Il mio blog preferito

martedì 11 novembre 2008

Ah, le nuove tecnologie...


Un insegnante di St. Mary Mead sospira sconsolato 
davanti al computer che non entra in rete


Che dire delle nuove tecnologie?
Massì, le trovo utili, simpatiche e soprattutto comode.
Non dico che siano indispensabili sempre e comunque per tutte le materie, in fondo italiano si insegna bene anche con carta, penna e lavagna. Certo, se la lavagna è interattiva eviti di coprirti di gesso da capo a pié, e se fai storia o geografia ogni scusa è buona per pescare qualche immagine con Google.
Ecco, ragazzi, qui vedete una tipica casa giapponese.  Pareti scorrevoli, qui c'è il giardino, qui c'è Ranma, qui c'è Ryoga che è appena finito nella fontanella e si è trasformato in porcellino.
La stampa a caratteri mobili? Ecco, in questa stampa è rappresentata una tipografia del cinquecento. Qui compongono i fogli con i caratteri, questo signore invece sta preparando i fogli da mettere nel torchio.
Una volta portai una classe al laboratorio di informatica - un modello extralusso, la cui principale caratteristica era FUNZIONARE. Venti computer che andavano come schegge, tutti con il collegamento in internet con l'ADSL. Gli feci fare una ricerca sulle leggende metropolitane: ogni coppia doveva trovare una leggenda metropolitana, analizzarla e commentarla. Fu piuttosto divertente, e anche illuminante: tre coppie scelsero la storia del mostro di Loch Ness, pescando in tre siti diversi. Tutti e tre i siti spiegavano che era stata un'invenzione giornalistica, ma davano date e autori e origini diverse. Mi dissi che se non esisteva una versione univoca sulla nascita di una leggenda relativamente recente, non c'era niente di strano che in cento e passa anni non si fossero ancora messi d'accordo sull'origine della leggenda di Rolando e della battaglia di Roncisvalle, nemmeno quanto bastava a stabilire se era una leggenda o meno (personalmente sono convinta che sia una leggenda, ma ci ho studiato più di un anno per la tesi).

A St. Mary Mead... ecco, a St. Mary Mead siamo abbastanza lontani da tutto questo. Abbiamo una lavagna interattiva, ma è in una classe. Gli insegnanti ci han detto "quando volete farci una lezione, basta che ce lo diciate e noi vi lasciamo la classe libera e andiamo da un'altra parte".
Molto gentili, ma io la lezione la vorrei anche preparare, pasticciando un po' per conto mio, e non posso farlo se la classe è occupata.
Poi abbiamo... avremmo... dovremmo avere la banda larga, niente meno. Il comune ce l'ha promessa. Nell'aula multimediale infatti di solito funziona, all'incirca due volte su tre. 
Per quanto riguarda il piano terra, dunque...
Computer in sala professori: senza stampante e senza collegamento in Internet.
Computer in segreteria: non funziona il monitor. Anzi, sembra che non funzioni nemmeno il computer. Non sappiamo quando lo ripareranno. Prima o poi succederà, immagino.
Computer in presidenza: c'è la stampante ma non il collegamento.
Sorvolo pietosamente sul laboratorio di informatica - diciamo che non è attrezzato con materiale recentissimo, ecco. Sorvolo anche sulla cosiddetta Aula Multimediale, ma mi riprometto di parlarne in un altro momento.

Poi dovrei prendere sul serio Brunetta quando dice che nel giro di due anni vuole informatizzare tutta l'amministrazione per risparmiare carta. Ottima idea, non discuto, ma mi sembra che manchino un po' di premesse, al momento.

Sì, a me le Nuove Tecnologie piacciono. Non dico che ci farei grandi cose, ma le idee vengono un po' per volta, col tempo e l'abitudine all'uso. E poi sono disposta a imparare. Non mi trovo male con i computer. Non sono un fulmine di guerra ma li uso volentieri e non mi hanno mai fatto paura.
Non credo di essere io il problema, in effetti.

lunedì 10 novembre 2008

Yes, I can



Nell'ultima terza che mi è passata tra le mani, tre anni fa, evitai con cura di fare anche un solo minuto di Educazione Civica: eravamo infatti a un passo dal referendum che, ragionevolmente, avrebbe dovuto bocciare la riforma costituzionale malamente partorita dall'allora maggioranza - ma che magari l'avrebbe confermata, e allora a che serviva far perdere tempo ai ragazzi con una Costituzione in via di rifacimento?
Quest'anno hanno appena ricominciato a parlare di Bicamerale, il che vuol dire che per almeno altri 15 anni l'attuale Costituzione resterà intatta. e dunque sto torturando quei poveri ragazzi con avvincenti temi quali "l'iter delle leggi in parlamento" "morto un governo se ne fa un altro" eccetera. 
Non abbiamo testo. Prima mi faccio una bella ricerca in rete, poi ci ricavo un file a dimensioni d'uomo e infine gli detto un po' di appunti rimpolpati con spiegazioni ed esempi del momento - in effetti scelgo argomenti di stretta attualità.
Al momento i poverini stanno cercando di memorizzare uno schema dedicato ai presidenti della repubblica in Italia, Francia e USA: procedure elettorali, funzioni e via dicendo.
Su questi appunti interrogo una buona metà della classe, valutando soprattutto la precisione dei termini e la chiarezza della lingua; tutti se lo studiano con grande ardore perché do voti molto alti, se l'esposizione è chiara, e valgono sia per storia che per italiano. E' un esercizio un po' mnemonico ma non inutile, vista la deplorevole tendenza di quella classe ad usare un linguaggio non tanto informale quanto sciatto.

E poi così seguono meglio i notiziari, e magari si abituano all'idea che ognuna di quelle strane procedure ha un suo senso. Forse.
Non si può mai sapere cosa resta davvero delle nostre lezioni - e probabilmente è meglio così.

domenica 2 novembre 2008

Nunc est referendum!

Non ho votato per Veltroni alle primarie e non l'ho mai trovato particolarmente entusiasmante. D'altra parte non ho mai capito perché, dopo averlo voluto come segretario con tutte le loro forze, al PD non gli lascino fare il suo lavoro in pace per cinque minuti di fila invece di saltellargli intorno proponendogli di fare tutto, il contrario di tutto e contemporaneamente anche alcune vie intermedie. 
Ancor meno capisco perché mai, una volta tanto che ha avuto una buona idea, cioè far sottoporre la legge Gelmini a un referendum, tutti i suoi colleghi di partito si precipitino a spiegare in lungo e in largo come qualmente sia un'idea cretina.

Prima di tutto ci han spiegato che il referendum non si può fare perché la legge Gelmini fa parte della finanziaria. Ora, quel che fa parte della finanziaria sono i famosi tagli di Luglio, e per quelli il referendum ovviamente non si può fare; ma la legge Gelmini non parla di tagli: parla di un sacco di altre cosacce, invece, tra cui l'ormai famigerato Maestro Unico. Su quello si può fare il referendum, direi (e lo dice anche tal Stefano Ceccanti, in apposita intervista).

Poi è intervenuto l'ineffabile D'Alema, che di scuola non sembra saperne molto più della Gelmini in quanto sostiene che "le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all'incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti". Ma il perfido disegno di legge sul maestro unico nel 2010 non avrà prodotto grandi effetti, perché nel migliore (per il governo) dei casi sarà entrato in vigore solo a partire dal Settembre 2009 per le classi prime, e forse non sarà ancora entrato per niente, perché sembra che ci siano una buona dose di problemi con le Regioni, che in questo campo han da dire la loro e che il governo ha cercato di scavalcare a pié pari anche per i tagli, causando una vera e propria levata di scudi.

Ultima della serie (per ora) è arrivata l'on. Emma Bonino, che di solito si distingue per l'accortezza dei suoi interventi e che sui referendum può vantare una notevole competenza - ma che stavolta ha dimostrato che ogni tanto, come Omero, anche lei può sonnecchiare, chiedendo "Ci avete sempre detto che i referendum si fanno sulle grandi questioni di principio. E ora su cosa lo facciamo, sul grembiule?" dimostrando, se non altro, che tirare in ballo quell'accidente di grembiule è stata un'eccellente idea da parte della Gelmini, perché tutti i non addetti ai lavori ne sono rimasti talmente ossessionati da non riuscire letteralmente a vedere altro. Per loro ormai scuola = grembiuli, Gelmini = grembiuli, protesta studentesca = (contro i) grembiuli, e l'ormai mitico grembiulino è come una coltre onnipresente che avvolge tutto ciò che riguarda la scuola - e sì che la Maria Stella si è limitata a citarlo distrattamente in un paio di interviste, ma si è ben guardata dall'infilarlo in un qualche disegno di legge.

A me invece il referendum sembra un'idea ottima perché

1) NON sarebbe un referendum "sul grembiulino" 
2) Sarebbe invece un referendum sul maestro unico, il quale
3) per noi insegnanti è una questione importante. Lo so che va di moda dire che siamo una corporazione aggranchiata come un'ostrica ai suoi privilegi etc. etc., ma non vedo perché si debba dare per scontato che, siccome siamo corporativisti e privilegiati, non possiamo avere anche noi un'anima: il nostro è un lavoro che coinvolge profondamente e che si fa sia col cuore che col cervello. Abbiamo convinzioni, riguardo al nostro lavoro. Le abbiamo tutti. E ci riteniamo competenti in materia. Il parlamento può aver votato la riforma dei moduli perché era un modo per assumere più persone (nel qual caso non ha avuto una gran pensata perché non ne ha assunte MOLTE di più, se ci si prende la briga di fare due conti:  è vero che ogni classe ha due insegnanti principali, ma d'altra parte ogni insegnante ha due classi), ma gli insegnanti hanno proposto e caldeggiato questa riforma perché ci credevano sinceramente, e l'hanno applicata con passione e buona volontà, rompendo schemi e consuetudini per loro secolari e - dicono le indagini internazionali ma anche il buon senso e l'osservazione diretta - con risultati apprezzabili.
4) Le firme si raccoglierebbero con facilità: basta andare davanti alle scuole. Mettete in fila gli insegnanti, gli insegnanti in pensione (anche loro hanno un'anima) i precari, gli ATA (cosa c'entrano gli ATA? Parecchio, direi. I bidelli sono gli essenziali cardini su cui gira la scuola, e la conoscono assai bene perché aiutano non poco a tenerla in piedi) e i genitori, non credo che arrivare alle sei-settecentomila firme necessarie sia un grande problema. Anzi, raccoglierle molto in fretta potrebbe avere un utile effetto  sul governo.

Profe, che cos'è un sabba?

















Alla fine della lezione del 31 Ottobre saluto i ragazzi augurandogli un buon fine settimana e raccomandando alle fanciulle di divertirsi al sabba.
"Sabba?" mi chiedono interdetti.
"Beh, è la notte delle streghe. Ci metteremo tutte l'abito nero, il cappello a punta e a cavallo delle nostre scope andremo tutte a qualche sabba, immagino" rispondo serenamente.
Mi guardano sempre più perplessi. Il cappello a punta, l'abito nero e la scopa come mezzo di trasporto gli sembrano perfettamente congrui alla serata che ci aspetta, ma...
"Che cos'è un sabba?".
Casco dalle nuvole, pardon, dalla scopa.
"Non sapete cos'è un sabba?" chiedo, vagamente indignata.
No, non lo sanno. Ma via, mi dico, possibile che questa generazione cresciuta a pane e Harry Potter...
Un momento, mi ricordo, in Harry Potter le streghe abbondano, Halloween è praticamente una festa comandata, ma non ci sono sabba.
In effetti nella letteratura moderna le streghe sono assai presenti, ma di sabba si parla relativamente poco. Certamente non ci vanno le streghe della Rowlings, né quelle di Pullman della Bussola d'oro, men che meno quelle del Mondo Disco di Pratchett...
"Ehm, un sabba è... una riunione di streghe e di demoni" improvviso. E chi la sa una definizione precisa di sabba? Non è una cosa che ai miei tempi si imparava, si assorbiva un po' per volta, e certamente a tredici anni si aveva ben chiara. Forse per merito della Notte sul Monte Calvo in Fantasia? Poi io avevo letto anche Il maestro e Magherita, con il più bel sabba della storia della letteratura.
"E cosa si fa a un sabba?"
Ossignori, accidenti a me e a quando apro bocca.
"Ehm, incantesimi. E' una notte molto potente, sapete. Ci si va a cavallo della scopa. Avete presente la classica immagine della strega sulla scopa contro la silhouette della luna?"
Assentono. L'hanno presente.
"Sta andando a un sabba".
Di nuovo i ragazzi assentono, poi riprendono a preparare gli zaini. L'idea di una riunione di streghe, ovviamente, non ha nulla di strano ai loro occhi.
Quanto a me, mi sento vagamente ipocrita ma mi sono rifiutata di spiegargli che nei sabba le streghe si accoppiano col diavolo. Mi è sembrata una cosa terribilmente sconveniente da dirsi.
Accoppiarsi col demonio in segno di sottomissione. No, non è roba da raccontarsi a giovani creature in formazione. Ormai le streghe sono viste soprattutto come donne rispettabili, un po' più potenti delle altre, qualche volta anziane. Non è il caso di scombinargli le idee con strane perversioni.
La prof. McGranitt che si accoppia col demonio? Assurdo. Serafina Pekkam che si accoppia col demonio? Inconcepibile. Le Weyrd Sister di Pratchett che... No, nemmeno da pensarci.
E in fondo anche la prima vera strega della mia vita, la Margherita di Bulgakov, partecipa al sabba, anzi ne è la regina, e non solo non le viene richiesto alcunché di licenzioso, ma anzi si sobbarca tutta quella fatica per liberare il suo innamorato.
Per trovare una strega sottomessa al demonio ormai occorre cercare nei romanzi storici dove, almeno nei processi, almeno sotto tortura, almeno nella mente più che malata degli inquisitori, il gran sogno di quelle povere donne era riunirsi per avere commercio carnale con lui: quanto alle streghe di concezione moderna, hanno sì la loro vita privata, ma di solito non ha niente a che vedere col lavoro...

Tanto per ricordare che non sempre i buoni valori dei tempi andati sono così buoni.


giovedì 30 ottobre 2008

I fiumi di Babilonia


There we sat down
When we remember Sion


Sì, lo so: dovrei strapparmi i capelli e stracciarmi le vesti e gemere e ululare perché un gruppo di parlamentari incompetenti e nemmeno scelti da noi elettori ha votato una stupida legge sul ritorno al Maestro Unico, progettata da un paio di persone che non sanno niente della scuola ma vivono e lavorano improvvisando (come mai nemmeno il più scalcinato degli insegnanti potrebbe permettersi di fare) - e portare il lutto per la scuola pubblica e tutto questo genere di cose.

Ma non sono nell'animo giusto per farlo, e soprattutto lo trovo prematuro: mancano i decreti applicativi, manca di sapere cosa faranno le Regioni, ci aspetta un bel referendum dietro l'angolo... c'è ancora parecchia tela da tessere, e chi ha più filo la tesserà.  Io intanto vado a comprarmi un arcolaio e riascolto una vecchia e bella canzone dei Boney M il cui testo (un salmo) ricorda la pazienza e la fermezza, due virtù che il popolo ebraico ha imparato a sviluppare nel corso dei secoli. Anche l'ottimo video richiama questi valori, applicandoli ai popoli africani.

Le parole per dirlo


Il modesto casino di caccia di Carlo Teodoro, elettore del Palatinato (XVIII secolo)
Anch'io, come tanti insegnanti di lettere, conduco con ogni classe la mia battaglia contro il casino.
No, non contro la confusione (cioè sì, all'occorrenza anche contro quella) ma proprio contro la parola "casino", che i ragazzi usano ormai con assoluta naturalezza e del tutto ignari del suo reale significato. 
"Non si dice casino, e tanto meno si scrive in un tema" gli spiego compunta "A meno che, naturalmente, non stiate parlando di un casino di caccia."
Mi guardano, palesemente sorpresi "E perché?".
"Lo sapete cosa vuol dire casino?"
Certo, rispondono sereni, vuol dire confusione.
Allora gli spiego cos'era un casino e come funzionava. Ascoltano sempre più perplessi, ma cominciano a capire la sconvenienza del termine. Ogni anno ho sempre più il sospetto di combattere contro i mulini a vento, perché casino è ormai una parola di uso comune e quasi sempre priva di riferimenti alla prostituzione, legalizzata o meno. Eppure, mi dico, sono un'insegnante di italiano; spetta a me insegnargli i vari registri linguistici, e che non in tutte le circostanze e con tutte le persone si usano le stesse parole.
A questa terza, quando era una prima, ho fatto due lezioni dedicate alle cosiddette parolacce: quelle che non si devono usare con gli insegnanti, ma che magari si possono dire negli intervalli parlando con i compagni; quelle che non si devono usare per niente (salvo, magari, in privato, con persone con cui si è in stretta confidenza), quelle che possono esporti a rischi penali, più un excursus su come si possa tranquillamente offendere qualcuno (se lo si vuole offendere) usando parole normalissime. Mi sono esibita in autentiche acrobazie verbali per spiegargli il significato di parole piuttosto comuni, ma di cui ignoravano talune implicazioni (e d'altra parte, saper fare quel tipo di acrobazie è parte integrante del mio mestiere) ho fatto un bel discorso a parte sullo spinoso tema dell'omosessualità: "si dice gay e soltanto gay, mi raccomando, se proprio volete offendere qualcuno non usate mai e poi mai parole che si riferiscano all'orientamento sessuale, perché oltre alle implicazioni penali rischiate pure di fare la figura dei poveri ignoranti che conoscono solo un modo per insultare le persone e più che insultare qualcuno finite per squalificare voi stessi". E via dicendo.

Sono state lezioni seguite con grande attenzione, ricche di domande e di puntualizzazioni. Hanno portato i loro frutti, anche se a volte è stato necessario qualche ulteriore chiarimento.
"Profe, ho fottuto la Cerbiatta" grida soddisfatto Cuorcontento durante l'intervallo. La Cerbiatta, di buon carattere, ride a sua volta: perché il ragazzo le aveva fatto uno scherzo (piuttosto innuocuo) e lei ci era cascata in pieno.
"Non è una parola da gridare ai quattro venti" provo a spiegare dopo l'inevitabile sobbalzo sulla sedia.
"Perché, cosa vuol dire?"
"Ehm, si usa per indicare un rapporto sessuale completo: Ora, non credo che voi..."
I due si guardano, poi ridono fino a rischiare di soffocare: sono da sempre in buoni rapporti ma, per quel che è dato sapere, solo in modo assai amicale.

Ieri ho fatto fare il primo tema. La Cerbiatta, ragazza dolce, piena di sensibilità e amante della poesia, dai grandi occhi sognanti e vellutati, che da tempo ha deciso di fare il liceo classico per il grande amore che le ispira la letteratura, ha svolto la traccia sull'amicizia; mi racconta del deteriorarsi di un rapporto per lei molto importante e di come, dopo un episodio molto critico, la madre e la zia l'abbiano consolata dicendole "Tutti abbiamo avuto delle amiche stronze".
Sono certa che la madre e la zia si sono espresse esattamente in questi termini - dicendo, tra l'altro, una grande verità; ma è chiaro che una frase del genere mi obbliga ad andare sotto la sufficienza, anche se il tema è fatto piuttosto bene.

Sarà un bel casino spiegarglielo.

lunedì 27 ottobre 2008

Il paese è piccolo e la gente non dovrebbe mormorare

St. Mary Mead: uno di quei tranquilli villaggi inglesi che Miss Marple conosce così bene

Tale almeno è la stravagante teoria dello Scagnozzo riguardo al nostro Sexygate: i genitori non dovrebbero diffondere in giro certe voci non provate perché danneggiano il buon nome della scuola. Gliel'ha anche detto, ieri, alla riunione per la consegna dei pagellini. 
Per carità, anch'io sono d'accordo che non dovrebbero, ma proprio non vedo modo di impedirglielo. Spera forse che dopo questo le chiacchiere si calmeranno o che i genitori si ritireranno in buon ordine dicendo "Beh, in fondo non sono affari nostri"? Prima di tutto SONO affari loro, e dei loro figli; e soprattutto, se in questa disgraziata storia ci fosse anche un fondo di verità e col tempo saltasse fuori, che figura ci facciamo se tutto il nostro ampio intervento educativo è consistito nello spazzare la polvere sotto il tappeto?
E prima ancora: come si fa ad andare da gente maggiorenne (e pure da gente minorenne, ora che ci penso) e spiegargli col ditino alzato di cosa possono e di cosa non possono parlare nella loro vita privata? Se qualcuno si fosse mai azzardato a farmi (a me figlia o a me genitore) una sortita del genere, un buon vaffanculo detto o pensato con tutti i sentimenti non glielo avrebbe levato nessuno.

In conclusione, la scuola poteva star zitta (in assenza di prove) o affrontare apertamente la questione. Ha scelto di mandare velatamente a dire che, e non mi sembra una gran soluzione.
Staremo a vedere.

Al momento a scuola abbiamo svariate correnti di pensiero in merito all'affaire:
- alcuni sono convinti che sia tutto vero, veridico e certissimo; l'unico dubbio è se la storia sia stata messa in giro da ragazzine che, invitate, han rifiutato il sinistro commercio,  dai ragazzi che hanno organizzato il sinistro commercio di cui sopra o addirittura dagli ex allievi delle terze dell'anno scorso
- altri (tra cui lo Scagnozzo) hanno stabilito che tutta la storia è una montatura. Motivi: hanno interrogato "i due di cui era saltato fuori il nome" e li hanno trovati "puliti". E beati loro che conoscono così bene la natura umana da saper prendere posizione così facilmente. Da notare che la versione del ragazzo "pulito" è stata che aveva sentito parlare di questa storia, che però non avverrebbe nei bagni della scuola bensì al di fuori della scuola medesima
- altri ancora pensano che il dettaglio delle ricariche del cellulare conferisca una sua concretezza e verosimiglianza alla storia

Io al momento non penso niente, se non che la Dirigenza ha liquidato la cosa un po' troppo in fretta; ma caso mai dovessi pensare qualcosa di più preciso, il mio personale sospetto è che la storia sia nata da una certa tendenza da parte delle ragazze delle attuali seconde di parlare male delle loro compagne di scuola e proverei a sondare il terreno in quella direzione e a tentare qualche intervento didattico volto a rafforzare l'autostima femminile.
Comunque nessuno ha tirato in ballo la mia classe e nessuno ha chiesto il mio parere né sembra intenzionato a chiederlo - e dunque me ne sto nel mio cantuccio a prepararmi un'insalata di cavoli miei.

domenica 26 ottobre 2008

Il concetto di legalità


Ho assegnato il solito, consueto tema sulle nuove tecnologie che quasi ogni terza si vede regolarmente infliggere da una decina di anni a questa parte (e che tra l'altro ha per me una funzione di aggiornamento).
Mi hanno raccontato di tutte le belle cose che fanno con i loro cellulari nuovi e con i loro computer - a questo proposito citandomi eMule.
Quando ho riportato i temi li ho commentati, come sempre - e gli ho spiegato, tra l'altro, che scaricare materiale da eMule è illegale e soggetto anche a multe piuttosto pesanti; per cui io ero tenuta a rimproverarli ed esortarli a non farlo mai più, e loro erano tenuti a non scrivermelo mai più su un tema perché non avevo nessuna intenzione di essere loro complice.
Mi hanno guardato con gli occhi sgranati.
Come sarebbe "illegale"?
Illegale, sissignori. Viola le leggi sul diritto d'autore.
Si sono mostrati vieppiù perplessi.
Non vengono da contesti sociali deprivati. Le loro famiglie, per quel che mi è dato vedere e sapere, predicano e praticano il rispetto delle leggi e delle regole e si comportano da integerrimi cittadini e lavoratori.
Il che non gli impedisce di scaricare film, telefilm e musica da eMule e insegnare ai figli come farlo e trovarlo cosa buona e giusta.
Sarebbe interessante capire per quale strano motivo in Italia tutti sono sostanzialmente d'accordo sul fatto che uscire da un negozio con dei DVD in tasca senza averli pagati è un reato, nonché un comportamento disdicevole di cui non sta bene parlare nel tema a scuola, mentre scaricare lo stesso identico contenuto dei DVD senza pagare niente a chi l'ha progettato è invece un comportamento socialmente accettabile.

A casa


Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola...

...disgustoso. Irritante. Umiliante.
Sempre così con gli sciroppi per la tosse. “Piacevole al gusto”, era scritto  sulla confezione. E garantivano pure che aveva subito effetto, calmava l’irritazione e via dicendo. E finiva sempre nello stesso modo: continuavo a tossire come un disperato, senza requie, e stavo sveglio per tossire, il fuoco nella gola non si estingueva (...beh, se davvero il fuoco nella mia gola si fosse estinto sarebbe stato un problema piuttosto serio) e l’irritazione restava. Anche perché vorrei sapere chi non sarebbe stato irritato dopo aver passato ore e ore a tossire fino a ritrovarsi anche uno spasimo tra le costole doloranti.

D’accordo, andava un po’ meglio. Il sapore di glassa alla fragola mi rendeva quasi idrofobo (ma in fondo io sono  sempre idrofobo, no?) ma la tosse stava calando. Forse, di lì a un paio d’ore, sarei anche riuscito a fare un sonnellino, magari dopo aver mandato giù una buona secchiata di whiskey. Non subito, si era raccomandata l'infermiera, dovevo aspettare almeno un’ora, finché lo sciroppo non avesse fatto completamente effetto.

Mi rigirai, inquieto, e la tosse tornò, forte, spasmodica. Smise presto però, lasciandomi dolorante, esausto, ma con quella sensazione di sollievo che si portano le malattie quando passano lo zenith e iniziano a perdere terreno.
Era stato un errore venire in Inghilterra, considerai dolorosamente, come facevo ad ogni inizio di autunno. Ma quando la draghetta azzurra aveva spiegato le ali per il volo nuziale avevo perso la testa e le ero corso dietro ad ali spiegate. Un intero oceano avevo traversato, incrociando una tempesta e lesionandomi un’ala (guarita quasi subito). E lei, alla fine del volo, aveva scelto un altro. Qualsiasi drago di buon senso a quel punto, dopo una buona notte di sonno, avrebbe fatto dietro front per andare a grattarsi le corna a casa propria, no?
Infatti, io no. Mi ero messo ad esplorare quel nuovo paese. Mi era piaciuto il Northumberland. L’avevo trovato fresco, dopo tutti quegli anni di vita tropicale!

Ah, certo, per fresco era fresco. Proprio fresco, sissignore. E ogni anno quella storia. Ogni anno! E ogni anno giuravo e spergiuravo che, passata la bronchite, sarei tornato in Brasile. Ogni anno con meno convinzione. E poi la bronchite passava, e chi ci pensava più, a tornare? E comunque, un conto era farmi un voletto a casa, ogni tanto, per visitare i vecchi compagni di covata, ma di lì a partire davvero...

Tossii ancora, un po' distrattanente.  Le costole facevano male, ma in un paio di giorni sarebbe passata. Per un anno, non ci sarebbero state altre bronchiti. E quello sciroppo al sedicente sapore di fragola era davvero disgustoso, ma, onestamente dovevo ammettere che... funzionava. Il mio cavaliere aveva girato le streghe alchimiste di tutta la regione, anno dopo anno, finché non aveva trovato lo sciroppo giusto. La strega Lavoisin aveva ideato la ricetta per  me e lo preparava ogni estate, con centoquattro diversi ingredienti e una lavorazione complicatissima che richiedeva più di un mese.
Sorrisi, e una lievissima fiammella mi si fece largo tra le fauci. 
Oh gioia! Il primo esile fil di fumo dopo tre giorni di agonia!

Se non avessi seguito quella draghetta snorfiosa di cui non ricordavo nemmeno il nome non sarei mai giunto al castello dei De Bracy. Non avrei mai incontrato (orrore!) il mio cavaliere Roland, e non avrei mai conosciuto il piacere di dormire su un cumulo di monete d’oro e di smeraldi, né avrei mai avuto l’onore di contribuire a ben due covate della Draghessa Reale - la più bella e focosa di tutte le draghesse, al cui confronto le scialbe draghette che avevano turbato i miei sogni di adolescente erano nulla e men che nulla, come paragonare un fulmine al fuoco di un cerino morente.

Una cauta lappatina al whiskey prima di addormentarmi. Anche la sete stava passando. E avevo quasi smesso di starnutire.
Vabbé, un raffreddore all’anno. Ci poteva anche stare.
In fondo, il bello di perdersi era che potevi anche non ritrovare la strada.
Richiusi le ali e mi assopii serenamente, godendomi il calduccio della febbre che ricominciava a salire nel mio fiammeggiante corpo squamoso.

Uno stucchevole sapore di glassa alla fragola...



Un mesetto fa, navigando per blog di insegnanti, ho scoperto l'esistenza di una gara di Letteriadi organizzata da Laura e Lory, due blogger tanto cortesi quanto ospitali. Davano un inizio prefissato, uguale per tutti, e il limite di 5000 battute. L'inizio era "Degli altri quattro sensi non c'era traccia. Tutto ciò che riuscivo a sentire era uno stucchevole sapore di glassa alla fragola."
Blandamente incuriosita, sono andata a leggermi un po' di racconti. Qualcuno mi è piaciuto e qualcuno meno, ma mi sono sembrati, come dire, strani: prima di tutto perché erano quasi tutti lugbri, tragici, drammatici e senza l'ombra di un lieto fine, poi perché nessuno dei concorrenti, per strano che fosse, sembrava rendersi conto che l'unica associazione sensata per un inizio del genere era uno di quei terrificante sciroppi per la tosse al cosiddetto sapore di fragola, alias framboise che avevano funestato la mia infanzia: infatti una normale glassa di fragola, per quanto zuccherina, può senz'altro stuccare, ma non far sparire i quattro sensi. Ma se sei costretto a prendere uno sciroppo per la tosse vuol dire che il quadro di partenza delle tue condizioni fisiche è tale che l'olfatto è andato a ramengo da un pezzo, l'udito è abbastanza compromesso e chi ti sta intorno deve parlare a voce più alta per farsi sentire, la vista è abbastanza sfuocata oppure sparita perché per riflesso fisico chiudi gli occhi quando tossisci o starnutisci, e infine il tatto è annegato nell'unica sensazione del temere in mano uno o più fazzoletti. Semplice, no?
Così sono partita dallo sciroppo per la tosse e ho provato a vedere cosa veniva fuori: ne è uscita la storia di un emigrante che patisce il cambiamento di clima, pur avendo trovato nella sua nuova patria molti motivi di gratificazione. La tesi di fondo, mi sono accorta rileggendolo, era che ogni scelta, anche la migliore, comportava sempre qualche inconveniente - che magari non è una tesi originalissima, ma non è che uno debba fare sempre l'originale a tutti i costi.
A suo tempo il racconto è stato letto e commentato: qualcuno l'ha trovato carino, qualcuno no, qualcuno ha apprezzato il tono un po' meno drammatico della media - comunque non ha passato il turno.
E' possibile leggerlo al post successivo e, corredato dai suoi bravi commenti, anche qui.

venerdì 24 ottobre 2008

Wir sind immer da...





...che in tedesco significa "Siamo tutti qui".
I "tutti", nella fattispecie, siamo noi insegnanti di St. Mary Mead.
E dove siamo, tutti noi insegnanti di St. Mary Mead?
Per le orecchie italiane la frase ha un forte potere evocativo. Ecco, diciamo che, al momento, noi insegnanti di St. Mary Mead siamo un tantino negli impicci.

E vengo al merito.
Come mi sembra di aver già scritto, St. Mary Mead è il classico paesello di provincia dove non succede niente finché succede di tutto - e infatti adesso abbiamo (avremmo? avressimo? avrebbimo? dovrebbimo avere?) anche il nostro scandalo sessuale. Almeno così sembrerebbe.

La questione sta così: sembra che dal parrucchiere una madre abbia raccontato che la figlia le avrebbe raccontato che corre voce tra le ragazze che alcune tra loro elargiscano prestazioni sessuali a taluni maschi di terza nei bagni della scuola in cambio di ricariche telefoniche.
Messa così è una notizia peggio di una anguilla, perché non c'è l'ombra di un dato concreto cui attaccarsi. Nel frattempo il paese mormora (oh se mormora!) e un paio di genitori sono venuti ad offrire il loro contributo, che però consisteva in voci di settima mano di scarsissima utilità.

Quando scoppia qualche scandalo (come quello che due anni fa coinvolse i miei Due Teppisti) sono dell'opinione che il meglio che si possa fare è prendere un megafono e chiamare le cose esattamente col loro nome. Qui però c'è ben poco da chiamare col suo nome, e può anche darsi che il vero nome di tutta la storia sia Bufala, così come può darsi che quel che sta venendo fuori sia solo la punta dell'iceberg.
Inventarsi storie è sempre piaciuto alla gente, specie nei piccoli paesi, e nelle seconde abbiamo un bel gruppetto di giovanissime mitomani e contaballe di consumata esperienza; inoltre a tutt'oggi, per motivi che mi sfuggono completamente, la massima soddisfazione per la maggioranza delle creature di sesso femminile, giovani o vecchie che siano, rimane quella di definire "troie" altre creature di sesso femminile, mentre ai maschi di varia età pagare o raccontare di aver pagato per ricevere prestazioni sessuali pare una cosa di cui andare fieri: sotto certi aspetti, il mondo è davvero immutabile.

Interrogati, un paio di maschi della Terza Cattiva (abbiamo una Terza Brava, una Terza Buona - che sarebbe poi la mia - e una Terza Cattiva che usualmente si prende la colpa anche per l'effetto serra, ma che non ha mai tenuto il racket di merendine che i due Teppisti gestivano nella mia Terza Buona quando era una Prima Buona) si sono alquanto offesi e han deprecato con altri insegnanti quel che era stato insinuato su di loro.
Quanto a me, da due giorni guardo con circospezione mista a perplessità i miei alunni e controllo i tempi delle uscite per il bagno (che mi sembrano, in verità, perfettamente congrui agli scopi con cui vengono richieste). E' possibile che qualcuno di loro...

Ovviamente è possibile. Tutto è sempre possibile. Ma esiste anche la presunzione di innocenza. Se vale per Previti e per Provenzano, dovrà pur valere anche per dei ragazzi sotto i quattordici anni contro cui non abbiamo uno straccetto di prova.

Ignoro come ne usciremo.

lunedì 20 ottobre 2008

Luciana vs. Maria Stella



Luciana Litizzetto, ovvero l'unico essere umano in Italia che ha osato non prendere troppo sul serio Eminence, ha anche un passato da insegnante; e infatti è riuscita nella mirabile e miracolosa impresa di parlare per circa cinque minuti di scuola senza dire sciocchezze - qualcosa che oggi non capita spesso di sentire.
Certo, non è una politica e questo l'ha molto facilitata nell'impresa. E non fa l'opinionista sul Corriere della Sera, e anche questo aiuta. Inoltre  quando va in televisione non dimentica sul comodino il cervello. 
Comunque sia ci è riuscita, armata delle sue sole forze e con il contributo di Fazio, ovvero la migliore spalla del momento.
Ringraziamo commossi e alleghiamo un doveroso link su YouTube. 
Si comincia a parlare di scuola al minuto 6.20.

domenica 19 ottobre 2008

Asino volante, protesta inefficiente




Come tutte le persone collegate in qualche modo a scuola e dintorni, anch'io ho ricevuto una buona quindicina di volte l'esortazione a mandare una mail da www.quirinale.it, sezione Posta, per chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto Gelmini, con la promessa che se Napolitano ne avesse ricevute 20.000 forse non avrebbe firmato.

Da sempre la nostra bella rete è territorio ideale per le cosiddette catene di sant'Antonio e la diffusione delle leggende metropolitane. Avevo sempre pensato che a cascarci fossero soprattutto certi poveri diavoli, vittime dell'analfabetismo di andata e predisposti per la loro totale ignoranza a credere a qualunque cosa, dagli asini che volano alle promesse dei politici in campagna elettorale. Considerando però la rapidità con cui questa particolare catena si è diffusa e l'acriticità con cui è stata ripetuta di bocca in bocca e di cell in cell, forse dovrei rivedere le mie opinioni in proposito.

Le  modalità di protesta vanno benissimo: intasare le caselle postali o i fax delle istituzioni è una pratica nata in tempi recenti che ha servito molte rispettabili cause - tra l'altro già da un paio di settimane circolavano inviti a spedire al Presidente una lettera per chiedergli di fermare lo smantellamento della scuola pubblica - e immagino che l'appello delirante sia una costola di quest'altra assai più sensata iniziativa (alla quale ho partecipato).
Però, anche senza una laurea e un master in diritto costituzionale, dovrebbe essere abbastanza noto che il Presidente della Repubblica è soprattutto una figura di garanzia sopra le parti e NON un libero battitore che firma o non firma leggi a seconda di come si alza la mattina. Può certamente farsi tramite della preoccupazione di una parte dei cittadini davanti alle minacce di smantellamento di un servizio importante come la scuola pubblica, ma le leggi le firma o non le firma in base a una serie di criteri piuttosto particolari che non hanno niente a che vedere con  le sue preferenze o con 20.000 mail (e perché proprio 20.000 e non 100.00,  che è una cifra più tonda? Chissà). Infine, al momento non esiste alcun "decreto Gelmini" da firmare, al massimo una legge Gelmini in via di approvazione in parlamento;  e non c'è motivo di chiamare decreto una legge e viceversa. 
Sia la presenza del numero che il fatto che l'appello parlasse di "decreto Gelmini" come di qualcosa ancora da firmare sarebbe bastato e avanzato per far capire che non si poteva trattare di niente di serio. Invece l'appello ha avuto diffusione rapidissima ed è stato accolto da gente che, almeno in gran parte, alla storia delle 20.000 mail ci crede davvero, tanto che dal Quirinale han dovuto mandare un comunicato che chiarisse un po' la questione (con in più un appello per gli insegnanti a "non aver paura del cambiamento" che francamente il buon Napolitano poteva risparmiarci).

Certo, lo spirito che ha mosso le molte migliaia di mail era quello del "Chiediamo la grazia al Presidente". Ma una classe di lavoratori (molti dei quali hanno perfino un'abilitazione per insegnare Educazione civica) che in teoria dovrebbe educare le future generazioni alla legalità e alla cittadinanza, dovrebbe saperne un po' di più. Il fatto che tanti di noi siano disposti a prendere per buona la prima bufala di passaggio dà certo l'idea del senso di impotenza che si è impadronito di noi - ma anche della dabbenaggine che ha contribuito a metterci nella presente situazione.
Forse, un buon corso di aggiornamento presso gli operai della FIOM, almeno per spiegarci le regole base dell'Arte della Protesta Coordinata...