno che voleva:
ipotesi 1) farsi quattro risate godendosi la scena (che l'insegnante di turno ha contribuito a rendere ridicola assai, prendendo molto sul serio la questione. Forse perché, come ha dichiarato poi fieramente "lei un numero di Playboy non l'aveva mai letto in vita sua". Cosa più che legittima, comunque: nel contratto di assunzione mica c'è scritto che doveva averlo letto)
ipotesi 2) saltare la lezione (come è di fatto avvenuto, tra fibrillazioni varie, convocazioni di colleghi, inclusa la sottoscritta coordinatrice, e processioni dalla Preside)
ipotesi 3) giocare un tiro a Lunastorta, che di fatto non è molto amato e non ama molto, là dentro - e forse ci sono motivi validi per entrambe le cose.
E' possibile naturalmente anche un mix delle tre ipotesi, o di due soltanto.
Chi è questo Qualcuno? Contaballe ci ha dato un nome, ma è possibile che la sua fosse solo un'ipotesi e che l'informatore sia stato tutt'altro. Volendo, può essere anche che la delatrice sia stata lei - se è stata così disponibile a raccontarci la storia, può darsi che lei o altre delle ragazze non abbiano gradito la presenza della rivista e abbiano cercato un modo per eliminarla - nel qual caso hanno tutta la mia solidarietà.

A tutto questo, visto il tipo di classe, non c'è speranza di avere risposta. Dai commenti che hanno avuto cura di farsi sfuggire in mia presenza, tutto il pasticcio è stato combinato solo e soltanto da Lunastorta - di cui, mi par di capire, tutti hanno guardato volentieri la rivista ma che non hanno minimamente provato a difendere. E in effetti là dentro il gusto della trasgressione è molto alto. Ma, per l'appunto, la Grande Domanda che mi frulla in testa in questi giorni è: da quando in qua guardare un numero di Palyboy è realmente un'azione trasgressiva?
E soprattutto: cosa c'è in Playboy che non si possa vedere agevolmente a qualsiasi ora alla televisione, per tacere di Internet dove i ragazzi navigano serenamente a giornate intere (e non a scopo di studio, a giudicare dai risultati)?
E' la potenza del glorioso brand dei coniglietti? Il fascino della tradizione? O la forza della provincia?

domenica 16 maggio 2010

Una foglia si nasconde in una foresta

Una foglia si nasconde in una foresta, un foglio (o una lettera) in un mucchio di carte.
(...ma se l'intenzione non fosse quello di nascondere il foglio?)

A Hogsmeade, come in tutte le scuole del regno, i ragazzi consegnano al docente eventuali giustificazioni all'inizio della mattinata. A Hogsmeade, contrariamente a quanto succede in buona parte delle scuole del regno, il docente in questione le prende e, non avendo lì sul momento un caminetto da accendere né orate o branzini da fare al cartoccio, le infila dove gli capita per poi dimenticarsene subito dopo.
Cioè, voglio dire: non si tratta di procedere ad una minuziosa archiviazione o soggettazione che richieda ore di ricerca in un titolario particolarmente articolato, si tratta di prendere due o tre foglietti di scarso peso e sbatterli alla rinfusa in una busta o cartellina nel primo cassetto della cattedra.
Onestamente, non è un lavoro molto complesso.
Anzi, a me sembra tutto sommato più lungo ficcare le giustificazioni alla rinfusa in cassetti, cartelle, altre buste che non c'entrano niente e soprattutto nel registro di classe - all'inizio, alla fine o in una pagina qualsiasi.

Eppure, regolarmente, in ogni classe, indipendentemente dal coordinatore (che a volte è quello che le ficca più a casaccio di tutti) la prof. Murasaki inizia la lezione salutando i ragazzi, firmando sul registro e dando una piccola caccia (che si rivela sempre assai fruttuosa) ai foglietti sparsi per ogni dove nel mentre i ragazzi tirano fuori il libro loro richiesto.

Non è un lavoro lungo o faticoso - in realtà ai miei occhi ha un suo fascino perverso.
Inoltre è utile, perché evita al docente di turno di seminare un prato di giustificazioni ogni volta che per un qualche motivo alza il registro di classe dalla cattedra.
Soltanto, non riesco a capire perché mi venga data l'occasione di farlo.