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domenica 16 aprile 2017

Draco Malfoy e famiglia, ovvero scegliere per convenzione ma senza convinzione


Come già Severus Piton, anche Draco Malfoy è un personaggio che deve molta della sua popolarità all'attore che lo impersona, ovvero Tom Felton - che tutti, Rowling compresa, descrivono come un ragazzo tanto amabile quanto simpatico.
Questo non toglie che sulla carta Draco non riesca proprio irresistibile.

Dopo la prima caduta di Voldemort, Lucius Malfoy raccontò al Ministero qualcosa su un improbabile maledizione Imperius cui si era trovato sottomesso suo malgrado, fece probabilmente passare di mano qualche borsa di galeoni e fu assolto da ogni colpa e lasciato in pace nel suo avito (e lussuoso) castello insieme alla ricca collezione di famiglia di manufatti magici non proprio integerrimi, a partire dal diario degli anni di scuola dell'Oscuro Signore.
Per quattordici anni poté così godere tutti gli agi e i vantaggi di una ricchissima rendita e di una reputazione sinistra senza nemmeno nemmeno doversi incomodare per dimostrarsene all'altezza: grandi discorsi in privato su quando c'era Lui (caro lei), qualche acquisto più o meno equivoco in quel di Knockturn Alley, cospicue donazioni ad enti di beneficienza (nella più solida tradizione dickensiana) ma assolutamente nessun tentativo di formare associazioni di Mangiamorte, cercare tracce del (defunto?) Voldemort, men che meno proseguire nel lavoro da Lui avviato. Qualche frequentazione non proprio equivoca ma con un passato: ex Mangiamorte ufficialmente pentitissimi dei loro trascorsi, maghi un po' chiacchierati... ma mai nessuna azione illecita, per quel che sapeva il Ministero; e, in verità, anche al di fuori di quel che sapeva il Ministero, al massimo qualche bravata, come si fanno a volte nelle rimpatriate tra padri di famiglia un po' cresciuti - ad esempio evocare il Marchio Nero (che poi sarebbe verde) alla Coppa del Mondo dei Maghi. 

Quella di Lucius Malfoy era prudenza o indifferenza? 
Non è dato saperlo. E' possibile però che il giovanile ardore che aveva guidato Lucius nelle braccia di Voldemort si fosse assai smorzato grazie agli effetti di una vita pantofolara, oltre che per il trascorrere degli anni e le normali vicende di un matrimonio ben assortito e allietato da un giovane erede: Lucius Malfoy è prepotente, arrogante e antipatico, ma sembra di capire che la sua sia una normalissima famigliola legata da solidi vincoli di affetto, dove entrambi i genitori sono estasiati davanti al gran miracolo di avere un figlio; il quale figlio cresce viziato da una madre iperprotettiva e da un padre che nemmeno si sogna di negargli qualcosa o di contrastare la moglie: anche l'idea di mandare Draco a Durmstrang, in una scuola straniera dove potrebbe imparare un po' di solida e rispettabile magia nera, viene ben presto abbandonata perché mammà non vuole che la creaturina si allontani troppo da lei.
Abituato a tirarsela moltissimo, Draco approda a Hogwarts, dove si aspetta di stare sull'altarino esattamente come a casa sua; ma, anche se tra i Serpeverde è tenuto in grandissima considerazione da tutti, in fin dei conti laggiù è solo un alunno di buon livello senza niente di particolare a caratterizzarlo a parte una notevole prepotenza e una costante tendenza a trattare tutti dall'alto in basso. La stella di Hogwarts in quegli anni è innegabilmente Harry Potter, che oltre a ritrovarsi regolarmente nelle situazioni più assurde (da cui si ostina ad uscire vivo) riesce regolarmente a concentrare su di sé tutta la gloria e la fama -  senza contare che c'è pure Hermione Granger,  l'allieva più brava di tutta la scuola, a contendergli ogni possibile primato scolastico.
Pur se costretto in seconda linea, Draco passa comunque quattro anni sereni ad Hogwarts, punteggiati solo da qualche occasionale arrabbiatura. Le sue attività preferite sono cercare di mettere nei guai Harry (non sempre con successo) e ostentare una dimestichezza con le arti oscure che non ha, rimpiangendo, ad imitazione di suo padre che "quando c'era Lui".

Poi, giusto alla fine del quarto anno, Lui ritorna.
La maggior parte dei Mangiamorte non fa per niente i salti di gioia (e Voldemort se ne accorge benissimo): gli anni sono passati, l'entusiasmo si è assai placato e parecchi, che avevano abiurato, rinnegato e giurato gran pentimento davanti ai tribunali del Ministero devono un sacco di spiegazioni all'Oscuro Signore, perché non si consegnano le dimissioni a Voldemort: è servizio a vita, o morte.
Ad ogni modo Lucius lascia le pantofole davanti alla poltrona e torna al suo posto, non sappiamo con quanto entusiasmo, alla guida del gruppo dei Mangiamorte. Del resto Voldemort non ha molta scelta: i suoi servi più fedeli sono ancora prigionieri ad Azkaban, e Lucius Malfoy sembra il più lucido e affidabile tra quelli rimasti in libertà - oltre a godere della totale fiducia del ministro Fudge e ad aver unto abbastanza ruote da poter fare praticamente quel che gli pare dentro il Ministero.
La prima operazione - liberare i Mangiamorte chiusi ad Azkaban e arruolare i Dissennatori - viene portata a termine nel migliore dei modi; ma la seconda - ovvero quella di catturare Harry Potter con profezia annessa in una imboscata al Ministero - si risolve in un disastro. Lucius viene imprigionato ad Azkaban - che non sarebbe poi questa gran tragedia, ora che i Dissennatori non ci sono più - ma soprattutto cade in disgrazia.
Draco aveva passato il quinto anno a Hogwarts arruffianandosi la perfida Umbridge senza ritegno, e con una parte dei Serpeverde si era arruolato nelle Squadre d'Inquisizione, diventando così uno dei lacché della Preside e acquistando un certo potere sugli altri studenti; ma il regno della Umbridge è molto breve, e al suo ritorno al castello di famiglia alla fine dell'anno scolastico Draco troverà che la sua posizione è completamente cambiata: Voldemort è assai irritato con i Malfoy, oltre che a corto di divertimenti, e decide di spremere un po' il ragazzo per vedere se c'è qualcosa da ricavarne.
Draco si ritrova così improvvisamente promosso da bulletto del collegio a capofamiglia dei Malfoy, con un padre da riscattare e una madre da proteggere - e la cosa non gli piace affatto, anche se davanti ai compagni continua a tirarsela assai.
Gli vengono assegnati due compiti, e la ricompensa sarà la libertà (e la vita) dei suoi genitori, oltre al favore dell'Oscuro Signore. 
Il primo compito è trovare un modo per far entrare dei Mangiamorte nella protettissima Hogwarts - operazione assai complessa ma che Draco riuscirà a portare a termine impiegando grande pazienza e ingegno (come gli riconoscerà Silente nel loro ultimo colloquio).
Il secondo incarico è di uccidere Silente. Quando la madre lo viene a sapere cade nello sconforto più nero perché sa che questo Draco non potrà farlo. Lei lo ha partorito e lo ha allevato, lo conosce bene ed è sicura che non sarà in grado (e i fatti le daranno ragione); così, per salvare suo figlio si affida a Piton, stringendo con lui il Voto Infrangibile perché Draco abbia comunque una protezione.
Di questo Draco non sarà grato a nessuno dei due e per tutto l'anno farà del suo meglio per complicare la vita a Piton - come se il poverino, coinvolto in un quadruplo gioco carpiato con salto mortale, non avesse già problemi più che a sufficienza.
Per far entrare i Mangiamorte ad Hogwarts Draco si mette subito al lavoro con atti, pensieri e parole; ma per uccidere Silente, il men che si può dire è che non si impegna moltissimo, e anche quando fa un paio di pallidi tentativi non ci mette il cuore, come gli rimprovererà poi lo stesso Silente.
Primo tentativo: l'idea base è far arrivare una collana maledetta fino a Silente, sperando così che costui si dimentichi di colpo le più elementari precauzioni e la maneggi a mani nude, possibilmente giocandoci come se fosse uno yoyo e infilandosela al collo prima di andare a ballare con gli amici in discoteca. Niente di tutto questo succede, naturalmente, e la collana riuscirà solo a buttare un incantesimo assai potente su una povera studentessa che starà malissimo per mesi.
Secondo tentativo: far entrare una bottiglia di vino avvelenato a Hogwarts, nella speranza che il prof. Lumacorno la regali a Silente che se la beva allegramente, possibilmente in una situazione di solitudine totale in cui nessuno dei maghi di cui Hogwarts pullula sia presente a dargli un bezoar - e stavolta è Ron che rischia di lasciarci la pelle, ma la bottiglia avvelenata nemmeno arriva nelle vicinanze dell'ufficio del preside.
Diciamo che come scassinatore Draco mostra delle notevoli potenzialità, ma come assassino non sembra destinato a conquistarsi una reputazione imperitura.
La sorte però gli concede un altra possibilità, quando Silente, completamente disarmato, si offre a lui senza opporre resistenza (dopo aver provveduto a pietrificare Harry che assiste a tutta la scena ma senza poter intervenire).
Quella di Silente è una mossa molto ardita ma con un nobile scopo: si tratta di "salvare un anima" (quella di Draco) rendendolo ben consapevole di non essere in grado di uccidere una persona indifesa. Per uccidere un mago esiste un solo incantesimo, ma richiede una grande forza mentale e soprattutto una grande determinazione. Draco comunque non riesce nemmeno a pronunciare la formula: rimanda, traccheggia, fa conversazione con Silente dei più vari argomenti, addirittura lo minaccia - ma non riesce nemmeno a provarci. Sarà Piton che alla fine farà il lavoro sporco, uccidendo Silente - e qui sarebbe interessante sapere se, quando ha accettato di fare il voto infrangibile in difesa di Draco, aveva previsto come sarebbe andata a finire. Verrebbe da pensare di sì, visto che  conosceva piuttosto bene il ragazzo, ma su quel che davvero pensa Piton l'autrice è molto, molto parca.

Ad ogni modo, anche se l'anima di Draco è salva, la famiglia Malfoy, dopo che il ragazzo ha fallito la sua seconda missione, non se la passa affatto bene. A completamento del tutto Lucius riesce anche a bucare l'ultimo incarico che Voldemort gli affida, ovvero l'uccisione di Harry all'inizio del settimo volume.
Da quel momento la famiglia Malfoy è commissariata: Voldemort sequestra il lussuoso castello (che dalla descrizione sembra piuttosto una villa palladiana), ci pianta il suo quartier generale, si prende la bacchetta di Lucius (salvo poi scoprire che non funziona bene per lui) e non dimentica di fargli presente che è caduto nella più totale disgrazia ogni volta che gliene viene servito un pretesto. Impariamo così a conoscere un Lucius Malfoy assai umile e strisciante - la cui principale preoccupazione resta la sorte della moglie e soprattutto del figlio Draco.
Verso la metà dell'ultimo libro a villa Malfoy arrivano anche, in qualità di prigionieri, Harry, Hermione e Ron - un po' travestiti, d'accordo, e mascherati con qualche incantesimo di modesta durata, ma tutti gli adulti presenti li riconoscono, sono quasi sicuri di riconoscerli... comunque per una conferma si rivolgono a Draco. Che improvvisamente diventa l'essere più incerto della terra: non gli pare, non crede, forse, non saprebbe... 
Questo non basta a salvare i tre ragazzi, perché alla fine l'identificazione avviene comunque - ma Draco si rifiuta di consegnarli a Voldemort. Non è una presa di posizione aperta, piuttosto si ha l'impressione che  dentro di lui qualcosa si rifiuti di schierarsi con il lato oscuro della Forza, a dispetto delle circostanze, del retaggio familiare e dell'educazione ricevuta.
Qualcosa però, fino alla fine, impedisce comunque a Draco non dico di schierarsi contro Voldemort, ma almeno di rimpiattarsi cautamente per evitare ulteriori coinvolgimenti.
Non sappiamo cosa succede esattamente, ma ritroviamo il giovane Malfoy ad Hogwarts, con gli immancabili Tiger e Goyle al seguito, ben determinato a catturare Harry per poi consegnarlo a Voldemort. In una scena decisamente fiammeggiante, nella Stanza delle Necessità in versione deposito dei rifiuti, Draco insegue Harry (che a sua volta ha al seguito Hermione e Ron). Se riuscisse a catturarlo lo consegnerebbe davvero a Voldemort? 
Non lo sappiamo. Tutto lascerebbe pensare di sì, ma alla prova dei fatti Draco si è già defilato più di una volta. Ad ogni modo non solo non riesce a catturare Harry ma impedisce a  Tiger e Goyle di ucciderlo perché Voldemort lo vuole vivo. Una volta tanto però Tiger mostra qualche segno di vita autonoma e non solo dichiara (più o meno) che gli sembra più pratico ammazzare Potter senza farsi tante seghe, ma addirittura provoca un mostruoso incendio dove riesce a morire arso vivo. Il fuoco da lui scatenato distruggerà poi il quinto horcrux, mentre Draco e Goyle vengono salvati non una ma addirittura due volte da Harry.
Nel frattempo Lucius Malfoy cerca di allontanarsi da Voldemort, con la scusa di andare ad uccidere Harry; Voldemort glielo impedisce dicendo di aver capito benissimo che l'unica cosa che gli preme è controllare se suo figlio Draco sia ancora vivo (ed ha perfettamente ragione a dirlo) e che insomma Draco si arrangiasse per conto suo e Lucius smettesse di rompere.

L'ultima scena in cui vediamo la famiglia Malfoy è di quelle che non si dimenticano: nella confusione più totale, dopo la Battaglia di Hogwarts, i signori Malfoy vagano alla cieca fino a raggiungere Draco, unica persona di cui gli interessi qualcosa in tutto quel casino. E, senza che nessuno abbia il coraggio di fermarli, i tre, finalmente riuniti, se ne vanno per i fatti loro. 
Illesi, tutti e tre. Altri saranno stati schiantati, avadakedavrati, impallinati, sepolti dai calcinacci, presi a pedate dalle armature, coperti di fatture di tutti i tipi; ma i Malfoy no, loro non si sono fatti nemmeno un graffio. Unico tra tutti i Mangiamorte, Lucius la scamperà, e probabilmente si installerà nuovamente nella sua bella villa palladiana (dopo qualche necessaria riparazione e qualche borsa di galeoni donata al Ministero per placare le acque).

In conclusione, Draco è il perfetto esempio di come un figlio affezionato si possa ritrovare per forza d'inerzia ad accettare una strada scelta per lui dalla tradizione familiare pur senza aver le caratteristiche necessarie per inserirsi nella tradizione in questione: certamente ha la stoffa del bulletto e del prepotente - e l'esempio del padre ha avuto senz'altro il suo peso in questo; certamente non si tratta della settima rincarnazione di Francesco d'Assisi; ma, al contrario di molti che, come Fudge, pur non nutrendo particolari inclinazione verso le Arti Oscure accettano per opportunismo di compiere azioni anche molto malvagie, fregandosene con grande candore delle conseguenze di queste azioni, Draco, che consapevolmente e per retaggio è sinceramente convinto (almeno fino alla prima parte dei sesto libro) di essersi schierato dalla parte del Lato Oscuro, non riesce a compiere niente di conclusivo a favore di Voldemort. Proprio non ci riesce, non ce la fa. Qualcosa dentro di lui si rifiuta, qualcosa di più forte perfino dell'affetto e dell'ammirazione per il padre e la madre e della necessità di salvare il buon nome della famiglia o la stessa vita dei suoi genitori.
Draco insomma ha una coscienza, che dorme spesso di un sonno profondo ma che rivela con forza la sua presenza nei momenti in cui è più scomodo farlo. Oltre certi limiti il giovane Malfoy non riesce ad andare - al contrario di suo padre, che non risulta essere mai stato frenato da uno scrupolo in vita sua. 
Non si tratta degli effetti di una vera scelta, compiuta in piena coscienza; al contrario, sono scelte che contrastano la sua volontà apparente. Resta il fatto che le convenzioni non riescono a influire su di lui oltre un certo limite, e in assenza di una vera convinzione interiore Draco Malfoy si pianta come un mulo - o, a seconda di come si decida di vederla, svicola via.

venerdì 14 aprile 2017

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene - Roy Lewis


Com'è noto a tutti, un bel giorno i nostri coraggiosi antenati scimmie scesero dagli alberi ed assunsero la posizione eretta perché ormai era tempo di evolversi.
Ma evolversi come? E a che prezzo?
Non fu una passeggiata, questo va chiarito una volta per tutte. A raccontarci come andarono le cose è Ernest, un coraggioso uomo scimmia che ha partecipato in prima persona a quella dura fase dell'evoluzione, in una narrazione che è un commosso ricordo di suo padre Edward: è proprio Edward, infatti, il più grande uomo scimmia del Pleisticene.
Coraggioso e intrepido, grande osservatore, sperimentatore audace fino all'incoscienza - a lui dobbiamo infatti non solo la scoperta del fuoco, ma anche l'invenzione dell'incendio e financo del disastro ecologico - Edward non smette mai di osservare, sperimentare e inventare, guidando la sua piccola orda dai giorni bui della caccia a colpi di pietra, quando si trattava di contendere agli sciacalli gli avanzi di un leone sazio, fino alla caccia con le lame di quarzite e con le lance, alle caverne riscaldate col fuoco e al matrimonio esogamico (sì, proprio matrimonio. Perché, pensavate forse che nella preistoria copulassero soltanto?). 
I fratelli di Edward invece hanno inclinazioni artistiche, e assistiamo così alla nascita delle prime pitture rupestri, dei primi strumenti musicali e, naturalmente, della danza. C'è anche qualche sporadico tentativo di addomesticare qualche animale, ma la cosa è trattata per lo più come una specie di gioco, anche perché spesso si cerca di addomesticare l'animale sbagliato e senza sapere bene dove si vuole andare a parare una volta compiuta la domesticazione.
Visto che il romanzo è stato scritto nel 1960 non è sorprendente che le donne abbiano invece inventato soltanto la cucina, pur mostrandosi all'occorrenza eccellenti cacciatrici.
Meno scontata è la presenza di zio Vanja, eterno scontento degli usi moderni, perenne fautore del ritorno sugli alberi, sempre preoccupatissimo che le continue stravaganze del fratello Edward non mettano in pericolo l'equilibrio naturale finendo per condurre tutti alla catastrofe, ma assiduo frequentatore della sua caverna, dove trova sempre una dispensa assai ben fornita che gli permette di integrare la sua dieta spartana a base di bacche, semi, germogli, insetti e piccolissimi animali.
I nostri antenati cavernicoli non erano ignoranti: oltre alle indispensabili conoscenze sulle tracce e gli usi e costumi di prede e predatori avevano anche nozioni tutt'altro che rudimentali di storia (futura), di geografia moderna, di antropologia e di genetica; praticavano poi la speculazione filosofica e l'arte senza tempo delle lamentele: regolarmente infatti Edward si vede rimproverato di fare invenzioni inutili, o pericolose, o pericolosamente inutili nonché inutilmente pericolose, ma soprattutto non abbastanza rifinite e raffinate - del resto è noto che l'ingratitudine nasce con l'uomo.
La religione invece deve ancora arrivare: a parte zio Vanja che mostra di avere un qualche embrione del concetto di hybris, la speculazione filosofica avviene nell'ambito di una concezione assai razionale del mondo, senza particolare interesse a eventuali esseri superiori che possano aver creato l'universo - anche se, naturalmente, c'è qualche traccia di superstizione qua e là.
E dunque da questo bel romanzo storico ricaviamo un quadro vivo e verosimile della vita quotidiana nelle caverne, fuori dalle caverne e durante le migrazioni, condito naturalmente con molte conversazioni accanto al fuoco e con la nascita delle prime storie, che spesso sono il racconto più o meno realistico delle prime imprese compiute da questi nostri antenati innovatori.
Il racconto è appunto la storia delle imprese di Edward, e con la morte di Edward (che avviene con un mirabile colpo di scena che mi guarderò bene dal rivelare) si chiude, concludendo così anche l'epoca del Pleistocene - che proprio lo stesso Edward, verso la metà del libro, cerca di quantificare chiedendosi quando si concluderà.

Spigliato, molto divertente e con più di un tocco surreale, il romanzo è difficile da inquadrare in un genere. Certamente non è fantasy né thriller né romanzo di formazione o romantico, anche se contiene qualche elemento di tutte queste modalità letterarie; certamente non può essere un romanzo storico, dal momento che è totalmente ambientato nella preistoria. Potremmo forse inserirlo nel filone biografico e autobiografico, anche se naturalmente manca del tutto la parte documentaria e l'intera vicenda è filtrata dal punto di vista del narratore; ma forse il suo vero posto è sullo scaffale dei racconti di avventura.
Si tratta comunque di un volume di non eccessiva lunghezza, scorrevole ma piuttosto denso di contenuti. Può essere apprezzato a qualsiasi età dai quindici anni in su e può essere letto anche nei ritagli di tempo o alternandolo a letture di tipo diverso. In ogni caso è divertente e anche molto divertito.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro una felice e proficua evoluzione a tutti noi - perché di evolversi è sempre tempo, ed è un lavoro che non smette mai di essere tanto impegnativo quanto appagante  - oltre a una felice e luminosissima Pasqua in un tripudio di fiori e di sole. 
Quanto alle letture, conto di dedicare buona parte di queste vacanze a tre dei consigli dei passati Venerdì del Libro, che sembrano promettere uno meglio dell'altro.

sabato 1 aprile 2017

Un azalea e due mazzi di fiori


Stamattina sono tornata a scuola, in base al principio che "meglio di Sabato, che poi c'è la Domenica e mi riposo e Lunedì sono più pronta". 
Ero già passata a scuola la settimana prima per salutare le classi e spiegargli che, anche se rientravo il Primo Aprile NON sarebbe stato un pesce d'Aprile, ma che purtroppo non avevo vestiti con pesci disegnati e nemmeno orecchini a pesci - nonché per avvisarli dei libri che avrebbero dovuto portare. 
Avevo ricevuto da tutti un accoglienza assai festosa che mi aveva fatto molto piacere.
Niente però mi aveva preparata a quel che ho trovato oggi.

Nella Seconda, dove avevo le prime due ore, mi hanno chiesto di aspettare qualche minuto prima di entrare.
Al mio ingresso, accolto da un coro di saluti festosi, oltre a una  trionfale  scritta di bentornata alla lavagna scritta con gessetti colorati (rigorosamente in colori primaverili) ho trovato:
- una pianta di azalea da parte di tutta la classe, con pulcino di pelouche e coccinella avvolta nel tulle rosa
- la classe piena di palloncini mignon in colori primaverili (uno per ogni alunno, qualcuno attaccato qua e là, uno per me)
- la parete in fondo ornata da cartoncini di bentornata, uno per ogni alunno, ognuno con una scritta personalizzata.
In Terza, dove avevo le ultime due ore oltre al solito avviso di bentornata alla lavagna scritto con gessetti colorati c'erano ad aspettarmi
- un mazzo di diciotto rose da parte di tutta la classe
- un altro mazzo con un girasole e varie margherite colorate da parte di un singolo alunno (che aveva anche partecipato al mazzo di rose)
- un cartellone di "Bentornata Prof" (dove le O avevano le orecchie e la coda da gatto) attaccato alla cattedra decorato con sagome di gattini, ognuna decorata individualmente e con firma sotto, e in mezzo una foto della classe
- e un lungo applauso.
Nel saluto alla lavagna c'era anche scritto che gli erano mancati i miei "CHOMP!" (onomatopea con cui sono solita descrivere uno stato che ne ingloba un altro invadendolo) e i miei "GLOM" (onomatopea che uso in caso di particolare stupore).
La Seconda dove faccio solo Geografia si è limitata all'avviso colorato sulla lavagna e ai saluti festosi.

So che in casi del genere usa commuoversi, ma io non sentivo alcun cenno di lacrime formarsi sulle mie ciglia.
Ero solo contenta come una bambina alla sua festa. Ma proprio tanto tanto CONTENTA. Con il tradizionale sorriso da un orecchia all'altra.

venerdì 31 marzo 2017

Harry Potter e i Doni della Morte - J. K. Rowling

L'esasperante attesa dell'ultimo libro era accompagnata dalla Grande Domanda "Harry sopravviverà alla fine della storia?". 
Normalmente solo qualche bambino ancora assai inesperto del viver mediatico si sarebbe posto un interrogativo del genere: si sa che nel fantasy i buoni vincono, vanno a festeggiare e poi vivono felici e contenti ed è così dacché il mondo è mondo. J.K.Rowling aveva però già dimostrato più volte una deplorevole tendenza a fare come le pareva, e soprattutto aveva la mano assai pesante con i morti: nella serie del maghetto si moriva facilmente, senza troppi preamboli e senza alcun riguardo per la tua posizione araldica, sociale o narratologica - ed è noto che alla fine di una storia il protagonista non serve più. Harry Potter era protetto dal potentissimo Incantesimo del Titolo per tutti i sette libri, perché gli editori non potevano sperare di uscire vivi dando alle stampe "Harry Potter e il gran dolore causato dalla sua prematura dipartita" ma, finita la saga, era sacrificabile né più né meno degli altri. E non valeva nemmeno dire "Sì, ma dài, nei libri per ragazzi non si fa" perché giusto nel 2005 (I Doni della Morte sarebbe uscito nel 2007) la trilogia di Bartimeus si era appunto chiusa con la morte di uno dei personaggi principali, ed era proprio letteratura per giovani adulti, oh sì tessoro.
A toglierci dal dubbio ci pensò con grande gentilezza il TG2 che, dopo aver annunciato all'ora di pranzo che "stasera uscirà l'ultimo volume della saga di Harry Potter" si premurò di avvisarci che il protagonista sarebbe sopravvissuto.
Non sono una nemica a tutti i costi degli spoiler, ma ricordo di aver trovato davvero un po' eccessivo spiattellarci il finale così, senza ritegno, prima ancora che chiunque al mondo avesse avuto la possibilità di acquistare il libro; e non parliamo di chi aspettava la traduzione in italiano, che avrebbe avrebbe impiegato  mesi prima di arrivare in libreria.
L'attesa in libreria sembrò interminabile. Il mio ricordo più vivo è l'immagine di uno dei primi che era andato a prendere la sua copia, in fondo al corridoio di Feltrinelli, e che tornando in su aveva gli occhi incollati sulle ultime righe dell'ultima pagina (per vedere appunto se Harry sopravviveva). Forse lui il TG2 dell'ora di pranzo non l'aveva visto.
Aspettai con dignità che il grosso della calca si smaltisse, ritirai e pagai la mia copia con grande nonchalance dando la preferenza all'edizione per adulti, che per l'occasione aveva in copertina un bellissimo medaglione con S in smeraldi 
ed era quindi ai miei occhi molto più affascinante di quella per ragazzi che quell'anno non era venuta granché; poi ripercorsi il corridoio con gli occhi incollati sulle ultime frasi dell'ultima pagina (e sì che avevo anche ascoltato il TG2 dell'ora di pranzo; ma non ho mai avuto molta fiducia nelle anticipazioni dei telegiornali) scoprendo così che in effetti Harry sopravviveva. Ufficialmente non avevo alcun dubbio, perché mi sembrava che la morte di Harry avrebbe vanificato il messaggio di fondo della saga, molto positivo e incentrato sull'importanza del libero arbitrio, della responsabilità delle scelte eccetera - e l'importanza positiva data al sacrificio di sé per amore degli altri non mi aveva mai impressionato più di tanto, anche se lo trovavo un messaggio validissimo sul piano etico. Insomma, secondo me una storia come quella di Harry ha un senso solo se il protagonista sopravvive, altrimenti il giovane lettore si scoraggia. Mi rendo conto comunque che è un parere come un altro.

Harry sopravvive, e sopravvivono anche Hermione e Ron - ma non starò a spiegare come faccia Harry a sopravvivere nonostante la profezia e nonostante il fatto di essere a tutti gli effetti un Horcrux perché J.K. Rowling lo spiega molto bene e con tutti i dettagli del caso e perché il lettore deve pur guadagnarsi la pagnotta.
Del settimo libro si può raccontare veramente poco perché ogni singola pagina è legata al finale, e il finale è talmente lungo e complesso da spiegare che tanto vale leggersi direttamente il libro, che è pure scritto bene.
Il romanzo ha una struttura piuttosto diversa dagli altri: anche se all'inizio troviamo Harry prima dai Dursley e poi dagli Weasley non c'è la consueta atmosfera paciosa e un po' claustrofobica. E' un libro ambientato in un paese in guerra (la guerra turberà anche il matrimonio che apre il volume) ed è soprattutto una storia di fuga. Niente Hogwarts fino alla fine, e gran parte dell'anno trascorrerà in un continuo inseguimento dei tre ragazzi, che a loro volta inseguono gli imprendibili Horcrux, a volte anche girando a vuoto senza capire cosa devono fare.
E' un romanzo immerso nella paura: i Mangiamorte e i servi dell'Oscuro Signore sono letteralmente dappertutto e tutti i maghi che non sono purosangue, ovvero di purissima discendenza magica, sono duramente perseguitati, così come i coniugi babbani di maghi e i Purosangue che si oppongono a Voldemort. Per la prima volta vediamo maghi che chiedono l'elemosina, maghi che supplicano in nome dei loro figli piccoli, maghi torturati, integerrimi maghi ricattati che accettano di compiere azioni infami nella speranza di salvare i loro cari - e si tratta di spettacoli tristissimi.
A sorpresa, è anche e soprattutto il romanzo di Silente. Alla fine del sesto libro avevo proclamato con convinzione nel newsgroup che "di una cosa almeno potevamo stare sicuri: il settimo volume non si sarebbe concluso col consueto siparietto di Silente che ci spiegava tutto". Tutti si erano detti d'accordo con me, nonostante qualcuno avesse riferito che circolavano teorie sul fatto che Silente in realtà non era morto (in seguito rivelatesi del tutto prive di fondamento). Contro ogni aspettativa i fatti mi diedero torto e Silente non si negherà l'ultima spiegazione, in uno dei capitoli più belli della saga perché coloro che ci amano non ci abbandonano mai del tutto e Silente ha amato Harry come il figlio che non ha mai avuto. 
Gli indizi seminati da Silente, come mollichine di pane o lenticchie segnano la strada da percorrere e compaiono ora qua ora là, a sorpresa, perché gli uccellini selvatici se ne sono mangiati un bel po' e comunque anche quando appaiono non è che ci si capisca tutto 'sto granché e perfino Hermione a volte si scoraggia davanti a certi enigmi senza risposta. 
Ma per la prima volta ci rendiamo conto che Silente ha avuto una storia e non è nato con un dolce carattere amabile e una lunga barba bianca: c'è stato un tempo in cui scalpitava e mordeva il freno e ha fatto qualche errore - non l'errore di non capire questo e quel piano di Voldemort, ma "errore" proprio nel senso di "cosa che non andava fatta". Al momento di individuare con precisione questi errori però le testimonianze si confondono, i racconti diventano vaghi, gli indizi si contraddicono - e comunque, chi si fiderebbe di una testimonianza raccolta da Rita Skeeter? Non certo Harry che sa bene come lavora la giornalista. Ma, a sorpresa, negli ultimi capitoli interverrà una voce autorevole ma abituata a tenersi nell'ombra, quella di cui tutti tendono a dimenticarsi. E attraverso di lui si ha la sensazione che Silente ritorni tra i vivi, in tempo per aprire una possibilità.
Il Gran Finale (più di 200 pagine) come sempre si svolge in prevalenza di notte: parte dalla banca Gringott e arriva ad Hogwarts in un rutilare di effetti speciali di tutti i tipi, inclusa una grande battaglia contro le forze di Voldemort e un doveroso applauso di tutti i presidi del passato rivolto ad Harry. Si placano antichi rancori, si rinsaldano i legami familiari, si rinnovano vecchie amicizie.
Finisce bene, per molti ma non per tutti: in tanti si sono disperati per alcuni degli illustri morti che costellano il libro, ma io voglio ricordare la prima, caduta durante la fuga verso casa Weasley: la bella Edwige, schiantata dopo sei anni di amicizia e di fedeltà. Per tutti sette libri è stata una brava civetta, simpatica ma anche fiera, un po' suscettibile, coraggiosa e molto affezionata. L'autrice (che è stata molto rimproverata per questo decesso) ha spiegato che la morte di Edwige simboleggia la perdita dell'innocenza di Harry, che a tratti nel romanzo sembra destinato ad assumere la funzione di agnello sacrificale - un aspetto evidenziato anche nel retro della copertina italiana:
ma mentre leggevo l'intervista in cuor mio ho pensato "Vaffanculo" perché Harry perderà pure l'innocenza, ma Edwige perde la vita.

Da questo libro sono stati tratti ben due film, o meglio un film diviso in due parti, che con una doppia lunghezza riesce se non altro a recuperare qualcuno dei temi principali abbandonati dai film precedenti. Ebbi cura di tenermene lontano.

Con questo post concludo l'epica impresa di presentare i sette libri canonici di Harry Potter per i Venerdì del libro di Homemademamma ma avviso chi passa di qui che, essendo l'argomento quasi inesauribile, sono in programma altri due post dedicati al tema delle scelte, che compariranno (spero) a breve. Nel frattempo, buone letture e buoni picnic sull'erba a tutti, e possano le formiche non essere con voi.

lunedì 27 marzo 2017

I lettori e Severus Piton, detto Mocciosus (Severus Snape AKA Snivellus)

Parlando di Severus Piton, occorre innanzitutto ammettere che l'interpretazione che ne ha dato il compianto Alan Rickman ha molto contribuito alla  sua popolarità, insieme alla decisione unanime di tutti i registi di fargli lavare regolarmente i capelli.
Questo personaggio oscuro ed enigmatico, che nei libri è di un antipatia mortale, sullo schermo riesce a tirarsela con sufficiente classe da mostrare qualcosa di assai simile al fascino. Sia il lettore che lo spettatore sono comunque costretti a cambiare idea su di lui una gran quantità di volte, soprattutto in merito alla questione principale, ovvero "Sta o non sta dalla parte di Voldemort?" ma anche riguardo alla relativamente secondaria domanda "È o non è una carogna perfetta, completa, totale e assoluta?".
Per molti entrambe le domande si sono risolte in un fiume di lacrime davanti al celebrissimo dialogo tra lui e Silente "Dopo tutto questo tempo?" "Sempre". 
Quanto a me, che pure sono rimasta spiazzata come tutti da buona parte dei ricordi di Piton, sull'argomento avevo preso una posizione definitiva sul finire dell'Ordine della Fenice, e niente nel sesto volume me  l'aveva fatta cambiare.
Ma analizziamo il percorso di noi poveri lettori, ignobilmente beffeggiati e turlupinati infinite volte dalla bifidissima Rowling.
Nel primo volume, La pietra filosofale, Piton viene presentato come il tipico professore odioso: arrogante, irritante, parzialissimo, scorretto, arbitrario... prende in antipatia Harry a prima vista e questo è quanto, ma è decisamente offensivo anche con Hermione e con Neville Longbottom (di cui pure conosce le tristi vicende familiari) ponendo gran cura ad ogni lezione nel gettarlo nel panico più totale. Tutto miele e zucchero candito con i suoi Serpeverdini, maltratta senza alcun ritegno i Grifondoro: questo perché somiglia a suo  padre, quello perché è emotivo, quella perché vuol sempre rispondere, quell'altro perché è impertinente o respira al momento sbagliato... insomma, due palle micidiali. Qualsiasi lettore, passata pagina 150, è dispostissimo a dargli la colpa financo  dell'effetto serra o dello scoppio della guerra nei Balcani, e figurarsi quando tutte le circostanze sembrano indicarlo colpevole di tentato furto di pietra filosofale.
Ma no, erano tutte apparenze mendaci: Piton aveva da tempo individuato il vero colpevole, e addirittura aveva profuso le sue energie per salvare Harry e non ci era riuscito per colpa di un improvvido intervento di Hermione. Quanto al fatto che detesti Harry, Silente non lo nega, ma ne offre una spiegazione abbastanza contorta da finire per risultare credibile: colpa del padre di Harry, nientemeno, che a suo tempo gli salvò la vita...
Alla fine del primo libro insomma Piton risulta magari antipatico, ma passibile di diventare Buono, come succede talvolta a certi cattivi in certi libri per ragazzi.
Il lettore se ne fa una ragione.
Nel secondo volume, La Camera dei Segreti, Piton continua a mostrarsi assai antipatico con Harry (e con tutti i Grifondoro) ma non sembra mostrare segni di soverchia malvagità - è solo la solita carogna. Il lettore non se ne occupa più di tanto.
E veniamo così al terzo libro, Il Prigioniero di Azkaban, dove per buona parte dell'anno Piton è la solita carogna anche se a tratti il lettore molto osservante potrebbe notare qualcosa di strano, fra lui e Lupin - ma sono questioni tra adulti, chissenefrega?
Le cose cambiano bruscamente nel finale, quando l'abominevole Piton, in nome di vecchi screzi di gioventù, sembra trovare normalissimo rimandare in prigione un innocente e in libertà un pluriomicida. Per quanto alla  fine tutto si risolva abbastanza bene (ma senza l'intervento di quell'inqualificabile Serpeverde si sarebbe risolto assai meglio) alla fine del romanzo il lettore ha risolutamente infilato Piton nella colonna degli Stronzi Al di Là di Ogni Possibile Redenzione.
Arriviamo così al quarto libro, Il Calice di Fuoco, dove Piton è poco più di una comparsa: molti dispettucci (e qualche minaccia) a Harry, ma anche diverse cattiverie sparse ad altri Grifondoro, più uno scontro con Moody perso senza appello, tra le ole e il plauso esultante dei lettori. Forza Moody, tu sì che sei un ganzo! Manda quella serpaccia unta a mordere la polvere come gli spetta!
Senonché nel Gran Finale, quando dall'Avversaspecchio si vedono arrivare i tre professori che porteranno in salvo Harry, ecco che costoro sono Silente (potevamo mai dubitarne?), McGonagall (si capisce!)... e Piton. Il quale Piton più avanti viene convinto da Silente a stringere la mano a Sirius Black, dopo essere stato perfino sospettato ad un certo punto di essere stato un Mangiamorte.
Silente si fida di Piton, e Silente ha sempre ragione, giusto?
E tuttavia il romanzo ci ha appena dimostrato che Silente è capacissimo di prendere delle grandiose cantonate.
Ed eccoci all'Ordine della Fenice, dove Piton compare relativamente poco ma si mostra talmente odioso è insopportabile con Sirius Black (e con Harry) che al lettore dispiace infinitamente non potergli dare fuoco dalla parte dove prende meglio.
E tuttavia. Proprio nell'Ordine della Fenice. Sul finale. 
Quando la perfida Umbridge pretende da Piton del Veritaserum per inquisire Harry. E Harry si accorge improvvisamente che a Hogwarts è rimasto qualcuno dell'Ordine della Fenice che poteva aiutarlo a salvare Sirius, da lui creduto in quel momento torturato da Voldemort.
Ma come fare a fargli capire di che si tratta, senza spiegarlo anche alla Umbridge?
Harry tenta con una specie di messaggio cifrato: "Ha preso Felpato!" urlò "Ha portato Felpato dov'è nascosta!". Non osò parlare più chiaro davanti alla Umbridge.
La Umbridge naturalmente gli fa un sacco di domande, mentre Piton lo prende in giro perché dice cose senza senso. E tuttavia.
Appena uscito dalla stanza Piton si affretta a contattare l'Ordine, spiega cos'è successo, Silente fa due chiacchiere con Kreacher e fra tutti organizzano la spedizione di salvataggio al Ministero - che non comprende Piton.
Se Piton stesse lavorando davvero per Voldemort non avrebbe avuto motivo di contattare l'Ordine: Harry è chiaramente intenzionato ad andare al Ministero, dove la trappola aspetta solo lui per scattare. Piton però non ne facilita la fuga: lo lascia relativamente al sicuro nelle mani della Umbridge - che è l'unica ad aver ascoltato il messaggio cifrato di Harry, ma non ci ha capito nulla. Non ci sono testimoni. Se per un caso disgraziato saltassero fuori Piton potrebbe perfino sostenere di non aver capito cosa cercava di dirgli Harry. Oppure potrebbe aiutare Harry a scappare verso la trappola che Voldie gli ha preparato (ma senza mai parlargliene, vuoi per un fondo di diffidenza, vuoi per il gran piacere che prova a condurre in gran segreto i suoi segreti piani).
Invece interviene, contatta l'Ordine e solo grazie a questo il piano di Voldemort fallisce.
E allora: Piton potrà essere antipatico quanto un mal di denti nel giorno delle nozze e anche di più, ma non è più un Mangiamorte e la fiducia che Silente ha in lui è ben riposta.
Forte di questa serena consapevolezza, affrontai il sesto libro - dove ogni parola e azione di Piton è passibile di non meno di tre o quattro diverse interpretazioni, fin quando il Nostro non provvede a sopprimere Silente ignorando la sua ultima supplica, il leggendario "Please, Severus...". Lo uccide davanti a numerosi testimoni, e naturalmente poi deve scappare.

Nel newsgroup all'epoca eravamo tutti ampiamente adulti, soprattutto al momento della lettura del libro in inglese - e i motivi per cui eravamo quasi tutti convinti della sua non colpevolezza erano motivi da adulti: perché non aveva senso disvelare un colpevole alla fine del sesto libro e non del settimo; perché non era possibile che l'abile Rowling dopo averci tenuto sulla corda per tanti volumi chiudesse dicendo "Ebbene sì, come vedete è proprio uno stronzo"; perché analizzando la scena della morte di Silente si poteva intuire che Silente avrebbe potuto salvarsi (tanto per cominciare, non paralizzando Harry); perché forse Silente era ormai molto malato, e allora anche quella strana storia del Voto Infrangibile... E io tirai fuori il motivo più strampalato di tutti: perché nessuno aveva dubbi sul fatto che Piton fosse colpevole. Ancor più curiosa comunque fu la teoria dell'unico colpevolista, che sosteneva che la Rowling lo avesse fatto sembrare colpevole perché tutti pensassimo che era innocente, e invece alla fine sarebbe risultato colpevole davvero (e tutti dovemmo convenire che era una teoria non priva di un certo fascino).
Com'è noto, nel settimo volume nessuno dei personaggi dubita che Piton sia dalla parte di Voldemort, finché nelle ultime pagine non ci viene svelata la sua complessa storia; tuttavia sappiamo che Hogwarts lo accetta come preside, aprendogli l'accesso alla Presidenza, e che dopo la sua morte, come Sirius, anche lui sarà riabilitato.
Resta il fatto che, salutando suo figlio nell'ultima pagina dell'ultimo libro, Harry gli dice che Piton era stato probabilmente l'uomo più coraggioso che lui avesse conosciuto - ma non che gli era simpatico.
(Coincidenze? Io non credo proprio).

venerdì 24 marzo 2017

Harry Potter e il Principe Mezzosangue - J.K. Rowling



Il sesto volume a una prima lettura ci lasciò abbastanza perplessi;  ne discutemmo a lungo nel newsgroup, prima noi truppe scelte che l'avevamo comprato in inglese, poi di nuovo qualche mese dopo quando arrivò l'edizione italiana. Uno dei filoni più percorsi naturalmente era dove fossero gli Horcrux e in che modo si collegavano con la profezia - ma la gran parte delle discussioni verteva su Piton, una volta di più rivoltato come un calzino, con l'aggravante che ogni singola sua parola o azione detta o fatta all'interno del romanzo si prestava ad almeno due interpretazioni, quando non tre o quattro. Ce n'era di che diventare scemi, davvero.
Il libro, inoltre, ci aveva convinto fino a un certo punto.
Non è che non sia bello, anzi contiene alcuni capitoli davvero magistrali e ci sono un sacco di punti appassionanti. Manca però, in un certo senso, un impalcatura che tenga insieme il tutto - o meglio non è esatto dire che manca, ma è fragilina. Ti appassioni ai flashback, alle conversazioni tra Harry e Silente sulla profezia e gli Horcrux, alle spedizioni che i due fanno insieme, alle lezioni con il nuovo insegnante Lumacorno, alle vicende sentimentali che toccano variamente quasi tutti i personaggi... ma alla fine l'impressione è di un anno scolastico abbastanza vuoto, senza che capiti granché a movimentarlo: ogni tanto c'è qualche piccolo incidente non letale, Draco fa cose, vede gente e si interessa di fotografia ma senza cavarne gran costrutto, all'apparenza...
C'è un finale con i fuochi d'artificio, naturalmente, ma ci lascia ancor più spiazzati e, come dire... orfani. E figurarsi come lascia Harry.
Qualcuno suggerì che non fosse da considerarsi un libro autonomo, quanto la prima parte del volume finale. A tutt'oggi mi sembra una buona teoria.

Si parte alla grande: Voi-sapete-chi è ufficialmente tornato, e le conseguenze ricadono anche sui poveri babbani. Così il Ministero della Magia decide di mettere al corrente dei fatti il primo ministro inglese, in un capitolo dal contenuto assai drammatico ma che è forse la cosa più divertente che J.K. Rowling abbia scritto - soprattutto per chi, come me, continua a identificare lo sventurato primo ministro in questione con Tony Blair (cosa impossibile, perché sarà eletto solo la primavera successiva).
Il secondo capitolo non fa ridere, ma offre una tal quantità di spunti di riflessione che ci misi tre ore buone per leggerlo: si tratta di una conversazione tra Piton, la madre di Draco e Bellatrix che ci fa chiaramente capire che Piton gode grande fiducia da parte di Voldemort e sta facendo per suo conto il doppio gioco con Silente. Bellatrix però non si fida, e obbliga Piton a spiegarle tutta una serie di particolari - cosa che Piton fa, ma senza riuscire a convincerla più di tanto.
Anche il lettore resta col dubbio, perché le obiezioni di Bellatrix non sono prive di fondamento, mentre d'altra parte si suppone che Voldemort sia pur capace di pararsi il culo.
E dunque tutto il romanzo è dominato dall'invadente interrogativo: Piton sta facendo il doppio gioco, sì, ma lo fa per conto di Silente o di Voldemort? Con allegate varie altre domande: Da qualsiasi parte stia, come spera di uscirne vivo? Perché Silente si fida tanto di lui? Pòle darsi l'inaudito caso che Silente una volta tanto si sbagli?
Il lettore cambia idea all'incirca ogni sette pagine, ma sul finire del volume qualcosa lo convince... forse. Quanto a me, avevo notato un elemento, nel libro precedente, che mi aveva tolto definitivamente ogni dubbio in merito. Le discussioni in merito comunque fiorirono e prosperarono, in rete e fuori, anche se devo dire che gli adulti nel complesso individuarono spesso la soluzione giusta mentre i ragazzi si fecero ingannare più facilmente. 

Piton, Voldemort, la famiglia Malfoy... Il sesto romanzo è quasi completamente dedicato ai Serpeverde, che fanno e disfano alla grande per quasi 600 pagine:   e ci sono anche il nuovo professore Horace Lumacorno, Voldemort in versione giovane Tom Riddle, la famiglia di origine di Voldemort da parte di madre (discendenti di Salazar Serpeverde in persona, niente di meno. Peccato che nel corso delle generazioni certe caratteristiche si siano un po' annacquate) più un misterioso R.A.B. di cui in realtà abbiamo già sentito parlare e un ancor più misterioso Principe Mezzosangue che scrive un sacco di cose interessanti a margine dei suoi libri di testo - e anche di lui abbiamo già sentito parlare, oh sì.
Tra tanto sfarfallare di drappi verdi e argento Harry passa un anno tutto sommato piuttosto tranquillo e impara non soltanto come fare ottime pozioni, ma anche un arte per cui non sembrava affatto portato, ovvero quella di manipolare le persone con garbo e dolcezza - all'inizio del libro applicandola in modo istintivo, con il professor Lumacorno, poi via via in modo sempre più consapevole: convincendo l'insicurissimo Ron di avergli dato un piccolo aiuto per superare le sue difficoltà, riuscendo a estorcere a Lumacorno il suo ricordo più importante... e infine nella prova più dura, quando a forza di blandizie e di bugie riesce a convincere un Silente ormai in preda al delirio a finire di bere una terribile pozione, obbedendo così all'ordine più difficile da eseguire che questi gli abbia mai dato.
Ognuna di queste manipolazioni non è solo fatta a fin di bene ma è necessaria per risolvere una situazione molto delicata e viene attuata senza vera frode né peccato - perché Harry è un Grifondoro fino al midollo e la sua anima è  talmente limpida da permettergli di uscire emotivamente indenne perfino da quella palude malsana che è la manipolazione altrui; e si rifiuta decisamente di collaborare con il nuovo Ministro nel manipolare l'opinione pubblica per rassicurarla - ben due volte, e con ottimi argomenti.

Nel coro di quest'anno Harry e Silente sono molto vicini, e passano gran tempo a conversare: della profezia, di Voldemort, del libero arbitrio... e degli Horcrux, che saranno la chiave di volta dell'ultimo libro.
In compenso Piton e Draco parlano molto meno. Per buona parte del romanzo Draco appare e scompare, e non sembra fare molto di rilevante, mentre Harry ne sembra letteralmente ossessionato e continua a pedinarlo e tampinarlo per ogni dove, sempre senza cavare un ragno dal buco.
Seguiamo da vicino e da lontano un bel po' di storie d'amore: accennate, sognate, controverse, abortite, rinviate, ricordate... e qualcuna anche portata a buon fine. E scopriamo anche l'esistenza dei filtri d'amore, che funzionano, almeno per brevi periodi, e conservandosi aumentano di efficacia.
Il finale ci lascia completamente spiazzati. In particolare il quartultimo capitolo, intitolato "La Torre" in italiano (ma il vero titolo sarebbe "La Torre Colpita dal Fulmine") va letto con molta attenzione, tenendo ben presente non solo la raffigurazione della carta che i tarocchi dedicano appunto alla Torre, ma anche l'interpretazione che di questa carta viene data.

Ed eccoci all'ultima lista di new entry: pochi ma buoni, e saranno assai importanti nell'ultimo libro:
- Horace Slughorn: è un Serpeverde di buona tempra morale. Ama lo studio delle Arti Oscure, l'ananas candito e la vita comoda, ma non ha mai condiviso le idee di Voldemort né è mai stato attratto dalla possibilità di diventare un Mangiamorte. Dopo il ritorno ufficiale di Voldemort è ben deciso a evitarlo e per farlo si adatta a condurre una vita assai scomoda. E' un grande mago, assai  esperto di pozioni, e un ottimo insegnante, nonché molto vanitoso. Un personaggio che amo molto, e che a tratti mi ricorda Hercule Poirot (che, al contrario, non mi ha mai entusiasmato)
- R.A.B.: un anima non vile. Ne abbiamo già sentito parlare in passato (ma di sfuggita) e ne sentiremo parlare in seguito
- Fenrir Greyback: lupo mannaro. E no, non è affatto come Lupin, tesssoro mio. Proprio no.
- la Stanza delle Necessità: che in questo libro appare in una nuova e interessantissima versione che sul momento Harry non sembra valutare a sufficienza - ma ci saranno altre e più fiammeggianti occasioni per farlo
- gli Horcrux: scopriamo in realtà di averne già conosciuto a fondo uno, qualche libro fa, e un altro ci occhieggia con fare indifferente per tutto il romanzo. Si tratta di oggetti sottoposti ad un uso particolare grazie a complesse pratiche magiche, attraverso i quali Voldemort si è assicurato una possibilità di non morire; alcuni di loro vanno ancora individuati.

Da questo libro è stato tratto un film che, non ricordo per quale insieme di disgraziate circostanze, vidi due volte in una settimana pur non essendomi piaciuto né la prima né la seconda; decisi però di esternare sul blog cosa ne pensavo soprattutto a livello di trama e di sceneggiatura.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un felice primo fine settimana di primavera a tutti - anche se il tempo non sembra dei più promettenti per le gite fuori porta.

giovedì 23 marzo 2017

Di slave e slavine

Durante la convalescenza sto passando molto tempo in rete, particolarmente su Facebook, grazie al mio amato tablet che mi tiene comodamente compagnia a letto. 
Ho così potuto seguire le curiose vicende della trasmissione televisiva di Rai1 Parliamone sabato, che nel giro di poche ore è stata prima messa sotto accusa e poi chiusa in gran fretta, sepolta sotto una valanga* di biasimo e disapprovazione collettiva nonché sotto molti e molti strati di gelido sarcasmo da parte dei social.
Per quanto ho capito (no, non l'ho vista. Non sapevo nemmeno che esistesse) è una di quelle trasmissioni a base di dibattito spicciolo tra pubblico e ospiti, più o meno gestita dai presentatori, dove non sempre i temi trattati sono di livello eccezionalmente elevato.
Parlavano, mi sembra di aver capito, di matrimoni misti, o meglio di italiani che sposavano donne straniere**. Ad un certo punto la presentatrice ha detto di aver trovato in rete questo:
ne è seguito un lungo dibattito su questi sei punti - il quale dibattito ha lasciato alquanto perplessi molti spettatori e spettatrici che, invece di fare una telefonata di protesta ai centralini RAI, come usava quando ero ragazzina, han preferito postare questo curioso frutto dell'ingegno umano sui social, corredandolo con abbondanti commenti e considerazioni, dal che è seguita grande contrizione pubblica da parte della dirigenza RAI e la precipitosa chiusura della trasmissione. 
Ammettiamolo: la tabella non si raccomanda né per originalità né per rispetto verso le persone che descrive: le "fidanzate dell'Est" più che esseri umani sembrano pelouche, secondo l'eccellente definizione della presidente(ssa?) della Camera Laura Boldrini.
Ma da dove salta fuori cotal tabella?
Dalla rete, ha detto la conduttrice del programma, senza perdersi in dettagli che pure avrebbero forse avuto un loro perché.
Beh, adesso in rete c'è senz'altro, insieme a svariate decine di variazioni e parodie, come questa di Feudalesimo e Libertà:
Ma prima della trasmissione c'era, in rete?

Sì e no. Prima della trasmissione c'era, sul sito oltreuomo.com, specializzato in, diciamo così, tematiche giovanili (sia maschili che femminili) e che non brilla per seriosità di argomentazioni né per eccesso di autoreferenzialità, un elenco di 20 motivi per farsi una ragazza dell'Est, redatti dopo essere stati invitati a San Pietroburgo al raduno mondiale dei morti di figa
L'elenco di questi venti punti è piuttosto divertente; certamente non rende giustizia a tutte le varie sfumature di carattere e sentimenti che ogni donna dell'Est (così come ogni essere umano, del resto) si porta dentro, ma ne viene fuori un ritratto vivace e ricco di colore;  e infatti il testo originale ha richiesto un lungo e complesso lavoro di editing (in parte analizzato da Isolaria Pacifico in un articolo che ho trovato molto interessante) nonché la drastica eliminazione di  parecchi elementi per poter essere utilizzato in trasmissione - ad esempio l'ultimo, il numero venti, ovvero il fatto che le ragazze dell'Est sono le uniche che sanno leggere Dostoevskij in lingua originale.

Cosa descrive la tabellina azzurra in sei punti? 
Non le donne dell'Est, o del Sud o di qualsiasi altro punto cardinale del pianeta, né tantomeno donne in carne e ossa; no, descrive il modello femminile che ha infelicitato la vita delle nostre madri, nonne e bisnonne che tante volte se lo sono viste porre come buon esempio di moglie: la donna paziente, che non si lamenta e sopporta i tradimenti ma non rinuncia a curarsi anche dopo il parto, che tiene bene la casa ma riesce ad essere anche sexy, che lascia comandare l'uomo e non fa i capricci - modello rigorosamente mediterraneo perché sorvolare benevolmente sui tradimenti dell'uomo-cacciatore non è affatto approvato in tutte le culture, anche se da noi è sempre stato ritenuto in passato gran segno di saggezza.
Per trovare un elenco così non importa scomodare la rete, qualsiasi settantenne è in grado di ripetere a memoria a semplice richiesta questa lagna che la perseguita da prima della nascita (anche se ha tanto sperato di vedersene infine liberata negli anni Settanta); e ritrovarselo in televisione sotto mentite sembianze di attualità quando la definizione giusta sarebbe stata piccolo antiquariato è stata probabilmente la molla che ha fatto scattare le ire degli spettatori: ma sul serio, ci fate pagare il canone per descriverci questa roba come il sogno dell'immaginario del maschio italiano contemporaneo? Cento euro all'anno nella bolletta della luce per  rifilarci 'sta lagna? E ci tocca pure guardarvi mentre discutete sulle grandi verità contenute in questa tabella? Cosa vi siete fumati, e in che dosi?

Ma dicevo dell'editing che il testo originale ha richiesto, e che è stato così lungo e laborioso da convincere gli autori del programma a sorvolare pudicamente sui veri autori della fonte di partenza (anche perché costoro non avrebbero molto gradito, visto che chiudono sempre i loro post con l'avvertenza Non usare questo articolo fuori dal contesto di questo blog, i nostri lettori sono allenati a comprendere un linguaggio che altrove potrebbe venire frainteso). 
Ma in fondo si tratta solo di roba in rete, cioè a disposizione di tutti, giusto? Possiamo prendere, saccheggiare, alterare, travisare, inventare e insomma farne quel che vogliamo, no? Siamo solo la prima rete del servizio pubblico, abbiamo diritto di fare quel che vogliamo con i testi altrui - compreso lasciar credere a chi lo vuole che la tabella sia il risultato di un sondaggio sullo spinoso tema "Perché gli uomini italiani preferiscono le straniere alle connazionali?".
L'aspetto più grave di tutta questa vicenda che rischia di mettere in discussione la qualità dell'intrattenimento Rai - se non di tutta, certo di quella mattutina e pomeridiana - settore che assorbe una quantità non indifferente di denaro pubblico, sta nell'aver presentato come autentico un cartellone blu, copiato da Internet, peggio copiato probabilmente da un sito trash.
Ma forse ancor più grave è che il sito trash non solo non venga minimamente citato, ma sia stato anche pesantemente manipolato.
Proviamo a esaminare i punti 3 e 4, sul tradimento e la sottomissione (il grassetto è mio):  si spiega che queste ragazze dell'Est
8 Prima si allenano molto, ma quando trovano l'uomo giusto sono fedelissime. Perdonano persino il tradimento.
18 Se l'uomo che scelgono è sincero e fedele con loro sono disposte a farlo comandare.
Insomma, la sottomissione delle donne dell'Est va guadagnata, è comunque una loro concessione e non fa parte di una inclinazione innata a disposizione del primo che passa; e la fedeltà è una delle monete con cui ti guadagni questa disponibilità verso la sottomissione - forse perché il tradimento non è poi preso così alla leggera.
Infatti queste ragazze
7 Hanno il carattere forte e orgoglioso dei cosacchi del Volga. Quindi non si appiccicano.
17 Non fanno nulla che non abbiano voglia di fare, ma quando lo fanno ci mettono tanta di quella passione da costringere i vicini di casa a chiamare l'esorcista.
1 Non fanno scenate in pubblico. Se devono tagliarti le palle lo fanno nell'intimità di casa.
Dalla descrizione insomma sembrano creature a sangue assai caldo, che decidono le regole del rapporto: se sarai all'altezza delle richieste potrai anche tenere le redini, ma ricordati di fare molta attenzione: perché, tra l'altro, non si appiccicano. E quindi, sembra di capire, non si fanno troppi problemi a chiudere la storia, se non ti trovano adeguato.
Stereotipi o meno (c'è tutta una letteratura sul carattere fiero delle donne russe, ma a parte che la Russia non è tutto l'Est, anche la letteratura vive di stereotipi e ogni donna è fatta a modo suo) il rapporto con le ragazze dell'Est viene descritto come forte e passionale, tutt'altro che riposante; sono donne sconsigliate per gli amanti delle tutone da interno:  tutt'altro che dei pelouche, e con un eccellente rapporto con la loro aggressività.
Eppure, alla fine del restyling del brano, sembrano proprio dei pelouche che dove li metti stanno, tutti paciosi e morbidosi.

E dunque: gli autori del programma volevano mettere in scena la consueta lagna del maschietto italiano spaventato dall'aggressività della femmina italiana emancipata, ormai del tutto dimentica delle belle doti che impreziosivano la sua femminilità nei bei tempi andati, e a tal scopo hanno invitato ospiti acconci e tormentato e maltrattato un povero testo (che avrebbero potuto comodamente scriversi da soli, a quel punto) che puntava in tutt'altra direzione fino a ridurlo in modo che servisse ai loro deplorevoli scopi.
A sorpresa, il pubblico di casa ha mostrato, apertamente e senza infingimenti, di non gradire affatto e ha fatto polpette della tabella azzurra, con esiti anche molto divertenti. Ciò nonostante i commentatori e gli opinionisti  (che hanno commentato e opinato numerosissimi due giorni fa) si sono soffermati soprattutto su questa tabella azzurra come se fosse uscita da qualche sondaggio condotto nel più scrupoloso dei modi, e basandosi su quelle righe han disquisito in lungo e in largo sul maschio italiano e l'arduo cammino della donna italiana verso la liberazione dagli stereotipi, come se quella tabella avesse dignità di prova di alcunché oltre che della cialtroneria degli addetti alla trasmissione.

Dover prendere atto che la prima rete nazionale prepara i suoi programmi lavorando come un qualsiasi fabbricante di bufale non è di grande conforto al contribuente italiano; in compenso, vedere gli apprendisti stregoni di turno incastrati a sorpresa in un giochino che normalmente funzionava senza problemi e stavolta gli ha improvvisamente preso fuoco in mano è stato molto divertente e lascia pensare che i tanto deprecati social (che pure con le bufale pascolano assai volentieri) sono entità difficili da gestire se non si sa bene come prenderli, più o meno come le ragazze dell'Est descritte da Oltreuomo.

E la donna ideale degli uomini italiani? 
Ah, non ho idea. Magari, se provate a chiedergliela, ve la descrivono anche.
Però prima di farci sopra un dibattito converrebbe almeno ascoltare le risposte.

*sinonimo di slavina, come ognun sa.
**com'è noto ci sono anche un sacco di italiane che sposano stranieri, ma mi sembra di capire che la trtasmissione non si sia soffermata su questo aspetto della questione.

lunedì 20 marzo 2017

Leeentameeente... (aggiornamenti)


Infine la ferita si è richiusa e ho potuto accedere nuovamente a lussi faraonici quali la doccia integrale. I sonnellini pomeridiani sono diventati un ricordo lontano, anzi comincio ad avere pure qualche problema ad addormentarmi di notte.
Comunque stamani, per la prima volta dopo l'operazione, ho preso il caffé.
E ho anche fatto bruciare un paio di etti di teneri pisellini primaverili appena sgusciati, carbonizzando un bel tegamino di metallo e affumicando tutta la casa.
Continuo a mangiare poco, ma mi hanno assicurato che dimagrire aiuterà la ristrutturazione interna del mio addome (senza contare che i vestiti mi stanno molto meglio).
Esco per piccole passeggiate o commissioni; non tutti i giorni, non a tempi molto lunghi, ma un po' esco.
Dopo avere letto e pure riletto una notevole quantità di romanzi ho deciso che era il momento di qualcosa di diverso... e mi sono fatta portare a casa un po' di libri scolastici da visionare, per storia e geografia. Così, se non altro, adesso mi sento di nuovo molto incline a leggere narrativa, e infatti sto per andare in biblioteca a cercare qualcosa di nuovo.
Gli scolari disperano di rivedermi mai, mentre io sono in grandi speranze che la fine del tunnel sia ormai vicina.