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giovedì 26 settembre 2019

Sono arrivate le borracce! (post altamente ecologista)

Proteggere il nostro pianeta è importante, come ci ricorda la scritta di questa mug.

Nonostante l'ampia dose di sarcasmo di scarsa levatura che la destra più conservatrice le ha dedicato, Greta e i suoi Venerdì per la Terra hanno innestato un vero effetto valanga e nelle ultime settimane le tematiche ecologiste sono tornate di gran moda. 
Molti comuni hanno deciso così di regalare a tutti i loro studenti una bottiglia di alluminio affinché la smettano di seminare bottiglie di plastica per ogni dove.
L'operazione mi sembra meritoria per molti motivi, soprattutto dove l'acqua del rubinetto è di ottima qualità (cioè dappertutto, almeno in Toscana, ma non credo che il resto dell'Italia se la passi molto peggio).
In realtà il comune di St. Mary Mead già da molto tempo aveva promesso un fontanello nella nostra scuola - ne avevo già sentito parlare prima di ammalarmi, ovvero tre anni fa, e ogni tanto l'argomento riaffiorava come quei fiumi carsici che spuntano qua e là per brevi tratti per poi riprendere il loro corso sotterraneo.
"Avremo un fontanello e toglieranno il distributore delle bottigliette dell'acqua minerale" si vociferava in giro. Ma il distributore restava lì, in tutta la sua splendida ingombranza, e torme di studenti assetati ci si recavano ogni giorno per rifornirsi di acque minerali, bibite di dubbio valore nutritivo e snack vari di cui io disapprovavo fortissimamente il costo.
Anni fa era stato fatto un tentativo di convertirlo a snack più salutisti che erano stati assai apprezzati dagli insegnanti ma snobbati dai ragazzi; ma ben presto eravamo ritornati all'originario regime, con mio grande rimpianto.
Quanto alla modesta proposta di eliminare del tutto il distributore in questione, proprio non c'è mai stato verso, nonostante detta proposta venisse presentata ogni anno dagli insegnanti che sostenevano (non a torto, secondo me) che la scuola non mostrava grande coerenza appoggiando le varie campagne di educazione alimentare che incoraggiavano colazioni a base di frutta, yogurt e simili per poi tenere in bella vista una macchinetta che distribuiva tutt'altro.
Ma a quanto pare Greta (sempre sia lodata) ha fatto il miracolo, e sembra che dall'anno prossimo ritorneranno gli snack biologici. Nel frattempo il Comune si è impegnato a dare le bottigliette di alluminio e gli operai sono venuti a installare il rubinetto con il fontanello, che però ancora non è in funzione.
Per tutta la prima settimana i ragazzi hanno continuato a chiederci quando sarebbero arrivate, queste fantomatiche bottigliette di alluminio, ma nessuno di noi ne sapeva niente anche se tutti le aspettavamo a gloria perché lo schioccare delle bottiglie di plastica in classe è davvero esasperante.

E stamani le bottigliette sono arrivate, mentre ero nella Terza Zuzzurlona e stavo navigando nelle acque dolci spiegandogli i problemi che molti fiumi e laghi incontrano in questo periodo. Mai arrivo di gadget fu più pertinente.
Diciamo la verità: il Comune di St. Mary Mead ha fatto un bel lavoro. Le bottigliette sono di un sontuoso rosso intenso metallizzato e di un azzurro oltremare altrettanto metallizzato. Lo stemma del Comune risalta mirabilmente. Sono dei begli oggetti e chiunque può esibirli con fierezza al cinema, a teatro, in piscina o nella camminata tra i boschi. In effetti avrei molto gradito che ce ne fossero anche per gli insegnanti, ma così non è stato.
Ce le hanno portate in una bella borsina di stoffa, anche quella con lo stemma del comune, molto solida e ben fatta. E quella almeno ho potuto intascarla.
Tiro fuori le bottigliette, nove rosse e nove azzurre, tutte avvolte in un bel preservativo di plastica riciclabile.
"Perché, se ci danno le bottigliette per limitare l'uso della plastica le avvolgono nella plastica?" ha chiesto sennatamente un alunno.
"Perché non si graffino, suppongo, e per questioni di igiene. Anche se immagino che gli darete comunque una sciacquatina, prima di usarle".
"E perché sono di due colori?".
"Non oso dirlo, ma temo che quelle rosse siano per le signorine e quelle azzurre per i signorini".
La classe insorge, alcune ragazze guaiolano che la vogliono azzurra. Non sarò io a dar loro torto.
"Comunque è solo una mia teoria, qui nel foglio non c'è scritto niente in proposito".
Risulta che una maggioranza schiacciante la vorrebbe blu. Poi un ragazzo dichiara apertamente che gli piacciono entrambio i colori e che per lui non fa nessuna differenza. Altri si accodano a questa nobile scuola di pensiero. In effetti anche rossa è molto bella.
Faccio un paio di sondaggi per alzata di mano e decido di dare a tutti diritto di scelta. Li chiamo a coppie alla cattedra in ordine casuale. La consegna fila liscia e le bottigliette avanzate per i due assenti sono una rossa e una azzurra.
Direi che meglio non poteva andare.
Poi faccio distribuire i volantini allegati e, come richiesto dal foglio di consegna, lo leggiamo insieme.
Si intitola "Dieci piccole grandi azioni" e contiene una lista di impegni cui tutti sono tenuti per rispettare l'ambiente. Il tono di questi consigli è leggermente roboante. Roba del tipo "Mi impegno a usare la borraccia a scuola e nel tempo libero". Per fortuna non è richiesto un giuramento collettivo, penso in cuor mio. La solita storia di chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, consigli per riutilizzare gli avanzi senza sprecare cibo*, fare la raccolta differenziata, non seminare i boschi e le spiagge di residui di plastica...
"Pratico la gentilezza con i compagni, con le persone e con gli animali". Che cazzo c'entra la gentilezza con l'ecologia, mi domando perplessa in cuor mio. Un alunno se lo domanda ad alta voce, seppure in modo più forbito.
"Immagino che la gentilezza sia comunque un valore aggiunto, anche se in effetti il collegamento un po' mi sfugge" mi vedo costretta ad ammettere.
"Passo meno tempo davanti a TV, tablet, smartphone e videogames. Aumento il numero delle ore passate a giocare all'aria aperta" e lì il collegamento con le bottigliette di alluminio mi sfugge ancor di più.
"Quando giochiamo fuori maltrattiamo l'erba" osserva qualcuno, non del tutto a torto. Gli altri ne convengono. Anch'io ammetto che è un punto di vista valido.
In cuor mio mi domando perché gli adulti, quando scelgono di rivolgersi ai ragazzi, si sentano in dovere di scrivere tante sciocchezze.
Si conclude con una tirata sulle api "guardiane della biodiversità. Le aiuto seminando fiori di cui sono golose, come la calendula, il rosmarino, il timo e la lavanda". Niente erica, osservo addolorata. Peccato, perché a me il miele di erica piace moltissimo.E infine...
"Racconto a tutti le mie buone azioni per aiutare l'ambiente e chiedo anche agli altri di seguire queste buone azioni per un futuro più ecologico". E al mio confronto i missionari mormoni sono degli zuccherini, vien da pensare.
"Vabbé, ci sono comunque molti suggerimenti utili. Ricordatevi soprattutto l'importanza della raccolta differenziata" concludo diplomaticamente prima di riprendere la lezione "Quanto al fatto di non lasciare rifiuti nei boschi e sulle spiagge non voglio nemmeno soffermarmici, era già considerato grave maleducazione quando ero bambina, cinquant'anni fa".

Non so perché gli adulti hanno questa curiosa tendenza a coprirsi di ridicolo con certi proclami. Ma soprattutto non so perché io non sono mai riuscita a diventare adulta. Non importa quanto tempo abbia passato in ospedale con la seria possibilità di lasciarci la pelle, non importa quanti anni ormai conti sul calendario; niente al mondo sembra in grado di farmi evolvere dallo stadio di adolescente polemica, nemmeno davanti a un tema serio come quello del degrado ambientale.
Però quel volantino potevano scriverlo meglio, ecco.

* tutti suggerimenti squisiti, devo dire. Peccato che io non riesca mai a farmi delle deliziose polpette con gli avanzi, perché gli avanzi me li mangio a colazione. Se voglio farmi delle polpette mi tocca comprare gli ingredienti. È uno dei grandi rimpianti della mia vita, un po' come l'insalata di pollo che andrebbe fatta col pollo avanzato. Ma a me il pollo non avanza mai!

domenica 22 settembre 2019

Manuale del Perfetto Insegnante - L'orario perfetto

Da intendersi come "Happy New Scholastic Year", naturalmente
Un Perfetto Insegnante, naturalmente, ha diritto a un Orario Perfetto.
Tale orario è in realtà molto facile da assegnare e davvero non si capisce perché chi compila gli orari la faccia tanto lunga e alla fine partorisca una robaccia improponibile spacciandola per "il tuo orario" e ti guardi malissimo se osi azzardare la più banale delle rimostranze.

Andiamo dunque a spiegare in poche e semplici parole come dev'essere questo Orario Perfetto, ricordando prima di tutto che l'Orario, perfetto o meno, deve comprendere comunque diciotto ore diciotto, come previsto dal contratto docenti.
Prima di tutto non devono esserci prime ore, e naturalmente nemmeno le ultime - perché è risaputo che alle ultime si combina poco. E dunque conviene che ci siano tutte prime ore.
(Già qui il Compilatore dell'Orario comincia a guardarti male, non so perché).
Niente ore a coppie, oppure soltanto ore a coppie.
Mai troppe ore di fila, perché anche il Perfetto Insegnante, per mantenersi nella sua insegnantesca perfezione, deve pur riuscire ogni tanto a respirare.
Niente buchi, perché insomma non si può stare a scuola sei ore per farne due o tre, e questo dovrebbe essere chiaro a chiunque.
Un po' di buchi, per favore, altrimenti dove la metto l'ora del ricevimento dei genitori?
Niente intervalli, possibilmente, perché anche negli intervalli va fatta sorveglianza e insomma uno deve pur staccare per qualche minuto ogni tanto.
Niente blocchi di tre ore in una classe, ché davvero son troppe.
Niente ore due giorni di fila nella stessa classe, a meno che in quella classe tu non abbia almeno due materie.
Non si può cambiare classe ogni ora perché diventa stressante.
Un blocco di due ore (ma soltanto uno) per Matematica perché sennò come fai per il compito?
Un blocco di almeno tre ore per Lettere in Seconda e in Terza perché sennò come fai per il tema?
Non un blocco di più di tre ore per Lettere perché sennò i ragazzi si annoiano.
Niente ultime ore con le Prime, perché con le Prime all'ultima ora non si raccatta niente.
Niente ultima ora di Venerdì.
Niente prima ora di Lunedì.
Tutto qui. Dovrebbe essere semplicissimo.

E invece ogni Perfetto Insegnante (e anche tutti gli altri che Perfetti non sono nemmeno di lontano) si ritrovano sempre tutte ultime ore e tutte prime ore e dei blocchi immani di ore e a cambiare classe sei volte ogni mattina e una caterva di buchi e mai un blocco di tre ore per fare il tema come dio comanda e tutti gli intervalli tutti, ed è mai possibile che l'ultima ora di Venerdì capiti sempre soltanto a me? 
Ogni anno. Regolarmente. 
E si azzardano pure a spiegarti che qualcuno dovrà pur farle, le prime e le ultime ore, visto che sono previste dal tempo-scuola, e perfino l'ultima ora di Venerdì da qualcuno dovrà pur essere fatta, perfino per le classi Prime. E sostengono pure, gli sciagurati compilatori dell'orario, che su cinque giorni se fai solo seconde e terze ore, alla fine non te ne vengono diciotto. Quando si dice attaccarsi ai pretesti.
Perché quelli che fanno l'orario pensano solo ad aggiustarselo per sé e della didattica se ne fregano.
Insomma, è un vero scandalo.
Possibile che nessuno riesca a organizzare per tutti un semplice orario formato di seconde e terze ore senza intervalli?
Davvero di questo passo non so proprio dove andremo a finire.

E tuttavia, lo sappiamo bene: un Vero Insegnante non può considerarsi tale (e tanto meno un Perfetto Insegnante!) se non si lamenta moltissimo dell'orario che gli hanno assegnato e non invidia quelli degli altri. Che dal canto loro farebbero a scambio tanto volentieri, così prima di tutto ti zittiresti, e una volta tanto nella vita LORO potrebbero finalmente avere un orario decente.
(Perché è cosa nota: l'orario del collega è sempre più verde).

lunedì 16 settembre 2019

Taglio del Nastro - La sganascevole e ridicolissima farsa del nuovo registro elettronico, aggiornamento

Primo giorno di scuola.
Prima ora del primo giorno di scuola dell'anno scolastico, nella prima classe che incontro.
Sulla cattedra, la fotocopia di un foglio di registro di classe, di quelli vecchi, cartacei.
"Oh, sarà per i nuovi arrivati che non hanno ancora la password" mi dico.
Sorrido. Saluto i ragazzi. Faccio l'appello. Uno dei nomi sul foglio appartiene a una ragazza che durante l'estate è emigrata verso altri lidi.
In compenso un povero ragazzino messicano, completamente ignorato dall'elenco, mi fa timidamente notare la sua esistenza in vita.
Lo aggiungo alla lista.
"Adesso proverò ad aprire il registro elettronico, così, giusto per passare il tempo".
Accendo il computer.
Mi chiede una password.
Scopro con orrore che ho dimenticato come funzionano le password delle classi.
Mi affaccio sulla porta e becco un collega che mi istruisce.
Metto la password. Il computer parte.
Avvio il registro elettronico.
Esso parte senza colpo ferire.
Il collegamento va come una scheggia - del resto ormai il comune di St. Mary Mead si è evoluto. Abbiamo la fibra, noi. Basta con queste connessioni all'acqua di rose!
Il registro elettronico mi chiede la password.
Inserisco la password.
Si apre la schermata... che mi dice "Nessun orario definito".
Faccio un sorriso a trentasette denti ai ragazzi, chiudo il registro elettronico e passo ad altro pensando in cuor mio molte cose.

Due ore dopo risbuco in Sala Insegnanti dove Matematica mi dice "Ho visto che il registro elettronico ancora non c'è. Secondo te potrei inserire il mio orario e firmare?"
"Mah, non so... dovrebbe farlo la Segreteria..."
"Nella scuola dov'ero l'anno scorso ognuno inseriva il suo orario, non lo faceva la Segreteria".
"Mah, se te la senti..." mormoro incerta.
"O pensi che rischio di far casino?"
"...non saprei..."
Matematica prova, ma non trova la griglia predisposta per inserire il suo orario.
"Forse è meglio se lascio perdere?"
"...forse sì..."

Resta aperta la domanda: Come mai, se l'orario è stato comunicato in tarda mattinata di Giovedì non è stato ancora inserito? Siamo nove classi, non è poi un procedimento così lungo.
Oppure:  perché non hanno caricato almeno l'orario vuoto onde permetterci di inserire il nostro proprio personale orario pirsonalmente di pirsona? Caricare un singolo orario di diciotto ore non è poi una fatica tale da stroncarci, per quanto i primi giorni di scuola siano un po' duri per tutti.
Ma soprattutto: se gli sta fatica inserirlo, che può anche essere ragionevole perché in questi giorni presumibilmente la Segreteria ce ne ha settecento da fare e altre settecento che aspettano scalpitando di essere fatte, perché non ci ha mandato a dire di toglierci le castagne dal fuoco da soli?
Mistero imperscrutabile, ma sarà forse il caso di chiederlo a chi di dovere per evitare l'ennesima figura di palta l'anno prossimo.

Ultimo aggiornamento: non posso inserire l'orario, in compenso ho scoperto che mi hanno sbagliato due classi su quattro.
L'anno scolastico è cominciato, evviva l'anno scolastico.

domenica 15 settembre 2019

Come presentarsi al Primo Giorno di Scuola - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Come ci si presenta a una nuova classe?
Partiamo dal primo punto, che è l'abbigliamento. 
Si parla molto dell'abbigliamento degli alunni ma troppo poco di quello degli insegnanti, secondo me. A parte la regola base che gli abiti con cui ci si presenta a quelli che sono destinati a condividere una parte della nostra vita per qualche giorno o per qualche anno devono essere puliti, in ordine e non troppo logori - non state andando a svuotare la cantina, state entrando in una classe, e fate un lavoro al pubblico - la cosa più pratica è indossare qualcosa che effettivamente vi rappresenti, nel concetto che avete di voi stessi, e in cui siate a vostro agio e vi sentiate eleganti
In effetti niente impedisce che decidiate di stupire i vostri alunni con effetti speciali, vuoi sfoggiando un finto casual

vuoi con un abito più sontuoso

ma è noto che l'eleganza è un concetto molto vago da definire e non passa necessariamente per un vestito firmato o per un determinato capo di abbigliamento. Inutile mettersi in giacca e cravatta o in tailleur se li considerate alla stregua di una camicia di forza, e niente al mondo impedisce a un insegnante di essere Autorevolmente Autorevolissimo in jeans e maglietta, in tenuta da metallaro, in salopette a fiorellini o in tunica indiana con sciarpa a campanellini. Nel caso però che si opti per la maglietta tuttavia è opportuno fare molta, molta attenzione a eventuali scritte o disegni: se le Keep Calm di solito vanno benissimo, evitate almeno nei primi tempi quelle che inneggiano alla vostra squadra preferita o fanno seriamente sospettare le vostre inclinazioni politiche e lasciate da parte teschi, sangue e qualsivoglia incitamento alla violenza o all'aggressione anche solo verbale. Magari verrà anche il giorno in cui sarete lieti di sfoggiare minacce implicite o esplicite, ma non è così indispensabile che quel giorno sia proprio il primo in cui vi presenterete alla nuova classe.
Purtroppo, per una serie di noiosissime ragioni con cui non voglio tediarvi, non è particolarmente opportuno che vi presentiate senza abbigliamento alcuno, anche se ciò vi garantirebbe di sicuro uno stupefatto silenzio, e probabilmente l'incondizionata approvazione di almeno una parte della classe, specie se siete giovani e ben fatti.


L'essenziale però è che si tratti di una mise con cui vi sentite a vostro agio perché già la situazione è un po' disagevole per tutti, già i ragazzi vi guarderanno con preoccupazione e sospetto quasi foste una bestia rara (e saranno un po' a disagio pure loro, spesso), davvero non è il caso di peggiorare ulteriormente la situazione. Tenete conto che l'abito dice molto di voi, ma di solito non lo dice in modo prevedibile, perciò mettete qualcosa di cui potrete dimenticarvi non appena l'avete indossato e amen. Sta ai vostri alunni decidere se con quel vestito date una impressione amichevole, casalinga, autorevole o idiota. Starà a loro in ogni caso, del resto, e a meno che non siate un esperto di strategia delle comunicazioni (se lo siete, buon per voi e complimenti, perché non è certo un talento che viene coltivato nei corsi di formazioni per docenti - il che secondo me è un grosso errore) non è affatto detto che il look che sceglierete verrà interpretato come volete voi: perché a volte gli alunni fraintendono, e a volte capiscono fin troppo. Quindi fate il possibile per essere a vostro agio e sperate in bene, ché di più non potete fare.

Se proprio non siete del tutto introversi, un saluto amichevole e un sorriso almeno accennato non ci staranno male; l'importante è che non vi forziate troppo, perché il disagio in questo tipo di situazioni è maledettamente contagioso e, so che mi ripeto, l'importante è non peggiorare la situazione. Se invece di carattere siete estroversi e amichevoli siatelo senza ritegno, di solito la cosa non dispiace purché sia spontanea.
Ci saranno probabilmente una serie di formalità da adempiere: cercare di aprire il registro elettronico che non funziona, fare l'appello sbagliando metà nomi (consiglierei di chiedete sempre se la pronuncia dei nomi stranieri è giusta e attenersi all'eventuale forma semplificata che i ragazzi di origine straniera vi daranno - se non avete paura di dimostrarvi troppo disponibili, intendo), parlare del cosiddetto materiale didattico, ovvero tutte quelle attrezzature che vi aspettate i vostri alunni abbiano: compassi verdi fluorescenti, molti metri di spago, 36 diversi colori di pastelli a olio, carta da pacchi, monete da due euro per fare piccoli cerchi, matite a tratto fine e a tratto grosso, quaderni grandi ma non ad anelli, quaderni piccoli rigorosamente ad anelli, quadernetti microscopici a quadretti, cannocchiali, telescopi, flauti in plastica arancione, tamburelli, dizionari etimologici... tutti gli insegnanti hanno un loro lato di perversione con qualcosa che è diverso da ciò che tutti gli altri colleghi al mondo della loro materia chiedono e pretendono, i ragazzi non sono degli indovini e quando le richieste sono particolarmente stravaganti tendono ad aggiustarlo al grido sottinteso di e se non gli va bene il prof. si attaccherà al treno. Ma non fateli impazzire con tre tipi diversi di rigature, per la prosa, la poesia e la saggistica, se poi siete di quelli che gli va benissimo anche il foglio bianco o a quadretti purché quel che ci sta scritto sia corretto nella forma, perché a quel punto troveranno difficile prendervi sul serio quando ESIGETE che "si" venga scritto con l'accento se è avverbio affermativo - e se gli fate comprare un mazzo di tarocchi a topolini o i pastelli a olio a 36 colori fateglieli usare spesso, sin dai primi giorni, perché quell'acquisto deve avere un senso ai loro occhi.
(E tutto questo sembra abbastanza banale e scontato però se lo scrivo c'è un suo perché)

Il vero punto critico del primo giorno di scuola con la classe nuova però è un altro: il discorsetto introduttivo.
Perché persino ottimi insegnanti ormai rodati da decine di anni in cattedra si sentono in dovere di fare il Discorsetto Introduttivo di Presentazione, nella beata convinzione che "questo servirà a mettere le cose in chiaro".
Ahimé, molti studenti sono di dura cervice sotto questo aspetto, e parimenti desiderosi di mettere le cose in chiaro secondo il loro punto di vista e per giunta spesso dotati di un nobile quanto perverso spirito di contraddizione. Mentre fate il vostro impeccabile discorsetto dichiarando che esigerete sempre e comunque (poniamo) correttezza reciproca, o silenzio durante le spiegazioni o altre cose apparentemente del tutto legittime, i loro occhi spesso brillano della classica luce "Ah sì? Mo' ti cucino io" mentre altri pensano un po' annoiati "Eccheppalle, manca solo che ci ricordi che dobbiamo anche respirare". Peggio ancora se vi lancerete in nobili proclami del tipo "Posso essere il vostro migliore amico o il vostro peggior nemico"*. Senza contare che se in questo adorabile discorsino introduttivo, che magari vi siete studiati elaborandolo con cura e attenzione a ogni singola parola, direte settanta cose sensate e una singola cosa opinabile, proprio quell'unica cosa opinabile verrà diffusa in giro con trombe e tamburi, raccontata in famiglia e agli amici, distorcendola o amplificandola senza pietà e rischiate di venir etichettati in base a quella per mesi. Poi, per carità, col tempo e la pazienza le etichette si staccano anche e non c'è scemenza detta il primo giorno che non possa venire dimenticata, ma è davvero più comodo non infilarsi da soli in un simile ginepraio.
A tal proposito può essere utile ricordare una frase della marchesa di Marteuil* secondo cui un'occasione perduta, checché ne dicano, si ripresenta, ma a un'azione intempestiva può non esserci rimedio: avrete tempo per dispiegare tutta la vostra implacabile severità o il vostro giusto rigore, non è necessario impegnarsi troppo il primo giorno.

Cosa fare dunque per passare il tempo, se quel giorno (com'è molto probabile) i ragazzi non avranno con loro né libri né strumentazione adeguata?
Molti rimediano facendo fare ai ragazzi una presentazione a voce. La cosa ha i suoi pro e i suoi contro, e va saputa gestire: soprattutto, ha senso se avete una buona memoria di quel tipo che permette di ingoiare la mole di informazioni e assimilarla prontamente, ricordandosi poi a chi attribuire quel che è stato detto. Purtroppo, se non gli date una traccia precisa su cui muoversi, può capitare che queste presentazioni si assomiglino un po' tutte e non dicano niente di interessante. Quel che funziona bene in un corso tra adulti di, poniamo, otto persone, che hanno età, stato civile, numero di figli e di animali, storia personale e lavorativa assai varie tra loro non è detto che dia gli stessi risultati in una classe di coetanei, che talvolta vengono tutti dalla stessa scuola, escono ancora caldi dall'abbraccio della famiglia e esperienza lavorativa ne hanno ben poca (sì, sto parlando delle elementari e delle medie) - e insomma, animali d'affezione a parte si rischia di ritrovarsi ventitré presentazioni ventitré fatte con lo stampino.
Tuttavia anche così, e anche se sono intimiditi e tendono a ripetere tutti le stesse cose, qualche informazione si può raccattare e magari potete chiedere cosa pensano della vostra materia, cosa guardano alla televisione, che musica ascoltano, cosa leggono, cosa fanno nel tempo libero e simili. Si possono anche chiedere informazioni all'apparenza innocue, come ad esempio il loro colore o animale preferito, cosa sarebbero se fossero un mobile o un cibo, che lavoro gli piacerebbe fare o un'infinità di altre cose più o meno compromettenti. 
Molti insegnanti fanno fare agli alunni un cartello col loro nome, che nei primi giorni di scuola è una pratica decisamente sensata, e qualcuno glielo fa integrare con qualche altra informazione. Alcuni gli chiedono di presentarsi con un piccolo disegno (hanno tutti qualche pennarello nell'astuccio). Altri li fanno chiacchierare o li mettono a scrivere, e a volte ci sono le cosiddette Prove d'Ingresso che hanno pur sempre il loro perché nei primissimi giorni di scuola - e se l'istituto dove insegnate non le ha preparate, niente al mondo impedisce che le prepariate voi, a vostro gusto personale.
Insomma il Primo Giorno di Scuola è una terra franca dove la routine non vi sostiene, ma le regole le fate voi, anche senza proclamarlo a gran voce. Non preoccupatevi più di tanto dell'impressione che voi fate ai vostri alunni - avranno tutto il tempo, ed è un processo che è in mano a loro e voi non potete gestirlo più di tanto. Preoccupatevi invece dell'impressione che loro fanno a voi e raccogliete un po' di informazioni, giusto per sapere di che morte andrete a morire.
Perché dopo il primo giorno di scuola arriva il secondo, e dal secondo si fa lezione a modo vostro e dovrete capire come vi conviene impostarla. Voi siete lì per lavorare, e per programmare il vostro lavoro in modo funzionale sin dall'inizio vi servono informazioni sul materiale umano che avete tra le mani. Loro invece sono lì perché ce li hanno mandati (e parecchi sono anche piuttosto interessati) e lì dovranno stare per tutto l'anno scolastico: per farsi una opinione su di voi hanno un sacco di tempo e non è necessario impressionarli subito - o convincerli subito che siete una carogna o un imbecille, ma se si mettono subito a lavorare hanno meno tempo per pensare a voi tra uno sbadiglio e l'altro.

Dedico questo post a tutti i miei colleghi, giovani e vecchi e in mezzo al cammino di lor vita; e anche a me, che domani ritorno in cattedra dopo un intero, involontario anno sabbatico e per me sarà di nuovo come la prima volta, perché quest'anno ho staccato davvero.
Ma se volete leggere qualcosa di meglio sull'argomento, qui c'è un bellissimo post di Milady, un tempo eccellente blogger e ora emigrata su Facebook, e una suggestiva descrizione dell'incanto dell'insegnamento di una insegnante delle elementari ripresa da Mel sul suo bel blog.
Buon anno scolastico a tutti, con la solita, consueta immagine rituale che svela il vero stato d'animo di tutti noi (e anche di tutti loro!)




*storico, posso anche fornire la fonte.
** nei Legami pericolosi di Laclois, che non è esattamente un testo di didattica 

venerdì 13 settembre 2019

Vento in scatola - Marco Malvaldi e Glay Ghammouri


Per noi toscani Malvaldi è una sorta di gloria locale e la gran parte delle persone che conosco che ha una qualche prossimità con la lettura lo legge e lo compra con gran diletto - come del resto faccio anch'io, che pure tendo a scansare il più possibile gli scrittori italiani contemporanei, specie se maschi. Lo fanno anche molti non-toscani, certo, ma per noi Malvaldi ha il piacere aggiunto di una specie di rimpatriata - perché è così, esattissimamente così, che noi toscani parliamo, smoccoliamo, siamo e viviamo, nel bene come nel male, e nelle conversazioni dei suoi personaggi c'è sempre qualcosa di filologico, come l'impressione di un registratore lasciato aperto e poi sbobinato per mandare avanti la storia.
I suoi romanzi più famosi sono quelli della serie del Bar Lume, consigliatissimi agli amanti del giallo classico che possono ritrovarci una variante al maschile di Miss Marple, qui suddivisa in quattro terribili vecchietti quattro. Le trame gialle, devo ammettere, non sono proprio imperdibili, ma le indagini sono decisamente gustose - anche perché a tirare le fila dei quattro terribili vecchietti c'è un quinto uomo che è anche lui un personaggio notevole; diciamo uno di quei casi in cui, dietro a un grand'uomo o meglio a quattro, c'è un altro uomo.
Alle vicende del Bar Lume Malvaldi, proprio come Camilleri, ha affiancato una produzione un po' più seriosa e di solito storica, che si lascia comunque leggere molto volentieri. 
Di lui ho letto quasi tutto - non proprio tutto perché i due anni passati nel limbo ospedaliero mi han fatto perdere qualcosa, che naturalmente recupererò quanto prima. Questo romanzo che vado a presentare comunque è l'ultimo uscito dalle sue prolifiche mani, e me lo sono visto scodellato su un piatto d'argento all'ultima Mostra del Libro della scuola, dove c'è sempre un angolino degli adulti dove spesso bazzicano anche i ragazzi con un certo interesse.
Non è ambientato al Bar Lume ma in un carcere; ed è un giallo anche se per molto tempo non ce ne accorgiamo. L'investigatore, naturalmente, è un detenuto. Extracomunitario, come si usa dire oggi. No, non il solito sfigato senza permesso di soggiorno beccato per piccola criminalità, ma un tunisino laureato in economia e finanza che si è fatto beccare con mezzo chilo di cocaina al seguito - e con mezzo chilo di cocaina non si può certo parlare di piccolo spaccio o di modica quantità per uso personale.
Per molto tempo comunque non lo conosciamo come investigatore ma come un detenuto che si è trovato incastrato da... vabbeh, non è il caso di anticipare tutta la questione, tanto la storia scorre bene ed è chiara.
Il lato più interessante del romanzo stavolta non è costituito dalle chiacchiere di paese di quattro indomabili vecchietti, ma dalle chiacchiere di carcere di un folto gruppo di detenuti. Il carcere qui rappresentato è un tipico carcere italiano, non uno di quei carceri modello che sono i fiori all'occhiello del sistema carcerario italiano, e nemmeno uno di quelli impresentabili (che in Italia abbondano, e infatti abbiamo una gran quantità di sanzioni da parte dell'Unione Europea a riguardo, come so in quanto fida ascoltatrice di Radio Radicale e della sua giustamente celebre rubrica "Radio Carcere"); anche così, comunque, non si tratta di un carcere che segue tutte le regole stabilite dalle leggi e sia i detenuti che il personale di guardia hanno davvero parecchio di cui lamentarsi sul suo funzionamento, come andiamo scoprendo nel corso della lettura.
Il carcere è un mondo a sé e attraverso lo snodarsi della vicenda ne scopriamo le stranezze e le assai numerose assurdità, oltre al sadismo di fondo che non sempre è dettato da comprensibili esigenze di sicurezza. Ed è qui che interviene il secondo autore del romanzo, Glay Ghammouri, di cui viene detto fumosamente nei risvolti di copertina che è un ex militare tunisino dalla carriera stroncata per motivi politici e attualmente detenuto per un grave delitto non meglio specificato. Spigolando qua e là sono venuta a sapere che Malvaldi lo ha conosciuto in occasione di un corso di scrittura creativa da lui tenuto in carcere. A lui dobbiamo la perfetta e minuziosa descrizione di questo universo parallelo conosciuto nei suoi particolari solo da chi, appunto, vive in carcere diciamo non per sua scelta e dai pochi e intrepidi gruppi di volontari che di carcerati appunto si occupano e con loro parlano cercando di difendere i loro diritti. Il romanzo dunque, oltre a costituire una gradevolissima lettura, serve anche a conoscere uno spaccato abbastanza sconosciuto del nostro multiforme e complesso paese e ha quindi anche una valenza istruttiva.

Con questo post di alto contenuto didattico partecipo all'ultimo Venerdì del Libro prima dell'inizio dell'anno scolastico (almeno qui in Toscana, perché corre voce che in altre regioni abbiano già cominciato) - curato come sempre da Homemademamma e auguro liete e libere letture a chiunque passi di qua.

lunedì 9 settembre 2019

Sull'importanza di non tradire mai la propria natura - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante


Un perfetto esempio di insegnante Autorevole ma non Autoritario, qui ritratto mentre fa colazione prima di andare al lavoro

Quando comincia l'anno scolastico è abbastanza frequente trovare in giro guide e ammonimenti su come il Perfetto Insegnante deve presentarsi in classe per trasmettere un giusto messaggio ai suoi futuri alunni. 
La prima cosa che tutti spiegano è che il Perfetto Insegnante deve essere Autorevole ma non Autoritario - e per capire quanto è importante questo concetto basta vedere come nessuno, ma proprio nessuno, manca mai di sottolinearlo.
L'Insegnante Autorevole, è cosa nota, emana Autorevolezza da ogni poro della pelle e da ogni fibra del suo abbigliamento. Gli basta Essere, e mostrarsi in questa sua Autorevole  Essenza perché la classe diventi all'istante rispettosa e obbediente, adeguatamente sottomessa ma nel contempo anche partecipativa e piacevolmente assertiva.
Succede, specie con gli anni e l'esperienza. Ma succede anche che, nonostante gli anni e l'esperienza, la cosa non sia così automatica: il meccanismo che lega insegnanti e alunni è molto complesso, e ogni classe funziona a modo suo. Ci vuole quasi sempre un po' di adattamento reciproco. 
La cosa sarà più semplice per l'insegnante che avrà imparato a conoscere la propria intrinseca natura e soprattutto ad accettarla, invece di cercare di uniformarsi ad un modello imposto dall'alto. Tutto questo naturalmente sarà estremamente difficile se siete  un Insegnante Insicuro - ma non preoccupatevi: se siete insicuro in sommo grado, qualsiasi lavoro sarebbe per voi una via crucis, per cui tanto vale che continuiate a insegnare; anzi può perfino succedere che insegnando diventiate meno insicuri, perché si tratta di un lavoro dalle singolari capacità terapeutiche.
Per comportarsi secondo la propria natura è prima di tutto necessario stabilire con ragionevole approssimazione quale sia in effetti la vostra intrinseca natura*, senza aver paura di chiamare le cose col loro nome e senza paura che questa natura vi impedisca di diventare un Perfetto Insegnante.
Siete un insegnante Scamorza, privo di aggressività e terrorizzato dai conflitti? 
Siete un Insegnante Istrione, affascinato dal suono della vostra voce e taaanto compiaciuto del vostro splendido carisma? 
Siete un Insegnante Giocherellone, incapace di prendere sul serio le grandi tragedie che ogni giorno avvengono tra i banchi della vostra classe? 
Siete un Insegnante Materno, assillato notte e giorno dalle ansie e i dispiaceri dei vostri alunni e terrorizzato al pensiero di ferire la loro delicata sensibilità? 
Siete un Insegnante Serioso, di quelli che non ridono mai e pronto a vedere solo leggerezza e cialtroneria nei ragazzi che avete in carico, ah questi giovani d'oggi? 
Siete un Insegnante Suscettibile e odiate essere preso in giro? 
Siete un Insegnante Tigre, implacabile e perfezionista? 
Oppure un Insegnante Contentabile, di quelli pronti a prendere quel che passa il mercato? 
O un Insegnante Confusionario, ogni mattina un treno nuovo e mai uno che arrivi alla stazione nel tempo e nel luogo progettato?
O magari un Insegnante Pedante, un po' soporifero e lamentoso?
E qui è meglio darci un taglio per pietà verso chi legge, perché l'elenco che è ancora lunghissimo
In tutti i casi conviene accettarvi per quel che siete. 
Col tempo imparerete a smorzare le  punte troppo appariscenti e con un po' di mestiere farete delle vostre caratteristiche portanti dei punti di forza. 
Molti alunni vi ameranno per quel che siete, altri vi sopporteranno bonariamente e a qualcuno starete un po' sull'anima; ma nessuno può piacere completamente a tutti, nemmeno un Perfetto Insegnante. 
Cercate però di essere coerente con voi stessi accettandovi e non fingete di essere diversi  da quel che siete solo perché qualcuno, magari mosso dalle migliori intenzioni, vi ha detto che quel che siete non si addice al Vero Insegnante. A parte rubare (agli alunni), essere violenti (con gli alunni), prendere vilmente in giro (gli alunni) e non insegnare (agli alunni) non c'è niente che non si addica al Vero Insegnante: è uno strano lavoro e ognuno lo fa a modo suo ma i modi di farlo bene sono assolutamente infiniti. 
Per esempio: ci sono insegnanti talmente seriosi e sicuri di sé che sanno bloccare sul nascere qualsiasi forma di indisciplina con poche e taglienti parole. Quando ci provate voi invece non cavate un ragno dal buco. Come mai?
Forse perché le vostre poche e taglienti parole non suonano esattamente nello stesso  modo di quando le dice un Insegnate Davvero Serioso.

E allora vi conviene cercare di comportarvi secondo la vostra natura invece di sfoggiare una Autorevole Autorità in cui voi per primi non credete. Siete più portati a mediare? La vostra natura vi porta a esaminare la questione in classe e a rigirarla da ogni parte in una lunga seduta collettiva di autocoscienza? Oppure siete portati a fare finta di niente e a lasciar correre, tanto vi basta sopravvivere? 
Certamente il sistema delle poche e taglienti parole è il più efficace, quando funziona. Ma solo alcuni sanno farlo funzionare. Cercatene uno vostro e non schifate compromessi e aggiustamenti: sono i compromessi e gli aggiustamenti quelli che aiutano il mondo ad andare avanti. 
Questo significa che non sapete gestire la situazione? Più che altro significa che non la sapete gestire in quel modo. D'altra parte non è che potete spararvi, per questo: non solo non risolvereste in alcun modo il problema, ma mettereste in grave imbarazzo la vostra scuola, che ad anno scolastico già avviato dovrebbe trovare un altro insegnante, e di questi tempi non è affatto facile. Se siete un tenero micetto non serve a nulla far finta di essere un poderoso leone. Ma sappiamo tutti che il più tenero micetto impara presto a  rigirarsi la sua famiglia di umani sulla punta di una zampetta come fossero tante trottoline.
Analogamente, se siete un Insegnante Materno (o Paterno) i ragazzi finiranno per apprezzarvi proprio per questo: per strano che possa sembrare infatti perfino nell'età della rivolta adolescenziale (che dura come minimo dai dieci ai venti anni di età, e dunque copre assai larga parte del periodo scolastico) la gran parte per non dire la totalità degli allievi è sempre a caccia di nuove figure paterne e materne, anche quando ad un occhio esterno ne sembrerebbe provvisto in abbondanza e perfino in eccesso.
Insomma, le possibilità sono molte, anche imprevedibili, e quasi sempre i ragazzi finiscono per apprezzare i lati positivi di una persona che lavora con dedizione e partecipazione e ha a cuore il loro presente e il loro futuro - anche se gli fa la predica, anche se sorride poco, anche se non ama i loro programmi televisivi preferiti... e anche se gli mette qualche orrido voto in risposta ad eventuali orride prestazioni.
Non tutti e non sempre, certo. Ma apprezzeranno comunque la coerenza se vi vedono comportarvi in modo spontaneo e affine alla vostra natura.
E che il ciel vi assista.

*Naturalmente ci sono casi in cui l'intrinseca natura di un individuo è quella di essere una perfetta carogna, ma è improbabile che sia il vostro caso, altrimenti non stareste a farvi grandi seghe su come diventare un Perfetto Insegnante e vi porreste senza infingimenti come un Insegnante Carogna - nel qual caso susciterete solo un modesto apprezzamento nei vostri alunni, ma farete parte di quella felice categoria di insegnanti che non si fa domande e di conseguenza non perde tempo a darsi risposte: insegnerete e basta, incuranti di ogni critica, e alla fine non ve la passerete peggio di tanti.

venerdì 6 settembre 2019

Corinna o l'Italia - Madame de Staël

Madame de Staël, come la chiamano con un certo semplicismo in questa edizione degli Oscar Mondadori, aveva in realtà anche un nome di battesimo e financo un cognome non privo di un qualche rilievo: si chiamava infatti Anne-Louise Germaine Necker e solo dopo il matrimonio diventò la baronessa di Staël-Holstein. Normalmente era conosciuta come Germaine de Staël, ma in Italia effettivamente è sempre stata nota come "madame de Staël".
Era la figlia di Necker, sì, proprio quel ministro delle finanze francesi che con le sue dimissioni nel 1789 fornì una delle scintille che portò poi alla rivoluzione francese. Sua madre ebbe invece una storia d'amore con tale Gibbon, storico inglese non privo di fama. Questo per dire che la signora è cresciuta in un ambiente che traboccava storia e cultura. A sua volta tra i suoi amici e conoscenti contava gente come Fichte, Constant e Vincenzo Monti e tra i suoi nemici annoverava tal Napoleone, che la trovò abbastanza scomoda da esiliarla dalla Francia per questioni politiche. Ovunque andava, fosse Francia, Svizzera, Italia o quant'altro avviava un salotto con i nomi più prestigiosi del luogo - no, non piccole glorie locali: gente di calibro internazionale, e non faceva solo la brava padrona di casa o la musa ispiratrice ma scriveva trattati discussi in tutta Europa e romanzi parimenti letti, discussi e all'occorrenza anche criticati in tutta Europa. Insomma, una intellettuale femmina di gran rilievo.
Dove passava Germaine de Staël fiorivano discussioni, trattai, pubblicazioni, dibattiti. Più che una donna si sarebbe forse potuta definire un lievito - se non fosse che anche lei aveva un buon numero di focacce da infornare, oltre a far lievitare quelle degli altri.
Per uno studentello liceale di letteratura italiana comunque madame de Staël è una sorta di spettro evanescente molto nominato ma quasi mai citato direttamente. Sappiamo che esiste e poco più. Io sapevo che aveva dato l'avvio al Romanticismo (diciamo l'avvio ufficiale, perché giù da una buona trentina d'anni si romanticheggiava assai in tutta Europa) con un articolo sull'importanza delle traduzioni, nel 1816, e che aveva scritto anche dei romanzi, tra cui Corinne. Nessuno mi raccontò mai niente di più, ma la signora in questione venne nominata parecchio nei miei anni liceali, e anche al corso su Foscolo che ho fatto all'università.
Di abitudine, quando nelle lezioni veniva citato un testo di narrativa, soprattutto se straniero, mi fiondavo a leggerlo se non lo conoscevo già, o almeno provavo a dargli una scorsa: la storia della letteratura infatti mi risultava assolutamente incomprensibile se non riuscivo ad appoggiarla a qualche testo.
Con Corinna la cosa non fu possibile: infatti questo romanzo, famosissimo e stampatissimo in tutta Europa per tutto l'Ottocento, in Italia non meno che altrove, nel Novecento da noi ebbe solo  due scarne edizioni con scarsissime note. Questa edizione del 2007 (che è poi quella che ho letto questo Agosto) invece contiene una ricca introduzione di Anna Eleonor Signorini e una nota di Michele Rak (entrambi a me sconosciutissimi ma davvero questo non vuol dir niente visto che di critica letteraria ne so men che zero) e due imponenti bibliografie oltre a un immane apparato di note e tutte le note della Staël stessa medesima, che sono davvero un bel numero. All'epoca l'edizione mi sfuggì e adesso è straesaurita e Mondadori non sembra intenzionata a scomodarsi a ristamparla, così al momento non ho comprato il libro con i soldi dell'aggiornamento; ma avendo avuto per purissimo caso la fortuna di incrociarlo in biblioteca mentre vagavo qua e là in cerca di ispirazione, non me lo sono lasciata sfuggire e proverò in autunno a raccattarlo all'usato confidando in Maremagnum, che è sempre pronto a soccorrere l'aspirante lettore.

E dopo questa introduzione sociocultiuralbocciofila direi che è giunto il momento di parlare infine del romanzo, visto che in teoria questo post servirebbe a presentarlo. Parto dicendo che secondo me è un romanzo che va maneggiato con le molle e consigliato con molta cautela.
Siete alla ricerca di una lettura leggera e spensierata che vi aiuti a rilassarvi in un periodo particolarmente rognoso della vostra vita?
Scansatelo come la peste.
Desiderate tuffarvi in una vicenda dal ricco intreccio, piena di avventure e di azione e ricca di colpi di scena?
Girate al largo con gran cura.
O piuttosto vorreste un libro che presenti un folto carnet di personaggi colmi di fascino, mirabilmente caratterizzati e dal brillante conversare?
No, Corinna non è il settimo romanzo di Jane Austen. Proprio no.
Bramate immergervi in una tumultuosa e appassionante storia d'amore?
Difficilmente questo libro potrà contentarvi.
Vi piacciono... ecco, sì, vi piacciono le seghe mentali?
Avanti e benvenuti, questo libro potrà appagare la vostra inclinazione per le seghe come nemmeno una segheria della Val Gardena o un mobilificio specializzato in mobili in massello potrebbero fare.
Apprezzate le disquisizioni erudite su storia, letteratura, arti figurative e il carattere dei popoli?
Accomodatevi, qui troverete un pascolo ottimo e abbondante.
Desiderate informarvi sul modo in cui gli stranieri guardavano all'Italia prima della discesa di Napoleone?
Questo libro fa decisamente per voi. Basta armarsi di un pochino di pazienza.

Siamo nel 1795 e un aristocratico giovane e bello, tale Oswald conte di Nelvil, fa un viaggio nel continente allo scopo di elaborare il lutto della morte del suo amato padre. Durante il viaggio incontra e prosegue il viaggio con un aristocratico francese, il conte d'Erfeuil. A Roma i due conoscono Corinna, giovane, bella, ricca e assai famosa improvvisatrice.
Per i molti che non conoscono il Viaggio a Reims di Rossini (dove compare un'improvvisatrice romana che si chiama appunto Corinna) va spiegato che per "improvvisatrice" si intende una donna colta, versatile e di gran talento che improvvisa versi su richiesta, anche su soggetto, e che di solito li canta accompagnandosi con l'arpa. Che io sappia (e ne so poco) è un  tipo di figura tipicamente italiana di fine Settecento.
Quando la incontriamo, la bella Corinna sta per essere incoronata poetessa, con grande sfarzo e pompa.
I due si innamorano follemente, ma alla fine Oswald stabilisce che non può sposarla perché il padre (di lui, sì, quello che è morto prima dell'inizio del romanzo) non vuole. Oswald ne soffre molto e il matrimonio che stringe con la bellissima e giovanissima aristocratica inglese Lucille non varrà a consolarlo. Corinne invece ne muore di dolore, nell'ultima pagina del romanzo.
Già detta così sembra una storia di pazzi, ma a leggerla lo sembra molto di più. D'altra parte è un vero romanzo romantico, se mai ve ne furono, e perfino gli inglesi, per i quali il lieto fine è quasi obbligatorio, avevano talvolta difficoltà a far finire bene i loro romanzi romantici. Nei buoni romanzi romantici l'eroina ha da morir d'amore, e neanche l'eroe alla fine se la passa granché bene (ma di solito rimedia uccidendosi o morendo eroicamente per la patria, possibilmente per liberarla da qualche dominazione straniera). E, molto spesso, nei romanzi romantici l'ostacolo che separa due innamorati impedendogli di sposarsi è leggero, leggerissimo ma a conti fatti si rivela solido come l'acciaio a causa dei raffinatissimi scrupoli morali dei protagonisti.
Qualche lettore contemporaneo, esasperato ha lamentato una scarsa credibilità psicologica dei personaggi in Corinna ma secondo me si è lasciato fuorviare, appunto, dall'esasperazione - anche se forse si può discuterne per il francese d'Erfeuil che effettivamente sta lì, fa quel che l'autrice gli dice di fare ma non risulta molto convincente. I due personaggi principali però sono tratteggiati con grande cura e il risultato è eccellente.
Oswald è un caro e sensibilissimo ragazzo, il cui scopo principale è non essere felice (scopo che consegue brillantemente, anche se solo dopo grandi sforzi) e il cui sogno è di non far soffrire nessuno per colpa sua pur avendo una quantità incredibile di scrupoli che gli complicano la vita in modo davvero sbalorditivo e lo costringono a rendere infelici un sacco di persone che hanno la disgrazia di averlo intorno. È una tipologia assai comune e tutte ne abbiamo incontrato qualche esemplare, ma se abbiamo avuto fortuna è capitato in sorte a una nostra cara amica e dunque l'abbiamo subito solo di riflesso, anche se consolare l'amica è stata davvero impresa degna di Sisifo.
Corinna è una donna, come dire, importante: ricchissima di talento e di fascino, molto passionale e portata dalla ria sorte a drammatizzare assai tutto quello che tocca. Molti ne hanno incontrata qualcuna, e se hanno avuto fortuna sono riusciti a svincolarsi - di solito per poi pentirsene amaramente e rimpiangerla tutta la vita. I due funzionano e si incastrano perfettamente, anche se forse qua e là tagliare qualche riga avrebbe aiutato il lettore moderno ad essere meno esasperato - comunque son scelte stilistiche, e a quel che ho capito per il lettore dell'epoca andava benissimo così, non è per i personaggi che il romanzo è stato a volte criticato dai contemporanei.
Nel corso del romanzo i due protagonisti percorrono in lungo e in largo le principali città italiane dell'epoca (Roma, Napoli, Venezia, Firenze, Ferrara) e i loro dintorni, analizzandole con cura e visionandone con attenzione le rovine, i quadri, le statue, i templi, le chiese, i paesaggi, i costumi e la società oltre ad occuparsi della storia e della letteratura italiane, confrontandole con quelle francesi, tedesche e inglesi. Per "società" comunque si intende solo quella alta, anche se a volte si accenna vagamente al "popolo". Di economia, in seicento pagine di romanzo, non si occupa nessuno: non è questione che interessi le anime romantiche.
Corinna è un romanzo a chiave, diciamo così, internazionale: tanto per cominciare si intitola Corinna, o l'Italia e dunque ci spiega subito che Corinna rappresenta l'Italia (anche se, in effetti, è angloitaliana). Oswald naturalmente rappresenta l'Inghilterra - diciamo l'Inghilterra dei genitori di Jane Austen. D'Erfeuil invece rappresenta la Francia:è un carattere frivolo e guidato soprattutto dalla vanità, incapace di sentimenti profondi ma a conti fatti per tutto il romanzo si comporta benissimo anche se ogni tanto cerca (invano, sempre invanissimo) di convincere Corinna e Oswald ad ascoltare la Voce del Mondo e a uniformarsi alle convenzioni sociali e insomma, è tutto fuorché romantico.
Tra una città e l'altra, una gita turistica e l'altra, una scena di passione e l'altra i due innamorati discutono, in privato o nel brillante salotto di Corinna, di tanti e coltissimi argomenti. Corinna difende il punto di vista italiano, Oswald quello inglese. Pur essendo entrambi fervidissimi amanti del loro paese, la discussione avviene sempre in termini civilissimi, anche quando sono coinvolte altre persone, perché nessuno dei due vuole rischiare di offendere l'altro, anche se Corinna non ama molto l'Inghilterra perché è stata molto infelice negli anni in cui ha vissuto lì e solo in Italia ha potuto coltivare i suoi talenti ed essere apprezzata per i suoi meriti, mentre Oswald, pur essendo molto sensibile al fascino dell'Italia, la guarda un po' dall'alto in basso perché, da buon inglese, niente è meglio dell'Inghilterra ai suoi occhi. Naturalmente, in ogni dialogo culturale si parte dal presupposto di base che al momento la cultura più apprezzata è quella francese, anche se nessuno dei due protagonisti sembra andarne matto.
Dal romanzo emerge davanti al lettore una Italia stranissima, sprofondata in un sopore simile al letargo. Il fatto di non esistere come paese, e di essere rinchiusa in tante piccole cellette di scarso respiro la condanna all'arretratezza e a un rimpianto per la passata grandezza che le impedisce una produzione artistica al passo dei tempi e soprattutto all'altezza del suo passato nonostante l'indubbia intelligenza dei singoli ma anche della popolazione in generale e insomma l'arte italiana è ridotta a una specie di gioco di società e i suoi abitanti non trovano altra cura che rifugiarsi nel loro glorioso passato, con i vivi che passano come fantasmi sulle rovine che testimoniano l'antica grandezza: un popolo di sopravvissuti che si è da tempo rassegnato a non essere più vivo e a sopravvivere ai margini del mondo contemporaneo.
Due considerazioni saltano agli occhi a questo punto: la prima è che l'Italia non ha avuto una produzione artistica romantica all'altezza degli altri stati ma è stata importantissima per aiutare a produrre l'altrui arte romantica, dove il tema dell'antica grandezza italica è estremamente presente - insomma, abbiamo fornito molta materia prima per il romanticismo degli altri. La seconda considerazione è che madame de Staël scriveva trent'anni dopo il viaggio che racconta, e ambienta questo viaggio un attimo prima dell'arrivo di Napoleone che risveglierà l'Italia dal suo umiliato torpore incitandola a rinnovare le sue antiche gesta e soprattutto a riunificarsi, premessa indispensabile per un definitivo risveglio. Chi legge sa che comunque l'Italia nel frattempo è cambiata parecchio, o almeno vuole farlo.
Una postilla a margine: nel corso del romanzo Corinna, da sola, si ritrova a Santa Croce, dove osserva le famose tombe dei grandi d'Italia e ne trae argomento per molte riflessioni - che però sono diversissime da quelle che ne trae Foscolo. Non opposte, proprio diverse - diciamo che osserva quelle tombe con una prospettiva diversa, ma non incompatibile con quella dei Sepolcri. La cosa notevole è che i Sepolcri vengono pubblicati nel 1807, esattamente lo stesso anno del romanzo Corinna. Improbabile quindi che uno dei due testi abbia direttamente influenzato l'altro; dal che si deduce che il grand tour delle tombe di Santa Croce era considerato all'epoca una tappa essenziale per i turisti più colti e più di uno doveva aver sviluppato qualche considerazione in proposito già negli anni precedenti.
Un paese addormentato, che però Corinna difende con ardore e che viene fotografato un attimo prima del suo risveglio. Ma anche un paese fantastico, quasi fantasy, dove i fantasmi sbucano da ogni angolo e dove in ogni luogo ci si può immergere fino a rischiare di annegare nel sogno e in quelle vaghe fantasie e suggestioni che all'epoca ogni persona sensibile provava davanti alle rovine e che vanno sotto la generica etichetta di "pittoresco". I due innamorati camminano in questa atmosfera sospesa, come di sogno, e discutono e dissertano sull'Italia come se l'Italia, troppo profondamente addormentata, non potesse ascoltarli.
Inutile dire che gli intellettuali italiani, che pure divorarono il romanzo con ardore, non ne rimasero entusiasti ed ebbero parole di critica su quel ritratto così strano del loro paese. Ci si accorge però che il sogno dell'Italia, e l'Italia vista come un paese immobilizzato in uno di quegli incantesimi che fermano il tempo, ebbe una enorme importanza nell'immaginario collettivo europeo.
E si fa una scoperta interessante: nell'alta società italiana, di cui vediamo qualche sprazzo, la donna era non solo molto libera ma anche figura dominante. Gli uomini erano dichiaratamente sottomessi alle loro amanti, di cui tolleravano assai di buon grado i capricci, e le donne che avessero avuto la fortuna di disporre di qualche talento artistico o intellettuale lì potevano svilupparlo, esibirlo e addirittura guadagnarcisi da vivere, ad esempio insegnando all'università (sì, avete letto bene): non solo lettere ma anche medicina, matematica e legge: e una delle lunghe note di madame de Stäel si sofferma appunto sulle donne laureate e insegnanti nelle principali università italiane. Un accidente se mi hanno mai parlato di questo, a scuola.

Altrettanto curiosa è l'immagine dell'Inghilterra, paese vivo, sì, ma scialbo e convenzionale, senza vita sociale (e di nuovo torna in mente Jane Austen, che descrive un universo così socialmente brulicante che sembra di guardare l'acqua di uno stagno al microscopio), dove l'unica esistenza valida possibile per le donne è quella di custodi del focolare domestico - e dove l'unica letteratura citata è Shakespeare, alla faccia dei romanzieri settecenteschi che a me non sembrano poi così insignificanti. E anche della Francia abbiamo una prospettiva curiosa, con i francesi fissati nel cliché che li vuole frivoli e vanitosi (ma in effetti della Francia si parla davvero il giusto), anche se all'epoca avevano giù fatto una rivoluzione che è tuttora considerata una delle tappe più importanti della storia del mondo occidentale e aveva vivamente scosso ogni persona pensante in Europa.
Nonostante i personaggi esasperanti e la trama decisamente annacquata ho comunque trovato Corinna un romanzo estremamente interessante e non rimpiango un solo minuto del notevole tempo che la sua lettura mi ha richiesto. Non oso suggerirlo a nessuno, ma mi è piaciuto dedicargli questo post alquanto pretenzioso con cui partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggerlo.