Il mio blog preferito

Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Blasio. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query Blasio. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

mercoledì 15 dicembre 2021

Diario di Natale - 13 - Il Natale si addice a re Artù

Yule Stag, di Briar.
Nelle Nebbie di Avalon si ricama molto sul tema del re-cervo, sacro e pure sacrificato.

La lettura più tipica per me durante le vacanze di Natale sin dai tempi del liceo è quella delle storie della Tavola Rotonda. 
Quando ero bambina sulla Tavola Rotonda non si riusciva a trovare niente se non qualche patetico riassuntino - per dirne una credo di aver scoperto l'esistenza di quel personaggio tutt'altro che secondario che si chiama Galvano soltanto al liceo. C'erano i riassuntini per bambini, accuratamente espurgati (te ne accorgevi subito. Perché anche i bambini sapevano come cosa nota che Lancillotto e Ginevra ci avevano una relazione preferenziale di un qualche tipo, di cui il marito di lei Artù era ampiamente a conoscenza) e c'erano quelli per adulti, altrettanto corti ma dove si parlava di Lancillotto e Ginevra più un misterioso Galeotto che non era un carcerato ma che veniva citato nelle note del passo di Dante su Paolo e Francesca.
Qualche film americano, anche. Soprattutto uno, uscito nel 1963 


che non è mai stato tra i miei preferiti ma insomma non credo si possa definire brutto.
(In realtà La spada nella roccia versione Disney è tratto, abbastanza fedelmente, dal romanzo di Whyte Re in eterno che era stato sì stampato negli anni 60, ma, sospetto, solo in edizione sforbiciata e che Mondadori si decise a ripubblicare solo nel 1989, quando ormai mi ero laureata).
Al liceo però il professor Blasio ci accennò ai romanzi della Tavola Rotonda di Chretien di Troyes, che circolavano dagli anni 50 nella collana dei classici Sansoni e che - wow! - erano presenti nella biblioteca del liceo. Due giorni (e no, non era Natale, anche se era comunque inverno) dopo il suo casuale accenno li tenevo in mano e finalmente cominciai a capire qualcosa di quello strano mondo che conoscevo soltanto a piccolissimi spizzichi.
Fu amore a prima vista. Per mia gran fortuna proprio in quegli anni, forse sulla scia del successo che Tolkien cominciava ad avere, forse perché alla fine perfino tra gli editori italiani c'era un po' di vita, cominciarono ad apparire storie sulla Tavola rotonda: rifacimenti moderni, ma anche testi medievali tradotti e talvolta perfino con un pochino di introduzione critica. Pian pianino cominciai a capire di che si trattava, e spesso le letture sono avvenute nelle vacanze di Natale, probabilmente perché era proprio sotto Natale che tutti gli anni veniva pubblicato qualcosa - oppure perché l'ispirazione all'acquisto arrivava sempre per me sotto Natale, vai a capire. Comunque molto spesso a Natale mi ritrovo qualcosa di arturiano in mano, talvolta messo appunto da parte appunto per leggerlo intorno a Natale perché ormai l'imprinting è quello, e forse quell'imprinting mi è stato dato dalla lettura della Grotta di cristallo la notte del 23 Dicembre, a vacanze di Natale appena avviate, cui seguì subito un rifacimento del Malory ad opera di, nientemeno, che Steinbeck - che è assolutamente l'unica cosa che ho letto e probabilmente mai leggerò di costui, che di solito si occupa di temi che mi attirano quanto un leone può essere attratto da un piatto di broccolini lessi fumanti.
Anni dopo, sempre a Natale, arrivò Le Nebbie di Avalon - un libro che ha avuto un'eco straordinaria ma che non mi ha mai convinto molto; però mi venne regalato da una persona molto cara con un bellissimo biglietto di auguri in scrittura gotica. La chiave di lettura, se non ho capito male, era contrapporre la versione tradizionale della storia, narrata dal punto di vista maschile, ad una versione al femminile e pagana dove le vicende venivano gestite da lontano da un gruppo di donne altamente magiche; in pratica una narrazione in chiave femminista della Tavola Rotonda, o così venne interpretata dalla critica. 
Devo ammettere che il senso dell'operazione mi è sempre sfuggito, un po' perché le storie della Tavola Rotonda ai miei pur sensibili occhi non sono mai apparse come maschiliste, ma soprattutto perché la confraternita segreta delle donne magiche perde sistematicamente una battaglia dopo l'altra. Visto che si tratta di una leggenda, e per giunta di una leggenda che è stata raccontata in molti modi diversi, non si poteva far vincere la parte "buona", delle donne pagane, contro quella cattiva e maschilista della Chiesa?
Del resto, anche sulla contrapposizione tra cristianesimo e culti pagani nelle storie di Re Artù mi sembra che ci sia ancora parecchio da indagare, e per giunta senza troppe speranze di venirne a capo. Tanto per cominciare non abbiamo le idee molto chiare su quando è nata la leggenda di re Artù, e forse nemmeno sulla cristianizzazione dell'Inghilterra, che quando venne invasa dai pagani angli e sassoni era cristiana. Il lavoro fu poi rifatto ai tempi di Gregorio Magno perché la zona inglese si era abbastanza dimenticata di essere stata cristiana, ma insomma tutto l'insieme non è proprio tra i più chiari - anche perché per quei secoli si va avanti parecchio a tastoni avendo poche fonti scritte, e per giunta anche quelle poche sono spesso piuttosto misteriose. 
A dire il vero tutto l'impianto della leggenda sembra molto, molto intrecciato tra elementi cristiani, elementi pagani e soprattutto tantissimi elementi altamente efficaci sul piano narrativo, e le teorie che raccontano dell'arrivo di una Chiesa oscurantista che stravolge tutto dando una verniciata cristiana a leggende pagane non mi convince molto - o quanto meno, va pur ammesso che si tratta di una verniciatura dove l'intonacatura era stata preparata con molta, molta cura e che risulta piuttosto impermeabile alle macchie di umidità.

Cos'ha in comune Artù con il Natale?
Parecchie cose. Corre voce che appunto a Natale sia nato; inoltre proprio il giorno di Natale apparve, davanti a una qualche importante chiesa di Londra, una roccia con dentro una spada dove era scritto "Chi mi estrarrà sarà legittimo re d'Inghilterra".
Com'è noto in tanti provarono, nessuno ci riuscì ma qualche anno dopo un ragazzino al seguito come scudiero del fratello, il cavaliere Kay che era venuto a Londra per farsi onore in un torneo, giusto la mattina di Natale si accorse che aveva dimenticato la spada di suo fratello nella locanda, tornò indietro per riprenderla ma la locanda era chiusa perché tutti erano andati a guardare il torneo e allora, girando molto sconsolato per Londra, capitò proprio nella piazza dov'era la spada nella roccia e pensò che in fondo anche quella era una spada e la prese, autoproclamandosi così re d'Inghilterra senza saperlo e senza averne la benché minima intenzione.


Com'è noto, ci furono inizialmente un po' di difficoltà e i vari baroni increduli davanti a quel ragazzino - che poi risultò comunque essere il discendente diretto dell'ultimo re - insistettero per rimettere la spada nella roccia ed estrarla di nuovo, per poi scoprire che l'unico che riusciva ad estrarla era, ahimé, proprio il ragazzino. Dopo parecchi tentativi i baroni si rassegnarono e incoronarono Artù re d'Inghilterra.
Il meno che si possa dire di questa storia è che suona piuttosto strana, a partire dallo scudiero che si dimentica di prendere la spada del cavaliere che assiste.
Ma ancora più strano è un torneo a Natale: se già ascoltare un Messiah di due ore e mezzo in una chiesa, che almeno ci ha un tetto, è una vera prova di carattere, non so immaginare cosa sia starsene tutto il giorno su una gradinata a guardarsi un torneo all'aperto a fine Dicembre. Nel migliore dei casi, il giorno dopo corte e popolo l'avrebbero passata a letto a curarsi il principio di congelamento con tisane e ponci. 
In effetti i tornei li facevano in primavera o all'inizio dell'estate, a quanto ci risulta.
La spada nella roccia estratta a Natale c'entra forse qualcosa col fatto che Carlo Magno venne incoronato imperatore la mattina di Natale?
Vai a sapere, ma è una vita intera che mi domando quanto si sono influenzate e incrociate le leggende dedicate a questi due re (unici sovrani di tutto il medioevo ad avere cicli cavallereschi a loro dedicati) dei quali solo uno è sicuramente esistito ma ha fatto comunque cose diversissime da quelle che vengono narrate su di lui nella leggenda.

Ad ogni modo, dopo sì natalizio avvio, ci si aspetterebbe che alla corte di Artù tutti gli anni il Natale venisse festeggiato in modo sontuoso e desse inizio alle più strabilianti avventure; ma al contrario non ricordo una sola storia della Tavola Rotonda legata al Natale. Non si pretende di vedere Lancillotto che appende le mele e le candeline mentre Galvano gli regge la scala, ma almeno qualche vago accenno ci potrebbe stare.
Invece no, le avventure cominciano sempre a Pasqua, il primo giorno di Primavera o addirittura a Pentecoste.

Comunque io leggo queste storie soprattutto nel periodo di Natale, e sempre con grande soddisfazione, anche e soprattutto perché sono un vero concentrato di tutto quel che mi piace in una lettura: le leggende, prima di tutto, e particolarmente a sfondo magico; poi anche le storie legate al destino e alla predestinazione. Inoltre prediligo in altissimo grado le storie d'amore, e in modo particolare quelle che vanno a finire bene e mi piace molto anche lo scenario medievale delle storie d'avventura, con tutte le descrizioni di armi magiche, armature magiche, castelli magici, fontane e boschi magici eccetera eccetera.
Naturalmente tutto questo mi piace in ogni stagione dell'anno. Resta il fatto che le storie arturiane mi scivolano tra le mani soprattutto nel periodo natalizio, magari con libri che stavano ad aspettare buoni buoni nel loro cantuccio da mesi se non da anni.

blogmas 2021 creato da lacreativeroom.com

venerdì 11 gennaio 2019

Letteratura al maschile e letteratura al femminile

Le tre sorelle Brontë, dipinte dal fratello Patrick. 
Il ritratto, molto più malridotto di come appaia qui, si trova alla National Portrait Gallery - un piccolo quadretto smiciato che lascia l'impressione di una forza davvero potente. 
Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti  ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di indicare i suoi due nomi e limitandosi alle iniziali, qualcosa di vero potrebbe anche esserci.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne? e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia personale libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Marion Zimmer Bradley* e di alcune  ottime mangaka temo proprio che i libri negli scaffali di casa mia siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario); anche perché, fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci  han lasciato qualche citazione indiretta, come Anite di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e  che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoda scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Trotula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Francia scrisse poesie che narravano storie cavalleresche e d'amore in francese, Caterina da Siena teologa e oggi patrona d'Italia nonché dottore della Chiesa, ci ha lasciato un corpus davvero vasto e Christine de Pizan scrisse di soprattutto di storia e filosofia. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de La Fayette, considerata dalla critica l'inventrice del romanzo moderno francese (o anche occidentale, dipende).
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama appunto romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese. 
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che anche in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.
Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e d'altronde a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece  alle potesse del Cinquecento accennava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
"Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; 
piangerò, arderò, canterò sempre 
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre 
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) 
la bellezza, il valor e 'l senno a canto
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre 
Amor, natura e studio par che tempre  
nel volto, petto e cor del lume santo...“ 
Gaspara Stampa, 26. XXVI. 
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.
Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.

Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce). 


Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta rivolta a me di segnalarli nel Venerdì del Libro e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".


Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori ogni sesso.


*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero, ma insomma l'ho letta quasi tutta
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di procurarmelo, sia pure in prestito. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné. 

mercoledì 9 maggio 2018

E tu dov'eri, quando hanno rapito Aldo Moro?


Aldo Moro fu rapito il 16 Marzo 1978 dalle Brigate Rosse e rilasciato da cadavere il 9 Maggio. All'epoca avevo diciassette anni e frequentavo la prima liceo (classico).
Per quanto ricordo, nella mia vita Aldo Moro c'è sempre stato, come Andreotti e Fanfani. Ricordo una vita senza Pannella, senza Craxi e senza Scalfaro (che già c'era, naturalmente, ma non era personaggio di gran spicco) ma non senza Aldo Moro. Niente di strano, perché da quando c'era la repubblica aveva sempre ricoperto cariche di rilievo. Non mi stava granché simpatico, ma nemmeno lo detestavo. C'era, e lo sopportavo con paziente rassegnazione.
Le Brigate Rosse invece erano molto più recenti, anzi erano entrate nella vita di tutti i giorni di noi comuni mortali solo nel 1974, quando rapirono il giudice Sossi (poi rilasciato). Scrivevano dei comunicati fluviali noiosissimi e un tantino deliranti dei quali non sono mai riuscita ad andare oltre la terza riga e mi davano l'impressione di essere dei pazzi incautamente lasciati in libertà. Probabilmente non era una impressione priva di fondamento.
Il giorno del suo rapimento Moro con la sua scorta (cinque uomini che per l'occasione furono tutti assassinati) stava andando ad assistere alla presentazione di un qualche governo Andreotti. Nel frattempo la 1E stava svolgendo con grande impegno e determinazione un tema.
Entrò un custode, si avvicinò al prof. Blasio e gli disse qualcosa a bassissima voce. I due scambiarono qualche parola, poi il custode uscì ratto ratto. Seguimmo il tutto con scarsissimo interesse: la nostra attenzione era concentrata tutta sul tema. 
Il prof. Blasio ci guardò un instante, poi a voce bassa e chiara disse "Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro".
Ventisette paia di occhi assai indifferenti si alzarono dai fogli protocolli, più per cortesia che per altro. In ognuna di quelle paia di occhi era scritto a chiare lettere "E chi se ne frega?".
Il prof Blasio rimase chiaramente spiazzato davanti al nostro gelatinoso e  plateale disinteresse.
"Mi sembrava giusto che lo sapeste" mormorò in tono di scusa, poi si chetò e riprese a leggere il giornale, mentre noi ci rituffavamo nei nostri temi con ardore. 
Ebbene sì, professore, non era poi così fuor di luogo informare tempestivamente una classe del fatto che uno dei massimi esponenti della politica italiana era stato rapito da un gruppo di terroristi, e no, non lo si poteva definire un morboso tentativo di forzare i ragazzi verso un esasperato interesse verso la politica. Lei si comportò nel modo più opportuno. Ma per noi, tutti noi, in quel momento era molto più importante il tema.

Così facemmo il tema, lo consegnammo, prendemmo atto che il giorno dopo o due giorni dopo ci sarebbe stata l'assemblea straordinaria dedicata al rapimento di Aldo Moro (il cui senso mi sfuggiva completamente, ma perché negarsi una assemblea saltando qualche ora di lezione? Poteva essere una buona occasione per attaccare discorso con X o con Y, scopo della vita di tutti quanti). 
In noi non c'era stupore, paura o sconcerto: le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, ebbene sì. Era pur giunto il momento che cominciassero a sequestrare politici, e allora perché non Aldo Moro? Tutto avveniva nel corso naturale delle cose, perché eravamo negli anni di piombo. E no, non era colpa dei comunisti, e nemmeno dei fascisti, e gridare in corteo "Fascisti, carogne, tornate nelle fogne" contro le Brigate rosse era una stupidaggine, né piú né meno. Ma di stupidaggini nei cortei in quegli anni se ne dicevano tante - né l'abitudine si è persa al giorno d'oggi, anche se ci sono meno cortei.  

Per quel che ricordo il sequestro Moro non incise molto nella vita e nei discorsi della gente comune, e perfino nella mia piuttosto politicizzata famiglia se ne parlava assai poco, salvo all'ora dei notiziari. 
Per quel che ricordo nemmeno per un minuto ho seriamente pensato che Moro sarebbe uscito vivo da quella storia, né mai me ne è fregato qualcosa che ci riuscisse. Di una cosa però ero assolutamente convinta: lo Stato doveva trattare e cercare di farlo rilasciare, a costo di "ammettere l'esistenza delle Brigate Rosse": primo perché Moro di mestiere faceva il politico e non l'aspirante martire e aveva tutto il diritto di uscir vivo da quella storia, secondo perché ad ogni modo le Brigate Rosse esistevano, piacesse o no, e per favore la smettessero fra tutti di prendersi in giro. Ricordo che  apprezzai molto la mirabile franchezza con cui Paolo VI avviò il suo appello: Mi rivolgo a voi, fratelli delle Brigate Rosse, pur sicura com'ero che non sarebbe servito a niente.
Chi era favorevole alle trattative, possibilmente affiancate a robuste indagini tese a fare gran sfracello dei rapitori una volta messo in sicurezza l'ostaggio, a parte Murasaki e la sua famiglia?
Quasi nessuno tra politici e giornalisti, che fra tutti stavano facendo della vicenda un vero affare di stato (quale in effetti era), loro sì, parlandone moltissimo.
Quasi nessuno: Craxi, Pannella e i radicali, Sciascia, autore di un celebre motto "Né con questo stato, né con le Brigate Rosse", che gli procurò il biasimo quasi universale in qualità di Immondo Traditore della Patria ma che rendeva perfettamente il punto di vista di chi, come me, non nutriva molta simpatia per uno stato autoritario, arbitrario e molto probabilmente implicato in una parte delle stragi di quegli anni, ma ne nutriva poca anche per chi straparlava di popolo al potere un un linguaggio astruso e noiosissimo ma pieno di una retorica insopportabile.

Di tutto questo per strada non si parlava mai, nemmeno con casuali accenni: il rapimento Moro non scosse le nostre coscienze né turbò la quiete del viver nostro: erano gli anni di piombo.
Qualche tempo dopo, commentando l'importanza del 16 Marzo 1978 nell'umano calendario, la nostra politicizzatissima compagna di classe (che anche lei aveva continuato imperterrita a fare il tema) commentò svagata "sì, successero un  casino di cose, quel giorno: mi misi con Andrea, rapirono Moro...".
Non c'è dubbio che, tra i due, per lei l'avvenimento più importante sia stato essersi messa con Andrea, col quale ha poi fatto due figli all'interno di un matrimonio che mi risulta essere stato felice. Ma, garantisco, anche il resto della classe diede assai maggior peso all'avvio di questo legame che al rapimento di uno dei più importanti uomini politici del paese.

Nel corso degli anni ho maturato tre convinzioni sul rapimento Moro, non una delle quali supportata dalla benché minima prova concreta:
1) Moro fu rapito perché era favorevole all'ingresso del PCI nei governi italiani.
2) E i mandanti furono gli USA, che hanno sempre nutrito un irragionevolissimo terrore verso il PCI, senza mai accorgersi che era di fatto un partito borghese e moderatamente conservatore che avrebbe costituito un utile contrappunto alla DC.
3) Cossiga, allora ministro degli interni, seguì all'epoca le istruzioni ricevute, convinto di fare la cosa migliore per l'Italia e con grande sacrificio personale; ma  poi se ne pentì amaramente e il rimorso di aver abbandonato il suo amico lo ha tormentato per tutta la vita.
Col corollario aggiuntivo che, a ben guardare, la DC fu assai pronta a cogliere la palla al balzo e liberarsi da quel rompiscatole moralizzatore - qui però non si tratta di ipotesi, ma di banale constatazione. 

giovedì 2 luglio 2015

Il mio esame di maturità (lungo, ma con ricetta)



L'esame di maturità si accompagna per me a molte piacevoli memorie, alcune dolci e altre salate, e rimane uno dei periodi che ricordo più volentieri.

E' un esame di maturità dei bei tempi andati, quando i grembiulini erano bianchi e la scuola era una roba seria, non come ora che è decaduta per colpa del 68 e dell'eccesso di riforme: si portavano ben due materie scelte da una rosa di ben quattro selezionata verso Aprile, una delle quali a scelta del candidato, l'altra pure ma la commissione poteva cambiarla a sorpresa (di fatto non la cambiava quasi mai) - non come ora che questi giovani debosciati le portano tutte;  inoltre c'erano ben due scritti: italiano più uno a sorpresa, che per lo scientifico era sempre matematica (ma va?) e per il classico era latino o greco, a regolare alternanza. 
Davano il voto in sessantesimi e la commissione era tutta esterna, tranne per un unico membro interno - una soluzione che aveva i suoi pro e i suoi contro. Si inziava il 3 Luglio con il tema (in quegli anni le lezioni terminavano a fine Maggio o primissimi di Giugno perché c'erano sempre elezioni o  referendum), poi il 4 c'era il secondo scritto e gli orali terminavano a fine Luglio. Questo per quanto riguarda le procedure ufficiali, ma in realtà l'esame di maturità, per noi come per tutti, iniziò il primo giorno di scuola, che mi sembra fosse il 18 Settembre, quando ogni singolo insegnante da noi incrociato ebbe cura di citare l'esame minimo dieci volte con fare casuale. 
Diventò subito un tormentone abituale "Quando sarete all'esame", "Se all'esame vi chiedessero... dovete dire che...", "Può essere che all'esame succeda questo e questo": niente di minaccioso in apparenza, solo un bonario stillicidio di istruzioni per l'uso il cui scopo, immagino, era evitarci il rischio di dimenticare, anche solo per un ora del giorno o della notte, che quell'anno, ebbene sì, c'era l'esame. E chi l'avrebbe mai detto? E invece sì, c'era proprio l'esame. Ma tu guarda gli strani casi della vita.

Che c'era l'esame lo sapevamo benissimo, ed eravamo anche disposti di buon grado a farci spaventare un po' ed entrare in una blanda ansia da prestazione. Al di là di questo però non tutti erano poi così terrorizzati - come sintetizzò un giorno una compagna "Perché dovremmo avere paura della maturità quando la facciamo da cinque anni portando tutte le materie?": le nostre interrogazioni di fine anno, invero, avevano arcate assai lunghe e si dava per scontato che l'interrogazione del giorno non dovesse vertere necessariamente sull'ultima lezione e nemmeno sull'ultimo mese - né trovavamo niente di irragionevole in questa pretesa anche se non tutti eravamo sempre all'altezza. Inoltre eravamo al liceo classico, dove la percentuale dei promossi sfiorava il 100%, ed eravamo una classe piuttosto buona, con tre scartine che arrancavano sull'orlo di una sufficienza un po' risicata (tutti figli di buona famiglia costretti a fare il liceo classico per contratto, il cui esempio mi convinse di quella che a tutt'oggi resta una delle mie incrollabili certezze: non c'è imbecille che non possa strappare una licenza classica, con un po' d'impegno) e per il resto medie piuttosto alte. Avevamo una concreta disponibilità a studiare, a volte anche solo per il piacere di farlo; nessuno di noi desiderava uscire dal liceo coperto di catrame, piume e disonore e dall'esame ci ripromettevamo buoni risultati. Davamo assolutamente per certi tre  sessanta e altamente probabile un quarto (almeno noi dello zoccolo medio; cosa ne pensassero realmente i tre Sessanta non lo possiamo sapere, naturalmente, ma ai nostri occhi per loro si sarebbe trattato di una mera formalità burocratica) e ci aspettavamo gran copia di voti intorno o un po' sopra al cinquanta.
Eravamo molto zelanti e prendevamo tonnellate di appunti ad ogni lezione, anche perché quasi nessuno degli insegnanti seguiva i libri di testo - gli sarà sembrato troppo banale farlo, chissà. Studiavamo con tanta buona volontà, sempre pronti a fare rimandi e collegamenti, avevamo una forbita conversazione traboccante di coltissimi riferimenti e quell'anno riuscivamo a trovare demenziali doppi e tripli sensi nelle frasi più piane e innocue, roba da fare invidia a una classe di tredicenni alla sesta ora; traducevamo in inglese, latino e talvolta anche in greco canzoni e canzoncine, filastrocche, canti goliardici e gridi di battaglia dai cartoni animati giapponesi, insomma eravamo la più istruita e scervellata scolaresca che mai sia stato dato vedere o sentire, e tutto ciò era molto divertente.

Anch'io, come tutti, ero ben decisa a non farmi sorprendere dall'esame e mi riproposi di prendere almeno sette in pagella al primo quadrimestre in tutte le cinque materie papabili per l'uscita (c'era un incertezza tra Matematica e Scienze): studiai con gran cura Geografia Astronomica, che mi piaceva moltissimo, ma l'insegnante decise che non era cosa per me e mi lasciò inchiodata al sei (e ben me ne incolse); feci sempre tutti gli esercizi di Matematica assegnati, pur dimenticando completamente di cosa trattavano già ad Aprile, dopo il sorteggio delle materie (caso rarissimo per me, che ho sempre ricordato quel che ho fatto a scuola); studiacchiai Storia con scarso entusiasmo: l'Ottocento proprio non mi piaceva e nutrivo una cordiale antipatia per il Novecento - quest'ultimo però era un problema relativo, perché in quegli anni si andava poco oltre la Repubblica di Weimar. 
Guardavo un sacco di cartoni animati giapponesi, anche: non solo Goldrake, Gaiking, il Grande Mazinger e Danguard, ma soprattutto Gundam: quell'anno infatti il maggiore Char entrò nella mia vita per mai più uscirne, e riempì a lungo i miei sogni di fanciulla e quelli della mia amica del cuore, nonché, temo, gli incubi di Sary, la mia fida compagna di banco, che me ne sentiva sempre parlare ma che dei cartoni animati con i robottoni se ne fregava completamente.
Avevamo anche una  colonna sonora, naturalmente: in quegli anni vivevamo tutti letteralmente attaccati alla radio. Tuttavia l'unica canzone che associo agli esami è la bellissima Vienna dei Pooh, che in quel periodo attraversavano una delle loro molte stagioni di grazia. 

Comunque ci furono molti Pooh (che a Sary piacevano moltissimo) ma anche un infinità di altre canzoni di tutti i tipi e generi, ed era anche l'anno della bellissima Another Brick In The Wall che proprio alla scuola era dedicata.
Infine sorteggiarono le quattro materie, e Fisica, Filosofia e Matematica uscirono dalle nostre vite per non più tornarvi (non vi erano mai entrate molto, per la verità). 
Si trattava di scegliere tra Italiano, Latino, Storia e Scienze. Gran parte della classe scelse l'accoppiata Italiano-Latino, poi ci mettemmo a coccodrillare perché eravamo in troppi ad averle scelte e ce le avrebbero sicuramente cambiate. La prof. Legree però ci rassicurò dicendo che per un liceo classico non era così strano, e probabilmente non ci avrebbero cambiato un bel nulla (come infatti fu). Sandro, da qualche mese ragazzo di Sary (con gli anni è poi salito di grado diventandone prima marito e infine padre dei suoi figli) e una delle Campigiane scelsero Scienze, e mal gliene incolse. Non riesco proprio a ricordare se qualcuno scelse Storia.

Come ho detto, c'era un solo membro interno, e in qualche modo lo sceglieva la classe. Non so in base a qual criterio scegliemmo la prof. Jazinga, che quell'anno ci faceva Latino e Greco - una brava e cara supplente annuale, combattiva all'incirca come un coniglio. Accettò un po' sorpresa, dicendo che sì, volentieri, ma per lei sarebbe stata la prima Maturità.
"Anche per noi" la rassicurammo. 
Va detto che nessuna delle altre opzioni sembrava proponibile: come tante classi prima e dopo di noi scegliemmo l'insegnante che ci stava più simpatico e sentivamo più vicino a noi e non quello più combattivo o potenzialmente più utile; se col senno di poi la prof. Legree probabilmente ci avrebbe mandato in ansia peggio di un banditore di sciagure, la prof. Permaflex avrebbe sortito invece una sua utilità. Ma vallo a sapere, e poi buona parte della classe le avrebbe dato volentieri fuoco a paglia molle - non io, che più civilmente mi sarei limitata a sbatterle la porta in faccia per non rivederla mai più, senza nemmeno scomodarmi a mandarla a Fanculo.

Come tutti i maturandi, anche noi cercavamo di capire in base ad astrusi calcoli delle probabilità quale sarebbe stato il tema di Italiano, ovvero di quale autore ci avrebbero chiesto di parlare: correva voce che avrebbe potuto essere Manzoni, che non usciva da qualche anno, ma mi sembra di ricordare che fossero molto gettonati anche Leopardi, Verga e Pascoli. Non ricordo che nessuno di noi si sia mai minimamente interessato al cosiddetto tema di attualità, detto anche Prima Traccia, e di sicuro non me ne interessai io: svolgere una traccia di attualità alla maturità sembrava richiedere immani quantità di acqua calda, tiepida e fresca e non prometteva alcun tipo di soddisfazione. Molto meglio un buon tema tecnico di letteratura, e a questo scopo mi esercitai coscienziosamente svolgendo solo temi di letteratura per tutto l'anno, con buoni risultati. Che fosse Manzoni, Verga, Pascoli o Porta ne sarei venuta a capo più che onorevolmente, aiutata anche da un parco letture che andava assai oltre i soliti brani standard inseriti nelle antologie. Manzoni, certo, sarebbe stato il massimo ma ero aperta a tutte le possibilità... diciamo a quasi tutte.

Finì la scuola e iniziò il Sistematico Ripasso... beh, almeno ci provammo. Ci eravamo divisi in gruppetti, e di pomeriggio e talvolta perfino di mattina questi gruppetti si ritrovavano per studiare, io e Sary e altre da una parte, Sandro e la sua Campigiana in sontuoso isolamento dall'altra, a casa di ognuno a rotazione. Talvolta Sandro, unico della classe a disporre di quella strana cosa chiamata macchina (una simpatica Panda) nelle sue trasferte a Campi Bisenzio accompagnava anche me e Sary dalle nostre Campigiane. Sospetto però che loro due studiassero un po' più seriamente di noi.

Che dire di quei pomeriggi di studio? Iniziarono con una certa serietà: due ore di studio, pausa merenda, altre due ore. La pausa merenda comunque sin dall'inizio si mostrà molto... come dire... nutrita: ognuna di noi ci teneva a non lasciare le altre affamate, e fin dall'inizio fu tutto un festival di torte, bignoline, pasticcini, tartine, focacce e schiacciate ripiene, pizzette e salatini. Madri e sorelle vennero arruolate senza alcun ritegno, i migliori pasticceri della zona scomodati senza esitazione e non di rado pure noi ci mettevamo al tavolo di preparazione, spalmando, farcendo e decorando senza risparmiare le nostre forze. Persino io, da sempre negata per i dolci, ideai un simpatico semifreddo di cui passerò a dare la ricetta. E' un dolce infallibile e non manca mai di suscitare consensi:


Triomphe des fraises à la Murasaki
(Trionfo di fragole alla Murasaki)

Ingredienti:
Un tot di fragole abbastanza mature
Un tot di ciliege ben dolci (se la stagione lo consente)
Un tot di banane abbastanza o molto mature
Mezzo litro circa di panna fresca da montare
Decorazioni, se si ha tempo e voglia
Una larga ciotola alta dai 10 cm in su.

Esecuzione:

Affettare le banane, snocciolare le eventuali ciliege tagliandole in due parti, lavare e pulire e tagliare a pezzi non troppo grossi le fragole. Mettere il tutto nella ciotola e mescolare con cura.
Montare la panna con un po' (un po', non troppo - ma nemmeno troppo poco, certo) di zucchero.
Mettere la panna sulla frutta: un bello strato alto che sigilli il tutto.
Si può decorare con: mezze fragole e mezze ciliege armoniosamente disposte, cialdoni o biscottini da panna, una coroncina di bignoline alla panna o alla crema chantilly, magari anche altro se l'ispirazione soccorre. Ma la decorazione non è indispensabile (comunque non ho mai sentito nessuno lamentarsi dell'aggiunta di cialdoni e bignoline - anche perché tutti erano troppo impegnati a mangiare per lamentarsi).

Mettere in frigo per almeno un ora.


Al momento di servire, attingere dalla ciotola col cucchiaio più grande di casa e servire in dosi enormi.


Tempo di preparazione: una mezzoretta scarsa.

Difficoltà: men che zero.

Giorno dopo giorno, i tempi della Merenda Ristoratrice Per Ritemprarci Dal Duro Studio si dilatarono sempre più, mentre lo studio si faceva sempre meno duro. Finì con interminabili mangiate mentre una di noi leggeva ad alta voce un po' di appunti.
La qualità della conversazione fu comunque sempre all'altezza delle vivande servite al buffet: brillante, gradevole, attraente, affascinante e assai conviviale. Ho un gustoso ricordo di quegli squisiti pomeriggi.

A sera, tornati a casa, dopo cena (naturalmente cenavamo: forse che aver spelluzzicato qualche piccolo spuntino avrebbe dovuto toglierci l'appetito? E quando mai?) ci rimettevamo sui libri. O almeno ci provavamo; ma, certo, se la micia più bella e cara del mondo si mette di traverso sul libro di latino, non è forse il caso di mettere da parte Lucrezio e coccolarla come si conviene?
In fondo sappiamo tutti che Lucrezio è eterno ma purtroppo i gatti no - e dunque era giusto cogliere l'attimo e coccolare Giselle finché c'era.

Tra una puntata di Gundam e l'altra (lo replicarono parecchio, quell'estate) giunse infine l'esame.

Come ci eravamo ripromesse da tempo, la sera prima della prima prova scritta io e la mia amica del cuore andammo al cinema, e fortuna voleva che avessimo a disposizione niente meno che Tutto quel che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen, che non avevamo visto quando era uscito nel 1972 per questioni anagrafiche. Fu davvero molto divertente e, dati i nostri interessi, apprezzammo in modo particolare l'ultimo episodio, ambientato nella sala centrale di una base fantascientifica impegnata in una complicatissima missione (in realtà il cervello durante un rapporto sessuale).

La mattina dopo, armata di cioccolata e fogli protocollo, mi accinsi a fare il tema. 

La prima tappa era, naturalmente, capire di cosa volevano si parlasse, e quell'anno non fu questione da poco:
Analizzate e discutete, alla luce dei vostri studi e delle vostre convinzioni, il seguente giudizio di Francesco de Sanctis: "Il Romanticismo, come il Classicismo, erano forme sotto alle quali si manifestava lo spirito moderno. Foscolo e Parini nel loro classicismo erano moderni, e moderni nel loro romanticismo erano Manzoni e Pellico".
In un sol colpo e in quattro righe, dunque, avevamo a disposizione Classicismo, Romanticismo, la "modernità" (che poteva essere la nostra modernità del 1980 oppure quella dei tempi di De Sanctis, qualsiasi cazzo di roba fosse la modernità) nonché Foscolo, Parini, Manzoni, Pellico e volendo pure de Sanctis. Non solo, ma dovevamo dare un parere su un parere di de Sanctis, ovvero riflettere su quanto scritto da qualcuno che di mestiere rifletteva sugli scrittori. Più che un tema di letteratura sembrava un gioco di specchi. Richiedeva una struttura complessa, argomentazioni ben articolate e un a accurata pianificazione degli incastri.
Affilai i coltelli e mi misi al lavoro. Tentai diversi inizi, tentai di saltare l'inizio e partire dal mezzo, tentai una scaletta e alla fine il tema si avviò. 
Intorno a me la classe lavorava e chiacchierava tranquillamente, come sempre durante i temi (oh, quanto mi aveva addolorato il pensiero che durante il tema non avrei potuto scambiare una parola con nessuno; e invece i sorveglianti si limitarono ad avvisarci che "verba volant, scripta manent", cioè che non ci facessimo trovare con i bigliettini in mano, e ogni tanto a incitarci a calare il volume del brusio, che invero a tratti era piuttosto alto). Io lavoravo come una locomotiva, probabilmente lanciando anche fumo, anche se non fischiavo mai.

Era una traccia molto adatta a me, che dopo un anno a base di critica letteraria ero ben lieta di spiegare come la critica letteraria per i lettori non è sempre molto interessante, perché i lettori tendono a vedere i testi un po' come gli pare, guidati dalle loro personali inclinazioni e dalla cultura del periodo, e di come tutte quelle divisioni in movimenti e correnti sì, via, insomma, chissenefrega, tanto son solo etichette che gli mettiamo, si sa che cambiano a seconda dell'etichettatore e del momento in cui si incollano.
La scelta degli autori, ammettiamolo, era un po' cattivella: di Pellico conoscevo solo un paio di paginette dalle sue prigioni, che mi ero comprata all'usato (perché tra l'altro non era e non è un libro che si trova a tutti gli usci, indipendentemente dal fatto di venire letto a scuola, e che io sappia al massimo si leggeva qualcosina alle elementari, ma al liceo non era  nemmeno preso in considerazione); mi era venuto il latte alle ginocchia e avevo riposto il libro in attesa di tempi migliori, e certo non vi avevo trovato alcunché di moderno né di romantico. 
Parini... beh, Parini era rimasto nella strozzatura tra seconda e terza, e ne avevamo fatto ben poco. Su Foscolo e Manzoni eravamo triplamente preparati: sia De Divinis che Blasio che Legree ce ne avevano parlato assai, ed eravamo perfino riusciti a sviluppare opinioni personali in  merito. 
Si aggiunga poi che sul Romanticismo italiano (come, del resto, su tutto) avevo mie personalissime opinioni, e l'unico scrittore romantico della letteratura italiana per me era ed è rimasto Foscolo, che viene universalmente messo tra i neoclassici. 
Infine, l'eventuale modernità di un autore ai miei occhi era data da due indicatori, ovvero l'attenzione verso il proletariato sfigato e verso la questione femminile; ma nessuno dei quattro signori tirati in causa da De Sanctis aveva alcunché da dire sulla questione femminile, che in Italia gli scrittori maschi manco sapevano cos'era (e di scrittrici ne avevamo ben poche, che peraltro a scuola non si facevano - anch'io avevo praticamente solo sentito nominare Serao e Aleramo, e lì si chiudeva la mia lista);  quanto al proletariato, l'unico che sembrava darsene un po' pensiero era Manzoni, che lo guardava con lo sguardo di "una cattolica società protettrice degli animali" secondo una citazione molto azzeccata ma non so quanto esatta che Legree ci aveva fatto da Gramsci.
Insomma, modernità de che?

Scrissi il tema, poi lo rifeci da capo a pié e infine lo copiai. Rilessi le mie quattro colonne ben dense con grande soddisfazione, e consegnai con la serena convinzione di aver fatto il miglior tema di cinque anni di liceo (ma chissà se poi era vero?).
Uscii ben pasciuta interiormente e assai compiaciuta. Mentre aspettavo il tram alla fermata con le amiche ebbi modo di adocchiare un simpatico completo lilla a maniche lunghe (era un estate invero assai clemente).
Nel pomeriggio esposi la questione a mia madre, che tirò fuori dalla borsa una bella banconota da 100.000 lire e me la consegnò. Così andai a fare spese con l'amica del cuore - che guardava con molta serenità allo scritto di matematica che doveva fare la mattina dopo. Comprai il completo lilla più una borsetta di camoscio di una sfumatura lilla più azzurrata di quella del completo, ci aggiunsi un bellissimo paio di sandali in camoscio blu e mi rimasero pure 4.000 lire di resto. Mia madre approvò tutto, ma predisse vita breve per la borsetta - che infatti qualche settimana dopo era già sporca. Provai a pulirla con la gommapane, come mi avevano consigliato, ma capii che gli accessori chiari in tinta erano per fasce di reddito più alte della nostra; quella borsa non vide due estati né mai più mi attentai in un acquisto destinato a vita così breve a meno che il prezzo non fosse molto, molto più basso. A occhio, direi che quelle 100.000 lire equivalevano a 300 euro attuali, anche se i prezzi dei vestiti sono molto cambiati da allora.

La versione di greco... mah, insomma, la feci, con un piccolo aiuto di amici e professori. Mi pare fosse Aristotele, un autore che ho sempre guardato dall'alto in basso e capito poco, in qualsiasi lingua fosse scritto (al contrario di Platone che, strano ma vero, riuscivo a tradurre correttamente, se pure in tempi assai lunghi, e mi è sempre piaciuto moltissimo).

Iniziò la correzione degli scritti e il membro interno, com'era consuetudine, prese un telefono e chiamò. Chi era stato chiamato chiamò a sua volta e il panico si diffuse a velocità di tifone. Alla commissione i temi non erano piaciuti, anzi gli avevano fatto proprio schifo. Non c'erano sufficienze, tranne un sei e mezzo. Ci volevano segare tutti. Ci avevano già non solo segato, ma pure crocifisso all'albo della scuola. Stavano arrivando i carnefici a casa nostra per procedere alla decapitazione. Non ci sarebbero stati prigionieri.

Dopo un bel giro di telefonate allarmate decisi di risalire alla fonte, perché qualcosa non mi convinceva: al mio tema per esempio non potevano aver messo l'insufficienza, e a quello dei quattro sessanta papabili nemmeno. E com'era andato greco?
Sfrondato delle più allarmistiche voci, il resoconto risultò meno tragico: la commissione non si spiegava perché quasi tutti ci fossimo incaponiti a fare il tema di letteratura né perché l'avessimo fatto così lungo (si favoleggiava addirittura di 17 colonne 17, e se è vero so anche chi è stato) né perché fossimo così fissati con Gramsci (se quest'ultima è vera, trovo che la commissione mancasse un tantinello di acume: uno o due alunni in una classe che citano Gramsci possono essere frutto del caso o di studi individuali, ma un intera classe che tira in ballo l'intellettuale organico... non sarà che gliene hanno parlato parecchio?) e comunque detti temi non erano piaciuti granché. Sembra che, in particolare, avessero trovato il mio piuttosto spregiudicato, ma che si fossero degnati di assegnargli un sette e mezzo. In tutta onestà mi aspettavo come minimo un otto abbondante, ma visto che parecchi temi erano rimasti sotto il sette mi guardai bene dal lamentarmi e chiamai invece la mia impagabile amica del cuore, che nel corso di una telefonata di un buon tre quarti d'ora riuscì a calmarmi e a ridimensionare la gran tragedia usando buon senso, discernimento e logica. Non ricordo i particolari, ma solo che chiamai assai scossa e riattaccai tranquilla e pacificata col  mondo. Però, sempre la mia amica del cuore, mi spiegò che il membro interno, più che riportare voci e considerazioni sparse, riferiva i voci degli scritti, e se il nostro non l'aveva fatto voleva dire che era parecchio inesperta del viver del mondo. Resta il fatto che il voto del mio tema alla maturità non l'ho saputo mai (nemmeno quello della versione di greco, in effetti, ma preferisco così).

Lentamente l'ondata di panico si ritirò e rimanemmo in attesa degli orali, tra un banchetto luculliano e l'altro. La nostra era l'ultima classe della scuola, e la mia lettera era una delle ultime. Insomma, avevo l'orale a fine Luglio. 
Non andai a sentire gli orali della mia amica del cuore perché me lo vietò fermamente, e nemmeno mi sembra che mi abbia mai raccontato qualcosa in proposito. Addirittura, neanche ricordo che voto prese.
Andai invece a sentire gli orali al mio liceo, un po' come tutti; ma sentivamo ben poco, perché tutti parlavano a voce assai bassa e la sala era grande. Ci sembravano interrogazioni diverse da quelle che facevamo di solito, ma non avremmo saputo dire esattamente in che modo fossero diverse. Il professore di scienze, che era anche il presidente di commissione, sembrava assai suonato e ancorato a cognizioni scientifiche dei tempi di Pio IX, la professoressa di lettere sembrava abbastanza tagliente nelle sue domande, ma non mi pareva chiedesse niente a cui non fossimo in grado di rispondere.

Il mio orale era a mezzogiorno, ma naturalmente la commissione era in ritardo. E quando mai la commissione di un esame non è in ritardo?
La mia amica del cuore venne a farmi assistenza morale, portando tra l'altro le sue belle sigarette Cocktail, comprate in Inghilterra
che erano anche abbastanza forti. Nell'attesa passeggiammo nel cortile interno lastricato,  sotto il sole - un attività che in qualsiasi altro Luglio sarebbe stata foriera come minimo di un coccolone, specie per chi aveva la pressione bassa come me, ma che quell'anno tutti praticarono con grande tranquillità e senza conseguirne alcun inconveniente - come ho già detto, era un estate invero assai gentile.
Ero molto elegante, col mio bel completo in tre pezzi rosa-viola, camicia a maniche lunghe color vinaccia, gonna portafoglio rosa-viola a due strati e gilet di maglina viola chiaro. Al collo portavo la collana di cristallo della nonna, alle orecchie gli orecchini Avon in similplatino e acquamarina sintetica - un accoppiata che illuminò il mio viso per molti anni, finché non persi uno degli orecchini e decisi che era veramente venuto il momento di bucarmi le orecchie. 
Avevo paura ma non troppo - la dose giusta per combattere, insomma.

Feci il colloquio. Trovai la commissaria di lettere molto più acida sull'italiano che sul latino. In effetti l'interrogazione di italiano non andò molto liscia, anche perché la professoressa mi interrompeva sempre e io non capivo cosa voleva esattamente da me perché, per quanto rispondessi, sembravo non darle mai quel che voleva - una sensazione cui non ero abituata. Il  mio tema sembrava esserle rimasto sul gozzo,  ma dava anche l'impressione di non sapere nemmeno lei come criticarlo (ma magari sbaglio).
Latino invece scivolò via senza problemi: senza dubbio quella sala aveva visto interrogazioni più memorabili, ma fu comunque una cosa abbastanza dignitosa, persino nelle domande di grammatica - dove scoprii di essere in grado di inventarmi (o ricostruire) sul momento il paradigma di un verbo.
Il pubblico di turno mi disse che era stato un buon orale, ma non so se e quanto fosse sincero. A me comunque non era sembrato granché, ma nemmeno malaccio. 

Molto peggio andò a Sandro e alla Campigiana, che sfiorarono il disastro a Scienze, perché il professore non era d'accordo con niente di quel che dicevano. Pure, col senno di poi, non abbiamo mai notato alcuna incongruenza o errore in quanto ci aveva insegnato la prof. Permaflex e a tutt'oggi quel disastro ce lo sappiamo spiegare solo col fatto che sì, il presidente di commissione era parecchio suonato. Sta di fatto che Sandro strappò a malapena un miserabile 36, dopo un quinquennio con la media del sette e senza mai essere stato minimamente rimandato in alcunché, e la Campigiana raccattò un poco meno miserabile 37, anche lei dopo un quinquennio più che onorevole.

Come previsto passammo tutti, scartine comprese, anche se su Sandro discussero parecchio. Io presi 43, con un lieve disappunto che svanì nel giro di mezz'ora senza lasciare tracce; Sary prese un rispettabile 48 che, tenendo conto dello strano trattamento che ci avevano fatto, era un voto abbastanza equo (anche se l'avrei data come minimo sul 50). Di 60 ne prendemmo uno solo, più un 58 e un 52, e gran parte di noi si trovò con voto tra il 40 e il 45, ovvero più basso del dovuto.

Seguì un estate lunga e bella, perché a quei tempi non c'erano test di ammissione all'università, l'anno accademico cominciava a Novembre e ancora in pieno Ottobre stavamo a fare raduni e grandi tavolate. 
Restammo in contatto per diversi anni, e i gruppi si sfaldarono solo nella seconda parte degli anni '80. Naturalmente il fatto che mezza classe approdasse a Lettere e Lingue ci facilitò nel proseguimento dei rapporti.
All'università, del voto che avevamo preso alla maturità non è mai importato niente di niente a nessuno e, con grande stupore generale, l'unico 60 faticò assai a prendere la laurea in medicina.

venerdì 26 giugno 2015

Diario di una Sissina - 2 - Come fu che affrontai il test di ammissione (unplugged)


(Seconda e ultima parte delle mie memorie da Sissina scritte 12 anni fa, in cui racconto di come fu che arrivai sesta o settima al test di ammissione su oltre quattrocento concorrenti, e giusto dopo che il viscidissimo somministratore del test ci aveva spiegato che i voti più alti li prendevano sempre i classicisti. Tiè)


Com'è noto, la SSIS è a numero chiuso. Questo vuol dire che ogni anno il Ministero dell'Istruzione decide quanti posti autorizzare per ogni classe di concorso per ogni regione, in base alle necessità del personale insegnante della regione in questione.
Tradotto in italiano: ogni anno le università pestano i piedi per avere un tot di mucche da mungere e ogni anno ne ottengono in quantità esorbitante e del tutto sproporzionata al più elementare buon senso. E infatti in Toscana, dove le abilitazioni per le materie letterarie sono in tal sovrannumero da garantire agevolmente rincalzi per i prossimi 15 anni come minimo, abbiamo l'assurda disponibilità di... 280 posti per la 43/50, 51 e 52. Roba da denuncia per atti osceni in luogo pubblico, se non fosse che qualsiasi esibizionista si sdegnerebbe del paragone e giustamente farebbe ricorso contro un paragone sì offensivo e lesivo della sua dignità (vincendolo di sicuro). 

Ad ogni modo, in quel luminoso mattino del 24 Settembre, al Palasport di Pisa siamo quattrocento e qualcosa, e qualcuno è pure spaventato e continua ansiosamente a ripassare libri e appunti.
Non io, che ho scorso le prove degli anni precedenti - una sfilarata di quiz a riposta chiusa improntati al più folle e specialistico nozionismo. Passare una prova del genere potrebbe forse essere iscritto a mio merito, ma non passarla non potrebbe in alcun modo essere titolo di biasimo: è noto che nelle estrazioni del Lotto può andarte bene o male, a seconda del caso. Diventa anche inutile prepararsi, al di là forse di qualche esercizio spirituale di concentrazione e della solita tavoletta di cioccolato che da sempre accompagna i miei esami, secondo una  tradizione familiare avviata da mia nonna.

L'organizzazione non è proprio entusiasmante, ma nemmeno malvagissima. Quello che invece è del tutto insopportabile è il viscidissimo commissario che ci fa il sermone introduttivo - uno di quegli esseri che riuscirebbero a pietrificare un basilisco con lo sguardo, per intendersi. Viscidamente, e con tono di gran superiorità, ci spiega il meccanismo: prima un test di 20 domande di area generale, poi uno di 30 per la 43/50, un altro per la 51 e un quarto per la 52. Non è un test fatto per selezionare chi già sa tutto, proclama, bensì per controllare quanto in realtà sappiamo - perché in effetti nei tre anni precedenti non si è mai dato il caso di qualcuno che abbia risposto esattamente a tutte le domande (e dopo averle viste, le domande, non ho nessuna difficolta' a credergli). Assai viscidamente ci esorta poi a non copiare - una raccomandazione magari obbligatoria ma, credetemi, ci sono tanti modi per farla, e il tono che ha usato lui sarebbe stato insopportabile anche rivolto a un congresso di copisti.

Conclusa la predica si degnano alfine di distribuire i moduli per la prova di indirizzo e ci fanno cominciare.
Risolvo facilmente i primi tre quiz su Dante, grazie all'esame di Filologia dantesca dove portavo la cantica del Purgatorio. Quanto a Farinata degli Uberti, è un brano che a scuola fanno quasi sempre e possiamo darla come domanda ragionevole.
Quasi sempre a scuola viene fatta anche la novella di Federigo degli Alberighi, per cui con un po' di ragionamento è facile decidere a quale giornata appartiene. Il finale della Mandragola è abbastanza conosciuto, anche da chi non l'ha mandata praticamente a memoria come me al liceo, quando il professor Blasio buonanima ci ha praticamente costretto a recitargliela a fine anno.
Si passa a Leopardi, Canto notturno del pastore errante, ovvero una delle mie poesie preferite - dove fraintendo la domanda e sbaglio platealmente la risposta: "covile o cuna" si riferisce a uomini e animali, certo; disgraziatamente, all'epoca una grande quantità di uomini nasceva in posti assai simili a covili, e probabilmente questo mi ha fatto confondere.
Sempre Leopardi: che cosa caratterizza la struttura metrica della canzone libera? Non ne ho la benché minima idea e mi rifiuto di tentare di rispondere, anche se la penalità per le risposte sbagliate e' solo O,30 punti.
Si passa a Pirandello, prima indicando quale opera di un gruppo citato non è teatrale (dopo un certo lavorio basato principalmente su brandelli di scampoli di vecchi ricordi televisivi, indico I vecchi e i giovani), poi scegliendo una risposta sul metateatro (e lì non ci sono problemi) e infine con la folle richiesta di indicare che cosa significa una determinata battura da Sei personaggi. Dopo averci pensato e ripensato scelgo una delle traduzioni, senza molta convinzione; ma in cuor mio disapprovo moltissimo, perché secondo me nessuno, nemmeno l'autore, è mai veramente sicuro del motivo per cui un dato personaggio dice o fa questo e quest'altro, men che meno con Pirandello.
Salto anche la domanda sul potere decisionale a Sparta, pur sentendomi molto in colpa perchè è la classica domanda che avrei dovuto sapere.
Mi si chiede poi "chi ha descritto la storia della lunga e pericolosa ritirata di un corpo di mercenari greci attraverso l'Asia Minore" e qui resto perplessa; non sulla risposta, che per chi ha fatto il liceo classico o letteratura greca è di una facilità disarmante (Senofonte, nell'Anabasi), ma proprio sulla domanda in sé, che per l'appunto, per chi non ha fatto il classico o letteratura greca è piuttosto difficile, non essendo né l'autore né l'opera particolarmente noti al di fuori del ristretto mondo che fa o corregge versioni. Eppure siamo nella "prova di indirizzo", non nei quiz per la 52.
Scazzo platealmente la domanda sull'Epiro, che colloco in Asia Minore con grande convinzione, ma stabilisco senza difficoltà che la cittadinanza romana per gli italici arriva dopo la guerra sociale.
Il tumulto dei Ciompi e le funzioni del podestà nei comuni non mi creano problemi, grazie alla Storia delle Istituzioni che ho studiato per il diploma di archivistica (diploma che non mi ha mai dato nemmeno un punto nelle graduatorie permanenti, ma che mi è stato utilissimo una volta salita in cattedra); sospetto però che per molti siano state domande piuttosto insidiose.
Invece per tutti noi è stato senz'altro facilissimo rispondere che il fiorino veniva coniato a Firenze, visto che siamo in Toscana e ogni gioielleria espone in vetrina orecchini, collane e bracciali composti con riproduzioni di tal nobile moneta.
Con mia grande indignazione sbaglio platealmente le due domande di storia medievale: prima trasformando le regalie assegnate a Federico I dalla Dieta di Roncaglia da pedaggi in tasse versate dai comuni al momento dell'incoronazione dell'imperatore (per scoprire l'errore non mi basta però controllare sul mio amatissimo e particolareggiatissmo manuale del Cracco, dove di regalie manco si parla, ma dovrò andarmi a spulciare una biografia specifica sul Barbarossa: infatti le regalie sono tornate di moda nei manuali solo negli ultimi anni); faccio arrivare i primi normanni in Italia al seguito di Carlo d'Angiò, ovvero dopo la loro istessa medesima dominazione, e non al servizio dei duchi longobardi. Fatto da me è un errore da frustarmi per una notte intera, ma per chi non ha una formazione medievistica mi sembra una domanda difficilotta.
La più dura a scorticare è la coda, si sa, e infatti la ventesima domanda presenta tratti di perfidia veramente notevoli.
"Qual è l'intruso?" si domanda. Dobbiamo scegliere tra agostiniani, gesuiti, somaschi, barnabiti e teatini.
A quanto scopro tutti indicano come un sol uomo i teatini "che non sono un ordine religioso". Per l'appunto io so benissimo che sono un ordine religioso (mi ha molto colpito, quando preparavo storia moderna, il fatto che i teatini nuovoraccoltini fossero nati praticamente insieme ai cappuccini), e quindi indico come intruso... i somaschi, che tutti tranne me sanno aver educato il giovane Manzoni.
E dunque qual è l'intruso? Immagino si tratti degli agostiniani, che sono un ordine religioso come tutti gli altri, ma molto precedente alla controriforma. Vista però la mia innegabile e annosa competenza in ordini monastici e religiosi, confraternite e penitenti vari, mi sento di affermare che una domanda su questi argomenti cui nemmeno io riesco a rispondere esattamente è una domanda assurda per definizione.

Dunque, nella parte "generale" c'erano i teatini, le regalie di Federico Barbarossa, l'Anabasi di Senofonte e l'improbabile significato di una battuta teatrale di Pirandello.
Le domande specifiche, nel loro genere, erano ancora più pazze. L'imopressione era che per ogni materia qualcuno si fosse scervellato per partorire i quiz più specifici e micragnosi che riusciva a trovare; per fortuna avevo la cioccolata, che si è rivelata di grande aiuto.

Avendo letto Cappa e spada da bambina so benissimo che la notte di San Bartolomeo non è una strage di cattolici belgi ad opera di truppe olandesi, ma quando si arriva ad una esatta definizione dei giannizzeri toppo platealmente, e dopo aver escluso che si trattasse di guerrieri giapponesi o di guardie del corpo dell'epoca Ming, escludo anche (sbagliando) che si tratti di cavalleggeri balcanici. Ammetto però di averla trovata una domanda un po' perfiduccia.
Grazie alla ricerca fatta in terza media sulla rivoluzione russa riesco a non confondere un kolchoz con un kibbutz, e a riconoscerla invece come una piccola azienda agraria privata dei tempi di Lenin. Intuisco anche che "la grande depressione" non è una nevrosi studiata da Freud, bensì la crisi del '29 (qualcuno però sostiene trattarsi invece della stagnazione economica europea della fine del XIX secolo); riconosco anche senza difficoltà che la Comune di Parigi non e' un avvenimento verificatosi nel 1861, mentre non provo nemmeno a indovinare l'autore della normativa su cui su basa la scuola pubblica nell'Italia liberale (per molti, scopro poi, era una domanda facilissima).
Nessun problema nemmeno per la data della conquista della Libia, basta ricordare che c'era già ai tempi del fascismo, ma non da molto. Ancor meno difficile indicare Kennedy come presidente USA ai tempi della crisi cubana, anche perchè la domanda era già stata fatta l'anno scorso e pure due anni prima e quindi se ancora non l'abbiamo imparato vuol dire che siamo proprio duri. L'anno del primo governo di centro-sinistra in Italia mi sembra già una domanda un po' spinosa per chi non era adulto in quegli anni, ma azzardo un 1962 che poi si rivelerà giusto. Azzecco l'autore de La crisi dell'aristocrazia in base ad un fine ragionamento del tipo "Marc Bloch no perché il suo libro più famoso è sulla società feudale, Lawrence Stone nemmeno perché è inglese e in Inghilterra l'aristocrazia non è mai andata granchè in crisi"; ed ecco che storia è finita e siamo a letteratura, dove si comincia con la scelta tra quattro diverse parafrasi di una canzone di Dante: parte così un giochino di raffronti incrociati che mi ricorda moltissimo il "Che cosa manca?" della Settimana Enigmistica. 
Seguono quattro schede critiche del Canzoniere di Petrarca, molto simili tra loro, tra cui dobbiamo scegliere quella giusta, sempre con un metodo di selezione da Settimana Enigmistica. Faccio un pallido tentativo, poi la pianto lì perche' del Canzoniere di Petrarca so veramente poco e proprio non saprei dire se contiene odicine anacreontiche o se il codice Vaticano Latino 3196 è un manoscritto importante per i petrarchisti. Immagino che il mio amico che ha fatto una tesi e un dottorato di ricerca su Petrarca, e pure pubblicato qualche edizione delle sue opere per la Lorenzo Valla, ne sarebbe venuto facilmente a capo; peccato averlo perso di vista ormai da anni.
Abbiamo poi una lunga citazione in versi di Leopardi, di cui dobbiamo dare il titolo (e sbagliando lo attribuisco a Sopra il monumento di Dante, invece che Alla Primavera. Comprensibile, visto che non ho mai letto né l'una né l'altra, né ho mai provato la sia pur minima tentazione a farlo).
Riconosco invece che Nevicata di Giosuè Carducci è scritta in distici elegiaci  e non in strofe alcaica o archilochea - ma non è stato un grosso sforzo, dal momento che il distico elegiaco è praticamente l'unico metro che ho imparato in cinque anni di liceo classico, e l'ho imparato proprio perché si riconosce bene.

Seguono alcuni gruppi di testi che dobbiamo attribuire alla giusta sequenza di autori. Sembra difficile, ma con l'aiuto di un po' di fortuna non lo è poi molto, perché se per avventura si riesce a riconoscere con sicurezza un testo/autore, basta indicare poi la sequenza che dà quel testo/autore al posto giusto. Per esempio, una volta stabilito che ragionevolmente Pietro Bembo era l'unico che poteva indicare come modelli di lingua italiana Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia, e ben difficilmente avrebbe parlato di come usare i prosatori del '600 o usato espressioni come "strumento linguistico unificato", i brani di Ascoli, Giordano e Manzoni vanno a posto da soli. Oppure, una volta stabilito che "Quand'io di carne a spirto era salita / e bellezza e virtù cresciuta m'era" è chiaramente un passo di Dante, sia perché ha un suono molto dantesco, sia perché riconosci il brano, isolare Pasolini non è poi una grande impresa anche se di Pasolini hai letto a malapena i titoli delle opere.
Il giochino viene proposto anche con la prosa. Siccome il primo passo inizia con "Il tempo di cui parlo fu per noi tedeschi l'epoca del crollo dello Stato" e guarda caso uno degli autori è Thomas Mann con il Doctor Faustus, una totale e felice ignoranza nelle letture di Gadda, Calvino, Pavese e soprattutto Fenoglio non impedisce in alcun modo di maritare autore e brani.
Dicevo della mia completa ignoranza di Pavese. Non ho mai letto niente di niente di lui. Allora, come ho fatto a riconoscere La luna e i falò dal riassunto? Forse perché si parla di ritorno al paese e di Resistenza e riaffiorano vecchie larve di ombre di ricordi di chiacchiere di quarta mano, ascoltate distrattamente chissà quando e chissà dove.
Con la stessa trance ispirata, pur non avendo mai letto quasi niente di D'Annunzio, quando mi informano che "il protagonista non riesce a dimenticarla, tanto da invocarne il nome mentre fa l'amore con la nuova amante" segno con serena certezza Il piacere e passo oltre.
Insomma, ho riconosciuto d'istinto due trame di libri che non ho letto, che ho sempre scansato, per giunta scritti da autori che conosco pochissimo e ho sempre evitato con ogni cura in virtù di un antipatia fortissima quanto irragionevole. Ma queste due risposte esatte cosa dimostrano?
Francamente non saprei. Sono prontissima a dichiararmi molto, molto ignorante nella letteratura italiana moderna e contemporanea. Mai letta e mai studiata, a scuola non si faceva ai miei tempi, e certo dopo non ho mosso un dito per colmare tale lacuna. La zona tra Boito e Tomasi di Lampedusa per me è nera, vuota e del tutto priva di interesse.

Riesco poi a riconoscere che una poesia di Saba scritta tutta di seguito è in endecasillabi, sempre in virtù della stessa Ispirazione Celeste, e infine vengo a capo facilmente di una domanda particolarmente insidiosa su un espressione usata da Boccaccio nella novella di madonna Oretta - ma questo non è affatto strano, perché il Decameron l'ho letto almeno tre volte, sempre con grande entusiasmo.

Arriviamo alla geografia, dove la mia ignoranza è tanta e tale che dovrebbero farmi solo per quella una SSIS di quattro anni come minimo. Una almeno la azzecco, riconoscendo che il centro organizzatore di una regione si chiama capoluogo e non polo (almeno spero che sia la risposta giusta). Non riconosco invece quale regione si localizza a occidente di Napoli. Azzecco con un po' di ragionamento cos'è un conoide di deiezione, ma quando mi chiedono come scegliere l'area appetibile per un'industria sulla base della teoria della localizzazione industriale di Weber non provo nemmeno a rispondere: non ho la benché minima idea di chi sia Weber, e nemmeno sotto minaccia di morte saprei dire alcunché sulle sue teorie.
L'ultima domanda chiede di individuare il paese con il più elevato tasso di incremento demografico, e anche lì mi areno: chiaro che non è l'Italia, probabilmente nemmeno la Cina, dove le politiche di decremento sono state molto rigorose; probabilmente non è nemmeno la Russia, dove sono troppo confusi e sfigati per azzarsarsi a far molti figli. Quanto all'Afghanista e all'Albania... boh?
Piazzo comunque una qualche risposta, consegno e torno a casa chiacchierando piacevolmente con un po' di colleghi. E chiacchierando scopro, con un certo divertimento, che Il piacere di D'Annunzio lo hanno riconosciuto in pochi.