Il mio blog preferito

venerdì 14 giugno 2019

Evelina - Fanny Burney


L'immagine a sinistra è la copertina della prima edizione italiana di Evelina pubblicata da Fazi nel 2001, dove viene riprodotto il ritratto fatto all'autrice da tal Edward Frances Burney e conservato alla National Portrait Gallery. E' l'edizione che ho in casa e che mi costò ben 38.000 lire nonostante l'aria pudica da tascabile del volume. Fu un salasso cui mi sottoposi volentieri perché sapevo che si trattava di un romanzo molto famoso in Inghilterra e ricordavo che Jane Austen l'aveva citato ne L'abbazia di Northanger. La prima volta che lo lessi però non mi fece una particolare impressione; va detto però che la lettura avvenne nel corso di alcune notti insonni dovute a una broncopolmonite particolarmente memorabile e probabilmente le condizioni piuttosto malandate non mi permisero di gustarne appieno tutte le raffinate sfumature. Stavolta è andata meglio, probabilmente perché è più facile godersi un buon romanzo (o qualsiasi altra cosa) quando si respira senza particolari difficoltà.
L'immagine a destra invece è stata una piacevole sorpresa, perché proprio in queste settimane è uscita la nuova edizione (l'altra era ormai esauritissima da anni). Il prezzo rimane lo stesso o quasi (20 euro) ma è cambiata la copertina, che adesso riproduce lo stesso quadro di Fragonard che Feltrinelli ha usato per I legami pericolosi e che qui ci sta come il tradizionale cavolo a merenda perché mai, in nessun punto della storia, la protagonista ha motivo di ritrovarsi a leggere una lettera con quell'espressione furbetta e maliziosa, anche perché malizia e furberia sono del tutto estranee alla sua natura (il che le crea un sacco di problemi).
Tutto questo preludio in sintesi sta a dire che il libro è stato finalmente tradotto in Italia vent'anni fa e adesso l'hanno ripubblicato e quindi chi vuole può procurarselo senza fatica. Amen.
Fanny Burney era una donna di buona cultura e di condizione sociale piuttosto elevata e per un certo periodo fu anche dama di corte della regina d'Inghilterra; quando parla del bel mondo e dell'alta società dunque sa bene quel che dice. Evelina è il suo primo romanzo (pubblicato anonimo nel 1778, quando la signora aveva 26 anni) e porta come sottotitolo "l'ingresso in società di una giovane signora". Il romanzo ebbe un grande successo e l'autrice viene considerata una delle madri del romanzo inglese; inoltre tutti hanno sempre lodato l'umorismo del libro e il suo stile brillante. Non io.
In tutta sincerità, qua dentro mi sembra che l'umorismo non compaia nemmeno per una visita di cortesia, anzi devo dire che entrambe le letture mi hanno lasciato con un certo senso di oppressione.
Evelina è una cara e bellissima ragazza di origini nobili; ma il suo perfido padre a un certo punto negò di essere mai stato sposato con sua madre, che ne morì di dolore. In seguito il padre si pentì amaramente della sua cattiveria, ma a quel punto era davvero troppo tardi per rimediare perché la bambina, per preciso desiderio della madre, venne presa in carico da un amico di famiglia che la allevò in campagna sotto falso nome e si guardò bene dal cercare di contattare il vero padre. Per una serie di circostanze verso i diciassette anni Evelina fa un viaggio da amici e si ritrova così senza averlo previsto a Londra nel bel mezzo della stagione mondana. Il suo non è un vero "ingresso in società" quanto un ritrovarsi in mezzo alla suddetta società senza l'ombra di un apprendistato o uno straccio di guida che sappia consigliarla e proteggerla. Aggiungiamo che si tratta di una ragazza di eccezionale bellezza; succede così che numerosi esponenti del bel mondo decidano che una così bella ragazza, ingenua e senza protezione, è una preda eccellente e provino a catturarsela a pro loro senza ombra di ritegno o riguardo, ricorrendo ai peggiori espedienti. A peggiorare la situazione della poverina, che per giunta madre natura ha dotato di un carattere estremamente dolce e fiducioso, c'è il fatto che l'unico uomo che sarebbe tenuto a proteggerla, ovvero il suo ospite, è troppo occupato ad architettare scherzi di più che dubbio gusto per prendersi a cuore i suoi problemi, arrivando pure, per mettere in atto i suoi scherzi del menga, ad allearsi col più accanito dei persecutori della fanciulla. Sua moglie, per quanto più consapevole della situazione, non sembra avere la forza d'animo di intervenire in difesa della poveretta opponendosi al marito (che sinceramente sembra una grandissima ed esimia testa di cazzo dalla prima all'ultima pagina in cui compare*), il suo padre adottivo è lontano e pure impelagato in questioni legali legate appunto ad Evelina... insomma, la poverina è molto sola.
Evelina  è un romanzo epistolare del tipo più classico, dove le lettere vengono usate quasi soltanto per illustrare al lettore i vari spostamenti dei personaggi. Gli autori delle lettere sono tutti amici di Evelina e la grandissima maggioranza delle lettere sono scritte da lei medesima al padre adottivo - una specie di diario di viaggio, insomma, in cui la ragazza lo tiene al corrente nel dettaglio di tutte le sue vicende per averne consiglio o per deprecare i pasticci in cui riesce regolarmente a infilarsi. Ne viene fuori il ritratto di una ragazza molto cara, molto buona ma quasi completamente sprovvista della capacità di reagire in modo aggressivo con i suoi numerosi persecutori. Certo, Elizabeth Bennet o Emma Woodhouse saprebbero rimettere tutte quelle colle di pesce al loro posto con grande facilità, ma sono ragazze molto protette e in posizione sociale molto alta nella loro piccola cerchia - e anche la dolce Fanny di Mansfield Park, che pure si distingue per dolcezza di carattere e fa la parte della parente povera, ha comunque alle spalle Mr. Bertram che è sì disposto ad appoggiare Henry Crawford anche se Fanny non sembra volerne sapere, ma solo come pretendente e Henry sa benissimo che qualsiasi tentativo di seduzione finirebbe decisamente male per lui.
Insomma, più che il racconto dell'ingresso in società di una giovane dama Evelina sembra un manuale sulle molestie sessuali e su quanto sia difficile evitarle se sei indifesa e c'è qualcosa di agghiacciante nell'impudenza con cui la quasi totalità dei personaggi maschili (e parecchi di quelli femminili). I molestatori inoltre, quando vedono che le loro intenzioni non arrivano a buon fine, lungi dallo scusarsi o ritirarsi in buon ordine rimproverano assai la poverina per la sua presunta durezza di cuore (un po' come succede in Pamela di Richardson), dimostrando a tutti gli effetti di considerarsi in diritto di ricevere una positiva accoglienza - un atteggiamento senza tempo, a quel che sembra, che nonostante certi tratti della trama, come dire, piuttosto romanzeschi ne fa una narrazione a tutt'oggi piuttosto attuale.
Il quadro generale che il cosiddetto bel mondo offre di sé (compresa la vivace tendenza agli scherzi idioti e alle scommesse ancora più idiote) non è dei più attraenti e non c'è niente di strano agli occhi della lettrice (almeno quando la lettrice sono io) se Evelina per gran parte del romanzo vagheggi un ritorno alla tranquilla campagna dov'è cresciuta; tuttavia ci sono tre personaggi maschili che mostrano di considerare la fanciulla qualcosa di più di una preda di cui approfittare senza farsi problemi o di cui Infischiarsi alla grande: il padre adottivo, un personaggio che sta attraversando una grave crisi depressiva dovuta a un concorso di circostanze altamente sfavorevoli e che Evelina aiuta, dimostrando così di avere un carattere dolce ma non debole quando si tratta di intervenire per aiutare qualcuno, e  il principe azzurro di turno, un compito e nobile gentiluomo, che anche se inizialmente considera la ragazza una povera sciocca ben presto cambia idea e soprattutto, durante tutto il corso del romanzo, non compie una sola azione disonorevole ma anzi mostra di conoscere molto bene il significato di parole come "educazione", "discrezione" e simili. Con lui Evelina si sposerà alla fine del romanzo dopo averlo amato con grande ardore per più di quattrocento pagine e da quel momento non le mancheranno né la protezione né la libertà di andarsene tranquillamente in giro senza dover temere insidie ad ogni passo.
Lettura consigliata, istruttiva, interessante, piacevole... ma non così divertente come la raccontano di solito, a mio avviso. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture, finalmente sotto un albero, in un giardino in fiore, o magari perfino al mare, con un po' di cautela per chi ha la pelle delicata e sensibile perché il sole finalmente arrivato scotta alla grande, con tutto il calore e lo sfolgorìo che ci si può aspettare a metà Giugno.

*senza offesa per le teste di cazzo, è solo un modo di dire: anch'io, come Evelina, ho un carattere dolce e cerco di moderare il mio linguaggio perché ben di peggio avrei da dire su quell'uomo come su quasi tutti i personaggi maschili del romanzo.

giovedì 13 giugno 2019

Pace, calma e tranquillità (ultimo giorno di scuola)

Ritratto della prof. Murasaki l'ultimo giorno di scuola del più strampalato anno scolastico della sua carriera
(almeno, si spera che sarà il più strampalato) 
Con scarsissimo buon senso il calendario di quest'anno prevedeva la fine delle lezioni di Lunedì, onde garantire agli insegnanti una utenza ancora perfettamente inquadrata nella vita scolastica e ancora non minimamente proiettata verso le vacanze. E nelle altre scuole non so come se la siano cavata, ma da noi qualcuno ha avuto una vera e autentica idea geniale: gran finale dei grandiosi tornei sportivi della scolaresca delle medie al palazzetto dello sport di St. Mary Mead, e mattinata che chiude alle undici.
Lunedì il mio orario prevede che entri alla seconda ora.
"Ci raggiungi al palazzetto, Murasaki?"
"Io non sono su nessuna classe, e nessuno mi ha parlato di nessun palazzetto. Vado a scuola e questo è quanto".
Così sono arrivata, nemmeno molto puntuale, poco dopo le nove. La scuola era silenziosa, silenziosa e deserta. Pareva la quiete dopo la tempesta.
Ho firmato, riordinato qualche pendenza della Mostra del Libro e poco dopo è arrivato il libraio a riprendersi i libri invenduti. La sera prima ero passata a lasciare l'incasso con tanto di lista degli omaggi. Avevano controllato i conti e andavano bene, anzi c'era un misterioso di più di ben trenta centesimi. Li ho infilati nella scatolina dei Fondi Neri, che uso quando vado per mercatini e trovo a buon prezzo libri altrimenti introvabili.
Due chiacchiere col libraio, poi tolgo i teli dai tavoli e li ripiego.
Raccatto gli omaggi e salgo in biblioteca a catalogarli.
Mezz'ora dopo rientrano torme di scolari ruggenti che imperversano su e giù per la scuola per un po'. Poi suona la campana della terza ora. Nuovo ruggito, e i ragazzi escono - senza gavettoni, a quel che ho capito, perché quando sono rientrati a scuola hanno trovato i rubinetti bloccati. Sospetto che la cosa sia illegale ma non è affar mio, e so che nessuno me ne chiederà conto.
Finita la catalogazione scendo e chiacchiero con i colleghi per qualche minuto. Sistemo un po' di scartoffie, saluto tutti, tutti mi salutano e poi, paciosa e tranquilla, torno a casa.
Anzi no, non torno subito a casa: decido di ricompensarmi con un bel pranzetto al ristorante asiatico di Lungacque, che è ottimo e a pranzo fa l'all you can eat a un prezzo veramente stracciato.
Entro nel ristorante asiatico, che di solito Lunedì è un posto assai tranquillo e silenzioso... e ci trovo torme si scolaresche urlanti che lo riempiono fino all'inverosimile.
E qualcuno viene anche da St.Mary Mead.
"Ciao, prof!" "Salve, prof!".
Mi imbucano in un tavolino molto appartato - nei limiti del possibile, si capisce.

Evidentemente non sono stata l'unica ad avere l'idea di festeggiare con un gustoso pranzetto cino-giapponese la fine dell'anno scolastico...

domenica 9 giugno 2019

Sono Pazzi Questi Insegnanti


Quarto giorno della Mostra del Libro. Trovandomi impossibilitata a dare il resto per mancanza di spiccioli a un alunno che aveva appena acquistato un libro mi sono scusata e gli ho detto di andare in classe, ché sarei passata quanto prima a portargli quangogli spettava. 
Sono poi andata nella pasticceria davanti alla scuola dove il gentilissimo commesso di turno mi ha spicciolato l'ennesima banconota da venti euro*. 
Munita della somma necessaria mi sono così recata in Seconda B a pagare il mio debito. Ma la classe era vuota.
"Mi scusi" domando alla custode "Dev'è adesso la Seconda B?"
"Non lo so, prof. La stavo cercando anch'io, perché un genitore è venuto a prendere suo figlio, ma non riesco a trovarla". Il tono della Custode è quello,  vagamente sconsolato, di chi proprio non ricorda dove ha appoggiato le forbici, eppure le aveva in mano fino a un momento prima, e non di chi ha appena perso venti ragazzi venti, tutti ampiamente minorenni.
La Custode è una persona coscienziosa quanto giudiziosa, e d'altra parte una classe non è roba che possa essere finita per sbaglio in un sacchettino o roba del genere, né la scuola media di St. Mary Mead ha mai goduto della sinistra fama del Triangolo delle Bermuda che vanta al suo interno la sparizione di intere navi e aerei di linea, passeggeri ed equipaggi compresi.Tuttavia questo tipo di scene si è ripetuto con una certa regolarità per tutta la settimana appena trascorsa**. 
Come ho già avuto modo di spiegare, la fine dell'anno scolastico presenta dei momenti di criticità che spesso e volentieri atterrano e attappetano lo sventurato docente ormai stremato da un anno di fatiche. Tuttavia, per puro amore di giustizia, occorre ammettere che non di rado lo stimato docente ci aggiunge anche del suo.
Quest'anno una ventata di follia sembra essersi abbattuta sugli insegnanti di St. Mary Mead nessuno escluso, a partire dalla sottoscritta che ha deciso, ancora convalescente, del tutto spontaneamente e di suo genio di imbarcarsi nell'organizzazione della Mostra del Libro, ovvero un complesso tour de force che ha dovuto gestirsi completamente da sola e che le ha divorato l'ultima settimana dell'anno scolastico. 
E perché proprio l'ultima settimana?
Perché qualche bello spirito le ha suggerito "Falla l'ultima settimana, quando facciamo anche la Festa della Scuola, così c'è più movimento".
Ed effettivamente, sul fatto che ci fosse molto movimento non c'è da discutere.

La Festa della Scuola è una tradizione locale usualmente organizzata e gestita dal Comitato dei Genitori e si tratta in sintesi della solita festicciola dove le classi mangiano e ballano e fanno gran confusione mentre i genitori servono da mangiare e da bere, gestiscono malamente un impianto sonoro e fanno gran confusione. Quest'anno è stato deciso di aggiungerci varie attività didattiche allo scopo di mostrare ai genitori in questione che belle cose abbiamo fatto insieme ai loro figli. In sintesi: una esposizione di vari elaborati per Arte e Immagini (tra cui una fascinosa collezione di similvasi greci), pacchettini di biscotti (no, niente arti domestiche per noi, solo cucina molecolare - almeno così ho capito) e lettura di brani da Inferno, Purgatorio e Paradiso nella loro sede naturale, ovvero Inferno nei sotterranei, Purgatorio al piano terra appena dopo la Mostra del Libro, Paradiso al secondo piano, con ragazzi bianchi, rossi o celesti a seconda dello status loro assegnato - con la prof. Murasaki che ha avuto il suo attimo di gloria quando ha esortato con voce forte e chiara "Giù! Chi deve andare all'inferno ci vada adesso!" - più lettura di haiku scritti dai ragazzi stessi medesimi in un angolo della scuola giapponesizzato per l'occasione. Il tutto doveva durare dalle quattro alle sei, e naturalmente è andato avanti fino alle sette e mezzo quando l'ultimo dei ragazzi si è tolto il trucco rosso, dorato o celestiale e la bardatura nera, grigiolina o bianca assegnate al loro status ultraterreno.
Il giorno prima: concerto di Musica cantata di mattina, esposizione dei giochi del PON di Matematica nel pomeriggio - doveva finire alle cinque ed è andato avanti fin quasi alle sette.
Due giorni prima: montaggio della Mostra del Libro per tutto l'atrio.
Durante tutta la settimana: Mostra del Libro che imperversava, con relativa Visita Turistica delle due quarte e delle due quinte dalle elementari.
Durante tutta la settimana: tornei sportivi di tutta la scuola in non so quante discipline, con gare negli interni e negli esterni e torme di alunni che andavano e venivano ovunque.
E per concludere in gloria, Venerdì pomeriggio grande Tornata di Scrutini per tutte le classi delle medie di St. Mary Mead e di Crifosso.
ll tutto ulteriormente condito dall'improvviso arrivo di un caldo prettamente estivo dopo due mesi di tardo inverno.
Di conseguenza durante tutta la settimana nessuno è riuscito a impostare una decente ora di lezione, pochi hanno dormito, tutti abbiamo lavorato come castori e il tasso di inquinamento acustico della scuola ha toccato vertici mai visti ma certamente ben uditi da chiunque abitasse nel paese mentre non c'era un singolo insegnante che fosse uno che avesse mantenuto il ben dell'intelletto - anche se si potrebbe giustamente osservare che il fatto stesso che tutta questa roba fosse stata messa in campo in contemporanea dimostra in modo inequivocabile che il ben dell'intelletto già da tempo ci aveva abbandonato tutti quanti.

Conclusione: per quanto i ragazzi si siano divertiti moltissimo, che è una bella cosa, purtuttavia l'anno prossimo sarà forse più assennato, oltre che più prudente, scaglionare con cura tutte queste belle attività, non fosse che per evitare di stressare troppo i poveri genitori che alla fine della settimana avevano l'aria suonata almeno quanto noi.
La Mostra del Libro va ancotra smontata, ma questi son dettagli.

*"E non potevi portarti un fondo cassa con un po' di spiccioli invece di disturbare i negozianti dei dintorni?".
Oh sì che potevo, e me lo sono portato dietro per ben tre volte, ma è stato fagocitato. Quest'anno di soldi a quella Mostra ne sono circolati meno del solito, ma tutti tagli interi. Il trionfo della banconota da 50 euro, terrore di ogni negoziante.
**Per la cronaca, la Seconda B si è poi rimaterializzata dal nulla all'ora successiva. Dopo un paio di domande andate a vuoto ho deciso di sospendere le indagini - e del resto cos'è e come funziona un corridoio interdimensionale  lo sappiamo tutti, giusto?

lunedì 3 giugno 2019

Documenti fantastici e dove NON trovarli

Per risolvere misteri grandi non basta un investigatore grande: ci vuole un grande investigatore
Alla fine dello scorso anno scolastico avevo lasciato in Segreteria una bella richiesta di libri per la biblioteca di scuola. Inoltre, dall'ospedale, a Maggio mi era stato richiesto di scegliere cinque romanzi da una lista di dieci perché il Libronauta ce li offriva aggratisse - e io, previa complessa consultazione telefonica con le colleghe di Lettere, avevo fornito la lista. A Ottobre, poi, durante  uno dei miei rari soggiorni a casa, mi erano stati chiesti una ventina di titoli da richiedere, e sarebbero stati pagati da una qualche associazione partigiana perché la scuola aveva partecipato ad un concorso legato ai valori della Resistenza. Frugando tra le liste di desiderata che conservato sparpagliate qua e là, grazie una collega che si era infilata in biblioteca tra le mie carte e con l'aiuto di qualche ricerca in rete e delle solite colleghe di Lettere avevo fornito anche quella lista in circa tre giorni. Inoltre, a Maggio dell'anno scorso avevo lasciato, sempre in Segreteria, la richiesta di partecipazione al Giralibro, che in cambio di quella letterina di poche righe ci manda tutti gli anni una ventina di titoli di un certo pregio.
Al mio rientro ai primi di Maggio mi aspettavo dunque di trovare, oltre a un certo casino in biblioteca, svariati pacchi di libri in paziente attesa di catalogazione e un bel pacco pieno di fermalibri e cancelleria varia, come giusto premio per la mia incrollabile dedizione alla nobile causa bibliotecaria che né le vicissitudini mediche né le difficoltà logistiche avevano potuto piegare.
Invece ho trovato un pacco solo: quello con gli omaggi degli editori per #ioleggoperché e i libri acquistati dai genitori.
Come mai proprio quello?
Perché in #iopleggoperché la Segreteria non interviene in alcun modo, e gli organizzatori trattano  soltanto con i bibliotecari. Sanno loro perché.

Così, già il primo giorno del mio epico ritorno, recuperate le varie liste di richieste e di promesse, sono scesa nella Segreteria in questione e, dopo i doverosi mirallegri, e la trovo bene professoressa,  e che piacere rivederla e analoghe frasi di circostanza ho chiesto dov'era scomparsa tutta la roba che mi aspettavo di trovare.
Grandi cascamenti dalle nuvole, non sanno, non ricordano, non c'erano... (beh, una davvero non c'era perché è arrivata a Settembre, e "di tutto questo non sapeva niente". Non ho avuto alcuna difficoltà a crederle, considerando come lavorano lì dentro).
Eh, una richiesta fatta a Giugno... è difficile ritrovarla... anche la lettera per il Giralibro...
Sono rimasta calma e sorridente e sono andata a tirare Maestra Tina per la coda. Lei può tutto, non so come mai. E non so nemmeno perché simpatizza con me e con la biblioteca delle medie, ma è l'unico filo affidabile che posso tirare.
E come sempre Maestra Tina ha fatto il miracolo e tutte le lettere sono rispuntate - anche perché una gliel'ho portata io.
Ma in cuor mio mi domando: come accidenti è possibile che sia "difficile" trovare traccia di qualcosa spedito l'anno scorso? Un registro del protocollo ce l'hanno, visto che mi avevano mandato la fotocopia corredata appunto di numero di protocollo di una di quelle lettere.
Possibile che non abbiano un titolario per classificare la corrispondenza? Mi sembra incredibile, ma è l'unica spiegazione visto che già altre volte si sono mostrati in difficoltà nel ritrovare carte di vario tipo, e non certo solo con me.
Comunque, anche senza titolario ufficiale, anche con una classificazione fatta a occhio e con lo spannometro, i documenti di una scuola dovrebbero ritrovarsi con una certa facilità; dopotutto siamo  sì un comprensivo con vari plessi, ma a quel che ho capito passiamo di poco i mille alunni, e le categorie in cui dividere la corrispondenza di una scuola come la mia non sono poi infinite. Non siamo un Istituto Superiore con settecentotrenta indirizzi diversi, tre lingue e via dicendo. Siamo due materne, due elementari e due medie.
Torno alla scuola media e mi metto a fare colazione. Intorno a me tutti si interrogano sulle solite grandi questioni: chi siamo? Donde veniamo? Qual è il nostro codice fiscale? E, soprattutto: rispetto all'anno scorso le competenze degli alunni sono cambiate? Perché ormai i prescrutini incombono e sarebbe il caso di lavorarci un po' su...
"Qualcuno ha chiamato la Segreteria?"
"Io l'ho chiamata" sospira la VicePreside. Ha l'aria Triste&Stanca. Ce l'ha sempre, quando riferisce le sue conversazioni con la Segreteria "Hanno detto che non lo sanno e chiederanno alla Preside. Ci faranno sapere".
"Se non ne sanno niente vuol dire che dal Ministero non è arrivato niente di nuovo, nel qual caso basterà che mandino quelle dell'anno scorso".
"Seee, se sanno dove trovare il modulo..."
In quel momento capisco che i miei problemi sono solo una goccia nel profondo fossato che circonda la scuola di St. Mary Mead.
"Qualcuno ha conservato una copia del modello dell'anno scorso?"
Tutti scuotono la testa melanconici. Qualcuno mi guarda con aria speranzosa.
"No, io butto sempre via tutto quando ho finito di inserirlo" assicuro "ma ricordo di aver visto il file sul computer". 
Ricordo anche di essermi domandata "A che ci serve tenere il file ora che gli scrutini sono finiti?" ma non lo dico. Adesso lo so, a cosa serve.
Non è necessario essere stati archivisti per quattro anni per conservare le copie dei documenti più strani. Basta essere in questa scuola da qualche tempo, e avere imparato come (non) funziona la nostra Segreteria.
E infatti il modulo delle competenze salta fuori.
E, col tempo, sono saltati fuori anche i libri che avevo ordinato.
Quanto al Giralibro... ho chiamato facendo un pianto greco che non finiva più, e la mia malattia, e l'ospedale, e la richiesta che era scomparsa... e alla fine mi hanno riammesso almeno per quest'anno, anche se la domanda era ormai scaduta.
Perché siamo in Italia e, per quanto le leggi siano strampalate, a volte basta un pianto greco per risolvere tutto. 
A volte.

giovedì 30 maggio 2019

Suave alterius spectare laborem

L'eccellente Lucrezio apre il secondo libro del De rerum natura descrivendo la dolce sensazione che si prova quando, da un tranquillo rifugio, si osservano gli sventurati in preda alla furia degli elementi. Non è un sentimento dei più nobili ma temo accomuni anche le anime più sensibili: anche se sei tra quelli che all'alba si alza per portare la colazione ai barboni della stazione, passa il Natale facendo volontariato al gattile o tribola assai portare assistenza medica a chi soffre nelle zone più povere e inospitali del pianeta, tuoni, fulmini e ghiaccio hanno un fascino tutto particolare visti da una stanza ben calda e riparata da cui nessun impegno o dovere minaccia di strapparti a tempi brevi.
Allo stesso modo si sente chi, come me, in queste settimane sta a scuola lavorando rilassatamente a fare le pulci alla biblioteca scolastica mentre intorno a lui i poveri colleghi sovraccarichi di lavoro vagano come anime in pena tra una relazione, quaranta verifiche in fila per sei col resto di quattro, giudizi da ricopiare, competenze da assegnare, tornei da completare, saggi da preparare, esami da imbastire, classi sempre più effervescenti e scalpitanti, infinite relazioni da preparare, voti da calcolare e rogne di tutti i tipi che spuntano fuori da ogni dove.
E', la mia, una situazione particolarissima che molti insegnanti non provano mai per tutta la loro carriera: perché la Fine dell'Anno non è particolarmente difficile per alcune categorie, ma proprio per tutti e se nei primi anni tutto è nuovo e quindi più difficile, una migliore salute e forma fisica ti assistono più di quanto possa succedere ai colleghi più stagionati. Chiusa in un pudico silenzio li guardo combattere, azzardando solo qualche paroletta di comprensione quando si lamentano e mi guardo bene dal raccontare quanto mi sento rilassata mentre si arrabattano variamente. Qualche volta porto un po' di frutta da qualche mercatino locale (è norma di buona educazione portare ogni tanto un po' di frutta ai carcerati, si sa).
Anzi, un po' per solidarietà e molto per perversione, ho deciso di fare nonostante tutto anche quest'anno la Mostra del Libro, nell'ultima settimana di scuola in modo che coincida con la mitica Festa di Fine Anno Scolastico - del resto, superato il trauma del primo anno, la Mostra è una di quelle cose che si incammina molto presto su rotaie tutte sue e procede da sola con poco sforzo da parte del bibliotecario, senza contare che quest'anno non ci sono nemmeno i turni da organizzare per la vendita dei libri, perché me la sobbarcherò tutta dal momento che sono sempre libera e mi hanno promesso di non darmi sostituzioni in quei giorni.
Può darsi che si riveli una cosa abbastanza faticosa, comunque: lo è sempre stata, non c'è motivo che proprio quest'anno diventi improvvisamente riposante. Ma se non posso stare tra torme di scolari resi quasi isterici dall'avvicinarsi della tanto agognata libertà, potrò almeno stare tra mucchi di libri, problemi di resto da spicciolare, liste da riempire e da spuntare passo passo e altre amenità che quasi nessuno apprezza ma che mi riportano alla mente la mia brevissima stagione di bibliotecaria. Del resto, è il primo anno (e suppongo che sarà anche l'ultimo) in cui posso prepararla dovendo pensare solo a quello perché solo occasionalmente sono in qualche classe a fare qualche pigra sostituzione a passo da crociera (dove peraltro di solito li porto in biblioteca "a prendersi un libro per l'estate").


venerdì 24 maggio 2019

Questa biblioteca non è una libreria! (ma dovrebbe diventarlo)

Per dieci mesi, durante la mia assenza, la biblioteca della scuola media di St. Mary Mead è rimasta allo stato brado non avendo chi la badava, la coccolava e le portava il caffellatte con i biscottini tutte le mattine e la tisana di equiseto, malva e melissa tutte le sere per calmarle i nervi; ogni tanto qualche classe o qualche insegnante ci si avventurava e qualche anima buona a volte perfino registrava i prestiti avvenuti (ma non sempre il programma si degnava di prendere atto della cosa, perché sta diventando piuttosto lunatico). Non con le nuove prime, naturalmente, perché Jorge si è dimenticato di inserirle e chiedergli di farlo adesso, a fine anno, quando come tutti ha trecento diverse cose per la testa delle quali duecentonovantadue vanno badate in contemporanea, sarebbe veramente fuor di luogo. 
Oltre a prendere libri in prestito molti li hanno pure riportati, lasciandoli in pile sempre più alte sul tavolino a ciò preposto. Strano ma vero, a nessuno è venuto in mente di rimetterli nella loro legittima collocazione nonostante essa collocazione sia disposta secondo uno schema assai logico e chiaro e illustrata con chiarezza in due grossi tabelloni che avevo appeso alle pareti della stanza.
No, non è vero che a nessuno è venuto in mente. A giudicare dalla spaventosa quantità di libri fuori posto (a Giugno avevo risistemato tutto in perfetto ordine) in parecchi ci hanno provato, con tanta lodevole buona volontà e risultati assai scadenti.

Riordinare una piccola biblioteca (meno di duemila volumi, per il momento) non è un lavoro complicato. Mentre andavo su e giù come una spoletta sull'ordito provavo a riflettere.
Come mai in quella scuola nessuno viene a capo della disposizione dei libri nella biblioteca? A me sembra semplicissimo e assolutamente logico, ma se nessuno riesce a rimettere al suo posto un libro è chiaro che qualcosa là dentro non va.
Passi per i ragazzi - anche se quell'ordinamento è stato studiato apposta per loro - ma gli insegnanti?
C'è un catalogo per autori e uno per titoli, che assai raramente mi risulta essere stato consultato da qualcuno. Ma in biblioteca, come in libreria, si va anche per trovare qualcosa che non sappiamo di voler leggere. E sia le biblioteche comunali che le librerie, ai miei occhi, sono disposte proprio come la piccola biblioteca scolastica della scuola media di St. Mary Mead: scaffali aperti, cartellini indicatori e utenti che vagano qua e là spulciando quel che gli interessa.
Allora qual è il problema?
Forse è proprio nel mio ordinamento logico, che magari tanto logico non è.
E vado nad illustrarlo.
Ci sono delle sezioni dedicate a matematica, scienze e tecnologia. Piccoline, ma ci sono, e sono in crescita. E c'è una sezione di storia, nemmeno tanto piccolina ma, garantisco, di gran lunga insufficiente.
Poi c'è una piccola sezione di fumetti, anche quella in crescita e una sezione mignon per la poesia. Una piccola sezione di libri in lingua originale, anche.
Poi c'è il calderone dei classici, libri scritti prima del 1950, uno scaffale dedicato alle raccolte di fiabe.
Una buona metà della biblioteca però è dedicata ai libri scritti negli ultimi settanta anni, e naturalmente i ragazzi vanno a pescare soprattutto lì.
All'epoca in cui eravamo in tre a organizzare la disposizione dei libri fu deciso di dividerli per "generi". Non da me, che lasciata a me stessa li avrei divisi come faccio da sempre per paese per poi mettere gli autori in ordine cronologico. Ma all'epoca stetti zitta perché dividere per generi mi sembrò una buona idea. Tuttora sono convinta che lo sia stata. O meglio, che lo sarebbe stata se la divisione per generi fosse stata applicata con criterio.
Il problema è che i "generi" non sono così facili da individuare.
Abbiamo elaborato dieci generi diversi.
Prima di tutto la letteratura fantasy e fantastica, e lì non ci sono (quasi) problemi, e infatti è uno degli scatoloni da cui i ragazzi pescano più volentieri.
Poi c'è Avventura, e va già meno bene. Dove la mettiamo La gabbianella e il gatto? Ci sono gli animali parlanti, ma è una storia di avventura, anche. Se mettiamo nel fantasy tutti i libri con qualche elemento fantastico quasi tutto diventa fantasy, nella letteratura per ragazzi. Tra l'altro, c'è anche il piccolo particolare che buona parte del fantasy è letteratura di avventura (e di formazione).
Seguono i gialli, che sono la terza sezione; ma sia i gialli scritti per ragazzi che molti dei gialli scritti per adulti hanno spesso e volentieri dei tratti avventurosi. Comunque lì un certo criterio di fondo si trova: ove c'è investigazione, fosse pure sul colore delle cartine da caramelle, ivi c'è un giallo.
Poi c'è la sciagurata sezione diari, lettere e autobiografie che ho accettato in un attacco di idiozia ma che temo ormai sia troppo tardi per cambiare. Il difetto principale di questa sezione, che è rimasta molto piccola, è che diari, lettere e autobiografie non sono generi, sono forme. Nella forma del diario ci puoi raccontare tranquillamente storie di mistero, dell'orrore, di avventura e via dicendo. E anche fantasy, si capisce.
Segue la sezione dedicata alla mitologia. Un tempo comprendeva anche le fiabe, ma poi le ho tolte per questioni logistiche (= non ci stavano tutte) - e anche perché spesso ci sono delle raccolte originali che andrebbero in realtà tra i classici. Ma se comincio a mettere Perrault e i fratelli Grimm tra i classici e le Fiabe italiane di Calvino nella mitologia i ragazzi ci diventano scemi e finisce che non trovano più nemmeno l'acqua in Arno.
Le sezioni successive sono fantascienza e horror, che al giorno d'oggi sono generi piuttosto scivolosi: la fantascienza comprende ormai anche le distopie; beh, le comprendeva anche prima, ma la fantascienza scritta per ragazzi di solito si basava soprattutto su astronavi, alieni in visita sulla Terra eccetera; senza contare poi che libri come Extraterrestre alla pari sono fantascienza all'incirca quanto una torta alla panna. L'horror, anche quello, un tempo ci aveva i suoi tratti ben definiti e di tendenza doveva far paura e finire male, racconti di fantasmi compresi. Ma ormai abbiamo vampiri affettuosi, fantasmi amichevoli, licantropi che si mettono insieme con la compagna di banco, mutaforma giocherelloni... insomma, a parte i Piccoli Brividichi vuole un po' di autentica letteratura da paura conviene che punti verso i classici (dove comunque manca Lovercraft, il che è una vera vergogna).
L'ottava sezione è quella dei romanzi storici, dove probabilmente ho fatto una bella sciocchezza a non separare sezioni distinte per i vari periodi limitandomi all'ordine alfabetico per autori - ma, se non altro, quella è una sciocchezza che si può rimediare in un pomeriggio, basta armarsi di pazienza e aggiungere un numero alla collocazione. Certo, anche lì c'è il non trascurabile dettaglio che buona parte di quei romanzi sono di avventura, di formazione o entrambe le cose, ma è un problema che il romanzo storico si porta indietro dagli anni della sua nascita: qualcuno se la sentirebbe di negare che I tre moschettieri  o Ivanhoe non siano a tutti gli effetti romanzi di avventura? E vogliamo parlare della categoria dei gialli storici, che oggi vanno assai di moda? Dovevo o non dovevo metterci le indagini di  fratello Cadfael o sarebbe stato meglio lasciarle tra i gialli?
Si arriva infine alla vera zona tossica: storie di formazione e storie di adolescenti. Ogni volta che le riguardo mi domando cosa mi è preso quando ho accettato sì balordo suggerimento. Insomma, eravamo tre insegnanti di Lettere, maneggiavamo libri da una vita, ci eravamo lette e rilette sterminate quantità di libri per ragazzi, nessuna delle tre aveva un problema con l'alcool... come è stato partorito quel mostro singolare? Che dio se c'è abbia pietà di noi, in quella biblioteca praticamente TUTTO il settore moderno è costituito da storie di adolescenti, che  non possono essere altro che storie di formazione visto che l'adolescenza è, per l'appunto, l'età in cui i giovinetti prendono forma!
Insomma, queste due sezioni comprendono in sé tutti quei libri che per un qualsiasi caso sono finiti in quella biblioteca, scritti negli ultimi settant'anni, che non sono fantasy né fantascienza né storici né scritti in forma di diario né polizieschi... e che non abbiamo messo nel settore "avventura" per chissà quale bislacca ragione.
Cosa distingue le "storie di adolescenti" dalle "storie di formazione"? Ce l'avevamo, un qualche criterio, quando abbiamo partorito questa duplice polpetta avvelenata?
Mettiamola così: se per un qualche caso il protagonista è adulto il libro viene sbattuto nelle "storie di formazione"; altrettanto dicasi per le storie che vanno a finire male. Tuttavia ci sono anche vicende tutt'altro che tragiche, mentre le non meglio definite "storie di adolescenti" possono essere assai drammatiche e tutt'altro che a lieto fine. Di fatto, le due sezioni sono quasi intercambiabili e alla fine la scelta di mettere un libro nell'una o nell'altra è legata soprattutto all'umore e al capriccio del giorno della bibliotecaria, che magari il giorno o il mese dopo cambia idea e corregge la catalogazione... per poi convincersi il mese ancora successivo che la sua prima intuizione era quella giusta.
Naturalmente esistono delle pubblicazioni dedicate alle biblioteche scolastiche, e in un lampo di stakanovismo me ne sono perfino procurate un po'. Come tutte e pubblicazioni del settore biblioteconomia (e archivistica) si trattava di roba di una pesantezza senza pari dove in un gran profluvio di Massimi Sistemi e di seghe minimali, in un gergo che non esito a definire barbaro* si parla soprattutto di come attrezzare una bella biblioteca scolastica (specialmente per le scuole elementari, superiori o financo materne; perché le scuole medie, è risaputo, non esistono) ricca di tecnologie avanzatissime (ai tempi della pubblicazione; ma già cinque anni dopo a leggerle sembra di andare per dinosauri) e fornita di un Bravo Bibliotecario professionista, non di roba gestita con mezzi minimali da insegnanti che ci lavorano solo nei ritagli di tempo come è da gran tempo la maggio parte delle biblioteche scolastiche. D'altra parte una biblioteca è anche una espressione d'ambiente e quel che va bene per una biblioteca scolastica di Milano non è detto che funzioni anche per quella di St. Mary Mead, senza contare che i ragazzi, che pur mi ostino a dire che sotto molti aspetti sono assai simili a quelli che mi ritrovavo come compagni quando le medie le frequentavo da allieva cambiano molto rapidamente gusti e inclinazioni, com'è sempre stato e com'è giusto e anche salutare che sia.
Ma, soprattutto, io sono una bibliotecaria-fai-da-te e, tra quei quattro gatti che insegnano nella mia scuola** sotto questo aspetto mi ritrovo piuttosto sola e non ho alcuna decana cui chiedere informazioni, consigli o anche solo appoggio morale - per tacere del fatto che ho passato gli ultimi due anni a farmi una cultura su malattie e cure nel settore gastroenterologico, che con i libri c'entra davvero il giusto.

*senza offesa per i barbari, naturalmente: è solo un modo di dire che io per prima disapprovo,. dall'alto del mio passato di medievista
**Miaow!

venerdì 17 maggio 2019

La gemma della corona - Paul Scott (dal 2020 anche "Il gioiello della corona")


Ed eccomi qui a presentare il primo volume di the Raj Quartet, ovvero una tetralogia di cinque romanzi composta di tre libri, almeno in Italia.

Ma andiamo per ordine perché la storia è un po' confusa. No, non la vicenda narrata, proprio la storia editoriale.
Tra il 1965 e il 1975 Paul Scott, scrittore inglese di una qualche rinomanza, pubblicò i quattro romanzi che formarono poi il ciclo detto "Il quartetto indiano": La gemma della corona nel 1966, Il giorno dello scorpione nel 1968, Le torri del silenzio nel 1971 e infine A Division of the Spoils nel 1975. Nel 1977 fu poi la volta di Staying On, che raccontava il seguito della vicenda e con cui Scott vinse il Booker Prize. Nel 1978 lo scrittore morì, e questo chiuse definitivamente la questione e il ciclo narrativo che a quel punto constava   di quattro, anzi cinque romanzi dedicati alla fine del dominio inglese in India. L'avvenimento principale soprattutto del primo romanzo accade nel 1942, ma la vicenda nel suo complesso comincia nei tardi anni 20 e sfuma negli anni Cinquanta. 
All'inizio i romanzi del Raj Quartet non suscitarono un grande entusiasmo, ma con il passare degli anni il successo dei libri montò e la critica ne parlò come di un capolavoro. Nel 1984 poi venne fatta una serie televisiva. 
A quel punto Garzanti decise di tradurre il Quartetto, e annunciò cotal mirabile evento con trombe e tamburi e striscioni trionfali. Spulciando la pagina culturale della Repubblica (che un tempo, incredibile ma vero, era un giornale di un certo pregio) trovai la notizia, fatta scivolare col tono di chi annuncia un evento di eccezionale portata. Forse fu proprio per questo che decisi di comprare quei libri, perché in effetti non avevo mai sentito nominare Paul Scott prima di allora né mi ero mai interessata granché dell'India o delle vicende degli inglesi in India e insomma dell'India sostanzialmente me ne fregavo*.
Comunque comprai i libri, anche se li trovavo un po' cari. Comprai il primo, comprai il secondo, poi comprai il terzo... e no, non ho mai comprato il quarto perché il quarto non è mai uscito in Italia** e figuriamoci se s'è visto il quinto, sia pure col binocolo. A quel tempo Garzanti aveva la simpatica abitudine di lasciare la pubblicazione dei cicli incompleti se così gli girava, o se detti cicli non vendevano abbastanza, o se cambiava politica editoriale oppure boh - sta di fatto che lo faceva spesso e io ci ho battuto le corna diverse volte, deprecando moltissimo la cosa.
Per fortuna Paul Scott aveva scritto quattro romanzi autoconclusivi, anche se continuavano a rigirarsi gli stessi avvenimenti e gli stessi personaggi, pur visti in chiavi e sotto punti di vista diversi - ad ogni modo finito ogni volume avevo l'impressione che a quel punto la storia fosse completa e l'autore ci avesse già detto tutto quel che gli interessava dirci, quindi non passavo il tempo a domandarmi cosa sarebbe successo dopo e cose del genere. 
Aggiungo che non mi è mai capitato di leggere qualcosa di Paul Scott in inglese, ma non lo trovavo facilissimo nemmeno in italiano e quindi non ho mai avuto la tentazione di provare a leggermi la versione originale - del resto, che c'era anche un quarto romanzo l'ho scoperto solo qualche anno fa, e sono venuta a conoscenza dell'esistenza di un quinto per puro caso la settimana scorsa, mentre spulciavo in rete per cercare qualche notizia sul quarto.
Per concludere questa contorta presentazione, aggiungerò che questo tipo di struttura mi è piaciuto molto perché amo i giochi di specchi.

Partiamo ordunque con La gemma della corona.
Siamo nel 1942, nell'immaginaria città di Mayapore. Anzi no, siamo negli anni 60 quando un... insomma, qualcuno, fa un viaggio dall'Inghilterra a Mayapore per raccogliere le testimonianze che gli permetteranno di ricostruire il dramma avvenuto tanti anni prima, una storia di violenza - da intendersi proprio come violenza carnale - subita da una giovane inglese ad opera di alcuni indiani: il fatto del giardino del Bibighar, che è un palazzo assai cadente con una storia molto particolare. Caratteristica di questo giardino è che non ci va mai nessuno... beh, quella notte però ci andarono un sacco di persone. Ma siccome di solito non ci andava nessuno la giovane inglese, Daphne, lo usava volentieri per incontrarsi col suo amico indiano Hari Kumar. Perché, di fatto, nell'India coloniale le amicizie tra inglesi e indiani non erano in alcun modo incoraggiate. Certo, non erano proprio illegali ma una giovane inglese e un giovane indiano non avevano un posto dove potessero incontrarsi per fare una chiacchierata in pace: i locali accessibili agli indiani non lo erano per gli inglesi e viceversa; restavano le case, certo: in alcune case inglesi e indiani si incontravano in amicizia, ma erano poche e soprattutto le case hanno la strana abitudine di essere abitate e una cena formale in presenza di genitori e zie non era esattamente la stessa cosa di un posto dove stare insieme tranquillamente da soli, di quella solitudine che si trova solo nei posti frequentati da molta gente come ristoranti, sale da ballo eccetera.
Daphne è nata in India ma ha passato buona parte della sua vita in Inghilterra, come Hari. E' inglese, ma del tutto priva di quella spocchia verso gli indiani che è obbligatoria per gli inglesi in India. Insomma, non sa rapportarsi con gli indiani nel modo giusto e ha la stravagante tendenza a considerarli esseri umani suoi pari. Hari è cresciuto in Inghilterra, nei college inglesi, frequentando amici inglesi e famiglie inglesi. Finché è stato in Inghilterra la cosa era del tutto normale, ma arrivato in India è ridiventato indiano e i suoi rapporti con gli inglesi sono completamente cambiati - perfino con gli inglesi che in Inghilterra frequentava senza problemi. Il guaio è che lui si sente assolutamente inglese e quindi in India si trova malissimo. Per giunta il suo rapporto con Daphne è vieppiù complicato dalla gelosia che altri provano nei suoi confronti - perché ci sono inglesi che semplicemente non sopportano che lui si consideri a sua volta un inglese. In India Hari si trova malissimo e soprattutto è terribilmente solo.
Di fatto, lui e Daphne non sono nemmeno una coppia maledetta dalle stelle, come Giulietta e Romeo: sono una coppia che semplicemente non dovrebbe esistere. Anche se non fosse intervenuto il fatto del giardino del Bibighar, lui e Daphne non avrebbero mai avuto la possibilità di diventare una coppia "normale" - insomma, di quelle che si conoscono, si frequentano, si mettono insieme e poi si sposano per iniziare una vita in comune. E' una coppia che non ha mai avuto una possibilità, e quel poco che i due han potuto fare hanno dovuto farlo di nascosto, a dispetto di tutto e di tutti, e sempre con la certezza di non avere un futuro come coppia davanti a loro. Almeno, così la vede la zia di Daphne nel secondo volume, e dopo tutte quelle pagine dedicate al perverso rapporto che lega inglesi e indiani, così finisce per vederla anche il lettore. L'unica che si è sempre rifiutata di vederla in quei termini era, appunto, Daphne - una ragazza molto coraggiosa, con quel tipo di coraggio che se non c'è un ponte ci si butta nell'acqua e si confida che la corrente ti depositerà nel punto giusto.
Il romanzo si snoda in una lunga spirale. Ci vuole tempo perché il lettore si renda conto di quel che è successo - la storia all'inizio viene presa molto, molto alla larga attraverso lunghe testimonianze, che descrivono un India dove gli inglesi abitano da estranei, costretti a fare causa comune volenti o nolenti e senza mai darsi una sola, reale possibilità di incontrarsi e capirsi davvero con gli indiani in mezzo ai quali vivono, non importa quanto intelligenti, sensibili o ben intenzionati possano essere. Daphne prova a costruire un ponte, o almeno a traversare il fiume a nuoto. Ha coraggio sufficiente per mettersi in gioco, ma il coraggio e la disponibilità non bastano, per quanto siano forti. 
Proprio per questo, forse, decide di tenere il bambino, anche se sa che non basta essere forti, anche fisicamente: sarà il suo stesso cuore a tradirla - non in senso metaforico, ma proprio fisico: già dalle prime pagine sappiamo che quella giovane inglese così forte e un po' goffa non è sopravvissuta al parto, e che ha partorito nonostante sapesse benissimo che molto probabilmente non ce l'avrebbe fatta - anche se probabilmente ce l'avrebbe fatta se avesse accettato il parto cesareo. Ma no, voleva fare le cose nel modo giusto - probabilmente nella speranza che, una volta che avesse pagato pegno per la sua insubordinazione alle leggi non scritte, le cose in qualche modo si sarebbero sistemate. Ma sembra di capire che così non è stato e la bambina che è nata come risultato di tanta sofferenza è considerata come qualcosa di intoccabile e di inaccettabile, soprattutto tra gli inglesi. Sappiamo che Daphne sarebbe stata assai lodata se avesse scelto di abortire e non averlo fatto viene considerata una ulteriore forma di insubordinazione - scopriamo così che il tanto sospirato diritto all'aborto, per cui le nostre madri si sono battute ferocemente, veniva considerato un obbligo più che un diritto in certe circostanze, ad esempio quando la razza risulta contaminata. Non dimentichiamo che siamo nel 1942, quando il razzismo era di gran moda anche tra gli inglesi, che pure hanno combattuto con tutte le loro forze contro i nazisti.
La particolarissima tecnica di narrazione, che sfrutta le testimonianze di chi già sa com'è finita la storia perché ormai è passato abbastanza tempo da saperlo con sicurezza, ci avvicina alla vicenda in modo graduale, con continui cambi di prospettiva, accostando sempre nuovi tasselli in un disegno che continua a cambiare sotto ai nostri occhi fino a solidificarsi in una immagine chiara e precisa, così come chiara e decisa è l'ultima voce che sentiamo, quella di Daphne, che contro ogni previsione riesce infine a dare la sua versione.
Sempre grazie a questa tecnica, il vero autore del disastro finale passa quasi inosservato, e agli occhi del lettore risulta al momento  una vittima delle circostanze e dei suoi demoni interiori - interpretazione nel complesso non sbagliata, ma che si arricchirà in futuro di molti aspetti imprevedibili che soltanto la misteriosa "sorella Ludmilla" riuscirà a identificare sin dall'inizio.
E' un bel libro, di quelli che continuano a tenere compagnia al lettore anche molti giorni dopo che l'ultima pagina è stata letta. Un tempo quasi introvabile, grazie all'editore Fazi si può trovare facilmente dal 2021 sia in libreria che in biblioteca col titolo Il gioiello della corona.
Con questo post (rimaneggiato nel 2023) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* da allora ho decisamente cambiato idea
** dversi anni dopo la pubblicazione di questo post le cose sono cambiate e Fazi ha pubblicato tutta la quadrilogia, compresa la Divisione delle spoglie che è uscito nel 2023. 
Arriverà mai il quinto libro? Ah, saperlo, saperlo...


mercoledì 8 maggio 2019

Ritorno a dosi omeopatiche e scoperte archeologiche (post meditativo)

Tutti gli anni, ai primi di Maggio, a St. Mary Mead c'è un giorno di mercato speciale con banchetti diversi dal solito, e  tutti gli anni la prof.Murasaki, che in questa stagione di solito viene a scuola in moto(rino) si ritrova ingarbugliata in un dedalo di sensi unici invertiti e divieti di transito nei punti più impensati che rendono una vera impresa raggiungere la scuola. Tutti gli anni la cosa per lei sarebbe molto facilmente  rimediabile parcheggiando alla stazione e affrontando la camminata di circa 400 metri che la separa dall'edificio della scuola media, ma tutti gli anni la detta prof. Murasaki casca dal pero come se mai tal mercato-fiera si fosse verificato in precedenza, e quando se ne accorge anche raggiungere il parcheggio della stazione è impresa ormai disperata, per cui tanto vale aggrovigliarsi nelle tre-quatto strade che formano l'impianto centrale del paese di St. Mary Mead finché in qualche modo misterioso la scuola appare.
E così ho fatto anche stamani, imprecando la ria sorte che ha voluto che il mio rientro dopo dieci mesi di assenza coincidesse con il mercato-fiera e approdando infine a scuola con dieci minuti secchi di ritardo che nessuno ha avuto il cuore di rimproverarmi, grazie alla bontà d'animo che ispira tutti nei miei confronti in questo periodo (all'uscita però, mentre giravo in lungo e in largo tutto il mercatino per fare shopping, imprecavo assai meno). 
La scuola era tranquilla, quasi silenziosa, e nessuno aveva niente di particolare da farmi fare.
Ho firmato il registro, scoperto che c'erano ben due scioperi in arrivo più una assemblea sindacale, guardato un po' di carte sul tavolo e accettato con bel garbo di fare una sostituzione di qui a due giorni, mi sono fatta fare una fotocopia del mio orario e mi sono infine accinta ad andare in biblioteca.
Prima però ho deciso di rimettere in ordine lo scaffale dei dizionari, che giacevano piuttosto affastellati - e sepolti tra i dizionari di inglese ho scoperto una pila di volumetti... sui parchi e le riserve in Toscana.
Nessuno ne sapeva nulla. 
Li ho esaminati. Erano bei volumetti, e l'editore Giunti li aveva prezzati sette e nove euro cadauno, che non risultava nemmeno un prezzo del tutto iniquo. Erano accurati, con bellissime illustrazioni e descrizioni accurate delle oasi protette e degli usi e costumi delle creature che li abitavano, piante o animali che fossero. 
Potevano essere un regalo per le scuole dalla Regione, un premio ottenuto in un qualche concorso, o il risultato di qualche iniziativa altamente didattica : molte e misteriose sono le vie con cui una pubblicazione arriva a scuola - ma era chiaro che nessun alunno né alcun docente li aveva mai degnati di una pur fuggevole attenzione, perché erano belli e intatti in quel modo che caratterizza solo le pubblicazioni intonse.
Così ho provato a chiedere alle custodi e ho così scoperto che quella roba - in effetti pubblicata nel 2006 e 2007 - era arrivata a St.Mary Mead poco prima di me. Alle custodi fu venne detto Di "metterle lì" e loro l'avevano messe lì, ovvero in un angolo ben riparato di un grosso armadio dove sta l'archivio delle carte della scuola, e dove mai sono arrivate le mie operazioni di riordino e dissepoltura. Da lì erano state poi spostate per far posto a non so quali fascicoli di carte, ed era stato detto loro di "lasciarli sugli scaffali".
Perché proprio sullo scaffale che dalla notte dei tempi era riservato ai dizionari di inglese?
Forse perché aveva qualche angolo vuoto (il grossi dei dizionari di inglese, comprensibilmente, nel corso dell'anno scolastico si trova nelle classi).

Mentre li sfogliavo meditavo. Erano chiaramente libretti nati con delle pretese. Erano stati fatti, progettati ed eseguiti con cura. Un classico "sussidio scolastico". Poi erano arrivati alla scuola di St. Mary Mead e il loro destino era stato un malinconico letargo in un angolo buio di un armadio assai scarsamente frequentato. Potevano essere usati per Scienze o per Geografia, e pure per educazione civica - o almeno per decidere dove portare le classi in gita scolastica. Con un po' di buona volontà, perché erano un buon numero ma non sufficienti per una classe, nemmeno per le classi di St. Mary Mead che a volte sono davvero poco numerose.
Adesso che li ho trovati ne catalogherò una copia per la biblioteca dei ragazzi e una copia la metterò nella sezione locale della biblioteca per gli insegnanti.
Non è il primo caso che incontro di Cadavere da Progetto Didattico che lo Stato ci offre e che viene prontamente accantonato senza nemmeno guardarlo. Del resto, può essere molto utile a un insegnante che imposta un certo tipo di programmazione, ma può risultare abbastanza inutile per tutti gli altri che lavorano in altro modo (e di certo non può risultare di alcuna utilità per chi nemmeno sa che esiste). 
Come quella bella serie di DVD sugli etruschi che arrivarono quando già i programmi di storia delle medie partivano dalla caduta dell'impero romano da tre o quattro anni, e comunque all'epoca non avevamo nemmeno mezza LIM, anzi nemmeno sapevamo che le LIM esistevano.
Beh, certo, l'intenzione di chi li ha mandati era buona, ma forse l'arrivo andava un po' concordato.

Molti si domandano spesso come fa lo Stato italiano ad avere il deficit che ha, e ne conclude che i politici non fanno altro che rubare.
Senza voler dubitare della tendenza di molti politici a rubare, ecco, a volte penso che una delle risposte possa essere in quelle massicce donazioni di volumetti e DVD scarsamente ponderate. Certamente non sono state loro a darci il terzo debito pubblico del mondo, ma hanno pur sempre svolto una loro piccola ma indispensabile parte in tutto ciò.

venerdì 3 maggio 2019

La crociata dei gatti - Wilhelm Speyer

Il libro che vado a presentare oggi è una storia di pazzi e il lettore italiano del XXI secolo è portato a sgranare gli occhi sempre di più mentre lo legge.
Dire che è una storia di pazzi tuttavia non è lo stesso che dire che manca di un suo fascino, e aggiungo che il fascino è solo in piccolissima parte dovuto ai gatti, che nonostante il titolo e la storia fanno solo minime comparse - che forse è un peccato, ma l'autore probabilmente non ha avuto torto a regolarsi così.

Tutti noi abbiamo sentito parlare di molte crociate: la prima crociata, la crociata contro gli albigesi, la crociata bizantina, la crociata dei bambini, le crociate contro Internet eccetera. Di crociate dei gatti però credo che nemmeno il più esperto di storia abbia mai sentito dire niente - e a ragione, perché non c'è stata. Sarebbe magari più esatto parlare di una crociata per i gatti, ma comunque storicamente non è attestata nemmeno quella.
Il libro tra l'altro nell'originale tedesco avrebbe un titolo diverso, che fa riferimento alla lotta sostenuta da una classe di liceo. La vicenda ivi narrata è inventata di sana pianta - insomma si tratta di un racconto di fantasia, scritto da un tedesco di origini ebraiche nel 1928, tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 (con in copertina un fantastico gatto certosino che guarda il mondo con aria sognante) e purtroppo completamente dimenticato per molto tempo. Nel 2006 è stato pubblicato dalla casa editrice Medusa con lo stesso titolo e una nuova traduzione,  e a quel che ho capito è tuttora in commercio per chi avesse voglia di comprarlo - che non sarà operazione indolore perché spennano l'acquirente con ben 16,50 euro per un volumetto di 172 pagine che oltretutto contiene una non scarsa quantità di errori di stampa. Il quadro in copertina, dipinto da tal George Cruiksbank nel XIX secolo,si intitola Pioggia diluviana immagino si riferisca al celebre detto inglese "piovere a cani e gatti" che sta ad indicare una pioggia molto intensa.
Siamo alla fine degli anni 20, in Germania, in un liceo classico e quindi ci sono tutte le caratteristiche di ogni liceo classico dell'epoca: rivalità tra le classi, precise gerarchie sociali anche all'interno delle classi in questione, rapporti talvolta conflittuali con gli insegnanti e una popolazione in gran prevalenza maschile. Come tutti i licei dell'epoca è diviso in un ginnasio di due anni e in un liceo di tre (quindi la prima liceo è il terzo anno delle superiori e via scorrendo; mi pare che ora invece in Italia anche il classico sia diventato una normale scuola in cinque anni dove il primo anno si fa la classe prima, il secondo la classe seconda eccetera - che non mi sembrerebbe poi una cosa così illogica).
Il liceo però afferisce a una particolare scuola di pensiero sull'educazione, diffusasi tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX in diverse zone d'Europa, che richiede grandi spazi aperti intorno alla scuola (boschetti, laghetti, campi coltivati e via dicendo) e fa passare ai ragazzi la maggior parte della giornata all'aperto, a contatto con la natura e li coinvolge anche in lavori manuali. Troviamo così i nostri liceali che riparano staccionate, tengono con sé animali da compagnia (che rispondono soprattutto ai loro padroni umani anche se appartengono a tutta la classe) assai ben tratteggiati nella loro natura canina e felina (ahimé, in realtà il gatto è uno solo), coltivano campi aiutando i contadini del luogo e insomma fanno un sacco di cose che noi al liceo non saremmo mai stati capaci di fare nemmeno se ci avessero sparato. A proposito, c'è anche una ragazza nella Prima, Daniela: è una sorta di leader spirituale della classe, tenuta in una considerazione che somiglia molto all'adorazione e che come arma ha arco e frecce, mentre i ragazzi si contentano di spade di legno (no, noi al liceo non avevamo né arco né frecce e nemmeno spade di legno e ripensandoci è un vero peccato).
L'ambientazione dunque è piuttosto particolare. Ma che dire dello stile della narrazione? E' epico, assolutamente epico e molto, molto omerico. Più che giusto perché a un liceo classico, e in particolar modo in un liceo classico tedesco di inizio secolo, nella letteratura greca ci si vive, inzuppati come tante madaleine nel tè e il linguaggio omerico finisce per essere la lingua di tutti i giorni. Daniela per esempio per buona parte del romanzo... è Achille, ritiratasi sotto le tende, pardon, in un suo territorio personale nel bosco, a seguito di un torto che le è stato fatto (o che ritiene le sia stato fatto?) e i compagni non osano avvicinarla per chiederle di tornare tra loro anche se lo vorrebbero più di ogni cosa al mondo.
Mentre il lettore arranca sempre più stranito in una realtà assai particolare e descritta in tono epico, la trama si avvia - perché c'è una trama per quanto epica e un po' delirante, e riguarda un pellicciaio a caccia di pelli di cane e di gatto che la classe è decisissima a non fargli avere perché convinta che le pelli dei cani e dei gatti stiano bene addosso ai cani e ai gatti cui appartengono per diritto di nascita. Decidono perciò non soltanto di intervenire in difesa dei loro animali, ma anche di quelli che abitano la città lì vicino, che siano randagi oppure abituati a vivere in famiglia. A tal scopo si organizzano con gran cura, elaborando un piano complesso e ben ramificato, cercano di ottenere la complicità o almeno il silente appoggio degli insegnanti, affrontano con grande coraggio ma anche con mirabile dialettica le autorità civili della del luogo...
Se lo spunto non è poi molto insolito nella narrativa per ragazzi dell'epoca, la trama che lo sviluppa è assai originale e lo stile di narrazione è decisamente folle, di quel tipo di follia che affascina oltre a far sgranare gli occhi.
Non so quanto possa essere appetibile per un ragazzo normale di oggi, salvo le solite eccezioni che più gli dai un libro particolare e più li fai contenti. Di sicuro non è il classico libro dove il lettore non deve fare altra fatica che quella di compitare le parole una dopo l'altra e tutto gli si squaderna davanti con grande chiarezza e senza tanti giri di parole; certamente non è scritto in uno stile asciutto e piano. Ma c'è dentro parecchio, e il lettore contemporaneo che sa cosa successe in Germania qualche anno dopo gode di un vantaggio rispetto ai primi lettori e ci trova una serie di spunti che fanno decisamente riflettere. Ad ogni modo ho deciso di comprarlo per la biblioteca di scuola e probabilmente anche per la mia, perché voglio rileggerlo.
La narrazione è corale e non c'è un vero protagonista. Due personaggi però spiccano tra la folla: Daniela, che compare pochissimo (ma sempre in momenti determinanti) pur essendo molto spesso evocata, nei pensieri più che nelle parole; e Borst, il più giovane, il più ingenuo, il più sprovveduto e il più imbranato dei protagonisti possibili, che come tutti i protagonisti imbranati più di una volta risolve le situazioni più aggrovigliate in modo apparentemente pasticciato ma in realtà molto acuto e  che nel corso della storia vive una sua personale iniziazione.

Con questo post che nonostante le apparenze ha scarso contenuto felino partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro felici letture in questo fine settimana che promette pioggia e gelo e che quindi alle letture sembrerebbe adattissimo - anche se, immagino, prima o poi anche quest'anno la primavera si degnerà di arrivare.

giovedì 2 maggio 2019

Murasaki torna a scuola per prova (post a bassissimo contenuto scolastico)


Passato il primo periodo in cui si comincia pallidamente a riaversi la convalescenza diventa un affare piuttosto faticoso, soprattutto quando si riparte da una base molto, molto bassa. Il primo giorno che mi sono vestita normalmente invece di buttarmi addosso una vestaglia sulla camicia da notte infilarmi le calze è stata impresa lunga e laboriosa. Il primo giorno che sono uscita semplicemente per fare un giro a piedi (per qualche settimana mi ero limitata ad andare, appunto in camicia da notte e vestaglia, a portare la spazzatura ai cassonetti del condominio, in un gran tubare di mirallegri dei vicini che mi vedevano finalmente riaffiorare alla luce del sole) barcollavo come un ubriaca e facevo dei gran giri per evitare anche il minimo gradino. Il primo giorno che ho salito il gradino per entrare nella corriera che mi doveva portare in paese mi sono dovuto aggrappare ai pali della corriera medesima e sono pure stata aiutata da un gentile passeggero. La prima volta che ho preso un treno ho ringraziato la mia buona sorte che fosse un treno che arrivava al livello del marciapiede, e non sto a dire che impresa è stata fare le prime rampe di scale.
Pian piano gli orizzonti si sono allargati e ho cominciato a fare le prime spesucce di pane e latte al negozio a 500 metri dal condominio, sono arrivata in paese a piedi, sono andata in biblioteca a cambiare i libri, ho fatto il mio primo pranzo al ristorante sushi (wow!).
Negli ultimi giorni ho affrontato tre prove molto ambiziose. La prima è stata andare alla Mostra dell'Artigianato a Firenze (che è una delle attività più faticose che ci siano), poi ho accompagnato Dolcezze e famiglia a visitare Santa Croce e relativo chiosco più il Museo del Bargello (e anche il turismo è davvero faticoso!) con relativa pausa pizza e oggi infine sono tornata a scuola - perché l'ultimo certificato scade Domenica, ma uno vorrà pur provare se riesce a fare tutto il complicato tragitto, giusto?
In realtà quest'ultima prova è stata di gran lunga la più leggera perché, complice una rara giornata di bel tempo, ho fatto il tragitto in moto, ben avvolta in uno spesso piumino - che il due di Maggio, magari, non è la tenuta più consueta, ma d'altra parte questa è una primavera di quelle che fa quel che vuole, cambiando idea anche quattro volte al giorno. 
Ho così potuto finalmente vedere il mio supplente - o, per meglio dire, colui che quest'anno ha fatto tutto il lavoro che lo Stato aveva assegnato a me e continuerà a farlo fino alla fine dell'anno, salutare i colleghi... e rientrare nella Biblioteca della scuola, che durante la mia assenza è diventata una stanza decisamente disordinata perché i ragazzi hanno continuato a prendere libri in prestito, com'era giusto, ma nessuno ha pensato a rimetterli a posto; e così so già come passerò la mattinata di Lunedì.
Durante la mia assenza naturalmente molte cose sono cambiate, in particolare in Sala Insegnanti: i due divani sono stati disposti in modo nuovo e più pratico,  è stata acquistata una macchinetta per fare il caffè con le cialde e l'armadio che avevo quasi vuotato con grande dedizione e pazienza ha un intero palchetto occupato da tazze, cialde, cucchiaini e altre indispensabili attrezzature. E' sempre bello accorgersi che qualcosa che hai fatto è servito a qualcuno, e dopotutto a Sostegno rimangono altri quattro palchetti.
Prima di tornare a casa ho pure fissato l'appuntamento dal parrucchiere: i miei poveri capelli, che durante l'estate se n'erano andati quasi tutti, hanno infatti ricominciato a spuntare e poi a crescere ognuno per conto suo*, col risultato che adesso ho un grazioso look da ananasso, e in parecchi mi hanno esortato a darci un bel taglio per permettergli di ricrescere in modo più assennato anche se meno originale; e dopotutto sono d'accordo anch'io che le creste punk hanno sì i loro lati positivi, ma stan bene solo ai ragazzini.
Ma non è detto che sarà l'unico cambiamento: strane nubi vanno infatti assemblandosi minacciose nel quieto cielo di St. Mary Mead...
Ma di ciò parlerò più chiaramente solo quando tutti noi avremo cominciato a capirci qualcosa, o meglio quando finalmente ci sarà qualcosa da capire - insomma, quando il Comune si sarà infine dato una svegliata.

* mio padre un giorno guardandomi mi citò un personaggio di Boccaccio che "non aveva un capello che ben si volesse con l'altro" (citazione a memoria) - ed è davvero una descrizione perfetta!