Il mio blog preferito

mercoledì 12 ottobre 2016

Un racconto per Halloween

Guest star la Morte di Mondo Disco

Ora di Geografia, nella Terza Effervescente, e stavo spiegando le regioni polari col relativo clima, con l'aiuto delle mie belle slide*: e l'Artide qua, e l'Antartide là, e questi sono gli igloo, e queste sono le tigri bianche...
"Mi scusi prof, volevo fare una domanda, ma non c'entra molto con i poli..." chiede Lydia.
Visto che, in via del tutto eccezionale, ha anche alzato la mano sospiro e acconsento "Sentiamo".
"Ecco, che cosa si prova prima di morire?".
Spalanco gli occhi grandi come tazze da tè, respingo una serie di rispostacce del tutto inadeguate al contesto scolastico e infine dico "Non ti preoccupare, avrai senz'altro occasione di saperlo in futuro".
"Ma io lo voglio sapere! Lo domando sempre e nessuno mi risponde!".
La classe rumoreggia, e non posso darle torto.
"Lydia, non puoi sperare che qualcuno ti risponda finché lo chiedi a persone che non sono ancora morte".
"Ma io... ma lei...".
"Lydia, secondo te quante volte sono morta, in vita mia?".
Lydia si cheta e io ritorno alle delizie della banchisa e del krill.
In Sala Professori mi sfogo "Ma insomma, va bene domande impossibili, ma c'è un limite a tutto!".
"Ma lei lo vuol sapere perché è morto suo padre" mi spiega una collega.
Resto di sale. So benissimo che suo padre è morto un anno fa, dopo lunga e crudele malattia, e che lei ne è rimasta comprensibilmente assai scossa, ma non avevo minimamente pensato a collegare a questo la sua domanda. 
In effetti la collega ha ragione, almeno a livello inconscio il motivo per cui lo domanda è questo. E mi sento un po' in colpa per avere liquidato così la domanda dell'orfanella ma, onestamente, rimane il fatto che io non sono mai morta né conosco alcuno che lo sia stato, e dunque, anche se avessi collegato sul momento la domanda al triste lutto che ha funestato i suoi verdi anni, cosa mai le avrei potuto rispondere?

Tuttavia nel corso della serata mi viene in mente una possibilità.
La mattina dopo, entrando in classe, riprendo l'argomento.
"Riguardo alla tua domanda di ieri, Lydia, mi è venuta in mente una risposta. In realtà ci sono casi di persone che sono quasi morte, o forse morte davvero temporaneamente, per un arresto cardiaco, e quando sono ritornate coscienti hanno raccontato quel che hanno provato. Dicevano di essersi viste dall'alto, con tutte le persone intorno che cercavano di rianimarle e i parenti che si disperavano per la loro morte, mentre loro si sentivano serene e felici e si dispiacevano solo per tutte quelle persone che si preoccupavano e piangevano, e avrebbero voluto dir loro che andava tutto bene così ed erano contente. Qualcuno addirittura dopo essere stato rianimato dal massaggio cardiaco si è detto dispiaciuto perché là dov'era stava benissimo."
La classe mi guarda perplessa. Tuttavia questi racconti esistono, e tutti ne abbiamo sentito parlare qualche volta.
"Ma io avevo anche sentito dire che chi muore di malattia un mese prima vede una bandiera...".
"No, non so nulla di bandiere. E adesso aprite i vostri libri, e vediamo di finire la Prima Guerra di Indipendenza".

Vabbe', sono solo un insegnante di Lettere. E non sono mai morta. 
Ho fatto del mio meglio e di più non son capace.

*e meno male che ci ho quelle, frutto di lunghe ore di paziente ricerca, perché il collegamento in rete continua a latitare.

martedì 11 ottobre 2016

Piccolo vademecum per i genitori sui compiti a casa (ma questa volta il post è di Galatea)

Così innocenti, e così ingannevoli...

Così parlò Galatea con encomiabile saggezza in Piccolo vademecum per i genitori sui compiti a casa:


Visto che l’argomento compiti a casa suscita vespai di polemiche, e pare che noi insegnanti siamo insensibili al grido di dolore dei genitori, ecco a loro uso e consumo un piccolo elenco di consigli per affrontare i compiti a casa aiutando i figli a farli e non sostituendosi a loro.
  1. Vostro figlio è intelligente. Piantatela di trattarlo come se fosse ancora un lattante con il pannolino. Se il compito è stato assegnato dall’insegnante, vuol dire che è pensato per un ragazzino di intelligenza normale della stessa età del vostro. Se è preso da un libro di testo, vuol dire che è stato scritto da un team di esperti che si occupano di editoria scolastica da decenni. Se è un compito pensato dall’insegnante, vuol dire che è stato pensato da un tizio che conosce la classe di vostro figlio, vostro figlio e sa cosa ha spiegato in classe. Quindi è altamente probabile che il ragazzino lo sappia e lo possa fare senza aiuto. Fidatevi.
  2. «Non ho capito l’esercizio, non ci riesco!.» Prima di correre in aiuto al povero bimbo vessato da insegnanti crudeli fate qualche domanda più precisa. Lo so, sono le otto di sera, voi siete stressati e il bimbo vi guarda con occhioni da cucciolo come Bambi guardava la mamma prima di vederla morire. Lo fanno sempre. Anche con noi in classe. E sanno benissimo che funziona. Sono abituati che con questa tecnica un adulto pietoso si sente in dovere di fare l’esercizio al posto loro. No. Prima di tutto, circoscrivere il problema con alcune domande: «Cosa non hai capito?» Se risponde, come capita nel 90% dei casi, «Niente!» campanello di allarme che suona nella testa. Quasi sempre non ha letto la consegna o l’ha letta di corsa e di malavoglia. Rileggetela con lui e domandando cosa esattamente non ha capito, chiedendogli di spiegare la consegna con parole sue. Se non sa il significato di una o due parole si guarda sul vocabolario. Nella stragrande maggioranza dei casi, magicamente questo risolve tutto. Quando il ragazzino capisce che non ve la fa, si rassegna a fare l’esercizio. Se invece attacca con: «Ci ho provato, ma non ci riesco!» con un gran sorriso dite: «Ok, fammi vedere come hai provato e vediamo assieme qual è il problema.» Anche qua, nel 90% dei casi scoprirete che non ha mai nemmeno provato a risolvere la cosa, certo che l’avreste fatto voi.
  3. «Ci ha dato gli esercizi su cose che non ha spiegato!» Improbabile. Anche qua gran sorriso e domandare: «Ma hai degli appunti presi in classe? degli schemi? » Se comincia a bofonchiare, probabilmente la spiegazione da qualche parte c’è, ma è stata ingoiata da qual mare nero che è lo zaino, o giace scribacchiata su foglietti volanti persi chissà dove. Se invece l’argomento è spiegato sul libro, anche qua prima di fare gli esercizi gli si dice di leggere bene le pagine del libro e ripeterle usando parole sue. Nel 90% dei casi, magicamente, questo risolve i problemi. Non è che l’insegnante non spiega, è che il ragazzino cerca di fare i compiti senza aver prima studiato o ripassato quanto era stato detto in classe. Ci abbiamo provato tutti, da ragazzini.
  4. «Non ho i compiti/ ero assente/non l’ho scritto sul diario/non ho capito cosa si deve fare!» E subito i genitori si lanciano nella chat di classe su Whatsapp per tormentare tutti gli altri genitori ed avere consegne. No. Caspita, segnarsi i compiti è una cosa che deve fare il ragazzino. Se è stato assente, è lui e non voi che dovete arrabattarvi per scoprire cosa c’è da fare. Quindi lui chiama il compagno e si fa dare i compiti, gli appunti, le fotocopie. Non voi. Se era assente, telefona ad un compagno. Se era a scuola e non li ha segnati, si arrangia a recuperarli da solo. Se non ha capito cosa deve fare, si ricade nel caso sopra: si chiede di preciso qual è il problema, non si rompono le scatole a tutti gli altri genitori per tutto il pomeriggio.
  5. «Non so fare l’esercizio.» Se nonostante tutto il ragazzino non ce la fa comunque a farlo da solo, bene, l’esercizio non si fa. Il ragazzino la mattina seguente andrà immediatamente dall’insegnante appena entra in classe e gli dirà che non ha proprio capito come andava fatto. Gli insegnanti servono a questo ed è importante per loro avere questi riscontri, perché aiuta anche a calibrare in futuro gli esercizi da dare al ragazzino o all’intera classe. Quindi se non capisce, chiede. Deve abituarsi ad affrontare questa situazione, perché è chiedendo spiegazioni che si impara. E deve farlo lui, non voi. Non scrivete sul libretto all’insegnante giustificazioni. Se per caso l’insegnante dovesse dare una nota, allora e solo allora scrivete due righe sul libretto spiegando che aveva provato a risolvere l’esercizio e non era riuscito. Ma prima verificate che il ragazzo sia andato subito dall’insegnante a spiegare che non aveva fatto l’esercizio, e non abbia cercato invece di fare il furbo stando zitto, perché nel qual caso la nota è più che giustificata.
  6. Se poi vi rendete conto che proprio il ragazzino non ce la fa, non riesce a capire le consegne più semplici, non segna i compiti sul diario, è disorganizzato, i compiti sono una vera e propria agonia e non ha nessuna autonomia nel farli da solo ma abbisogna della vostra costante presenza per risolverli, eh allora c’è davvero qualcosa che non va. Ma non nella quantità di compiti. Potrebbe essere un disagio del bambino. Parlatene con gli insegnanti e considerate a quel punto di concerto con loro di rivolgervi ad uno specialista. Ma, credetemi, sono casi rari. Quasi sempre le grandi difficoltà dei ragazzini si risolvono immediatamente appena si rendono conto che non possono delegare a voi le cose e devono fare da soli. Imparano ad organizzarsi e a studiare. Diventano grandi. Il che vuol dire che voi siete un po’ meno necessari, e questo può far male, perché finché dipendono da noi noi ci sentiamo utili e giovani. Ma anche questo è essere genitori: stare un po’ male perché loro stiano meglio.

martedì 4 ottobre 2016

Lunedì Film - Il marchese del Grillo (Film per le medie)

Nel 1981 mai e poi mai mi sarebbe passato per la testa di andare a vedere qualcosa di sì ordinario come un film con Alberto Sordi. Così ho visto Il marchese del Grillo trent'anni dopo, in televisione, in una tranquilla serata in famiglia, con gli occhi dell'insegnante. Oltre ad apprezzarlo molto (è un film davvero divertente) lo trovai perfetto per introdurre il Risorgimento con una classe adeguatamente giocosa, e i fatti mi hanno dato ragione.
Se a qualcuno che passa di qui venisse in mente di domandarsi "Che mai ci azzecca il Marchese del Grillo con il Risorgimento?", la risposta è che il nostro Risorgimento è uno dei moltissimi figli che Napoleone seminò in giro nei brevi ma intensi anni in cui scorazzò da un capo all'altro dell'Europa.
Com'era l'Italia prima del Risorgimento?
Era un paese (più esattamente, un insieme di paesi) decisamente addormentato. Vennero i francesi e ci svegliarono, portando aria nuova e la vaga sensazione che, dandosi un po' da fare, le cose potessero cambiare.
E com'era lo Stato Pontificio prima del Risorgimento?
Un paese decisamente sprofondato nel più profondo dei sonni, praticamente in catalessi.

In una Roma più che addormentata il marchese del Grillo è un ricco aristocratico che si annoia a morte. Decisamente adagiato in una famiglia della nobiltà nera, si ricava dei piccoli spazi di libertà organizzando scherzi a volte decisamente perfidi, osservando il mondo intorno a lui come se fosse un teatrino e rimettendo le cose a posto dopo ogni perfido scherzo a suon di quattrini. Per il resto dorme anche lui, ma di un sonno inquieto, e la presenza francese (con cui lega volentieri, con grande sdegno della famiglia che possiamo senz'altro definire "conservatrice") gli insinua nel cuore un fondo di speranza, tanto da fargli persino venire in mente un viaggio a Parigi per vedere un po' di mondo - naturalmente giusto quando Napoleone è stato appena sconfitto in Russia e ormai sta concludendo la sua parabola*; così il viaggio non si farà, e il marchese ritornerà in gabbia - con un certo sollievo, sospetta lo spettatore, perché in fondo a fare l'uccello in gabbia c'è abituato, e forse fare il gentiluomo in viaggio di formazione per l'Europa gli richiederebbe un energia che non è convinto di avere.
Ne viene fuori comunque un personaggio interessante che, fin quando è lasciato nel suo piccolo regno, sa sempre come gestire e sistemare le cose nel migliore dei modi, ma che è profondamente consapevole di vivere in un microcosmo sull'orlo del collasso.
Il film si snoda in vari episodi, accortamente cuciti, e Alberto Sordi si toglie anche la soddisfazione di fare un pezzo di bravura impersonando oltre al marchese anche un suo sosia, carbonaro 


(no, non un patriota rivoluzionario: proprio un rivenditore di carbone) in un classico scambio di ruoli. 
Altro gran bel pezzo di bravura è la scena dove la scandalosa cantante francese (donne in palcoscenico! Signora mia, ma dove andremo a finire, io mi domando) cerca di tenere testa a un castrato - senza riuscirci perché il castrato vola più in alto di lei e con più forza nella voce. Non la fa Sordi, ma insomma non può fare proprio tutto.
Non c'è una vera trama che collega i vari pezzi, ma tutto l'insieme compone un quadro della società prerivoluzionaria: mendicanti, osti, soldati, vescovi, servitori, attori, cantanti, giovanissime mantenute, madri mezzane, carbonai, amministratori ladri (quasi un must), aristocratiche intransigenti, parenti povere che intransigenti non lo sarebbero per niente, ebrei maltrattati, briganti filosofi, giocatori d'azzardo alquanto bari, avvocati disponibilissimi a vendersi e un meraviglioso papa, interpretato da Paolo Stoppa, che a tratti sembra un marchese del Grillo troppo imbrigliato e che solo in circostanze speciali si concede qualche scherzo da prete.



Si ride molto, costumi, edifici e fondali recitano a meraviglia e le due ore e mezzo scorrono senza colpo ferire nel divertimento collettivo. L'insegnante si diverte un po' meno, ma solo perché due ore e mezzo di film, ahimé, corrispondono a tre ore di lezione bruciate e qua c'è ancora l'Italia da unificare - e di questo passo, signora mia, davvero non so dove andremo a finire.

Oh sì, ci sono ben due brevissime scene di nudo e una discreta serie di parole non del tutto adeguate al contesto scolastico - il che ha fatto ridere vieppiù i ragazzi. Salvo vederli piuttosto meditabondi dopo la frase più celebre del film, il famoso "Io so' io e voi nun zete un cazzo"



(in realtà citazione colta di Gioacchino Belli)  che a tutt'oggi, ahimé, resta piuttosto attuale. 

*anche se introdurre i soldati francesi di ritorno dalla Russia che passano da Roma richiede agli autori qualche forzatura cronologica e pure logistica. Ma son dettagli.

giovedì 29 settembre 2016

Ho un castello nel cuore - Dodie Smith


Di questo libro sentii parlare anni fa, quando appresi che era uno dei preferiti di J.K. Rowling, nei cui gusti letterari avevo gran fiducia - senza contare che di Dodie Smith avevo già letto La carica dei 101, che mi era piaciuto moltissimo.
Lo  cercai invano per biblioteche e librerie, poi mi rassegnai.
Anni dopo, in un blog dedicato al giallo classico che giusto in questi giorni sta chiudendo (come quasi tutti i blog che seguo, nemmeno fosse un epidemia) ne lessi una bella recensione -  non le solite due parolette di lode, ma un analisi dettagliata e approfondita. Lo stimato recensore raccontava che in Italia il romanzo era stato tradotto nella notte dei tempi, prima in edizione ridotta, poi integrale, ma sempre tra i libri per ragazzi. Invano però peregrinai per librerie, perché nel frattempo la fantomatica edizione integrale era esaurita - e in biblioteca continuava a non esservene traccia. 
Infine l'hanno ristampato e qualche biblioteca della mia zona, bontà sua, si è  degnata di acquistarlo; così finalmente l'ho letto e presto lo comprerò, perché sono sicura che rileggerlo mi darà almeno tanto piacere quanto me ne ha dato leggerlo la prima volta.

Il romanzo è stato pubblicato nel 1949 ed è ambientato negli anni 30 del secolo scorso in Inghilterra.
Nonostante la copertina fanciullesca, suppongo costruita ad arte per attirare le lettrici young adult (e forse per trasmettere una certa idea di costruzione dell'intreccio magari artistica ma un po' manierata) non è un libro specificamente per ragazzi. Certamente ci sono ragazzi dai sedici anni in su che possono leggerlo e apprezzarlo, così come ci sono ragazzi che leggono volentieri Il gobbo di Notre-Dame o Il vecchio e il mare, ma anche se la voce narrante (molto carismatica, come osserva J.K. Rowling) ha diciassette anni, il libro non è rivolto ad una precisa fascia di età.

A prima vista non è niente di insolito: c'è una ragazza, aspirante scrittrice e di belle letture, che tiene un diario dove racconta le vicende della sua strampalata famiglia e la sua iniziazione sentimentale. La famiglia è estremamente povera e vive confinata in un castello diroccato e ormai quasi completamente privo di mobili (sono stati venduti tutti), mettendo insieme con grande difficoltà pranzo e cena. La loro non è una povertà consunta e dignitosa, né una povertà ammantata di lusso (come quella di Flavia de Luce, per intendersi) ma una vera e autentica miseria che ricorda molto quella descritta nei primi capitoli di Capitan Fracassa. Il padre a suo tempo ha scritto un romanzo sperimentale che ha riscosso gran successo ma da allora sono passati più di dieci anni e nessuna nuova ispirazione l'ha soccorso. Topaz, la sua seconda moglie (la madre delle due ragazze è morta) è un  adorabile modella con forti venature new age ma ormai posa raramente perché non ama allontanarsi dal marito, di cui è molto innamorata. C'è poi un figlio, che studia, e di cui si tende a dimenticarsi fin quando non interviene, e due figlie che hanno rispettivamente diciassette e venti anni - e se la minore, Cassandra, sembra sopportare la situazione con no bile stoicismo, la maggiore, Rose, morde il freno e vorrebbe una vita ben più lussuosa (e come darle torto?); infine c'è anche il figlio della defunta governante che la famiglia poteva permettersi un tempo, che tiene un orto che è quasi l'unica risorsa alimentare del gruppo, più una adorabile cagna ormai diventata forzatamente vegetariana e un gatto che si nutre con mezzi propri.
Perché nessuno lavori (tranne il bellissimo figlio della defunta governante,  che adora tutta la sua famiglia adottiva, e in particolare Cassandra) non è ben chiaro all'inizio e non si può spiegarlo bene a parole, ma in qualche modo dopo un centinaio di pagine risulta abbastanza chiaro. In sintesi: perché no.
Il castello diroccato è in affitto (anche se l'affitto non viene più pagato da tempo) e un bel giorno arrivano i proprietari, arrivati di fresco in Inghilterra, che abitano in una bella villa lì vicino. Sono due fratelli, giovani, belli, molto ricchi e abbastanza americani. Rose entra subito in fibrillazione, e con lei tutte le femmine del gruppo, ansiosissime di aiutarla a realizzare il suo sogno di una vita migliore. Dal canto loro, i due americani restano affascinati dalla curiosa famiglia e si lasciano adottare sin dall'inizio, sborsando un bel po' di soldi (e di prosciutti) per migliorare il benessere dei loro inquilini. Inoltre, proprio in contemporanea con l'arrivo degli americani, l'eredità di un gruppo di pellicce - anche quelle piuttosto strampalate - riforniscono i castellani squattrinati con un po' di contante.

Sembrerebbe uno scenario molto inglese e piuttosto convenzionale, che lascia intravedere una trama abbastanza prevedibile. In realtà di prevedibile in tutta la storia non c'è proprio niente: né l'intreccio sentimentale, né le sorprese che il padre e Topaz riserveranno, né gli interventi apparentemente svagati ma in realtà molto concreti del fratello studente, né i sentimenti di Cassandra, analizzati e descritti con acutezza e precisione nel triplice diario riempito con gran cura con la scrittura veloce (in realtà una specie di stenografia) e accuratamente rielaborati in successive meditazioni con una sensibilità e una precisione che niente hanno a che vedere con le usuali introspezioni che occupano di solito questo tipo di diari romanzati. Ogni personaggio presenta un temperamento profondamente originale (e pure una buona dose di egoismo) e ognuno paga il suo prezzo e porta a casa il suo premio, nonostante le apparenze.

Uno di quei libri in cui ci si immerge dimenticando il mondo circostante e che alla chiusa dell'ultima pagina ti fa sentire un po' abbandonata. Funziona per tutte le stagioni e si può leggere a grosse tappe ma anche sbocconcellandolo durante il giorno quando si trova un po' di tempo libero.
Unico difetto: nonostante le sue cinquecento e passa pagine, è un po' cortino...

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a chiunque passi di qua un felice inizio di autunno - quella meravigliosa stagione così adatta alle letture.

Norma (con crocefissi e generali della guerra civile spagnola)


La Royal Hopera House di Londra, in un attacco di generosità, ha messo in circuito un po' di dirette dei suoi spettacoli di questa stagione; così, con soli 12 euro di ingresso, il 26 Settembre mi sono potuta vedere e soprattutto ascoltare in diretta al cinema questa bellissima esecuzione che da tre giorni mi perseguita, tanto che ho deciso di farci un post.

Norma è un opera molto amata e poco eseguita, di questi tempi. Mancano le interpreti, si spiega. C'era la Callas, certo. La Callas è stata la Norma per eccellenza, l'esasperante punto di riferimento supremo. In realtà tante e ottime interpreti si sono mirabilmente cimentate in Norma, con ottimi risultati ma... mancava sempre qualcosa. Il fatto è che la Callas, oltre che una grande interprete, era anche un ottima attrice - e soprattutto ci aveva il temperamento giusto. Perché, al di là delle indubbie difficoltà tecniche, Norma è un personaggio davvero difficile da interpretare.
E' un personaggio di illustri natali: nel suo albero genealogico ci sono la Medea di Euripide e la Didone di Virgilio - con la non lieve differenza che Norma non uccide i suoi figli e riesce a morire accanto al suo amante, in un finale dalla strana tessitura, che se non è interpretato alla perfezione sembra davvero un po' appiccicato per non far finire l'opera troppo male: all'ultimo momento l'incostante Pollione si rende conto che l'ama e l'ha sempre amata. Ma si può?
Per strano che sia, sembra proprio che si possa; ma, nonostante la musica aiuti parecchio, gli interpreti devono fare davvero i miracoli perché il tutto risulti convincente.
Per fortuna, l'opera ha tali e tanti pregi che, purché eseguita con cura, in scena funziona quasi sempre e andrebbe rappresentata più spesso, anche se non c'è più la Callas (e ormai sarebbe il caso di rassegnarsi, mi sembra, visto che da parecchio ormai non c'è più) perché quel che funziona in questa opera è proprio tutto l'insieme, grazie ad una bellissima musica e a una vicenda davvero ricca dove ognuno dei tre personaggi ha modo di farsi valere.

Stavolta c'era quasi tutto: un ottima orchestra diretta nel più eccellente dei modi dall'ottimo Pappano, un coro in grande spolvero, una Adalgisa (Sonia Ganassi) che, essendo un vero  contralto non ha una voce ingolata che la renda simile a un uomo (mentre di solito, quando entra in scena Adalgisa, l'ascoltatore si domanda perplesso cosa ci fa un uomo dal timbro grave tra le vergini consacrate di Irminsul), un Oroveso un po' calante ma insomma si è sentito ben di peggio, un Pollione in ottima forma vocale (Joseph Calleja) che, nonostante il sadismo della regia è riuscito anche a recitare in modo assai convincente - perché Norma ha un carattere complesso, ma anche Pollione non è proprio lineare. 
Poi c'era Norma, ovvero il soprano bulgaro Sonya Yoncheva, che oltre a essere un eccellente soprano belcantista, per l'appunto ci ha il giusto temperamento e ha cantato alla luna, rimesso al suo posto la sua bellicosa tribù, confortato e aiutato Adalgisa che le narrava il suo tormentoso e colpevole primo amore, strapazzato doverosamente Pollione per poi supplicarlo, esortato la tribù sul sentiero di guerra, risparmiato all'ultimo momento i suoi figli per poi morire nel più nobile dei modi con una curiosa punta di trionfo dopo aver svelato a suo padre che era doppiamente nonno e avergli ordinato di portare via i suoi figli.
Ne è venuta fuori un esecuzione certamente superiore a entrambe le versioni incise dalla Callas - dove c'era sì Norma, ma su tutto il resto dell'insieme si potrebbe trovare parecchio da ridire - e molto, molto coinvolgente; e credo che, dopo questa prova, Yanchova avrà parecchio da lavorare e Norma verrà rappresentata molto più spesso.

Tutto bene dunque? Sì, tutto bene, a parte la regia che era completamente folle.
Com'è noto, Norma è una sacerdotessa e una donna di potere. Anche se ha due figli segreti (e il fatto che siano rimasti segreti e la relazione con Pollione sia andata avanti per un buon numero di anni lascia capire che, sacerdotessa vergine o no, la donna aveva o si era presa dei buoni margini di libertà facendo letteralmente quel che le pareva senza che a nessuno venisse minimamente in testa di impicciarsi o indagare) Norma è una sacerdotessa vera, legge davvero i libri del destino e sa che lottare contro Roma è inutile, perché Roma può cadere solo corrosa dall'interno, non per la rivolta di una tribù qualsiasi. Il suo rapporto con gli dei sembra ottimo, e di sensi di colpa non si vedono particolari tracce. Se Norma ordinasse alla tribù di camminare sulle mani, tutta la tribù camminerebbe sulle mani senza minimamente mettere in dubbio la validità del suo ordine.
Non risulta che sia stata messa a forza tra le sacerdotesse di Irminsul, né che lo faccia malvolentieri; risulta invece, questo sì, che lo fa "a modo suo".
E' vero che Irminsul è un dio guerriero, che chiede sacrifici (di animali); ma non risulta che la religione pesi come una cappa funebre sulla tribù. 
Ma insomma, il regista ha stabilito che nella tribù di Norma la religione è cupa e oppressiva e al posto della foresta dove si svolgono i sacri riti abbiamo una selva... di crocifissi, e al momento della cerimonia sacra abbiamo le sacerdotesse vestite da preti e da vescovi, Adalgisa narra la storia del suo colpevole amore in un confessionale (in una scena che, nonostante tutto, riesce a venire bene), e i guerrieri della tribù sono vestiti... da generali spagnoli della guerra civile - cosa difficile da capire perché, a quanto ricordo, nella guerra civile gli antipaticissimi generali spagnoli vinsero.
Non solo, sopra la divisa da generali spagnoli portano strane toghe bianche da Ku Klux Klan (o da processione di Siviglia) che in certi momenti sembrano abiti da templari.
Abbondano le croci, che non sono vere croci cristiane ma le ricordano abbastanza apertamente, tira aria di inquisizione e, nel secondo atto, la casa dove vivono i figli di Norma è una specie di bunker arredato da mobili di Interform dove i bambini, vestiti in abiti moderni, giocano con giocattoli moderni e guardano alla televisione i cartoni animati (La collina dei conigli, per la precisione).
Il povero Pollione invece è vestito con un orrido completo vagamente malavitoso (che oltre a stargli singolarmente male è piuttosto brutto di per sé) oltre ad essere pettinato in modo orrendo. Perché tanta cattiveria verso un sì bravo cantante, che oltretutto recita pure lui molto bene? E perché fare un intera Casta diva senza una sia pur minima porzione di luna? E' un brano altamente lunare, dalla prima all'ultima nota. Non si chiama Casti crocefissi, non c'è motivo di coprire il soffitto con due giri di crocifissi attorcigliati.

Vabbé, alla fine son dettagli, e ascoltando qualche brano a occhi chiusi i crocefissi scomparivano. In realtà la scena del sacro rito aveva un suo charme in certi punti, in quel tripudio di pretesse e vescovesse -  ha dato anzi un certo senso di rivalsa alla mia anima femminista.
I cantanti comunque non sembravano a disagio in quella selva di crocefissi. Come ho detto e ridetto, erano anche ottimi attori.
Ultimo dettaglio: tutti e tre hanno cantato benissimo dall'inizio alla fine, senza un attimo di cedimento.

Qualche anima buona ha già caricato qualche video su YouTube, e questo è il finale, a partire dal confronto Norma-Pollione. 
Spero carichino in fretta anche il resto.


lunedì 19 settembre 2016

Il vero insegnante non teme il ridicolo - 6 - Né la corrente elettrica (e pur dovrebbe)


Lo scorso Giugno, chiacchierando del più e del meno con le colleghe delle elementari, ho scoperto che ogni tanto va pulito il filtro del proiettore della LIM.
Siccome a noi delle medie non l'avevano mai detto, da noi nessun filtro di nessuna LIM era stato mai pulito. Mi ero ripromessa di provvedere in merito e a tal scopo mi ero fatta insegnare come procedere, poi l'estate aveva avuto la meglio e insomma la cosa mi è tornata in mente solo stamani con la Terza Effervescente, che hanno in classe una delle LIM più vecchie, quando una pallidissima Russia ha pallidamente verdeggiato sullo schermo, simile più a un ectoplasma che a una carta geografica.
"Basta, rimedierò a cotal sconcio!" ho fieramente proclamato "Pulirò il filtro".
Detto fatto, sotto gli occhi divertiti della classe sposto la cattedra, sistemo la sedia e ci salgo sopra. Trovo lo sportellino a rete sul proiettore della LIM e vedo la scritta "Push". Spingo, e la rete mi resta in mano. 
Sotto lo sportellino, un lurido strato di polvere grigiastra mi conferma che sì, sono sulla strada giusta. 
Spingo e tiro, con delicatezza. Niente.
Ri-spingo e ri-tiro. Ancora e ancora. 
Dietro di me Faramir osserva timidamente "Ma non è una cosa che andrebbe fatta con la LIM spenta?".

E non c'è dubbio che abbia ragione.
Divento improvvisamente consapevole di star dando uno spettacolo altamente diseducativo. Ma come fermarmi proprio ora?
"E' vero, va fatto con la LIM spenta e ho fatto malissimo a cominciare senza spengerla. Se improvvisamente sentite uno schiocco e vedete che divento tutta luminosa e poi nera e cado a terra chiamate la custode. E non fate mai come la vostra sventata insegnante".
Di nuovo spingo e tiro e il filtro si muove e poi mi sguscia nelle mani.
Scendo dalla sedia con l'immondo oggetto, e pure tossendo un po' (una nuvola polverosa si è levata intorno al palantir).
Con cautela srotolo via un tappetino di due millimetri buoni di polvere.
"L'immagine è come prima" osserva Elrohir.
"Dunque il filtro della polvere non serve a niente" ne deduce Elladan.
Intanto batto con delicatezza il filtro su un libro, fuor di finestra.
Polvere - polvere - polvere.
Ci soffio sopra.
Polvere - polvere - polvere.
Il filtro torna bianco, da grigio che era.
Salgo di nuovo sulla sedia e soffio dentro lo spazio vuoto del palantir.
Polvere - polvere - polvere.
"Ci vorrebbe un pennello morbido, di tasso" borbotto.
"Probabilmente nel laboratorio di Artistica c'è" suggerisce Elladan.
Declino l'offerta, visto che il laboratorio è al capo opposto della scuola, senza contare che forse Arte non gradirebbe vedere usati i pennelli pregiati come scovolini.
"Vedrò di procurarmene uno" prometto.
Inserisco il filtro, chiudo e scendo dalla sedia. Mi spolvero un po'.
Constato che l'immagine è migliorata, ma solo un po'. Continua ad esserci una grossa differenza tra i colori solidi e ben definiti sullo schermo del computer e l'ectoplasma che appare sulla LIM.
"Se è un problema dello schermo, proviamo a intervenire sullo schermo" suggerisce Elrohir.
Detto fatto, nel giro di un paio di tentativi la Russia è molto meglio definita.
Io intanto medito sulle ingiustizie della vita: mi sono comportata in modo diseducativo, ho sfidato la morte per fulminamento e quella per soffocamento, tolto mezzo chilo di polvere in nome della manutenzione e non ho ottenuto alcunché, mentre due minuti scarsi di lavoro sui comandi dello schermo eseguiti in condizioni di assoluta sicurezza hanno portato grandi miglioramenti.
Immagino che tutto ciò contenga una salutare lezione per me - peccato che non abbia capito quale.

venerdì 16 settembre 2016

Louise O'Neill - Solo per sempre tua


Questa volta, per partecipare al Venerdì del Libro di Homemademamma ho scelto un romanzo di cui intendo dire parecchio male MA che non sconsiglio: in tanti ne hanno parlato molto bene e certamente ha dentro qualcosa, per avermi impressionato così a fondo ed avere perfino turbato con crudeli incubi le mie notti abitualmente serene. E tuttavia, se avessi una figlia eviterei con cura di parlarne in sua presenza, onde evitare, per quanto sta nelle mie possibilità, che sentendolo nominare se ne interessi e cerchi di leggerlo. Naturalmente mi guarderei bene dall'ostacolarla o lasciar trapelare alcun disappunto qualora lo volesse leggere o glielo vedessi in mano - ma vorrei che ciò avvenisse senza alcunissima responsabilità da parte mia. Ciò nonostante mi riprometto di leggerne al più presto un brano in classe, forse anche due, e sono convinta che leggerlo, o almeno provarci, farebbe un gran bene agli adulti, in particolar modo a quelli che vivono e lavorano a contatto con bambini e adolescenti.
Resta il fatto che non è un libro riguardo al quale i miei sentimento brillino per coerenza.

Si tratta di una distopia, ovvero di un libro che immagina un futuro spiacevole: c'è stata la solita catastrofe e il mondo ha drasticamente (ma proprio drasticamente: si parla di migliaia di abitanti) ridotto la sua popolazione. 
Per sopravvivere è stato eliminato il superfluo - per esempio gli animali e gli embrioni femmina: col tempo l'organismo femminile si è convinto - più probabilmente è stato convinto - a non concepire più embrionesse ma solo embrioni. 
Siccome qualche donna ci vuole, se non altro per la riproduzione, le sintetizzano in laboratorio (proprio come fanno con i piccoli animali da carne) secondo un programma ben definito: ogni anno le zone in cui è diviso il mondo fanno il conto dei neonati ed elaborano un numero triplo di femmine. Nell'anno di cui si parla nel libro ci sono dieci maschi (sono chiamati gli Eredi) e quindi sono state avviate trenta donne, anzi trenta eva (notare che Eredi si scrive con la maiuscola, eva con la minuscola - e anche se ogni eva ha un nome, anche quello è scritto con la minuscola, e spesso sono chiamate col numero di serie. La protagonista freida per esempio è la numero #630).
Uscite dal nido, a quattro anni le eva entrano nella Scuola, dove resteranno fino al compimento del diciassettesimo anno di età. Negli ultimi mesi del loro diciassettesimo anno gli Eredi verranno a conoscerle, prima con conversazioni di pochi minuti, poi con sedute appartate, a coppia, che gli Eredi decideranno con chi trascorrere. Nel corso di una cerimonia finale gli Eredi faranno la scelta della loro Compagna, ovvero la madre dei loro futuri figli. Le altre eva diventeranno Concubine (addette al piacere sessuale degli Eredi) e quelle pochissime che per qualche motivo non dovessero mostrarsi adatte a nessuno dei due ruoli saranno caste e gestiranno la scuola, vestite con lunghe e lugubri vesti nere. Le compagne verranno terminate a quarant'anni, le concubine non si dice mentre le caste, per quel che è dato capire, dovrebbero morire di morte naturale.
Nel romanzo seguiamo appunto le vicende di una classe di eva giunte al loro diciassettesimo anno. 
La scuola è un edificio con una parte "esterna" (in plastica) che imita un prato con degli alberi; edificio e similprato sono sotto una cupola di stoffa che simula il cielo, ma le eva non lo vedono spesso perché le finestre dell'edificio sono sbarrate e tinte di nero. All'interno dell'edificio ci sono tutte le strutture necessarie: palestra, refettorio, dormitori, sale degli incontri con gli Eredi, aule scolastiche eccetera. Le eve dormono da sole, ognuna nel suo cubicolo, ma sono fornite di svariati aggeggi elettronici con cui comunicano tra loro sui social - vocalmente, perché non sanno leggere né scrivere. Hanno anche la televisione, naturalmente censurata, che trasmette qualche documentario e una gran quantità di reality che le ragazze seguono con grande accanimento.
Ogni mattina appositi dispositivi elettronici pesano le eva e le fotografano, poi le truccano e vestono come le eva desiderano, fornendo loro cataloghi da cui scegliere. Le eva sono imbottite di droghe di vario tipo - per dormire, per dimagrire, per stabilizzare l'umore eccetera. Durante la notte appositi messaggi vocali scivolano nel loro sonno ricordando che devono essere brave, belle, gentili, prive di sentimenti negativi e che devono tenere sotto controllo le loro emozioni negative e cercare di farsi voler bene da tutti.
La scuola... mah, la scuola è una specie di défilé dove il loro aspetto viene esaminato, controllato, criticato, vivisezionato. Le eva sono state progettate per essere bellissime, ma si evita con cura che sviluppino una qualche forma di autostima criticandole in continuazione - e, naturalmente, anche tra loro si criticano moltissimo, di solito dietro le spalle. Ci sono lezioni di portamento, buone maniere eccetera. Ogni mese c'è una classifica di bellezza, stilata non ho capito da chi (esterni, probabilmente). Particolare attenzione è dedicata al peso, perché le eve devono essere magre (salvo in un paio di punti strategici) e viene loro instillato il concetto che grasso è male anche con apposite sedute di autocoscienza e colpevolizzazione collettiva.
Sui social le eve si coprono a vicenda di complimenti, giurandosi eterna amicizia, per poi tagliarsi i panni addosso con singolare perfidia - in un modo che mi ha dolorosamente ricordato le conversazioni intraviste su Facebook tra certe mie alunne. Insomma, l'ambiente di allevamento delle eva è altamente competitivo, del tutto alienante e completamente folle.

Naturalmente c'è anche una casta cattivissima, che nutre un particolare livore verso la protagonista.
Solo per sempre tua insomma è insomma un perfetto esempio di novel of seclusion*, ovvero un romanzo dove i personaggi vivono come topi in gabbia e comunicano poco o nulla con l'esterno.

Fin qui sembrerebbe abbastanza interessante, tanto che mi sono fiondata in biblioteca a prenderlo. Sì, immaginavo che sarebbe stato deprimente e ciò che ne avevo letto lasciava chiaramente capire che la storia finiva male, ma davvero non immaginavo che fosse così esasperante.
Il problema è che è di una noia mortale in parecchi punti.
D'accordo che devi spiegare che le protagoniste vivono una vita alienante e deprimente dove assai rare sono le scintille di gioia. Va bene. Ma deprimere il lettore è un conto, addormentarlo è un altro.
La scelta della protagonista, per esempio. freida è una perfetta eva, perfettamente plagiata... no, non proprio perfettamente; ma è ansiosa, incerta, perennemente ingolfata in sentimenti contraddittori e annegata in un oceano di sensi di colpa e di inadeguatezza oltre che dotata di un singolare talento per le scelte sbagliate. Insopportabile. A pagina sette già desideri strozzarla con le sue medesime budella.
Mi rendo conto che in un ambiente del genere non puoi mettere come protagonista una ragazza ben centrata e consapevole. Non ce ne sono (o quasi). Ma allora devi sforbiciare un po', almeno un buon terzo. Stabilito che freida si sente perennemente inadeguata e incapace, anzi si odia, e odia anche tutte le eve che ha intorno, compagne di corso o caste che siano, e gira e rigira in cuor suo sempre le stesse sensazioni a cadenza regolare, peggio di un criceto dentro la ruota senza mai riuscire a fare qualcosa che le permetta di prendere in mano la sua vita (anche se ne ha più di una possibilità) non puoi registrare ogni suo singolo pensiero per pagine e pagine e pagine, se non consenti a quei pensieri un minimo di varietà.

Il problema non riguarda soltanto freida, perché anche le altre due eve che mettiamo meglio a fuoco nel pollaio, passate le prime dieci pagine, diventano più che prevedibili.
isobel è la deuteragonista, e in teoria vivrebbe anche una vicenda piuttosto ricca di avvenimenti, anche se non ne parla mai. Sta sempre sullo sfondo, con aria assai defilata e misteriosa, ma da vari indizi grandi come elefanti il lettore si accorge che c'è qualcosa di non detto. freida no, e siamo d'accordo che i suoi sentimenti verso la sua bellissima e perfettissima amica del cuore sono contraddittori (isobel è sempre stata la prima in classifica e freida la terza, senza mai speranza di raggiungerla, ma isobel ha esercitato su di lei una sorta di protezione, senza contare che la sua assoluta perfezione ha innescato in freida un esasperante senso di profondissima in adeguatezza e via aggrovigliando) ma per tutto il libro freida continua a rigirarsi gli stessi sette pensieri su isobel all'incirca ogni tre pagine senza mai fare uno straccio di tentativo di capire cosa sta succedendo - mentre le altre eva del corso, il ciel le benedica, tra un commento invelenito e l'altro qualche domanda ogni tanto se la pongono.
A ben guardare anche isolbel è monotona, perché fa sempre le stesse cose, anche se non abbiamo idea dei suoi pensieri - il che è senz'altro un bene se sono monotoni e ripetitivi come quelli di freida.
C'è poi l'avversaria: la cattivissima e perfida megan, competitiva, stronza sin nelle barbe, falsa, ipocrita, bugiarda e quant'altre qualità negative vi vengano in mente. Il risultato di tanta articolata cattiveria si sviluppa a scadenze regolari sempre con le stesse cattiverie, malignità, calunnie e insinuazioni. E tuttavia, pur nella sua esasperante prevedibilità, megan è l'unica che ogni tanto mostra qualche barlume di occasionale consapevolezza (e infatti per lei la storia finisce quasi bene); tuttavia anche lei risulta di una noia mortale.
Il libro dunque si snoda sempre uguale a sé stesso fino alle ultimissime pagine. Al primo, brillante e velenoso dialogo tra le eve, dove falsi complimenti e autentici insulti si alternano con grande abilità apprezzi molto tutto l'insieme, ma alla ventesima ripetizione della stessa scena senza che la trama sia andata avanti di un centimetro vorresti solo correre alla sezione Lettori Oppressi di Amnesty International in cerca di aiuto e conforto, e alla quarantesima agogni leggere un elenco del telefono, che è assai più vario e meno deprimente. E sono una lettrice a cui le ripetizioni non hanno mai dato noia, o così credevo.

Il romanzo presenta una fedele - pur se un po' esasperata e parecchio ripetitiva - descrizione dei condizionamenti femminili che operano sulle giovinette che per avventura vivono il fiorire della loro adolescenza in questi anni: sii magra, sii carina, sii competitiva e scorretta con le tue "amiche", accoltellati con loro per le preferenze di un Erede di cui magari nemmeno ti importa granché perché i condizionamenti che hai subito ti rendono del tutto incapace di provare quel nobile e anarchico sentimento che è l'amore, e anzi se l'Amore ti passasse davanti in un tiro a quattro, preceduto da dodici banditori e seguito da una scorta armata a cavallo portando sopra la carrozza un enorme scritta luminosa con sopra scritto "Io sono l'Amore" nemmeno lo riconosceresti (anche perché non sai leggere). Tutto è programmato con cura perché tu viva in funzione della tua immagine, disprezzandoti quanto più ti è possibile.

D'accordo, descrivere questo deplorevole stato di cose è una bella operazione e giusta e saggia, anche se forse un paio di forbici sarebbero state utili a migliorare il risultato.
E capisco che mettere un lieto fine a un romanzo di denuncia come questo poteva falsare parecchio il risultato.
Ma farlo finire in modo così disastroso, senza che nessuna delle eva riesca a prepararsi o almeno a immaginare una via d'uscita?
"La società è questa; voi credete di essere libere e privilegiate ma siete soltanto plagiate e tirate su come polli da allevamento" è il messaggio base del romanzo**. Ma dal momento che tutte queste impalcature esterne sono state costruite da esseri umani, altri esseri umani potranno ben smantellarle. Se è stato possibile instaurare il comunismo in Russia e poi rovesciarlo, emanciparsi dall'aratro e dalla zappa e far cadere l'impero romano e quello mongolo, sarà pur possibile liberarsi dalla condanna a vita allo smalto rosa e ai tacchi a spillo o progettarsi un qualche tipo di alternativa. Dopotutto, anche nel nostro presente così pieno di condizionamenti capita pur di vedere ogni tanto qualche donna che offre un modello leggermente alternativo.
Insomma, leggere questo libro non sortirà l'effetto di far sentire le nostre ansiosissime e intrappolate giovinette ancor più ansiose e ancor più intrappolate?
Oppure il libro, mediante un accorta cura omeopatica, conta di risvegliare i contravveleni necessari alle giovinette di cui sopra per liberarle dalle loro catene dei loro condizionamenti?
E se il fine che si cerca di conseguire con questo libro è il secondo, a che scopo addormentare il lettore senza pietà dopo averlo disperatamente innervosito?

Con questo post vagamente delirante partecipo al Venerdì del Libro di Homemademanna, ripromettendomi un programma di letture di romanzi d'azione per disintossicarmi. E se, dopo questa descrizione esasperata, qualcuno che passi di qua nonostante tutto si sentisse incuriosito e desidera dare un occhiata a questo romanzo, rispolvero il consiglio che già diedi a suo tempo per l'assai meno stressante e tormentevole Profezia di Celestino: "Non compratelo né fatevelo regalare, ma prendetelo in prestito".

*tipologia narrativa di cui sono al corrente solo perché una cara amica ci ha fatto su la tesi di laurea, che a suo tempo mi lessi con grande interesse ma meditando in cuor mio che una tipologia di romanzi deprimenti come quelli non s'era mai vista a memoria d'uomo o di donna.
**anche se nessun romanzo, per quanto di denuncia, dovrebbe avere un messaggio così chiaro ed evidente, perché a quel punto leggerlo diventa uno spreco di tempo.

giovedì 15 settembre 2016

Taglio del Nastro 2016 - La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 5

Gran taglio del nastro, stamani. 
Siccome entravo alla seconda ora e da qualche giorno a scuola manca il collegamento in rete, mi sono detta "Intanto firmo da casa, poi si vedrà".
(La procedura di firmare da casa in anticipo non è per niente legale, ma è largamente praticata anche da me in base al principio che un insegnante coscienzioso non spreca mai una buona occasione per firmare perché non sa quando se ne presenterà un altra).
Portale Argo, inserisci password, password accettata...
Ed ecco il riquadro della settimana, con i giorni e le ore e nient'altro.
Niente classi, niente orario, e figurarsi se posso firmare alcunché.
Un sospetto avrebbe dovuto mordermi il cuore quando ieri l'addetta alla Sicurezza ha dovuto praticamente andare all'arrembaggio della Segreteria per avere almeno gli elenchi degli alunni (che peraltro stava chiedendo da più di una settimana). 
Ma no, nessun sospetto aveva morso il mio fiducioso cuoricino: oggi iniziava la scuola, la cosa era risaputa, anche perché in Toscana per legge l'anno scolastico inizia per tutti il 15 Settembre, il nostro Grandioso Registro Elettronico è entrato nel suo terzo anno di vita, insomma, nel mio infinito candore mi aspettavo di trovare tutto pronto per iniziare ad usarlo - perché, anche ammettendo, in un attacco di infinito lassismo, che per inserire le prime ci voglia ancora qualche tempo (del resto si tratta di un lavoro assai gravoso, trattandosi di ben tre classi di una ventina di alunni ciascuna, quasi tutti iscritti da sei mesi) le seconde e terze classi sono già dentro al registro, dunque riportarle in vita non dovrebbe richiedere procedute molto lunghe.
Ma, niente: il registro elettronico non c'è, e solo in tarda mattinata arriveranno i fogli con gli elenchi degli alunni e le buone, care e ormai per noi tradizionali agende di classe, stavolta fornite dalla scuola, dove segnare gli assenti, le lezioni eccetera. Insomma, carta e penna come ai vecchi tempi.
Ah, gli incomparabili vantaggi delle Nuove Tecnologie (per tacere di quelli di una Efficiente Segreteria)! Come non compatire di cuore chi è privo di sì preziosi ausili?

Nonostante questi deplorevoli inconvenienti organizzativi l'incontro con la Seconda Amichevole è stato piacevole e festoso.
Abbiamo chiacchierato del più e del meno, organizzato e pianificato e infine ci siamo dedicati alla scintillante LIM di nuova generazione che orna di sua bella presenza l'aula.
Per tutto l'anno precedente la Seconda Amichevole aveva scalpitato per avere la LIM, che ai loro occhi avrebbe conferito gran prestigio alla classe - di sicuro più che avere un computer che nemmeno riesce ad accendersi.
Io, lo ammetto, avevo scalpitato un po' meno, soprattutto dopo aver visto alla prova le due nuove LIM: sono quelle su cui non si riesce a vedere i film da DVD perché i computer assegnati non ci andavano d'accordo.
Ad ogni modo, prima di cominciare a lamentarmi, ho preferito verificare di persona, perché mi è capitato di constatare che talvolta i problemi informatici vengono risolti. Sì, perfino alla scuola media di St. Mary Mead. Soprattutto se qualcuno fa qualcosa per risolverli.

Prima di tutto: c'era uno schermo, e c'era un computer e c'era la LIM. Il computer e la LIM erano collegati, il computer e lo schermo no, però c'era un bel cavo che penzolava dallo schermo. 
Piccolo particolare: non c'era verso di infilare il cavo nel computer. Mancava la presa giusta. Non so come e non so perché.
Fallita la fase 1 passo alla fase 2: accendere la LIM.
L'operazione è andata in porto senza difficoltà.
Incoraggiata da questo successo esamino lo schermo, vuoto il cestino, elimino un paio di file. Addirittura, riesco a ridurre la grandezza delle icone.
Niente desktop nuovo perché, non essendo in rete, non possiamo cercare l'immagine.
Tiro fuori il mio bel DVD di Quando c'era Marnie, nuovo fiammante e assolutamente legale e rispettabile. Un film perfetto  per una giovanissima seconda. 

Inserisco il DVD senza problemi.
E si apre una finestra che mi spiega che il programma non è in grado di leggere quel DVD.
Ne deduco che il problema non è stato risolto. Beh, secondo me il prof. Jorge non ci ha nemmeno provato, a risolverlo.
"Possiamo andare in Aula Magna" suggerisce qualcuno.
"No, non possiamo, almeno non per vedere il film, perché in Aula Magna hanno tolto il vecchio proiettore per sostituirlo con quello nuovo, ma non hanno ancora portato quello nuovo".
Così qualcuno suggerisce di andare in biblioteca.
E per il momento mi sa che faremo così. Fa un certo effetto, andare in biblioteca a vedere un film sullo schermo del vecchio televisore quando hai una LIM funzionante in classe, ma...

Al cambio dell'ora placco il prof. Jorge.
"A chi mi devo rivolgere per la LIM che non funziona? C'è un problema di programmi..."
Il problema, in verità, c'era anche l'anno scorso e il fatto che non sia ancora stato risolto non promette niente di buono. E tuttavia quella LIM è quasi nuova, è costata cara e deve essere messa in grado di funzionare al più presto, per quanto vischiosa sia la procedura.
Jorge borbotta qualcosa sul fatto che se ne può occupare lui. Gli faccio un bel sorriso e lo ringrazio tanto. Non ho la minima fiducia che di degnerà di intervenire prima del quarto millennio, ma una settimana di tempo gliela posso dare, prima di iniziare a tormentare indicibilmente la dirigenza al gran completo.

L'anno scolastico è iniziato, evviva l'anno scolastico.