Il mio blog preferito

venerdì 14 agosto 2009

Auguste Ferie





Auguri!

martedì 11 agosto 2009

Quadernetti estivi - Tout se tien


Il serpente Ouroborus, in una versione leggermente sciroccata
(lui lo sa bene, che tutto si collega)

Questa strana estate di terremoti sotterranei e crisi mascherate non sta riservando molta attenzione alla scuola e i nostri migliori tuttologi sembrano ben decisi a godersi un meritato riposo.
Abbiamo avuto sì Gianluigi Paragone che, durante la sua brevissima direzione di Libero, aveva avviato una Grandiosa Inchiesta sui fortunati che godevano di lunghe ferie (l'obbiettivo primario erano i Perfidi Magistrati, però un angolino dell'articolo era dedicato anche ai Fortunati Insegnanti). Ma un attacco di Paragone nelle presenti circostanze non è di quelli che turbano più di tanto, se proprio devo essere sincera - anche se ammetto senza remore di nutrire un po' di invidia per una persona che ha a disposizione sì tanti compratori, qualora decida di vendersi, laddove con me nessuno fa mai un tentativo, sia pur minimale, di corruzione (chessò, un salamino alla cacciatora in cambio di un voto più alto), nemmeno quel tanto che basti per darmi modo di esibire la mia Drittura Morale rifiutando con sdegno.

C'è stato poi un articolo su Repubblica sul tragico fenomeno de "La morte della scrittura". L'autrice comunque si limita a raccogliere una serie di opinioni (alcune un po' farneticanti, per la verità) sulla scomparsa del corsivo tra le nuove generazioni, che alcuni adulti vivono come una vera tragedia generazionale perché priverebbe i nostri sventurati alunni della possibilità di "tradurre il pensiero in parole" lasciandoli in balia del perfido stampatello che invece, questo pensiero, lo seziona in lettere, spezzettandolo e "negando il tempo e il respiro della frase". L'articolo si chiude con alcune pacate e ragionevoli considerazioni di un'insegnante di Lettere delle medie che riportano la questione a dimensioni più sensate.

C'è anche un articolo sugli e-book che quest'anno sono stati adottati solo in misura minima, con gravissimo danno per i bilanci familiari (e sarebbe interessante capire come avremmo potuto adottare gli e-book, visto che, almeno nella mia scuola, nessun rappresentante li ha proposti o ha accennato alla loro effettiva esistenza).

Il grosso degli articoli dedicati alla scuola comunque riguarda la Spinosa Questione della Conclamata Inferiorità delle Scuole Meridionali (e conseguente Altrettanto Inferiorità degli Insegnanti Meridionali), ormai stabile bersaglio delle critiche al nostro sistema scolastico. Abbiamo avuto quindi una vera sventagliata di articoli sui voti più alti che gli allievi meridionali hanno conseguito alla maturità, all'esame di licenza media, ai vari scrutini... e alle prove Invalsi. Per la verità il fenomeno mi sembra risalire abbastanza indietro nel tempo (prova ne sia che il ministro Gelmini ha scelto appunto di andare al Sud per fare l'esame di stato) ma quest'anno è decisamente assurto agli onori della cronaca portandosi dietro una serie di polemiche singolarmente cretine e sulla cui buona fede nutro gran copia di dubbi.
Segnalo comunque i due temi principali della questione (al momento, e si spera per poco).

Valutazione di una prova di valutazione
La prova in questione sarebbe quella nazionale, elaborata dall'INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e formazione), giunta quest'anno alla sua seconda edizione.
L'anno scorso era sorto il dubbio che gli insegnanti "avessero aiutato" gli alunni, anche se non mi risulta che la cosa sia stata effettivamente dimostrata. Ad ogni modo quest'anno, onde evitare il ripetersi di tale indimostrato ma increscioso comportamento, era stato chiesto che alla sorveglianza delle prove in questione NON partecipassero i professori delle discipline. Così è stato nella mia scuola, dove i miei amati alunni si sono affaticati sulla prova mentre io dormivo il sonno del giusto o cazzeggiavo in rete (ci ho i testimoni); detto per inciso, un controllo dei verbali potrebbe stabilire se così è stato o non è stato anche nelle altre scuole, e soprattutto nelle cosiddette scuole-campione.
E' stato fatto questo controllo? Non risulta.
La metodologia di correzione e di valutazione delle prove era folle, oltre che molto complicata. Nella mia scuola ci si sono persi, e così forse è stato anche altrove. Ma anche se nessuno a parte noi si fosse perso, i criteri di valutazione avevano un bel margine di opinabilità. Già il semplice fatto che, almeno per la prova di italiano, ci fossero due diverse possibilità di conteggio dei punti lascia decisamente perplessi.
Giunta al momento di valutare i risultati, l'INVALSI stabilisce che i risultati nudi e crudi delle scuole campione non vanno bene. Tali risultati, allo stato brado, segnalano che sia in italiano che in matematica... la preparazione degli alunni del Nord Italia è inferiore. Per Italiano risulta una leggera superiorità dell'Italia centrale, seguiti dalle regioni meridionali, per matematica le regioni meridionali primeggiano senz'altro. A questo punto i solerti tecnici dell'Invalsi sono intervenuti con appositi correttori statistici e, basandosi sull'evidenza che in alcune regioni molti insegnanti avevano suggerito agli alunni le risposte giuste o li avevano lasciati copiare tra loro, hanno ricorretto i dati alla luce di alcuni specifici fattori statistici, riportando i risultati ad una più ragionevole superiorità delle regioni settentrionali in entrambe le materie.
Naturalmente dall'Invalsi hanno spiegato che tutto ciò è stato fatto senza alcun pregiudizio campanilistico ma solo per questioni di attendibilità statistica (beh, che altro potevano dire?) e che si tratta ancora di dati grezzi, basati sul famoso "campione significativo" che da più di trent'anni infelicita le nostre maratone elettorali (e allora, se sono ancora dati grezzi, perché non vi mettete un sano tappo in bocca invece di parlare a bocce ferme?). Ed è vero, come ricorda Luca Ricolfi in un articolo che contiene molte ragionevoli considerazioni, che questo tipo di correttivi si usano spesso, in statistica. Il punto però è che i criteri con cui stabilire i correttivi non li dà Gesù Bambino (e nemmeno il Grande Mazinger), e che se il lavoro di correzione non è fatto bene rischia di taroccare pesantemente i risultati. L'INVALSI non si è mostrata in grado di proporre delle prove attendibili, e soprattutto ha fatto un gran pasticcio con le griglie di correzione. Possibile che siano diventati tutti dei fulmini di guerra proprio al momento di usare i correttivi? E soprattutto, quand'anche i correttivi fossero ben calibrati, siamo sicuri che fossero validi i risultati su cui sono stati usati?
E dunque davanti ai dati ancor grezzi mi sorgono spontanee alcune considerazioni ancor più grezze:
1) Quando accusi la gente di copiare devi avere delle prove, se vuoi evitarti spiacevolissime conseguenze
2) Perché l'Invalsi ha mandato delle procedure di correzione cervellotiche assai e tanto facilmente manipolabili?
3) Cosa me ne faccio delle valutazioni su una prova di valutazione dove probabilmente buona parte dei risultati sono sbagliati anche se non necessariamente per malafede?
4) perché l'Invalsi non ha effettuato la correzione delle prove in proprio? E magari non ha gestito in proprio tutta la prova?
Sì, certo, si sa che son cose che costano. Se costa troppo si potrebbe magari, nei primi tempi, limitarsi al solo campione rappresentativo... e comunque se il ministero vuole dei riscontri oggettivi dovrà ben adattarsi a tirare fuori un po' di soldi.
5) perché gli insegnanti di italiano dell'Italia centrale sarebbero più inclini a proteggere i loro studenti dei loro omologhi di matematica?
6) al Nord gli stranieri abbondano, al Sud scarseggiano. Pole essere che ciò abbia un qualche effetto sui risultati?
7) come si spiega la forbice tra Nord e Sud quando, a sentire la Lega, le scuole del Nord sono letteralmente invase e infestate da insegnanti meridionali, che in quanto meridionali sono notoriamente incapaci?
8) è il caso di tenersi un ministro che, tra tante regioni, ha scelto proprio quella col presunto maggior tasso di lassismo per fare l'esame di Stato (e infatti di legislazione e legilproduzione e pure di legilimanzia ci capisce veramente il giusto, basta vedere i casini che ti combina)?
9) siamo davvero tanto sicuri che al Nord conoscano l'italiano meglio che al Sud?

L'ultimo punto mi sembra particolarmente dubbio perché sono gli stessi settentrionali, per bocca dei rappresentanti in parlamento da loro liberamente scelti, a confessarsi in difficoltà con la lingua nazionale, tanto da volere insegnanti che conoscano il loro dialetto.
E qui si innesta la seconda telenovela estiva (che in realtà ha ben poco a che vedere con la scuola, molto con l'attuale situazione politica e praticamente nulla con la preparazione linguistica dei ragazzi delle regioni settentrionali)

L'importanza di parlare il dialetto
Si tratta di una vicenda in bilico tra delirio e ridicolo (come quasi tutto quel che riguarda la scuola da qualche anno a questa parte). In sintesi:
durante la legislatura 2001-2006 Valentina Aprea era vicesegretario all'Istruzione e faceva e disfaceva a piacer suo (anche se non sempre in modo che rendesse onore al suo senno). Nella legislatura attuale qualcosa deve essere cambiato negli equilibri di potere; sta di fatto che hanno abolito le SSIS, di cui Aprea era paladina e patrona, e l'hanno mesa a presiedere la Commissione Cultura. dove è partito un lungo confronto et ampio dibattito su un suo progetto di legge legato al reclutamento degli insegnanti, alle scuole che diventavano fondazioni e a un'infinità di altre cose tutte di ambito scolastico. E' passato un anno ma sono ancora lì a discutere, anzi erano ancora lì a discutere finché, in data 28 Luglio, la Lega chiede che venga attestata con un apposito test la conoscenza da parte dei docenti della storia, della tradizione e del dialetto della regione dove vogliono insegnare.
La deputata Aprea cerca di capire se stanno facendo sul serio e, dopo un tentativo di mediazione, risulta che sì, farebbero sul serio. A questo punto la signora, comprensibilmente scoraggiata dall'idiozia della proposta, ne conclude che non c'è la volontà (o la possibilità) politica da parte della maggioranza di portare avanti il suo disegno di legge. In pratica getta la spugna.
Che il disegno di legge Aprea finisca alle ortiche sembra un'ottima cosa a chiunque abbia avuto la ventura di darci un'occhiata, ma è probabile che né il dialetto né la proposta di Aprea siano il vero punto della questione; diciamo che in questo momento la presidenza del consiglio è piuttosto indebolita da certe sue vicende private o simil-private e la Lega sta cercando di approfittarne, come pure alcuni rappresentanti degli elettori del Sud. Del resto la proposta della Lega, oltre ad essere decisamente balorda, è anche inapplicabile per svariati miliardi di ragioni, compreso l'immane numero di dialetti che pullulano per ogni dove nella nostra penisola.
La Lega comunque insiste, anche perché il sacro rito di Pontida è alle porte e qualcosa dovrà ben raccontare ai suoi elettori più fedeli. Abbiamo così avuto tale ministro Zaia che si è lamentato che i libri di storia scolastici non si occupano di storia locale, e per fare un esempio non ha citato la storia di Caltanissetta, Latina o Cividale del Friuli (le cui pur affascinanti vicende sono effettivamente trattate con una certa approssimazione nei manuali) ma... Venezia (!) dimostrando con ciò di non aver mai aperto un libro di storia in vita sua, né a scuola né dopo, e di non avere la benché minima idea di quel che si intende per "storia locale".

Vedremo più avanti se e come continuerà la crociata anti-sudista, o se le grandi manovre dopo Ferragosto porteranno a qualche offensiva sulla scuola legata a temi completamente diversi.

domenica 2 agosto 2009

Arrivano gli e-book?



Si sa che l'attuale governo dice un sacco di cose (non sempre coerentissime tra di loro); tra l'altro ha detto, anzi legiferato, in occasione dell'ultima finanziaria, che fra due anni i libri dovranno essere "in versione on line scaricabili da internet o mista". Si tratterebbe di cominciare nell'anno scolastico 2011-2012.
Con mia infinita sorpresa, qualcuno sembra avere preso sul serio questa specie di pesce d'Aprile passato a Giugno, sia tra gli insegnanti che tra gli editori. Qualche tempo fa Faraona aveva fatto uno status questionis dell'affaire con un sacco di link per fare il punto della vicenda, tra i quali segnalo un'analisi di Guastavigna e una di Noa Carpignano, editore assai addentro alla questione. Navigando allegramente per la rete sulla scorta di queste e altre indicazioni e alla luce della mia conoscenza dei fatti mi sono vieppiù rafforzata nella convinzione che questa legge non avrà luogo nei tempi indicati per manifesta impossibilità
Partiamo dalle basi: per gestire un e-book ci vogliono, quantomeno, un programma apposito, un computer o almeno un lettore di e-book... e una stampante.
Per quanto si parli e a volte straparli di nuove generazioni digitali, siamo in Italia. Non tutti hanno il computer, non ce li puoi obbligare, tanto meno puoi obbligare i genitori (già, i genitori. O davvero speriamo che i bambini delle elementari si gestiscano in proprio i loro libri di testo anche al primo biennio?).
Stesso discorso per le scuole. L'attrezzatura informatica di molte scuole è... diciamo bassina, con macchine non proprio modernissime e stampanti che se non sono a margherita poco ci manca.
Poi vengono gli insegnanti. Non siamo tutti analfabeti informatici, assolutamente no. Di qui a lavorare con i libri elettronici però ce ne corre.
Certo, gli insegnanti possono essere istruiti e le macchine comprate. Basta sapere chi paga. La scuola dove lavoro al momento ha un laboratorio (piccolo e scassato) di informatica e due stampanti dicesi due, rigorosamente per fogli in A4.
Se l'idea è che "il libro elettronico non va stampato, va usato sullo schermo" l'idea è demenziale oltre che scomoda, faticosa e nociva per gli occhi dei giovani rampolli incautamente affidati alle nostre mani. Magari sarebbe più fattibile se tutti avessero a disposizione schermi della nuova generazione. D'altra parte, se fossi Sailormoon andrei in cerca del seme di stella invece di scrivere un blog sulla scuola.
Ancor più dolente è la situazione degli editori scolastici. Siamo sinceri, nella maggior parte dei casi non sanno fare nemmeno i libri su carta, figurarsi quelli elettronici. Cioè, magari gli editori saprebbero o potrebbero cercare di sapere, ma gli autori? Un e-book va concepito in modo diverso da un libro consueto. L'idea "vi diamo il libro così com'è, voi lo stampate ed ecco il libro elettronico" non è nemmeno da prendere in considerazione perché produrrebbe solo una copia più scialba del libro come lo conosciamo oggi. L'idea di fare un libro, o meglio un sussidio, di tipo diverso sembra al momento impraticabile con le teste di cui disponiamo.
Adesso, siccome sono un'appassionata di fantasy nonché una colta dama molto amante dei libri, dell'insegnamento e dell'informatica, voglio provare a immaginare come potrebbero funzionare gli e-book per le mie materie.
GRAMMATICA: oh sì, mi piacerebbe moltissimo una bella grammatica senza fronzoli e disegnini e soprattutto senza carta patinata: una bella grammatica liscia e severa che contenga solo la grammatica. Un bel manuale.
No, non funzionerebbe lavorarci su schermo, nemmeno per gli esercizi. Perché gli esercizi, poi, li dobbiamo correggere in classe. Venti computer più il mio, in un immane groviglio di fili elettrici, per controllare che tutti abbiano ben individuato il predicativo del soggetto e usato correttamente i pronomi personali?
Mi viene il mal di testa solo a pensarci. Per la grammatica ci vuole la carta, di questo sono fermamente convinta. Carta ben rilegata, perché il libro va usato molto. Gli editori potrebbero, già da ora, darmi un bel manuale liscio ed economico, ben fatto e con tanti esercizi.
Certo, se al libro fosse affiancata la versione on line che permettesse all'alunno di andare a controllare quel che non ricorda con una stringa di ricerca, invece di scartabellare furiosamente, sarebbe comodo. Ma il libro è irrinunciabile. E lo voglio rilegato. L'editore è lì per quello, per rilegare libri, possibilmente usando una colla decente. Non speri di cavarsela lasciandoci soli, io, i ragazzi e le famiglie, alle prese con le stampanti a margherita che hanno illuminato i luminosi anni della mia giovinezza, quando lavoravo alla tesi.

ITALIANO, lettura.
Ah, qui sì che l'e-book potrebbe fare meraviglie. Una bella antologia vastissima, da cui scegliere di volta in volta i testi o le sezioni che mi interessano, senza carta patinata e senza i soliti demenziali disegnini e quegli enormi margini bianchi. A fine anno le famiglie pagano solo quello che ho fatto scaricare. Certo, non vorrei quei brani da quindici righe circondati da tre chili di introduzione, vorrei dei testi VERI, di varie pagine. Ci sarebbe senz'altro un bel risparmio di carta.
Gli editori accetterebbero di vedere così ridotti i loro introiti?
Potrebbe convenirgli, visto che al momento la mia scuola di pensiero è "non comprare l'antologia e fai lavorare la fotocopiatrice". Peccato che non abbia mai potuto metterla davvero in pratica perché l'antologia l'ha sempre adottata qualcun altro per me.
Vantaggi analoghi si potrebbero avere con i libri di Educazione Musicale, ripensandoci.
Sì, in quel caso il risparmio ci sarebbe.
Sono malpensante se dico che disfarsi dell'antologia così come la conosciamo si rivelerà un'impresa improba?

STORIA: qui cascheranno un bel po' di asini, temo. Un manuale di storia ci vuole, e non basta un testo scritto, ci vogliono le illustrazioni, gli esercizi, le cronologie e tutto il resto. Ma in effetti un bel testo elettronico di appoggio per gli approfondimenti, altre immagini, documenti, laboratori etc, sarebbe proprio carino. Un anno potrei fare il laboratorio sulla rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, un anno invece tormentare i miei sventurati allievi con le varie rivoluzioni inglesi del Seicento fino a fargli chiedere pietà in ginocchio e un anno fargli fare un bello studio parallelo sull'evoluzione delle armi e dell'esercito. Anche lì, pagare solo quello che si è effettivamente scaricato, a fine anno. Qui gli editori dovrebbero darsi effettivamente da fare e non tutto andrebbe stampato: spesso le immagini risultano molto migliori sullo schermo che nella stampa.

GEOGRAFIA: qui varrebbe perfino la pena di sfidare la giungla dei cavi elettrici, anche solo per le carte geografiche e tematiche e le varie tabelle. Un testo di appoggio su carta ci vuole, si capisce. Ma, ad esempio in terza, si potrebbero scegliere gli stati da studiare e perfino l'impostazione con cui studiarli. Per fare qualcosa di adeguato gli editori dovrebbero decisamente darsi da fare, ma il risultato potrebbe essere entusiasmante, specie se in classe si dispone di una bella lavagna digitale. In effetti i libri di geografia sono quelli in maggior trasformazione (a volte con risultati orripilanti) e la materia è molto elastica, potrei quasi dire liquida, e dunque un bel testo liquido potrebbe essere assai profittevole da usare.
Tra l'altro gli editori non avrebbero più scuse per rifilarci testi ancorati agli avvenimenti di cinque anni fa e tabelle con i PIL e gli indicatori economici vecchi e decrepiti.

Ci arriveremo?
Oh sì, ci arriveremo. Non in tre anni ma ci arriveremo, specie per storia e geografia. Prima o poi gli editori si accorgeranno che l'esistenza di san Google rischia di rendere sempre più inutile una buona parte della loro produzione...

venerdì 31 luglio 2009

La storia siamo noi - Scardinare l'impianto cronologico






Quando portai la tesina di storia del secondo anno di SSIS alla tutor ebbi cura di farlo nell'ultimo giorno di tempo disponibile per la presentazione. Questo le impedì di fare tutto ciò che tutti gli insegnanti del gruppo di storia ritenevano loro preciso dovere: cambiare più volte l'argomento in corsa, assegnare una bibliografia che non c'entrava nulla e ristrutturare il lavoro da cima a fondo. Ma io non avevo molto tempo da perdere e volevo che quel che facevo mi tornasse utile, almeno a livello di formazione personale.
Si trattava di un modulo in tre lezioni sull'economia tra le due guerre mondiali. La tutor, a denti stretti, ammise che l'argomento era ben trattato e la bibliografia pertinente, ma si lamentò che tre lezioni per un modulo erano poche. Perché non lo ampliavo, ad esempio con un paio di lezioni sull'economia socialista in Svezia?
Risposi che l'economia svedese, per quanto argomento assai rispettabile, non veniva studiata in modo approfondito nel programma di terza media e che, soprattutto, tale tipologia economica si sviluppava dopo la seconda guerra mondiale.
"Ma noi stiamo appunto cercando di scardinare l'idea dell'insegnamento cronologico della storia" ribatté la tutor, assai infervorata.
"Io non sto cercando di scardinare un bel nulla e il programma di terza mi sembra abbastanza complesso anche senza confondere ulteriormente le idee ai ragazzi" risposi con voce da cui colavano i ghiaccioli.
Rimase interdetta, tanto che non riuscì a ribattere nulla - oppure un vago istinto di conservazione le suggerì di non spingersi oltre, perché oltre ai ghiaccioli dalla mia voce colavano anche pallottole e pugnali.
Da allora quel fiero proponimento di scardinare l'impianto cronologico mi è tornato spesso in mente, quando esaminavo i libri di storia - e, peggio ancora, quando ci lavoravo. Molti autori sembrano trovarla un'idea valida e si regolano di conseguenza, in barba agli obbiettivi ministeriali che continuano (non irragionevolmente, secondo me) a prevedere la capacità, per lo studente, di collocare un dato evento sulla linea del tempo.
Naturalmente siamo tutti d'accordo che la storia è qualcosa di più di un elenco di date, che la storiografia annalistica andava bene per gli antichi romani ma che oggi cerchiamo di inquadrare i fatti in un contesto più ampio, che non sempre è possibile trattare gli avvenimenti in ordine rigorosamente cronologico eccetera eccetera.
Detto questo, gli attuali manuali di storia per le medie sembrano convinti che il loro compito primario sia confondere le idee di chi li usa sulla successione temporale degli avvenimenti.
I metodi usati sono numerosi ed hanno maggior successo laddove si tratta di spaziare in ampi periodi. La storia medievale è fantastica sotto questo aspetto: puoi per esempio fissare la nascita delle città intorno all'anno Mille, trattare per due capitoli degli stati nazionali (che magari all'epoca non erano così consapevoli che in seguito avrebbero fatto di mestiere gli stati nazionali) dal 1000 al 1400 circa, spaziare sui popoli delle steppe con un piccolo excursus sulla storia cinese, soffermarti sugli ordini mendicanti e la civiltà cortese, poi un paio di paragrafi sulla vita dei castelli, e infine approdare ai contrasti tra papato e impero nell'XI secolo. Se poi alla fine di questa grande insalata i ragazzi che hanno provato a studiare storia sono convinti che Giovanna d'Arco e Francesco d'Assisi siano all'incirca contemporanei e Gregorio VII arrivi un po' dopo, insieme alle crociate e alla caduta di Costantinopoli, mi sembra il minimo.

Altre affascinanti possibilità sono offerte poi da eventi più fluttuanti, ad esempio la nascita della borghesia che notoriamente ha molte vite come i gatti perché, oltre a non morire mai, nasce un buon numero di volte: con l'affermarsi dei comuni, con l'espansione dell'economia fiamminga, con l'intervento di Colbert, un po' prima della rivoluzione francese e infine con la rivoluzione industriale finché non arriva Marx che parla di una borghesia completamente diversa.
Anche la rivoluzione industriale funziona bene sotto questo aspetto, perché già con l'invenzione della macchina a vapore si possono sfoggiare grandiose descrizioni delle città inquinate e degli slums che potranno in seguito essere ripetute pari pari per almeno tre volte (compresa una da includere nel paragrafo sul marxismo).
Si penserebbe però che, arrivati al programma di terza media, la ristrettezza dell'arco cronologico renda difficile confondere le idee più di tanto. In realtà anche lì, organizzandosi, si può fare parecchio - per esempio operando come il mio ultimo libro di storia* i cui autori, da sempre convinti sostenitori dell'importanza delle tre unità aristoteliche di tempo, spazio e azione, dedicano prima un capitolo al fascismo dal primo dopoguerra all'impero italiano compreso, poi uno all'antifascismo che comprende il delitto Matteotti, la posizione di Pio XI e Pio XII, i socialisti e le loro divisioni interne più Benedetto Croce, poi un capitolo sull'America dall'inizio del secolo alle riforme di Roosvelt più l'economia russa degli anni 30 (che funzionava con regole completamente diverse da quella occidentale), in seguito un capitolo per Hitler e l'antisemitismo e infine uno per la seconda metà degli anni 30 con le varie alleanze e conferenze di pace più la guerra civile spagnola e le leggi razziali italiane. A questo punto abbiamo un capitolo sulla seconda guerra mondiale (piuttosto frettoloso) e uno subito dopo, per l'Italia nella seconda guerra mondiale. Yalta arrivava dopo il varo della nostra gloriosa e amata Costituzione.

Un tempo i manuali di storia avevano quasi sempre una cronologia a fine capitolo, a volte all'inizio. Negli ultimi anni le cronologie sono completamente passate di moda, salvo che negli esercizi. I ragazzi hanno così la possibilità di pescare le date qua e là dal testo per piazzarle in ordine casuale in apposite caselle, ma mai di vedersele spiattellate comodamente davanti tutte in fila (altrimenti rischierebbero di impararle!).
Al posto della cronologia è diventata invece di gran moda la linea del tempo: si tratta di una sottile linea orizzontale piazzata in cima o in fondo alla coppia di pagine o all'inizio del capitolo, sulla quale vengono puntati gli avvenimenti più importanti, descritti con caratteri comodamente decifrabili con un microscopio anche di modesta portata, spesso ben mimetizzata con un accorto uso delle sfumature del grigio e dei colori pastello più chiari, tanto che ci si dimentica financo della sua esistenza.

Beh, in fondo la cronologia non è detto che sia così indispensabile: basta che il libro faccia attenzione a richiamare gli avvenimenti più importanti collegati a ciò di cui sta parlando.
Peccato che spesso il libro ritenga inutile soffermarsi su questi insulsi dettagli.
Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, c'è la questione balcanica. D'accordo, ma CHE COS'E' la questione balcanica? Che ne direste di un paragrafo che la riassume, visto che l'avete trattata marginalmente in quattro capitoli precedenti, quattro righe per capitolo?
Invece abbiamo una cartina per l'Europa verso la metà della prima guerra mondiale e una per l'Europa dopo la seconda guerra mondiale, ma nessuna dell'Europa prima di questo accidenti di prima guerra mondiale (e non un cane che dia qualche riga sull'effettiva consistenza dell'impero ottomano, di cui non si parla da svariati mesi e dal volume precedente. Si sa soltanto che "era il Grande Malato").
In queste condizioni, con lo sbarco in Normandia che avviene prima della fuga di Vittorio Emanuele III e della nascita della Repubblica di Salò, con la Resistenza dei nostri eroici partigiani sui monti piazzata prima di Yalta ma dopo il lancio delle due prime bombe atomiche (quanto ai pochi ebrei superstiti nei campi di concentramento, li hanno liberati qualche capitolo fa, dopo gli orrori della campagna antisemita) e i partigiani jugoslavi che imperversano dopo che già è calata la cortina di ferro, è già tanto se le sventurate creature affidate alle mie cure hanno metabolizzato che la seconda guerra mondiale va dal 1939 al 1945.

Intendiamoci, si può fare anche di peggio, ad esempio proponendo a distanza di una pagina (o addirittura nella stessa pagina) due date diverse per lo stesso avvenimento (poniamo, il regno di Luigi XIV, incoronato mi pare sui 14 anni ma che prese effettivamente il potere a 22; oppure la nascita dell'ordine francescano, a seconda che si scelga di rifarsi alla Regula non bollata o alla Regula bollata) senza una parola di spiegazione per il disgraziato studente - che poi anche il malcapitato insegnante non la schiferebbe, qualche parola di chiarimento, detto per inciso.
Oppure ci sono le mitiche mappe concettuali, un folle strumento didattico partorito da qualche mente malata dopo l'assunzione di LSD di pessima qualità. Intendiamoci, una mappa concettuale ben fatta può essere un validissimo aiuto per ripassare la lezione; di solito però le mappe concettuali dei libri di storia delle medie non sono fatte né benissimo né bene: sono una vera foresta di simboli, dove l'autore considera suo specifico dovere concentrare il massimo numero di frecce possibili (preferibilmente frecce di tre tipi o di più colori, con apposita legenda sotto per semplificarsi le idee) che a volte indicano un rapporto causa-effetto (o magari credono di indicarlo, perché la maggior parte dei rapporti causa-effetto dei nostri manuali sono decisamente opinabili), a volte un rapporto prima-dopo, a volte un rapporto di contemporaneità e a volte... mah, a volte proprio non si capisce che diavolo di rapporto possano stare ad indicare - ma tanto una freccia non si nega a niente, in una mappa concettuale.

In sintesi: la maggior parte dei libri di storia è piena zeppa di errori nel testo principale. I cosiddetti sussidi didattici che affollano la pagina fino all'inverosimile, in un tripudio di colori e di segnali di evidenziazione, contribuiscono poi a completare l'opera del testo confondendo quanto più è possibile le idee allo sventurato allievo; se aggiungiamo che il poveretto viene da scuole elementari dove "la storia" in generale non si fa più e ci si limita a carotare alcuni argomenti, confondergli le idee è facile quanto impallinare un'anatra accovacciata.

Dopo di che alle superiori si lamentano che la preparazione di storia dei ragazzi che gli arrivano fa schifo, pena, ribrezzo e pietà.
D'accordo, alle superiori si lamentano sempre e per principio (come facciamo del resto anche noi alle medie).
A volte però ci sta pure che abbiano ragione.

*STORIA, della DeAgostini (gli autori hanno comprensibilmente preferito mantenere l'incognito) ora per fortuna non più pubblicato.

giovedì 30 luglio 2009

Harry Potter e il Principe Mezzosangue




Abstract: sono stata a vedere "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" e l'ho trovato una gran palla. Più sotto spiego dettagliatamente.

Il sesto libro della saga di Harry Potter è il libro dei Serpeverde: conosciamo qualche squarcio della vita del Serpeverde più famoso, ovvero Voldemort, e anche qualche discendente invero un po' decaduto del fondatore della casa; apprendiamo qualcosina sul più misterioso dei Serpeverde minori, ovvero quel Blaise Zabini di cui per anni nelle fanfiction si è discusso se fosse maschio o femmina (è maschio, nero e pare sia anche bellissimo pur non facendo nulla di rimarchevole in alcuna pagina del libro); ci soffermiamo adeguatamente sul Serpeverde più ambiguo della saga, ovvero Severus Piton e finalmente Draco Malfoy fa qualcosa che non sia prendere in giro Harry, Ron e Hermione per giustificare la sua esistenza in vita; conosciamo poi la madre di Draco e scopriamo (senza sorprenderci troppo) che anche i Serpeverde sono attaccatissimi ai loro figli; vediamo all'opera un Serpeverde "buono", di quelli che hanno approfondito le scienze occulte senza cedere troppo al loro fascino, ovvero il professor Lumacorno, che si veste spesso con un abbagliante color smeraldo; abbiamo occasione di conoscere un bel po' di magia nera al di là delle tre Maledizioni Senza Perdono; infine Harry e Silente vanno a caccia di un medaglione in un antro verde pieno di raggi verdi e di acqua verde (e di un sacco di altre cosacce).
E' un libro cupo, e questo è messo bene in rilievo dalla fotografia del film, anche se di verde se ne vede assai poco, anche nel verdissimo e spettrale antro.
E' anche un libro con una trama ricca e molto ben composta, ma guardando il film questo non si capisce. Ecco, il problema è che nel film non si capisce un accidente di quel che succede. Questo mi sembra un limite.
D'accordo, hanno semplificato la trama. Con un libro di quelle dimensioni devi semplificare la trama o lo spettatore non ne esce vivo; però il risultato è una serie di brandelli di vicende scarsamente collegati tra loro. Poniamo che qualcuno che non si è letto i libri voglia seguire la saga solo attraverso i film; io non la trovo una pretesa irragionevole, ma il regista degli ultimi due episodi evidentemente sì. Eppure, secondo me, un film intitolato "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" dovrebbe farti conoscere la storia di Harry Potter e del Principe Mezzosangue, più che servirti per controllare se l'hai capita bene leggendola sul libro - il tutto sia detto senza minimamente voler scoraggiare nessuno dall'amore per la lettura.

Si parte senza il colloquio tra il ministro della magia e il primo ministro babbano; d'accordo, è una scelta: qualcosa si deve pur tagliare e si è scelto di tagliare TUTTA la parte politica, anche per evitare che gli scervellati spettatori si accorgessero che è molto, molto attuale. E dunque via i problemi legati all'informazione, via gli elfi e i goblin/folletti, via le discriminazioni contro i lupi mannari, via il tentativo del nuovo ministro Scrimgeur di tenere tranquilla la popolazione con interventi di facciata, via il panico serpeggiante, restano solo delle immagini un po' scure; anche la scena del crollo del ponte, bella e impressionante, resta, come dire... sospesa nell'aria.
Alla fine del film precedente Sirius è morto, e la cosa aveva, come dire, leggermente scosso Harry. Ma si sa che chi muore giace e chi vive si dà pace e ritroviamo un Harry di ottimo umore che invece di stare in camera a mangiarsi il fegato per quel che è successo va in giro ad imbroccare ragazze - operazione legittima, si capisce, ma un po' fine a sé stessa visto che finisce in un niente di fatto (solo per colpa degli sceneggiatori, visto che Harry e la ragazza erano disponibilissimi a fare il loro dovere) perché arriva Silente. L'utilità della scena sfugge, visto che pochi metri di pellicola dopo Harry si mostrerà assai attratto da Ginny...
Serve per farci vedere che Harry è in caccia? Vabbe', prendiamola per buona.
In treno, non si sa perché, Harry Ron ed Hermione godono di uno scompartimento tutto per loro anche se non hanno poi grandi segreti da raccontarsi; il povero Draco, invece, che dovrebbe far capire agli altri che ci ha una Vera Missione da compiere per conto di Voldemort, è costretto a raccontarlo a un'intera vettura di seconda classe - per fortuna piena di soli Serpeverde.
Scopriamo qualcosina sulla vita di Voldemort, ma data la cronica assenza di ogni tipo di accenno ai suoi genitori siamo costretti a concludere che è nato sotto un cavolo - eppure la famiglia e i traumi subiti nella prima infanzia (e soprattutto durante la gestazione) hanno una parte non secondaria nel libro e allacciano un bel po' di fili nella trama.
Visto che in una delle scene ha undici anni e nell'altra diciassette hanno chiamato due diversi attori, solo che il diciassettenne sembra il sosia dell'undicenne ed è molto, molto meno carino dell'altro Voldemort diciassettenne che abbiamo visto nella Camera dei Segreti. Dice che ormai era fuori età per la parte, magari è anche vero, però potevano almeno cercare di farli simili. Dopotutto, in teoria, sarebbero la stessa persona.
A Natale i Mangiamorte attaccano casa Weasley. Nonostante che dentro ci sia mezzo Ordine della Fenice e alcuni dei più brillanti maghi in formazione, nessuno di loro riesce a far niente per difendersi. Scappano, sguazzano tutti tra erba e paludi, in mezzo a una quantità di vegetazione che a Natale non c'è manco in Riviera, poi guardano il rogo della casa e nessuno in seguito ha una parola di commento o di disappunto (ignoriamo se dopo l'incidente la famiglia Weasley vada al dormitorio pubblico o si accampi da qualche amico. Qui il libro non ci è di aiuto perché la casa non viene attaccata né tantomeno bruciata).
Fleur latita e nessuno ne parla. In compenso Bill non viene morso da nessun lupo mannaro e in sostanza dei due non c'è traccia, tanto meno in versione fidanzati. Ritorneranno, dice, nei prossimi film. Tonks e Lupin si fidanzano senza particolari traumi, lontano dall'occhio della cinepresa, e a Natale stanno chiaramente insieme. Diciamo che la vita sentimentale degli "adulti" viene drasticamente semplificata. Vabbe', qualcosa devi tagliare, però non c'era niente di male a ricordare allo spettatore che passare i diciassette anni non vuol dire avere automaticamente raggiunto la pace dei sensi e dei sentimenti.
Draco... ecco, Draco è impegnatissimo a cercare di far entrare di soppiatto dei Mangiamorte ad Hogwarts.
Perché non li fa entrare dal portone? Perché sul portone ci sono gli incantesimi di protezione, ovvio.
E perché i Mangiamorte non si limitano a materializzarsi dentro Hogwarts?
Perché (il lettore l'ha imparato nel terzo libro, dove gli è stato ripetuto ben oltre la nausea) non ci si può materializzare dentro i confini di Hogwarts. Nel film invece Silente dice a Harry "Harry caro, andiamo a caccia di horcrux. Dammi il braccio che ci smaterializziamo"; Harry ribatte "Ma signore, non è consentito smaterializzarsi a Hogwarts". Silente gli risponde "Essere me ha i suoi vantaggi", ovvero "Io sono il preside e faccio come mi pare". Qui i casi sono due: o i traduttori dei dialoghi del film si sono bevuti il cervello, o se lo sono bevuto gli sceneggiatori originali, perchè se è solo una questione di divieti... beh, i divieti si ignorano, e i Mangiamorte non vengono mai descritti come persone particolarmente scrupolose nell'osservanza delle leggi.
Insomma, se c'è un semplice divieto, e allora basta fregarsene, non si capisce perché Draco deve incomodarsi tanto; ma se invece ci sono fior di incantesimi che impediscono di materializzarsi, beh, allora il lavoro di Draco ha un senso e anche una sua utilità (dal punto di vista dei Mangiamorte, si capisce).
Piton è il Principe Mezzosangue, lo proclama e l'ha anche scritto sul frontespizio di un suo vecchio libro. Perché proprio "il Principe Mezzosangue" e non, chessò, "il Re degli Avvincini"?
Nessuno ce lo spiega - soprattutto, nessuno se lo domanda.
Nessuno perde tempo su niente, in questo film, e l'unico che sembra ricordarsi che dietro al canovaccio principale c'è una saga fantasy da badare è Draco - che comunque si preoccupa solo della sua pelle, mentre nel libro sa che dal suo fallimento può dipendere la morte dei suoi genitori oltre che la sua.
La madre di Draco, che su carta è sempre stata descritta come una bella donna, è una carampana bicolor in stile Crudelia DeMon (molto più bella la sorella Bellatrix, che pure si è fatta quindici anni ad Azkaban). Con Piton fa "il voto infrangibile", in fretta e furia, per esigenze di copione. Più che una madre terrorizzata per le sorti del suo unigenito sembra una signora un po' protettiva che prende una precauzione in più per il suo rampollo, mentre Severus si prende in carico la cosa solo perché gliel'ha chiesto l'autrice. Manca completamente l'interrogatorio di Bellatrix che serve a spiegare come fa Piton a condurre il suo doppio gioco con Voldemort. Ma in effetti non si insiste minimamente sul doppio gioco di Piton, che con molta naturalezza passa da un té con Silente a una merenda sull'erba con i Mangiamorte e tutti danno per scontato che stia dalla loro parte, qualunque sia la loro parte. Compare Minus per quattro secondi, ma come potrebbe comparire il ragazzo che fa le consegne per il fornaio. In effetti, potevano non metterlo e non cambiava nulla.
Si parla poco anche degli horcrux. Ci dicono che qualcosa, come il funerale di Silente, sarà recuperato nei due prossimi film, ma qui l'impressione è che Silente muoia per questioni di trama ma senza causare scompiglio a nessuno. Niente battaglia di Hogwarts, una fuga piuttosto rilassata di Piton, che viene anche deprivato dell'unica frase che grida a sua difesa "Non chiamarmi codardo!" (richiesta più che legittima: uno che fa il doppio gioco tra Voldemort e Silente ha certamente un coraggio da leoni, indipendentemente dalla parte per cui lavora).
Niente quadri, niente fantasmi, niente scale semoventi. Hogwarts è un edificio gotico come tanti, un po' spoglio, senza caratterizzazione. C'è la Stanza delle Necessità, ma nessuno ci spiega come mai è diventata un gran ripostiglio.
Il professor Lumacorno viene tratteggiato in maniera piuttosto fedele e chiara. Non veste mai di verde ma pazienza. In compenso sembra l'unico che fa lezione. Nessuno insegna e, giustamente, nessuno studia, almeno sotto i nostri occhi. Tutti girano in abiti babbani e questo mi ha contrariato, forse perché in cuor mio amo le divise, come il nostro amato ministro dell'Istruzione.

I tre protagonisti principali si occupano soprattutto della loro vita sentimentale (con la parziale eccezione di Harry che ogni tanto cerca di tampinare Draco) ma senza essere granché avvincenti nemmeno lì. Anche Silente si occupa della loro vita sentimentale, perché ha scoperto che Harry passa un sacco di tempo con la signorina Granger (vero, passano un sacco di tempo insieme... da più di cinque anni. A parte la domanda del tutto fuori carattere, ma se n'è accorto solo ora?).
Funziona bene McLaggen che, nel libro come nel film, svolge onorevolmente la sua parte di piovra dai mille tentacoli che vorrebbe tanto farsi Hermione, peccato che lei preferirebbe piuttosto impiccarsi al Platano Picchiatore.
Bene anche Lavanda, che nel libro come nel film svolge l'altrettanto onorevole parte di ragazza innamorata di Ron e un tantino appiccicosa (ovvero peggio del tradizionale gattino attaccato) e che alla fine viene piantata perchè in Ron, dopo l'entusiasmo iniziale, subentra la pallificazione più completa.
I rapporti nelle due coppie principali sono invece semplificati al massimo: Ron si prende Lavanda semplicemente perché gli va - che è un motivo validissimo, ma a quanto sembra nessuno gli ha spiegato che nel prossimo film deve mettersi con Hermione (anche se viene fatto intuire che Lavanda ha il suo cuore ma non la sua anima, nell'originalissima scena in cui Ron, in stato d'incoscienza, invoca appunto Hermione). Nel libro tutto l'affaire aveva risvolti un po' più complessi.
Anche la storia del filtro che Romilda tenta di rifilare ad Harry è piuttosto slegata. Nel libro fa parte di una serie di rimandi sul tema dei filtri d'amore (che sono parte essenziale per il concepimento di Voldemort, fra l'altro); nel film l'hanno tenuta solo perché ci si attaccava una scena piuttosto divertente con Lumacorno, ma dà l'impressione di un episodio messo lì per far numero.
Quanto a Harry, improvvisamente decide che vuole Ginny; Ginny sembra averlo capito benissimo perché gli fa una insinuante danza di corteggiamento per mezzo film, solo che i due vengono regolarmente interrotti sul più bello - all'occorrenza anche dall'attacco dei Mangiamorte a casa Weasley. Alla fine la ragazza se lo porta dietro nella Stanza delle Necessità, (dove, in barba al nome, Harry nasconde un libro che non ha alcuna necessità di nascondere, visto che nessuno poi glielo richiede) e lì finalmente riescono a baciarsi per circa mezzo secondo, dopo di che nessuno dei due mostra la minima inclinazione a voler dare un po' di concretezza alla cosa; allo spettatore rimane l'impressione che, caso mai qualcuna voglia fare qualcosa con Harry, l'unico problema è assicurarsi un posto tranquillo: Harry, vuoi per buon cuore, vuoi per innata passività, lascerà comunque fare. Mah.
Qualcuno ha parlato di "amori alla Dawson's Creek"; io Dawson's Creek non l'ho mai visto, ma mi auguro per gli spettatori che i suoi protagonisti operino con un pochina più di convinzione in questo campo così delicato.
Gli ultimi dieci secondi del film sono dedicati alla fenice di Silente (che nel resto del film non viene nemmeno citata). Chi ha letto i libri la riconosce dalle belle piume rosse e gialle, chi non li ha letti immagino si rallegrerà di vedere un così bell'uccello che vola alto nel cielo. Fine.

Ah sì, c'erano anche gli effetti speciali.
Beh, la scena dove Silente e Lumacorno rimettono a posto la casa non è male.
E gli attori erano tutti bravi. Certo, chi si è trovato a fare la parte dello scemo ha dovuto dimostrare la sua bravura scemeggiando abilmente (ogni riferimento a Ron e a Silente è puramente casuale).