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martedì 15 gennaio 2019

Sull'annosa e controversa querelle dei compiti da fare a casa (post noioso come un giorno di pioggia)

Questa non è in alcun modo una scritta polemica.
Oh no, essa non lo è. 

L'attuale ministro dell'istruzione Marco Bussetti non si è distinto finora per soverchio interventismo nonostante le accorate richieste di Ernesto Galli Della Loggia, anche se dietro le quinte, con alcune accorte circolari, è intervenuto in alcune questioni mostrando di possedere una certa dose di buon senso. Del resto il comparto della scuola in questo momento non va particolarmente di moda se non per operarci qualche moderato taglio e nessuna persona che lavora al suo interno desidera richiamare su di esso l'attenzione di questo governo - pur essendo indubbio che detto comparto richiederebbe diversi interventi  (ad esempio una seria riforma dei tecnici e soprattutto dei professionali, che andrebbero infine visti come qualcosa di più di un refugium peccatorum o un cassonetto della raccolta differenziata).

Ad ogni modo, in uno dei suoi rarissimi guizzi di interventismo detto ministro, partecipando a una  trasmissione radiofonica, aveva vagamente accennato all'opportunità che gli insegnanti non dovessero  dare troppi compiti durante le vacanze di Natale permettendo così ai ragazzi di farsi un po' di vita loro, e sembra che si fosse perfino spinto a promettere una circolare in tal senso. La promessa, se c'era stata, era stata comunque ben presto ridimensionata: evidentemente il ministro, al contrario di certi suoi colleghi di partito, ha dato una scorsa a qualche Bignami dedicato a "Diritti e Competenze di un Ministro" e dunque sa che un ministro non può impicciarsi di questioni  didattiche in base ad un preciso articolo della Costituzione; il tutto si era infine risolto con un vago invito alla riflessione sul tema "compiti a casa" inserito nel tradizionale biglietto di auguri che come ogni anno il Ministro ha mandato ai docenti che  sono in servizio - e che dunque io non ho avuto, ahimé, alcuna possibilità di vedere.
Per quel che ho potuto vedere in rete, la questione non ha sollevato alcuna polemica tra gli insegnanti; in compenso è stata titolatissima sui giornali ed è stato molto interessante (e divertente) leggermi i  commenti che fioccavano in coda ai vari articoli dove gli infiniti tuttologi sulla scuola di cui il nostro bel paese pullula si dividevano in due schieramenti assai nettamente contrapposti: da una parte chi, oltre ad appoggiare il pensiero  ministeriale, ne approfittava per proclamare l'assoluta inutilità di qualsivoglia compito da assegnare per casa, dall'altra chi invocava un totale de profundis  sulla scuola dato che l'assenza di una grossa mole di compiti da svolgere durante le vacanze di Natale avrebbe inevitabilmente condotto alla più assoluta decadenza e alla più totale ignoranza delle giovani generazioni. Vie di mezzo, non pervenute.

Per quanto mi riguarda, incontrerei senz'altro la più totale approvazione da parte dell'attuale ministro:  non solo non do mai compiti durante l'estate se non c'è un consistente debito di grammatica da recuperare - e in quel caso naturalmente lo do al singolo, e ben personalizzato, non certo all'intera classe - ma addirittura spingo il mio virtuosismo fino a non dare l'ombra di un compito a  nessuno per le vacanze di Natale, di Pasqua ed eventuali ponti lunghi, e anzi mi regolo in base a quello che chiamo il Principio del finale della Sinfonia degli Addii di Haydn
dove tutti gli strumenti si azzittiscono, uno dopo l'altro, avendo cura di concludere tutti gli argomenti avviati senza lasciare l'ombra di qualcosa in sospeso (tanto, casomai restasse   del tempo in più posso sempre piazzarci dentro qualche lettura o qualche prova scritta) - il tutto in base a una teoria sull'importanza delle pause cui mia madre, che è stata insegnante alle elementari, mi accennò distrattamente in un tempo remoto in cui non solo non insegnavo, ma nemmeno lontanamente pensavo che l'avrei mai fatto un giorno.
Questa teoria (che in realtà più che una teoria credo sia un dato di fatto, probabilmente comprovato da qualche tonnellata di letteratura scientifica e didattica) sostiene che oltre all'apprendimento attivo  all'individuo servono dei tempi di pausa per assimilare a livello profondo quel che ha appreso. Queste apparenti pause insomma fanno parte a tutti gli effetti del percorso didattico e permettono all'alunno di apprendere principi, concetti e nozioni ad un livello più profondo della lezioncina studiata a memoria per il giorno dopo.

Per quanto riguarda i compiti delle vacanze intermedie comunque per me giocano anche considerazioni più pratiche: perché, se le esaminiamo nel dettaglio, queste vacanze lunghe  non sono affatto lunghe come potrebbero sembrare dall'esterno. Tralasciando i ponti di primavera, dove di solito i ragazzi arrivano completamente cotti, peggio perfino degli insegnanti, e quindi si può solo ragionevolmente sperare  che li usino per ricaricarsi un minimo le batterie, le vacanze di Pasqua praticamente non esistono: il Giovedì se ne va in festeggiamenti per l'inizio delle vacanze, dopo di che rimangono Venerdí, Sabato e Martedì, perché Pasqua e Pasquetta annegano rapidamente nel nulla tra parenti e gite di fuori porta. Per giunta molte famiglie si attentano in quei giorni ad andare al mare o in gita turistica, e non vedo proprio perché dovremmo fargliene una colpa.
Le vacanze di Natale non risultano molto più lunghe, in realtà. Tanto per cominciare, assolutamente tutti ci arriviamo con le batterie completamente scariche (qualcuno pure con un filo o un cordone di depressione latente) per precise questioni medico-astronomiche. I giorni che precedono Natale sono, sempre e comunque, un delirio per tutti. Poi arrivano Natale e Santo Stefano col loro carico di parenti e di eventuali trasferte fuori città dai parenti e tirate mostruose per preparare la tavolata per Natale o arrivare adeguatamente carichi di regali di Natale per tutta la tavolata e/o preparare il proprio contributo per la tavolata in questione -  per tacere dei celebri conflitti di Natale che appesantiscono vieppiù quelle giornate e che tanti mirabili romanzi hanno ispirato  a tanti abili scrittori di polizieschi. Capodanno si porta dietro anche lui il suo bel pacco di preparativi, perché ormai sin da giovanissimi i ragazzi se lo gestiscono in proprio, a volte anche con una organizzazione piuttosto complessa, e così anche il 31 e il 1 se ne vanno, spesso con un discreto strascico di mal di testa e di intontimento che non è detto non si prolunghi fino al 2 Gennaio compreso. In mezzo ci sono spesso anche due Sabati e due Domeniche dove la vita si illanguidisce e rallenta piacevolmente. La Dodicesima Notte, detta anche Epifania, in buona parte d'Italia continua ad avere un suo peso nonostante lo strapotere di Babbo Natale, e in più abbiamo una vera infinità di visite per lo zio Evaristo, la zia Crodeganga e il nonno Narciso, che magari ne ha approfittato per finire all'ospedale onde meglio complicare la vita di tutti, senza contare che qualche famiglia desidera pure farsi un viaggetto, andare a trovare parenti o amici, fare una puntatina sulla neve, godersi un po' i regali di Natale, esibirli con gli amici e magari provarli con loro (i videogame, per fare un esempio a caso) - e c'è anche una bella fetta di famiglie che già il 22 Dicembre impacchettano la famiglia al gran completo e se ne vanno nella terra di origine per l'intero arco delle vacanze.
In mezzo a tutto questo, quanta voglia può avere una povera creatura in piena crescita di dedicarsi alle somme algebriche, ai diagrammi cartesiani, al predicato nominale o al genitivo sassone? Soprattutto quando l'alternativa a sì pallificanti attività è una bella pista da sci, i cugini che non vedi da tre mesi o una pizza con gli amici?

E infatti la cruda verità è che i compiti assegnati per Natale, Pasqua o i ponti primaverili sono quasi sempre fatti male, in modo frettoloso e trascurato, in mezzo a liti familiari, oppure direttamente non fatti. Gli unici che si impegnano per farli bene sono quelli che, lavorando regolarmente con grande  impegno ed eccellenti risultati, più di tutti avrebbero diritto a godersi una bella pausa - e tuttavia anche da loro possono venire amare sorprese e curiose defaillance.
Insomma  anche tralasciando la teoria delle pause, assegnare compiti per le vacanze di Natale e Pasqua e per i ponti primaverili è per lo più una grande perdita di tempo e implica un discreto spreco di risorse e spesso anche alcune arrabbiature non programmate e del tutto superflue.

Ed eccoci al secondo corno della questione: i compiti a casa durante l'anno scolastico. Perché esiste un movimento di pensiero, non so quanto consistente, e l'inevitabile gruppo su Facebook (oltre, immagino, a una miriade di gruppi su Whatsupp) che sostiene l'assoluta inutilità dei compiti a casa vedendoli solo come una forma di accanimento da parte dei docenti contro i ragazzi, tanto inutile quanto crudele, e ne vorrebbero la totale abolizione per legge (il che è del tutto impossibile in base al già citato articolo della Costituzione che tutela il principio della libertà didattica).
Partiamo da alcune considerazioni, tanto banali quanto noiose ma necessarie.
Punto primo: a parte qualche rarissimo caso di manifesta insania mentale che si risolve in smania punitiva verso gli alunni colpevoli di esistere, nessun insegnante dà troppi compiti a casa: ognuno di noi, in scienza e coscienza, è convinto di dare esattamente i compiti necessari e non una sola goccia di più o di meno di quel che è suo preciso dovere.
Punto secondo: sarebbe vano negarlo, il problema principale sono i compiti delle materie umanistiche e scientifiche - in pratica i docenti di lettere, matematica e lingue straniere, soprattutto alle medie.
Punto terzo: i genitori nei compiti a casa non dovrebbero impicciarsi né tanto né poco: non ne dovrebbe essere dato per scontato l'intervento, non dovrebbero avviare gare a chi fa meglio i compiti dei figli, non dovrebbero insistere e litigare perché i compiti vengano fatti, solo sfoggiare un atteggiamento mediamente severo e coerente qualora qualche nota li informi che la loro prole non svolge incompiti assegnati con la dovuta regolarità.
(E se non li fa? Se la vedrà con l'insegnante, con i quattro che fioccano, con i compiti estivi, con l'eventuale bocciatura che potrebbe fargli un mondo di bene. Oppure, molto più probabilmente, si adatterà a fare i compiti dopo qualche iniziale resistenza e qualche settimana senza cellulare).
Al netto di questa raccolta di banalità di cui mi scuso, rimane una considerazione ancora più banale:
Per come è impostata attualmente la scuola italiana, un certo ammonto di compiti da svolgere al di fuori delle lezioni è ritenuto indispensabile da quasi tutti i docenti di quasi tutte le materie. I pochi che fanno eccezione seguono per lo più tecniche di didattica sperimentale o si adattano come possono a situazioni particolarissime. 
C'è infatti una parte di lavoro che è indispensabile che l'alunno faccia da solo o con pochissimi compagni ed è la parte che riguarda l'elaborazione autonoma (detta anche rimasticazione digestione) di quanto in classe è stato detto, spiegato, elaborato, insomma fatto tutti insieme. Lì ci si rende conto se quel che in classe sembrava tanto chiaro lo è davvero, oppure se quel che era sembrato tanto astruso lo è ancora, una volta   affrontato a mente fredda; lì si manda  a memoria quel che va mandato a memoria di regole e formule, lì si completano in autonomia i disegni impostati in classe eccetera. Si tratta insomma di una forma di fissaggio del lavoro dove si rimette quanto detto e fatto nel caos della lezione collettiva.
Il peso di questo lavoro varia a seconda del grado di concentrazione con cui viene svolto, dell'attenzione prestata in classe ma soprattutto dell'allenamento: l'abitudine a fare regolarmente i compiti li rende più facili, come succede con tutti i tipi di lavoro. 
Fatti con la dovuta concentrazione e  l'impegno adeguato, senza il peso emotivo di litigi in famiglia, sostentati da una buona merenda e con una certa atmosfera rilassata intorno (che può includere anche una buona colonna sonora ma dove un cellulare acceso puntato su un social risulta del tutto deleterio) i compiti a casa sono utilissimi e di solito anche piuttosto rapidi da svolgere. 
Fatti distrattamente, messaggiando in lungo e in largo, con genitori-avvoltoi che ti spronano e puntellano in continuazione (o che sbroccano perché in metà pomeriggio sono state fatte tre espressioni su sei e solo a prezzo di ore di martellamento), senza riguardare le istruzioni e la lezione cui si riferiscono, sono del tutto inutili e possono anzi accrescere la confusione del fanciullo o della fanciulla di turno.
Naturalmente il genitore sensato, che vede e conosce il quadro completo della situazione, può decidere in circostanze particolari (non solo se è crollato il tetto di casa o se la creatura  ha avuto un attacco di peritonite: va bene anche una uscita di famiglia decisa sull'ispirazione del momento o i festeggiamenti di un compleanno che si sono prolungati più del previsto) di giustificare la prole: se fatta con criterio e parsimonia, l'uso delle giustificazioni familiari può alleggerire una situazione che rischia di avvitarsi su sé stessa e in presenza di un impegno costante qualche occasionale giustificazioni non lascia danni né tracce.
Infine: siccome il sovraccarico di compiti si verifica in presenza di più insegnanti convinti che esista una sola materia, ovvero la loro (il singolo docente di solito non riesce a fare danni più di tanto) in certi casi è opportuno che i genitori, laddove la questione non riguardi solo due o tre singoli alunni, superata  la fase della mormorazione tra di loro, affrontino apertamente la questione ai Consigli di Classe con dolce fermezza e senza troppi proclami. Gli insegnanti naturalmente non gradiranno e borbotteranno assai peggio di pentole ricolme di stracotto, per poi lamentarsi moltissimo tra loro su questi ragazzini viziati e questi genitori che si allargano troppo, ma quasi sempre ne terranno conto, non fosse che per scansare grane future. Del tutto sconsigliabile invece scavalcare il Consiglio e andarsi direttamente a lamentarsi dal Preside, che più di tanto non può intervenire (e se lo fa se la prende solo con l'ultimo supplente arrivato, quello con la posizione contrattuale in apparenza più fragile) e di solito se la cava con un vago richiamo in Collegio Docenti dove evita con cura di spiegare quale classe si è lamentata e di quali insegnanti si sta parlando,
con grande irritazione del corpo docente e soprattutto di chi non è colpevole ma  sarebbe anche disponibile a farsi un esame di coscienza, però prima di avviare il doloroso processo vorrebbe la certezza che la questione lo riguarda.

Personalmente in classe applico molto la tecnica della contrattazione sindacale: dall'apposita colonna del registro, manuale o elettronico che sia, è facile vedere se qualche collega è, diciamo, molto assiduo nell'assegnazione dei compiti a casa e avendo di solito molte ore in una classe imparo a concentrare i compiti in certi giorni più che in altri. Soprattutto chiedo: "Come siete messi per Giovedì? VI va bene se il tema ve lo do per la settimana prossima? Ci sono problemi per Martedì, visto che avete la verifica di inglese?". Qualche moderata concessione ha spesso un effetto molto positivo sulla disponibilità degli alunni.
Va detto anche che ho un sistema di controllo piuttosto accurato e quando non mi consegnano i compiti divento una belva, ma questa è altra storia.

12 commenti:

pensierini ha detto...

Molto d'accordo con tutto, esclusa l'ultima considerazione: assegno molti compiti ma non controllo MAI che i compiti siano svolti, perché i ragazzi devono imparare da soli a sapersi gestire. A volte interrogo e spesso sui compiti a casa, di solito li sanno fare: magari li hanno copiati o li hanno svolti con l'insegnante privato, io non ho modo di determinarlo se non con la verifica scritta. In ogni caso e a coronamento del tutto, se imparano o no sono emeriti ... loro. Fine della storia. Sono stanca di fare la crocerossina di quattro sfaticati.

Kuku ha detto...

Come mai il Dirigente Scolastico ha così poco peso nel rapporto con gli insegnanti?

Betty ha detto...

Ciao,
sono mamma di tre ragazzi, due maschi oramai universitari e una liceale
Quando protestavano per i compiti delle vacanze io rispondevo così: "Se tu fossi un ragazzo del Pleistocene i tuoi compiti sarebbero cercare cibo e scappare dalle tigri con i denti a sciabola (era l'epoca de L'era Glaciale) e non potevi dire oggi non scappo perchè sono le vacanze di Natale, percò ringrazia che sei un ragazzo moderno e VAI A FARE STI COMPITI"
A parte gli scherzi ho sempre verificato che un periodo di vuoto scolastico corrispondeva a una tabula rasa al rientro, cervello ripulito da ogni dato, tutto da reinserire; io sono dalla parte dei "compitisti", qualcosa devono fare anche perchè chi di noi smette totalmente di fare qualcosa, anche nelle vacanze? Oh, se io riesco a fare millemila lavatrici, stirare e presentare puntuali pranzi in tavola riusciranno a farsi DUE OPERAZIONI DUE in quindici giorni di altrimenti nulla esistenziale, e ti assicuro che quando non fanno nulla è proprio IL NULLA, un adolescente riesce a starsene seduto per cinque ore di fila senza fare pipì e senza cibarsi ipnotizzato davanti ai social o a Netflix
ciao
Betty

Pellegrina ha detto...

Concordo in tutto o quasi, (ad esempio io passavo l’intero pomeriggio sui compiti e non andavo male, ma dovevo studiare parecchie ore per fare tutte le materie), con profonda gratitudine per la consapevolezza della necessità e giustizia del riposo e le pause strategiche e il godimento dei regali di Natale (quanti libri e quante letture e quante opere ascoltate cosi’!!!!) e avrei una proposta anticostituzionale: che fosse obbligatorio ;P fare qualche lezione a studenti e genitori su a cosa servono i compiti a casa e come farli, ovviamente quando non si è in vacanza.
Pare una stupidaggine ma riuscire a articolare il senso dei compiti in parole chiare e esplicite (cioè non « studiare » ma cosa fare e perché) riesce a spogliarli almeno in parte della valenza ingombrante e punitiva di un ordine che coarta quello che potrebbe essere tempo libero dopo una mattina di lezioni, quindi cambia la percezione e la reazione che se ne possono avere, specialmente poi quando si forniscono anche le istruzioni per l’uso.
Quello che ho sempre trovato essenziale è che i compiti si correggano e gli errori vengano spiegati. Altrimenti ci si sente presi in giro e passa ogni motivazione e ogni voglia, soprattutto si perdono le occasioni migliori per capire perché si sbaglia, quindi cosa non si sa e come rimediare.

Molto spesso quello che prevale nel rapporto tra insegnanti e allievi a scuola è un senso di colpa e di inadeguatezza variamente mascherato. Me ne sono resa conto quando avendo a che fare con studenti più grandi ponevo delle domande per capire quale livello di conoscenza avessero su certi argomenti. L’unico modo per tranquillizzarli e renderli collaborativi era rassicurarli che non intendevo dargli un voto ma avevo bisogno delle loro risposte sincere per capire come impostare il mio lavoro con loro. Non credevano ai loro orecchi e rispondevano con slancio: cambiava tutto persino il loro sguardo che diventava dritto e sincero, spesso si affezionavano a cio’ che facevano ma pure alla sottoscritta che non ha certo particolari doti didattiche benché alcuni di loro abbiano voluto attribuirgliele.
Certo la situazione e i ruoli sono molto diversi, ma questo gioco al gatto col topo cosi’ tipico della (o di una certa) scuola cattoitalica, per non parlerez dell’ansia di controllo dei genitori che devono veder obbligati i figli a tutti i costi ogni giorno a far qualcosa su ordine altrui perché solo la sottomissione fa bene nella vita, fa veramente male a tutti, non permettendo di crescere e emanciparsi. Quindi di autoregolarsi.

dolcezzedimamma ha detto...

Parlo in duplice veste, di genitore e di prof: i compiti per casa servono: servono appunto per fissare i contenuti appresi e per rielaborarli autonomamente, servono ad abituarsi al dovere quotidiano e servono per esercitarsi su contenuti più complessi. Il tutto con logica. 10 pagine di storia in seconda media sono troppe (e anche al biennio del liceo), 10 esercizi di latino con analisi ti fanno odiare la disciplina, ma se non ti eserciti a tradurre non imparerai mai e se non leggi e ripeti il re Sole rimarrà per te un illustre sconosciuto. Compiti per casa si, dunque, ma cum iudicio. I compiti delle vacanze hanno funestato le mie e quelle di mio figlio (il quale, però, ormai è bravo e le ha diluiti dopo capodanno, MA FINO ALLA SERA DELL'EPIFANIA), ai miei alunni, invece, io assegno i compiti "regolari", ma do da leggere qualcosa. Quest'anno forse ho esagerato, e ne parlerò appena avrò il tempo di scrivere il post relativo.
P.S: sei tornata a casa?

Romolo ha detto...

I compiti a casa non hanno mai ammazzato nessuno. Eppure debbo dire che ancora ricordo con terrore quelli che la suorea di mia figlia le dava durante i week end alle elementari....perché alla fine condizionavano i fine settimana di tutta la famiglia! Ora che invece l'altro mio figlio è al liceo penso che gliene diano troppo pochi: sarà un segno di invecchiamento anche questo????

Murasaki ha detto...

@Pensierini:
Io a quei quattro sfaticati insegno come usare la lingua italiana, quindi a demordere non ci penso nemmeno - e la revisione dei compiti mi è indispensabile per capire in che direzione e con quale pressione usare il Black&Decker. Se poi capita che il Black&Decker non serva più -con alcune classi può succedere - allora leggere i loro compiti diventa davvero divertente e leggero, e allora perché rinunciarci?

@Kuku:
di peso ne ha parecchio, in realtà, ma...non può impicciarsi nella didattica se non provando con la moral suasion... e la maggior parte degli insegnanti lo sa benissimo.Qualche volta ci prova con gli insegnanti più giovani per servizio, o più fragili come posizione contrattuale (supplenti soprattutto) ma quando lo fa suscita molto malumore nei docenti. Considera poi che la scuola. è un ambiente di lavoro molto particolare (forse anche perché a prevalenza femminile) e quindi molto raramente i conflitti interni vengono alla luce: si vive di mezze voci, di sussurri, di aggressività sopite...

@Betty:
La risposta ai tuoi figli è fenomenale. Di solito gli ricordo che l'alternativa alla scuola un tempo era passare quattordici ore in miniera, ma la tua è molto più carina!
Quanto alla tabula rasa, immagino che tu abbia potuto osservarla sui tuoi figli, che pure, a quel che sembra, tabularasati o meno, sono riusciti a percorerrere un decente iter scolastico visto che han continuato a studiare con un certo profitto...

Murasaki ha detto...

@Pellegrina:
Con l'andare degli anni mi sono ritrovata a parlare, sia ai ragazzi che ai genitori, della funzione dei compiti a casa - ma mai in modo sistematico e organizzato, probabilmente perché non mi piaceva l'idea di indirizzarli in modo tassativo verso un determinato metodo, anche perché ritengonche ogni cervello funzioni a modo suo e quindi ognuno deve elaborare il proprio a tentativi. Tuttavia ci sono principi e linee base che possono essere spiegate, magari in forma interattiva, ed è un argomento che non è mai tempo perso trattare - quanto meno si esercitano nell'esposizione di esperienze personali e punti di vista. Cercherò di affrontare la questione in modo più sistematico, e grazie del suggerimento ^_^

@Dolcezze:
Visto che siamo d'accordo su tutto, mi limiterò a rispondere alla domanda: no, non sono ancora tornata a casa e non ci tornerò per una decina di giorni buoni, ma sembra che i medici vedano una luce in fondo al tunnel (sperando che non sia un camion che arriva in senso inverso). Così ho deciso di farmi portare il tuo pacchetto, e stasera indosso una simpatica collana di lana 😃

@Romolo:
Un segno di invecchiamento? No, non è detto: il fatto è che voi genitori non siete MAI contenti e non sempre i vostri figli vi dicono tutta la verità, solo la verità eccetera. Ma può anche darsi, per esempio, che la classe non sia di gran livello e gli insegnanti non vogliano forzarli troppo - o, più semplicemente, che tuo figlio sia bravo e riesca a farli in fretta: la prima della mia classe al liceo studiava due ore scarse al giorno con una media del nove, con grande invidia di tutte noialtre - senza contare che i compiti, se sei allenato da un esercizio regolare vengono giù rapidi, specie in certe materie.

dolcezzedimamma ha detto...

Quindi ti è piaciuta?☺️

Pellegrina ha detto...

Lo spunto mi è venuto sotto influenza francese (a proposito, l’anonimo della « rassegna » ero io in un episodio della lotta col caput ha - a proposito anche il mio correttore lo odia: guarda un po’ come l’ha scritto). Non so se parlino di questo a scuola, ma hanno un religioso rispetto per la formazione e l’informazione, spiegare qual è il senso e la maniera di fare le cose, senza mai dare nulla per scontato. All’università, per dire, ci sono corsi di metodologia per la redazione degli elaborati, della tesi, la costruzione di un indice, lo sviluppo di un discorso e via dicendo. In libreria c’è una vasta produzione sul tema. Trovo che dia i suoi frutti, sia psicologicamente che in termini di apprendimento, almeno su di me è cosi ‘. E sanno anche evitare la pendanteria, che ovviamente detestano...

Melchisedec ha detto...

Globalmente concordo, però al triennio di un liceo non è facile limitarsi nell’assegnazione delle pagine da studiare, mentre al biennio riesco a essere più giudizioso, perché non c’è lezione di grammatica che non preveda un’ora di esercitazione in classe con l’insegnante medesimo, cioè il sottoscritto. 😃 Non tutti i compiti assegnati hanno la stessa funzione e lo stesso scopo.

Murasaki ha detto...

@Pellegrina:
Ecco, uno dei problemi dei nostri docenti di scienze dell'educazione è la loro spaventosa e devesrante pedanteria - perché ora che ci penso qualcosa sull'importanza dell'insegnare a imparare alla scuola di specializzazione ci dissero, lo ricordo bene, e del resto una delle competenze previste dalla UE è proprio quella: la consapevolezza del metodo di studio, ma anche dei criteri seduiti dall'insegnante. Non solo, sono anche cose di cui non è difficile parlare; il problema è che già alla terza frase delle loro spiegazioni io dormivo profondamente (e garantisco che dormire di giorno per me era difficilissimo prima della malattia). Detto in italiano, come hai fatto tu, è un discorso molto interessante. Grazie davvero, ne terrò conto.

@Mel:
Ritengo che, per il quarto e quinto anno, valga il discorso di Betty: ovunque e comunque i compiti li fanno, punto e basta, come tutti gli adulti svolgono quel che devono fare; quel che ho scritto vale al massimo fino al terzo anno delle superiori compreso. Poi, come usa dire a Oxford, si attaccano al treno!