Il mio blog preferito

domenica 3 maggio 2020

Considerazioni sulla Rivoluzione Industriale (nei manuali di storia delle medie, intendo)

Il primo ponte d'acciaio si chiama (sorpresa!) Iron Bridge.
È stato completato nel 1779 e inaugurato nel 1781 e si trova (altra sorpresa!) in Inghilterra, nello Shropshire.
Attraversa il fiume Severn ed è tutelato a buon diritto dall'UNESCO.
Non è un tipicissimo ponte del Settecento e in effetti potrebbero facilmente averlo fatto pochi anni fa.
Nei manuali di storia delle medie la Rivoluzione Industriale arriva prima o dopo la Rivoluzione Americana. Negli ultimi anni però ho preso l'abitudine di farla dopo il Congresso di Vienna perché alla fine è una roba che riguarda solo l'Inghilterra e un pochino la Francia e altrove di industrie ce n'erano ben poche fino ai tempi della Restaurazione.
Certo, occorrerebbe intendersi. Se consideriamo le industrie, quelle che soppiantano il lavoro a domicilio, qualcosina doveva esserci giù da tempi piuttosto lontani, anche per quel che riguarda la tessitura: se a Firenze nel Trecento ci avevamo via dei Follatori, dei Cardatatori eccetera è probabile che in parecchi si alzassero la mattina per andare a follare e cardare e simili in appositi laboratori, e non credo proprio che i cannoni e i fucili li facessero a domicilio o in piccole bottegucce. E che dire dei laboratori di tessitura delle Fiandre e degli stabilimenti di ceramica in Francia? Mi sembra improbabile che a Limoges avessero tanti piccoli forni domestici dove fare centinaia di serviti e di pastorelle.
La versione ufficiale è che "intorno al 1770 un'ondata di congegni si abbatté sull'Inghilterra" secondo la geniale definizione di uno studente richiesto di riassumere in una frase l'inizio della Rivoluzione Industriale* ed è da quell'ondata di congegni che si fa partire la Rivoluzione Industriale nei manuali, salvo poi scoprire che l'ondata di congegni datava almeno a un paio di generazioni prima. Senza tanto cercare, anche il mio amato I nodi del tempo racconta che la macchina per togliere l'acqua dalle miniere di Newcomen è del 1717 e la navetta (o spoletta) volante non l'ha inventata Wagner (in un'opera dove tra l'altro si fila parecchio, anche se su telai singoli) ma un tal John Kay nel 1733.
In realtà nuovi macchinari e nuove tecnologie sono sempre state inventate dagli esseri umani, anche nei cosiddetti secoli bui e la stessa Rivoluzione Scientifica (quella del Seicento) si chiama così perché ad ogni scoperta sui massimi sistemi facevano seguito tante piccole e utilissime scoperte che miglioravano la produzione di cibo, manufatti e utensili.
Nella seconda metà del Settecento però in Inghilterra la frequenza di queste invenzioni subì una brusca accelerazione e, grazie a una serie di circostanze favorevoli, l'Inghilterra spiccò un grande balzo e diede l'esempio ai vicini. Al contrario delle buone e vecchie rivoluzioni politiche, che hanno solide date cui aggrapparsi, le rivoluzioni tecnologiche sono molto più scivolose e sfuggenti e spesso sono frutto di convenzioni e partiture di comodo. Tra queste,  la rivoluzione industriale è particolarmente insidiosa perché non smette mai e ancora non si è fermata: così i manuali si attentano a scandire capitoli sulla prima, la seconda e talvolta la terza rivoluzione industriale, spesso anticipando nettamente i tempi: per esempio i cosiddetti slum che decorano (si fa per dire) ogni Rivoluzione Industriale che si rispetti in seconda media entrano in scena solo nell'Ottocento, e dove le fabbriche sono nuove e richiedono abile manodopera spesso e volentieri le casette costruite dagli imprenditori per operai e famiglie non sono niente male, e questo vale anche per gli inizi del Novecento e anche per l'Italia; anche il tema delle lotte per il riscatto operaio si affaccia col tempo e non so fino a che punto ha senso anticiparlo a prima di Napoleone (qualcosa del genere succede anche in prima media, con la Cavalleria spesso e volentieri appiccicata all'impero carolingio anche se, con le caratteristiche standard che le attribuiamo entra in scena solo ai tempi delle crociate).
Per carità, la Rivoluzione Industriale si fa sempre volentieri e anzi in seconda è un modo carino per fare un break tra due secoli decisamente complicati e irti di date e di guerre. Detto questo non mi sembra abbia molto senso parlare di una prima rivoluzione industriale, di una seconda che, se la prima è sfuggente, sotto questo aspetto è cento volte peggio, di una terza che qualche manuale nemmeno teorizza e che comunque quasi nessuno fa perché in terza media ogni anno arrivare alla seconda guerra mondiale è un vero miracolo - e adesso qualcuno ne teorizza pure una quarta e secondo me ci ha assai ragione perché non è che le industrie al giorno d'oggi funzionino proprio nello stesso modo di quand'ero ragazzina.
Forse sarebbe meglio per ogni secolo riservare un capitolo, magari bello corposo e agganciato alla vita quotidiana, dedicato a produttività, commercio e vie di comunicazione, alimentazione eccetera. Se fatto bene sarebbe piuttosto facile da studiare per i ragazzi, foriero di soddisfazioni per tutti e tutto sommato più utile di parecchie guerre sempre più compresse e di cui forse basterebbe e avanzerebbe dire che ci sono state.
In particolare, in un periodo di cambiamenti tecnologici come questo, soffernarsi sul fatto che c'è un Grande Cambiamento Tecnologico che parte dai tempi delle caverne e delle asce di selce e non si è mai fermato potrebbe essere di conforto non dico ai ragazzi, che spesso del passato se ne fregano alla grande, ma certamente per noi poveri insegnanti, sempre così fragili e stressati e dove andremo mai a finire di questo passo, signora mia.

* trovato in un articolo nella raccolta di saggi del 1998 dell'editore Donzelli intitolata Storia moderna, e detto articolo è stato uno dei pochi frutti di un certo pregio raccolto negli anni della SSIS.

venerdì 1 maggio 2020

La torre di Babele - Antonia S. Byatt


Passano gli anni, la Byatt si prende il suo tempo ed ecco che nel 1996, ovvero 11 anni dopo Natura morta, arriva il terzo romanzo della quadrilogia.
Questa volta Frederica Potter è il personaggio centrale intorno cui ruota tutta la vicenda.
Sono passati otto anni dalla dolorosa conclusione di “Natura morta” e da sei Frederica è sposata e madre di un bel bambino. Anche per lei, come per la sorella, il matrimonio e soprattutto la maternità ha significato la fine degli studi e la contrazione del vocabolario, ma stavolta la volontà del marito ha avuto una parte determinante in questo e Frederica non riesce a trovare una particolare felicità che faccia da contrappeso a questa rinuncia. In pratica: il matrimonio si è rivelato un errore, e da quel matrimonio appare sempre più chiaro che è necessario liberarsi. Del resto, liberarsi da un matrimonio sbagliato che ha bloccato il processo di crescita è una tappa del tutto indispensabile per ogni protagonista femminile in una storia ambientata negli anni 60 e 70: visto come l’unico sbocco possibile per una ragazza di belle speranze, l’istituzione matrimoniale si presenta ben presto come una trappola, una tagliola, una prigione da cui è indispensabile uscire per ricominciare a vivere.
Liberarsi da un matrimonio però non è affare di poco conto, soprattutto quando il marito è decisamente contrario, e disposto a dimostrare questa sua mancanza di disponibilità nel più tagliente dei modi. In tanti han ricordato, davanti a una determinata scena, il brano Careful with that axe, Eugene dei Pink Floyd che in verità uscì nel 1968, cioè qualche anno dopo la scena in questione. Non saprei dire se il riferimento, per quanto implicito, sia voluto, ma è certo che il brano risuona nelle orecchie di chi legge, specie se il lettore è inglese.
Per divorziare si va in tribunale, naturalmente; e in contemporanea si va in tribunale anche per il processo a La torre del balbettìo, un romanzo di impianto assai spregiudicato e dalla tesi di fondo ancor più spregiudicata, accusato di oscenità - e dietro quest'ultimo processo incombe l'ombra del processo per oscenità all'Amante di Lady Chatterley, che infatti viene più volte ricordato; ed entrambe le sentenze segnalano in modo assai evidente che i tempi, nel bene e nel male, stanno cambiando.
I processi si prendono dunque una bella fetta dl romanzo, ma il vero tema conduttore del libro è la parola: sotto forma di grammatica e di insegnamento, come vediamo seguendo i lavori della commissione governativa istituita appunto per decidere il peso che l’insegnamento della grammatica deve avere nella scuola e le varie correnti di pensiero che in quegli anni si confrontano in merito; la parola come mezzo di diffusione del pensiero, anche di un pensiero tutt’altro che ortodosso, come avviene negli scritti letterari di quegli anni rappresentati ne La torre del balbettìo che richiama sin dal titolo le leggendarie vicende della torre di Babele; e infine la parola come mezzo di sussistenza: proprio grazie alla sua dimestichezza con le parole (oltre che alla rete di amici intellettuali che la sostiene con atti, pensieri e, appunto, parole) Frederica accumula una serie di lavori e lavoretti scarsamente redditizi che le permettono comunque di sopravvivere insieme al figlio: e così la vediamo insegnare letteratura inglese a giovani ed adulti e redigere schede di pubblicazione di manoscritti per una casa editrice un po’ di nicchia il cui proprietario è comunque ben deciso a partecipare al movimento di trasformazione culturale che segna l’Inghilterra negli anni ’60 - tra l'altro accollandosi la pubblicazione de La torre del balbettìo pur rendendosi perfettamente conto delle incognite che presenta tale pubblicazione (e delle grane che puntualmente arriveranno).
Come negli altri romanzi della quadrilogia c’è dunque molta letteratura, molto Lawrence (ma anche parecchio Forster) e, a sorpresa, anche parecchio Tolkien - un autore tra l'altro molto amato dal marito di Frederica. Si parte de Lo hobbit, che Frederica legge al suo bambino come libro della buonanotte, ma abbondano riferimenti a Tolkien come fenomeno editoriale, e al Signore degli Anelli come libro che influenza tutto l'ambiente letterario, talvolta come tormentone, fino ad arrivare alla scena finale dove appunto una rappresentazione ispirata a Tolkien viene bruscamente interrotta. E, in mezzo a tutto ciò, ampi stralci de La torre del balbettìo - romanzo ovviamente stracolmo di richiami letterari di tutti i tipi, ma anche il racconto a puntate che la compagna di appartamento di Frederica inventa per intrattenere un gruppo di bambini - un racconto fantasy, stavolta, ma non troppo tolkieniano.
Frederica ascolta, impara, sperimenta come sempre - in una vita sentimentale che non sarà priva di sviluppi imprevedibili (cosa del resto abbastanza prevedibile) - ma soprattutto si ritroverà a prendere in mano la sua vita e a darle pian piano una forma per lei accettabile nonostante (o grazie a) la presenza che il figlio le impone risolutamente e dal quale, si rende conto infine, lei non potrebbe stare lontana esattamente come lui non può stare lontano da lei per quanto ami suo padre.
Nonostante le complicanze della trama, una incredibile quantità di lumache che imperversano con rara invadenza e il cospicuo numero di personaggi, il romanzo è costruito con tale abilità che la lettura risulta davvero scorrevole, tanto che mi tenne gran compagnia e mi fu di notevole aiuto in uno dei punti più critici della malattia.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma, ritornato felicemente in salute dopo i problemi della scorsa settimana, e auguro buone feste di fine reclusione a chiunque passi di qua.

giovedì 30 aprile 2020

In lode dell'utilissima barbabietola da zucchero (con qualche considerazione in libertà sulla didattica della geografia)

Con la lodevole intenzione di limitare i danni nel caso di un nuovo peggioramento del mio stato di salute, ma anche per alleggerirmi il pesante lavoro di insegnamento onde non ostacolare una mia piena ripresa fisica, quest'anno mi è stato assegnato un orario ridotto con diverse ore di potenziamento da destinarsi alla cura della biblioteca (non immaginando certo che, passata la prima metà dell'anno, non ci sarebbe più stata alcuna biblioteca a disposizione delle mie solerti cure e financo quelle pubbliche avrebbero chiuso) più quattro classi dove fare quattro Geografie e una Storia. 
Quando facevo Geografia a rimorchio delle altre materie lavoravo soprattutto sull'esposizione e cercavo di tenermi un minimo aggiornata, ma col tempo mi sono resa conto di alcuni problemi intrinseci della materia.
Prima di tutto l'aggiornamento. Davvero non si ripara, anche se il libro che hai appena adottato ha chiuso l'ultimo giro di bozze due mesi fa.
Ogni giorno parte un treno nuovo: gli stati cambiano confini e alleanze anche all'interno della placida Europa, l'economia sta andandosene nemmeno lei sa dove, la gente migra senza alcun ritegno, i conflitti religiosi sono all'ordine del giorno. I fiumi... eh, i fiumi ormai da tempo possono esaurirsi a mezza strada e i laghi spariscono talvolta senza lasciar tracce. Le montagne no, vivaddio le montagne restano, belle solide (anche se qualcuna rischia di perdere i suoi ghiacciai). I poli vanno in crisi, i deserti si allargano e si restringono e i climi fanno ormai quel che gli pare in piena anarchia; finisce così che son più le volte che devi ricorrere a Santa LIM e a San Google che quelle in cui puoi rispondere serenamente alle domande degli alunni col buon vecchio e confortante andate a pagina 131 del libro, leggi tu, Teodolinda oppure con un discorsetto improvvisato alla buona ma dal quale comunque traspaia che la prof. Murasaki è vecchia e saggia e ben conosce il viver del mondo e le materie che insegna.

Tolte le Regioni d'Italia (grazie a uno dei pochi provvidi interventi del ministero Moratti che per tutto il resto è stato un discreto disastro) il programma della Prima è facile, agevole e divertente e i ragazzi lo amano assai: c'è un sacco di geografia fisica con la storia di messer Fiume e di messer Ghiacciaio, il signor Vulcano che è assai gradito, il signor Terremoto che nella mia regione (e un po' in tutta Italia, ahimé) risulta sempre assai attuale, le interrogazioni alla carta dove tutti si divertono a cercare monti e isole e golfi vari, l'economia in pillole con i tre settori eccetera.
Il programma di seconda però è una palla mostruosa: tutti gli stati d'Europa, che sono una quantità immane, e dopo un po' il giocattolino perde i suoi effetti di novità.
Per qualche anno ho cercato di puntare soprattutto sulla facilità di imbastire l'interrogazione con materiali di riciclo: se c'è il Mediterraneo sulle coste il clima è  mediterraneo e si coltivano alberi da frutta, viti e olivi e di solito si allevano pecore e capre che sono più adattabili e facili da contentare, dove ci sono grandi pianure si allevano manzi per il latte e la carne, ogni paese ci ha l'industria alimentare, dove c'è il mare presumibilmente si pesca, dove ci sono ferro e carbone si ha l'industria siderurgica, cose così. Ancora non conoscevo gli splendidi meme dedicati soprattutto alla barbabietola da zucchero e alla geografia in generale 

ma dall'anno prossimo non mancherò di dedicarci una lezione. 
Fino a quest'anno mi sono limitata a spiegare molto rozzamente che i prodotti indicati sul libro per le coltivazioni sono quelli che apportano più calorie, e dunque cereali, barbabietole da zucchero (segue la storia del blocco napoleonico dove l'Europa scoprì che si poteva produrre dello zucchero anche senza scomodare le canne da zucchero dei paesi oltremare) e i semi oleosi, magari con un po' di frutta da esportare o da cui ricavare liquori (nell'Europa dell'Est non so perché si sono impuntati sulle prugne, anche se hanno anche eccellenti vigneti da cui ricavare ottimi vini). Ma insomma anche così il giochino perde in fretta il suo fascino: barbabietole da zucchero, barbabietole da zucchero ovunque. Eccheppalle.  
Lavoravo anche sulla storia del Novecento, raccontando come ai miei tempi gli stati erano belli e solidi, non come adesso che ogni tre giorni ne nasce qualcuno; e raccontavo i complessi anni 90 e le guerre dei Balcani, le vicende del Patto di Varsavia e via dicendo. Non sempre i ragazzi ci si entusiasmavano, ma col tempo, a suon di collegamenti con la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, qualche risultato si otteneva e non erano comunque ore sprecate perché spiegavano tante cose del mondo attuale - quest'anno per esempio  ad assistermi c'era anche il Gruppo di Visegrad e le sue alterne vicende, e tuttavia anche così l'entusiasmo dei poverini non era altissimo. Mi consolavo pensando che comunque conoscere la storia d'Europa aveva un suo perché, si annoiassero o meno - anche se magari nei libri almeno un piccolo box sul Patto di Varsavia avrebbero potuto degnarsi di elaborarlo in questi 65 anni: c'è stata una frattura di 45 anni 45, con le due parti d'Europa che non comunicavano se non per speculum in aenigmate. Abbiamo avuto alle porte di casa sei paesi che si sono azzannati per anni e forse nemmeno loro hanno capito bene perché, e noi e tutta l'Unione Europea abbiam continuato a far la calza, ne vogliamo parlare un pochino? Insomma, non puoi rimediare tutto con un malinconico elenco di prodotti alimentari (dove campeggia come una stella di prima grandezza l'immancabile barbabietola da zucchero), un PIL che è un quarto del nostro e un 40 per cento di abitanti impegnati nel settore primario come se fosse una cosa normale per un paese che se lo chiami dalle coste adriatiche ti risponde senza nemmeno stare a scomodare Internet.
Ma non c'è solo quello: l'Est europeo ha monumenti, boschi, pianure e architetture diverse dalle nostre. Non sarebbe carino parlarne un po'? Due pagine per la Bosnia, due per l'Albania - sempre con le barbabietole da zucchero, per carità. Ma, signori miei, qua in Italia pulluliamo di albanesi, polacchi e rumeni di seconda e terza generazione, la vogliamo dedicare qualche paginetta in più all'Albania, che d'accordo è piccola e ancora povera, ma alla fine è il primo o secondo paese per tanti di noi e non è che le dimensioni sono proprio tutto nella vita? E la vogliamo piantare con l'allevamento di cavalli in Ungheria che ormai è un fattore marginale e parlare un pochino della Gazprom? Senza contare che, di barbabietole da zucchero ne abbiamo quante ne vogliamo anche in Italia.
Come sempre, e nonostante i miei buoni propositi di inizio anno di tirar via su Francia,  Spagna e simili che tutti conosciamo e di cui comunque sentiamo parlare in continuazione nelle altre materie, all'Europa dell'Est eravamo appena arrivati quando è scattato il Grande Blocco.
Stavolta però c'era la piattaforma e potevo obbligarli a prendere atto di certe cose piazzando una cospicua scelta di video, carte tematiche, foto e schemini vari senza sprecare le preziose ore in classe in cui c'era da interrogare. E così, volenti o nolenti, i fanciulli affidati alle mie solerti cure stanno navigando a caccia di notizie sulle sorgenti della Bosna e il castello del conte Vlad, improvvisandosi turisti nei boschi della Serbia e sulle spiagge dell'Albania e cercando monumenti di Polonia e Bulgaria.
Fanno il copia e incolla? Si capisce che fanno il copia e incolla, ma hanno dei limiti di spazio ben precisi e quindi oltre a copiare devono tagliare e cucire. E guardare. E i ragazzi albanesi, rumeni e kosovari finalmente hanno un po' di soddisfazione.
Magari, non so, a fine anno potrei chiedere una scheda sulle barbabietole da zucchero. 
Ma anche no: certo, è un vegetale molto importante e salvifico, ma non di distingue per soverchia bellezza.

sabato 25 aprile 2020

Haeretica - Sulla didattica a distanza, così crudele e disumana e invalutabile

È tornata la primavera. La prof. Murasaki, molto inumidita e un po' infreddolita
cerca conforto in grembo a uno spirito protettore e & amichevole. L'immagine è di Monokubo
È ormai passato un mese e mezzo da quando il nostro insegnantesco universo, magari un po' caotico ma pieno di certezze su cui contare del tipo "il giorno della gita scolastica al parco nazionale di sicuro pioverà" si è capovolto per poi partire a grande velocità lungo una tangente del tutto imprevista. Vorrei qui descrivere le mie personali sensazioni, aprendo il mio cuore in tutta sincerità in questo quieto angolino di rete. Infatti vedo  che in tanti si disperano, ma a rischio di rendermi colpevole della peggiore blasfemia, io devo ammettere che non mi trovo poi così male.

Naturalmente molte cose sono cambiate: per esempio quando entri in classe (che adesso si chiama classroom) non posso più vedere di che umore sono... Anzi, sarebbe più esatto fermarmi al "non posso più vedere".
In classe vedi e senti (anche un sacco di cose che davvero preferiresti non vedere e non sentire) ma ormai da sette settimane io vedo soprattutto ectoplasmi. E forse sarebbero ectoplasmi abbastanza attenti o partecipativi, ma è difficile apprezzare una bella lezione che senti a scatti, una presentazione che vedi in ritardo o una mappa che non vedi proprio. Io ho un buon computer che fa onestamente il suo lavoro, ma il collegamento perde colpi. Non solo adesso che la rete è sovraccarica: abito nella periferia di un paesello e spesso e volentieri il collegamento cede. Torna quasi subito, è vero, ma insomma nelle tre case precedenti, quando ero meno periferica, ma soprattutto quando ero ancora a Firenze, le cose andavano decisamente meglio.
E tuttavia sotto questo aspetto siamo pure fortunati, perché dopo gran pianto e stridor di denti finalmente a St. Mary Mead hanno messo la banda larga, un paio di anni fa, e finalmente il registro elettronico era diventato una roba ragionevole e le LIM avevano smesso di essere irritabili e capricciose.
Dicevo del mio collegamento, che a volte si defila in pausa caffè.
Quando sono a lavorare per i fatti miei non è un gran problema, di solito: porto pazienza per qualche minuto e tutto riparte. Anche adesso funziona così, solo che devo uscire e rientrare, e non è il massimo per chi prova a seguirmi.
C'è il giorno che tira molto vento. Anche in classe il vento può essere un problema, ma alla fine chiudi la porta, chiudi le finestre e il vento sta lì fuori a farsi i fatti suoi. Invece in rete, ho scoperto, il vento è un problema molto più serio.
C'è poi il giorno che piove tanto, e anche il giorno che boh.
Quindi la mattina il mio primo pensiero è guardare il cielo prima, e le previsioni del tempo poi.
Ci sono alunni che entrano ed escono dalla videoconferenza come anime in pena, alunni che giurano che la telecamera non funziona, alunni che rispondono in ritardo se chiamati - ma se gli fai spengere il microfono perché il cane abbaia o la madre nella stanza accanto sta facendo il telelavoro o discute con qualcuno per cavoli suoi è chiaro che non possono rispondere subito, il microfono ha i suoi tempi. 
Intorno a me tutti sono molto sospettosi, ma io sono garantista e soprattutto non mi illudo di essere l'unica con un collegamento che va e viene. 
Non tutti i colleghi la pensano così. "C'è Ermenegildo che non fa che andare e venire, con me" - anche se di solito risulta che Ermenegildo va e viene un po' con tutti, e non riesce a consegnare i compiti. Giura che la rete se li mangia, i suoi compiti. 
Sarà vero? Póle essere: siamo in periferia, la rete va come va, i giga a volte finiscono... Tutto ciò non è solo colpa del coronavirus o dell'arretratezza della scuola, ma piuttosto di politiche balorde e di compagnie telefoniche pigre.


Alla fine i compiti arrivano, di solito.
C'è Ermengarda che un tempo era assai coscienziosa e adesso non manda più niente. Poi la famiglia trova modo di rimediare e i compiti cominciano ad arrivare, tutti. Io dico che Ermengarda è vittima di circostanze esterne, ma cosa posso saperne?
Di fatto siamo in Italia e tutti siamo presunti innocenti fin quando la nostra colpevolezza è provata al di là del ragionevole dubbio. La soglia del mio ragionevole dubbio è alta, e comunque i compiti in ritardo li ho sempre presi, sono di quelli che è il pensiero che conta.

Stabilito che un collegamento di miglior qualità sarebbe assai gradito, confesserò un mio ereticissimo pensiero, a quel che ho visto non condiviso da alcun collega né in rete né fuori: a me non mi è cambiato molto, nemmeno nel rapporto con i ragazzi.
Sono in rete da vent'anni. In rete mi sono costruita amicizie anche abbastanza solide, in rete ho discusso e questionato e analizzato e fatto discorsi seri e discorsi frivoli e frivolmente seri e seriamente frivoli, ho cazzeggiato e pontificato, ho riso e ho partecipato con grande intensità ai problemi altrui. Per me la rete è una parte della vita. Non mi dispiace condividerla con gli alunni. E a dirla tutta, non mi pare che ne stiamo uscendo male.
Le classi mi sembrano le stesse. E sto cominciando seriamente a preoccuparmi; sono io che sono troppo superficiale e credo solo a quel che voglio credere ignorando la realtà dei fatti?
Possibile, possibile. D'altra parte il mio fegato se la passa meglio di quello di molti miei colleghi, e alla fine è più comodo così visto che di fegato ne ho solo uno e devo tenermelo buono.
Credo che sia terribilmente difficile iniziare un anno scolastico con alunni che non conoscevi prima: ma se non altro il Malefico Virus ha almeno avuto la decenza di arrivare in Italia quando due terzi dell'anno scolastico erano già passati e le classi le conoscevamo già - le classi e le singole situazioni. È un bell'aiuto, ammettiamolo.

Certo, c'è il Gran Problema dei Dispersi, i poveri ragazzi fragili che con la rete funzionano male. In verità alcuni, accortamente badati e assistiti e provvisti di computer grazie al Comune, sono stati recuperati, e qualcuno ha perfino mostrato un gran piacere nell'essere recuperato. 
Altri... ammettiamolo, con altri andava parecchio male anche prima, e anche prima ci adattavamo parecchio, raccogliendo con pazienza le poche briciole che ogni tanto lasciavano distrattamente cadere e cercando di comporci se non un pasto almeno uno spuntino.
(L'Insegnante come Raccoglitore di Briciole. Non male come metafora, devo appuntarmela per riutilizzarla).

La Terza Soddisfatta sotto questo aspetto è un vero disastro, ma è dall'inizio dell'anno che la Terza è un disastro, e dicono che lo fosse anche quando era una Seconda e io languivo nei letti di ospedale. Un terzo se ne frega alla grande della scuola, un altro terzo va a strattoni, il rimanente terzo, misteriosamente, ha sempre lavorato a livelli altissimi. O li strozzi o li prendi così come sono, e corre voce che strozzarli non sia legale - senza contare che strozzare qualcuno in digitale è davvero complicato.

La Prima Asserpentata è addirittura diventata più gestibile - ma lo stava diventando già quando ancora lavoraravamo dal vivo. Si sa, i primini crescono. C'è il grande vantaggio che hanno smesso di picchiarsi - in rete è un po' difficile farlo. Una ragazza è praticamente scomparsa, ma va detto che stava inanellando assenze su assenze già da Dicembre e dalla famiglia ricevevamo sempre risposte molto vaghe, quelle stesse che riceviamo tuttora. Sì, certo, si sente inadeguata perché è indietro col programma. Tutti restano indietro col programma, se non fanno nessun tentativo di seguirlo già dopo le prime tre settimane, appena esaurita la fase del "Benvenuti, cari primini, avvicinatevi e non abbiate paura di noi, non siamo cattivi e vogliamo solo lovvarvi tantissimo", quando si comincia a pretendere un po' di impegno da parte loro.

La Seconda Invasata lavora meglio perché non passa più la gran parte del tempo a litigare e insultarsi. L'elemento più debole... mah, avevamo a gran fatica convinto i genitori a procurargli un aiuto, ma al momento l'aiuto non più più averlo, non per colpa della rete ma dell'epidemia. Certo, se la famiglia si fosse mossa un po' prima, visto che alle elementari han passato tre anni a dire e ridire che c'era qualche problema di apprendimento e che non era colpa solo dei maestri cattivi e privi di comprensione verso un carattere vivace, magari il ragazzo sarebbe diventato nel frattempo un po' più autonomo; ma non è con i se e con i ma che si fa la storia, e d'altronde se i miei nonni avessero avuto le ruote io sarei un carro.

La Seconda Virtuosa assai virtuosamente lavora, con impegno e dedizione e i genitori ci fanno dei gran complimenti. Thanks to the prick, come direbbero ad Oxford: con quel tipo di classi siamo buoni tutti a lavorare, in rete, dal vivo e pure per telepatia. 

Poi ci sono - o meglio non ci sono affatto - i ragazzi dei Centri Sociali, che a causa dell'epidemia ci sono stati sottratti già da fine Febbraio per spedirli in luoghi a noi ignoti e irraggiungibili; e lì veramente, epidemia o non epidemia, qualcosa di più secondo me avrebbe potuto essere fatto: non toglierceli, per esempio. Probabilmente a loro la rete non sarebbe dispiaciuta, anzi uno era assai amante dei computer e l'abbiamo sempre visto assai informatizzato. Adesso languono in solitudine, che è l'ultima cosa al mondo che gli serviva, e gli insegnanti di sostegno possono solo mandargli qualche esercizio da fare, e nessuno ha mai avuto il bene di sapere se li hanno ricevuti e se cotali esercizi sono stati fatti e con che risultati. Un lavoro alla cieca, in pratica. Non venite a raccontarmi che nel XXI secolo non si poteva fare di meglio, con creature assolutamente provate sul piano emotivo e con tutte le stronzate di cui regolarmente ci imbottiscono sulla centralità dell'alunno.

Stabilito dunque che ai miei (probabilmente inadeguati) occhi tutto è cambiato e infatti tutto è rimasto come prima, passo a raccontare di come adesso lavoro in maniera completamente diversa eppur simile a come lavoravo prima e nello stesso esatto modo assegno i voti, con la premessa piuttosto scontata che nessuno che passa di qua è obbligato a leggere niente, ché la vita è breve e c'è tanta roba carina da guardare in rete e dice che hanno messo gratis anche YouPorn - pare, sembra, si racconta, ma non ci vado in questo periodo perché navigo su tutt'altre sponde, come passo adesso a raccontare.

Prima di tutto: in una rete sovraccarica non si può interrogare se non a spizzichi - e io sulle interrogazioni lavoravo parecchio (anzi in qualche consiglio di classe ho avuto l'impressione di essere l'unica che ci stava dietro davvero). Ci ho rinunciato subito, secondo il celebre motto che quando non c'è pane si mangiano le brioche, sperando almeno di trovarne sia dolci che salate. 
Quindi niente interrogazioni, al massimo qualche domanda qua e là. Rispondono quelli che hanno un buon collegamento, e soprattutto rispondono quelli che rispondevano sempre anche in classe. Guarda un po' i casi della vita. 

Faccio delle belle spiegazioni compatte, che quasi nessuno interrompe più. 
Il silenzio è inquietante, si sono lamentati in molti. 
Ma se gli fai spengere il microfono, per forza di cose non resta che il silenzio. E in molti casi devi spengere il microfono, anzi la netiquette dichiara che, in tempi di sovraccarico, dovresti spengere anche la telecamera. A quel punto, oltre al silenzio, c'è anche una inquietante serie di iniziali in tanti bei cerchietti neri. E la Grande Domanda: che cosa fanno, costoro, chiusi nell'anonimato del loro cerchietto nero con l'iniziale?
Sì, certo, Essi possono chattare con gli amici, giocare con i videogiochi, chiacchierare con la sorellina e insomma strafregarsene della mia bella lezione. Certo, è possibile. Ma qualsiasi alunno in regolamentare classe può giocare col cellulare, magari inviando ai compagni messaggi altamente irriguardosi nei confronti dell'insegnante, e anche fare i compiti di altre materie, disegnare su soggetti vari, scrivere a mano bigliettini ai compagni, scarabocchiare gli angoli del libro o anche staccare l'audio e il video della sua medesima persona e pensare intensamente ai casi suoi. L'ultimo caso, in particolare, può facilmente sfuggire anche al docente più accorto e sospettoso. Facciamocene una ragione, chi non vuole ascoltarci non ci ascolta, in video come dal vivo, e sono abbastanza convinta che debba ancora nascere l'insegnante che sotto questo aspetto non può essere aggirato - e quand'anche fosse nato, di sicuro non sono io.

Esistono poi altre possibilità, terribilmente deprecabilio agli occhi di molti colleghi: metti che siano in pigiama, metti che siano ancora a letto, metti che stiano mangiando o coccolando il gatto, il cane o il criceto di casa, metti che non siano ben vestiti e ben pettinati, oppure che vadano in bagno. Terribile, terribile.
Ammetto senza remore che, per quel che riguarda la frequentazione col bagno, ai miei occhi la didattica a distanza batte quella in presenza 30 a 0: niente interruzioni e ognuno ci va quando gli pare. Dal mio punto di vista, è la perfezione.
Ben poco mi turba anche la possibilità che non siano vestiti nel più impeccabile dei modi - in effetti nutro da sempre una totale indifferenza per come si vestono gli alunni in classe e a dirla tutta non sono nemmeno molto convinta della validità di certe distinzioni: le mie camicie da notte di tipo vittoriano per esempio possono tranquillamente essere spacciate per vestiti di cotonina leggera (di fatto sono di cotonina leggera) e alcune sono state effettivamente riciclate come vestiti estivi senza che nessuno si insospettisse, mentre la sottile distinzione tra felpe, tute da ginnastica e pigiami di pile mi ha lasciato spesso abbastanza incerta: una casacca in pile a piccoli orsacchiotti, per esempio, non è sempre chiaro a quale di queste tre categorie appartiene e può magari non essere ritenuta il più elegante degli abbigliamenti, ma in tanti la portano alla luce del sole nelle occasioni in cui non vanno alla prima della Scala o al pranzo dell'ambasciata, così come tanti dormono in T shirt - insomma l'eleganza è soprattutto uno stato d'animo, e ai miei occhi un tantino spocchiosi di dama hejan la maggior parte della gente che incrocio, colleghi, genitori e passanti compresi, è vestita disperatamente male e senza alcuna raffinatezza. 
E allora che vestano come gli pare, contenti loro contenti tutti, e quanto a me è abbastanza difficile contentarmi ma non pretendo che nessuno se ne preoccupi.

Dunque spiego, senza essere quasi mai interrotta con domande e precisazioni, ma spesso dal lamento "prof, io non vedo la presentazione" - cosa che fanno bene a dirmi, ma su cui non ho alcun potere di intervento, come gli rispondo assai addolorata. Qualcuno segue sul libro - peccato che sul libro le carte geografiche facciano veramente pena. In classe proietto sulla LIM delle belle carte grandi e ben dettagliate. In rete faccio lo stesso e poi le carico sulla piattaforma, della serie "si fa quel che si può".
Poi c'è la consegna dei compiti - un tasto molto dolente, questo. Non parlo di quelli che i compiti non li fanno, ché non è certo novità nata con la Didattica a Distanza: prof non c'ero, non avevo capito, non sapevo, l'ho lasciato a casa, il cane mi ha mangiato i compiti, gli alieni me li hanno rubati e anzi erano scesi sulla Terra appunto perché gli serviva una cronologia su Napoleone o una parafrasi di A Zacinto. Parlo di quelli che i compiti bene o male han provato a farli ma non riescono a spedirli o a metterli sulla piattaforma. Sotto questo aspetto non avere What'sUp mi penalizza. Prendo atto che abbiamo cresciuto una generazione di nativi digitali che non san spedire un allegato perché trovano più facile farlo su What'sUp, e a questo punto dichiaro che la colpa non è del perfido What'sUp, che è stato studiato per semplificarci la vita e risparmiarci scocciature, ma dei programmi informatici che non si sono adattati e continuano a complicare la vita a delle povere creature innocenti. Se i ragazzi non san spedire un allegato e ciò nonostante comunicano notte e giorno spedendosi non solo foto e messaggini ma anche lunghissimi papier, film ed enciclopedie vuol dire che c'è modo di farlo, e sarebbe ora che chi deve si aggiornasse, ché saper spedire un allegato non mi sembra che sia una di quelle abilità da far tutelare all'UNESCO, come la fabbricazione artigiana del limoncello o gli intarsi in legno e pietra dura.
Comunque la piattaforma di Google è un po' uno struzzo e prende tutto: file in videoscrittura, file raffinatissimi con ovali e forchette e grafici a torta, fotografie e file corredati da immagini. C'è stata una mezza tragedia però quando, convinta di dare un compito semplice, ho chiesto che mi spedissero una foto con didascalia a loro scelta di questo e di quello (animali dell'Amazzonia, immagini dell'antica Cina e simili) perché appunto mandare un allegato sembra che sia complicato assai. Col tempo comunque hanno imparato, ma è certo che se mi fossi stillata il cervello nella disperata ricerca di un metodo efficace per complicargli la vita non credo che avrei potuto trovare niente di altrettanto efficace.

Ma torniamo ai compiti propriamente detti. Stabilito che sul lavoro in classe non si poteva fare molto conto perché al momento dalla classe ci avevano buttato fuori dall'oggi al domani, ho cominciato a riflettere sul da farsi. Per un po' sono stata tranquilla, a parte dare alla Terza un lungo tema sull'epidemia del coronavirus a partire dalla sua nascita, e fin lì andava tutto bene perché l'argomento era decisamente di livello mondiale. Oggi, con la piattaforma a disposizione, lo imposterei in modo più articolato, ma sul momento mi sono limitata ad affidarmi a sant'Internet.
Poi mi sono messa comoda, perché tutti gli altri colleghi stavano dando immani quantità di compiti tradizionali e non era il caso di tormentare anch'io quelle povere creature.
Si poteva forse puntare appunto su Internet, e lavorare un po' sull'arte di istruirsi da soli o in compagnia?
Sì, volendo si poteva, almeno con le mie materie.
Durante la parte di anno scolastico vissuta in modo più tradizionale mi ero giù trovata ad assegnare compiti di riepilogo, compiti di ricerca e compiti insoliti, cercando soprattutto di farli divertenti. Non sempre era possibile, ma l'intenzione era di mostrargli con la pratica (loro) che Geografia era qualcosa di più vasto di una serie di fiumi, laghi e prodotti agricoli da inanellare con santa pazienza all'insegnante durante le interrogazioni (senza mai dimenticare l'indispensabile barbabietola da zucchero).
Le carte geografiche per esempio raccontano tante cose. Molti paesi hanno storie complicate. Come funzionano i parchi nazionali? Come funziona il commercio? Da dove tirano fuori le risorse energetiche i singoli paesi? Come nascono le tradizioni culinarie locali? Come nascono gli impianti sportivi? Perché certi paesi sono arrivati più tardi di altri nell'Unione Europea?
Paradossalmente il fatto di non stare più in classe per certi versi mi facilitava: adesso  potevo mettere quel che volevo sulla piattaforma e obbligarli quanto volevo a lavorarci su.
La mia voce erano destinati a sentirla per meno tempo, ma questo era un dolore a cui, secondo me, erano in grado di sopravvivere.
Ho cominciato a caricare sulla piattaforma video (corti), immagini con didascalia, carte tematiche, quadri (per storia, soprattutto). Canzoni, curiosità, schemi. Le famigerate mappe concettuali. E a chiedergli di rielaborare tutta quella roba a modo loro, o a modo mio, o una via di mezzo.
Sintetizzare, ricostruire, collazionare. Andare a caccia di notizie.
Il problema se copiano o no non esiste. Ovvio che copiano, o meglio che utilizzano fonti. Ma le devono trovare, per utilizzarle - e per trovarle devono cercarle.
Sono compiti piuttosto complicati da fare - ma alla loro portata, perché prima di assegnarli controllo sempre cosa possono trovare facilmente e cosa no - e se non gli riesce possono sempre chiedere: a me, ai compagni, in casa. Sono compiti piuttosto complicati da costruire, certo, e portano via parecchio tempo. Ma va anche detto che sono anche piuttosto divertenti da correggere - e poi gli do sempre un numero di righe da non oltrepassare, che li obbliga a fare un certo lavoro di sintesi.
E come li valuto, questi compiti?
Tengo conto dell'impegno, della capacità di sintesi e di esposizione (scritta) della gradevolezza del risultato e soprattutto del fatto che non mi abbiano ancora minacciato di orribili torture. A dire il vero non si sono nemmeno lamentati, per adesso.
Ma alla fine dell'anno sapranno tutto il programma?
Non credo. Qualcuno sì, certamente. I più ne sapranno un po'. Nella maggior parte dei casi, almeno con Storia e Geografia, le classi non sanno mai tutto il programma, e certo non lo sapevo io alla fine dei vari anni scolastici. Per incredibile che possa sembrare, buona parte di quel che si studia a scuola non si studia affatto o si dimentica. Ma non nella didattica a distanza: sempre.

In conclusione: come tutti quelli che fanno la didattica a distanza anch'io lavoro come un castoro. Tutto sommato però imparare un nuovo modo  di insegnare aggirando il non lieve ostacolo di doverlo fare in maniera completamente diversa non mi dispiace - e considerato che la routine è stata spezzata, tanto vale fare le cose in modo nuovo. 
Funziona, anche: per la prima volta credo di aver trovato una tecnica per spiegare la storia dello smembramento della Iugoslavia dando un senso a quei malefici sette stati. Non pretendo che abbiano capito tutto - dubito che gli stessi abitanti della ex-Iugoslavia abbiano davvero e completamente capito cosa è successo in quei malefici dieci anni, ma almeno la Seconda Invasata, volente o nolente, ha dovuto imparare qualcosa dell'immane disastro che ha frantumato quei sette stati, molto più delle altre seconde cui ho provato a spiegarlo con i più vari sistemi. E forse sono riuscita a mostrargli qualcosa dell'assoluta bellezza di quella regione, aspra e selvaggia ma con dei boschi davvero favolosi (per tacere dei laghetti e delle sorgenti).

Tutto ciò comunque è compatibile solo con una vita di paziente clausura, perché porta via davvero una grande infinità di ore - anche se va pur riconosciuto che le novità portano sempre via moltissimo tempo, e forse con l'abitudine i suddetti tempi finirebbero per ridursi (a me però va benissimo se si ritorna ai metodi consueti, sia chiaro).
Al momento però di abitudine non c'è nemmeno l'ombra e anch'io, come tutti, sto pazientemente contando i giorni che ci separano dall'agognata fine dell'anno scolastico.
Di anni scolastici faticosi ne ho avuti tanti, ma questo li sta davvero battendo tutti.

venerdì 17 aprile 2020

Natura morta - Antonia S. Byatt


Il secondo volume della quadrilogia  viene pubblicato nel 1985, a sette anni di distanza dal primo ma si snoda su un percorso di qualche anno.
Continuiamo a seguire le vicende del  drammaturgo Alexander Wedderburn, che stavolta si dedica alla scrittura di un dramma incentrato su Van Gogh - si tratta quindi senza dubbio di un romanzo dove il giallo limone e il blu notte predominano e contrastano con ogni altro colore, dove si parla molto di pittura e di sbalzi di umore e di problematiche legate all’espressione del genio e dove la luce si rifrange con molta forza, soprattutto nei paesaggi provenzali così spesso evocati nella loro luce abbagliante, ma anche visitati e abitati, in un fascinoso intrecciarsi di relazioni e di ricordi.
Seguiamo poi in parallelo  le vicende delle due sorelle Potter: Stephanie, assorbita e assorta nella sua parte di moglie innamorata e madre prolifica e affettuosa, immersa in una felicità naturale cui è stato però pagato un pedaggio piuttosto forte: quello delle parole, con un vocabolario che si è andato contraendo e dove la tensione verso l’infinito è stata necessariamente ridimensionata a favore delle occupazioni più concrete e terrene. La gioia di essere madre, e una madre felice, si lascia dietro un carico di rinunce, a volte impreviste, a volte definitive.
Frederica, ormai sempre meno acerba, compie invece un complesso apprendistato sentimentale, sociale, culturale e sessuale che la porta a diventare un personaggio di rilievo, nel bene come nel male, della cerchia intellettuale di Cambridge, dove cercando di ritagliarsi uno spazio personale finisce per riscriversi le regole su misura cominciando a costringere gli altri a regolarsi su di lei e non viceversa. 
Tra un amante e l’altro, una relazione intellettuale e l’altra, un esame e l’altro, un articolo di critica letteraria e l’altro, un circolo letterario e l’altro pian piano la trasmigrazione alchemica si compie permettendo di intravedere il materiale originale di cui Frederica è costituita.
Il quadro dei personaggi si amplia, ospitando gradualmente la vivace corte che le si forma intorno. E tuttavia, pur nell’originalità di un percorso così variegato, lo sbocco finale previsto sembrerebbe quello canonico: il matrimonio, quasi mai citato se non nei suoi pensieri, quando si rende conto che lì inevitabilmente sembra destinata ad approdare, pur non desiderandolo esplicitamente, pur non vedendolo come uno sbocco naturale, pur non sentendolo come necessario… e pur non avendo in effetti nessuno con cui effettivamente desidera sposarsi. Perché, quale altro destino può sigillare la storia di una ragazza pur così originale e diversa dal canone consueto? Alla fine è lì che si dve arrivare: è una donna, e la carriera accademica per lei non è prevista. Potrebbe, forse, sposare un professore di letteratura. Oppure...
Le pagine scorrono, i capitoli si susseguono e la lettrice si domanda il perché di quello strano titolo, in una storia dove tutti i protagonisti sembrano decisamente vitali, e cosa accidenti ci sta a fare la citazione di Beda che apre il romanzo e parla di un pettirosso che entra per caso in una stanza.
La risposta arriva vicinissimo alla fine, brutale e sconcertante come solo la vita riesce ad essere. Perché le sorprese hanno per l'appunto questa caratteristica, e cioè di arrivare in modo sorprendente, scuotendo il lettore all'improvviso.
Su questa nota cruda il romanzo si chiude, lasciando la lettrice un po' stordita. Ma sapeste i personaggi!

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e gaiamente mi accingo ad un ennesimo fine settimana a base di lezioni e di programmazioni - stavolta tutto in rete. Ma non per questo mi farò mancare delle lunghe sedute di lettura. Molto, molto lunghe.

domenica 12 aprile 2020

Pasqua inconsueta


Una Pasqua inquietante, ma comunque fertile di nuove possibilità.
Anche troppo?
Auguri a tutti,
è primavera e la notte passerà


sabato 11 aprile 2020

L'anno delle false partenze (molti mali hanno in sé la propria cura)

L'ho presa dalla pagina FB Considerazioni molto ovvie
Dicono che è autentica

Sapevo che quest'anno scolastico per me sarebbe stato diverso da tutti gli altri: rientrare in classe dopo un involontario anno sabbatico, fare solo Storia e Geografia con un orario ridotto, avere cinque classi invece delle solite due o tre... insomma certo non prevedevo di annoiarmi. 
Ma mai e poi mai avrei immaginato l'andamento a montagne russe che quest'anno ha avuto sin dall'inizio e quante notevoli sorprese mi avrebbe riservato, soprattutto nel mio specifico di insegnante delle scuole medie di St. Mary Mead.

È cominciato ai primi di settembre con un piccolo antipasto; durante l'estate infatti il MIUR aveva partorito una nuova pensata: nientemeno che l'Educazione Civica nelle scuole. 
Wow, questa sì che era una novità!
La questione dell'Educazione Civica è da tempo uno dei tormentoni della scuola. Prima dell'arrivo della ministra Moratti era di pertinenza di Storia*, che la risolveva facendo qualche lezione sulle istituzioni italiane (più avanti anche su quelle europee) in terza media.
Con la cosiddetta Riforma Moratti è diventata una materia trasversale e un po' impicciona e ce ne occupiamo tutti: Fisica parla del dooping e del fair-play nello sport, Scienze spiega che non fa bene fumare e che si devono mangiare molte verdure, Lettere spesso si occupa di raffinate tematiche interiori - io comunque di solito risolvevo il tutto facendo un po' di lezioni sulle istituzioni italiane e internazionali, evitando di intromettermi in quel che mangiavano i ragazzi, e accettavo volentieri qualche laboratorio sul razzismo o gli stereotipi quando me lo proponevano (il che avveniva abbastanza spesso).
Qualche anno fa, ai tempi della ministra Gelmini, apparve dal nulla una strana materia denominata Cittadinanza e Costituzione. Nessuno seppe mai di che si trattava perché non vennero mai stilate linee guida né le venne attribuito un qualche orario, men che meno ci spiegarono mai chi dovesse insegnarla. Io comunque ogni anno staccavo un gruppetto di ore che segnavo, appunto, come "Cittadinanza e Costituzione" dove appunto di costituzione parlavo, e non solo di quella della Repubblica Italiana, e le spalmavo con varie modalità sui tre anni.
Il 1 Agosto 2019 comunque il Senato ha votato una strana roba che diceva che Educazione Civica avrebbe avuto un monte ore (mi sembra 33, che è un numero molto fascinoso) ma c'erano un sacco di cose non chiare - e sinceramente non riesco a capire perché tutti insistano a fare leggi su leggi per l'Educazione Civica ma a nessuno venga mai in mente di farne una che faccia capire dove si vuole andare a parare. Purtroppo nello stesso modo si comportano anche in molti altri casi, non solo per quel che riguarda il comparto scuola, e a volte essere un cittadino italiano è davvero molto complicato.
Durante l'estate il governo che aveva fatto la legge cadde, e si ebbe la crisi di governo più pazza del mondo che ci portò al presente governo. C'erano un bel po' di cose da fare e a nessuno venne in mente di occuparsi dell'Educazione Civica, in quelle prime settimane - o, se a qualcuno venne in mente, si mise seduto e aspettò che gli passasse. 
Insomma, il decreto apparve sulla Gazzetta Ufficiale quando l'anno scolastico era ormai iniziato, ma il nuovo Ministro chiese che venisse intanto autorizzata una sperimentazione per quell'anno (che sarebbe poi quello presente).
E così a St. Mary Mead venne convocata in gran fretta ai primi di Settembre una riunione per decidere cosa fare qualora la sperimentazione fosse passata. E venne (giuro) nominata una commissione che decidesse e studiasse come affrontare il caso. C'era per esempio il Gravissimo Problema della valutazione; come si valuta una materia trasversale?
Comunque due giorni dopo la riunione il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, colto da un singolare attacco di buon senso, mandò a dire che no, non si sarebbe sperimentato un bel cazzo di niente per quell'anno perché era tardi. Se ne sarebbe riparlato l'anno successivo.
Da allora tutto tace, nel modo più assoluto, né si è vista l'ombra di una parvenza di un appunto sulle modalità di questo insegnamento-fantasma. Ci sono dunque ben tre  possibilità:
1) a metà Agosto qualcuno si sveglierò dal letargo e si accorgerà che tutto va ancora organizzato, e improvviseranno in fretta e furia un qualche tipo di orrore giuridico assolutamente impraticabile, e qualcun altro nelle varie scuole dovrà sistemare un po' di scartoffie per salvare la forma (non essendoci alcuna sostanza da salvare) e nei fatti non cambierà niente.
2) Qualcuno se ne ricorderà la sera del 7 Settembre o simili e farà votare in fretta e furia un nuovo rinvio di un anno.
3) Nessuno ne parlerà mai più e Educazione Civica Nuovo Modello finirà accanto al Porfolio nell'archivio della coscienza inquieta dell'Istruzione 
Teoricamente esisterebbe anche la possibilità
4) Verranno elaborate apposite linee guida e diramate istruzioni sennate a tutte le scuole, che le applicheranno coscienziosamente
ma al momento sulla possibilità numero 4 non ci punterei su nemmeno il proverbiale centesimo falso e pure bucato.
Comunque, le nostre due ore di riunione sono state tempo del tutto sprecato, e temo purtroppo che non siamo state l'unica scuola che si è riunita per parlare di tale inesistente argomento.

L'anno scolastico si avviò. Scoprimmo che per la scuola media di St. Mary Mead era stato deciso di fare i famosi lavori di ristrutturazione durante l'estate: lungi dal rifare la scuola da capo a pié ci avrebbero fatto... un cappotto.
"Ma d'estate fa caldo" osservò qualcuno "Non sarebbe meglio uno spolverino? È più leggero".
"No" ci venne risposto "Il cappotto è un cappotto antisismico". 
Così ci siamo rassegnati al cappotto ma in molti (in particolare tra i genitori) dubitavano assai che i lavori sarebbero stati terminati entro la fine dell'estate - perché, signori miei, si è mai dato il caso di un lavoro, specie al pubblico, che sia stato consegnato entro la data stabilita?  E difatti si racconta che più di un genitore abbia iscritto altrove la sua prole per paura dei container. 
E tuttavia, alla luce degli sviluppi successivi, mi sento di prevedere che i container NON saranno presi in considerazione, qualsiasi cosa succeda, perché le loro dimensioni sono piuttosto contenute e improvvisamente tutti si sono accorti che i ragazzi necessitano di un certo spazio vitale, e questa mi sembra una bella cosa indipendentemente da come ci si è arrivati.
Resta da capire se entro la fine dell'estate i lavori saranno, non dico terminati ma almeno avviati: dal Comune tutto tace e le incognite in gioco sono davvero parecchie.

Poche settimane dopo, colta da subitaneo  e soverchio timore che gli alunni della scuola media si buttassero nella tromba delle scale - timore davvero eccessivo perché, suvvia, non credo che le nostre lezioni siano poi talmente terribili da istigare al suicidio - alla scuola media di St. Mary Mead venne deciso da un giorno all'altro di murare gli alunni nelle classi durante l'intervallo.
La prima settimana fu tremenda per me. Non dormivo di notte, scalpitavo di giorno e ululavo incessantemente alla luna. Decisi di chiedere il trasferimento - ero così decisa a chiederlo che non ne feci parola assolutamente a nessuno, all'interno della scuola.
I genitori protestarono con moderazione, i ragazzi si mostrarono più docili del previsto e venne infine elaborato un tipico pasticcio all'italiana che personalmente trovavo perfino peggio della prima soluzione: durante l'intervallo gli alunni potevano stare anche nel tratto di corridoio antistante alla porta, purché l'insegnante li sorvegliasse (sulla porta). Mi rafforzai vieppiù nella decisione di chiedere il trasferimento perché, per quanto rimesse in sesto dalle abili cure del reparto gastroenterologia dell'ospedale di Careggi, le mie povere budella non riuscivano a sopportare lo stress né il mio fegato reggeva l'idea di contare i passi di quelle povere creature affidate alla mia sorveglianza e tenuti come cani alla catena.
L'anno prossimo tuttavia sembra che il problema più serio sarà tenere adeguatamente distanziati i ragazzi ed evitare assembramenti, piuttosto che insistere per tenerli chiusi in classe. È molto probabile quindi che la regola subirà un certo ulteriore smorzamento, fino a diventare la disposizione più ipocrita e mendace di tutto il regolamento della scuola media di St. Mary Mead.

Ad ogni modo il trasferimento non l'ho chiesto, perché non ho voluto privarmi del piacere di vedere come saremmo riusciti a conciliare almeno vagamente l'idea dell'intervallo in classe con la nuova, innovatissima didattica DADA, che prevede il passaggio regolare di ampi stormi di alunni su e giù per la scuola, rigorosamente non accompagnati dagli insegnanti; e invero il progetto DADA sembrava foriero di vari spunti di divertimento, primo fra tutti il problema di far convivere due insegnanti a orario complessivo di 36 ore in un locale detto classe dove si fa lezione per 30 ore settimanali. Al momento però della didattica DADA han smesso tutti di parlarne, vuoi perché non è possibile andare ai convegni per informarci, vuoi perché non possiamo mettere nemmeno la punta di un piede dentro la scuola per studiare i lavori necessari da fare. E poi, chi li farebbe i lavori? E soprattutto; sarebbe una buona idea iniziare l'anno scolastico con ampi stormi di alunni che vagano tra una classe e l'altra, rigorosamente in gruppo?

Incredibile come basta poco a cambiare prospettiva sulle questioni. Al momento una roba potenzialmente pericolosissima come una classe, una banalissima classe nemmeno tanto numerosa, come quella che abbiamo a St. Mary Mead, 20-22 alunni, ci sembra improponibile ma soprattutto strana. 22 persone in una stanza? Ossantocielo, ma come è potuta venire in mente una roba così?
Aspettiamo sospesi la prossima svolta di questo serpente. Tutte le scuole sono in sospeso, ma a St. Mary Mead di cose in sospeso ne abbiamo davvero un bel po'.

* tuttora io risulto abilitata ad insegnare Italiano, Storia ed Educazione Civica, Geografia. Ignoro il motivo per cui non hanno mai cambiato nome alla classe di concorso, e nutro in cuor mio il sospetto che il vero motivo sia "perché son grulli". Ma sono opinioni personali, e una vale l'altra.

venerdì 10 aprile 2020

La vergine nel giardino - Antonia S. Byatt


Di Antonia Byatt non avevo praticamente mai sentito parlare se non molto di sfuggita fin quando tre anni fa, all'inizio della mia interminabile convalescenza, nel blog di Esserino & Balena un'adorabile signora inglese con cui Dani era entrata in contatto nel corso delle sue, ahimé troppo brevi, avventure inglesi consigliò la lettura del libro che oggi vado a presentare, e lo presentò come primo di una quadrilogia. La stessa Dani lo procurò tosto ai lettori in formato audiolibro dalla lussuosa audioteca di RadioTre - e in effetti al momento gli audiolibri erano adattissimi alle mie precarie condizioni fisiche. 
Lo trovai un libro particolare... insolito. Ma c'era qualcosa che mi prese e grazie alla biblioteca locale mi procurai anche gli altri tre, che in seguito lessi in varie stagioni e tappe - continuando sempre e comunque a trovarli insoliti. 
Ci tengo a citare il blog di Esserino & Balena perché senza il loro suggerimento mai e poi mai sarei entrata in contatto con questi quattro libri - e davvero mi sarei persa qualcosa.
Ma andiamo per ordine; la quadrilogia è la storia della formazione di una giovinetta che poi diventa donna e del suo modo di rapportarsi col mondo che ha intorno e che è in gran trasformazione, e si tratta di un genere  che ho sempre apprezzato molto anche per la ricostruzione storica che questi romanzi finiscono inevitabilmente per sobbarcarsi.
La qualità della scrittura è buona; la Byatt scrive bene e presenta le varie situazioni in modo limpido e accurato, con una certa crudeltà di tocco. È comunque una scrittura molto densa, di quelle che se ci immergi un cucchiaino sta in piedi da solo, e i protagonisti amano indagare i campi più strani dello scibile umano: il bene e il male , l'amore e la morte, naturalmente, e l'esistenza di dio e il suo ruolo nelle nostre vite - e fin qui siamo ancora in zona facilmente gestibile, ma arrivano anche il funzionamento del cervello umano e di quello delle chiocciole (difficile immaginare quante tipologie di chiocciole esistono al mondo), il rapporto tra pensiero e realtà, tra libertà e potere, tra conoscenza e cultura, tra raziocinio e istinto, tra il colore e la tela, tra...
Normalmente detesto questo tipo di massimi sistemi e quando mi ci imbatto pianto il libro senza ombra di rimorso, ma qui tutto mi è sembrato molto pertinente alla vicenda - insomma, non c'è niente che non dovrebbe esserci, anche se a volte la lettura non va speditissima. Aggiungo comunque che tutta la storia è piena di sorprese, gestite anche molto bene dall'autrice.

La quadrilogia comincia nel 1978 con La vergine nel giardino, e si concluderà solo nel 2002 con Una donna che fischia. Il primo romanzo comunque è ambientato nel 1953.
Per l'Inghilterra è un anno particolare: si è finalmente scrollata da dosso il ricordo del razionamento e dei sacrifici richiesti dalla guerra e comincia a lasciarsi alle spalle un po’ della polvere imperiale dei decenni appena trascorsi, rivedendo anche il suo canone letterario - un problema, questo, molto sentito dalle due sorelle protagoniste - figlie di un professore universitario di storia della letteratura, cresciute all'interno del recinto dorato del college e imbevute e quasi annegate sin dall'infanzia nella letteratura (perché, esiste forse qualcos'altro?).
La coppia di sorelle si presenta sin dall'inizio come una specie di proiezione e revisione della coppia di sorelle protagoniste di Donne innamorate - uno dei molti autori di cui va accuratamente ponderata la ricollocazione nel canone letterario (e che è destinato a ricomparire spesso nella quadrilogia). In realtà il libro è pieno zeppo di citazioni, allusioni, riferimenti, riproposizioni e parodie legate alla letteratura inglese e sono assolutamente sicura che per una che sono riuscita a cogliere me ne sono sfuggite almeno quattro.
Due sorelle, dunque, molto giovani e di belle letture, con un padre molto intellettuale, molto irritante e molto scomodo sia come padre che come marito, un po' meno come collega dell'università.
Stephanie si mostra come la più terrena e concreta delle due, mentre Frederica ondeggerà in una complessa opera di formazione e trasformazione dove conciliare le sue ambizioni, i suoi interessi e la sua personalità ancora allo stato di abbozzo sembra a tutta prima un affare piuttosto complicato. È ancora acerba, perfino come protagonista, tanto che la scena sarà occupata per lo più da Stephanie, dalla sua bizzarra storia d'amore e dal  conseguente matrimonio che, nonostante la feroce opposizione paterna, molte apparenti incongruenze e qualche ostacolo esterno, finirà per rivelarsi assai felice. 
Frederica dunque è la vergine del titolo (e solo in chiusa del romanzo infatti la sua verginità verrà abbandonata) ma c'è anche un riferimento molto marcato alla Vergine per eccellenza della storia inglese, ovvero la Regina Vergine, Elisabetta I, cui uno dei protagonisti dedica un dramma in versi intitolato “Astrea” - un apparente anacronismo letterario, in tempi di revisione del canone. Ma è il 1953, anno dell’incoronazione di Elisabetta II, e in barba alla revisione del canone letterario l'anacronismo risulta non soltanto assai pertinente e opportuno, ma sortirà anche un grosso successo di pubblico e di critica. Il romanzo, a struttura corale, ci racconta appunto della preparazione dello spettacolo: assistiamo dunque alla scelta del luogo delle rappresentazioni, alla selezione degli interpreti, alla preparazione dei costumi e alle prove fino alla lussuosa prima della rappresentazione. Frederica, la futura protagonista della quadrilogia, è apparentemente in second'ordine rispetto ad altri personaggi ma il lettore viene garbatamente avvisato che l'apparenza può ingannare: sarà lei infatti ad ottenere il ruolo di Elisabetta Tudor da giovane, negli anni in cui sembrava sempre che il trono toccasse a qualcun altro.
E poco prima dello spettacolo andrà in scena un altro e ben più grandioso spettacolo, ovvero l'incoronazione della sua nuova sovrana, Elisabetta II, che addirittura verrà trasmessa in televisione in diretta - con grande entusiasmo del popolo tutto e grandissimo sconcerto degli intellettuali, che comunque seguiranno la diretta televisiva esattamente come la plebe pur deprecando l’intrinseca volgarità della spettacolarizzazione di sì augusto avvenimento.
L'Inghilterra sta cambiando, dunque, la letteratura sta cambiando e anche il mondo segue una sua qualche evoluzione, mostrata anche da quello strano aggeggio catodico, Frederica pure sta cambiando e il romanzo si chiude, gravido (sì, parecchio gravido) di nuovi sviluppi.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e come sempre auguro a tutti quelli che passano di qua buone e lunghe letture, favorite anche da una Pasqua decisamente insolita in cui le gita fuori porta sono state messe sotto embargo.