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martedì 25 maggio 2021

Haeretica - Prove Invalsi: tra oscuri complotti e cheating

Capita di doversi difendere da insidie assai perfide

A Pasqua del 2009 gli insegnanti delle medie scoprirono da un giorno all'altro che quell'anno l'esame avrebbe incluso anche una Prova Invalsi. E corre voce che queste Prove Invalsi, a livello di sperimentazione, circolassero in Italia ormai da qualche anno ma certo a St. Mary Mead non ne avevamo mai sentito parlare, e sospetto che non fossimo gli unici a versare in tal deplorevole stato di ignoranza.

Quasi subito si scatenò il Gran Tifone del Dissenso: venne infatti stabilito (da chi? Tutti e nessuno, come sempre in questi casi. E forse era una scoperta un pochino pilotata) che cotali Prove Invalsi erano oggetto di una Subdola Manovra ordita dal Ministero per Valutare gli Insegnanti. E schedarli, anche.
Lo Spettro della Valutazione incombeva da qualche anno sui poveri insegnanti, e sembrava che si annidasse per ogni dove, e a quanto mi dicevano era qualcosa contro cui era Assolutamente Necessario lottare, anche se non ho mai ben capito  perché. 
Quando sono entrata a scuola circolava vagamente l'idea che la scuola doveva essere produttiva, e a tal scopo ci spiegavano che l'insegnante andava formato con metodi e criteri scientifici e la valutazione andava fatta con criteri oggettivi (per poi promuovere tutti perché d'altra parte la scuola doveva anche essere inclusiva - all'epoca non esisteva ancora la parola ma il concetto era comunque quello).
E' il vecchio problema della scuola e non parte dal leggendario '68 (molto evocato, e di solito in modo piuttosto farneticante, vuoi come fonte di tutti i mali, vuoi come sorgente di ogni valore positivo) ma dall'istituzione della scuola pubblica: la scuola è per tutti e deve risultare utile a tutti, senza essere inutilmente punitiva e selettiva; per contro la scuola deve anche fornire una preparazione specifica e accurata. Siccome raggiungere entrambi gli obbiettivi è piuttosto complicato, di tendenza si cerca di barcamenarsi, sia sulle linee generali che per le singole scuole, classi e alunni, tra bastoni, carote, cerchi e botti - sempre con risultati abbastanza approssimativi perché la perfezione è rara in questo mondo, e sperare di trovarla in una entità che racchiuda una intera classe e un intero gruppo di insegnanti richiede davvero molto ottimismo. Insomma, noi insegnanti finiamo sempre per sentirci un po' in torto quando non abbiamo una Classe Perfettissima - il che, a causa dell'umana debolezza, avviene ben di rado).
Ad ogni modo: le Prove Invalsi (gestite, ci tengo a ricordarlo, da Grandissimi Cornuti) avrebbero dato finalmente un Riscontro Oggettivo. In base a quel riscontro oggettivo sarebbero stati giudicati gli insegnanti (all'epoca solo quelli di Italiano e Matematica): dove le Prove avessero sortito risultati alti, voleva dire che gli insegnanti erano bravi, dove i risultati si fossero rivelati bassi voleva dire che l'insegnante era di scarsa levatura e dunque.... 
Quand'anche davvero per assurdo Qualcuno, nelle alte sfere, avesse fatto sul serio un ragionamento così idiota come "Insegnante Bravo = Alunni Bravi", cosa gli potevano fare all'insegnante scarso?  Licenziamento, calo di retribuzione, deportazione nelle colonie, pubblico ludibrio mi sembravano tutte soluzioni dalle quali il nostro contratto ci garantiva. E dunque? 
Qualcuno ci avrebbe chiamato da parte per dirci che così non andava bene e avremmo dovuto migliorare la nostra produttività facendo questo e quello?
Lo ammetto: non mi sarebbe sembrata poi questa gran tragedia. Da quando insegno il Senso di Inadeguatezza è sempre stato mio fedele compagno, se qualcuno mi vuol spiegare come posso far di meglio è il benvenuto.
Ma aveva un senso preoccuparsi del fatto che la Prova Invalsi servisse a valutare gli insegnanti? Ufficialmente serviva a valutare quel che i ragazzi erano in gradi di dire, fare, baciare, lettera e testamento arrivati a un certo punto della loro vita. Eventualmente, sarebbe servita a valutare la scuola nel suo complesso. Non lo trovavo un proposito così irragionevole, per quanto cornuti potessero essere coloro che lo gestivano.
Ma soprattutto: in un mondo dove le segreterie continuavano a chiedermi a sfinimento i dati essenziali, quasi non glieli avessi già scritti decine di decine di volte, che improvvisamente qualcuno riuscisse a elaborare così bene dei dati da schedare tanta parte del corpo docenti in base ai risultati di una data prova, mi sembrava abbastanza improbabile. Fermare quello che mi sembrava un coraggioso esperimento di valutazione collettiva del sistema scolastico in nome della paura che qualcuno scoprisse che io, singola Murasaki Shikibu, forse ero scarsa, non mi sembrava giusto.
E poi, c'era qualcosa di ufficiale su questa Valutazione degli Insegnanti?
Non mi risultava.
Ma soprattutto: era proprio così sicuro che questa fantomatica valutazione degli insegnanti in base alla Prova Invalsi sarebbe necessariamente stata negativa?
A quanto pare, in molti davano per scontato che sì; e all'Invalsi, tra una lucidata e l'altra delle corna con l'olio di camelia, hanno da tempo predisposto dei sistemi più o meno validi per depurare i dati dal cheating, ovvero l'irresistibile tendenza degli insegnanti a suggerire le risposte giuste - dando per scontato (a ragione, temo di dover dire) che questa tendenza ci fosse, e fosse anche piuttosto elevata, anche tra i molti insegnanti che magari predispongono settantasette varianti di un compito in classe per evitare che gli alunni copino tra loro, e distanziano i banchi e ricorrono a un sacco di altre tecniche più o meno efficaci a questo scopo.
E qui si apre il varco per alcune domande.
O voi che suggerite, siete così sicuri che gli alunni che avete preparato siano così incapaci di trovare da soli la risposta giusta?
Nel qual caso, siete ben determinati a cambiare la programmazione dell'anno successivo per consentire alla prossima classe che vi passerà tra le mani di rispondere alla medesima prova in scioltezza e assoluta autonomia, vero?
Ma soprattutto: perché vi ritenete così responsabili nei confronti dei vostri alunni?
Non sarà che date per scontato che davvero la preparazione di una classe sia determinata solo e soltanto dall'insegnante e non, anche, dalla loro collaborazione sotto forma di studio e di attenzione a quel che dite?
Se gli alunni han rifiutato ostinatamente di darvi retta quando gli spiegavate questo e quello, perché volete privarli del legittimo piacere di scazzare la Prova Invalsi, raccogliendo così i legittimi frutti della loro ignavia & indolenza?

L'Oscuro Senso di Colpa e di Iperresponsabilità che molti insegnanti provano verso il loro lavoro è alla base sia del cheating che della convinzione che le Prove Invalsi siano un complotto ordito ai loro danni.
Tale Oscuro Senso di Colpa, va detto, alberga anche in molti insegnanti diligenti e coscienziosi.
Forse perché tutti ci criticano? Ma in quest'epoca di acidità perenne, quale categoria professionale non è costantemente criticata giorno e notte per i suoi scarsi risultati? Nemmeno artisti di fama internazionale e calciatori regolarmente convocati in Nazionale si salvano da questo continuo discredito. Tuttavia, per quel che vedo, gran parte della gente si scuote dalle spalle le critiche e continua a fare (talvolta male) il suo lavoro. 
Perché gli insegnanti no?
Per quale misterioso groviglio interiore costoro danno per scontato di dover salvare il mondo tutto da soli e nel contempo di esserne del tutto incapaci?
Ecco, su questo secondo me non sarebbe male che all'Invalsi facessero qualche riflessione. Perché, come una classe non combinerà mai nulla se rifiuta per principio di collaborare in qualche modo con l'insegnante, allo stesso modo le Prove Invalsi richiedono un po' di collaborazione da parte del corpo docente.
Una collaborazione facile, anche: in sintesi, si tratta di non far nulla e limitarsi a sorvegliare le prove (sostituendo il computer che si impalla con uno più efficiente. Se riescono a trovarne uno nella scuola dove lavorano, si capisce).
Non dovrebbe essere poi così difficile. 

venerdì 21 maggio 2021

Le storielle di Mamma Oca - Richard Scarry

Questa settimana presento un libro che ormai si trova (neanche troppo facilmente) soltanto frugando nei vari siti di libri usati e rimanenze editoriali, ma sul quale tempo fa era molto facile mettere le zampe. 
"Mamma Oca" è un personaggio leggendario, che racconta favole, di solito leggendole da un libro. La sua invenzione risale a (nientemeno) Charles Perrault, che intitolò appunto I racconti di Mamma Oca una sua celebre raccolta di fiabe, e da lì si sviluppò questa tradizione anche nel mondo anglosassone (o forse soprattutto nel mondo anglossassone? Davvero non ne ho la minima idea).
Di questa tradizione comunque non sapevo proprio niente quando, nel Natale del 1967, i miei genitori mi fecero trovare sotto l'albero il libro in questione, e sospetto che nemmeno loro ne sapessero granché visto che, richiesta di chiarimenti, mia madre si limitò a farfugliare qualcosa su una oca che raccontava novelle ai suoi piccoli.
Richard Scarry, il cui nome troneggia in copertina quasi si trattasse dell'autore, era uno stimatissimo illustratore per bambini assai celebre per i suoi animali più o meno antropizzati. Quanto ai testi, erano per lo più filastrocche inglesi per bambini, tradotte in italiano (e pure in rima, di solito) da G. Gabbrielli e V. Cosmini, che non ho la minima idea di chi fossero ma si devono essere affaticati assai su quelle filastrocche, e secondo me un posticino in copertina se lo sarebbero meritato pure loro visti gli eccellenti risultati che han conseguito.
Dunque, un libro di filastrocche inglesi tradotte con cura e assai ben illustrato dall'ottimo Scarry. Adorai quel libro, lo consumai, letteralmente, e mi imparai gran parte delle storielle a memoria a forza di leggerlo e rileggerlo. 
Il libro è ormai un relitto, ma è riemerso, misteriosamente, dalla biblioteca dei miei qualche settimana fa, con mio gran piacere. E' molto logorato dal tempo e dall'uso, ma penso che lo farò rilegare perché per me è stato molto importante, anche per l'infinità di parole tutt'altro che comuni che incamerai leggendolo. Alcune di quelle filastrocche le ho col tempo riconosciute nei libri inglesi che ho letto nel corso degli anni, di altre tuttora non so niente.
Le foto sono state fatte da me, con tecnica molto artigianale e, ripeto, il libro è assai malridotto e pure decorato di vari tratti di penna con cui, davvero non so perché, a suo tempo ritenni necessario decorarlo. Alcune filastrocche sono piccole e non si leggono bene, ma cliccandoci su dovrebbero apparire più grandi e diventare leggibili.
Alcune di queste filastrocche ci sono anche in versione italiana. Questa per esempio è la famosa 
Sulla strada di Camogli
passò un uomo con sette mogli

che mio padre ogni tanto recitava


La foto è piccola perché, mentre la scattavo, mi sono accorta che conoscevo anche quella sopra: visto che ci sono campanule d'argento e gusci di conchiglia è senz'altro Mistress Mary, Quite contrary (detta anche "Mary, Mary dispettosa" in italiano). E la conosco perché con il secondo verso "How does your garden grow?" Agatha Christie ha intitolato un racconto dove i gusci di conchiglia sono il fulcro della soluzione.
Agatha Christie adorava infilare filastrocche nei suoi romanzi, e qualche volta le usava anche per i titoli. Questa era Five Little Pigs che in italiano è diventato Il ritratto di Elsa Greer, al quale ho dedicato un post qualche anno fa:


Questa invece è la filastrocca sulla tasca piena di segale, che da noi è diventata Miss Marple: polvere negli occhi  e nel post dove ne parlo cito proprio questa tavola*, da sempre una delle mie preferite del libro - perché, ammettiamolo, la vicenda accaduta al re di Collepiano è davvero singolare:


Da qualche parte giurerei che Agatha Christie citi anche la casa-zucca, qui abitata da una deliziosa coppia di coniglietti


e la casa-scarpone, che nel testo italiano sarebbe abitata da 38 topolini, ma io li ho contati molte volte (come si evince anche dalla foto) e anche se non sono mai riuscita ad essere sicura del risultato, garantisco che passano i quaranta


La povna mi ha poi segnalato nei commenti che nel libro c'era anche Hickory, Dickory, Dock che è altrettanto usata per il titolo di un libro (che in italiano è diventato Poirot si annoia). La filastrocca racconta di un topo che si arrampica su un pendolo ma scappa via quando il pendolo suona - il libro invece parla di tutt'altro):


Abbandoniamo al momento la letteratura per passare alla musica (molto indirettamente): questa è una filastrocca costruita all'incirca come Alla fiera dell'est, anche se con personaggi diversi e con un finale decisamente lieto. Il protagonista è un topolino che si chiama Gianni Nasa, e vai a sapere com'era nell'originale:



Ma passiamo al mio amato medioevo: qui abbiamo la nobil donzella del Valpolicella (e fu così che imparai che esiste una zona chiamata Valpolicella, e mai ho bevuto un vino che venisse da lì senza ripensare a questa immagine):


E c'è anche la storia di un furto di biscotti rimasto impunito:


Non è l'unico caso di furto che si riscontra in questo libro: ad esempio c'è anche l'avido Gasparotto Manolesta, che comunque viene regolarmente punito per le sue malefatte:



Ma c'è anche una classica vicenda di bullismo da elementari (...o da prima media, in effetti):


E dalla scuola torniamo alla letteratura, e pure al medioevo:


A questa poesia è legato un caro ricordo. Alcorso di poesia provenzale stavamo leggendo Ag gai so conde e leri di Arnaut Daniel, che parlava della sua dama, che lui amava più di chi gli desse Lucerna. E Lucerna, ci spiegarono, era una città immaginaria delle chanson de geste, nota per il suo splendore e la sua ricchezza. Così scrissi al mio vicino di banco un distico che mi tornò improvvisamente alla memoria:
La lucerna che splende piccina
tutta rischiara la mia cucina
e lui scosse la testa e commentò "Ah, questi trovatori caserecci...".

Il libro mi servì anche per imparare un sacco di parole nuove: le memorizzavo senza chiedere il significato (non so perché, ma certamente non perché i miei si mostrassero restii a rispondermi se facevo una qualche domanda, fosse pure su argomenti spinosi).
Con questa filastrocca per esempio imparai la parola "lai" e solo molti anni dopo seppi che si trattava di "lamenti":



Non mi feci invece nessun problema per chiedere cos'era una roggia, parola che a dire il vero ho trovato quasi soltanto in questo che è rimasto uno dei miei scioglilingua preferiti:


Infine, su questo libro incontrai per la prima volta una filastrocca molto famosa: quella della mucca sulla Luna, che Tolkien presenta, in versione notevolmente ampliata, quando Frodo e i suoi amici si fermano alla locanda del Puledro Impennato (o Cavallino Inalberato, nella nuova traduzione):


E mai ho letto quel brano senza pensare a questa immagine, dove tra l'altro piatto e cucchiaio in fuga si segnalano per un piglio particolarmente allegro.
La filastrocca dice:
                Hey diddle diddle,
                The Cat and the fiddle
                The Cow jumped over the moon
                The little dog laughed 
                To see such sport
                 and the dish ran away with the spoon

Ed è probabile che abbia ispirato anche un ritornello abbastanza celebre degli ABBA ovvero
             Dum dum diddle
             To be your fiddle


Con questo post, dove per la prima volta presento un libro per bambini, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana di letture casalinghe visto che, in barba al calendario, la pioggia di Marzo continua a imperversare.


* riconosciuta tra l'altro nei commenti da Lurkerella

martedì 18 maggio 2021

Le corna dell'Invalsi son come i dolori: fanno male, ma non ne muori


Come ho già ripetuto più volte su questo blog, i funzionari dell'Invalsi sono, tutti, dei grandissimi cornuti.
L'anno scorso, certo, più di tanto le loro corna non han potuto crescere, perché il crudele lockdown ha costretto in casa i loro coniugi che si son visti dunque privati del loro legittimo diritto di adempiere alle leggi di natura cornificandoli, com'è giusto che avvenga verso dei grandissimi cornuti.
Quest'anno invece il lockdown ha allentato la sua ferrea morsa e già dalla scorsa estate i funzionari Invalsi si sono accinti a esibire in pompa magna le loro grandissime corna, organizzando le Prove Invalsi.

Le quali Prove Invalsi ormai da tempo hanno dismesso carta e penna, ormai relegate al ruolo di antiquariato. Le facciamo in rete.
Non è però semplice come riempire un questionario a casa propria.
Punto primo, le Prove Invalsi, divise per ordine di scuola, devono essere svolte in una determinata finestra di tempo.
A St. Mary Mead, in quei giorni, vige la consuetudine di vietare l'uso di Internet a tutte le classi per non rischiare di sovraccaricare la rete della scuola. La cosa ci risulta piuttosto scomoda, perché ogni classe si è abituata a usare la rete molto più di prima. Ma passi.
Il problema vero è sempre lui, il Perfido Covid. Perché adesso una classe non può andare nel laboratorio di informatica a fare le prove. Con le attuali regole di distanziamento ci va al massimo mezza classe per volta, e dunque i giorni raddoppiano. 
Secondo punto: la rete ormai non si usa più solo per far vedere i filmati su YouTube (o i film dalle varie piattaforme), ma anche per collegarsi con gli alunni in quarantena, e pure per permettere alle classi di assistere alle lezioni dei professori in quarantena. 
Proviamo a indovinare: qual è stato il periodo con più alunni e insegnanti in quarantenanella nostra scuola?
Esatto, la Stagione della Finestra.
Inoltre da noi la rete si indebolisce quando il tempo è umido, piovoso o temporaleggiante.
Qual è stata la stagione più piovosa, nella zona di St. Mary Mead? 
Appunto, la Stagione della Finestra.
Rimane, inalterato, il ruolo del Somministratore - che ormai non somministra più prove più o meno complesse, ma solo un piccolo tagliando da far firmare e da ritirare al momento della fine della prova, mentre una figura non prevista dal regolamento ovvero l'Angelo del Computer predispone le macchine avendo cura che il Distanziamento Sociale sia rispettato e pregando in cuor suo che detta macchina faccia il suo dovere e non lo obblighi a costringere (orrore!) un alunno a sedersi vicino a un altro alunno.
Tutti abbiamo pregato molto, nella Stagione della Finestra.

Il vero punto però è un altro, e l'ha esposto una collega mentre stavamo in Sala Insegnanti, l'ultimo giorno delle Prove.
"A cosa gli servono questi dati? Il campione non è omogeneo. Noi a St. Mary Mead abbiamo avuto un anno quasi normale, anche se le terze sono state un paio di mesi a casa, e una un mese più delle altre due. Ma ci sono zone e province dove le medie a casa ci sono state quasi tutto l'anno, altre dove hanno fatto metà e metà. Che accidente sperano di capire, da queste prove?".
In effetti è una bella domanda.
Magari potevano farsela anche all'Invalsi, tra un cornetto e l'altro.

venerdì 14 maggio 2021

Il Romanzo della Rosa - Guillaume de Lorris e Jean de Meun


Quel che oggi vado a presentare per il Venerdì del libro di Homemademamma è un classico dei classici, famosissimo e discussissimo per ogni dove, un vero best seller, di quelli che solo una persona afflitta dalla più totale ignoranza poteva affermare di non conoscere nemmeno per sentito dire.
Oggi invece è abbastanza sconosciuto e solo qualche addetto ai lavori può vantarsi di conoscerlo a fondo. Ai tempi d'oro in cui facevo l'università non era ancora stato tradotto in italiano, ma oggi vanta diverse edizioni (la prima del 1983), e nei Millenni di Einaudi, di cui riporto qui la copertina, c'è perfino la versione con testo a fronte. Io, più modestamente, mi sono accontentata dell'edizione economica dei tascabili Feltrinelli, che ha il gran vantaggio di costare tredici euro ed è in prosa.
Siccome in cuor mio mi sento ancora una studiosa del medioevo ci ho investito una fettina del mio bonus docenti e me lo sono letto con gran dedizione, col sistema classico del "una parola dopo l'altra, e vediamo quel che mi racconta". Di fatto, l'ho trovato una lettura molto gradevole e me lo sono spolpato in una decina di giorni - ma in un anno un po' più tranquillo probabilmente ci avrei messo meno. In più, leggendolo, c'è stato una specie di Bonus Da Compiacimento quando riconoscevo le citazioni da altri autori, che sono una vera legione (e io non le ho certo individuate tutte) che mi ha consentito di sentirmi molto colta & raffinata, che fa sempre piacere.

Andiamo per ordine. Il romanzo della rosa è un poema allegorico francese di 21.780 versi in rima con una storia un po' particolare, di due autori diversi: la prima parte fu scritta nel 1237 da Guillaume de Lorris, che poi morì e di cui si sa veramente poco. Tra le molte cose che non si sanno di lui, c'è il motivo per cui il romanzo si è interrotto: si era stancato, trovò di meglio da fare o la morte lo sorprese nel bel mezzo (ma chissà se lui pensava di essere a mezzo, o se credeva di averlo solo avviato o se era convinto di essere già a buon punto. In realtà quel che lui scrisse è circa un quinto dell'opera completa)? Chissà. 
Abbastanza sconosciuto ai più, il romanzo rimase nel suo manoscritto a dormire tranquillo per 40 anni, fin quando arrivò Jean de Meung nel 1275 che lo continuò fino a completarlo - ma naturalmente lo continuò e completò a modo suo, e la differenza nel tono è molto evidente. Qualcosa del genere è successa con l'Orlando italiano: Boiardo lo avviò in un modo, Ariosto lo completò in tutt'altro e oggi sono considerati due poemi separati.

Il poema allegorico è un genere letterario che nel medioevo andava abbastanza di moda: si raccontava una storia più o meno lineare che ne sottintendeva altre, e i protagonisti rappresentavano, o più semplicemente erano entità: il Bene, il Male, l'Amore, la Morte, le Virtù, i Peccati e via dicendo. Erano scritti in latino e in volgare, e anche la letteratura italiana ne conta uno di una certa fama, chiamato Commedia perché comincia male e finisce bene, e in seguito al titolo è stato aggiunto l'aggettivo Divina perché il soggetto è di tema abbastanza elevato (parla di Dio, appunto). Comunque il nostro è più corto, perché passa di poco i 14.000 versi - ma in compenso è molto più denso e non lo puoi leggere a botte di due o tremila versi come a volte ho fatto io col Romanzo della rosa.
Prima di proseguire con la trama vorrei fare una piccola precisazione: l'ho definito una lettura gradevole ma qui, davvero, è questione di gusti. A me vanno benissimo le storie che si snodano lentamente e dove i protagonisti stanno a lungo a dissertare sui massimi sistemi, ma se cercate una vicenda ricca di azione, con dialoghi scattanti, numerosi colpi di scena e personaggi sviluppati a tutto tondo e ricchi di luci e ombre, ecco, è meglio se cercate altrove: questa è la tipica storia dove non succede quasi niente ma in compenso tutti parlano tantissimo ma sempre a monologhi e i personaggi si sentirebbero disonorati se anche solo per salutarsi impiegassero meno di trecento versi.
Dicevo, la trama: il protagonista, che è il poeta (il primo, Guillame de Lorris, che resterà protagonista e narratore, continuando  a parlare in prima persona anche quando l'autore cambierà) dorme e fa un sogno. 
Nel sogno si alza, nella prima luce del mattino, si veste ed esce fuori a passeggio in una bella alba di Maggio. Ha vent'anni, età in cui Amore reclama il suo diritto dai giovani. E cammina in un bel praticello, attraversa un bel ruscello e vede un bel muro dipinto ma che sembra invalicabile. Trova però l'entrata, la varca e subito incontra una bella fanciulla, a nome Oziosa, che lo accoglie e lo porta in uno splendido prato dove bei giovani intrecciano liete danze. Girando per il giardino trova anche un roseto, dove un bocciolo lo colpisce in modo particolare.
E dunque mentre guarda la rosa e tutta la rimira arriva Amore, che lo colpisce con ben cinque frecce, e lo istruisce su come deve comportarsi un bravo servitore di Amore.
Innamorarsi di una rosa in boccio può sembrare insolito, ma nemmeno tanto: l'importante è la rosa, cantava uno stimato musicista quando ero bambina in una canzone dal fine doppio senso scritto niente meno che da Gilbert Becaud:


E forse non è nemmeno giusto parlare di doppio senso, perché il senso è uno solo, ma piuttosto complesso.
Dunque il nostro protagonista, in una bella mattina di Maggio, si innamora di una rosa, e a quella punterà per tutto il romanzo. La questione è seria, soprattutto quando entra in scena Jean de Meung, che trasforma senza pietà un dolce trattato d'amore in una gran discussione sui massimi sistemi.
Finché regna Guillaume si naviga in acque tranquille: il protagonista naturalmente incontra i suoi bravi ostacoli - quale amante non ne incontra, nel suo servizio al più capriccioso degli dei? - ma si dà per scontato che comunque tutto finirà bene, come sempre succede nei romanzi d'amore. Ma poi Guillaume muore e quello che Jean de Meung decide di scrivere è un ciclopico trattato sulla società e le sue storture: il servizio d'amore tutto sommato è una assurdità, l'amore deve essere libero, al servizio della Natura (che punta soprattutto alla riproduzione della specie) e dunque bando alla gelosia, alle restrizioni, ai sospetti e ognuno faccia quel che vuole in libertà, ché tutto il resto - i divieti, il matrimonio, la castità, la sottomissione femminile, le interferenze della religione - sono stupidaggini che non andrebbero tenute in alcun conto. E tutto ciò è magari molto sensato, magari posso anche approvarlo in linea generale, ma va pur riconosciuto che la bella storia d'Amore è andata irrimediabilmente a farsi friggere, tra Vecchie che esortano le giovani a darsi al bel tempo arraffando tutto quel che possono (non tanto cogliendo tutte le occasioni d'amore che si presentano loro, ma proprio spolpando i loro amanti di ogni singolo spicciolo) guardiani perbenisti che tormentano il protagonista impedendogli di avvicinare la sua amata rosa e continui inviti a diffidare dell'amore esclusivo nonché lunghe dissertazioni sulle ingiustizie legate alla società, all'invenzione della proprietà privata, alle diseguaglianze sociali e alla Fortuna mutevole e cieca che come una ruota sale e scende senza sosta tormentando gli uomini nei modi più svariati.
Interviene Amore, in difesa del suo vassallo, interviene perfino Venere, assistiamo a una battaglia in piena regola (dove i servi d'Amore sono, per quanto ben armati e prodi, sconfitti uno per uno implacabilmente da altrettanti guerrieri perbenisti) fin quando entra in scena la Natura - con il monologo più lungo di tutti dove non meno di seicento versi sono dedicati all'ardua questione del libero arbitrio e della predestinazione - e mediante un tradimento abilmente organizzato le truppe di Amore sbaragliano le difese del Castello dove la povera rosa è custodita. 
Il poeta quindi può cogliere la sua rosa, in una rapida scena dove, di nuovo, davvero non è il caso di parlare di doppio senso perché il senso è uno solo e inequivocabile. Ma il lettore, o almeno la lettrice, in cuor suo si domanda se la rosa ha una sua volontà propria o sta solo lì aspettando che qualcuno la colga, perché se la vediamo consentire aprendosi alle carezze dell'amante questo consenso sembra, diciamo, piuttosto generalista. Ma del resto molte e molte migliaia di versi ci hanno dimostrato ampiamente che Jean de Meung è un poeta interessato alle tematiche sociali, alle questioni economiche (in un modo che probabilmente Marx avrebbe trovato davvero interessante, se mai gli fosse capitato in sorte di accostarsi al mirabile testo ai suoi tempi decisamente sconosciuto) e anche ai temi dell'alta teologia, ma dell'Amore inteso in senso medievale gli importa davvero il giusto.

La lettura è affascinante, sia per la forma e il contesto sia per il contenuto: capita spesso di leggere testi di sociologia, ma leggerli in versi e su uno sfondo così fiorito è tutt'altra cosa, e la limpidezza delle argomentazioni di Jean de Meung, che ci offre un collage personalissimo di autori antichi e moderni (per i suoi tempi) accostati in modo così fresco e originale è davvero piacevole: l'intreccio di Livio, Boezio, Cicerone, Seneca, Ovidio, Alano di Lilla (che prima della lettura era per me un perfetto sconosciuto), fablieux, leggende arturiane, Roman de Renart e chissà quanta altra roba che mi sono persa perché ben presto ho smesso di controllare le note, visto che la lettura mi interessava molto di più della caccia alle fonti, finisce per comporre un quadro insolito e particolarissimo, che a più di 700 anni di distanza ha un suono molto attuale. Diciamo che mi sono ritrovata a riflettere su parecchie questioni, soprattutto economiche - che non era esattamente quel che mi aspettavo da quello che avevo sempre sentito descrivere come un trattato sull'amore, ma d'altra parte mai fidarsi troppo di come gli altri ti presentano un libro, senza contare che amore ed economia sono da sempre collegati molto strettamente, come non mancano mai di ricordarci i romanzieri inglesi.

Con questo post partecipo, come già detto, al Venerdì del Libro di Homemademamma da cui manco davvero da troppo tempo, e come sempre auguro felici letture, e soprattutto tempo libero per farne, a chiunque passi per di qua e in particolare a noi poveri insegnanti che in questo momento siamo particolarmente vessati dalla ria sorte e da infiniti impegni, avvicinandosi ormai la fine di un anno scolastico davvero complesso.

domenica 9 maggio 2021

Biancaneve, o il Bacio che non c'è (a meno che qualcuno non lo aggiunga, certo)

 

Non vi dico la fatica a trovare una immagine decente di Biancaneve che non sia di Disney.
Questa, per la cronaca, è di Franz Jüttner

Recentemente è stata montata una strana polemica contro tanto universalmente deprecato (non da me) politically correct in merito a taluna che si dice avrebbe sostenuto che il bacio che risveglia Biancaneve dalla morte non può essere considerato Vero Amore ma assurgerebbe al grado di imposizione essendo stato dato senza il previo consenso della fanciulla che lo riceve.
Da quanto ho capito cotal polemica è stata montata ad arte dalla Disney che ha finalmente riaperto Disneyland a Parigi dopo un anno e mezzo di interruzione causa Covid, e che desiderava dare un po' di risalto all'evento. Gli italici giornali ci si sono precipitati a pesce e da qualche giorno è un gran fiorire di polemiche (e di meme) contro il pollitically correct che impedisce ogni libera espressione dell'animo umano e di gente di ogni razza e qualità che difende a spada tratta il principe, ma anche commenti assai più sensati come quello di Viaggi Ermeneutici di cui questo post nasce come commento.
Tutto ciò mi ha colpito e indotto a molte riflessioni, alcune delle quali ho provato a esporre su un social. Mi hanno mangiato per pane, signorilmente ho deciso di non ribattere e dunque dette riflessioni le passo sul mio blog, dove i commenti non sono mai stati in numero così rilevante da rischiare di farmi perdere il sonno e la pace quand'anche si rivelassero assai critici (ma qualora fossero anche molto critici me li terrò così come sono).

Punto primo: il bacio nell'originale dei fratelli Grimm non c'è, se l'è inventato la Disney. La quale Disney ha anche avuto cura di innescare una polemica da cui esce vincitrice: il bacio infatti viene dato dal Principe, ma il principe non è un perfetto sconosciuto, in quanto Biancaneve nel cartone animato l'ha già incontrato dal vivo e ci ha flirtato quanto basta da fargli ragionevolmente presupporre che un bacio sarebbe stato ben accolto.
Esattamente la stessa cosa succede nel film della Bella Addormentata (dove il bacio che risveglia la principessa viene esplicitamente ordinato dalle fate Flora, Fauna e Serena, ma comunque tra i due c'è già stato un incontro ricco di apprezzamento da entrambe le parti). In entrambi i casi dunque l'accusa è destinata a cadere, e la Disney molto accortamente ha fatto mettere sotto accusa una persona in grado di difendersi validamente.
Punto secondo: il bacio andrebbe dunque considerato come una cura. In particolari casi di emergenza le cure si somministrano anche senza consenso, se chi viene curato non è in condizione di dare alcun assenso. In questo caso particolare, addirittura, tale cura è l'unico modo per ottenere un consenso futuro: il sonno della principessa Aurora non può spezzarsi altro che per un bacio, e quanto alla povera Biancaneve è addirittura morta (all'apparenza - diciamo che è in animazione sospesa, o qualcosa del genere) e quindi il consenso non lo può proprio dare perché i morti usualmente non possono consentire ad alcunché.
Inutile quindi preoccuparsi di difendere il principe perché l'accusa è destinata a cadere in qualsiasi tribunale.

Tuttavia, come dicevo, nella fiaba raccolta dai fratelli Grimm il bacio non c'è: i nani han messo Biancaneve (con molto garbo e delicatezza, par di capire) in una teca di cristallo. Molti anni dopo la sua morte, un principe passa di lì per caso, i nani gli raccontano la triste storia e il principe rimane così addolorato e così ammirato dalla bellezza della fanciulla che i nani, dopo aver rifiutato sdegnosamente di vendergli la teca con la fanciulla, finiscono per regalargliela. 
I portatori del principe però hanno meno garbo dei nani nel trasportare la teca e durante uno scossone il pezzo di mela, della cui esistenza i nani non erano venuti a conoscenza, cade dalla bocca di Biancaneve che immediatamente ritorna in vita. In una versione successiva, invece, un servo assai stufo di dover badare alla teca le dà un calcio che ottiene lo stesso risultato. In entrambi i casi comunque il principe si comporta da vero gentiluomo, offre subito il suo cuore e una legittima unione e viene accettato assai prontamente, e così tutto finisce bene (salvo per la matrigna che viene messa a ballare con scarpe arroventate finché muore - ma insomma, tocca dire che se l'è cercata).
Dunque il bacio, come ho scritto già sopra, ce l'ha messo la Disney per rendere più romantico il finale. I fatti le hanno dato ragione perché la "vera" storia di Biancaneve ormai la conosciamo in pochi appassionati dei libri di fiabe, mentre il film a cartoni animati lo conoscono anche gli ornitorinchi dell'Australia orientale - che com'è noto vanno pochissimo al cinema.

E tuttavia l'argomento non si esaurisce qui, e secondo me chi ha lanciato la polemica ha la sua parte di ragioni.
Principesse svegliate con un bacio: le conosciamo?
Ebbene sì, ce ne sono diverse. Si tratta di principesse incantate, che dormono un sonno profondo molto simile alla morte nei loro castelli incantati - e qualche volta sono proprio morte. Abbiamo anche dei principi sotto incantesimo che dormono il sonno della morte - i principi però di solito li cerca la loro sposa, consumando scarpe di ferro a forza di camminare e bastoni di ferro per appoggiarsi nel lungo cammino, e il problema sta proprio nello svegliare il consorte, quando alla fine arrivano a destinazione (ma dopo i canonici tre tentativi ci riescono sempre).
I principi invece non sono già sposati. Abbiamo Orfeo che scende agli inferi per riprendersi la sposa, e quasi ci riesce, ma è un caso isolato per quel che ne so. Tolkien ha inventato la storia di Luthien, che riesce a convincere i Valar (anche lei con la forza del canto) a renderle il marito, e stavolta va a finire bene. D'altra parte, le mogli sembrano più capaci di forzare le leggi di natura dei mariti.

Ma torniamo ai principi. Numerosi principi han vagato in castelli incantatai fino ad arrivare in una sala dove la principessa dorme. In questi casi di solito la principessa addormentata non è la vicenda principale, ma solo una delle tante prove che il principe incontra.
Il principe la bacia, di solito non perché sa di doverlo fare, ma semplicemente perché gli va. E la principessa si risveglia.
La bacia? Sì, spesso si dice che la bacia. Funziona un po' come i somari che buttano monete d'oro dal naso quando starnutiscono. Esistono però versioni di queste fiabe dove l'asino non starnutiva, bensì adempiva ad altra funzione naturale.
Nello stesso modo esistono versioni dove il principe non si limita a baciare, e quando lascia la principessa per proseguire la trama principale della storia (una queste, di solito) ripromettendosi di ritornare dalla principessa quando avrà trovato quel che sta cercando per salvare padre, madre, sorella, regno o quant'altro - ecco che una nuova vita comincia a fiorire nel grembo della principessa (che non ha certo dato il suo consenso, per quel che se ne sa).
Ad un certo punto della storia (dopo il bacio, dopo il parto, in un momento fra questi due avvenimenti) la principessa si sveglia, e di solito lancia un bando per cercare il padre di suo figlio, oppure gli prepara una strada lastricata d'oro per quando tornerà. E alla fine della storia il principe torna sempre, e riceve ottima accoglienza.
Il consenso iniziale la principessa non l'ha dato, ma a quanto pare non conta.
Le fiabe dunque sono sessiste?
Non saprei. Personalmente credo di no. Si tratta comunque di un mondo alternativo dove la logica degli avvenimenti funziona secondo trame che ricordano molto la mitologia. Qui abbiamo un rito di nascita, o rinascita. 
Il campo dà il suo consenso alla semina?
Il campo è contento di essere seminato?
Non lo so, andrebbe chiesto al campo - anche se, nel momento in cui si fa una domanda al campo e il campo ti risponde, forse ci sono molti e validi motivi per preoccuparsi per la propria salute mentale.
Oppure è una storia di morte e resurrezione? C'entra il passaggio agli inferi?
C'entra che in certi periodi sembrava perfettamente normale, quando vedevi una bella fanciulla addormentata, metterla incinta senza pensarci su?

Di nuovo, non lo so. Il mondo delle fiabe comunque è piuttosto particolare, e per quanto possa essere incantato non sembra niente affatto incantevole. Vogliamo parlare del diritto di famiglia nelle fiabe? Di come si comportano i re? Del rispetto delle sacre leggi dell'ospitalità? Dei processi e delle inchieste? Dei rapporti tra fratelli? Delle garanzie dovute agli orfani? Delle tutele per gli animali? Del prezzo incredibile delle rose colte nei cespugli dei giardini incantati?
Chi prende una fiaba per passarla ai tempi moderni lo fa a suo rischio e pericolo, e conviene che faccia molta attenzione. La Disney, sotto questo aspetto, si è tutelata piuttosto bene ma anche lei ha dovuto pagare pegno alle usanze dei tempi in cui ha girato i vari film. Si tratta, in ogni caso, di materiale incandescente che affronta temi molto complessi, e che va molto al di là della normale vita quotidiana.
Poi, certo, ognuno può lanciarsi nelle polemiche più assurde e buon pro gli faccia. Ma a quel punto ci vorrebbe l'onestà di ammettere che si ha molto tempo da perdere e nessun modo migliore per impiegarlo, e lasciare in pace il politically correct che a me sembra una cosa molto rispettabile. 

domenica 2 maggio 2021

I cioccolatini dedicati a Mozart


Quando si fa l'Austria (che succede in Seconda, quando le classi sono ormai abbastanza sveglie e predisposte verso i doppi sensi) capita spesso di parlare di Salisburgo e di Mozart. A quel punto, quasi sempre, faccio un garbato accenno ai Mozartkugeln, squisitissimi cioccolatini che imperversano per tutta l'Austria ma che a Salisburgo sono davvero onnipresenti in tutte le loro infinite versioni e intasano le vetrine delle pasticcerie. E' un tocco gastronomico che non manca mai di essere apprezzato, ma l'apprezzamento tocca invero punte altissime quando spiego con grande nonchalance che la traduzione del nome è "palle di Mozart". A quel punto la classe trova la cosa molto divertente e si lancia in vari commenti, che io seguo con un finto cipiglio che non inganna nessuno, poi la spiegazione continua - di solito dopo che qualcuno ha raccontato che ha avuto il gran piacere di mangiarne e sono invero assai gustosi.
Stavolta eravamo alla sesta ora, quando le barriere inibitorie sono andate a farsi friggere da un bel po', e la Seconda Non Più Tanto Asserpentata ha gradito particolarmente l'intermezzo - o per meglio dire c'è voluto del bello e del buono per riportarla ad un pur minimale grado di interesse verso i monumenti e l'economia austriaca, visto che continuavano a ridere a più non posso.

Le lezioni della sesta ora, si sa, sono quello che sono. L'altra ora di Geografia della Seconda però è la mattina dopo, alla prima ora - e di solito la classe si presenta molto attenta & disponibile.
Per l'Austria si era offerta una graziosa fanciulla finora all'apparenza un po' smortina (e secondo me abbastanza sottovalutata dal Consiglio) ma che negli ultimi tempi ha avuto un buon risveglio.
Costei ha diligentemente elencato confini, forma istituzionale, capitale, moneta, entrata nell'Unione Europea, storia, ed è passata a parlare delle città. Prima Vienna, poi Linz, infine Salisburgo, città dov'è nato il grande compositore Mozart e dove la cosa è grandemente segnalata per ogni dove, tanto che anche le vetrine delle pasticcerie sono piene zeppe  (la classe drizza le orecchie e si pone in ascolto) dei cioccolatini dedicati a Mozart - e mentre pronuncia molto compiaciuta l'impeccabile frase una grande aureola dorata le spunta tutto intorno.
Davanti a frase sì ineccepibile, la classe ride anche più del giorno prima mentre io (che rido come tutti) proclamo "Bravissima! Mezzo punto in più!".
E in cuor mi sovviene la compagna di liceo che, ritrovandosi a raccontare la trama della Lisistrata di Aristofane, spiegò compunta e con la stessa aureola dorata intorno alla testa che i mariti delle donne ateniesi "sentivano profondamente la mancanza della compagnia delle loro spose" laddove in tanti si erano intorcigliati nelle più strane frasi per descrivere la situazione tradendo a ogni parola un vistosissimo imbarazzo. La mia compagna, però, era al quarto anno delle superiori, dove si dovrebbe ben avere imparato a far capire senza chiamare troppo le cose col loro nome, mentre a tredici anni la capacità nel develop solution non sempre è avanzatissima.



Per concludere, una nota dolciaria: i Mozartkugeln originari sono artigianali, e tuttora fatti a mano dalla pasticceria salisburghese che li ha inventati ma che non ha mai brevettato la ricetta. In seguito altre ditte
 ne hanno fatta una produzione industriale. Caratteristica comune, naturalmente, è avere sull'involucro di stagnola un ritratto di Mozart - e come si può vedere dalla tabella a lato, i cioccolatini originali, del 1890, e le sue prime imitazioni hanno un profilino abbastanza stilizzato del grande compositore mentre le versioni più moderne riproducono ritratti a colori e sono anche quelle più facili da trovare in commercio e con le scatole più belle.  Comunque è un classico caso di recentiores non deteriores: vanno benissimo tutti, gli originali come le imitazioni.

mercoledì 28 aprile 2021

La nuova, innovativissima didattica DADA - 4 - Ed eccoci al corso di formazione

Ascoltando la formazione sulla didattica DADA

Passata la fase del "Cominceremo con la didattica DADA a Settembre 2020, anche se in forma un po' ridotta" abbiamo poi avuto, in ordine di successione "Cominceremo a Novembre" (con i lavori in corso e l'acqua corrente nelle aule), "Il DADA partirà dopo le vacanze di Natale", "Il DADA partirà in primavera" per poi giungere a "Il progetto DADA inizierà a Settembre 2021". 
Nel frattempo ha smesso di piovere in classe, le muffe sono state rimbiancate e sono arrivate enormi quantità di coloratissimi armadietti e di cassettiere basse su rotelle, la disposizione delle aule è cambiata almeno tre volte (sulla carta); si è anche parlato di colori e scritte (nelle aule) ma i numeri del Covid, pur se tra alti e bassi, non sembrano promettere a tempi brevi vistosi miglioramenti. Non sappiamo quindi se effettivamente a metà Settembre partirà alcunché.
Ad ogni modo è partita la formazione per la didattica DADA e ben tre incontri-DADA ci sono piovuti addosso, con scarso entusiasmo da parte nostra.

Non so se in circostanze normali (ovvero in presenza) cotali incontri darebbero stati accolti con maggiore entusiasmo: la presenza porta in sé una sorta di magnetismo, e in certe circostanze stimola anche le virtù della pazienza e della sopportazione rassegnata, senza contare che puoi consolarti chiacchierando con qualche collega o trovare conforto nello scambio di occhiate significative con chi senti in consonanza col tuo pensiero e i tuoi sentimenti, mentre per contro in questi incontri telematici le parole si rivelano più forti (o più vuote, a seconda dei casi), ma lasciano anche un maggiore senso di solitudine dopo.
Una cosa comunque mi sento di dare per sicura: al termine di questi tre incontri sulla didattica DADA ne so esattamente quanto prima, cioè niente - anche se esperte addette ai lavori me ne hanno parlato per complessive sei ore, accompagnandosi con slide ricche di effetti speciali, citazioni di illustri spiriti e profonde riflessioni - e soprattutto tante, tante e ancora tante parole-chiave.

Il primo incontro, tenuto da una coach e counselor* di scuola gestaltica** si intitolava "Il modello DADA: l'innovazione dell'"Eppur si muove" con cenni di DADAlogica". La coach si è rivelata una donna di notevole bellezza con una bella voce suadente, e ci tengo a precisare che io amo le belle voci suadenti. Non abbastanza, a quanto pare.
Le 90 slide che corredavano l'incontro erano piene di immagini gradevoli e colorate.Parlavano della fragilità che abbiamo scoperto in noi durante la pandemia, dell'importanza della creatività, del coraggio delle scelte, dell'importanza dell'ascolto e del dialogo ed erano decorate con immagini di pesciolini in boccia, di ombrelli colorati, di cieli azzurri e tante altre cose, di quelle che si trovano assai facilmente nelle pagine introspettive di Facebook (molte infatti le ho riconosciute); inoltre la relatrice ci ha fatto partecipi di un nuovissimo concetto didattico altamente innovativo: le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni, e insomma si ricorda più volentieri qualcosa che si è imparato con piacere. Queste sì che son scoperte.
Dopo l'esposizione di cotanta scoperta ho chiuso la telecamera e mi sono dedicata a pulire la cucina, a dare il cencio per terra e infine a scuotere via l'origano da un grosso mazzetto, ma le slide le ho viste quasi tutte perché restavo sempre intorno al computer - non sia mai che all'improvviso la coach e counselor non si mettesse finalmente a parlare di qualcosa.
Così non è stato, ma alla fine della lezione ci ha spiegato attraverso l'esempio che è importante dare ai ragazzi dei piccoli intervalli di pausa di tre minuti per permettergli di cambiare posizione e mettersi comodi, e ci ha dato appunto tre minuti per rilassarci. 
"Vedete com'è meglio essere rilassati?". Tutti ne abbiamo convenuto senza farci pregare. In sottofondo, la buonanima di Catalano ci ricordava che era meglio essere comodi in una situazione piacevole piuttosto che scomodi in una situazione sgradevole.
Alla fine l'abbiamo ringraziata molto e qualcuno si è spinto a dirle che quell'incontro ci aveva aperto nuove prospettive e rigenerato interiormente. Qualcuno, anzi, sembra che lo pensasse sul serio, perché poi l'ha ripetuto ai colleghi. Ma non alla media di St. Mary Mead, dove la mattina dopo, in Sala Insegnanti, il sarcasmo scorreva potente e in tanti facevano il conto di quante lavatrici avessero stirato (vincitrice la prof. Spini con quattro, ma secondo me mentiva).

Il secondo incontro si intitolava "Metodologie didattiche e competenze trasversali: soft skills e metodologie didattiche innovative". Evviva, finalmente si andava sul concreto! Dopotutto capita spesso che la prima puntata di un corso di formazione sia piuttosto vuota.
E infatti la relatrice si è presentata come una persona che da anni fa DADA e ci ha promesso di parlare nel dettaglio della questione nella sua concretezza.
Ha iniziato facendoci vedere un sacco di belle slide sulla scuola finlandese, con ampi spazi, grandi vetrate e alunni gioiosamente intenti ad un costruttivo lavoro di apprendimento: bei giardini, bellissimi campi sportivi, belle biblioteche...
Guardavo e pensavo agli spazi della scuola di St. Mary Mead. Poi la relatrice ci ha spiegato che uno dei principi essenziali della didattica DADA è il concetto di tempo che va oltrepassato e rielaborato. Si è dimenticata però di spiegarci come ciò possa avvenire in una scuola dove ogni insegnante fa diciotto ore in un tempo scuola di trenta, per tacere del fatto che quelle diciotto ore sono tutte incastrate tra loro.
Giratempo? Corridoi interdimensionali? Ristoranti al termine dell'universo?
A telecamera aperta, ho aperto un po' di finestre sullo schermo e mi sono messa a trascrivere voti sul registro elettronico, ripulire la casella della posta e preparare il materiale da mettere sulla Classroom per le prossime lezioni di storia. Nel frattempo la relatrice ci informava sull'importanza del dialogo, dell'ascolto e dell'interazione mentre io riflettevo su una slide piuttosto inquietante: un gruppo di ragazzi che si spostava lungo il corridoio cammellandosi dietro zaini, piumoni e cartelline.
"Uno dei problemi della Dada è che i ragazzi cambiano in fretta e ordinatamente di aula, ma quando arrivano scoprono spesso che hanno dimenticato qualcosa".
Beh, questo lo sa chiunque faccia lezione in un laboratorio o provi a portare la classe in Aula Magna, Biblioteca o quant'altro. Del resto, anch'io sono di quelli che non dimenticano le mani solo e soltanto perché le hanno attaccate ai polsi. Ma se poi a ogni ora pretendi di fargli fare il trasloco al gran completo, come dire...
"E infatti con la Dada è meglio fare le ore a coppie, così si riducono gli spostamenti".
E dunque il vantaggio della didattica Dada è che le classi si spostano, ma conviene farli spostare il meno possibile.
Non sono stata l'unica colpita dall'immagine dei ragazzi-cammelli, e infatti una delle colleghe addette all'organizzazione della didattica DADA ha scritto alla relatrice la sera stessa per chiedere il perché di tanto cammellamento.
La risposta è stata strana: è meglio se i ragazzi lasciano le cose a scuola, nelle singole classi. Sì, anche i libri. Tanto a casa possono studiare sulla versione digitale. E poi per la didattica DADA tutti comprano sempre tanti armadietti, ma gli armadietti non servono, servirebbero piuttosto gli attaccapanni.
Difficile non pensare agli innumerevoli armadietti per ragazzi che ingombrano da settimane i corridoi, ormai del tutto privi di attaccapanni.
"Gli attaccapanni non servono, di solito: i ragazzi portano le giacche in classe" mi spiega qualcuno.
Vero, ma al momento la classe non la cambiano a tutte l'ore.
Ma soprattutto: se l'idea di base della didattica DADA è permettere ai ragazzi di farsi una passeggiata piacevole nei corridoi ogni tanto (idea che mi trova in assoluta sintonia) quanto sarà piacevole questa passeggiata se si devono portar dietro armi e bagagli?

Alla terza lezione del corso abbiamo di nuovo la coach e counselor. Il titolo della lezione è "Principi generali, comunicazione efficace e ascolto attivo: l'incontro e l'accoglienza".
Rassegnata, monto l'asse da stiro e metto l'acqua nel ferro.
Per due ore sentiamo parlare dell'importanza del dialogo, dell'ascolto e dell'accoglienza. Una delle slide raffigura un arco, che non ricordo se rappresenta l'insegnante o il momento dell'incontro; la coach si premura di spiegarci l'arco dev'essere solido e ben basato - che è senz'altro un concetto valido, perché un arco che rischia di sbriciolartisi addosso è decisamente pericoloso.
Altre due ore della mia vita se ne vanno, mentre impilo ordinatamente lenzuola, asciugamani e strofinacci da cucina e le varie gatte perfezionano le operazioni di stiratura godendosi il tepore della biancheria scaldata dal ferro.
Nel frattempo, tra un arco e un paesaggio e una citazione colta, la coach ci spiega l'importanza del com-prendere (nel senso di prendere insieme) e della co-costruzione, ovvero la costruzione fatta con l'Altro.

Ci saranno ulteriori incontri, ma dubito che parlerò ancora di questo corso sul blog - a meno che, per un qualche miracolo, arrivi una qualche lezione con dentro un po' di didattica normale, ovvero che dia per scontato che l'insegnante sia almeno vagamente consapevole dell'opportunità di instaurare una relazione virtuosa con l'alunno - stante che di dialogo, ascolto, inclusione e simili le linee guida ministeriali ci parlano ormai da vent'anni, per quanto in termini un pelino più concreti e senza slide con gli ombrelli colorati e i pesciolini in boccia - insomma, che parli un po' di scuola.
Il che è teoricamente possibile, certo - ma in tutti noi alberga il fiero sospetto che la tanto decantata e innovativa didattica DADA si riassuma nel teorema Casini, ovvero una volta chiusa la porta della mia aula decorata e con i banchini componibili, mi par di capire che diano per scontato che faccia la solita lezione che faccio adesso". E dunque

After all is said and done / It was right for you to run


*giuro, si è presentata così. Sulla prima slide.
**pare che sia una scuola che si basa sulla percezione e l'esperienza. Quale scuola non lo fa, mi domando.