Il mio blog preferito

venerdì 11 gennaio 2019

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen



Premetto di essere ben consapevole che presentare Orgoglio e Pregiudizio al Venerdì del Libro di Homemademamma, dove l'hanno letto e riletto praticamente tutti, ha un po' dell'assurdo; d'altra parte è il libro più famoso di Jane Austen e sarebbe ingiusto lasciare da parte proprio lui, mi sembra - anche perché è uno dei miei libri preferiti. 

Iniziamo con la consueta premessa: ebbene sì, anche questo è il primo romanzo di Jane Austen, proprio come già si è detto di Ragione e sentimento e de L'abbazia di Northanger; perché in effetti la cronologia dei romanzi di Austen è piuttosto ingarbugliata; tuttavia esiste la concreta possibilità che questo sia davvero il primo romanzo, quello da cui tutto cominciò. 
Sappiamo che una prima versione, dal titolo First Impression, venne rifiutata da un editore nel 1797. In seguito Jane Austen lo riscrisse, cambiando il titolo in Pride and Prejudice e agli inizi del 1813 l'editore Egerton si degnò di comprarlo, pagandolo ben 110 sterline - senz'altro un buon affare, considerando che si tratta di un libro che dopo due secoli è ancora lettissimo e popolarissimo in tutto il mondo.
Orgoglio e pregiudizio è considerato un capostipite del genere rosa (pur non essendo affatto un "romanzo di genere" e presentando un intreccio del tutto originale per l'epoca), in particolare di quello specifico ramo della letteratura rosa particolarmente caro ai romanzieri americani dove i due protagonisti litigano furiosamente per quasi tutto il libro, mostrandosi grandissimo schifo e avversione reciproca, fin quando, a dieci pagine dalla fine, si confessano profondamente innamorati l'uno dell'altro fin da pagina due. Rispetto al romanzo di Jane Austen occorre però considerare che l'antipatia di Elizabeth verso Darcy è autentica, genuina e basata su motivi piuttosto validi agli occhi dell'osservatore spassionato, primo fra tutti il notevole torto che Darcy fa a Jane, l'amatissima sorella di Elizabeth, ostacolando come meglio gli riesce la sua unione con Bingley.

Una delle critiche più frequenti (maschili, di solito. Sarà un caso, visto che si tratta di uno dei personaggi più apprezzati a tutt'oggi dal pubblico femminile? Ah, saperlo, saperlo!) rivolte al romanzo riguarda per l'appunto Mr. Fitzwilliam Darcy: troppo irreale, troppo idealizzato, addirittura negativo perché induce le fanciulle in fiore a coltivare eccessive aspettative verso ciò che un uomo può essere, che finiscono a tutto svantaggio di un comune mortale di sesso maschile che esce inevitabilmente schiacciato dal raffronto. E tuttavia, se devo essere sincera, io tutta questa grande e impareggiabile perfezione in Fitzwilliam Darcy non ce l'ho mai vista: al netto  delle caratteristiche che hanno tutti i protagonisti maschili destinati alle protagoniste femminili dei romanzi austeniani, ovvero notevole bellezza, una discreta intelligenza ed elevati principi morali, si tratta infine di un uomo superbo, scontroso, tutt'altro che conviviale, ricolmo di pregiudizi sociali e ostinatamente convinto di avere sempre e comunque ragione - un tipo di carattere che Jane Austen riutilizzerà anche in seguito, ad esempio con Emma nel romanzo omonimo e con Mr. Bertram in Mansfield Park, con cui ha in comune anche un altro paio di caratteristiche, ovvero la capacità di innamorarsi profondamente e quella di ammettere, davanti alla più plateale evidenza, di avere avuto torto; entrambe sono caratteristiche, mi sembra, non del tutto introvabili in un essere umano, e in effetti conosco molte persone - tra cui me stessa medesima - che, trovandosi strette all'angolo o anche semplicemente convinte dall'evidenza dei fatti, hanno francamente ammesso i loro errori e fatto poi del loro meglio per porvi rimedio cambiando atteggiamento e comportamenti. E siamo d'accordo che secondo certi moderni codici culturali il Vero Uomo non deve mai ammettere di avere torto, ma tutti sappiamo che per fortuna, nel mondo reale, le cose vanno un po' diversamente.

Il mio primo ricordo legato a Orgoglio e pregiudizio risale al 1970, quando mia madre me lo lesse mentre ero allettata per un malanno. Giovane e implume com'ero, senza ancora aver preso la licenza elementare, seguii benissimo lo sviluppo delle varie storie d'amore e delle battute di Caccia al Marito da parte delle varie famiglie ma mi sfuggirono quasi completamente le implicazioni legate alla scala sociale. In compenso rimasi molto favorevolmente colpita dall'estrema libertà delle Bennet e delle Lucas (e di tutte le altre ragazze solo intraviste) che andavano, venivano, viaggiavano, giravano per paesi e negozi a coppie e a gruppi e talvolta anche da sole e gestivano la loro vita sentimentale in perfetta autonomia:, tanto che si andava a "parlare col padre" solo dopo aver ricevuto il consenso della ragazza. Nel complesso quelle ragazze inglesi mi sembravano più libere delle donne che mi circondavano, e certamente erano molto più libere delle loro contemporanee francesi (non parliamo delle italiane per pietà) e, caso mai, avrebbero potuto assorellarsi alle protagoniste di Piccole donne.
Ricordiamo gli anni: fine Settecento, inizi Ottocento, in Inghilterra avevano Elizabeth Bennet, in Italia avevamo Lucia Mondella. Seconda metà dell'Ottocento: negli USA avevano Amy, Beth, Jo e Meg March, in Italia avevamo la Mena dei Malavoglia. Davvero è così strano che i giovinetti dei nostri anni abbiano qualche difficoltà ad appassionarsi ai Grandi Classici della nostra letteratura dell'Ottocento?

Le varie ragazze presenti nel romanzo (le cinque sorelle Bennet, le due sorelle Lucas, Miss Bingley, la scialba De Bourgh e Giorgiana Darcy) sono tutte assolutamente reali. Oh sì, tutti i personaggi di Jane Austen sono costruiti con eccellente realismo ma in particolare le sorelle Bennet sono tra i personaggi più realistici della letteratura occidentale, a cominciare da Jane, tanto bella quanto amabile e che per principio non pensa mai male di nessuno senza prove schiaccianti e qualche volta nemmeno in presenza di quelle; segue poi Elizabeth, brillante ma non impulsiva, dotata di senso dell'umorismo ma priva di meschinità, soggetta però a farsi deviare dai pregiudizi della collettività che la circonda, a suo agio in ogni ambiente sociale senza formalizzarsi né vergognarsi inutilmente, perfettamente capace di tenere testa a chiunque cerchi di calpestare i suoi diritti; la pedante Mary; la scialba Kitty sempre in cerca di riferimento cui attaccarsi come una vongola allo scoglio, fosse pure la sorella minore; ma soprattutto quel capolavoro insuperabile che è Lydia -giovanissima, frivola, vivace, irriflessiva, sventata fino all'incoscienza più totale - eppure capace di uscire indenne e in buona salute dai peggiori colpi di testa, pronta a corteggiare e farsi corteggiare da qualsiasi bel giovane che porti una divisa addosso, capace di scegliersi per marito "il peggior gentiluomo d'Inghilterra" sull'onda di una travolgente  infatuazione ma di non perdere mai, in seguito, il diritto alla rispettabilità che il matrimonio le aveva dato: niente scandali per lei, niente fughe, niente intrighi peccaminosi e relazioni adulterine: sposata a sedici anni al peggiore (e più insolvente) gentiluomo d'Inghilterra a lui resterà fedele e si comporterà da moglie rispettabile e onorata. Abbiamo mai incontrato o conosciuto qualcuno come Lydia? Personalmente sì, a tonnellate, e sono tutte donne che a conti fatti non se la sono cavata né meglio né peggio nella vita di tante di noi. 

Solo in età adulta mi colpì l'aspetto economico della vicenda - che in realtà nel libro è presentato molto chiaramente e senza infingimenti sin dalle prime pagine, sì come Jane Austen è solita fare: come in tutti i suoi romanzi ogni protagonista matrimoniabile (e anche molti matrimoniati) girano portando un invisibile insegna che indica la loro rendita o retribuzione, e così siamo subito informati che Charles Bingley va per le 5.000 sterline, Fitzwilliam Darcy ne vale 10.000 (che, sì, è una cifra quasi da favola) e che il reverendo Collins è un partito più che discreto, che oltre ad un beneficio ecclesiastico non indegno ha la prospettiva di ereditare una rendita e terreni per 2000 sterline l'anno mentre George Wickham, per quanto avvenente, affascinante e simpatico non ha il becco di un quattrino e dunque come partito non si presenta affatto bene.
La famiglia Bennet sotto questo aspetto vive assai pericolosamente, in costante equilibrio su una lama di rasoio di cui solo Mrs. Bennet sembra consapevole, ma di cui Mr. Bennet conosce bene le insidie. I due coniugi si studiano di evitarle, ma lo fanno in modo contraddittorio, come se non si fossero mai rassegnati al crudele tiro che la sorte gli ha giocato.
Provo a spiegarmi più chiaramente: Mr. Bennet vive con una rendita di 2.000 sterline annue (che non sarebbe affatto male), lui, la moglie e le cinque figlie in età da marito, non una delle quali all'inizio del romanzo è nemmeno vagamente fidanzata - e Jane, la maggiore, va ormai per i ventidue anni.
La rendita di Mr Bennet è però vincolata a un erede maschio - le cinque figlie sono state concepite e partorite appunto nel tentativo di avere quel maschio che non è mai arrivato, finendo così per aggravare quel problema che avrebbero dovuto risolvere; e alla morte di Mr. Bennet la proprietà andrà a un parente laterale della famiglia, tale Mr. Collins.
il ramo materno per giunta offre assai poco: 1.000 sterline a testa non sono esattamente una dote di gran lusso.
Le prospettive delle ragazze sono dunque potenzialmente drammatiche se almeno una di loro non riesce a fare un buon matrimonio, ma la prospettiva non sembra togliere il sonno a nessuno, nemmeno alla madre che, pur accusando sul tema "matrimonio" frequenti crisi di nervi (come fa davanti a qualunque contrarietà, per quanto esigua) non ha niente in contrario che due di quelle ragazze perdano la testa ogni settimana per un giovane ufficiale diverso (e i giovani ufficiali, si sa, di solito sono cadetti o comunque squattrinati).
Le cinque ragazze Bennet sono state tirate su come principesse o perfino meglio: chi ha voluto studiare l'ha fatto con appositi maestri, chi era pigro ha potuto dedicarsi tranquillamente a cose più divertenti di canto, pittura, disegno, ricamo di paraventi o studio delle lingue (che, stando a una molto interessante conversazione di un gruppo di personaggi all'inizio del romanzo, costituiscono la lista delle materie che formano l'educazione femminile, e dietro il tono giustamente polemico di Fitzwilliam Darcy si intravede in trasparenza una Jane Austen ancora più polemica).
Inoltre nessuna delle cinque sorelle Bennet si è mai immischiata nella conduzione della casa: in una conversazione molto illuminante anzi Mrs. Bennet accenna con un certo disprezzo a Charlotte Lucas che era attesa a casa per le polpette (o per la torta di mele, dipende dalla traduzione) puntualizzando con Mr. Bingley che non capiva l'utilità di impegnare le ragazze nella gestione domestica quando si disponeva di servitori che sapevano fare il loro mestiere, e sottintendendo così che le sue figlie, in cucina, nemmeno ci entravano. Sia Jane che Elizabeth in effetti sembrano molto più adatte a gestire ampie dimore come Pemberley o Netherfield piuttosto che una piccola canonica dove ogni centesimo andava speso con cura e molte spese evitate; e quando Mr. Collins prova, piuttosto sennatamente, a risolvere la questione del vincolo sulla proprietà di Mr. Bennet sposando una delle ragazze della  nidiata, non si rende conto della fortuna sfacciata che ha avuto ricevendo un franco rifiuto da Elizabeth, la fortunata prescelta, che davvero in quell'occasione fa del suo meglio per garantirne la futura felicità appunto rifiutandolo.
In occasione di quel rifiuto, che la madre prenderà malissimo, Mr. Bennet si schiera con decisione dalla parte della figlia, non solo perché se non lo vuole ha tutti i diritti di non sposarlo, ma (anche se non lo dice esplicitamente) anche e soprattutto perché Mr. Collins è un uomo noioso in modo esasperante e non sarebbe quindi adatto come carattere a Elizabeth. Un discorso molto franco in proposito lo fa anche più verso la fine del libro quando mette in guardia Elizabeth dallo sposare Mr. Darcy solo perché è un uomo estremamente ricco e con una bella villa e la prega di non dargli il dispiacere di vederla sposata ad un uomo che lei non apprezza - e solo dopo una lunga serie di rassicurazioni da parte della figlia si decide infine a dare il suo consenso. Mr. Bennet, come ci spiega l'autrice senza mezzi termini, conosce tutti i difetti che può avere un matrimonio senza amore (nache se, nel suo caso, l'amore se ne è andato quando ha imparato a conoscere la sua consorte, che a suo tempo aveva liberamente scelto).
Nei romanzi di Jane Austen infatti il codice morale condiviso da tutte le protagoniste (ma anche da numerosi genitori) è molto chiaro: ci si sposa per amore e solo per amore, anche se chi ha buon senso cerca di evitare l'indigenza - e qualsiasi altro motivo è profondamente immorale; e si decide in proprio, senza farsi deviare da considerazioni mercenarie e tenendo in scarsa considerazione l'opinione della famiglia dello sposo, perché il matrimonio è per definizione un affare che va gestito in base alle inclinazioni dei due futuri coniugi. Anche la dolcissima e ragionevolissima Jane assicura la sorella che non esiterebbe un momento a sposare Charles Bingley nonostante l'ostilità delle di lui sorelle a questo matrimonio, così come Elizabeth, davanti alla minaccia di Lady de Bourgh di trovarsi ostracizzata dalla famiglia di Mr. Darcy qualora decidesse di sposarlo risponde con una variante nemmeno troppo confettata del "Ecchissenefrega": siamo lontani centinaia di miglia  dalle protagoniste di Trollope che respingono le proposte di gentiluomini che pure amano perché la madre di lui sarebbe ostile al matrimonio, o cose del genere.
Eppure proprio in Orgoglio e pregiudizio abbiamo anche l'unico caso del canone austeniano dove un matrimonio dettato dall'interesse non sembra destinato ad una triste fine.
Mr. Williams infatti, dopo il rifiuto di Elizabeth verrà garbatamente preso di mira da Charlotte Lucas - quella che sa fare le polpette (o la torta di mele, dipende dalla traduzione) e che, sfruttando con molta delicatezza la situazione, consola lui e solleva lei dalla triste sorte di avere un gattino appeso alle sottane riuscendo nel giro di pochi giorni a farsi chiedere in matrimonio a sua volta. Lo accetterà, e si rivelerà una moglie ideale per lui, non solo in virtù del suo tatto, del suo notevole buon senso e della sua preziosa capacità di non sentire all'occorrenza le scempiaggini dette dal marito, non solo per la mirabile pazienza nel sopportare Lady Catherine de Bourgh e le sue continue ingerenze, lusingandola senza la viscida e meschina lecchineria del suo consorte, ma soprattutto gestendo con grande accortezza e prudenza la canonica, il pollaio (pollaio! Altro che polpette, o torte di mele!) e tutti gli annessi e connessi, facendoli fruttare al loro meglio e tenendo una contabilità attenta e precisa, senza sprechi ma anche senza particolari ristrettezze.
In effetti il matrimonio di Charlotte viola tutti i principi che per sei romanzi le protagoniste dei suoi romanzi rispettano scrupolosamente, perché Charlotte non solo sposa Mr. Collins senza amarlo, ma senza nemmeno provare per lui stima, affetto, complicità o uno qualsiasi dei sentimenti che tengono unita una coppia. Ma se non ama suo marito, in compenso Mrs. Collins ama molto il di lui beneficio ecclesiastico con annessa canonica e la sicurezza economica che le garantisce, e la possibilità di avere una casa tutta sua da organizzare.
E' un matrimonio di convenienza  - per entrambi, in verità, perché non si osa nemmeno immaginare cosa ne sarebbe stato di Mr. Collins nelle mani di una donna sciocca, o anche solo priva di discrezione e di tatto - ma scelto con lucidità da una persona perfettamente in grado di valutarne i pro e i contro, e soprattutto priva di alternative valide (teniamo conto che ha ventinove anni e una dote piuttosto modesta; e non dando l'impressione Charlotte di essere un animale a sangue eccezionalmente caldo, si finisce per farsi l'impressione che nei tempi lunghi i pro prevarranno sui contro, specialmente quando arriveranno dei bambini.
Elizabeth critica molto la scelta di Charlotte, in cuor suo e con Jane; e quando Jane prova a convincerla che forse Charlotte nutre un certo affetto per il suo futuro sposo, se ne esce con una delle mie frasi preferite del romanzo: Se dovessi pensare che Charlotte nutre della stima per Mr. Collins avrei del suo cervello un'opinione anche peggiore di quella che ho adesso del suo cuore.
Ma sarà proprio questo bizzarro matrimonio, destinato probabilmente per la sua stessa bizzarria a rivelarsi meno azzardato del previsto a mettere in moto una delle parti più importanti dell'intreccio - il quale intreccio è così ben impostato ed equilibrato, con gli avvenimenti che zampillano gli uni dagli altri in perfetta naturalezza, da essere universalmente riconosciuto come uno dei migliori della storia della letteratura.

Consigliato a tutti e soprattutto a tutte; perché, se è vero che chiunque passi da qui quasi certamente l'ha letto e probabilmente anche riletto, tuttavia può sempre rileggerlo ancora, perché ogni scusa è buona per leggere e rileggere Orgoglio e pregiudizio e trovarci ogni volta qualche nuovo motivo di apprezzamento e ammirazione.

Il cantante, canadese, si chiama Chris De Bourgh e la canzone High On Emotion racconta un colpo di fulmine. 
Jane Austen non si fida molto dei colpi di fulmine anche se spesso le sue coppie provano una forte attrazione sin dai primi incontri - pur se non in Orgoglio e Pregiudizio. Ad ogni modo la canzone mi piace molto, e l'ho sempre associata a questo romanzo a causa del cognome del cantante; e siccome ho sempre sentito gli inglesissimi vj di Videomusic pronunciare il nome del cantante Chris De Bérg ho sempre pronunciato De Bérg anche Lady Catherine, non so se a torto o a ragione.

martedì 8 gennaio 2019

Memorie di una acciughina debole e stressata

Le specie di pesce azzurro sono in realtà molto più numerose. Qui ad esempio mancano pesce sciabola, sugarello, tonnetto, tonno, pesce spada, ricciola, cefalo, aringa e altri
La notte dell'Epifania del 2017 qualcosa nel mio - fino a quel momento - fedele ed affidabile metabolismo si spezzò, e l'ernia ombelicale decise di strozzarsi. Non lo sapevo ma era l'inizio di una nuova vita, qualcosa di molto simile alla carta dei Tarocchi col crollo della Torre - quella che Rowling utilizza come base per raccontare la morte di Silente, per intendersi: una brusca fine che porta a un nuovo inizio.
La fase in verità rischiò seriamente di essere solo una brusca fine, ma al termine dell'intervento, che la chirurga definì "importante" agli amici che avevano ansiosamente aspettato per più di due ore, si poteva ragionevolmente supporre che oltre alla brusca fine ci sarebbe stato anche il nuovo inizio.
L'inizio della convalescenza fu un piacere: ogni giorno un pendaglio in meno e una nuova conquista in più: riprendere a bere, stare in piedi, camminare, vedere le flebo via via sostituite da pasticche...
Persi qualche chilo, naturalmente. Molti di più ne persi quando ripresi a mangiare, perché non mangiavo quasi niente: il mio leggendario appetito sembrava avermi abbandonato. Ho un ricordo vagamente allucinato di me che mi sforzavo di mandare giù una matassina di quaranta grammi quaranta di tagliatelline come unica componente del pasto e di un paio di giorni in cui il mio stomaco rifiutò con decisione di avere a che fare con qualsiasi cosa che non fossero cucchiaini di miele (neanche tanti), per non parlare delle crisi di rigetto che mi davano il pane (davvero inconcepibile) e la carne arrosto (inconcepibile perfino al di là dell'inconcepibile).
In queste condizioni non mi meravigliai certo nello scoprire che continuavo a dimagrire: con quattrocento calorie al giorno chiunque dimagrisce, anche facendo una vita molto sedentaria, e le brusche esortazioni dei medici del tipo lei deve mangiare delle belle bistecche! non miglioravano granché la situazione.
Per la prima volta in vita mia avvertii una certa solidarietà con quelle a me estranissime creature  nomate "anoressici" quando si lamentavano che dirgli "devi mangiare" non li aiutava più di tanto  perché non era una questione collegata solo alla loro volontà.
Per la prima volta mi resi conto di quanto irritanti, offensive e arroganti fossero quelle stupidissime pubblicità sulla prova costume. E perché dovrei aver paura della prova costume, anche se peso quanto mi pare? Chi l'ha detto e stabilito che devo dimagrire? COME OSATE intasare la mia rispettabile casella di posta elettronica con la pubblicità dei vostri insulsissimi prodotti e "metodi" che a memoria d'uomo e di donna non hanno mai fatto dimagrire alcuno? E perché siete convinti che l'unico scopo della mia vita sia dimagrire e incrementare le dimensioni del mio pene*? Soprattutto, cosa ne sapete, VOI, di come si dimagrisce, cosa vuol dire dimagrire e com'è complicato a volte tutto il meccanismo?

La rabbia contro i venditori di improbabili creme e tisane dimagranti non mi passò, ma piano piano l'appetito tornò. Non mangiavo proprio come ai vecchi tempi, ma più che abbastanza per mantenermi dignitosamente in vita. Anzi, cominciavo a trovare divertente il fatto di cercare di mettere più olio nell'insalata, più burro e marmellata sul pane, più condimento sulla pasta.
I vestiti smisero di tirarmi, cominciarono a piombarmi addosso in modo fantastico... poi arrivò l'era delle spille da balia per sostenermi le gonne in vita. Mi muovevo con ritrovata agilità, accavallavo le gambe senza problemi, passavo quasi dappertutto...
Non c'erano particolari problemi di guardaroba: un look di tipo molto ammantato come il mio sfidava il tempo e le taglie e anche gli sbalzi di qualche decina di chili. Io però mi sentivo un po' spaesata: cambiare tre o quattro taglie in pochi mesi è traumatico, ho scoperto. Ci sono difficoltà spaziali e di bilanciamento difficili da spiegare (e perfino da capire), come se quel nuovo corpo ti appartenesse solo fino a un certo punto.
Dopo essermi vista come una persona tutto sommato di stazza media, a dispetto di tutte le apparenze fenomeniche, adesso che la mia stazza era rientrata davvero nella media avevo dei problemi abbastanza seri con la mia immagine allo specchio.

Tutte queste sono cose che si superano, naturalmente. Il mio problema fu che continuai a dimagrire a dispetto dei vassoietti di noccioline, delle stecche di croccante alle nocciole e dei pasticcini di mandorle (tre cose che non avrei ancora dovuto mangiare, ma nessuno me lo aveva detto né alcun medico pensò ad assegnarmi un nutrizionista vero nonostante le mie ripetute richieste. In compenso ero circondata da uno sciame di nutrizionisti fai-da-te che niente riusciva a chetare).
In vari modi la situazione crollò, letteralmente, fino ai 48 chili: praticamente ero diventata un mucchietto di ossa con la pelle intorno, ed evitavo con ogni cura gli specchi.  Una acciughina dall'aria molto malinconica e sbattuta. Per accavallare le gambe dovevo aiutarmi sollevandole, e quanto ai passaggi, lì davvero non c'erano problemi: purché ci passasse una lama di coltello ci passavo anch'io. Ma il fondo dell'abisso mi resi conto di averlo toccato solo il giorno in cui mi sorpresi a guardare con un certo interesse lo scaffale dei reggiseni imbottiti - proprio io, che a partire dai tredici anni non avevo mai avuto il minimo problema a riempire qualsiasi scollatura e anzi potevo sfoggiare scolli virtuosissimi con la felice consapevolezza che la bellezza e morbidezza della carne ivi contenuta apparisse chiaramente senza dover ricorrere ad alcun espediente artificiale.
Poi qualcuno si rese infine conto che avevo una sindrome di mal assorbimento del cibo.

Al momento la situazione è in via di miglioramento. Continuo a non avere una diagnosi né una cura specifica, e dall'inizio di Settembre non ho ancora avuto il bene di toccare una cattedra di scuola, ma sono tornata sui sessanta chili - che considero di gran lunga troppo pochi, ne voglio almeno una decina in più, ma insomma ci si può convivere e anche portarci su un po' di biancheria adatta.
Aspetto con fiducia che i medici procedano nel loro lavoro, porto pazienza (anche perché non ho alternative) e guardo con fiducia il futuro. I chili torneranno, si spera, e magari, ora che da acciughina sono passata al grado di sardina, magari riuscirò almeno a diventare sgombro o addirittura tonnetto.

*un classico della mia casella postale, mai capito perché.

domenica 6 gennaio 2019

The Party Is Over?


È passata anche la dodicesima notte, quella più magica, che chiude il tempo della pausa e della festa.
O forse, chissà, la vera festa deve ancora cominciare.
Possano le vostre calze traboccare di dolci e giocattoli, ricordando sempre però che anche il carbon dolce può essere una utile fonte energetica e che è importante non sprecare niente.

giovedì 3 gennaio 2019

Memorie di una signora che è stata a lungo di corporatura tradizionale

Peter Paul Rubens - Venere allo specchio (collezione privata)

Da piccola ero una falsa magra, più avanti mi trasformai in una autentica grassa e più avanti ancora, negli anni più recenti, ero entrata a pieno titolo nel numero degli obesi.
Ad epoche varie hanno corrisposto pesi diversi, con una sorta di aumento progressivo: fino a trent'anni e passa ero una ragazza piacevolmente abbondante, di curve morbide e generose, forse un po' troppo pesa per gli standard dell'epoca ma tutt'altro che improponibile. Un anno di pillola mi piazzò tra le persone francamente grasse (di corporatura tradizionale, per dirla con Precious Ramotswe, che è un personaggio cui mi sento molto vicina) e l'anemia quindici anni dopo mi portò a fare il definitivo salto di qualità oltrepassando il quintale*.
C'era di mezzo qualche problema di metabolismo, naturalmente, mai ben identificato (e questo vale soprattutto per il tempo dalla pillola in poi); c'entrava una forte eredità familiare da parte del ramo paterno. C'entrava forse anche una certa ansia continua che sentivo in famiglia vivendo sotto l'impressione di un esame mai ben superato.
Di sicuro c'era di mezzo un vivace appetito: ho sempre seguito una dieta abbondante che comprendeva un po' di tutto (o meglio molto di tutto) e non ero carente di alcun principio nutritivo, grazie anche al fatto che non ho quasi mai cercato di seguire una dieta, anche se in certi periodi facevo più movimento. Di sicuro non mi sono mai comportata in modo da far pensare che volessi scusarmi di essere grassa, così come non parlavo mai di diete e di sovrappeso. A dirla tutta li trovavo argomenti spaventosamente  noiosi e deplorevoli indizi di limitazione mentale nelle femmine - vivaddio, i maschi ne parlano assai più raramente, anche se sono capacissimi lo stesso di avere una conversazione di una noia allucinante, all'occorrenza.
Sviluppai uno stile di abbigliamento molto personale (che a volte rendeva necessario l'intervento di sarti o di abbigliamento straniero: celebre il mio mantello alla Darth Fender e le mie camicie cinesi a dragoni, ma vorrei ricordare anche le mie lunghe gonne a balze e le sottogonne col bordo di pizzo sangallo, dove la mia nonna paterna si impegnò a lungo. La regola base comunque era che l'insieme doveva risultare sontuoso e andava usata molta più stoffa del necessario.
C'erano dei vantaggi, naturalmente, e imparai a sfruttarli: un bel passo deciso, una presenza con una sua imponenza, e una notevole forza fisica - perché sotto lo strato di lardo c'era un robusto strato di muscoli che mi permetteva di affrontare con disinvoltura sforzi notevoli, e abbondanti riserve che mi rendevano agevole saltare uno o anche due pasti all'occorrenza - un bel viso liscio e ben colorito, pronto al sorriso e spesso assai gradito per questo agli alunni.
Negli ultimi anni c'erano anche degli inconvenienti, naturalmente: ad esempio dover evitare certi passaggi perché, appunto,  non ci sarei passata, o le gambe che non sempre era possibile accavallare. Ma per tutti questi anni in cuor mio non sono mai stata veramente "grassa": per strano che possa sembrare la mia anima era snella, solo un po' tondeggiante ma appena appena, e qualche volta guardandomi allo specchio ero sorpresa (ebbene sì, talvolta spiacevolmente sorpresa). Credo di essermi sempre considerata una persona di corporatura normalissima che al momento era un po' appesantita.

Adesso ricordo quei tempi felici come l'età dell'oro.


*non era colpa dell'anemia, naturalmente, anche se mentre ancora non sapevo di averla mi rendevo conto che mangiavo troppo perfino per i miei standard. Diciamo comunque che le due cose sono piuttosto legate sul piano cronologico.

martedì 1 gennaio 2019

È arrivato!


Accogliamo con ardore draghesco il nuovo anno del Maiale (o, secondo l'oroscopo giapponese, del Cinghiale) portatore di soldi, prosperità e soddisfazioni economiche. Siccome la salute, il Buonismo e la stabilità politica sono senz'altro valori importanti dovrebbe essercene per tutti.
Auguri!


lunedì 31 dicembre 2018

Anche questa notte passerà



Godiamoci questi ultimissimi scampoli di 2018 in attesa di un 2019 che ci auguriamo tutti meno cupo e molto, molto, moltissimo più buonista 
💖💖

Imprevisti risvolti avventurosi del Piccolo Premio Letterario


Tutti gli anni le tre classi prime della Scuola Media di St. Mary Mead partecipano al Piccolo Premio Letterario. Si tratta di una simpatica iniziativa atta a diffondere la lettura nelle giovani generazioni: il Piccolo Premio Letterario ci fornisce una batteria di libri a prezzo ridotto,  i ragazzi li leggono e poi li valutano con apposito voto.
A fine Maggio arriva poi la  Gran Finale: i quattro libri più votati dai ragazzi entrano in finale, e le classi che lo desiderano vanno nel Paese del Piccolo Premio, dove gli autori ripresentano i loro libri e rispondono alle domande dei giovani giudici. In ultimo c'è la  votazione finale dove i ragazzi scelgono il vincitore e dopo tutti tornano a casa felici e contenti, almeno nelle intenzioni degli organizzatori.

Per vecchia tradizione le classi prime di St. Mary Mead partecipavano a questa specie di gita di fine anno che, vista la distanza che ci separava dal Paese del Piccolo Premio diventava una escursione piuttosto impegnativa anche se i ragazzi si divertivano sempre molto (che era poi il vero motivo per cui gli insegnanti di Lettere si mettevano all'anima quella che tutti noi consideravamo una gran palla).
Normalmente sono abituata a scansare le gite di uno o più giorni perché soffro molto i viaggi in pullman. Tuttavia quell'anno la situazione logistica e la disponibilità degli insegnanti era tale che quasi subito mi ero resa conto che non sarei riuscita a sfuggire, stavolta. Mi ero così rassegnata e con apparente buona grazia mi ero impegnata ad accompagnare le prime con le proff. Therral e  Quadrella in base al principio che chi schivare non può la propria noia, la accetti di buon grado.

Così, in un caldo e luminoso mattino di Maggio, ad una scomodissima e assai antelucana ora  partimmo alla volta del Paese del Piccolo Premio.

Il viaggio si svolse senza inconvenienti e approdammo alla piazza centrale del Paese che non erano ancora le undici. Su di noi il sole splendeva, l'asfalto riverberava che era una meraviglia e, per dirla in sintesi, si schiattava di caldo. Le scolaresche arrivate prima di noi si erano logicamente acquattate nelle zone in ombra, ma non era stata presa in considerazione la possibilità di ombreggiare l'intera piazza. Sul palco i quattro autori chiacchieravano dei loro libri (nessuno dei quali mi era particolarmente piaciuto) e confesso che mi ero rifugiata in una volta fresca e ombrosa piena di espositori carichi di libri per ragazzi, con la scusa di cercare ispirazione per gli acquisti futuri della biblioteca quando mi raggiunsero per avvisarmi che Confucio, uno dei miei, si era sentito male.

Prontamente accorsi, come di dovere, e trovai Confucio, pallido come un cencio appena candeggiato, disteso in un altro punto della volta fresca e ombrosa, mentre uno dei quattro autori (per la cronaca, quello che poi ha vinto) che per l'occasione è risultato essere un medico, gli misurava la pressione e faceva domande varie. Confucio rispondeva in modo accorto e pertinente, ma lamentava anche un gran mal di testa. Alla fine l'autore-medico suggerì una visitina all'ospedale locale per un piccolo controllo: certamente era stato solo un malore passeggero, ma qualche ora in un ambiente fresco e silenzioso poteva fargli solo bene.
Naturalmente accettai senza batter ciglio e naturalmente toccava a me accompagnarlo e lo accompagnai.
All'ospedale furono efficienti quanto cortesi: allettarono Confucio, gli fecero la solita flebo fisiologica e avvisarono la famiglia (in realtà il padre, perché i due genitori erano separati e i figli vivevano appunto col padre in un menage con caratteristiche a tratti un po' strampalate).
Confermarono che erasi trattato di un piccolo malore, nulla di grave; Confucio comunque continuava a lamentare mal di testa.
Mi sistemai alla destra del letto, su una comoda poltroncina, con una rivista a farmi compagnia, rispondendo all'occorrenza alle domande di Confucio e facendo un po' di conversazione con lui, in attesa dell'arrivo del padre che immaginavo già per strada, ansioso di recuperare la sua malandata prole.
Evvabbé, sono cose che succedono.
Passa una mezz'ora e improvvisamente sento una voce assai simile a quella della prof. Quadrella. Mi affaccio incuriosita sul corridoio e scopro per l'appunto che, oltre alla voce della prof. Quadrella c'era anche la prof. Quadrella in persona. Ellamiseria, mi dico, ma che docenti ansiosi siamo fra tutti, dopotutto Confucio ha accusato un modesto malore e un po' di mal di testa, si suppone che ne uscirà vivo.
Una seconda occhiata mi svela però l'amara verità: non al capezzale di Confucio era accorsa la prof. Quadrella, bensì stava accompagnando un suo alunno, che durante il pranzo al sacco che aveva seguito la prima parte della cerimonia del Piccolo Premio non aveva saputo trovare di meglio che farsi venire una crisi di panico dovuta alla claustrofobia perché i locali del castello che il Comune ci aveva messo a disposizione erano un po' stretti. Dunque secondo ricovero, e la prof. Therral si trovava nella non invidiabile posizione di dover gestire da sola più di cinquanta ragazzi ormai decisamente inquieti e perplessi. (Therral comunque non si perse d'animo, portò i cinquanta ragazzi all'aperto su dei prati all'ombra e attese impavida lo sviluppo degli eventi).

Già che erano a chiamare famiglie, all'ospedale richiamarono il padre di Confucio per sapere quando sarebbe arrivato. Risultò così che costui non era affatto partito perché "tanto l'avevano assicurato che non era una cosa grave" e dava per scontato che il ragazzo sarebbe tornato con gli altri. A quel punto me lo feci passare (in quell'ospedale non era consentito usare telefoni personali ma solo il telefono messo a disposizione dall'ospedale) e gli aprii il mio cuore spiegandogli che 1) far rientrare Confucio che aveva ancora il mal di testa con cinquanta alunni scalmanati non mi sembrava una grande idea e che 2) all'ospedale avrebbero assai gradito affidare la creatura ancora sofferente a persona responsabile di lui, più che lasciarlo con gli insegnanti.
"Per me però è difficile adesso farmi sostituire sul lavoro, e ho la macchina parcheggiata lontano da qui. Caso mai vengo domattina a riprenderlo, lei intanto può tornare a casa con gli altri, naturalmente".
No, non posso - lo assicuro - in questo momento suo figlio è sotto la mia responsabilità e non posso abbandonarlo,  e comunque sarebbe più pratico per tutti, e soprattutto per Confucio, se lei venisse a prenderlo.
Il padre promette che vedrà quel che può fare e riattacca, lasciandomi all'arduo compito di cercare gli occhi che mi son cascati per terra onde rimetterli nelle orbite. E siam d'accordo che oggi il genitore  medio è davvero troppo ansioso e ansiogeno, ma forse qua stiamo esagerando: parcheggiare solo  soletto un ragazzo di dodici anni non ancora compiuti in un ospedale all'altro capo della regione solo perché papi ha la macchina parcheggiata lontana  mi sembra francamente un po' eccessivo.

Poco dopo chiama la VicePreside, allertata dalle altre colleghe, per offrirmi la sua solidarietà e promettere che cercherà di trovarmi una scappatoia legale per tornare a casa con il resto delle scolaresche. Nel frattempo dalla corsia il personale dell'ospedale si lamenta che stiamo facendo e ricevendo troppe telefonate e facendo troppa confusione nei corridoi. Faccio loro una doverosa ringhiata, poi ringrazio la VicePreside del disturbo che si sta prendendo ma le garantisco che la scappatoia legale non c'è, e che se anche ci fosse piantare Confucio come un carciofo per la notte solo soletto non mi sembrerebbe davvero cosa, per quanto io sia del tutto favorevole a coltivare l'automia e il senso di autoresponsabilità dei ragazzi preadolescenti.
Una volta riattaccato il telefono, mi siedo di nuovo accanto a Confucio che dormicchia, cercando con coraggio di ingoiare il rospo di una notte fuor di casa, all'ospedale per di più, e speriamo che almeno mi diano un po' di cena perché comincio ad avvertire un certo appetito.

Suonano le tre e mezzo. Il padre del ragazzo che ha avuto la crisi di panico, che adesso riposa nel letto accanto a quello di Confucio, è noto per essere persona inaffidabile, sciagurata e sempre coinvolta in disegni e progetti di dubbia limpidezza morale; sta di fatto che si è mosso alla velocità della luce e quando arriva con uno zio al seguito saluta il figlio con tutta l'affettuosa complicità e apprensione che qualsiasi genitore affettuoso mostra in questi casi.
Il ragazzo viene così prelevato e la prof. Quadrella può infine riunirsi alla prof. Therral e ai cinquanta e passa ragazzi, che aspetteranno per ripartire fino all'ultimo momento in cui ci sarà la ragionevole speranza di vedermi partire con loro.
Poco dopo chiama la VicePreside per assicurarmi che la scappatoia legale per me non c'è; provo a risponderle con una variante garbata di "E grazie al cazzo, si sa che non c'è, ed è anche giusto che non ci sia". Poi un parzialissimo raggio di sole: la prof. Quadrella chiama per annunciarmi che il padre di Confucio è riuscito a farsi sostituire sul lavoro e a raggiungere la sua macchina; addirittura l'ha messa in moto ed è partito alla nostra volta anche se l'auto fa uno strano rumore.
A svariati chilometri di distanza io e la prof. Therral pensiamo in coro "Non ce la farà MAI!". E di nuovo provo eroicamente a rassegnarmi all'idea di una simpatica notte all'ospedale, lontano dalle mie belle gatte e dai confort della mia ancora più bella casa.
Tuttavia un raggio di luce assai più deciso viene da Confucio: quando si sveglia, finalmente libero da mal di testa, gli vengono riferite le ultime notizie. "Non vuol dir niente" ci rassicura "quella macchina fa SEMPRE qualche strano rumore, poi va tutto bene."
Rianimata da questo bel cavo intrecciato di speranza (ho molta fiducia nel giudizio di Confucio, ne mai ho avuto motivo di perderla, in tre anni) comincio a guardare al futuro con un po' di ottimismo.
Passa il tempo. Io e Confucio parliamo di traffici di armi, di armi in vendita, dell'esistenza o meno di dio (lui non ci crede) ...
Infine il padre di Confucio arriva, in un mare di ansia e confusione. Prende il figlio e se ne va, con grande sollievo della collettività tutta.
Accolta da un grande applauso riesco a raggiungere il pullman che parte immediatamente.

E sia io che Therral che Quadrella, in triplice giuramento e Voto Infrangibile, giuriamo che MAI PIÙ il Piccolo Premio Letterario avrà il nostro scalpo e d'ora in poi le prime verranno deprivate di questa succosa occasione mondana.

sabato 29 dicembre 2018

Manuale del Perfetto Insegnante - DATEGLI DA MANGIARE!

Un "panino" non è necessariamente formato da due malinconiche fette di pane  di scarsa qualità farcite con una sottiletta  insipida, una fetta di prosciutto cotto di un improbabile rosa acceso e un diluvio di maionese insapore, senza ombra di verdura e in totale assenza di ingredienti appetitosi: può anzi essere una gustosa scatola di tesori che racchiude combinazioni originali, saporite e molto nutrienti
Ovvero: un alunno ben nutrito c'è speranza che ti ascolti, con un alunno affamato non è il caso di contarci troppo.

A scuola a St. Mary Mead facciamo educazione alimentare - o meglio la fanno gli insegnanti di scienze: e ivi è gran sfoggio di piramidi alimentari, di "dieta mediterranea" (detto e non concesso che qualcuno abbia capito cos'è esattamente), di sviolinate contro le merendine e le bevande zuccherate e in più il comune di Saint Mary Mead interviene con programmi alimentari del tipo "frutta a tavola" (a distanza di anni ricordo ancora il delizioso sfrutta la frutta dei sukki Mukki - dove Mukki è la stimabilissima centrale locale del latte).
Poi c'è il distributore di merendine e di acqua minerale il cui senso sfugge a tutti noi e che ogni anno il corpo docenti chiede in ginocchio che venga rimosso ma ogni anno il Consiglio di Istituto spiega che non è possibile nascondendosi dietro le più fumose motivazioni; di conseguenza durante gli intervalli l'Estathè e le più varie patatine e merendine dominano sovrani in spregio alla Coop, al bar, al forno e ai tre negozi di gastronomia che si trovano nel raggio di cinquanta metri e all'acqua dell'acquedotto (ottima) purificata con i più vari filtri al carbone attivo, passivo e deponente.
In teoria, che gli alunni si imbottiscano di patatine è affar loro; ma in pratica per un insegnante non è così. O meglio: quel che conta davvero è che non si imbottiscano soltanto di patatine e tè più o meno zuccherato. Con gli anni mi sono anzi convinta che il problema dell'alimentazione a scuola è uno dei più sottovalutati dell'istruzione, con assai deplorevoli conseguenze per le giovani generazioni.
Una torta di mele fatta in casa o in una valida pasticceria è senz'altro più buona e nutriente di qualsiasi dolcetto confezionato del distributore - ed è anche molto meno cara, in proporzione
Partiamo dalle basi: siamo in presenza di ragazzi cui è imposto un orario di sei ore sei consecutive con scarsi intervalli, spesso preceduto e seguito da un viaggio su pullmino, e che avranno a   disposizione un pomeriggio piuttosto corto per tirare il fiato, prepararsi alle sei ore sei di lezione del giorno successivo  e magari affrontare pure qualche allenamento sportivo - prezioso, utile e corroborante quanto si vuole ma che pure il suo tributo di tempo lo esige. Checché se ne dica, il corso di studio previsto alle medie è abbastanza pesante e solo una attenzione piuttosto costante durante le lezioni permette di ridurre i tempi dello studio e dell'approfondimento a casa. Occorre dunque che il cervello degliu alunni sia ben sveglio e la concentrazione ottimale - e specialmente in prima è molto difficile ottenere questo.
Quel che le famiglie dovrebbero ficcarsi in testa in questa situazione è che la creatura DEVE fare tre colazioni tre, proprio come se fosse un hobbit, e di contenuto ben studiato.
Quiche e torte salate nonché schiacciate ben farcite si possono confezionare in casa, ma anche comprare da un buon fornaio - ad esempio ai banchi da forno della tanto deprecata Grande Distribuzione se ne trovano di squisite e preparate con estrema cura
Cominciamo dalla prima, quella fatta verso le sette. Qualcuno a quell'ora proprio non manda giù niente e allora gli vanno date due colazioni rinforzate da portarsi dietro o qualcosa che possa magari mangiare in pullman o prima di entrare in classe. Personalmente se qualcuno mi chiede di mangiare durante la prima ora lo faccio uscire e mangiare, o mangiare direttamente al banco: l'uomo ha da nutrirsi, e la donna pure, in particolare quando sono in fase di crescita.
Qualcuno potrebbe volere la colazione salata. La cosa, in Italia, è tuttora vista come una pericolosa stravaganza ma non tutti vanno pazzi per il rituale tanto amato nelle pubblicità che prevede un bigonciolo di caffellatte dove tuffare i frollini o le brioscine della marca di turno; e conviene dedicare qualche indagine alla questione se la creatura si mostra inappetente e magari allestirgli qualcosa, appunto, di salato. Anche la frutta non è opzione da disprezzare. Di sicuro ci vogliono una buona dose di calorie piene, con dei carboidrati, dei grassi e possibilmente un po' di vitamine.
Ma l'attenzione maggiore va riservata alle due colazioni successive: non spuntini ma colazioni vere e proprie.
Non importa se la creatura è sovrappeso o convinto/a di esserlo. Non importa se ha deciso di fregarsene dei precetti islamici e di praticare il ramadan in barba alla saggia dispensa stabilita da Maometto in persona per i ragazzi in crescita. Non importa se voi genitori siete salutisti e convinti che una mela  e un pacchetto di cracker rappresentino due opzioni valide per nutrire bene al mattino la vostra creatura, o che il dietologo di turno vi abbia detto qualche scemenza in merito: chi fa sei ore di lezione la mattina deve nutrirsi, e nutrirsi con calorie piene. Lo zucchero dell'Estathè non conta, il singolo Flauto del Mulino Bianco è piccolo, la mela o l'arancia possono essere una simpatica aggiunta, le patatine fritte non levano la fame pur contenendo un sacco di calorie e non nutrono, il succo di frutta da solo non basta, la singola bustina di cracker è POCO.

Occorrono grosse fette di torta, robusti panini al prosciutto, formaggio, frittata, roastbeef o quel che vi pare da metterci come farcia, merendine doppie, qualcosa da mangiare con i cracker, dosi robuste di ciliegie, pesche, albicocche, dolcetti, biscotti e biscottini, consistenti tranci di pizza, brioche e budini di riso o di semolino. Il ramadan e la dieta la faranno nel pomeriggio, se così gli gira, ma le tre colazioni mattutine devono essere abbondanti  e nutrienti - poi, se vogliono o se sembra loro così indispensabile, i ragazzi ci possono aggiungere le patatine e il tè zuccherato, ma che sia chiaro che si  tratta di giunte, non del corpo principale della colazione. Insomma il Buon Genitore deve ponderare la questione e organizzarsi, in modo da non sbancarsi e da non perderci troppo tempo, ma sempre evitando di lavarsi la coscienza dando alla prole due euro da giocarsi al distributore delle patatine fritte e delle bevande gassate, che non levano nulla, per carità, al benessere fisico della creatura ma nemmeno sono molto utili a fornire un cervello sveglio, disponibile e ben zuccherato e oliato per dedicare adeguata attenzione alla duration form o alla rotazione dei trapezi anche alla sesta ora.

Basta questo a garantire alla prole un proficuo e indolore percorso di studio?
Naturalmente no, ma aiuta, e può semplificare la vita a tutti.

Fare la pizza in casa non è molto difficile, comunque ce ne sono anche di ottime, surgelate. 
Per taxwre del fornaio all'angolo, che la pizza la fa per mestiere.

Nota a posteriori: ieri sera, mentre riflettevo su questo post, mi sono accorta di un particolare che non avevo preso ancora in considerazione: non riguarda solo i miei alunni (che mi hanno sentito, loro e le famiglie, più volte, sviolinare su questo tema) ma ormai riguarda anche me:  considerando la mia ormai flebile forma fisica, i tempi in cui arrivavo a scuola alle otto con due uova, un  po' di spinaci e una fetta di pane nello stomaco per poi tirare diritta senza un attimo di pausa fino alle due o magari alle sei dopo la riunione sono finiti, forse per sempre; ed è opportuno che impari a ritagliarmi le mie pause per un caffè e qualche spuntino, leggero ma sostanzioso.
Sic transit...

giovedì 27 dicembre 2018

Haeretica - Le avventure di Lady Murasaki nello stravagante e orrido Mondo dei Nutrizionisti


Va da sé che fare il nutrizionista può essere un lavoro rispettabile come qualsiasi altro: ho la massima stima&considerazione per i nutrizionisti che ho incontrato nelle mie varie peregrinazioni ospedaliere: gente seria, assai disponibile all'ascolto, impegnatissima nel calcolo delle calorie necessarie per permettermi letteralmente di arrivare a fine mese e preoccupata di nutricarmi nei modi più opportuni per le mie balorde condizioni fisiche, mentalmente flessibili, ragionevoli e ben preparati.
Ho anche trovato un nutrizionista all'apparenza assai affidabile e informato su YouTube, dai cui video ho imparato un sacco di cose, soprattutto sulle numerose zone di dubbio, di incertezza e di evoluzione che la disciplina comporta.
Quelli che mi preoccupano e mi inorridiscono sono l'infinità di nutrizionisti fai-da-te che imperversa nella nostra bella penisola e di cui Internet ospita solo la punta dell'iceberg, e forse nemmeno la più pericolosa.
Il punto è che diventiamo un paese di settanta milioni di allenatori della Nazionale solo in tempo di mondiali di calcio, e i nostri settanta milioni di Grandi Economisti sbucano fuori soprattutto in tempo di Documento di Programmazione Finanziaria, in Autunno, mentre i settanta milioni di nutrizionisti non conoscono pause né ferie né stagioni morte: Essi sono sempre fra noi, lo sguardo vagamente lupestre e assai fanatico, poche e non immutabili certezze e una determinazione davvero degna di miglior causa, soprattutto se gli sveli (o non puoi nascondergli di avere) qualche problema legato all'alimentazione, fosse pure un modestissimo diabete da gravidanza.
Immaginatevi una poveretta afflitta da un malassorbimento nutrizionale come me.
Quelli che ti annunciano trionfanti l'uscita di una nuova linea di prodotti senza glutine suggerendomi di adottarla quanto prima.
"Grazie, ma non ho nessun problema legato al glutine"
Ma il glutine è sempre e comunque un fattore di irritazione!
"Ma quando mai?"
Niente, è stato stabilito che la mancanza di glutine non può che migliorare la mia vita.
Poi ci sono quelli che ti spiegano che devi assolutamente prendere latte e formaggi senza lattosio.
"Non ho alcun problema col lattosio. Si sono raccomandati che prenda il latte parzialmente scremato, ma è quello che ho sempre preso comunque".
Ma, ahimé, anche il lattosio è un fattore universalmente riconosciuto come irritante. Non solo, ma ci sono quelli convinti che il latte vada evitato in qualsiasi forma e quelli sicuri che vadano evitati i formaggi in quanto "prodotti artificiali" (e infatti contano poche decine di migliaia di anni di tradizione, nella lavorazione. Eccheccazzo, anche Polifemo faceva il formaggio!).
Poi c'è il povero burro, ingiustamente calunniato da decenni. E siamo d'accordo che, passati i trent'anni, il burro mooolto abbrustolito ti ritorna in mente e in gola a giornate intere, ma un garbato soffritto di burro e olio extravergine di oliva ingentilisce gran copia di piatti e un garbato strato di burro fresco sul pane rallieta di sé miele, marmellata, salmone e sandwich al roastbeef e ai cetrioli.
E che dire di chi ti offre trionfante dolci senza uova, latte né burro né panna né zucchero (non sempre, ammettiamolo, di bontà sopraffina al palato) ma fatti con amido di mais (che se non è zucchero diciamo che ci somiglia assai assai), latte e panna di soia, olio di semi e uno strano impasto burroso di semi di zucca e di girasole tritati?
Non parlerò delle povere uova, autentici frutti del demonio secondo alcuni:
Come PUOI mangiare due uova a colazione? Fanno malissimo e sono piene di colesterolo! 
"Il mio colesterolo è regolarissimo, e comunque le uova non c'entrano un accidente col colesterolo, così come non c'entra l'alimentazione. In compenso la mia albumina fa veramente pena, e si sono raccomandati che mangi molte uova". 
Ma è PERICOLOSO! Le uova andrebbero evitate con tutte le nostre forze! Fanno terribilmente male!
E sorvolerò sulla povera carne rossa (particolarmente sul maiale) che in teoria andrebbe mangiata a dosi omeopatiche (e che mi sta perfino stufando un po', visto che me ne vorrebbero dare a dosi industriali e io, per quanto carnivora, non sono un lupo anche se a volte mi sento una tigre (quanto a umore, non certo per la forza e la vitalità che caratterizzano da sempre questo nobile e striato animale).

D'accordo, in questo periodo mi sto barcamenando con un regime alimentare davvero un po' particolare e un treno diverso ogni settimana nel tentativo di capire come funziona la mia complessa interiorità, e devo lottare per ogni singola porzione di verdura. Ma almeno sono malata e lo so, non mi impongo strane limitazioni senza motivazioni mediche solo perché qualcuno si è svegliato ieri e ha proclamato che i cavolini di Bruxelles sono il demonio mentre l'insalata belga è il Santo Graal della nutrizione.

(N.B.: nessun alimento è stato maltrattato o vilipeso durante la elaborazione di questo post, tranne il latte di soia che ai miei occhi esiste solo per essere insultato. Sono comunque disposta a scusarmi con lui, ove necessario).

lunedì 24 dicembre 2018

Notte di Natale 2018

Nella notte più magica dell'anno tutto si ferma, in attesa dell'Inizio del Passaggio. 
Indosso i miei nuovi orecchini blu e aspetto anch'io.
Auguri di buon Natale a tutti!

venerdì 21 dicembre 2018

Sunshine Blog Aware 2018 - Un po' di autodomande parte seconda

Ed eccomi al secondo (e ultimo, per buona sorte dei miei lettori) blog aware in cui mi intrufolo senza  alcun diritto. Romolo Giacani ha preparato una serie di domande cui sono lietissima di rispondere anche se nessuno me l'ha chiesto.
E partiamo da una premessa: tutti ti chiedono sempre cosa porteresti su una isola deserta, ma nessuno ti dice mai  quanto cazzo di tempo ci dovrei stare, in questo cazzo di isola.
Il mio limite è quattro anni, sopra quel tempo non mi servono né musica né libri, solo una bella corda ben insaponata.
Detto questo: 

1. Il libro che porteresti in un’isola deserta?
Non mi conviene certo portare un libro che ho letto e riletto, per cui la mia scelta ricade  su: la Bibbia, possibilmente versione CEI e testo a fronte in latino, e possibilmente anche una bibbia aggiornata e filologica redatta da studiosi ebraici. Lì troverei abbondanza di letture nuove e potrei anche ripassare con cura la parte già letta, avendo così agevolmente di che passare il tempo. No, non sono cristiana ma la Bibbia è un testo importante per la nostra cultura.

2. La canzone che porteresti sulla stessa isola deserta?

In base alla stessa teoria, non una canzone ma una cantata: il Messiah di Hændel, una musica che amo follemente ma che conosco solo a pezzi isolati.
Quanto alle canzoni, possiedo un ottima memoria musicale quindi portarmi dietro, poniamo, Save a Prayer o Astronomic Domaine non mi porterebbe alcuna reale gioia, perché posso riascoltarle quando voglio semplicemente chiudendo gli occhi e facendo partire la memoria del cuore.

3. Se non avessi un blog, dove scriveresti?

Sul diario, a mano, esattamente come facevo prima di aprire il blog.


4. Come ti vedi tra dieci anni? 

Perfettamente risanata, attivissima e piena di vitalità!


5. Saresti soddisfatta del tuo blog se...

Se potessi ricominciare a scrivere di scuola!


6. Perché hai aperto il blog?

A quei tempi c'erano diversi blog di insegnanti, ma quasi tutti avevano un tono un po' acidetto. Io, che ho sempre amato profondamente i miei allievi, (salvo poi  archiviarli quando uscivano dalla mia vita lasciando così affiorare le mie effettive preferenze) volevo fare  un blog  che mettesse loro al centro dei miei racconti, ma sempre prendendoli molto sul  serio, e che cercasse di far capire il fascino della vita di classe in una scuola media. 


7. Il mio ricordo piú bello

Quando ho scambiato un lungo, lento e approfondito bacio in tutta tranquillità con un ragazzo... sulla striscia di Viale Volta a Firenze. D'accordo, erano le quattro del mattino in zona Ferragosto, ma onestamente non l'avrei mai creduto possibile.

Probabilmente il giorno della discussione della tesi, anche.

8. Il mio più grande rammarico

È molto composito ed è formato dall'infinità di volte in cui ho parlato troppo e a sproposito. La discrezione è una arte che ho imparato a caro prezzo con molte ore di rimorsi.


9. Ti regalano 10.000 euro ma devo spenderli in 24 ore

Ecchessaràmai? Una bella offerta al gattile, un po' di beneficenza (microcrediti Pangea, 

Medici senza frontiere, qualche contributo a pozzi in Africa o simili) un contributino a PiúEuropa, poi un paio di buoni in un paio di negozi di mia scelta di vestiti e biancheria da notte da spendere con comodo per rifarmi un po' di guardaroba.

10. Con una bacchetta magica ti danno la possibilità di cambiare un evento della storia

Sono giochi molto rischiosi e per fortuna non sono nemmeno possibili, ma forse, restando sul recente... sceglierei che Bush Senior non creasse le premesse per l'attacco del 1990 in Iraq.


11. Mi spieghi cosa ti spinto a rispondere a queste domande? 

I motivi che ho spiegati all'inizio del post (in pratica: l'ho fatto perché sì).


Lunga vita e prosperità a tutti!