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martedì 8 dicembre 2020

E' davvero indispensabile il manuale di Geografia? (post molto amletico e senza soluzioni al suo interno)

Tra le tante lacune dei libri di testo di geografia: mai uno che dedichi una bella carta geografica  al paese di Babbo Natale, quasi non esistesse!

Geografia è una nobile materia, invero, e ricca di possibilità. E da quando ho a disposizione la piattaforma mi sembra di farla molto meglio, tanto che sto seriamente pensando di abolire il manuale. 
Sarà possibile?
Tecnicamente sì, certo, basta che non lo adotti. Nessuno protesterà al Collegio Docenti, anche perché in quel modo i tetti di spesa per i libri di testo delle mie classi saranno rispettati - cosa ormai sempre più difficile, soprattutto in Seconda.
Tuttavia il salto nel buio mi spaventa.
Quando guardo i manuali che mi sono toccati in sorte, devo dire, mi spaventa un po' meno.
Ma i ragazzi, poverelli? Non gli verrà l'angoscia? E non verrà alle famiglie?
Dopo tutti gli effetti speciali in classe, video e mappe concettuali, bellissimi schemi messi sulla piattaforma, video di vulcani che spargono fiumi di lava ovunque, filmati musicali col valzer del Danubio Blu e l'introduzione dell'Oro del Reno col suo ritmo sognante e il leggendario pedale in Re  (eccellente per accogliere la classe alla prima ora, mentre prendono posto nella scuola media quasi deserta da fascia rossa), tavole lessicali sugli spartiacque eccetera, alla fine vorranno bene un testo per ripassare tutti i frammenti che ho seminato in giro sulla piattaforma.
D'accordo, gli esercizi fanno pena, e le descrizioni degli stati ancor di più.
E un po' di esercizi decenti li posso sempre fare io. Ma quei simpatici esercizi di ripasso sono lunghi da costruire, anzi non so nemmeno se ci riesco davvero. E non ho voglia di provarci.

Le pagine sulle istituzioni europee di solito sono assolutamente insulse, e mai un cane che ricordi che l'Unione Europea è un mostro singolare  perché non è una federazione né una confederazione né un insieme di stati legati da un trattato ma uno strano ibrido senza esercito ma con una moneta, senza governo ma con un governo composto dai singoli governi di una infinità di paesi,  dove se decidi di uscirne ti infili in un ginepraio senza sbocco (che è comunque sempre meglio di una guerra civile)  e se chiedi di entrare ti tengono in attesa per anni e anni - insomma, una roba istituzionalmente piuttosto strana ma che ormai da tempo ha comunque una sua consistenza, soprattutto sul piano economico.

Peggio che mai la parte dedicata all'economia- che personalmente considero importantissima, anche perché oggi le economie sono tutte collegate - e che secondo me andrebbe aggiornata con amorevole dedizione; e invece spesso siamo a malapena due gradini al di sopra delle  leggende metropolitane: ci sono economie  descritte in espansione (e che parecchi anni fa in effetti lo erano),  oppure economie che un tempo erano effettivamente depresse  ma che adesso sono lussureggianti, e ancor più spesso si trovano economie che stando ai manuali funzionano con gli stessi criteri di quando studiavo (poco) Geografia alle medie, quasi mezzo secolo fa.
I PIL pro capite, quando va bene, sono aggiornati al 2015 se non prima, risorse un tempo basilari sono ormai diventate del tutto marginali, la produzione industriale si sta (si stava?Dopo la pandemia le cose potrebbero cambiare per vari e numerosi motivi) spostando dall'Europa verso Asia e Africa, la Cina ormai da tempo non è più "la fabbrica del mondo, ma dipendente dalla tecnologia occidentale", il petrolio è molto meno determinante...
I ragazzi leggono la descrizione di un mondo organizzato secondo determinati criteri ma  quando per caso incappano in un notiziario ne trovano un altro - e non è poi così vero che i notiziari non li ascoltano, o comunque si trovano facilmente coinvolti in appelli per salvare la tigre o incappano in angosciose notizie sulla barriera corallina australiana che è giù di corda e ghiacciai che si sciolgono, letteralmente, come neve al sole, e qualcuno gli racconta perfino che il lago d'Aral si sta riprendendo (seee, magari!).

In questo momento il mondo è in trasformazione, ma i manuali di Geografia si occupano soprattutto di tematiche che andavano di moda dieci anni fa, o di tematiche contemporanee affrontate con dati di parecchio tempo fa.
Due cose mi hanno dolorosamente sorpresa quest'anno (anzi tre, ma il fatto che nessuno si preoccupi di aggiornare i PIL pro capite purtroppo non è più una novità):
- La Repubblica della Macedonia del Nord, che continua imperterrita ad essere chiamata Macedonia. L'anno scorso si poteva ben scusare, perché il cambio di nome era avvenuto a libro già stampato. Ma quest'anno? Che ci voleva a cambiare un titolo?
La questione non è del tutto marginale perché proprio il fatto che l'attuale Repubblica della Macedonia del Nord si sia continuata ostinatamente a chiamare Macedonia per quasi trent'anni è stata motivo di gran ritardo per l'ingresso della suddetta nell'Unione Europea, in quanto la Grecia si opponeva fieramente perché convinta di essere l'unica custode della Macedonia, o comunque di una sua ben consistente parte - e di sicuro non aveva torto anche se l'argomento, a guardarlo da lontano, sembra un po' di lana caprina. D'altra parte, finché la Grecia si opponeva, la domanda della Macedonia non poteva essere nemmeno considerata.
- Il Coronavirus. Non c'è un accenno che sia uno al fatto che la pandemia abbia influenzato parecchio l'economia dei paesi (il crollo del turismo, tanto per fare un esempio nemmeno marginale e che in effetti riguarda parecchio anche l'Italia; e forse anche il decentramento delle industrie che si è rivelato un aspetto molto sensibile). 
Ma diciamola tutta: non c'è un accenno che sia uno alla pandemia in generale. D'accordo che quando i libri sono usciti dalle tipografie la seconda ondata non era ancora arrivata, ma la prima aveva comunque dato moltissimo da pensare sul piano economico, un delicato accenno qua e là ci sarebbe stato bene a mio avviso. Senza contare che, in un mondo dove a colazione, pranzo e cena si parla di Covid in maniera esasperante e ossessiva, qualche parola sugli effetti del suo passaggio non ci starebbero male visto che sull'argomento i giovinetti fanno un sacco di domande.

In tempi di fotocomposizione e print on demand i libri di Geografia hanno reazioni degne di un bradipo addormentato e tutte le sezioni dedicate ai problemi ambientali (che sono parecchie, anche se non molto aggiornate) sono, appunto, sezioni staccate dal testo generale.
Ragazzi, oggi facciamo il cambiamento climatico della Terra. Seguono due o tre lezioni sui cambiamenti climatici, se hai tempo e voglia di occupartene, ma quando ci occupiamo dell'Africa subsahariana o di stati enormi come Russia, Cina, India e Brasile troviamo al massimo mezza riga di spiegazione su come quegli stati affrontano (o, più spesso, non affrontano) la questione, e raramente si tratta di mezze righe aggiornate. Il cambiamento climatico della Terra non interessa solo gli sfigatissimi orsi polari, per i quali tutti noi simpatizziamo attivamente, incide un po' dappertutto, e ogni zona reagisce (o non reagisce) a modo suo - tra l'altro spesso reagisce con una guerra e non dico che si possa star dietro a tutti i conflitti che spuntano qua e là come funghi, ma una paginetta di spiegazioni sui motivi per cui i governi trovano che la reazione a un problema del genere sia la guerra andrebbe pur fatta.

Altro tema bradipale: la scelta degli stati per il manuale di Terza. 
Mentre gli stati europei vengono fatti tutti, bene o male che sia, quando arriviamo al  più vasto Mondo extraeuropeo un elementare buon senso induce a fare una selezione; abbiamo così un gruppo di stati praticamente obbligatori (USA, Cina, India, Giappone, Sud-Africa, Canada, Israele, Argentina e Messico) e un po' di riempitivi legati alla cronaca di parecchi anni fa. A tutt'oggi ci sono manuali che continuano a rifilarci l'Afghanistan e l'Iraq, rigorosamente aggiornati ai tempi dell'invasione con cui gli abbiamo portato la democrazia; qualche volta c'è la Libia, sorvolando però pudicamente sulla sua situazione politica un po', diciamo, confusa; in qualche caso un po' di Nigeria, uno stato dell'Africa mediterranea (di solito l'Egitto, qualche volta il Marocco), rigorosamente mai le repubbliche asiatiche dell'ex-URSS, quasi mai qualcosina dell'Indocina, qualche volta il Kenya, di solito anche molto confusamente il Corno d'Africa, ma sempre molto vago e anche lì il modo con cui l'Italia è intervenuta è accennato con un pudore davvero degno di miglior causa.

In conclusione:
Geografia è una materia affascinante, varia e collegata ai più vari argomenti. 
Di più, gli insegnanti sono incoraggiati e direi anche esortati ad addentrarsi nelle tematiche contemporanee, ma i manuali di Geografia sono del tutto inadeguati a conseguire questo pur nobile scopo. In classe si può scegliere di lavorare a livello basso, medio o alto, a seconda degli alunni, degli argomenti e, soprattutto nel caso di Geografia, a seconda delle circostanze esterne e i ragazzi fanno domande e mostrano interesse a seconda di quanto l'argomento li coinvolge e ne sentono palare anche fuori; ma, a qualsiasi livello si scelga di lavorare, il materiale di base deve essere di buona qualità e soprattutto aggiornato. Fargli perdere tempo con due paginette di acqua calda sulle multinazionali o sui combustibili fossili non ha senso, tanto vale mandarli a giocare a calcio in cortile - almeno si divertono e prendono un po' d'aria.
Un libro di testo però è necessario, temo.
E dunque:
conviene che cerchi se c'è un manuale fatto meglio, magari fuori dalla cerchia degli editori che usiamo di solito;
oppure che cerchi un sostituto del manuale, qualcosa che possa fare comunque da libro di testo ma che sia meno ridondante e sciatto di quelli che ho a disposizione, magari impostato in modo diverso dai manuali standard.
Come e dove trovarlo,  soprattutto in un momento in cui vagare per librerie non è facile e non ho più a disposizione nemmeno la Mostra del Libro?
Probabilmente quel che cerco da qualche parte c'è, ma non è etichettato come "libro di scuola" e si trova da qualche parte nel vasto mare dell'editoria per ragazzi.
Mi domando dove potrei trovarlo.

venerdì 4 dicembre 2020

Ristorante al termine dell'Universo - Douglas Adams


Il secondo romanzo della trilogia in cinque volumi intitolata alla Guida galattica per gli autostoppisti comincia dove si è fermato prima, con i quattro protagonisti del ciclo che vorrebbero andare a cena al Ristorante al termine dell'Universo - facile a dirsi, ma molto, molto meno a farsi. Per esaudire questo rispettabile quanto legittimo desiderio occorreranno infatti non meno di quattordici capitoli (metà libro, in pratica), e il povero Zaphod rischierà seriamente la morte per inedia a forza di aspettare un pranzo che non arriva, anche se un occasionale compagno di avventure gli offre un po' del suo asciugamano da succhiare (e naturalmente Zaphod incappa al primo assaggio nella parte più amara).
Del resto anche ottenere una tazza di tè con i requisiti minimi della decenza si rivela complicatissimo, e quando il buon Arthur Dent cerca di convincere in tal senso la macchina megagalattica tarata per distribuire esclusivamente una sola insipida bevanda, ottiene all'inizio solo il risultato di ingolfare l'ancor più megagalattico computer dell'astronave Cuore d'Oro, rischiando seriamente il naufragio spaziale.

Dicevo del ristorante. Non si tratta, come magari si potrebbe pensare, di un ristorante posto ai lembi più esterni dell'universo, ma di qualcosa di più complicato.
O di più semplice, forse: un normale ristorante di lusso, magari un po' eccessivo nella sua esibizione di oro e gemme e oggetti preziosissimi e di squisita fattura. Il servizio svolto dai camerieri verdi è impeccabile, i tavoli hanno una bella vista sullo spazio circostante e c'è anche la musica dal vivo, di eccellente qualità.
Ti siedi, ordini i tuoi piatti preferiti e, se lo vuoi, puoi conoscere il piatto del giorno - nel caso specifico, un simpatico bovino molto disponibile che si offre decantando la sua bontà, l'accuratezza della sua dieta e la salubrità del modo con cui è cresciuto: vita sana, molto movimento eccetera.
"Non voglio mangiare una bestia che mi sta davanti agli occhi viva e che mi invita a mangiarla" dice Arthur. Ma la questione non è così semplice, e infatti Zaphod osserva che "E' sempre meglio che mangiare un animale che non vuole essere mangiato". Ma Arthur decide di pranzare con una insalata, nonostante l'animale lo rimproveri.
"Non vorrà dirmi per caso che faccio male a prendere un piatto di insalata?" si difende Arthur.
Ma il bovino ribatte che conosce "molte piante di insalata che non esiterebbero a rispondervi di sì". Perché ogni questione comprende molti punti di vista, e il fatto che Adams fosse effettivamente vegetariano rende la pagina vieppiù interessante.
Ma sto divagando.
La caratteristica saliente del ristorante non è la sua squisita cucina, ma la sua posizione temporale: un ristorante che è-sarebbe-fu-sia-sarà, racchiuso in una bolla temporale  e proiettato avanti nel tempo fino all'istante preciso della Fine dell'Universo. 
Un ristorante sospeso in mezzo a un incrocio temporale particolarmente frequentato; e anche se è piuttosto caro, pagare il conto non è un problema: giocando sui paradossi temporali basta che il cliente versi una somma minuscola nel suo tempo, e per il momento della fine dell'universo la piccolissima somma avrà maturato interessi sufficienti a pagare il salatissimo conto.
Per descrivere l'esperienza del ristorante in questione occorre una grammatica particolare, naturalmente: quella dei viaggi nel tempo, che dispone di un manuale apposito. La mia anima di insegnante si è incantata sentendo parlare dell'aoristo plagale (ovvero il passato indeterminato armonico) e del congiuntivo futuro intenzionale invertito in condizionale multiplo imperativo e mi sono anche ricopiata un bel passo relativo a questa grammatica che sarò lieta di propinare ai miei sventurati alunni nei prossimi anni, al momento di affrontare i tempi composti dei verbi.

Comunque non c'è solo il ristorante anche se gli sono dedicate molte pagine, a lui e al suo animatissimo parcheggio. C'è anche molto altro: ad esempio una piccola comparsa di dio in un ruolo minore: un simpatico vecchietto molto filosofico che vive una vita tranquilla insieme ad un grazioso micetto che ha chiamato Geova, solo soletto salvo alcune persone che vengono ogni tanto a trovarlo per fargli domande, e che nega risolutamente non solo di conoscere la realtà, ma di sapere se effettivamente un qualche tipo di realtà esiste. A quel che sembra, l'universo è in buone mani (e il fatto che Adams fosse dichiaratamente ateo rende vieppiù interessante il piccolo sipario).
Una grossa astronave, anche, carica di architetti, parrucchieri e consulenti di vario tipo che dovrebbero ripopolare un nuovo pianeta - almeno così gli è stato raccontato. E che alla fine del romanzo approderanno sul pianeta loro assegnato, insieme ad Arthur e a Ford.
E il pianeta dove atterreranno è tranquillo, grazioso, ospitale, ricco di risorse e vagamente familiare, tanto che Arthur finisce per riconoscerlo.

Meno frenetico e più riflessivo del primo, tutto sommato anche molto più strano, il secondo volume del ciclo della Guida Galattica mi ha conquistato molto più del primo. Più sostanzioso e più filosofico, contiene moltissime domande e nemmeno l'ombra di una risposta ma diverse possibilità fatte intravedere per un istante e poi tirate indietro - insomma un perfetto romanzo di fantascienza.
Purtroppo, siccome è molto scorrevole anche questo, come tutti i romanzi del ciclo, finisce molto in fretta.
Comunque si può sempre rileggerlo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e mi preparo ad un lungo ponte che passerò a riposarmi, a leggere e forse a passeggiare - ma di sicuro non a fare le compere di Natale, visto che siamo ancora in zona rossa.

giovedì 3 dicembre 2020

L'incubo dei PDP


Ormai da qualche anno è stato stabilito che ci sono alunni che hanno diritto a una Programmazione Personalizzata, in considerazione di talune loro difficoltà.
Ci sono i ragazzi certificati, prima di tutto, che hanno un Piano Educativo Individualizzato (PEI), con tanto di Consiglio a loro dedicato. E di quello, vivaddio, si occupa l'insegnante di sostegno.
Poi arrivarono i Disturbi Specifici dell'attenzione (DSA) che in principio erano solo i dislessici, ovvero quelli che leggevano male e scrivevano peggio. Col tempo la questione si è affinata e ramificata e adesso i DSA si dividono in Dislessici, Disortografici, Disgrafici, Discalculici e Disprassici, oltre a quelli che la prof. Therral chiama "Dislessici Velati", ovvero ragazzi che sarebbero da certificare ma le famiglie han preferito farli dichiarare DSA. Per loro c'è un PDP, Piano Didattico Personalizzato - per esempio possono usare schemi e tabelle anche durante i compiti, oppure sono dispensati dal leggere ad alta voce, oppure gli vanno programmate le interrogazioni, oppure tutto questo insieme e magari anche qualcosa di più, sempre tenendo conto che ci sono famiglie che non vogliono le facilitazioni, famiglie che le esigono ma i ragazzi non le vogliono, famiglie che le vogliono ma i ragazzi se la cavano benissimo anche senza e tante e tante altre possibilità, il tutto complicato dal fatto che le famiglie devono approvare il piano e poi firmarlo e spesso il loro atteggiamento è parte del problema e non della soluzione. 
Poi fu il tempo dei BES, ragazzi con Bisogni Educativi Specifici, ovvero quelli che hanno dei "problemi": magari gli è morto il padre e l'han presa malissimo, oppure hanno il rigetto verso la scuola, oppure soffrono di Mutismo Selettivo, cioè non parlano con alcuni insegnanti (e a volte non sono nemmeno tanto selettivi, nel senso che non parlano con nessuno), oppure hanno una famiglia davvero pesante da subire e tantissime altre varianti. Anche loro hanno un PDP ma le famiglie non necessariamente lo sanno e si tratta di una serie di accordi interni presi dal Consiglio di Classe.
Infine ci sono gli stranieri BES, quelli ancora in fase di alfabetizzazione. A volte sono alunni che non hanno altro problema che quello di non sapere ancora bene l'italiano, altre volte hanno una situazione, diciamo così, piuttosto complessa. Anche il loro PDP va fatto firmare alle famiglie - sperando che le famiglie lo capiscano, perché se il ragazzo non parla ancora bene l'italiano spesso dipende dal fatto che in famiglia di italiano se ne sente ben poco.

Una casistica piuttosto complessa, dunque - e del resto l'umanità stessa è complessa, e dunque è comprensibile che lo siano anche i molti alunni che fanno la scuola dell'obbligo.
Così ogni anno il Coordinatore della classe spulcia diagnosi mediche, si consulta con gli altri insegnanti, convoca genitori eccetera. Ma soprattutto compila le schede dei vari Piani Personalizzati, che nel corso degli anni si sono ramificate, moltiplicate - e complicate, fino a trasformarsi in una giungla inestricabile dove l'unico modo di farsi largo è usare non il machete, ma direttamente il lanciafiamme.
E tutti gli anni, in Sala Insegnanti, si svolge la seguente scena:
Coordinatore: "Ma che schifo di scheda è questa? Chi l'ha progettata? E' un orrore, un abominio, un insulto al buon senso. Manca questo, questo e quest'altro, ci sono questa e quest'altra cosa che non hanno alcun senso e soprattutto c'è questa immane quantità di carta da compilare che è una vera offesa all'Amazzonia".
"Hai ragione, fanno veramente schifo" dichiarano tutti gli altri convinti "L'anno prossimo ne dobbiamo fare una decente". 
"Sì, faremo un gruppo di lavoro e la prepararemo" giurano tutti.
Anche quest'anno la scena si è ripetuta, assolutamente identica nei toni, nelle parole e nelle risposte.
Niente di strano, in apparenza. Siamo sempre tutti pronti a criticare il lavoro degli altri, ma da lì a provare a fare qualcosa...
E invece no. Perché stavolta il gruppo di lavoro si è effettivamente riunito, insieme a una selezione di insegnanti delle elementari, ha lavorato con cura e buona volontà e ha partorito la nuova scheda, che tiene conto di tutti i suggerimenti dei colleghi ed è stata regolarmente approvata al Collegio Docenti.
E nonostante tutto questo lavoro la scheda, o meglio le schede - perché, come spiegavo più sopra, dette schede nel frattempo si sono moltiplicate fino a diventare legione - fan schifo come prima e più di prima, ma in compenso sono molto più lunghe e dettagliate. Scorro inorridita la scheda dei BES linguistici e mi torna in mente  un racconto di Sary su una scuola materna che, ai tempi in cui sembrava che già a tre anni gli alunni avrebbero avuto il loro portfolio delle competenze  chiedeva nella scheda  se il parto con cui la creatura era stata generata era normale o cesareo - al che a buon diritto si immagina che il genitore avrebbe chiesto "Ma saranno cazzi nostri?!?". 

Com'è composta la famiglia del BES linguistico? Segue lunga lista di possibilità che includono anche fratelli e sorelle, di cui vanno specificate un sacco di cose.
Ma uno spazio libero di due righe dove eventualmente scrivere che c'è una sorella maggiore perfettamente alfabetizzata o che nessuno della famiglia parla altro che dieci stentate parole di italiano pareva brutto?
Evidentemente sì.
D'accordo, ogni BES linguistico fa storia a sé. Ci sono quelli con famiglie che parlano benissimo l'italiano, quelli dove le famiglie si arrangiano, quelle...
Un po' di campi liberi, per favore!
Otto pagine per un BES linguistico. Ma se certifichiamo un BES per ragioni di lingua, vuol dire che (ancora) la creatura non è padrona della lingua italiana, e allora probabilmente la famiglia ha difficoltà a decifrare tutta quella roba - che magari però a noi insegnanti interessa.
La scheda serve a noi o alla famiglia? O a nessuno?
Mistero imperscrutabile.
D'accordo, è importante la trasparenza. Il Consiglio deve dichiarare che con X e con Y vengono usati degli accorgimenti particolari per venire incontro alle sue difficoltà, e che non si tratta di misure prese a cazzo di cane dal singolo insegnante a seconda di come gli gira quella mattina. Ma in fine questa roba è trasparente quanto una colata di piombo, e invece dovrebbe essere un documento agile e comprensibile sia dal genitore che dall'ultimo arrivato che fa una supplenza breve.
Il coordinatore che compila il tutto soffre e si arrabatta e chiama i colleghi per fargli domande stranissime e alla fine è profondamente insoddisfatto del risultato - che comunque nessuno leggerà mai, e il nuovo arrivato verrà preso in un angolo dal collega più anziano e gli verrà fatto un riassunto di mezzo minuto durante il cambio dell'ora.
A torto o a ragione, ho furiosamente sforbiciato l'immane malloppo - nel mio caso ci serviva solo una qualche pezza d'appoggio per giustificare gli errori di ortografia che quasi certamente le due creaturine (peraltro molto brave e diligenti) ci scodelleranno negli scritti dell'esame ma che non devono impedirgli di prendere quel voto alto che gli spetta di diritto anche se sbaglia ancora a scrivere certe parole. Ad altri coordinatori servono pezze d'appoggio per chiedere un supplemento di alfabetizzazione,  ad altri altre cose, a seconda dei casi. Tuttavia qualsiasi situazione, per quanto complessa, dovrebbe essere riassumibille in una cartelletta scarsa di testo.
Ma chi ci va a dire al gruppo di lavoro che le loro belle schede, partorite con dolore e costate gran lavoro, continuano a non andare bene?
Non io, di sicuro.

Ma non basta.
Dopo che le schede sono state compilate, sforbiciate, adattate, relativizzate e discusse, in quest'anno di pandemia non è possibile chiamare i genitori per discutere la faccenda, e allora si infila il tutto nel Registro Argo in qualche cartelletta quasi introvabile e si mandano istruzioni ai genitori affinché le disseppelliscano dai misteriosi meandri del perfido registro elettronico e le firmino per via digitale.
MA subito dopo che i plichi sono  stati infine inscatolati e sepolti nelle viscere di Argo seguendo scrupolosamente le complesse istruzioni di apposita circolare, ecco che si scopre che son stati infilati nella cartella sbagliata e dunque il tuo riservatissimo PDP è visibile ai quattro venti e ai quattro angoli del mondo. 
Così in gran fretta viene diramata una nuova circolare dove viene illustrata la procedura corretta e...

Invero il nostro è un mestiere complicato, e in tempo di Covid è ancora più complicato del solito. E i PDP, come gli esami, non finiscono mai.

venerdì 27 novembre 2020

Guida galattica per gli autostoppisti - Douglas Adams


La Guida galattica entrò nella mia vita solo verso la fine dello scorso millennio, quando entrai in rete e cominciai a frequentare ragazzini con dieci o quindici anni meno di me appassionati di letteratura fantastica. Scoprii quindi questo famosissimo oggetto di culto, lo presi in biblioteca e lo lessi con modesto, non so come e non so perché. Storia complicata, piuttosto frenetica, nessuno si fermava mai a prendere una bella tazza di tè - anche se qualcuno, a dire il vero, ci provava con tutte le sue forze - e niente conversazioni tranquille e introspettiche. O quasi.
Tuttavia ho continuato a sentirne parlare, sono inciampata in qualche video del film e alla fine ho deciso di riprovare. Stavolta però mi sono comprata l'intero ciclo, in un comodo volumone di poco più di 800 pagine per la modica cifra di 17.00 euro - altri infatti, al contrario di me, lo apprezzavano assai e dunque viene periodicamente ristampato. Con la riapparizione della micidiale Didattica a Distanza, quando una lettura brillante si imponeva ci ho riprovato, con risultati decisamente migliori. E dunque eccomi qui a presentare un libro per volta l'intero ciclo di una trilogia in cinque volumi più un raccontino.
Il vantaggio di comprare l'intero ciclo, oltre al risparmio di soldi e di spazio, consiste in una deliziosa prefazione della buonanima dell'autore che ne racconta le origini, invero complicate.
Il ciclo della Guida galattica infatti non si limita ai cinque romanzi più raccontino, ma comprende anche una serie radiofonica, una serie televisiva, un film e un videogioco.
"Mbeh?" si dirà "Anche da Orgoglio e Pregiudizio  sono stati tratti tre film e uno sceneggiato più svariati fumetti e chissà quante edizioni radiofoniche, e non c'è niente  di complicato nelle sue origini". 
Vero, ma nel caso della Guida Galattica tutta questa roba è stata fatta quasi contemporaneamente.
In principio era la serie radiofonica, poi arrivò il primo libro che in parte la contraddiceva, poi la seconda serie radiofonica, e insieme i vari libri più il progetto del film e... ripeto, è una storia complicata e non starò a spiegarla perché in fondo io mi limito a presentare i libri. Tuttavia almeno il film (uscito nel 2005, ormai a palle ferme, ma in progetto da più di venti anni) l'ho visto e garantisco che qualche piccola discrepanza c'è, a partire da uno dei protagonisti che ha una sola testa, ed è difficile non rendersi conto che i singoli libri sono collegati tra loro con - ehm - diciamo qualche lieve contraddizione interna. D'altra parte la buonanima dell'autore dichiara con fermezza nella sua introduzione che grazie all'edizione completa del ciclo adesso il tutto si contraddice come vuole lui e solo con l'autorizzazione dell'autore che è poi lui stesso medesimo. E vallo a contraddire, se ti riesce.
D'altra parte non si tratta certo di cinque romanzi appiccicati con la colla: non solo i protagonisti sono e rimangono sempre gli stessi dall'inizio alla fine, ma vediamo spesso piccoli inserti, dettagli di contorno, graziosi intermezzi che un romanzo o due dopo si rivelano in tutta la loro importanza e diventano la trama portante - caso classico i delfini che appaiono e scompaiono e a metà del quarto libro sto ancora aspettando che facciano qualcosa di rilevante per guadagnarsi i loro salmoni.
A proposito dei delfini, eccoli in apertura del film (unico momento in cui compaiono ma è una comparsa davvero spettacolare):

e per la versione in lingua originale della canzone basta guardare qui.
Stabilito che i delfini ci sono (forse) solo per fare un po' di scena, parliamo invece della Guida. No, non del romanzo, ma del libro che dà il titolo al romanzo: uno strumento davvero essenziale per ogni il viaggiatore dello spazio, ma soprattutto per chi vuole girare per la galassia in... no, autostop non è una buona parola, e temo che il traduttore abbia fallato nel tradurre la parola hitchhiker, che è parola che sta ad indicare chi viaggia grazie a passaggi ottenuti gratis - i quali passaggi, chiaramente, per viaggiare nello spazio non sono su automobili o camion; e allora è più esatto dire che la Guida si rivolge a chi sceglie di girare la galassia spendendo poco e risparmiando soprattutto sulla spesa dei biglietti. Il pubblico di questo libro è vasto, e il libro ancor più vasto, tanto che passa il milione di pagine ed è dunque contenuto... sì, oggi lo chiamiamo tablet,  ma quando uscì la serie radiofonica, nel 1978, il tablet non c'era nemmeno nei telefilm di Star Trek. E dunque abbiamo questa amplissima pubblicazione che tratta un argomento invero assai vasto ed è composta e costantemente aggiornata da molti redattori, che accompagna il ciclo fornendo informazioni sui più vari argomenti - e, come capita molto spesso nelle guide, raramente sono informazioni di rilievo.

Dicevo, siamo nel 1978 (più o meno) e la galassia vive e brulica di infiniti pianeti abitati da infinite specie. Di tutto questo la Terra nulla sa, anche se ospita un redattore della Guida che è bloccato lì da svariati anni e smania di andarsene via (in astronavestop, si capisce) per ritornare nell'universo civile.
La Terra, oltre a non sapere molto della galassia sa poco anche di sé stessa, e gli uomini poi sono a uno stato di ignoranza addirittura patetica. Molto più esperti del viver dell'universo sono i delfini, e tuttavia anche loro sono solo la seconda specie più evoluta. La prima la scopriremo abbastanza avanti nel romanzo, ed è quella che la Terra l'ha fatta costruire, per un complesso esperimento di gran portata, ovvero scoprire una domanda (no, non la risposta. La risposta non serve, se non  hai la domanda giusta). Proprio cinque minuti prima di avere la domanda però la Terra viene distrutta, per far posto a una strada speciale per astronavi - giusto un attimo prima che una nuova grandiosa scoperta scientifica rendesse del tutto inutili le strade per astronavi. 
Si salveranno solo due terrestri: una bella e saggia ragazza, che incontreremo solo dopo diversi capitoli,  e il protagonista principale, Arthur Dent, interpretato nel film dal mio amato Martin Freeman e che è un eroe abbastanza simile a Bilbo Baggins, prima tra tutte una singolare capacità di ritrovarsi portato dalla piena. I due si incontreranno, dopo qualche galattico incidente, su una astronave di nome Cuore d'oro che ha una caratteristica davvero speciale: un motore ad improbabilità assoluta che permette viaggi particolarmente veloci e spericolati. Tra gli altri membri dell'equipaggio contiamo un robot vagamente antropomorfo di grandi capacità intellettive ma assai portato alla depressione e all'autocommiserazione, un computer terribilmente giulivo e ciarliero e, naturalmente, il capitano, tal Zaphod Beeblebrox, che in sintesi è il classico personaggio apparentemente frivolo che riserva grandi sorprese, e che è il capitano dell'astronave... perché l'ha rubata il giorno del varo. E ha due teste.
Da sinistra: Zaphod, la fanciulla, il robot depresso, il compilatore di guide e Arthur Dent.
Non è un caso se gli ultimi due hanno grossi asciugamani.
Dunque abbiamo un gruppo di personaggi apparentemente un po' di maniera e uno sfondo avventuroso. Non è che per caso magari c'è anche una trama?
Sì che c'è, ed è anche complessa. Si sviluppa in modo abbastanza diverso dal solito, con una tecnica narrativa particolare che dopo Adams ha avuto una certa fortuna tra gli scrittori di letteratura  fantastica, ma che richiede una particolare abilità per non lasciare il lettore confuso, stordito o annoiato per il troppo rumore di fondo. Al contrario di molti suoi colleghi Adams azzecca il ritmo giusto e la lettura scorre molto bene, col solo inconveniente che non sempre si memorizza a dovere quel dato essenziale che servirà di lì a cinquanta pagine perché questo dato importante non è preannunciato da trombe, timpani e tamburi e segnalato da cinquanta frecce illuminate ma, come nei migliori gialli, inserito in silenzio col più sornione dei modi.
Per dirla in sintesi: la Terra viene distrutta e si scoprirà che distruggerla è stato un grave errore che rischia di avere ancor più gravi conseguenze. Alla fine del romanzo poi tutti vanno a cena, in un ristorante al termine dell'universo. Che guarda caso è il titolo del romanzo successivo.
Consigliato nelle quarantene e nei lockdown, ma anche nei momenti in cui si desidera una lettura vivace ma diversa dal solito che sia nel contempo piuttosto profonda.

Con questo post ritorno con gioia a partecipare al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un totale stato di negatività a chiunque passi da qui.

sabato 21 novembre 2020

Il magnifico collegamento in rete di St. Mary Mead

 
La Seconda Asserpentata ride allegramente alle spalle della prof. Murasaki
- e per fortuna non sa quanto motivo ha di ridere. L'immagine è di Monokubo.

Quando la Terza Brillante stava per uscire dalla quarantena, l'intera Toscana è passata dall'arancione al rosso, e a quel punto a far lezione in presenza alle medie restavano soltanto le classi prime.
Chi voleva o poteva grazie alla struttura del suo orario comunque poteva fare lezione da casa.
Ma, nonostante mi si offrisse la possibilità di passare da un caldo letto a una postazione informatica munita di tutti i comfort senza soluzione di continuità, non ho esitato a optare per la scomoda postazione nella fredda scuola di St. Mary Mead* in virtù dell'assai migliore qualità del collegamento.
Che però Lunedì mattina non c'era, né buono né cattivo; c'era solo il tradizionale dinosaurino che segnalava l'assenza di collegamento. Cinque insegnanti curriculari vagavano per i corridoi deprecando e ululando, mentre una sesta si arrampicava in Biblioteca, sede della Gran Centralina del Collegamento, dove ha scoperto... che la linea non funzionava, cosa segnalata da una lucina arancione invece che verde, e in mancanza di meglio ha tentato il vecchio Rimedio della Nonna "spengi tutto e poi riaccendi".
I Rimedi della Nonna hanno questo di buono: sono rudimentali ma funzionano; e infatti tutto si è riacceso e il collegamento è partito, ma tutte noi eravamo ormai abbastanza di malumore.
Due giorni dopo tocca alla ex-Prima Asserpentata, ormai passata di grado a Seconda e più Asserpentata che mai.
Il collegamento, davvero, non è stato cosa. Qualcuno non vedeva, qualcuno non sentiva e tra questi Qualcuni c'ero anch'io, che sono entrata e uscita tre volte.
Ieri però la lezione è stata un orrore dall'inizio alla fine. Diluviava, e dunque il collegamento andava male di per sé. GoogleChrome si è rifiutato di fare il suo dovere e quindi ho dovuto ripiegare su Firefox che, nonostante una icona veramente deliziosa, è ormai antiquato e nessuno lo usa più, per cui ho dovuto ridargli le impostazioni. 
Poi, in un attacco di acuta imbranataggine sono riuscita a chiudermi da sola il programma senza preavviso. A quel punto, misteriosissimamente, Google Chrome è ripartito senza batter ciglio.
Con un po' di pazienza la lezione si è riavviata e  avevo appena finito di rampognare Colombelli perché le sue domande sull'Unione Europea non erano state svolte con adeguata accuratezza e coscienziosità quando il collegamento se n'è andato di nuovo e il nostro amico dinosaurino è ricomparso al posto di GoogleMeet. 
Anche in Sala Insegnanti troneggia il dinosauro. Evidentemente la rete è saltata in tutta la scuola.
Colpa dei lavori? Colpa del maltempo? Colpa del Fantasma Formaggino?
La Custode suggerisce di riprovare il Rimedio della Nonna e dunque salgo in Biblioteca.
Dove tutto è calmo e tranquillo, soprattutto la luce della centralina che non è né verde né arancione, ma proprio spenta. Niente di strano dunque che il segnale non arrivi nelle aule, stante che non c'è alcun segnale da far arrivare.
In un angolo l'impeccabile prof. Chantelle, con la sua aureola più lucente in testa, sta prendendo appunti da un paio di libri di matematica. Quando mi vede guardare perplessa la centralina si informa con la consueta e impeccabile cortesia sul motivo della mia perplessità.
-E' che qui dovrebbe esserci una lucina, ma non c'è - spiego.
-Oh? Probabilmente perché ho staccato la spina e ho messo in carica il mio computer.
-Hai staccato l'unica spina di tutta la stanza? Ma qui siamo pieni di prese, abbiamo anche una ciabatta a sei piazze - boccheggio incredula.
-Sì, ma quella è l'unica presa Shuco, il mio è un portatile vecchio e qui non ci sono adattatori.
-...cioè hai tolto la rete a tutta la scuola per mettere in carica il tuo portatile? - riesco ad articolare.
-Non avevo fatto caso a quel box. E' lì che c'è il modem? - chiede Chantelle blandamente interessata.
Da cinque anni orna di sua bella presenza la nostra scuoletta di campagna, ed è una delle informatiche rampanti del gruppo. Usa con grande naturalezza un informatichese stretto che riesce regolarmente a farmi sentire una povera sprovveduta che coi computer si arrangia alla meno peggio (del resto, è esattamente quel che sono: molta pratica e pochissima teoria, per giunta risalente ormai al secondo millennio). 
Ma non sapeva da dove la rete arrivava alla scuola. Giusto così, del resto, perché lo dovrebbe sapere? Lei ha un contratto a giga infiniti e lavora dai suoi strumenti, mica come me che a scuola uso solo le attrezzature della scuola.
-E' grave quel che ho fatto? - si informa cortesemente.
-Sì, è grave: hai tolto la rete a tutta la scuola, e soprattutto a me che stavo facendo lezione  - rispondo con altrettanta cortesia. Sembriamo uscite da un romanzo di Wodehouse. Stacco la spina al suo computer e riaccendo la centralina - Sappi che se non ti picchio è solo perché... - pausa. Già, perché non la picchio?
-Solo perché in fondo mi vuoi bene? - suggerisce Chantelle speranzosa.
-Sì, esattamente per questo motivo - ammetto.
Scendo giù e, con la rete di nuovo in funzione, mando una mail alla classe spiegando pudicamente che "ahimé, la rete era saltata, ci vediamo alla prossima lezione e continuerò a risentirvi le domande sull'Unione Europea".
Poi, dopo aver concluso (se vogliamo dire così) la lezione più inconcludente in ventun anni di onorata carriera, mentre suona la campana tolgo il piumino dalla custodia antiCovid, lo infilo e mi avvio verso casa.

Speriamo di uscire presto dalla Zona Rossa.

*Lunedì mattina spesso le scuole sono fredde. Per vari motivi, in questo periodo la scuola media di St. Mary Mead è anche umida.

martedì 17 novembre 2020

17 Novembre 2020 - Festa del Gatto Nero

Auguri a tutti i bellissimi gatti neri che allietano le nostre case e i nostri giardini, ai loro adorabili cuccioli e ai loro umani di riferimento.

E auguri a tutti noi, perché possiamo conservarci in perfetta salute e mantenere un adeguato livello di benessere economico onde poter continuare a provvedere loro nel migliore dei modi, servendoli e riverendoli com'è nostro dovere e occupandoci adeguatamente anche di quelli che invece che in una bella casa con un bel giardino stanno in condizioni più precarie... no, "fragili", oggi si usa dire "fragili". Augurissimi ai gatti neri fragili e agli umani che, per colpa della loro fragilità, non possono avere intorno a sé tutti i gatti neri che desidererebbero.

Ricordando sempre che il bellissimo gatto nero è anche un incomparabile portafortuna che con la sua semplice presenza apporta armonia, benessere e felicità nelle case in cui si degna di abitare. 

E auguri anche ai pipistrelli, già che ci siamo, e possa il loro letargo essere tranquillo e fertile. 
 

domenica 15 novembre 2020

Sarà il branco che viene a cercarti, se ti perdi

 

Non è il mio disco preferito dei Pooh (lo sono un po' tutti) 
ma è  quello con la copertina che mi piace di più

Il primo post di questo blog (dopo i doverosi saluti agli eventuali lettori, si capisce) era dedicato ai Pooh, e per un crudele caso della vita più esattamente al fatto che, secondo me, i Pooh avrebbero dovuto smettere di cantare perché ormai stavano stonando - che per un gruppo che per gran tempo si era segnalato per le ottime voci e i mirabili impasti vocali dei suoi componenti, davvero non mi sembrava cosa.
Era il 21 Agosto del 2008. Qualche mese dopo, con una lettera che fece assai scalpore, Stefano D'Orazio, il batterista, che tra l'altro non stonava affatto, lasciò il complesso con una celebre lettera  in cui diceva, in pratica, che aveva già dato. Gli altri non la presero benissimo ma non scorse sangue né ci furono grandi polemiche pubbliche e l'amicizia rimase. 
I Pooh si presero un altro batterista e continuarono, ma da allora non li ho più seguiti. Di fatto, non ho nemmeno capito se dopo si sono sciolti o no.
Il 6 Novembre 2020 Stefano D'Orazio è morto di Covid, o forse più esattamente per colpa del Covid: a 72 anni non rientrava nella fascia più a rischio, ma aveva la leucemia e stava quindi seguendo delle cure piuttosto debilitanti - insomma, in circostanze normali probabilmente il Covid gli sarebbe passato accanto senza fare grossi danni, ma purtroppo le circostanze tanto normali non erano.
E così proprio lui, che ha scritto un pezzo piuttosto lungo della storia della musica italiana, ha avuto un funerale ristrettissimo (se pure l'ha avuto, non so nemmeno quello) e dopo aver passato decenni a riempire palasport, stadi e teatri vari è morto da solo, senza nemmeno i familiari vicino. Una cosa molto ingiusta, ma alla fine la vita è piena di ingiustizie, e figurarsi la morte.

Nel panorama musicale i Pooh sono stati una presenza piuttosto anomala perché non hanno fatto all'apparenza quasi niente di particolare se non una quantità immane di canzoni di successo, alcune delle quali molto belle.
Non facevano tendenza, nonostante un successo continuativo che è durato per decenni. Non avviarono grandiose sperimentazioni musicali: un gruppo pop, melodico, che confezionava bene i suoi prodotti, in apparenza tradizionali (anche se mai troppo tradizionali).
Ufficialmente non impegnati in politica, oppure verso destra (ma mi convince di più la teoria che li vuole cattocomunisti, fermo restando che in mezzo secolo si fa in tempo a cambiare idea svariate volte) si tolsero comunque la soddisfazione di avere una canzone censurata (Brennero 66, che parlava dei morti negli attentati altoatesini) e dedicarono canzoni ai

detenuti, ai trans, agli immigrati, al femminismo, alle fanciulle di buona famiglia soffocate per troppo amore e troppa protezione, ad Attila, alle invasioni dei conquistadores, ai nativi americani, al muro di Berlino e a svariate tematiche ambientali, con una lunga collaborazione col WWF - ma sono sicura che ho dimenticato un sacco di cose.
Nonostante un grandioso e costante successo commerciale soffrivano il peso delle intromissioni dei discografici nelle loro scelte (e nei loro incassi) e così, a quanto ho capito per primi in Italia, cominciarono ad autoprodursi per poter fare le cose a modo loro - che poi non era un modo particolarmente rivoluzionario, ma era il loro. E per primi han portato in Italia fumi e raggi laser e i microfoni senza filo, perché tutti gli anni andavano all'estero ad appositi saloni per musicisti e tornavano con i loro pacchetti di novità, così come per primi si sono attrezzati un bel furgone con tanto di cucina per quando andavano in tournée perché erano stufi di mangiare male alla fine dei concerti. Gente dotata di senso pratico, gentile con tutti alle interviste, paziente, e che non litigava mai in pubblico.
Collezionarono matrimoni, figli e famiglie allargate senza farne grande mistero e senza raccontare mai granché. La maggior parte delle loro canzoni parlava appunto d'amore e di rapporti di coppia, tradimenti inclusi, visti da angolature a volte anche un po' inusuali:  il punto di vista di chi, dopo l'avventura di una notte, torna a casa per scaldare la sua amata compagna  o di chi mette sottosopra la sua vita per un colpo di fulmine, o si ritrova improvvisamente la ragazza incinta, l'esasperante individuo che non lascerà mai la moglie ma continua a prometterlo in buona fede all'amante, chi scappa via stufo e arcistufo, chi scopre che, oops, lei si è stufata, chi si ritrova nella deplorevole situazione di dover dire "no, grazie", chi si prende una piccola vacanza dalla vita di tutti i giorni, chi è stato piantato e ha la discutibilissima fortuna di avere amici premurosi che lo consolano, chi ha la ex che ogni tanto ritorna a bussare alla sua porta per poi sparire di nuovo, 

Le feste finiscono e si rompono gli incantesimi.
Ma si può restare comunque amici per sempre, anche quando uno di noi è andato dietro al muro. O dietro al Velo, direbbero al Ministero della Magia.

giovedì 12 novembre 2020

Don't panic! (ovvero "eccoci all'acqua")


Il titolo di questo post ha una doppia origine.
La prima parte è un modo di dire famosissimo per la generazione cresciuta dopo la mia, in quanto sottotitolo della Guida galattica per gli autostoppisti ovvero quel romanzo che comincia il giorno dopo che i delfini, che sono la specie dominante sulla Terra anche se gli uomini non l'hanno mai capito, hanno salutato l'umanità con grandi e giocose acrobazie (il cui significato era "Addio, e grazie per tutto il pesce") prima di abbandonare il pianeta che stava per essere distrutto e salire a bordo di una bellissima astronave che era appunto venuta a portarli via.
Il secondo è un modo di dire della vecchia e gloriosa tradizione popolare e viene usato nei casi in cui un problema, a lungo prospettato e temuto, si manifesta per davvero.

Passate le prime due, disastrose, quarantene di classe, la Preside Caramell ha meditato e ponderato, soprattutto sulla curiosa osservazione che dalla ASL le han mandato a dire: "E certo, i vostri insegnanti si mettono subito in quarantena. Nelle altre scuole non lo fanno". Sottinteso: "Siete un po' troppo scrupolosi". Così al Collegio ci è stato letto quando effettivamente dovevamo metterci in quarantena, ovvero se avevamo a lungo pomiciato con un alunno positivo o al contrario lui ci aveva sputato in un occhio (dopo essersi tolto la mascherina, ovviamente). Insomma se c'era stato un "contatto stretto" di una certa durata.
Qualora avessimo ritenuto di poter dire in piena purezza di coscienza che lo stretto contatto di una certa durata non c'era stato, allora bastava firmare una piccola autocertificazione in tal senso e potevamo continuare a farci onestamente la nostra vita, anche lavorativa.
Sempre allo stesso Collegio avevamo votato un regolamento per la Didattica a Distanza che diceva in sintesi che, in caso di classe in quarantena, gli facevamo lezione dalla classe, noi in classe e loro a casa, con l'orario un po' sforbiciato per dargli congrui intervalli onde riposarsi gli occhi, e se gli insegnanti in quarantena erano disponibili potevano far lezione anche loro senza mancar di riguardo al nostro ormai preistorico contratto.
E pochi giorni dopo la Terza Brillante è entrata in quarantena, giusto quando avevo deciso di avviare una lunga serie di esposizioni su temi assegnati, da ascoltare pigramente mentre mi laccavo le unghie per poi criticarli che le slide non erano fatte bene o che avevano trascurato questo o quel punto essenziale - insomma un po' di sana routine, finalmente.
E il mio primo, preoccupatissimo pensiero è stato rivolto non già alla salute del povero contagiato, quanto alla telecamera della classe, che non era stata mai provata.
"Dovrebbe funzionare" mi ha rassicurato la paziente Responsabile Digitale. Poi mi ha spiegato, in caso che così non fosse, che potevo prendere questo o quel computer dove la telecamera era già stata ampiamente testata e metterlo in classe al posto del nostro.
Discussioni sulle casse. Ma non importavano, potevo prendere le cuffie che c'erano nel laboratorio di informatica nell'armadietto A sul palchetto B. 
Creazione della lezione su Google Meet. Fitto scambio di mail con i ragazzi e con i colleghi.
In sottofondo la VicePreside che mi tampinava perché "mandassi il programma della settimana alla Preside". Il Piano Didattico, nientemeno, con tanto di tabellina dell'orario, in qualità di coordinatore.
"Quale tabellina di quale orario? Il regolamento prevede che facciamo l'orario regolare" rispondevo sempre più irritata.
Niente, lei voleva che mandassi la tabellina.
Ho mandato due righe dicendo che facevamo l'orario regolare. Avevo altro per la testa che perder tempo con le scartoffie.

La mattina dopo, tremante, tremebonda e assolutamente elettrica mi fiondo in classe, perché avrei avuto il grande onore di fare il taglio del nastro.
Sulla porta dell'aula un cartello "Vietato entrare".
"Che è 'sta roba?" mi son chiesta schifata strappandolo. Sono una Brava Insegnante, non ho tempo per le scartoffie, io, mi preoccupo soprattutto della didattica e del programma.
All'interno della classe funzionava tutto: le casse, le cuffie e pure la telecamera. Anzi, grazie al possente collegamento in fibra per la prima volta vedo non già degli ectoplasmi, ma dei ragazzi rosei e freschi. Molto perplessi, in verità. 
Qualcuno va e viene come un'anima in pena, qualcuno alla fine entra con l'account del padre, della zia o del gatto.
Ma loro sono la Terza Brillante, hanno fatto (bene) tutti i compiti e hanno anche preparato le ricerche. 
Non è proprio una lezione rilassante come speravo, ma funziona.
Dimagrita di un buon paio di chili esco infine dalla classe, dopo essermi preoccupata di lasciare ai colleghi un bel sanificatore onde pulire cattedra e computer, e incrocio la custode.
"Professoressa, ma sulla porta c'era un cartello. Nessuno può entrare in quella classe prima che sia stata sanificata da apposita ditta esterna".
Oh?
Ripensandoci, la cosa ha un senso. Specie se si sorvola pudicamente sul fatto che in quella classe, per quattro giorni, ovvero fin quando non è arrivato il risultato del tampone, senza sanificazione alcuna avevamo allegramente fatto lezione in presenza con tutti gli alunni (salvo quello in quarantena che aspettava il risultato del tampone).
Ma non ci avevo pensato. E nemmeno ci aveva pensato la Responsabile Digitale, o la VicePreside con cui avevo parlato dei miei patemi d'animo riguardo alla telecamera e che, pure lei, aveva provato a racconfortarmi.
Mi sono cosparsa di cenere sul capo e fustigata con una frusta imbevuta nel succo di ortica. E tutti han provato a confortarmi dicendo che non si poteva pensare a tutto.
E poi la vita è continuata. Chi è venuto dopo di me ha fatto lezione dalla biblioteca, che in questo periodo è un posto molto rilassante in quanto non ci va nessuno, nemmeno io - solo un po' di pioggia, ogni tanto, a sgocciolare lungo le pareti.

La quarantena è iniziata, evviva la quarantena.

domenica 8 novembre 2020

Su talune criticità organizzative riguardo a tracciamenti, tamponi e quarantene




Com'è noto anche ai sassi del lungomare, la riapertura delle scuole era considerata uno dei punti critici per la pandemia. E' stato perciò organizzato un attento monitoraggio di insegnanti e alunni per garantire sicurezza ed efficienza alle scuole in questione e alle loro famiglie.
A tal scopo era stato organizzato un Grandioso Sistema di Testatura per gli insegnanti, che a dire il vero in Toscana non ha funzionato male (altrove sembra che abbia fatto un po' pena).
Al momento di rientrare dunque io e tutti i volenterosi colleghi che si erano fatti testare sapevano di essere negativi.
E qualcuno ha osservato che già che c'erano potevano testare anche i ragazzi - che è giusto, ma forse un po' complicato: si era rivelato piuttosto complicato testare qualche centinaio di migliaia di volenterosi lavoratori della scuola, figurarsi fare dieci volte tanto.

All'inizio dell'anno scolastico i nuovi positivi si misuravano a centinaia al giorno, la situazione era abbastanza tranquilla e le ASL non davano particolari segni di stress. Inoltre erano state fatte all'universo mondo due palle di tale incommensurabile grandezza sulla riapertura delle scuole e i rischi che essa comportava, che nella mia santa ingenuità davo per scontato che corsie preferenziali di ogni tipo fossero state organizzate per qualsiasi persona collegata alla scuola che avesse manifestato una qualche, sia pur lieve, forma di malessere (com'è noto a chiunque mi conosca o abbia letto almeno un paio di post del presente blog, nonostante un età tutt'altro che tenera mi distinguo soprattutto per un candore che sconfina facilmente con l'idiozia e un grado di ingenuità addirittura patetico).
Con gran cautela abbiamo affrontato le prime due settimane di lezione. Tutti temevamo la Seconda Ondata, naturalmente, ma ci avevano spiegato nel dettaglio che cotale ondata sarebbe arrivata con l'Autunno - e l'Autunno, in Toscana, si fa spesso desiderare anche dopo Halloween.
Non quest'anno. A fine Settembre nel giro di 24 ore la temperatura è calata di venti gradi, e sono arrivati i primi, inevitabili raffreddori (e, temo, anche la seconda ondata).
Di uno di questi è rimasta vittima la prof. Spini che, svegliatasi un Sabato mattina con febbre e tosse, ha prontamente chiamato la guardia medica onde farsi fare un tampone per fugare subito ogni dubbio in un senso o nell'altro, convinta com'era (pure lei è un po' ingenua, anche se non certo ai miei livelli) che cotale guardia medica fosse attrezzata per fare prontamente tamponi anche al gatto di casa, se ciò gli fosse stato richiesto.
Così non è stato. Anzi, la guardia medica, con bonomia, ha detto che con un po' di raffreddore e la febbre basta stare a casa al caldo per qualche giorno (raffinatissima cognizione tecnica di cui la prof. Spini era già al corrente, forse in virtù della sua formazione prevalentemente scientifica, anche se non medica) e per il tampone doveva rivolgersi al medico di base.
Che è stato chiamato prontamente Lunedì, mentre noi a scuola impazzivamo con le sostituzioni. Ma non c'era il medico ufficiale, c'era il sostituto che ha candidamente dichiarato che non sapeva niente della procedura per fare i tamponi e che si sarebbe informato. 
E così in un colpo solo alla scuola di St. Mary Mead abbiamo scoperto
1) che in tempi di pandemia la guardia medica non faceva tamponi
e
2) ai medici di base e sostituti NON erano state fatte due palle colossali con la trafila necessaria per fare un tampone qui e subito, adesso, anche il giorno prima se possibile.
Mica si dice un corso di quaranta ore, ma almeno uno di quei volantini che decorano spesso gli studi medici. E qualche scatola contenente il necessario per fare il tampone, magari.
Ma scusate, non eravamo in tempo di pandemia e non dovevamo stare tutti preparati a ogni evenienza?
Alla fine per avere il risultato del tampone (negativo) della prof. Spini c'è voluta più di una settimana.

A ruota sono arrivati - o meglio, NON sono arrivati - i primi tamponi dei ragazzi. Con calma, con pazienza, con lunghe attese che sfioravano la settimana e con attese molto più brevi se fatti a pagamento (oops). Qualcuno ha anche avuto fortuna e imboccato la via giusta riuscendo a farsi fare un tampone dalla ASL in nemmeno una giornata. Qualcuno, afflitto da quel gran peso costituito da genitori idioti, è rimasto a candire per giorni e giorni e solo dopo tre telefonate le famiglie si son convinte che per farli rientrare a scuola volevamo l'esito negativo di un tampone; qualcun altro, sempre afflitto dal peso di cui sopra, di tamponi se ne fa circa uno a settimana e finisce che non lo vediamo quasi mai - e sì che gli farebbe un gran bene venire a scuola, non dico per studiare, ma almeno per starsene un po' lontano dai genitori idioti di cui sopra. 
Settimane e settimane di assenze inutili e superflue.
Signora ASL, si rende conto che ognuna di queste settimane perse è un fardello per la collettività e per l'alunno? Se stan male e non possono frequentare d'accordo, è inevitabile. Se stan benissimo e le famiglie li portano a sciare o a far turismo a New York, meglio per loro. Ma se devono solo annoiarsi a casa con un po' di compiti per tutta compagnia, via, davvero si dovrebbe evitare il più possibile.
E vogliamo parlare delle classi che solo una settimana dopo scoprono di essere stati a contatto con un positivo? Utilissimo entrare in quarantena una settimana dopo (utilissimo a favorire i contagi, intendo dire)!
Signora ASL, la scuola coinvolge dieci milioni di persone. Non vale la pena secondo lei di testarne qualcuna ogni tanto, magari una o due in più del necessario, per vedere di contenere il contagio?

Sono poi arrivate le quarantene per gli insegnanti: abbiamo la quarantena di dieci giorni con tampone e quella di quattordici senza tampone, ma fare un tampone a tempi brevi è ben più questione di culo che di procedura, e sorvoliamo pietosamente sui tempi necessari per il risultato, che vanno da poche ore a sei giorni. Quante giornate di lavoro sono state perse senza costrutto, in questo modo?

La scuola è stata riaperta con infinite polemiche, e in tanti ci siamo lamentati della ministra dell'Istruzione. 
La quale ministra ha risolto il problema di riorganizzare le riaperture passando la palla alle scuole secondo il buon vecchio motto "Fate un po' come vi pare".
E le scuole han fatto un po' come gli pareva, con grandissimi patemi d'animo e gran copia di lavoro extra, e ricorrendo ad una solerte e assidua coniugazione del verbo arrangiarsi sì come da sempre le scuole sogliono fare.
Ma due cose non dipendevano dalla scuola: i mezzi di trasporto e i tamponi.
Per quelli, temo, non è proprio possibile accusare la ministra.
E non discuto che organizzare i mezzi di trasporto pubblici nelle grandi città sia un problema (a St. Mary Mead, onestamente, ce la siamo cavata con poco), ma organizzare un po' meglio la tamponatura non era proprio possibile?

Infine, il test per gli insegnanti, che in teoria andrebbe ripetuto una volta al mese.
Ah, questo sì che è un provvedimento logico e sensato! Andrò tosto a prenotarmi per ripeterlo una volta al mese come ci esorta a fare il Ministero!
Ecco, a Settembre ho aspettato cinque giorni per farlo a un chilometro da casa. Stavolta mi hanno offerto una rosa di nomi dove il più vicino era a venti chilometri. Ho scelto quello ma, dice, non era possibile avere un appuntamento entro le prossime settimane.
Capisco di essere in provincia e di non poter sperare sempre di farmi le analisi sotto casa, ma francamente non mi sembra un gran momento per saltellare tra treni e corriere per andare a Ca' del Diavolo - e, a dirla tutta, sul piano climatico non è un gran momento nemmeno per farmi un centinaio di chilometri in moto. Neanche l'idea di organizzare una macchinata con i colleghi per un test-tour mi sembra delle più brillanti.

Al momento stiamo trionfalmente navigando verso i 40.000 casi al giorno.
L'epidemia imperversa in tutta Europa, e sono convinta che un prezzo avrebbe comunque dovuto essere pagato qui da noi, anche se nessuna scuola fosse stata riaperta.
Ma forse, magari, potrebbe essere che, con un po' di organizzazione e qualche relativa spesa superflua in più, avremmo pagato una cedola meno cara?