Il mio blog preferito

domenica 21 gennaio 2024

Vantaggi di una didattica che si apre al territorio (con qualche piccolo svantaggio collaterale)

La giornata è di ventiquattro ore, la settimana di sette giorni.
Qualsiasi cosa possa dirne la fisica quantistica.

Tutti gli anni, ma proprio tutti, alla media di St. Mary Mead arriva la stagione delle uscite e delle attività integrative: le classi sciamano in massa verso Firenze per visitare giardini, mostre, musei e monumenti, oppure dilagano per tutta la provincia per fare trekking e visitare pure lì parchi, mostre, musei e monumenti, mentre nella scuola esperti nelle più varie discipline vengono ad elargirci il loro sapere, il tutto nell'ambito di progetti dai nomi creativi e a volte anche un tantino demenziali, tipo LavoriAMO la terra che sta ad indicare l'onesta e rispettabile lavorazione dell'argilla, si suppone fatta con particolare amore - per tacere delle varie gare sportive dei Giochi della Vallata e di sicuro sto dimenticando qualcosa.
Organizzare le sostituzioni diventa un incubo, riuscire a infilare un innocua prova scritta di inglese  in un giorno in cui siano presenti sia la classe che l'insegnante di Inglese è un gioco a incastro, torme di alunni vagano da un capo all'altro della scuola impegnati nelle più strane attività e tutti gli insegnanti deprecano e si lamentano: ci sono troppi progetti, ce li hanno imposti dall'alto, non è possibile che non ci sia più una mattinata tranquilla, ma a cosa servono tutti questi progetti, non è giusto, dovevamo opporci, dobbiamo difendere il nostro tempo-scuola, ma l'anno prossimo sapremo farci valere, perché davvero non si può campare così, com'è possibile che ci piova addosso tutta questa roba e noi non ne sapevamo niente?

Ma proviamo a tornare indietro nel tempo, per esempio all'inizio dell'anno scolastico.
"Io faccio solo i Giochi della Vallata, il corso di nuoto e il torneo di minibasket. Poi, naturalmente, c'è il corso di educazione stradale e quello di Primo Soccorso" espone Scienze Motorie col suo fare modesto&elegante.
"Io quest'anno non volevo fare granché, solo il corso di cibernetica, le decorazioni di Natale con la stampante 3D e una visitina al Museo delle Scienze" spiega Tecnologia con fare dimesso.
"Potrei fare il murales" mormora Arte sovrappensiero "Poi c'è la mostra di Tiziano, la visita al laboratorio delle Belle Arti e magari qualcosina per la Giornata contro la Violenza sulle Donne" per poi farfugliare vagamente qualcosa sulla rielaborazione del simbolo della pace (che quest'anno, ahimé, si presenta particolarmente attuale).
"Noi di lingue niente, solo una visita di esperti di cultura spagnola, le solite certificazioni Trinity e Dole per le Terze, una visitina all'Hard Rock Cafè dove ci fanno un concertino... sì, forse anche un lavoro per Halloween e per il Dia de los muertos".
"Noi li portiamo a Roma al Senato, poi un giro della Firenze medievale, e un'attività a Palazzo Vecchio... C'è anche quell'attore che recita Boccaccio, ci fa preparare uno spettacolo. Poi naturalmente ci sono i Cento Canti di Dante, andiamo a farli a Santa Croce ma prima viene un attore a scuola a prepararli..."
"Noi abbiamo chiesto al Comune di St. Mary Mead di ripristinare i Viaggi della Memoria, ci faranno sapere..."
"Io li porto al Museo delle Pietre Dure"
"Io al Planetario, poi c'è il Museo della Matematica"
"C'è l'Open Lab al Polo Universitario di Sesto Fiorentino"
"Una visita alla Sinagoga di Firenze"
"Stanno restaurando il Duomo, possiamo salire sulle impalcature a guardare gli affreschi da vicino"
"C'è uno spettacolo tratto dai racconti della Resistenza"
"La Mostra del Libro, naturalmente"
"Quest'anno volevamo fare l'orto sotto la supervisione di un esperto della Forestale"
"Un lavoro sull'adolescenza, c'è la cooperativa Nuvole Bianche che fa delle cose molto interessanti".
"Il laboratorio sugli alberi, ci fanno fare anche le poesie haiku".
"Vengono i Carabinieri per la Legalità".
"C'è una ragazza molto brava che fa delle letture di Calvino".
"Il laboratorio sulle favole".
"Ah, io quest'anno niente, faccio solo il corso in dieci lezioni sul Viaggio"
"Noi partecipiamo al concorso Chi sono? Dove sono? E qual è il mio codice fiscale?,si fa un lavoro sull'identità personale e si preparano dei disegni"
eccetera eccetera eccetera.
Poi prepariamo l'elenco delle attività e lo consegniamo in Segreteria. Nel frattempo...
"C'è un gruppo che lavora sulla Pet Therapy. E' piuttosto caro, ma ci fanno sei lezioni. Lo accendiamo?"
Si alza un unanime coro di gioiosi squittii: "Wow, la Pet Therapy a scuola! Meraviglioso, non possiamo sopravvivere un giorno di più senza la Pet Therapy!"
"C'è la mostra sul razzismo"
"Ci hanno segnalato un magistrato in pensione che fa interventi sulla Costituzione".
"Magnifico!".
"Il Comune ci ha offerto di assistere a una seduta del Consiglio Comunale".
"Splendido!".
"L'associazione 'Viva le nutrie' si offre di venire a parlare della bonifica dei fiumi".
"Io! Io! Lo voglio io!". "Anch'io!".
"Conosco un negozio artigianale dove mostrano come si fabbrica la carta".
"Ganzissimo!".
"C'è la Spezieria di Castelnuovo che è diventata un museo, ci fanno anche vedere come lavoravano la cera".
"Grandioso!".
Potrei continuare per molte pagine ma mi fermo qui per pietà verso chi legge.

E arriva inevitabilmente il giorno in cui la lezione-concerto, la pet therapy e l'intervento dei Carabinieri sulla legalità si intrecciano in un groviglio all'apparenza inestricabile e trasformano la verifica di inglese in una sorta di Mission Impossible.
A quel punto ricomincia il lamento "Ma tutti questi progetti, perché li facciamo?"
"Ce li hanno imposti dall'alto. Non se n'è mai parlato, a adesso arrivano quelli con il laboratorio degli alberi e la gita nel bosco. Chi li ha chiamati?".
Li abbiamo chiamati noi, solo e soltanto noi. Di nostro libero genio, talvolta pure dopo un minuzioso lavoro di ricerca e di spulciatura.
Che, sia chiaro, nessuno ci ha imposto. Esistono infatti anche alcuni esponenti della categoria "No, io non faccio nulla". Tuttavia, anche se in effetti non organizzano nulla anch'essi svolgono un prezioso lavoro di accompagnamento nelle uscite e di sostituzione degli assenti.
Insomma, nessuno è innocente. 

sabato 6 gennaio 2024

La Befana con la coda


 Quella posta dalla bella micia qui ritratta in versione Befana è una domanda antica, e tutti noi ce la  siamo posta, talvolta con grandissimo malumore, ma non abbiamo mai trovato una risposta valida.
Quest'anno tuttavia la Befana è stata un po' meno avida del solito, e di feste ne ha lasciata una: una piccola Domenica di comporto che si rivelerà molto preziosa per tutti noi insegnanti che avevamo grandi progetti lavorativi per queste vacanze ma che poi ci siamo lasciate distrarre da feste, panforti, pandori e tacchini ripieni, dai libri che ci hanno e che si siamo regalati, dalle serate con parenti e amici e via dicendo, e che a conti fatti abbiamo ancora tantissime cose da fare e probabilmente non le faremo tutte nemmeno domani.
Auguri a tutti i colleghi pigri come me e a chiunque passi o non passi da qui.
E a tutti i gatti, naturalmente.

venerdì 5 gennaio 2024

Leggere, forte! - 3 - Un libro per tutti, tutti per un libro

Quest'anno la Terza Sfigata dispone di un Consiglio di Classe davvero sontuoso: oltre ai consueti insegnanti delle consuete materie contiamo infatti ben due insegnantesse di sostegno, e altrettante di Potenziamento*: una di loro lavora con Tecnologia e Arte e fa l'ora di Alternativa, mentre l'altra è la professoressa Ghirlandai, stimata collega di Lettere che quindi lavora con me, le rare volte che ne ha l'effettiva opportunità.
Inoltre i due Sostegni sono una di Lettere e l'altra di Inglese, senza contare che quella di Inglese, non so quando e dove ma comunque in tempi recenti, ha fatto un corso assai specialistico sul mitico progetto Leggere, forte! 
Come ho già raccontato, il progetto Leggere, forte!, nato per le elementari e poi esteso alle medie, ha lo scopo di promuovere la lettura collettiva ai ragazzi dell'intero Consiglio.
Dopo le esperienze piuttosto positive dell'anno scorso, quando in verità avevo letto quasi sempre io sola, ho pensato di tentare una versione più collettiva: fra tredici docenti tredici era ben possibile che qualcuno fosse disponibile a collaborare. Così, già al primo Consiglio di Classe dell'anno, provai a proporre la questione con bel garbo: l'esperienza era piaciuta ai ragazzi, c'era qualcuno disponibile, fermo restando che la partecipazione doveva essere del tutto volontaria perché ogni docente è padrone di disporre come meglio crede delle sue ore e nessuno si doveva sentire obbligato, e naturalmente capivo bene che soprattutto per chi aveva poche ore poteva essere un problema e bla e bla e bla.
Hanno accettato tutti, come un solo insegnante.
Magnifico!
Adesso si trattava solo di trovare il libro giusto: doveva essere un libro non troppo lungo né troppo corto, che si sapeva già per certo che piacesse ai ragazzi e che non avesse illustrazioni e... qualcuno offriva dei suggerimenti?
Ne ho raccolti diversi, che ho ponderato con attenzione. Mi aveva particolarmente colpito quello della prof. Regale di Potenziamento che mi descrisse la gran fascinazione che aveva esercitato su una classe il romanzo autobiografico di Liliana Segre Fino a quando la mia stella brillerà.
Ammetto che avevo sperato in una storia a base di draghi, ma là dentro la vera esperta di letteratura draghesca sono io, e anche se coltivo da tempo il sogno di leggere a qualche Terza A me le guardie di Pratchett mi rendevo conto che era un po' lunghetto e prenderlo come primo esperimento di letteratura collettiva poteva non rivelarsi una grande idea, anche perché alla maggior parte del mio Consiglio i draghi non interessano né tanto né poco.
Il libro di Segre presentava invece un sacco di buoni argomenti a suo favore: prima di tutto affrontava la spinosa questione dei campi di concentramento, che è solita piombare in Terza fra capo e collo alla fine di Gennaio, ovvero in un momento in cui a Storia stiamo a pasticciare con le guerre in trincea e insomma tragedie di qua, tragedie di là e tragedie pure in mezzo e d'accordo che ai ragazzi di quell'età piacciono le emozioni forti, ma si finisce per fare confusione, secondo me, e d'altra parte a tutti farebbe gran piacere che l'Armata Rossa fosse riuscita ad aprire i cancelli di Auschwitz a metà Aprile dell'anno prima, ma insomma ognuno fa quel che può e loro nell'Aprile del 1944 erano impegnati da tutt'altra parte.
Invece in quel modo i ragazzi sarebbero già stati preparati ad affrontare la questione, che non rischiava di confondere nessuno perché sul momento noi stavamo a parlare di Carbonari e Restaurazione, e confondere tutto ciò con i campi di concentramento non era davvero possibile.
Inoltre il libro di Segre non è troppo lungo né troppo corto, si spolpa in poche settimane ed è diviso in tanti comodi capitoletti perfettamente segmentabili in sessioni di venti-trenta minuti; e soprattutto non parla solo dei campi di sterminio, ma descrive molto bene il processo con cui una bambina ricca e fortunata, cresciuta tra tutti i comfort dell'epoca (abbastanza lontana dal nostro mondo per presentare un certo fascino storico) si ritrova gradualmente trasformata in una nemica della razza italiana da votare allo sterminio nonché i problemi dei sopravvissuti a rientrare nel mondo "normale", e andava bene spezzarlo in piccole tranche perché in dosi massicce sarebbe risultato troppo pesante da digerire ad un giovine stomaco - meglio usare una più insinuante omeopatia, che entra con bel garbo nelle fibre dell'organismo per restarci, per tacere dei vantaggi dell'identificazione che inevitabilmente i suoi quasi coetanei avrebbero provato per lei.

Una volta scelto il testo, con l'orario di classe alla mano, costruii una perfetta scansione dove ogni giorno per quattro settimane i ragazzi avrebbero avuto la loro pastura e ogni insegnante aveva un numero di letture proporzionato alle sue ore*, sostegni compresi. Per me, in qualità di insegnante di Storia, tenni i capitoli più drammatici, quelli dentro Auschwitz, condivisi con il Sostegno di Lettere, ancora agli inizi della carriera ma che un giorno probabilmente non lontano insegnerà anche lei Storia. La lettura conclusiva sarebbe stata il giorno prima del ponte dell'Immacolata.
Ho così imparato il vero motivo per cui Leggere, forte! è un pprogetto che funziona meglio alle elementari: lì molto banalmente, il Consiglio di Classe è composto da tre o quattro insegnanti e dunque il numero di inconvenienti è necessariamente ridotto, salvo casi singolarmente sfortunati. Insomma, per lo stesso motivo per cui è più difficile organizzare le nozze della regina d'Inghilterra che una cena con quattro amici.
Primo Inconveniente: Arte era lì che voleva e non voleva e le tremava un poco il cor perché in quei giorni era impegnata in non so quale progetto e non sapeva come avrebbe reagito la classe... L'ho dovuta lisciare un po', spiegandole che avevo deciso di assegnare proprio a lei quei capitoli perché erano una introduzione un po' incantata sui ricordi dell'Infanzia Perfetta***. Alla fine l'ho commossa e il giorno dopo ha letto.
Secondo Inconveniente: avevo tre copie del libro, prese alla biblioteche comunali. Di due edizioni diverse, ma di formato molto simile. Al terzo giorno Sostegno Inglese mi ha spiegato che le pagine non coincidevano e che lei non sapeva cosa doveva leggergli la mattina dopo. Le mie istruzioni non citavano i capitoli, davano solo il numero delle pagine.
Così ho riscritto tutto, con i titoli dei capitoli, deprecando la mia idiozia: nemmeno non avessi mai preso in mano un libro e non sapessi che con le varie edizioni cambia anche la numerazione delle pagine.
Terzo Inconveniente: arriva il prof. Jorge "Ho visto il file che ci hai mandato, sono contento di partecipare al progetto. Soltanto volevo sapere: chi devo far leggere?".
Pace all'anima sua, siamo stati per almeno mezz'ora in Consiglio a spiegare che il progetto consiste nel far leggere gli insegnanti, e l'esperta ha spiegato nel dettaglio come andavano distribuite le quote di lettura. E tu dov'eri?
E' cosa nota in effetti che ai Consigli Jorge non sempre ascolta, e con gli anni il problema si è accentuato. Ma benedetto te, hai pure accettato quando ho chiamato il tuo nome, e senza far storie o chiedere niente. Ti sembra serio alla tua età accettare le cose senza chiedere di che si tratta?
"Ehm. Dovresti leggere tu" ho spiegato, consapevole che lo stavo sprofondando in un doloroso stupore. Pare che poi non abbia letto nemmeno male.
Quarto e Quinto inconveniente: in quelle settimane abbiamo avuto uno sciopero, cui hanno partecipato anche i custodi e dunque nessuno è entrato a scuola, e pure la matinée al cinema, tutta la scuola media di St. Mary Mead e tutta la scuola di Crifosso, come l'anno scorso. Le letture di quei giorni hanno dovuto essere ridistribuite in corsa.
Sesto Inconveniente: ben due colleghe si sono ammalate in giorno della lettura e han dovuto essere sostituite ancora più in corsa (per fortuna abbiamo due insegnanti di Sostegno).
Settimo inconveniente: Tecnologia arriva spiegandomi che la classe aveva insistito per avere altri capitoli, e lei glieli aveva letti. 
Averne, di inconvenienti così. Con grande soddisfazione ho ristrutturato i giorni seguenti. E' successo anche altre due volte, e ogni volta i lettori sono stati molto lusingati e io ben lieta di ristrutturare il piano.
Ottavo Inconveniente: mentre preparavano gli zaini per uscire Marian ha chiesto "Come mai oggi non abbiamo letto?".
"Perché toccava a me e me ne sono platealmente dimenticata" ho confessato sentendomi eccezionalmente idiota. Ecco cosa succede a preoccuparsi troppo delle letture degli altri: si finisce per saltare il proprio turno. Pensare che giusto il giorno prima ero rimasta nell'aula qualche minuto di più appunto per provare la lettura e avevo messo amorevolmente il libro nell'armadio, col suo ben segnalibro.
Ho rimediato la mattina dopo e siccome per tre giorni di fila si leggeva nelle mie ore è bastato spezzare la sequenza dei capitoli e ricomporla allungandola un po'.
Nono Inconveniente: la mattina in cui la prof. Ghirlandai doveva leggere non è venuta in classe perché impegnata in una sostituzione. Così ho letto al posto suo, ma mi è dispiaciuto, e anche a lei.
Decimo  (e ultimo) Inconveniente: si presenta la prof. Spini col capo coperto di cenere per confessarmi che anche lei si era dimenticata di leggere, persa in non so quale avvincente esperimento di Scienze e promettendomi che sarebbe stata due ore sui ceci per penitenza, ma potevo per favore leggere io nelle mie ore per quel giorno?
Siccome l'orario ci favoriva, è bastato scambiarci i turni per quel giorno e il successivo.
Undecimo Inconveniente: vivaddio si è dimenticato di arrivare. Avrà avuto un impegno.

Ammetto di aver trovato il tutto molto più faticoso di quando avevo letto da sola, ma la classe ha partecipato con grande interesse, ci ha tempestato di domande e ha vissuto il tutto con grande piacere. Che bello quando il cliente è soddisfatto.
Così ho deciso che l'esperimento andava ripetuto, anche se stavolta non era necessario che leggessimo proprio tutti; e prontamente Tecnologia è arrivata con un altro libro che le sembrava molto adatto (e secondo me lo è), ma è di una tipologia completamente diversa e...
Febbraio ci aspetta con nuove esperienze.

* una strana roba nata ai tempi del governo Renzi per cui ci sono dei docenti aggiuntivi che aiutano gli insegnanti curriculari, in teoria curando specifici progetti. Sembra una buona idea, vero? Peccato che vengano regolarmente usati per le supplenze, soprattutto quelle che arrivano all'improvviso la mattina alle otto, e che quindi i loro progetti vengano condotti a pezzi e bocconi.
** come mi aveva spiegato la collega che aveva fatto il corso su Leggere, forte!
*** che poi era la pura verità: la prof. Olivieri ha una voce leggera, vagamente sognante e lei stessa sembra uscita da un quadro di Botticelli.

lunedì 1 gennaio 2024

Felice 2024!

Nina Ustinoff

 Per l'anno nuovo auguro a tutti tanta felicità,
unita all'intelligenza della volpe,
alla prudenza del serpente
e alla semplicità e dolcezza della colomba 
- tutte qualità assai utili 
per il conseguimento della felicità.

E a proposito di colombe,
ecco una bella colomba della pace in versione natalizia
E il serpente?
Niente serpenti quest'anno. 
Ma a Febbraio arriva l'anno del Drago di Legno Verde,
magari è disponibile a dare una mano...

domenica 31 dicembre 2023

Il 2023 sta finendo...


 E' ormai tempo di spalmare tartine.
Il fagiano alla Marengo sta dorando in pentola,
il soffritto per le lenticchie sta dorando pure lui,
i ravioli riposano in attesa di finire in pentola,
la padrona di casa stappa la prima bottiglia per le gentili amiche che sono venute ad aiutare (ma soprattutto a spettegolare), 
per fortuna il dolce lo portano gli ospiti.
C'è la tavola da sgomberare per apparecchiare a dovere.
Dove sono finite le perle dorate?
I piatti rossi sono asciutti?
Mettiamo due calici o tre?
Le solite Grandi Domande.
Intanto brindiamo.
Felice ultima notte dell'anno a tutti!


Il divario generazionale (post confuso e inconcludente ma scritto con tanto sentimento)

I ragazzi di oggi non sono strani, sono solo un po' imprevedibili

Ho cominciato a insegnare quando avevo trentotto anni. Tra me e i miei alunni c'era una generazione abbondante* ma all'epoca ero più giovane di buona parte dei genitori con cui parlavo. 
Conoscevo molte delle loro letture, abbiamo vissuto insieme la seconda parte, quella più drammatica, della saga di Harry Potter e con loro ho parlato dei film del Signore degli Anelli. Ho condiviso anche una parte dei manga che leggevano; guardavano Inuyasha, Ranma e Gundam che era finalmente ritornato sugli schermi dopo una lunga serie di diatribe legali; ci scambiavamo battute sui Super Sayian. Conoscevo le canzoni che ascoltavano.
Non ero una di loro, naturalmente, e non ho mai cercato di esserlo, ma eravamo relativamente vicini. In tanti non avevamo il cellulare. Gli davo consigli su come navigare in rete - questo, in effetti, lo faccio ancora. Il canone della letteratura era ancora quello con cui ero cresciuta io.
Gli anni sono passati. Le canzoni che girano oggi non le capisco più - credo sia un fatto genetico, la musica si evolve e le frequenze cambiano, anche i miei facevano fatica a capire perché certe musiche mi piacevano, e non per partito preso. I classici per ragazzi dell'Ottocento non fanno più parte delle letture quasi obbligatorie i bambini, i mangaka hanno cambiato tratto e solo di recente mi ci sto riconciliando (in compenso è diventata estremamente di moda la favola dello Schiaccianoci, tanto che l'immane quantità di principi Schiaccianoci che ho trovato in giro questo Natale mi ha quasi dato il rigetto). Il cambiamento è arrivato gradualmente ma me lo sono trovato davanti con più evidenza dopo quel gruppo di anni che per me comprende prima la mia malattia e poi il tempo della pandemia.
In mezzo a questo gruppo di anni ci sono state anche altri fattori: la guerra in Ucraina, che ha cambiato il modo di vedere il mondo, le alleanze e perfino gli eserciti, ma anche il tema dell'ecologia - che siamo d'accordo che circolava già quando facevo le elementari, ma che adesso ha una presa molto diversa - per esempio un gruppo non minimale nella Terza Sfigata è vegano e i ragazzi sanno una infinità di cose sulle tematiche ambientali e sulla transizione energetica.
Questo influisce anche sui programmi: è diverso l'approccio alla geografia ma anche il modo di interpretare la storia, e non solo quella dell'ultimo secolo; il canone letterario sta scivolando in direzioni imprevedibili - e non parliamo della mitica questione dell'LGBT+, dove sono ben più istrutti di me, laddove fino a pochi anni fa mi ritrovavo a spiegare pazientemente a taluni che essere gay non era una malattia né una criticità. Inoltre la disastrosa esperienza del lockdawn ci ha assai più informatizzati, accelerando molto un processo che era già in atto da diversi anni.
Concludendo questa colossale vasca di acqua calda, dopo vent'anni passati a dire che in sostanza non vedevo tutta questa differenza tra le nuove generazioni e quella in cui ero cresciuta io, adesso la differenza la vedo eccome. Probabilmente è stato un progressivo scivolare che i due anni della malattia, in cui ho avuto una strabordante quantità di tempo per pensare ai massimi sistemi, mi hanno aiutato a mettere a fuoco, ma ci sono stati anche dei discreti scossoni dal mondo esterno.
E poi ci sono stati anche gli anni che passavano: quando sono salita in cattedra per la prima volta avevo smesso di studiare da pochi anni (mi sono laureata con comodo, ma poi ho anche fatto due anni di scuola archivistica). Adesso sono quasi venticinque anni che insegno e più di quindici che ragiono sul fatto di fare l'insegnante da questo blog; quando ricordo i tempi andati in cui ero alunna di solito esordisco con un "quando facevo questo e questo, cinquant'anni fa, era tutto diverso" per poi partire con i racconti accanto al fuoco e un nemmeno tanto vago tono da "tanto tempo fa, in una galassia molto lontana".

In mezzo a tutto questo, com'è cambiato il rapporto con i ragazzi?
Sostanzialmente in meglio - anche perché quando gli anni passano, si portano dietro anche quella santa cosa che è l'esperienza, che è sempre un grande aiuto per chi insegna, e quindi se una situazione si presenta all'apparenza nuova, ho comunque un archivio ormai abbastanza ricco da consultare. Nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, ma con l'andare del tempo ogni fiume presenta qualche tratto di somiglianza con altri fiumi conosciuti e anche se sei cambiato, da ognuno di quei fiumi hai imparato qualcosa - almeno, si spera. Dopo la malattia sono diventata molto più scivolosa e ho imparato molto sull'arte di ammorbidire il terreno prima di intervenire. Inoltre il fatto di avvertire i ragazzi come ormai tanto diversi da me mi ha reso molto più prudente ma anche più pronta a cogliere le atmosfere. 
Come si gestisce una classe di cui potresti essere la nonna? Molto semplicemente si fa la nonna. Le nonne, è noto, sono diverse da te ma sono indulgenti e comprensive e sanno tante cose (non tutte, certo. Ma nessuno sa tutto, giovane, vecchio o mezzano che sia). Inoltre i nonni hanno una loro autorità tutta particolare, un po' diversa da quella dei generici adulti
Per loro sono diventata una figura fuori dal tempo. La loro vita non sarà con me, sarà con i loro compagni o con chi ha l'età dei loro genitori. Io sono una specie di terra franca con cui possono essere sé stessi senza preoccupazioni. I nostri mondi sono diversi, ma possiamo sempre incontrarci in molti punti, e io so raccontare un sacco di storie che loro non conoscono.

In sintesi, come si gestisce il divario generazionale?
Non si gestisce, si vive. Si prende atto che le cose sono diventate diverse ma senza cercare di cancellarle, queste differenze, e senza cercare di forzare nessuno in un canone che non funziona più.
Poi ci sono i pronomi, certo. Le nuove generazioni devono, anche loro, soprattutto loro, saperli usare bene. C'è l'ortografia, che un po' sta cambiando ma non quanto credono loro - per lo meno, non ancora. E ci sono anche gli inevitabili cambiamenti lessicali e pure grammaticali che ci ricordano che magari l'Italia è un paese in decadenza (ma chissà, lo siamo già stati tante e tante volte...) però evidentemente è vivo e lotta insieme a noi, visto che la lingua cambia.**
E poi, da chi è diverso da noi, c'è sempre tanto da imparare. Vale per me e vale per loro.
Buon anno a tutti, e possano gli inevitabili e spesso auspicati cambiamenti essere positivi per tutti.
"Little Balls of Purr" by Dragarta.
(sì, mi identifico molto con la Nonna Draga)

* o forse due, adesso le calcolano in modo diverso, dieci anni invece di venti, mi sembra.
** fermo restando che, cambiamento linguistico o no, i pronomi s'hanno a usare bene per riuscire a farsi capire.

venerdì 29 dicembre 2023

In ciabatte nel locale (di nuovo sull'abbigliamento decoroso da indossare a scuola)

La questione di come debbano vestirsi gli alunni per venire a scuola è assai antica e ogni anno che passa mi ritrovo a prenderla sempre meno sul serio.
Sonvi infatti taluni che ritengono che le fanciulle debbano portare solo vestiti inadatti a suscitare il più vago desiderio carnale nei loro compagni di classe onde non distrarli dalle nostre belle lezioni con pensieri impuri - ma a me sembra che chiunque dei miei alunn* sarebbe capacissimo di distrarsi anche se intorno a lui vi fossero solo fanciull* vestit* di sacco, e dunque tanto vale.
Essevi pure altri che deprecano abbigliamenti che scoprono troppa carne, anche se la carne che scoprono è quella dei piedi in estate, e le ciabatte vengono grandemente censurate come esempio di deplorevole straccuraggine. Non io, che depreco invece con forza che in certi periodi la temperatura delle aule sia troppo alta, e quella sì che distrae, e parecchio.
Altri deprecano i vestiti troppo costosi - non io, che non conosco una firma che sia una e distinguo solo tra vestiti che mi piacciono e indosserei pure io volentieri (pochissimi) e tutti gli altri, che sopporto con cristiana rassegnazione nonostante cristiana non sia.
Di fatto l'unica cosa che mi interessa dell'abbigliamento dei miei alunni sia che li metta a proprio agio e li lasci liberi di concentrarsi (se proprio non hanno niente di meglio da fare) sul processo di apprendimento. Anzi, ho finito per sviluppare una teoria, che mi guardo bene dall'esternare ai colleghi per non essere presa a sassate, secondo la quale un abbigliamento informale abbia in sé una valenza educativa perché a scuola non si viene per essere in un dato modo, ma per essere sé stessi o comunque proiettare l'immagine che in quel momento ci sembra la nostra e ci aiuta a crescere.
I miei colleghi sembrano convinti che la scuola sia un posto da rispettare; io invece coltivo la stravagante opinione che sia la scuola a dover rispettare i ragazzi consentendogli di essere il più possibile liberi in un momento in cui sono occupati nel lavoro tanto complesso quanto delicato di formarsi. Insomma, per me la scuola è un laboratorio alchemico che deve lavorare con tutti gli elementi che ha a disposizione, e se c'è l'atmosfera giusta il processo avverrà.
Ognuno ha le sue illusioni, la mia è questa; di fatto, so benissimo che il processo avviene nonostante tutto e sperare di poterlo guidare è pura follia perché ci sono troppi elementi in gioco.

Tuttavia mi rendo conto che negli ultimi anni sono cambiate molte cose, soprattutto a causa della pandemia che ha dato una bella scossa a tutti, e non solo in senso positivo.
Molti insegnanti si sono lamentati durante la Didattica a Distanza che taluni alunni assistessero alle lezioni in pigiama e perfino (orrore!) facendo colazione. Io non lo trovavo poi molto strano perché erano a casa, e l'unico vero motivo per cui durabnte la lezione non facevo colazione nemmeno prendendo il caffè era che tutte le mie energie ed entrambe le mani erano impegnate nel duro lavoro. Quando invece seguivo le riunioni on line mangiavo eccome, coccolavo i gatti, e facevo un bel po' di altre cosette - non per questo non seguivo, esattamente come il fatto di stare spolverando o stirando o cucinando non mi impedisce affatto di ascoltare una qualche conferenza o concerto alla radio o su YouTube, che anzi mi intrattiene più o meno piacevolmente allietando quei momenti di lavoro meccanico che sono un po' una palla.
Comunque sia mi rendo conto che associare la scuola al pigiama può essere pericoloso; d'altra parte quella disgraziata esperienza ha finito col portare la scuola nelle case, e anche per altri versi le case nelle scuole. Pigiami e caffellatte compresi.

Una mattina Pisola mi dice trionfante "Prof, oggi sono venuta a scuola in pigiama!".
Occupata a compilare il Malefico Registro Elettronico le lancio uno sguardo distratto. Indossava una felpa con pantaloni a ciliege (o forse erano orsacchiotti?).
"Oh?" commento svagata "Hai un pigiama molto carino, complimenti".
Era davvero un pigiama? Non ne ho la minima idea. Signori, era una felpa in pendant con i pantaloni. Forse un attento esame mi avrebbe disvelato l'arcano. Forse. Anch'io ho una felpa a renne e stelle, comprata per dieci euro a un banchetto e che porto come giubbino in casa quando fa fresco, come giubbino a scuola e altrove quando comincia a non fare più molto fresco e il piumino diventa pesante, e che talvolta ho usato anche come giacca da pigiama - e non credo di essere l'unica creatura a fare ciò.
Sono passati vari mesi, ho indossato la passata con le renne per le due settimane prima delle vacanze di Natale (levandomela solo quando sono venuti dall'Associazione Deportati a parlarci dei campi di sterminio) finché un giorno Bagheera mi ha chiesto se anche gli alunni potevano portare addobbi natalizi tra i capelli sotto Natale.
"Certo che sì" ho assicurato "L'ultimo giorno di scuola vale tutto". E in effetti l'ultimo giorno dell'anno scolastico e quello prima delle vacanze di Natale a scuola si vede di tutto e di più, e non soltanto a St. Mary Mead, dove ricordo che un anno abbiamo avuto anche dei re. Del resto, quando a scuola ci andavo come alunna, usava andare in costume l'ultimo giorno di Carnevale (a Natale vestivamo normali, ma penso dipendesse soprattutto dal fatto che non c'erano berretti con le stelline né passate con le corna di renna e nemmeno orecchini a forma  di addobbi natalizi, di cui ho un vasto assortimento accumulato negli ultimi quindici anni e che sfoggio a partire dal 1 Dicembre). Quello adesso non si fa più, ma negli anni Carnevale è molto cambiata ed è ormai riservata esclusivamente ai bambini più piccoli.
Mi raccontano una strana storia dell'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso, quando la prof. Spini, all'epoca VicePreside, mandò via i ragazzi che erano venuti in ciabatte impedendogli di entrare.
Sarà vero? Mi suona strano, perché rifiutare l'ingresso di un minore a scuola è una di quelle responsabilità che nessun insegnante si prende a cuor leggero. L'unica possibilità di verificare sarebbe chiederlo direttamente alla prof. Spini, e se me ne ricordo un giorno lo farò; l'anno scorso l'ultimo giorno di scuola non ero in servizio alla prima ora ma ricordo che le poche ore della giornata scolastica furono passate all'aperto, dove le ciabatte non erano poi così fuor di luogo - e vista la temperatura di quel giorno, nessuno poteva ragionevolmente prevedere che le avremmo passate a bollire all'interno dell'edificio.

Così, visto che eravamo in argomento, una volta di più ricordo ai miei amati alunni che la legge, in materia di abbigliamento, è molto lasca quando non si fa un lavoro che richieda una divisa - per esempio negli ospedali o nella polizia.
"Ma ci hanno detto che il regolamento di scuola dice..."
"Non so cosa dica il regolamento della scuola, ma personalmente sospetto che qualsiasi regolamento di scuola sull'abbigliamento possa essere impugnato al TAR con esito praticamente sicuro, e per questo motivo i proclami sull'abbigliamento a scuola abbondano, ma non si arriva mai a nulla di fatto".
"Ma per esempio: perché non possiamo venire a scuola in pigiama?"
"In teoria credo che si possa"  azzardo domandandomi in cuor mio che accidente di tarantola possa mordere qualcuno per spingerlo a sì curiosa scelta per l'outfit.
"Pisola l'ha fatto" ricorda qualcuno.
Pisola il giorno di questa insolita conversazione però non era presente a scuola, e dunque non poteva né confermare né negare.
"Ha detto che era in pigiama" ho ammesso "Ma lo era davvero? Alla fine, era una felpa con i pantaloni che facevano pendant. Siamo sicuri che fosse un pigiama? Come faccio a distinguere con sicurezza quella tenuta da un pigiama?".
So che c'è la questione dei bottoni, mi pare che nel caso di un pigiama siano a destra (o a sinistra?). Ma, di nuovo, molti pigiami non hanno bottoni di sorta, e molte felpe nemmeno.
I ragazzi si guardano intorno. In classe le felpe abbondano, per lo più di toni scuri, ma ne abbiamo anche di decorate a vivaci disegni.
"In effetti" ammette qualcuno "Oggi i vestiti sono tutti uguali".
Non è esatto: i vestiti oggi sono diversissimi; ma il concetto di base era valido: la maggior parte dell'abbigliamento, soprattutto di quello per ragazzi, naviga in una zona grigia. Anche in modo all'apparenza insospettabile: molte delle alunne dell'attuale Terza Sfigata vengono a scuola con un toppino che scopre parte della pancia - e che è fatto con un tessuto che ai miei occhi è quello delle camiciole. Sì, proprio quelle che si portano sotto i vestiti. O che si portavano, chissà.
"Quindi, meglio non farsi troppe domande" taglio corto prima di fargli tirare fuori il libro di Storia.
E nell'attimo prima di avvisarli di andare alla pagina della Guerra di Secessione mi vengono in mente le mie scarpe.
Per molti anni mi sono gloriata di portare le uniche scarpe di cuoio della classe, e talvolta anche del Consiglio di Classe; e tuttavia tre anni fa ho scovato un paio di "scarpe" assai comode con la suola di gomma, l'interno imbottito di pelo artificiale, senza tacco e scamosciate all'esterno. Le porto, grosso modo, tra Novembre e Marzo e ne ho anche una versione da casa, che porto molto più di rado perché in casa di solito d'inverno fa più caldo che fuori.
E' un modello che va parecchio, in questi anni, e ce ne sono di tantissime qualità e colori.
Di fatto, sono delle pantofole alte.
E sì, le ho comprate in qualità di scarpe. Intendo dire, nella vetrina erano posizionate tra le scarpe, il vasto assortimento di pantofole di cui disponeva il negozio era posizionate nella vetrina accanto.
Ci vado anche a scuola?
Ma certo che ci vado a scuola, le ho comprate soprattutto per quello.
E non solo nessuno ci ha trovato niente da ridire, ma anzi parecchie colleghe me le hanno assai lodate trovandole carinissime.

Ad ogni modo faccio abbastanza spesso un approfondimento di storia dedicato al cambio dell'abbigliamento durante la rivoluzione francese, quando gli uomini improvvisamente cominciarono a vestirsi solo con pochi e scuri colori e, per un breve periodo, i vestiti da donna erano più semplici e comodi di quelli degli uomini. I tempi di Lord Brummel, per intendersi.
Il quale Lord Brummell di sicuro avrebbe disapprovato con tutte le sue forze l'idea di venire a scuola in pigiama, e forse anche di venire alla scuola pubblica inclusiva.

martedì 26 dicembre 2023

Il Natale si addice ai re (e agli imperatori, anche)

In questo autenticissimo & assai filologico dipinto dell'epoca si illustra una festa 
molto importante per re Artù: il Natale.
Da notare come all'epoca non vigesse la sfida tra pandoro e panettone perché i cavalieri della Tavola Rotonda prediligevano già allora il tipico dolce di Natale inglese.

Il 25 Dicembre è la data in cui ogni buon medievista festeggia gioioso l'anniversario dell'incoronazione di Carlo Magno a imperatore, avvenuta in quel di Roma e che ha dato il via alle incoronazioni imperiali come siamo abituati a immaginarle.
Se pure è teoricamente possibile che in quella cerimonia ci fosse una parte di improvvisazione - ed è noto che Eginardo, biografo di Carlo e a lui contemporaneo, racconta che il suddetto Carlo non ne sapeva niente e anzi rimase piuttosto contrariato - tutto fa pensare che dietro all'avvenimento ci fosse una certa organizzazione.
Prima di tutto la data: si sa che la data di Natale è stata scelta a tavolino perché niente nei racconti evangelici stabilisce un mese e un giorno precisi per la nascita di Gesù. Ai tempi di Carlo però già da molto tempo vigeva la consuetudine di commemorare la Nascita per eccellenza della chiesa cattolica appunto il 25 Dicembre. Ma cosa c'entrava con l'incoronazione a imperatore?
Si potrebbe rispondere che era una data importante e una festa fissa, che tutti gli anni cadeva lo stesso giorno; e poi che Gesù è sempre stato il Re per eccellenza per i cristiani - in fondo glielo scrissero anche sulla croce, che era un re: INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum. Esiste anche una festa, per Cristo Re - il 25 Novembre, ed è una festa che chiude l'anno liturgico, ma è una roba decisamente posteriore.
Quindi, una data facile da ricordare e che non creava problemi.
"Lo sapete? Adesso abbiamo di nuovo un imperatore, come ai tempi dei romani".
"No, non ne sapevo nulla. Quando l'hanno incoronato?"
"Il 7 Febbraio... o era il 9? Era una domenica, immagino. Oppure è stato il 15 di Marzo?".
Molto meglio il 25 Dicembre, in effetti.
Il 25 Dicembre, che è Natale, si ricorda bene: e infatti non manco mai di spiegare ai miei alunni che Carlo Magno era una persona gentile di animo perché scelse una data tonda e un giorno molto facile da tenere a mente per qualsiasi studente. Evviva Carlo Magno.
Casualmente, in quei giorni Carlo re dei Franchi si trovava a Roma. D'accordo, era una persona che viaggiava volentieri, ma guarda caso in quei giorni era proprio a Roma, ovvero una città che poteva facilmente fornire un papa per le cerimonie importanti, e per tutta una serie di interessanti circostanze storiche quel papa era molto disponibile a fare un favore al sovrano franco.
E, tu guarda i casi della vita, mentre recitava la messa questo papa si trovò una corona a portata di mano. Da lì a farsi venire l'idea di incoronare Carlo imperatore mentre era inginocchiato a pregare il passo fu breve.
Insomma, d'accordo le coincidenze, ma secondo me la scena fu un pochino preparata.
Ad ogni modo Carlo Magno è personaggio storico di notevole rinomanza e l'incoronazione di Carlo Magno a imperatore è un fatto storico e nessuno dubita che sia stato incoronato imperatore, per caso o a sommo studio. E' un argomento molto studiato, e rientra senz'altro tra gli avvenimenti storici.
Abbiamo però un altro re, molto medievale e con tratti storici molto meno definiti di Carlo Magno (che pure ci ha le sue belle zone d'ombra) e che mostra anche lui un legame  molto forte con il Natale: re Artù.
So che molti storici ritengono possibile che Artù abbia un fondo storico e lo hanno infilato tra la fine del V e l'inizio del VI secolo. Non ho la minima opinione in merito** ma è certo che a partire dall'XI secolo re Artù venne sottoposto ad un notevole lifting e fece una trionfale entrata nella letteratura medievale. Guarda caso nello stesso periodo anche un Carlo Magno pure lui assai liftato entra nella letteratura, con un ciclo di chanson de geste legato alle crociate. La mia personale teoria, che vale quel che vale esattamente come quella degli altri studiosi perché in questi casi si scrive parecchio sull'acqua, è che qualche inglese si lesse qualcuna di queste chanson e si disse "Perché non facciamo lo stesso anche noi con uno dei nostri re?".
La moda, si sa, spesso parte dalla Francia per tradizione molto antica e non di rado l'Inghilterra si accodava; tanto per fare un esempio, quando i Franchi cominciarono a raccontare che anche loro, come i romani, discendevano dai Troiani, i Britanni stabilirono che anche loro discendevano da un troiano, tal Brutus. Allo stesso modo, sospetto, decisero che anche loro dovevano avere un re ganzo come Carlo Magno - con la differenza che re Artù ha sempre potuto contare su leggende molto più suggestive. A queste leggende sospetto che i francesi abbiano a volte attinto. C'è per esempio la storia dell'incesto con la sorella: Artù ebbe una breve liason con una fanciulla che poi risultò sua sorella, e che partorì un bambino di cui l'onnipresente Merlino annunciò che una volta cresciuto avrebbe ucciso suo padre. Sembra anzi che Artù abbia cercato di sopprimerlo organizzando una specie di strage degli innocenti nel corso della quale morirono diversi bambini ma naturalmente non il bambino destinato un giorno ad uccidere suo padre (finisce sempre così, quando spari nel mucchio invece di lavorare con criterio.
A sorpresa, si diffuse anche l'improbabile storia di un amore incestuoso di Carlo Magno con sua sorella Berta, che avrebbe prodotto Rolando (che peraltro ad ammazzare suo padre non pensò mai nemmeno per sbaglio). Di fatto però non abbiamo notizie di sorelle di Carlo Magno, e tanto meno di incesti del medesimo, fino appunto al ciclo delle chanson de geste. Intendiamoci, magari qualche sorella c'era e nessuno può escludere che il re dei franchi abbia avuto una storia con una di loro - semplicemente, gli storici contemporanei di questa Berta non dicono niente di niente, nemmeno per sbaglio.

Carlo Magno può contare su una traccia storica molto più attendibile di Artù - in pratica, sul fatto che sia esistito non ci sono dubbi - ed è nato, molto banalmente, da un rispettabile matrimonio in cui la madre, per quanto ne sappiamo, lo concepì in legittimo amplesso con il suo legittimo consorte. E fu incoronato a Roma da un papa.
Artù nacque, con l'aiuto di Merlino, da un amore extraconiugale dove però la sposa era del tutto ignara di star tradendo il marito, e il suo concepimento richiese un discreto lavoro a base di incantesimi. Ma quello fu solo l'inizio di una serie di storie dichiaratamente basate sulla magia. Alla corte di re Artù non succede mai niente di normale.
E dunque il legame di Artù con Natale è decisamente più leggendario di quello di Carlo Magno, che alla fine si limitò a scegliere quella data per farsi incoronare imperatore.
Artù invece, cresciuto in incognito per ordine di Merlino (non fosse mai che si sapesse in giro che c'era un erede legittimo al trono e la successione era assicurata) si ritrova la mattina di Capodanno a cercare una spada per portarla al suo fratello adottivo, che senza spada non può partecipare al torneo organizzato per quel giorno. E la trova: una spada infissa in una roccia (oppure in una incudine, secondo altre versioni) e apparsa nel cortile di una delle più importanti chiese di Londra la mattina di Natale. Com'è noto, una scritta sulla spada avvisava che chi fosse riuscito ad estrarla sarebbe diventato di diritto re d'Inghilterra.
E fu così che Artù diventò re d'Inghilterra, anche se non è affatto chiaro in che periodo sia successa quella storia - certo non all'inizio del VI secolo, quando i baroni di corte scarseggiavano e anche i cavalieri in armatura non davano grande mostra di sé.
Il legame tra Artù e Natale comunque continua anche in altre storie, quando la corte di Camelot si riunisce e compare qualche essere magico che avvia regolarmente qualche avventura. Succede più spesso a Pentecoste, ma capita anche a Natale.
E dunque Natale è la festa regale per eccellenza, soprattutto nel medio evo.

Ci sono molte teorie su come nasce l'epica. Quando ero bambina andava di moda spiegare che la letteratura epica era la voce collettiva dei popoli che romanzavano fatti realmente avvenuti. In cuor mio ho sempre pensato che nascesse a tavolino, quando per motivi di propaganda si decideva di costruire qualche storia che desse lustro a un popolo e soprattutto a qualche re, e a questo scopo si spulciava talvolta nelle antiche carte o si inventava di sana pianta qualche vicenda atta allo scopo, e l'inventore o il narratore non erano un generico popolo ma persone con nome e cognome che di solito avevano cura di restare nell'ombra.
Ma vai a sapere.

si tratta comunque di una roba recente, istituita da Pio XI nel 1922
** quando avrò letto i quattro volumi che i Millenni di Einaudi ha dedicato alla letteratura arturiana ne saprò di sicuro molto di più, ed è assai probabile che darò fuoco al presente post o quanto meno che lo ritoccherò pesantemente. In attesa di quel giorno faccio con il niente che so sull'Artù storico, sulla cui esistenza al momento nutro caterve di dubbi.

lunedì 25 dicembre 2023

Buon Natale a tutti!


 Auguri a tutti 
per un Natale vivace e pieno di energia
(con un tocco nostalgico abilmente mascherato)

domenica 24 dicembre 2023

Sta arrivando Natale

                                                          Richard MacNeil Christmas Eve

 L'albero è preparato, le luci sono accese e la sera sta scendendo.
In casa fervono i preparativi per la cena, ma la persona più saggia è fuori ad aspettare l'arrivo più importante.
Auguri a tutti per la notte più magica dell'anno

martedì 19 dicembre 2023

Amor che a nullo amato amar perdona (Talvolta. Sembra. Si dice)

Come ho raccontato qualche tempo fa, un bel mattino di primavera Teodora e Rachele, due fanciulle dell'allora Seconda Sfigata mi chiesero di essere da me unite in legittimo matrimonio e furono da me accontentate con gran tripudio delle compagne. Classificai la cosa tra le tante stranezze della vita e non ci pensai più fin quando Eola non mi portò un racconto da leggere.
In cotal racconto si leggeva appunto la storia, assai romanzata, dell'amore tra Rachele e Teodora, con l'accorata richiesta di non parlare di cotal racconto ai genitori delle due innamorate. Promisi senza porre alcuna difficoltà o convinzione: davvero non esista che vada a spiattellare in giro i fatti personali dei miei alunni, tanto più se li conosco per speculum in aenigmate; e una volta letto il racconto commentai qualcosa su un paio di buchi della trama ma osservai che l'autrice aveva qualche incertezza nell'uso di certi pronomi, che risolsi con un piccolo approfondimento grammaticale in classe qualche tempo dopo. Tuttavia, nel corso del tempo, da circa seicento e passa piccoli accenni captati qua e là ho finito per convincermi che tra le due c'è* effettivamente un legame sentimentale in corso.
Di nuovo, racchiusi questa convinzione in cuor mio e mi cucinai dei grandiosi sformati di cavoli miei, come ho sempre fatto: è noto che questi legami vanno e vengono, meno ci si intromette meglio è - tanto più che la Seconda Sfigata, adesso Terza, sembra avere una vita sentimentale tanto fiammeggiante quanto mutevole.
Qualche giorno fa, mentre preparavo lo schema per la nuova disposizione dei posti, mi dissi tuttavia "ma in effetti non ho mai messo vicino le due colombelle di classe. Ormai è passato un anno, e la relazione sembra piuttosto stabile: Mettiamole vicine, così Teodora aiuta un po' Rachele per Storia".
E così feci.
I nuovi posti sono in vigore da questo Lunedì. Stamani, durante l'intervallo e prima che si mettessero a sedere è arrivata Eola, con le due sposine al seguito.
"Prof, potrebbe separare Rachele e Teodora? Si sono lasciate ieri sera e forse sarebbe meglio se...".
Le guardo. Male. Le guardo ancora.
"Cioè. Proprio ieri sera dovevate lasciarvi? Con i posti appena assegnati?".
Le due colombelle mi guardano vagamente contrite e accennano un mezzo sorriso di scusa.
Spostare qualcuno in quella classe è sempre un problema, perché ci sono infiniti paletti: e quello non ci vede bene, e quell'altro sta sempre a questionare, e così no, e così nemmeno...
Prendo il pennarello e sposto non meno di cinque persone.
"Sappiate che vi odio. Profondamente" proclamo.
Di nuovo un vago sorrisetto di scusa.
Ciò che una donna giura all'amante / scrivilo sul vento, o sull'acqua che scorre.
Non l'ho detto. L'ho soltanto pensato.
Magari più avanti potrebbero riconciliarsi.
Chissà.

* o meglio dovrei scrivere c'era