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domenica 13 agosto 2017

La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 2

Ed eccoci quasi riallineati col giusto asse temporale, anzi addirittura un po' in anticipo.
Buona fine del mondo a tutti!

Nel 2014 due piccoli e insignificanti episodi mi lasciarono assai scossa e pensierosa sul senso critico di taluni miei connazionali.
All'epoca avevo già una certa dimestichezza con la spinosa questione delle Bufale in Rete (non andava ancora troppo di moda chiamarle fake news): avevo messo il Disinformatico tra i blog che usavo per l'aggiornamento, seguivo sporadicamente qualche pagina sulle bufale su Facebook e avevo compreso alcune regola essenziale:
- se non c'è data, luogo e fonte è una bufala
- se ci sono scritte del tipo SVEGLIAAAAA!!!!! (rigorosamente con almeno quattro a) o Se sei indignato condividi è una bufala
- se parla di musulmani e di scuola insieme è una bufala
- se parla della Teoria Gender è una bufala
- se i parlamentari si sono appena aumentati lo stipendio in gran segreto non vale nemmeno la pena di finire di leggere la scritta indignata
- poi ci sono quelle che non importa controllare se davvero sono bufale, perché è del tutto evidente anche al più idiota degli idioti che sono chiaramente frutto di malafede, pregiudizio o mente assai turbata (tipo la scuola che organizza corsi di masturbazione per i bambini dell'asilo, per intendersi).
Queste poche,  basilari regole che a me sembravano del tutto evidenti non erano però patrimonio comune di ogni persona che fosse riuscita a conseguire almeno la licenza media, in particolar modo per l'ultimo punto, quello dove si fa appello al più elementare buonsenso - e questo lo scoprii appunto grazie agli episodi di cui sopra e che vado adesso a raccontare.

Il primo episodio data all'estate del 2014. In Giugno l'allora presidente del consiglio Renzi fece un viaggio in Vietnam, in Cina e forse anche altrove - insomma, nella zona detta "estremo oriente". Ufficialmente il motivo era, come sempre in questi casi, "rafforzare i legami tra i due paesi" e roba del genere. Non sono una esperta di politica internazionale ma, visto che i legami che abbiamo con Vietnam e Cina sono soprattutto di tipo commerciale, immaginavo che ci fosse di mezzo qualche questione legata al commercio: petrolio, tessuti, cellulari, roba così. Roba in grande stile, comunque, se si muoveva addirittura il presidente del consiglio. 
Al comparto alimentare non avevo proprio pensato, anche se visito regolarmente i ristoranti orientali di Firenze e faccio anche modesti ma regolari acquisti di salsa di soia, curry, spaghettini di riso, ramen, wasabi e simili nei negozi specializzati.
"Hai visto perché Renzi è andato in Vietnam?" mi chiese un giorno una collega e cara amica, laureata con una delle più complesse e raffinate lauree che l'Università di Lettere di Firenze possa sfornare e felicemente addottorata in ricerca sempre nella raffinatissima materia di cui sopra.
"Boh? Qualche trattato internazionale, immagino".
"Sì, e non del miglior tipo: importazione di carne di cane!".
Risulta così che il nostro presidente del consiglio si è mosso per andare in Vietnam a trattare la vendita di ben 20.000 tonnellate di carne di cane.
Non ho osato contraddire la mia amica senza prove perché l'informazione le veniva da una persona di cui fa gran conto (e che ritenevo all'epoca completamente inaffidabile per tutto quel che riguarda la politica. Dopo questo episodio invece la ritengo completamente inaffidabile su tutto, senza esclusione alcuna). 
Appena arrivata a casa però ho cercato su Google e ho trovato questa foto:
Si tratta dunque di una bufala; comprensibilmente non ha nemmeno avuto una gran diffusione ed è durata pochi giorni.
Ad inquietarmi davvero che venisse ritenuta credibile da una persona laureata e dottorata e che ai miei occhi è sempre parsa assai provvista di discernimento. Insisto sul suo ricco curriculum accademico perché spesso si attribuisce all'ignoranza il seguito che hanno certe bufale francamente al di là del credibile - ma il livello di istruzione della mia amica è molto alto e il tipo di studi che ha fatto l'ha costretta a lavorare con gran pazienza esclusivamente su fonti di prima mano.
Dunque: il presidente del consiglio d'Italia (un paese che non è una grande potenza, ma ha comunque un certo peso economico nell'economia mondiale) va in Vietnam, che non è proprio dietro l'angolo. E tutto questo per curare l'importazione di 20.000 tonnellate di carne di cane.
Domanda n. 1: forse che non abbiamo carne in Italia? Ci mancano gli allevamenti di pecore, mucche, bufali, maiali, cavalli, struzzi, conigli, pollame vario?
Domanda n. 2: abbiamo nel mercato questa furibonda richiesta di carne di cane?
Domanda n. 3: il mercato della carne è in così grande espansione da dovere importare la carne a botte di 20.000 tonnellate? Non si direbbe, a giudicare dall'espansione dei reparti che i supermercati riservano a polpette vegetali e derivati dalla soia.
Domanda n. 4: forse che in Italia mancano i cani? Non possiamo allevarne anche qui?
Domanda n. 5: Quanti cani hanno, in Vietnam, da potercene sacrificare a centinaia di migliaia per mandarceli (perché per arrivare a 20.000 tonnellate devi macellare un numero di cani decisamente ragguardevole).
Il consumo di carne di cane in Italia ha una modestissima tradizione, legata ad alcune particolari aree geografiche e a poche ricette. Da parecchi decenni è scomparso, o almeno limitato a casi davvero sporadici, ed era già vietato per legge durante la seconda guerra mondiale. Per quanto ne so, nell'Unione Europea non è fra gli alimenti consentiti.
Insomma, il presidente del consiglio se ne va all'altro capo del pianeta a comprare 20.000 tonnellate di un alimento il cui uso da noi non è legale né diffusamente richiesto dal pubblico, senza nemmeno aspettare che siano state fatte le procedure per inserire la carne di cane tra gli alimenti consentiti? 
Ma soprattutto: da quando in qua il presidente del consiglio si muove per trattare l'importazione di una partita di cibo, quasi che il telefono e la posta aspettino ancora di essere inventati?
Da qualsiasi parte si rigiri, la notizia è talmente balorda che non si capisce nemmeno come sia potuta venire in mente a qualcuno, fosse pure dopo la terza bottiglia.
Quando, con molta cautela, azzardai la possibilità che la storia della carne di cane non fosse molto attendibile (avendo cura di farlo in presenza di un veterinario che aveva lavorato per qualche anno come ispettore al mercato alimentare e che espresse il suo parere in merito senza mezzi termini) la mia amica scosse le spalle borbottando qualcosa di molto vago sul fatto che forse aveva capito male - che è una classica reazione da persona sbufalata e non convinta, ma troppo cortese per piantare una grana in una cena tra amici.

E veniamo al secondo episodio.
In una tranquilla (per me) sera di Ottobre me ne stavo tranquilla a cazzeggiare su Facebook, tra gattini pucciosi, draghi fiammeggianti e tolkiename vario, mentre a Genova imperversava l'alluvione; ed ecco che mi scorre davanti il post di una amica-di-gatti che rilanciava un avviso indignato che notificava come, a Genova, tra tutte le foto dove si vedeva gente che spalava acqua e fango, naturalmente non c'era nemmeno un immigrato. Seguivano una serie di commenti assai indignati sugli immigrati che non facevano mai nulla di utile.
Rimasi perplessa: prima di tutto perché non ero affatto sicura di riconoscere a prima vista un immigrato da un indigeno, salvo che il primo avesse la gentilezza di portarsi dietro un cartello con su scritto "Ebbene sì, sono un immigrato": albanesi, rumeni, polacchi, serbi - ma anche, diciamocelo, parecchi mediorientali, levantini, sudamericani e perfino cinesi e indiani, se sono vestiti come noi, si possono molto facilmente scambiare per italiani, senza contare che oggi ci sono in giro un sacco di ragazzi magari fisicamente piuttosto diversi dall'italiano medio (qualsiasi cosa si intenda per "italiano medio") che sono arrivati con le adozioni internazionali o con la buona vecchia pratica di prendersi un partner straniero e farci dei figli, e che dunque immigrati non sono. D'altronde l'immigrato più famoso dei nostri anni, che attualmente di mestiere fa il vescovo di Roma, non è poi così facilmente distinguibile da un qualsiasi vecchietto nostrano se gli togli l'abito bianco e la papalina.
Ma la mia vera perplessità nasceva dal ragionamento di base: nelle foto non ci sono persone presumibilmente immigrate (=negri) a spalare il fango, ergo nessun immigrato spala il fango. D'accordo che ci vuole il politically correct, ma un fotografo è tenuto a osservare le quote nere quando infila un paio di foto sull'alluvione di Genova? Se per un qualche caso nella ventina di foto che i giornali avevano pubblicato sui genovesi che spalavano il fango e i servizi dei vari TG non c'era un senegalese più nero del carbone, si poteva ragionevolmente dedurre che solo i genovesi purosangue avevano spalato il fango?

Posso dedurre che in Kenya non ci sono gnu se vedo quindici foto di fila del Kenya senza che ci sia uno gnu?
Non mi pare proprio.

Espressi dunque questa mia banale constatazione nei commenti. Seguì una sorta di crocifissione della sottoscritta che non cessò nemmeno quando un paio di genovesi intervennero per dire che da loro gli immigrati spalavano eccome - anche perché, quando ti entra l'acqua in casa, nessuna persona sana di mente sta a discutere sulla sua origine e provenienza, pulisce e basta. Ma niente, furono crocifissi anche i genovesi, perché era ora di finirla con questo schifo di buonismo, punto e basta. E l'amica-di-gatti mi tolse la sua amicizia (che peraltro era stata lei a chiedermi). Non ne feci un dramma, ma nel mio gran candore mi chiesi com'era possibile che i pregiudizi potessero indurre a sì distorti ragionamenti. Andai però a cercarmi qualcosa sugli immigrati di Genova e l'alluvione e scoprii che la realtà era stata piuttosto diversa da quel che raccontavano su quel post.
Trovai anche la sbufalatura ufficiale della questione. In realtà sembra che né le foto né i servizi dei vari TG si fossero mostrati così selettivi nella scelta delle loro immagini, ma ammetto che non ho approfondito la questione.
Da allora sono diventata più vecchia e più saggia e ho compreso che la bufala era stata artisticamente montata per sfruttare in qualche modo contro gli immigrati un evento come l'alluvione di Genova, di cui non si poteva (ancora) dare direttamente la colpa agli immigrati - ma continuando su questa strada, non dubito che tra qualche anno bombe d'acqua, maremoti e scarse precipitazioni verranno imputate direttamente agli immigrati: non a tutti, si capisce, solo a quelli con la pelle piuttosto scura.

Entrambi questi episodi, nella loro insignificanza, mi hanno reso molto più sensibile alla questione delle fake news, come usa chiamarle oggi (bufale pare ormai troppo domestico e giocoso).
Questo può forse contribuire a spiegare la reazione piuttosto rigida che ho avuto verso un commentatore del blog che provò qualche mese fa a rifilarmi la notizia che J.K. Rowling è una adepta di Satana - e che qualche tempo prima, su un blog dedicato ai film dello Hobbit, una volta che Harry Potter era stato tirato in ballo senza un perché spiegò con grande nonchalance che una persona affidabilissima gli aveva spiegato che J.K. Rowling era non satanista (che è pur sempre tecnicamente possibile, anche se  piuttosto improbabile) ma... una strega, e delle più potenti. E rimase ben inchiodato su questa idea per quanto gli venisse fatto osservare che in quel modo ammetteva implicitamente l'esistenza delle streghe, cosa che da parecchio tempo anche la Chiesa si guardava bene dal fare.

In conclusione: chi inventa le fake news lo fa talvolta per mestiere e talvolta per propaganda, ma non vanno sottovalutati quelli che ancora lo fanno per passione... e soprattutto i molti che sono disponibili a credere possibili certe notizie al di là di ogni logica se solo da qualche parte una corda segreta del loro cuore li induce a ritenerle possibiliUn po' di diffidenza verso la classe politica è comprensibile, la paura dell'Uomo Nero dorme un sonno inquieto nel profondo di molti di noi per risvegliarsi al minimo pretesto, sappiamo che la scienza ha compiuto più di un esperimento azzardato, vediamo bene che la nostra vita è piena di insidie, qualche volta è anche rilassante pensare che il male che vediamo intorno a noi nasca esclusivamente dalla crudeltà di alcuni poteri forti che perseguono un ben preciso disegno e non dal casuale scontro di molti idioti, del cieco Caso e di un destino crudele.
Tuttavia, prima di pensare male di qualcuno, occorre pur cercare di avere in mano delle prove precise e circostanziate - altrimenti è tutta discesa per arrivare dal processo alle intenzioni alla caccia alle streghe.
(to be continued)

venerdì 11 agosto 2017

La forza della bufala scorre potente in questi giovani (ma sapeste negli anziani!) - 1

Sì, il giorno di Star Wars è il 4 Maggio. Ma io sono rimasta un po' indietro. Capita.

Non so quando ho cominciato a preoccuparmi della precisione di quel che dicevo o scrivevo - qualche traccia di questa inquietante perversione si è senz'altro mostrata in me già in tenera età (pur risparmiandomi molto quando mi avveniva di tradurre dal greco e dal latino, ove seminavo con grande disinvoltura non dico errori, non dico orrori, ma autentici abomini in grande quantità) ma fiorì in modo piuttosto deciso ai tempi dell'università: è probabile che, semplicemente, abbia frequentato troppi filologi.
Sta di fatto che, arrivata alla tesi, mi ritrovai tra le mani un argomento molto scivoloso dove si andava avanti soprattutto a colpi di interpretazione. Occorreva dunque tenersi ben stretti quei pochi elementi concreti di cui si disponeva, e utilizzarli con gran cura - e ricordo infatti che venni lodata in sede di discussione per non avere tratto conclusioni laddove i dati che avevo a disposizione non me lo consentivano.
Proprio mentre preparavo la tesi un evento insignificante venne a scuotere molta della mia fiducia nel genere umano: scorrendo un testo che esponeva una teoria assai articolata dandola assolutamente per certa ed elencando fieramente le infinite pezze d'appoggio di cui il suo ideatore era convinto di disporre, trovai un riferimento al fatto che il Tal dei Tali, nella biblioteca del suo convento, aveva certamente a disposizione un dato testo, com'era stato ampiamente dimostrato dallo studioso XY.
Io l'articolo di XY l'avevo letto, e anche con una certa attenzione; e mi meravigliai fortemente di non aver minimamente fatto caso a quel particolare tutt'altro che secondario. Così tornai nella biblioteca apposita, ripresi in mano l'articolo, andai al punto segnalato... e scoprii che XY accennava vagamente alla possibilità che forse, magari, il Tal dei Tali avrebbe potuto anche avere in biblioteca quel testo, qualora il testo in questione fosse stato fatto copiare dal monastero ZZ (cosa di cui non risultava l'ombra di una prova ma che in effetti non era nemmeno impossibile).
Rimasi attonita. Guardai meglio. Riguardai. 
Ma, niente, era proprio come sembrava: uno studioso si era inventato senza una prova al mondo, semplicemente per aggiungere un altro punto d'appoggio alla sua teoria, la possibile presenza di un manoscritto in una biblioteca dove non ne restava traccia, e un altro studioso sulla base di questa fantasiosa ipotesi aveva deciso che quel manoscritto c'era senz'altro, anzi che la sua presenza in quella biblioteca era stata dimostrata.
Orrore e abominio! Com'era mai possibile tanta cialtroneria e faziosità in due nobili filologi, cioè gente che per contratto era tenuta ad avere la minor quantità di fantasia possibile, almeno quando scriveva saggistica?
Ebbene sì, era possibile. Peggio, era successo davvero.
O mondo infido e crudele, in chi mai si poteva confidare se perfino i filologi ti raccontavano serenamente un mare di balle?

Con gli anni scoprii che il fenomeno non era così insolito, e che non erano rari gli studiosi che ritoccavano qua e là un po' di dati per amore di una teoria - e non solo, ahimé, nel campo della filologia mediolatina e della storia medievale; e nemmeno erano rari gli studiosi che su teorie confermate da dati taroccati lavoravano e ricamavano con impegno per costruirci teorie ancor più taroccate. In effetti uno degli studiosi che aveva lavorato di più sul mio argomento aveva imbastito una teoria fascinosissima (e che credo in parte fosse anche valida) utilizzando all'incirca lo stesso metodo del "quattro indizi fanno una prova, anche se due dei quattro indizi stan su solo con gli stecchini" che aveva guidato gli autori del mio amatissimo Santo Graal nella costruzione della teoria storica che parte da Gesù sposo di Maria Maddalena fino ad arrivare al priorato di Sion che custodisce tuttora la sua discendenza. A me la teoria del Santo Graal era piaciuta moltissimo e per certi aspetti mi aveva anche convinto, ma vedevo bene che buona parte dei dati era piuttosto opinabile e i blocchi della storia non erano collegati tra loro in modo valido. La cosa non mi disturbava in un libro di storiografia alternativa; da un filologo però mi aspettavo una roba scialba ma  attendibile e un metodo di lavoro rigoroso.

Passarono gli anni. Scoprii l'esistenza delle leggende metropolitane e imparai che i coccodrilli uscivano talvolta fuori dallo scarico della doccia mentre la Polizia (per motivi mai del tutto chiariti) lanciava vipere nei boschi dagli elicotteri, e che la sigla di Jeeg Robot era stata cantata da Piero Pelù ancora giovanissimo. E tutto ciò era piuttosto divertente e, mi sembrava, assolutamente innocuo - tranne che per le povere vipere che si spiaccicavano al suolo, naturalmente.
Ma davo per scontato che solo qualche sprovveduto molto anziano potesse prendere sul serio queste storie (tranne nel caso della sigla di Jeeg Robot, che veniva creduta soprattutto dai giovanissimi che però venivano prontamente redarguiti dai postatori più navigati sui siti specializzati nell'animazione giapponese).
Col tempo queste leggende assunsero un colore più inquietante. 
Qualche anno fa un collega Tuttologo portò un giorno dei volantini a scuola che raccontavano dei parlamentari che si erano alzati la settimana prima lo stipendio (il tutto condito con i soliti "Vergogna!" e "Il mondo deve sapere!").
Lo mangiai per pane dicendo che su quel cazzo di volantino non c'era un cazzo di data e nemmeno si diceva da dove cazzo avevano preso la notizia, e per giunta la storia che la settimana prima i parlamentari si erano alzati lo stipendio la vedevo non meno di una volta al mese da almeno sei anni, e insomma a questo punto quanto cazzo di stipendio prendevano questi parlamentari?
Il Tuttologo ci rimase molto male, e borbottò qualcosa del tipo che "era il pensiero che contava" e che qualche volta l'avevano pur fatto.
Me lo mangiai vieppiù per pane dicendo che un insegnante era tenuto a valutare con un po' di senso critico le notizie che diffonde, visto che si suppone che avendo studiato abbia qualche strumento critico per farlo.
Lo lasciai molto deluso.

Non era la prima volta che sotto questo aspetto gli insegnanti mi deludevano: il primo anno a St. Mary Mead una collega di Tecnologia (emigrata per nostra fortuna in altra scuola l'anno dopo, e meno male perché era una persona piuttosto scorretta) mi spiegò che le fragole avevano al loro interno il disegno di una specie di lisca bianca perché erano state incrociate con dei pesci, e glielo aveva detto il tecnico della Coop venuto a fare una lezione sull'alimentazione.
Non ho idea di cosa potesse avergli raccontato il tecnico della Coop, ma il fatto che ti raccontino una pura follia non ti obbliga a crederci, almeno non senza prima consultare appositi testi e aver trovato un qualche straccio di conferma.
Ci tengo a precisare che sono una persona disponibilissima a tutto: credo agli UFO, ai miracoli, ai sogni profetici, alle visioni mistiche, alla telepatia - ma prima di parlarne in classe e rifilare telepatia e telecinesi come cose attendibili ai miei sventurati allievi voglio come minimo una dichiarazione ufficiale dell'Organizzazione Mondiale per la Sanità o una direttiva speciica del MIUR. A casa mia credo a quel che mi pare, ma quel che dico a scuola deve essere condiviso anche da persone meno disponibili di me al sovrannaturale.

Tuttavia, un paio di anni fa ho scoperto che la collega di Tecnologia e il Tuttologo non sono gli unici, nel corpo docenti, disponibili a prendere per buone cose molto, molto strane.



(to be continued...)

domenica 6 agosto 2017

Manuale del Perfetto Insegnante - Sulla nobile arte della discrezione

Come risulta assai evidente alla luce del più elementare buonsenso, è assai più facile costruirsi una reputazione di persona pettegola e indiscreta piuttosto che di persona discreta e accorta nel custodire i segreti altrui.
Nel caso della persona pettegola infatti sono le circostanze stesse che permettono di  scoprirla in breve tempo: avete giusto ieri confidato a qualcuno in gran segreto che meditate di separarvi dal vostro attuale partner e il giorno dopo gente cui a malapena avete rivolto tre volte la parola nel corso della vostra vita vi domanda se per caso il partner in questione ha una relazione che avete appena scoperto? Avete raccontato, dietro giuramento di assoluta riservatezza, che siete assai preoccupati perché le analisi di vostra madre mostrano ombre sospette nei polmoni e poche ore dopo uno stormo di  conoscenti, con l'aria molto solidale, vi racconta la dolorosissima morte dei loro genitori, parenti e amici per orribili forme di tumore ai polmoni e ad altri organi vitali? Avete detto, in un momento di debolezza, che sospettate in cuor vostro che l'ultimo fidanzato di vostra figlia abbia frequentazioni troppo strette con pasticche stupefacenti ed ecco che il pomeriggio seguente avete davanti una fila di persone ansiose di spiegarvi come tutto il paese,  tutta la provincia, che dico, tutto il pianeta sa che il ragazzo in questione spaccia regolarmente tutti i Martedì sera sulla piazza principale del paese?
Inutile mentire: il sospetto di aver scelto male il confidente prima o poi arriva.
Oppure: siete al corrente di tutte le relazioni coniugali, vere o presunte, di X e di Y anche se non vi è mai passato per l'anticamera del cervello di informarvi sull'argomento? E' inevitabile che in voi sorga il sospetto che chi ve l'ha raccontate sia persona cui conviene a malapena confidare di avere due piedi o uno stomaco.
Tuttavia, se il vostro vicino di scrivania non vi ha mai intrattenuto con le tresche del capo reparto né vi ha mai spiegato che il figlio di Z è sospetto del grave reato di tendenze omosessuali, non per questo siete immediatamente portati a dare per scontato che costui sia persona cui confidare con fiducia il sospetto di avere più palchi di corna del padre di Bambi senza che la notizia faccia il giro della città in meno di mezz'ora - perché in effetti costui potrebbe non avervi raccontato mai i fatti degli altri semplicemente perché non ne è informato.
Certo, con l'andare del tempo si finisce per riflettere sul fatto che è strano che il vicino di scrivania in questione non sia mai informato di niente di niente, pur conducendo una normalissima vita sociale e anzi intrattenendo rapporti cordiali con tante persone; e magari con gli anni potreste persino prendere in considerazione la possibilità che costui o costei non spartisca facilmente col primo venuto quei fatti che gli sono stati narrati in confidenza. Ma ci vuole, appunto, molto tempo.
La persona che non spiattella in giro le confidenze degli altri non si contraddistingue infatti per il fatto di spiegarvi appena vi conosce che non le racconta (che anzi è un chiaro indicatore di gran tendenza al pettegolezzo) ma al contrario perché dà l'impressione di non avere mai niente di particolarmente succoso da raccontarvi. Avvolge la confidenza ricevuta in un morbido bozzolo di oscurità e scansa abilmente ogni domanda indiscreta, senza nemmeno lasciar intendere che ha capito cosa gli state chiedendo e guardandosi bene dal seminare indizi sul fatto che sì, lui sa, e volendo potrebbe dirvi un sacco di cose. Non ne parla e basta.

Esauriti questi indispensabili preliminari, è ora tempo di illustrare in che modo la questione della discrezione riguardi il complesso mestiere dell'insegnante.
Com'è noto, tra i doveri dell'insegnante delle medie c'è quello di farsi presentare i suoi futuri alunni dagli insegnanti delle elementari. In questa complessa cerimonia viene solitamente dedicato un po' di spazio al profitto generale degli alunni in questione, abbastanza spazio ad eventuali problemi di apprendimento e molto spazio alle sue brache personali, che finiscono inevitabilmente per coinvolgere anche quelle della sua famiglia. Il virgulto è stato adottato? Se sì, da molto o da poco tempo? Dov'è nato e soprattutto che esperienze ha avuto? I suoi genitori sono in buoni rapporti tra loro? Oppure sono notoriamente di fuori come balconi? Godono buona salute? Ci sono conflitti in famiglia?
Non si tratta di bieca tendenza al pettegolezzo, anche se talvolta, al momento di elargire i particolari più succosi di certe separazioni l'impressione (talvolta più che giustificata) è proprio quella: se il futuro alunno si è fatto il giro di sette orfanatrofi uno più disastrato dell'altro, se è stato raccattato per la strada da qualche associazione umanitaria, se la madre sta morendo di tumore, se i genitori lo usano come ostaggio per vendicare torti effettivi o presunti subiti nel corso di una relazione tutt'altro che positiva, se il padre soffre di depressione cronica o se la famiglia è in carico ai servizi sociali è molto, molto probabile che tutto ciò incida sullo stato psicologico (e talvolta anche fisico) della giovane creatura che presto sarà affidata alle vostre cure, ed è opportuno che almeno sappiate che è opportuno evitare certe domande o certi argomenti o non dare per scontato che i compiti a casa vengano sempre eseguiti nel migliore e più solerte dei modi. E qualche volta è opportuno anche scendere nei dettagli, a volte sentendosi terribilmente impiccioni - ma che parte ha il nonno in tutta la faccenda, chi si prende cura della bambina quando la madre è all'ospedale, con i cugini e le zie vanno d'accordo? E via indagando, neanche dovesse venire preparato un rapporto per i servizi segreti sulla questione, prendendo furiosamente appunti che verranno poi nascosti sotto il materasso o fra la biancheria intima e di cui non sarà mai scritta una parola in alcun documento salvo un eventuale in considerazione della delicata situazione attuale dell'alunno nella relazione finale per giustificare come mai l'alunno viene ammesso alla classe successiva all'unanimità anche se ha cinque insufficienze di cui due gravi.
Tutte queste faccende assai private verranno poi sciorinate al Consiglio di Classe dai fortunati che hanno partecipato all'incontro con i maestri, e magari integrati dalle chiacchiere di corridoio - perché gli altri insegnanti del Consiglio non è che vivono sulla Luna, spesso hanno avuto tra i loro allievi i fratelli minori o i cugini del virgulto in questione, o addirittura i genitori stessi medesimi e ricordano, sanno, comparano - magari raccontando che la madre o il nonno gli sono scoppiati in lacrime nel bel mezzo del colloquio raccontando nuove tragedie.
Tutto ciò, anche se all'apparenza può sembrare indiscreto, è professionalmente cosa buona e giusta ed è di grande aiuto nel delicato lavoro dell'insegnamento. Tuttavia occorre sempre ricordare che si tratta di materiale altamente riservato, che andrebbe maneggiato con lo stesso riguardo che si ha per le bombe inesplose, evitando rigorosamente di parlarne con chi non insegna nella stessa scuola e al di fuori delle quattro mura scolastiche se non ci si trova in luoghi isolati e - ovviamente - con colleghi, a rischio di sembrare o anche di essere paranoici - evitando con gran cura di fare nomi se per una qualche circostanza si desidera il consiglio o l'assistenza morale di qualcuno che non fa parte della scuola - e questo vale sia per la scuoletta del paesello come per la grande scuola a dodici sezioni della capitale. 
Una accorta riservatezza non causerà danno alcuno alla vita sociale dell'insegnante: mai nessun coniuge ha mai chiesto il divorzio perché non gli venivano raccontati i particolari più ghiotti di una separazione di cui in teoria non era tenuto a sapere niente, nessun parrucchiere ha mai rifiutato clienti che non lo intrattenevano con questioni dinastiche, nessun amico di lungo corso (o anche di breve) si è mai offeso perché non gli veniva spiegato per filo e per segno cosa hanno fatto le famiglie quando X è stato sospeso e certo nessun figlio di insegnanti si è mai lamentato perché non era a conoscenza degli affari di gente che non conosceva. L'insegnante troverà di sicuro alternative più che valide per intrattenere parenti e amici con la sua brillante conversazione*.

Altro aspetto assai delicato è quando di certe cose, anche tra colleghi, anche in sedi e luoghi opportuni e pertinenti, si parla troppo e troppo spesso. Questo avviene soprattutto sugli affari privati delle famiglie. D'accordo ricordare che Edwige è stata brutalmente traumatizzata dalla separazione dei suoi genitori che è avvenuta in questa e quest'altra circostanza (...dieci anni fa) o che i rapporti tra i vari padri dei vari figli di Berta dal Lungo Pié sono così e cosà e che questo rende la struttura della famiglia un po' complicata - per quanto, le circostanze della separazione non sono sempre del tutto pertinenti, e non sempre è necessario riferire tutta la storia di una stirpe partendo dal tempo in cui Adamo vagava tra i pruni dopo essere stato cacciato dal paradiso terrestre. Non è sempre necessario esternare la propria opinione su come si sono comportate male le famiglie né fare l'albero genealogico della dinastia dai tempi delle crociate: il consiglio di classe si occupa del percorso degli alunni, non di storiografia comparata, e quando una determinata storia viene narrata per la terza o quarta volta in pochi mesi conviene che qualcuno, a rischio di sembrare molto scortese, ricordi con fermezza che del gossip si occupano già i giornalisti, che certo sanno fare benissimo il loro lavoro anche senza l'aiuto dei docenti. Tale salutare pratica del darci un taglio è altamente raccomandabile non solo per limitare le perdite di tempo, ma anche e soprattutto per evitare che un Consiglio di Classe di gente che si conosce da tanti anni si trasformi in un gallinaio dove il livello qualitativo degli interventi risulti  deplorevolmente basso anche quando le brache degli alunni vengono accantonate per passare a temi più pertinenti al lavoro - perché c'è un certo tipo di pettegolezzi che sporca anche chi si limita ad ascoltare e rende tutto più meschino; senza contare l'assoluta necessità di non scandalizzare il supplente di turno, che già al terzo risvolto della prima saga familiare si domanda un po' schifato tra che razza di gente è andato a finire.

* sì, d'accordo, suona strano detto da me che da nove anni tengo un blog dove racconto i fatti degli altri e quasi niente dei miei; però sui fatti degli altri ho fatto qua e là un certo lavoro di editing e assolutamente nessuno delle scuole dove ho lavorato sa che tengo un blog - e se anche capitasse qui e capisse chi sono, ben difficilmente riconoscerebbe di chi sto parlando. Credo. Spero. Confido. Succede sempre così, vero?

venerdì 4 agosto 2017

L'ibisco viola - Chimamanda Ngozi Adichie

Quel che vado oggi a presentare è il primo romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie, scritto quando questa eccellente autrice - dal nome per me assolutamente irricordabile nonostante la grande ammirazione che sento per lei - aveva 26 anni, nel 2003 e tradotto nel 2006 per le edizioni Fusi Orari. Adesso l'autrice è in carico a Einaudi, che dovrebbe ormai aver pubblicato tutti i suoi romanzi  - ma ignoro se per questo ha approntato o meno una nuova traduzione. 
Nel frattempo sono passati gli anni e l'autrice è diventata molto famosa, almeno negli USA. Io comunque l'ho scoperta solo l'anno scorso, con Americanah, per la qual scoperta devo grande riconoscenza al blog de I dolori della giovane libraia - e ripensandoci, sospetto che il trip africano me l'abbia innestato proprio lei perché fino all'anno scorso per me l'Africa era solo un continente pieno di stati che si ostinavano ad essere poveri, giusto per autocitarmi, e la Nigeria un paese dove tutti gli stati più ricchi andavano a prendere petrolio senza lasciarne nemmeno un barattolino ai legittimi possessori e dove ogni tanto rapivano un ingegnere proprio per questioni legate allo sfruttamento del petrolio - mentre adesso è il paese dove abitano i protagonisti dei romanzi di Adichie e dove tutti mangiano grandi quantità di platano fritto e igname lesso oltre a tanti altri piatti dal nome incomprensibile (e che mi piacerebbe provare, ma a Firenze non ci sono ristoranti nigeriani, anche se ne ho scovato uno eritreo che prima o poi proverò quando il mio stomaco avrà smesso di fare i capricci).

Ma veniamo all'Ibisco viola. Nonostante platano fritto e da friggere e igname da sbucciare e poi lessare e condire nei più vari modi abbondino, nonostante il nonno della protagonista che è ancora legato agli antichi culti, nonostante la penuria di benzina e le continue interruzioni della corrente elettrica che complicano parecchio la vita del frigorifero della zia della protagonista, più che un romanzo nigeriano si tratta di un romanzo ambientato in Nigeria: la storia raccontata potrebbe svolgersi in qualsiasi paese (e certamente in Italia), anche nell'appartamento del piano di sopra o nella casa all'angolo. Per dirla in breve, è una storia di violenza familiare, e certamente non è necessario scomodarsi ad andare in Nigeria per viverla; però è raccontata molto bene. Ne viene fuori una narrazione inquietante e spesso opprimente quando la protagonista vive in famiglia; ma per fortuna l'autrice ha avuto compassione del lettore e buona parte dell'azione si svolge a casa della zia della protagonista - che non sarà la perfezione incarnata, ma è un assai piacevole essere umano, e in casa sua l'atmosfera è molto diversa.
La protagonista, Kambili, ha quindici anni e un fratello di diciassette. La sua famiglia è molto ricca e abita in una bella villa piena di marmo. Niente interruzioni della corrente, per loro, niente problemi con la benzina e molta servitù, tra cui un autista. C'è un padre tanto buono e amorevole, e c'è una madre  che ogni tanto ha tracce violacee intorno agli occhi e strani lividi. Tutto questo viene raccontato nelle prime dieci pagine, dopo le quali il lettore ha capito la situazione e quel che non ha capito comunque lo intuisce, perché appunto la storia è fuori dal tempo e dallo spazio, e molto simile a certe che leggiamo sui giornali o intuiamo vagamente nelle persone che abbiamo intorno a noi.
Kambili e suo fratello condividono un sacco di cose di cui non parlano nemmeno tra loro se non col linguaggio degli sguardi - l'unico consentito ai prigionieri - e vivono in una campana di vetro. Il padre gli fornisce un orario molto preciso con cui scandire la giornata ed evita rigorosamente che i figli abbiano contatti col mondo esterno: per esempio l'autista li accompagna e li va a prendere a scuola avendo cura di non lasciargli tempo per comunicare con i compagni e stringere - orrore! - amicizie, ed è rigorosamente sottinteso che anche i pensieri dei figli (e della moglie) siano regolati secondo la volontà del capofamiglia. 
I due fratelli sono cresciuti sotto il peso della paura e non ricordano nemmeno che ci sia stato un tempo in cui non  e avevano - probabilmente perché non c'è stato, e la paura l'hanno assorbita già quando erano nel ventre materno. 
L'improvvisa entrata in scena della zia spezza questo cerchio malefico e i due ragazzi realizzano molto gradualmente la follia completa e totale della loro situazione. Si tratta quindi della storia di un risveglio, molto ben narrata. Ma è anche la storia, o meglio il ritratto, del padre, un uomo il cui principale problema è la necessità di un controllo assoluto su tutto quel che ha intorno - un uomo che, come riassume mirabilmente la zia, dovrebbe smettere di cercare di fare il lavoro di Dio, perché Dio è ormai abbastanza grande per farlo da solo, anche senza il suo aiuto; e infatti la religione (cattolica, ma un cattolicesimo dove il Concilio Vaticano II non risulta in alcun modo pervenuto, nonostante siamo ormai nel 1995) è uno dei principali nodi della questione.

Non è un libro leggero e spensierato, anche se si lascia leggere molto bene - come tutto quello che esce dalla penna di Adichie; volendo, si lascia leggere bene perfino sotto l'ombrellone, anche se probabilmente facendo così ci si ritrova a guardare con sospetto quei genitori preoccupatissimi che i loro figli si facciano male, attacchino discorso con estranei e stiano troppo nell'acqua; perché si sa, il diavolo si annida nei dettagli.

Con questo post partecipo al primo Venerdì del Libro di Homemademamma di questo torrido Agosto - avendo cura però di precisare che la Nigeria è sì un paese caldo, come succede spesso in Africa, ma qualsiasi immigrato africano sarà lieto di raccontarvi che il caldo che ha patito nelle estati italiane a casa sua non lo ha mai nemmeno intrasentito. Buona bollitura a tutti e che l'estate sia con voi.

lunedì 31 luglio 2017

Il bonus e i captivi (dura cosa è l'aggiornarsi)


E anche quest'anno per gli insegnanti è arrivato il bonus per l'aggiornamento: 500 euro croccanti e a corso legale da spendere in libri, biglietti di spettacolo, hardware e software e tante altre simpatiche cosarelle che servono a fare di noi dei docenti più bravi, più istruiti, più acculturati, più rilassati e con miglior conoscenza del viver del mondo. 
Al contrario dell'anno scorso il MIUR però non si è limitato a sbatterceli sul conto in banca. No, quest'anno dovevamo seguire una complicata procedura iniziatica per entrare in possesso di quei soldi.
All'inizio non si sapeva bene come, e nella mia santa ingenuità pensavo che ci arrivasse la solita tessera magnetica da strisciare da qualche parte per pagare. Invece a fine Ottobre è risultato che no, sarebbe stato un affare più complesso.
Dovevamo prima di tutto identificarci, poi grazie a questa identificazione ci avrebbero dato uno SPID. Una volta avuto lo SPID ci saremmo dovuti iscrivere da una qualche parte, con tanto di password e username, e da lì avremmo generato appositi buoni con i quali avremmo pagato i vari fornitori.
Sembra un po' contorto? Sì, lo sembra. Anche perché esso lo è.
Ma nemmeno nei miei incubi peggiori avrei immaginato che sarebbe stato così complicato.

Un bel giorno di Novembre, disponendo di una ora buca e del computer della Sala Insegnanti provvidenzialmente libero decido di avviare la procedura di identificazione per ottenere quel cazzo di SPID. Dopo attenta ponderazione delle varie possibilità, decido di identificarmi attraverso le Poste. Tutti abbiamo un ufficio postale dietro l'angolo, giusto? Quindi non dovrebbe essere un problema farsi identificare lì.
MA per identificarmi alle Poste volevano che prima mi iscrivessi (alle Poste come altrove, sia chiaro, non è che alle Poste fossero più rompini degli altri rilasciatori di SPID. Semplicemente, seguivano le istruzioni ricevute).
Prima domanda: perché mi devo identificare? Non basta un qualsiasi avallo della Segreteria di scuola? 
Lo stato ormai mi conosce. Conosce i miei dati, il mio codice fiscale, il mio casellario giudiziario, il mio stato civile e di salute. Ogni mese mi versa uno stipendio sul conto corrente, sa dove lavoro e dallo scorso anno sa persino che sono una insegnante meritevole, in base a criteri stabiliti dai miei amati colleghi. Come mai mi conosce abbastanza da versarmi tredici volte all'anno una retribuzione, per quanto non altissima, ma NON abbastanza da attribuirmi un modesto assegnuccio di 500 euro una volta all'anno?
Non è che fossi l'unica là dentro a pensarla così, s'intende, e tutti abbiamo deprecato la sciocchezza di doverci identificare. Ma siccome, una volta deprecato e criticato e lamentato e inveito contro questa deplorevolissima tendenza tutta italiana a complicare la vita all'individuo, la questione non si era spostata di un millimetro che fosse uno, alla fine ho avviato la complessa procedura di identificazione.
Intendiamoci, la procedura è effettivamente complessa e comprende tra l'altro l'inserimento del codice fiscale oltre che dei consueti dati anagrafici, oltre all'immissione di ben due diversi codici, uno ricevuto su casella postale e uno su cellulare. Tuttavia l'insieme non sarebbe stato così disperatamente complicato se il computer della sala insegnanti della scuola media di St. Mary Mead non avesse persistito a piantarsi alla quarta schermata. Ho poi scoperto che tutto il sistema funzionava "in modo ottimale" (ma vai a sapere se è vero) solo con Google Chrome, ma questo sulla circolare non era scritto.
Comunque, dopo il quarto tentativo ho chiuso tutto e sono andata a fare qualcosa di più produttivo, ben decisa a riprovare nel pomeriggio a casa mia.
Nel pomeriggio, a casa mia, il browser mi spiega che non riesce a stabilire una connessione sicura col sito richiesto. Stessa risposta mi dà nei giorni successivi.
Finché mi viene il dubbio che il problema sia nel mio computer, ormai anzianotto, e mi riprometto di riprovare col tablet.
E infatti col tablet va meglio, e riesco a richiedere il primo codice, quello che mi deve arrivare alla casella postale. Se non va bene il codice non c'è problema, mi assicurano nelle istruzioni, basta richiederne un altro.
Dopo quattro codici che non vanno bene al programma decido di abbandonare il tutto per riprovare nelle vacanze di Natale, quando la rete è più tranquilla e in pochi si preoccupano di ottenere il loro SPID.
Ahimé, una buona parte delle vacanze se ne va in affari al cui confronto la caccia a uno SPID imprendibile sembra un vero svago. Comunque, dopo la degenza e un bel po' di convalescenza, in Marzo decido che è il momento di riprendere in mano la situazione, anche perché sono di nuovo fisicamente in grado di andare alle Poste per identificarmi.

Così, un giorno in cui mi sento particolarmente bene (rispetto alla media del periodo) decido di ritentare l'avventura.
Arrivata al secondo codice che non vuole saperne di entrare chiamo il numero verde e spiego la situazione.
Mi spiegano che, in effetti, su certe versioni di Mopzilla ci sono dei problemi...
"Io uso Safari, non Mozilla".
Mi viene così spiegato l'arcano di Google Chrome.
Pur debilitata dal lungo e doloroso decorso dell'operazione, ho senz'altro abbastanza forza per ruggire.
"Non è scritto da nessuna parte che per avere questo bonus è necessario avere Google Chrome installato sul computer!".
"Ma non è necessario che lo tenga, può benissimo disinstallarlo, dopo" mi rassicura l'addetto del numero verde.
"Io non ho la minima idea di come si fa a installare e disinstallare un browser. Non l'ho mai fatto in vita mia e non ho nessuna voglia di provarci oggi".
Infatti la mia Regola Aurea col computer è: se tu non provi a giocare al Piccolo Informatico, lui farà il suo dovere. E' una regola che mi sono imposta sul campo, avendo avuto un bel po' di amici a cui giocare al Piccolo Informatico piaceva da pazzi e che hanno ridotto sull'orlo della crisi di nervi ben più di un computer.
Inoltre, dubito moltissimo che sul mio computer ormai anzianotto Google Chrome possa essere installato senza problemi. E comunque sulla circolare non sta scritto che io debba sapere installare un browser.
Pianto una grana che non finisce più allo sventurato addetto al numero verde, poi lo ringrazio comunque della consulenza e chiudo la chiamata.

In un lampo di ispirazione però decido, prima di cominciare il giro delle telefonate per sapere quale dei miei amici ha Google Chrome già installato, di fare un altro tentativo.

Sorpresa!
Tutto va liscio. Senza colpo ferire entrano prima il codice arrivato via mail e, un paio di schermate dopo, anche il codice arrivato via cellulare. Infine riesco a vedere, bella come un miraggio, la scritta che mi annuncia che ho finito l'iscrizione.

Felice e giuliva come mai nessuna ochetta lo fu corro festosa alle poste, dove la cortese impiegata avvia la procedura di identificazione... per poi scoprire che ho sbagliato a inserire il codice fiscale.
Ebbene sì. Ho sbagliato una lettera.
"Ma non può correggerlo lei?" provo a supplicare.
"No, io non posso farlo" mi assicura "Però è una procedura semplice, le basta rientrare nel sito".
Col mio consueto ottimismo,  le credo.

Arrivata a casa mi precipito nel sito. E cosa succede non l'ho capito ma tanto armeggio che scopro di essermi iscritta come utente poste in qualcosa che con lo SPID non c'entra nulla.
Infine riesco, non dico a entrare, ma almeno ad accostare il sito giusto e la registrazione giusta; l'unico problema è che non mi permette di cambiare i dati.
Richiamo il numero verde. Naturalmente mi risponde un altro operatore e quindi posso sciorinare tutta la storia e deplorare la mia triste sorte e soprattutto meravigliarmi molto per quel che mi dice su Google Chrome. Recito una bella sceneggiata indignandomi molto, che di Google Chrome la circolare non aveva parlato, e che modo di fare era, e io ero solo una povera insegnante che voleva il suo SPID... dopo qualche minuto lo ringrazio per l'assistenza e chiudo la chiamata.
Poi riprovo, e stavolta entro tranquillamente. 
Riscrivo il codice fiscale, lo controllo tre volte, do il comando di chiusura, poi torno alle Poste dove mi identificano senza colpo ferire.
Stremata ma soddisfatta torno a casa, dove mi concedo un parco spuntino per festeggiare il mirabile evento. 
"Domani entro nel sito del MIUR e provo a produrre il buono" mi riprometto.
Ma il giorno dopo ho l'ultimo controllo medico alla ferita, e dopo sono troppo debole e debilitata per affrontare il gran cimento e...

Ebbene sì, il buono è stato prodotto, anzi generato, soltanto la settimana scorsa, e non è stata una procedura indolore. Tra i vari intoppi il programma generatore di buoni (e mai nessuno che pensi ai captivi, imprigionati in questo dedalo informatico) si è piantato non meno di due volte e quando ho cercato di entrare nel sito è stato stabilito che non ero abbastanza affidabile e quindi necessitavo di un codice supplementare che mi sarebbe arrivato via cellulare. Al terzo codice comunque il programma si è degnato di prendere atto che esistevo e ha infine acconsentito a farmi entrare.
Per mia grandissima fortuna quest'anno dovevo generare un solo buono, che sarebbe prontamente stato fagocitato dal venditore di computer senza lasciarmene nemmeno una briciola; ma tremo in cuor mio al pensiero di cosa potrebbe succedere l'anno prossimo alla biglietteria del Teatro Comunale di Firenze.

Tutto ciò può almeno in parte, non dico giustificare, ma almeno rendere un po' più comprensibili le immonde scene cui si è trovata ad assistere la giovane libraia del blog omonimo, che all'argomento ha dedicato uno dei suoi racconti a fumetti più spassosi (quella messa all'inizio è solo una delle tante tavole) che consiglio a tutti di andare a leggere.
In conclusione: d'accordo, il Vero Insegnante Non Teme Il Ridicolo; ma non per questo dovrebbe cercare di coprirsene da capo a pié ogni volta che mette piede fuor di casa.

sabato 29 luglio 2017

Haeretica - Sulle favole e la loro molto lodevole mancanza di sessismo

Frequentando vari siti e gruppi più o meno femministi ogni tanto mi imbatto nel grave problema del Principe Azzurro, e qualcuno (di solito, in effetti, qualcuna) spiega che alle bambine non andrebbero lette le fiabe tradizionali, dove si parla di principesse in perenne attesa del suddetto Principe Azzurro, ma andrebbero loro somministrate versioni alternative delle fiabe, dove il Principe Azzurro non c'è o dove la Principessa di turno non se ne interessa preferendo dedicarsi ad altre attività (e talvolta queste versioni alternative vengono anche raccontate nei dettagli, e a me hanno fatto sempre venire il latte alle ginocchia, ma vai a sapere).
Ora, lungi da me voler inchiodare le giovani promesse del futuro al mito del Principe Azzurro o deprivarle di storie in cui si interessano di altro che del Principe Azzurro; ma una fiaba è una fiaba e le fiabe non sono sessiste né propagandano in alcun modo un modello femminile dove la principessa sta perennemente in attesa di venire salvata da un Principe, azzurro o di qualsivoglia altro colore.
Certamente la maggior parte delle raccolte di fiabe per bambini è composto con un canone piuttosto ristretto di di fiabe che poi sono quelle scelte dalla Disney per i suoi film: Cenerentola, la Bella Addormentata, Biancaneve... la Bella e la Bestia (?), la Sirenetta, Rapunzel... Va poi aggiunto che queste fiabe sono state spesso pesantemente riadattate per propagandare un determinato modello femminile che per gli americani sembra sia l'unico proponibile. Di recente è stato poi inaugurato un filone in cui la principessa dichiara di non volere alcun principe, che se vogliamo è solo un altro modo per propagandare quel modello, anche perché tutti intorno a lei la trovano strana per questo suo rifiuto eccetera. E va pur riconosciuto che tenere un bambino lontano dai film della Disney è un impresa assai faticosa e di scarso profitto, analoga a tentare di svuotare il mare con un setaccio o spalare l'acqua con un forcone. E di questo si può pure parlare, ma è chiaro che con Disney qualsiasi bambino deve pur fare i conti.
Il vero problema è però che le fiabe proposte ai bambini sono quasi soltanto quelle scelte dalla Disney, e spesso anche le illustrazioni richiamano i film.
Detto questo, le fiabe sono molto più numerose di quelle scelte dalla Disney, e propongono una visione del mondo dove vige una notevole parità dei sessi, anche perché lavorano su archetipi, e gli archetipi non hanno sesso. E infatti quasi sempre la stessa storia viene raccontata al maschile e al femminile, in un gioco di rimandi molto affascinante.
Prendiamo Cenerentola, che conserva sempre lo stesso titolo che si richiama alla cenere. Perché Cenerentola sì, è la fanciulla che va al ballo e trova il suo principe... ma è prima di tutto la fanciulla negletta e trascurata da tutti, che vive nella cenere del camino. Ma poi si alza, si scuote la cenere, si mette il vestito buono e va al ballo, dove è talmente bella che nemmeno la sua famiglia la riconosce.


Cosa è successo?
E' un semplice caso di trasformazione alchemica: stando nella cenere la fanciulla è maturata, come un uovo di fenice.
E solo le donne godono di questa mirabile possibilità? Niente uomini-fenice?
Ci sono naturalmente i vari casi con tre fratelli, di cui il terzo è considerato un idiota e che poi sarà quello che troverà il tesoro e soprattutto sposerà la principessa. Ma c'è soporattutto  Ceneraccio, un personaggio molto comune nelle fiabe norvegesi: si chiama Ceneraccio, o meglio è soprannominato così (anche Cenerentola ha un nome, ma di solito non lo conosciamo) e fa proprio quel che fa Cenerentola: sta accanto al fuoco, nella cenere. Poi un giorno si alza, si dà una ripulita e parte per il mondo. Sposerà la principessa, si capisce (qui una delle tante storie dove è protagonista). Ed è di umili origini, al contrario di Cenerentola che è stata privata del suo status da deplorevoli vicende familiari; va anche detto che di solito Ceneraccio lascia il suo nido di cenere dopo la morte del padre, quando i fratelli, che di solito sono due, gli ordinano di darsi una mossa perché non hanno nessuna intenzione di mantenerlo vita natural durante mentre sta a covare nella cenere.

Si potrebbe osservare che il personaggio di Cenerentola si trova praticamente in tutta Europa (tanto che credo sia l'unica favola ad avere non solo un balletto dedicato, ma perfino una bella opera di Rossini) mentre Ceneraccio è confinato tra le fiabe norvegesi - o almeno, io l'ho trovato solo lì.
Tuttavia, anche senza cenere, il carattere di Ceneraccio è diffusissimo nelle fiabe: il figlio minore, non considerato dai due fratelli maggiori e nemmeno dal padre, che tuttavia sarà quello che riuscirà nell'impresa... e sposerà la principessa. Né sono rari i figli unici, a volte contadini e a volte principi, che si distinguono per il buon carattere e la gentilezza d'animo (ma non per un loro particolare amore per la cenere) e che sposeranno la principessa, talvolta liberandola da qualche terribile incantesimo che le ha trasformate in animali o in brutte vecchie. Questi principi sopportano stoicamente di venire sposati a tope (sì, tope), cornacchie, ranocchie e vecchiacce finché la loro pazienza non verrà ricompensata.
Esistono povere spiantate che sposano il principe? 
Certo che sì, ed è un caso molto comune. Figlie di legnaioli, contadini, mugnai, bottegai, che salvano il principe dal solito orribile incantesimo o anche lo aiutano quando è ferito o cose del genere. In effetti nelle fiabe c'è anche una certa parità sociale: principi e poveracci sposano la principessa, mentre principesse e poveracce sposano il principe, talvolta conquistando il consorte a prezzo di atti eroici, qualche volta limitandosi a seguire le istruzioni dell'aiutante magico e talvolta guadagnandosi lo sposo grazie all'intelligenza (nelle Fiabe Italiane c'è Caterina, per esempio, fanciulla di spirito assai pronto che riesce a seguire una serie di istruzioni una più impossibile dell'altra). 
Talvolta semplicemente queste fanciulle si prendono cura di un animale ferito o infreddolito - nei fratelli Grimm abbiamo Biancarosa e Rosella che accolgono addirittura un orso... che chiede asilo perché fuori nella foresta fa un gran freddo; e sì, un orso che parla e che ha freddo forse potrebbe far nascere qualche sospetto, ma naturalmente le due fanciulle e la loro cortesissima madre non sanno di vivere in una favola.
Va pur detto che mentre talvolta i maschi, principini o figli di mugnai che siano, se ne vanno via di casa spontaneamente per "cercare fortuna" le fanciulle, povere o nobili che siano, molto raramente si muovono di loro spontanea volontà. Ma Pelle d'Asino non è l'unica che scappa volontariamente, senza essere cacciata da qualche matrigna crudele, onde evitare l'incesto: diverse protagoniste, nobili e non, se ne vanno per cercare una nidiata di fratelli trasformati in animali selvatici da qualche madre/matrigna imprudente o malvagia, ma talvolta anche per rincorrere il loro animale preferito o qualche giocattolo che gli sfugge di mano (e qui Zeus avrebbe molto da dire a riguardo, perché le ragazze che gli piacevano spesso venivano da lui catturate proprio in questo modo) - e anche i loro corrispettivi maschili partono spesso per rincorrere qualche uccello dalle penne d'oro o cerve bianche o lepri o simili, senza avere una vera intenzione di partire. Talvolta si va a fare una commissione e si perde la strada, altre volte si va a fare una commissione ma la cosa si rivela più lunga del previsto: e certo, se ti mandano a Est del Sole e a Ovest della Luna puoi anche immaginartelo da solo/a che non sarà affare di due ore. E naturalmente c'è il caso di Gerda che parte per ritrovare il suo compagno di giochi - e se non partisse Kay sarebbe ancora a pasticciare con le lettere di ghiaccio, perché anche lì c'è un incantesimo molto potente da spezzare.

Le principesse sono sempre belle? Quasi sempre. Un po' più frequente è il principe brutto, di solito per colpa di un incantesimo - ma la storia di Enrichetto del Ciuffo ha parecchio da dire sull'argomento: lì abbiamo due regine brave ed esemplari che hanno partorito in un caso una principessa bruttissima ma assai sveglia e una principessa bellissima ma di una stupidità  davvero notevole, nell'altro un principino singolarmente orrendo. 
Qualche volta la ragazza (principessa o meno) si ritrova sposata a un mostro: e sarebbe interessante sapere se l'idea originaria è stata di Apuleio o se è molto più antica (come personalmente credo, perché anche in questo caso si tratta di una storia iniziatica);  comunque sia, viene il momento in cui il Mostro sparisce e la sposa, principessa o figlia di contadini che sia, si deve dare parecchio da fare per riprenderselo, ritrovandolo alla fine immerso in un sonno mortale:
tu dormi a le mie grida disperate
e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare
ricordava la nonna di Carducci. Ma alla fine lui si risveglia; e insomma nelle favole ci sono anche i principi addormentati da svegliare.
A questo proposito va tuttavia ricordato un caso in cui fa una certa differenza se ad essere addormentato è il principe o la principessa: perché il protagonista talvolta trova la principessa addormentata, la mette incinta e se ne va (per poi tornare, naturalmente) mentre non mi ricordo di aver mai trovato un caso in cui la protagonista mette incinta il principe nonostante le mie folte letture fiabesche. In compenso abbondano i casi in cui in un matrimonio, diciamo così, dall'apparenza stravagante, è lo sposo che rompe un divieto ed è poi costretto a cercare la principessa per mari e per monti fino al lieto finale.

Dunque nelle favole eroi ed eroine sono più o meno in numero pari e se una bambina ne legge in abbondanza non per questo rischia di stramazzare sotto un modello passivo e insulso che si limita a stare alla finestra in attesa di chi la salverà, purché il genitore abbia cura di cercare favole al di fuori del canone disneyano - o almeno di cercare la versione originale delle favole in questione, giusto per dimostrare alla giovane creatura in formazione che intraprendenza e spirito di inziativa - oltre, si capisce, a una gran pazienza e a uno spirito assai caritatevole che la spinga a nutrire vecchietti affamati o ad aiutare animali in difficoltà - sono sempre qualità molto utili sia per maschi che per femmine, in particolar modo se ti ritrovi nei dintorni di Faerie.

Potrei a questo punto aggiungere in tono molto acido che di tutto ciò le antologie delle medie non sembrano fare gran conto, presentando di solito una serie di favole talmente insulse e piatte e sforbiciate che l'eventuale sessismo è davvero l'ultimo dei problemi che danno. Potrei, ma siccome sono buona e cara e dolce non lo farò: al massimo dedicherò un garbato accenno a questo aspetto della questione - praticamente un impercettibile messaggio subliminale.