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venerdì 6 maggio 2016

Boschi nella Terra di Mezzo - 4 - Fangorn



Fangorn NON E' una foresta dall'aspetto verdeggiante (illustrazione di Alan Lee)


La Foresta di Fangorn si trova nei pressi della terra di Rohan, e tanto per cambiare è circondata da una fama piuttosto sinistra (perfino Celeborn e Galadriel consigliano di scansarla prudentemente perché nemmeno loro sanno bene cosa c'è dentro. Barbalbero, al contrario, conosce benissimo Lothlorien).
Tanto per cambiare però, quando Merry e Pipino si trovano ai suoi bordi non hanno molta scelta e nascondersi lì dentro sembra l'unico modo per sfuggire alla battaglia che si combatte alle loro spalle.
Pesti e ammaccati dopo tre giorni di prigionia nelle mani degli Uruk-hai, i due hobbit si inoltrano cautamente sotto gli alberi. Sono ormai soli e abbandonati a loro stessi, senza armi né generi di conforto e non hanno nemmeno idea di cosa sia successo a Frodo e a Sam. Ma sono hobbit, e dunque prendono il buono che c'è, ovvero di essere nuovamente liberi.
Dunque Merry "condusse il suo compagno sotto gli immensi rami degli alberi. Parevano inconcepibilmente vecchi. Da essi pendevano lunghe barbe strascicanti di licheni, che dondolavano al soffio della brezza. Gli Hobbit sbirciarono giù per il pendio dalle tenebre in cui erano immersi: piccole figure furtive che nella fioca luce sembravano elfici bambini di tempi immemorabili intenti ad osservare, dal Bosco Selvaggio, pieni di stupore, la loro prima Alba".
La foresta di Fangorn è vecchia, vecchia oltre ogni immaginazione. Quando ci entrerà, Legolas si sentirà di nuovo giovane, per la prima volta da quando ha intrapreso il viaggio con i ragazzini della Compagnia, dove nemmeno Gimli arriva a 150 anni. 
Pipino paragona l'atmosfera (soffocante) che la permea alla stanza degli Smial di Tucboro dove il suo bis-bis-bisnonno Gerontius Took è vissuto per anni e anni diventando trasandato e vecchio insieme con essa e mai più toccata dopo la sua morte; ma ammette che non è nulla al confronto: "Guarda tutte quelle barbe, e quei baffi di licheni, spioventi e ciondolanti! E la maggior parte degli alberi pare ricoperta di foglie secche e avvizzite che non sono mai cadute. Molto disordinato. Non riesco a immaginare l'aspetto della primavera in questo posto, ammesso che vi giunga mai; e, meno ancora, di una pulizia generale". Merry invece osserva che è  un po' buia e terribilmente vegetale. Ma basta un raggio di sole per far cambiare aspetto al vecchio bosco: 
"Là, dove tutto era parso grigio e squallido, ora il bosco splendeva di colori bruni e caldi e di lisce cortecce grigio-nere simili a lucida pelle. I tronchi brillavano di un verde fresco come erba tenera" tanto che Pipino osserva, dopo che il raggio di sole se n'è andato, che per un attimo aveva quasi avuto l'impressione che quella vecchia foresta squallida gli piacesse - e dopo un sì sperticato elogio possiamo comprendere come Barbalbero (in elfico Fangorn; da lui prende il nome la foresta, dove abita da tempo immemorabile), che da un po' li stava osservando, decida infine di intervenire nella conversazione.
Il lettore incontra così il primo Ent del romanzo: una novità a cui nulla l'aveva preparato fino a quel momento perché lo stesso Tolkien aveva scoperto che esistevano gli Ent solo scrivendo quel capitolo - e infatti anche nel Silmarillion troviamo solo un paio di accenni infilati dopo la stesura del romanzo.

Fangorn dunque è una vecchia foresta dall'aspetto trasandato e con un anima molto vegetale. Come vedremo più avanti ospita alberi che si muovono senza darsene l'aria (gli Ucorni) e alberi che sono in grado di comunicare tra loro e che sono diversi per inclinazione, carattere e aggressività; ma, soprattutto, a Fangorn ci sono i pastori d'alberi: gli Ent, appunto, che oltre a muoversi a piacer loro (seppure talvolta un po' legnosi nei movimenti) parlano, di solito con voce bassa e grave, e sono vecchi - molto, molto vecchi - e saggi, estremamente saggi. Ma, soprattutto, gli Ent non sono frettolosi.
Il folklore e le leggende ci hanno dato gran copia di alberi incantati di vario genere, e soprattutto un bel po' di personalità divine e semidivine trasformate in alberi e piante di vario tipo*, nonché alberi di grande importanza, che tengono su il cosmo e compiono altre azioni di gran rilievo; l'albero con un tocco antropico però, per quel che mi risulta, lo ha inventato Tolkien - se pure l'ha davvero inventato e non semplicemente descritto.
Partiamo dall'aspetto: fermo restando che gli Ent sono diversissimi tra loro, costoro sono una razza senziente, di aspetto vagamente antropomorfo e dimensioni ragguardevoli: più grandi dei troll (di cui sono brutte copie, forse ottenute dall'Oscuro Predecessore di Sauron torturando dei veri Ent - come aveva ottenuto gli orchetti torturando gli elfi), molto alti e assai longilinei, lunga testa quasi senza collo, pelle assai robusta simile a corteccia, piedi con sette lunghe dita che all'occorrenza rompono la terra, barba (e capelli, si suppone) con radici come ramoscelli e punte fini e muscose.
Vestiti, manco a parlarne. Niente armi, perché non gli servono (il pugno di un Ent accartoccia il ferro come fosse latta).
Gli Ent parlano: gli elfi, negli anni antichi, parlandogli fecero nascere in loro il desiderio di fare altrettanto. 
"Sono stati gli Elfi a incominciare: sono stati loro a svegliare gli alberi, a insegnar loro a parlare e ad apprenderne per primi il linguaggio. Hanno sempre desiderato conversare con ogni cosa".
Gli Ent si crearono così una lingua propria: "lenta, sonora, agglomerata, ripetitiva, serpeggiante da tutti i punti di vista, formata da una molteplicità di sfumature fra le vocali e di distinzioni di tono e intensità che persino gli Eldar più eruditi non avevano mai tentato di trascrivere. Essi lo adoperavano soltanto fra loro, benché non fosse certo necessario tenerlo segreto, dato che nessun altro sarebbe mai riuscito ad apprenderlo"; è soprattutto una lingua lenta, che narra la storia di ogni cosa di cui si parla - perché secondo loro una cosa non vale la pena di essere detta se non si è disposti a spendere molto tempo per parlarne; tuttavia gli Ent imparavano anche volentieri le altre lingue, soprattutto quelle degli elfi.
Hanno vita assai lunga, che si misura in molto e molte migliaia di anni, e sono pastori di alberi: li educano, li tengono a freno se necessario, li aiutano a svegliarsi e soprattutto li amano appassionatamente. Sorvegliano i boschi, tengono lontani temerari ed estranei, insegnano, allenano, camminano
Anche Barbalbero, come il Vecchio Uomo Salice, ricorda con nostalgia il tempo in cui il mondo era degli alberi: "Quelli erano giorni in cui ogni cosa era più ampia e spaziosa! Vi fu un tempo in cui camminavo e cantavo tutto il giorno, e non udivo altro che il suono della mia voce echeggiare nelle caverne dei colli. I boschi erano come quelli di Lothlorien, ma più fitti, più giovani e forti. E il profumo dell'aria! Impiegavo una settimana soltanto per respirare". Il suo però è un rimpianto senza veleno: gli Ent non sono aggressivi (purché non siano gravemente provocati, si capisce).

Sono una razza vegetale e il loro è un punto di vista vegetale: non sono dalla parte dio nessuna delle altre razze senzienti perché nessuna di loro (nemmeno gli elfi, in fondo) può essere davvero dalla loro parte, non tanto per cattiveria quanto per impossibilità tecnica. Ma naturalmente odiano gli orchetti, e hanno una serie di conti aperti con Saruman, che da qualche tempo si è messo in testa di usare Fangorn come cava di legna. Il loro atteggiamento verso il mondo esterno però non è aggressivo. Barbalbero si mostra in realtà molto cortese con i due hobbit, la cui estrema giovinezza (i due in effetti sono molto giovani anche da un punto di vista hobbit, e addirittura Pipino non è nemmeno maggiorenne) lo riporta ai tempi remoti in cui gli Ent avevano ancora dei piccoli**. 
Come tanti prima e dopo di lui, anche Barbalbero non conosce l'esistenza degli hobbit. Al contrario di tutti però prende la questione molto sul serio: come mai non sono nelle liste, quelle fatte dagli elfi in tempi remoti? E infatti la prima questione affrontata dall'Entaconsulta sarà proprio quella di aggiornare le liste, seguendo il frettoloso ma sensato suggerimento di Pipino.

Dopo una prima, frettolosa conversazione, Barbalbero porta i due hobbit in una delle sue case per parlare con più comodo. Gli Ent infatti infatti hanno delle case, e sono forse gli inventori della bioarchitettura, ancor prima e ancor meglio degli elfi: le loro case sono altamente ecosostenibili e in realtà non sono proprio costruite, bensì create utilizzando elementi naturali: quella di Barbalbero, per esempio, utilizza una roccia incavata preceduta da una lunga navata di alberi disposti in due file con le chiome che si toccano - una cosa molto simile a una cattedrale gotica, per intendersi. All'interno, comodi giacigli di foglie secche e muschio, un tavolo di pietra e qualche anfora piena d'acqua.
L'acqua viene dall'Entalluvio, il fiume che attraversa la foresta, le cui acque hanno una vasta serie di poteri. Le anfore nella casa di Barbalbero possono produrre luce, se l'Ent lo vuole - una bella luce dorata e naturale, che si estenderà gradualmente alle foglie degli alberi della navata. Ma l'acqua è usata prima di tutto per bere, e una delle poche suppellettili della casa è un bacile che raccoglie l'acqua di un ruscello che passa all'interno dell'abitazione. Ci sono acque di vari tipi - Barbalbero non beve la stessa che dà agli hobbit, la sua è una specie di tisana notturna rilassante, e infatti per ascoltare il racconto dei due hobbit si distende per impedire che la tisana faccia effetto (naturalmente gli Ent dormono in piedi).


Treebeard - Inger Edelfeldt

I due hobbit invece ricevono una bevanda assai nutriente: in essa "vi era una qualche ineffabile fragranza o sapore, che ricordava loro il profumo di una foresta lontana trasportato da lungi sulle ali di una fresca brezza notturna. L'effetto dell'elisir incominciò a manifestarsi nelle punte dei piedi, quindi invase man mano ogni parte del corpo, portando seco nell'ascesa freschezza e vigore sino alla cima dei capelli. Gli Hobbit sentirono anzi sulle loro teste i capelli rizzarsi effettivamente, ondeggiare, risplendere e crescere".
Il primo sorso dell'Entalluvio, bevuto appena entrati nella foresta, li aveva già assai rinvigoriti. Dopo qualche giorno di acqua entesca i due hobbit si ritroveranno cresciuti, tanto da raggiungere una statura inconsueta per la loro razza e pur avendo, per quanto giovani, passato da tempo l'età dello sviluppo.



Dopo aver sentito la storia degli hobbit - o meglio, la parte che gli hobbit scelgono di raccontare, e che naturalmente non contiene alcun cenno all'Anello - Barbalbero decide che per gli Ent è il momento di agire. Il giorno dopo convoca dunque un Entaconsulta, ovvero l'unica magistratura di cui gli Ent dispongono: un consiglio che si tiene in una bellissima conca verde dove si parla e si discute in entese fino a raggiungere l'unanimità, naturalmente con i tempi enteschi. Dopo aver sistemato l'importantissima questione dell'aggiornamento delle liste si parla di Saruman, degli orchetti di Saruman e di Isengard, ovvero la fortezza di Saruman, che è giunto il momento di distruggere. Scopriamo così che gli Ent sono una sessantina, e che una volta svegli possono essere assai attivi: la stessa differenza che passa tra una vecchia mucca sdraiata che rumina pensierosa e un toro alla carica. Cantando una fragorosa canzone di guerra assai allitterata gli Ent si mettono in marcia verso Isengard, con Marry e Pipino sulle spalle di Barbalbero che guida la marcia... ma non sono soli.
"Pipino si voltò a guardare. Il numero degli Ent era aumentato... o che altro stava accadendo? Là dove avevano attraversato squallidi e spogli pendii, gli parve di distinguere grovigli di alberi. E gli alberi si muovevano! Possibile che le piante di Fangorn si fossero svegliate, e che la foresta ascendesse il colle marciando verso la guerra? Si strofinò gli occhi, dubitando che sonno e tenebre l'avessero ingannato; ma le grandi ombre grigie avanzavano inesorabili. Si udiva un rumore, come il fruscio del vento in un mare di foglie."

Esistono gli alberi, esistono gli Ent, esistono alberi che vanno risvegliandosi e comunicano con gli Ent muovendo le fronde, esistono gli Ent che vanno alberizzandosi fino a vivere immobili nei boschi; e poi ci sono gli Ucorni:


ovvero Ent quasi trasformati in alberi, almeno all'apparenza (e di cui gli Ent non amano molto parlare); si possono trovare anche ai bordi o all'interno dei vari boschi, ma abitano più volentieri nelle valli più buie. E sono tanti.
"Una grande poptenza è latente in loro, e sembrerebbero capaci di avvilupparsi nelle ombre: è difficile vedere i loro movimenti. Eppure si muovono. E se sono incolleriti avanzano assai veloci. Mentre tranquillo guardi il cielo o ascolti il sussurro del vento, ti può capitare improvvisamente di trovarti in mezzo a un bosco, circondato da grandi alberi. Hanno ancora la voce e sanno parlare con gli Ent - è per questo motivo che li chiamano Ucorni - ma sono diventati strani e selvaggi. Pericolosi. Sarei terrorizzato se li incontrassi da solo, senza la compagnia di veri Ent che li sorveglino" spiega Merry.
Gli Ucorni si muovono in fretta, soprattutto al buio, scricchiolando e frusciando. Circondano Isengard (che distruggono in poche ore) e pochi giorni dopo circondano anche il Fosso di Helm, dove ingoiano migliaia di orchetti terrorizzati per non risputarli mai più, né vivi né morti - nemmeno Gandalf sa esattamente che cosa gli fanno, ma soprattutto evita di approfondire la questione.

Conosciamo storie di boschi che si muovono? Sì, almeno una è abbastanza conosciuta: quella della foresta di Birnam nel Macbeth di Shakespeare; è infatti stabilito dal destino che Macbeth non sia sconfitto fino al giorno in cui la foresta di Birnam gli  muoverà incontro, e nessun nato di donna potrà ucciderlo. Entrambe le profezie sono aggirate dal Grande Bardo con degli espedienti: l'uccisore di Macbeth, Macduff, è stato tratto dal grembo materno con una specie di taglio cesareo, e la foresta di Birnam contribuisce generosamente con le sue fronde a mascherare un esercito di soldati che si avanzano, ognuno nascosto da un ramo. Pare che Tolkien abbia molto disapprovato questo modo sciatto di liquidare una profezia, e che abbia inserito l'episodio degli Ucorni (nonché l'uccisione del re stregone di Angmar ad opera di un Mezzuomo e di una donna) per togliersi la soddisfazione di dimostrarew che si poteva fare ben di meglio - o che comunque si sia divertito a rielaborare il tema in modo più completo.

Fangorn è dunque il bosco antico e misterioso per eccellenza, nonché una bellissima impersonificazione della vecchiaia che porta con sé la saggezza; ma è anche un bosco in declino, perché gli Ent ormai sono rimasti in pochi, e la loro sorte sembra quella di addormentarsi in mezzo ai boschi mescolandosi con gli alberi. Anche qui, riusciamo a dare un ultimo fuggevole sguardo a un mondo che va estinguendosi e rimane la curiosità di conoscere qualcosa dei tempi passati, quando gli Ent erano giovani e meno rassegnati e il mondo era ancora degli alberi.

*la mitologia classica praticamente non parla d'altro: praticamente non c'è un erba né un fiume né un albero né un torrente che siano stati semplicemente creati così come sono.
**come mai non ne hanno più sarà argomento del prossimo post.

giovedì 28 aprile 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 3 - Lothlorien


Il più famoso bosco della Terra di Mezzo appare per la prima volta nel Signore degli Anelli attraverso la descrizione estatica che ne fa Legolas, che pure non l'ha mai visto:
"E' la più bella fra tutte le dimore della mia gente. Non vi sono alberi pari agli alberi di quella terra; in autunno le loro foglie non cadono, bensì diventano d'oro; per cadere attendono la primavera, che porta il nuovo verde, e ricopre i rami di fiori gialli. Allora il suolo del bosco è d'oro, e d'oro anche il soffitto, e le colonne d'argento, poiché la corteccia degli alberi è liscia e grigia. Così narrano ancora i nostri canti nel Bosco Atro".

E' più che comprensibile che una simile meraviglia sia tanto apprezzata da elfi che appena escono fuori dal fazzoletto di regno di Thranduil si ritrovano in un bosco cupo e pieno di scoiattoli neri (per tacere dei ragni); ma non c'è esagerazione, nei canti di Bosco Atro: Lothlorien è effettivamente la più splendida delle meraviglie della Terra di Mezzo. Bosco d'Oro, lo chiamano nella lingua comune. In elfico era Laurelindòrenan (terra della valle dell'oro cantante) oppure Lothlorien (fiordisogno), talvolta accorciato in Lorien (terra dell'oro). 
Gli alberi dalle foglie d'oro e dai fiori d'oro sono i mallorn, piante che vengono dalle terre al di là del Mare; diciamo qualcosa di simile a delle betulle in versione extralusso, che possono crescere molto più di qualsiasi normale albero (Galadriel ne regalerà un seme a Sam insieme a un po' di terra di Lorien, e Sam userà entrambi per sanare le ferite che Saruman ha causato alla Contea).

Come sempre succede, anche di questa meraviglia delle meraviglie si trova qualcuno disposto a dir male:
"Dobbiamo inoltrarci nel Bosco d'Oro, a quel che dici" depreca Boromir "Ma di quella perigliosa contrada abbiamo udito parlare a Gondor, e si dice che pochi di coloro che vi mettano piede ne escano, e che, di questi pochi, nessuno sia uscito illeso".
"Soltanto il male qui ha da temere, o colui che porta seco il male" ribatte Aragorn.
In realtà non c'è molta scelta: dopo la traversata di Moria (dove Gandalf è caduto nell'abisso insieme al Balrog), la Compagnia è pesta e ammaccata e deve riposarsi, rimettersi in forze e decidere sul da farsi; Lothlorien è l'unico posto nelle vicinanze dove possono farlo in sicurezza.
Il povero Boromir, che in tutto il viaggio non ne azzecca una a parte far portare delle fascine di legna alla Compagnia quando cercano di varcare il passo del Cornorosso, non è qui del tutto da biasimare: se il suo saggio fratello Faramir non nutre alcuna diffidenza ma solo rispetto per la Signora del Bosco d'Oro*, Eomer di Rohan ne parla con una certa leggerezza come di una maga che irretisce gli uomini con i suoi incantesimi (provocando la reazione assai irritata di Gimli). Tuttavia Boromir ha le sue ragioni per temere il Magico Bosco d'Oro, e in quella terra benedetta che cura tutte le ferite e i mali, sarà proprio lui ad ammalarsi, o meglio a prendere coscienza dell'Ombra che si sta impossessando di lui.
Di fatto, Lothlorien è un luogo dove quasi nessuno ha il permesso di entrare, e la Signora del Bosco d'Oro si sceglie con cura i visitatori. Perfino per la Compagnia che sta svolgendo una delle missioni più importanti della storia della Terra di Mezzo l'ingresso non è semplicissimo, nonostante fra i suoi componenti ci siano un elfo e addirittura Aragorn che, oltre ad essere l'erede di Isildur e ad avere sangue elfico nelle vene, è da tempo quasi un parente in quanto promesso sposo di Arwen, nipote della Signora in questione - per inciso, è proprio a Lotlorien che la coppia si è scambiata la promessa.


Lothlorien in primavera, come l'ha disegnata Tolkien

Il Bosco d'oro è protetto da ben due fiumi: l'Argentaroggia e il Nimrodel (che prende il nome da una bellissima e sfortunatissima fanciulla elfica che la ria sorte separò dal suo amato Amroth), che proprio a Lothlorien si congiungono per un tratto per poi sfociare nell'Anduin, detto anche il Grande Fiume. Entrambi i fiumi hanno acque fredde e il Nimrodel in particolare è un fiume incantato, che guarisce dalla fatica e purifica. Proprio attraversando il Nimrodel la Compagnia entra a Lothlorien, in piena notte.
Tuttavia nemmeno i fiumi incantati sono più una difesa sicura, e sui confini di Lorien c'è un servizio permanente di sentinelle per proteggere il Bosco d'Oro dalle scorrerie degli orchetti; ma soprattutto notte e giorno su Lothlorien veglia Galadriel, potente signora elfica che per giunta possiede uno dei Tre anelli - quelli buoni, mai sfiorati da Sauron. Per inciso a Lothlorien c'è anche lo sposo di Galadriel, Celeborn, che pur essendo messo in ombra dalla grandezza della consorte non è certo un elfo di scarso rilievo.

Lothlorien è dunque il regno elfico per eccellenza, il massimo e il meglio che un  viandante sul finire della Terza Era possa sperare di vedere nella Terra di Mezzo, luogo insieme di guarigione e di assoluta armonia e bellezza, l'interno di un canto elfico, come osserva Sam che gradisce assai (ma, se proprio non sei un orchetto o un Nazgul, è davvero difficile stare malvolentieri a Lothlorien - a meno che l'oscuro potere dell'Anello non ti stia corrompendo, com'è il caso dello sventurato Boromir che di tutta la compagnia è quello che si sdilinquisce meno sul Bosco d'Oro); un luogo benedetto fuori dal tempo e dallo spazio, dove il tempo scorre a modo suo - caratteristica tipica dei regni elfici (Sam scoprirà con una certa meraviglia che mentre erano nel Bosco il tempo si era fermato, oppure che era passato più velocemente di come l'avevano percepito - in tutti i casi uscendo ritrovano la stessa luna che avevano lasciato, allo stesso identico punto del suo ciclo. Possibile che fosse passato un intero mese? E Aragorn gli spiegherà che in realtà ne sono passati due, mentre Legolas illustrerà il peculiare modo degli Elfi di percepire il tempo). 
Tutto intorno ai suoi dorati confini il mondo è grigio e informe, ma dentro i colori sono vividi e il tempo è sul bello stabile a parte qualche occasionale pioggerella che rende tutto ancor più luminoso e lucente.
Soprattutto, il bosco è di una felicità assoluta:
"Frodo posò la mano sull'albero accanto alla scala: mai come allora aveva percepito così all'improvviso e con tale intensità il contatto e la consistenza della corteccia di un albero e della vita che vi scorreva. Il legno in se stesso, ed il suo contatto, gli procuravano una gioia diversa da quella del falegname o della guardia forestale: era la gioia vissuta dall'albero che penetrava in lui".

Lothlorien è un bosco felice. Gli alberi amano il popolo che li abita, che li ricambia appassionatamente. Le entità vegetali e quelle che si muovono su due gambe non covano odio,  rancore o risentimento. Non c'è mai stata violenza tra loro, solo amore. Gli elfi abitano gli alberi e li modellano adattandosi a loro. Usano il legname per le loro architetture, ma la cosa non sembra creare problemi agli alberi, persi nell'estasi del loro trionfo vegetale e nella gioia della terra benedetta che abitano con i loro amici.

"Frodo rimase in piedi perso in ammirazione. Gli sembrava di essere volato giù da un'alta finestra aperta, su un mondo svanito. La luce in cui era immerso non aveva nome nella sua lingua. Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni parevano al tempo stesso precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi, ed antichi, come se fossero esistiti da sempre. Non vedeva colori ignoti al suo sguardo, ma qui l'oro ed il bianco, il blu ed il verde erano freschi ed acuti, e gli pareva di percepirli per la prima volta e di creare per essi nomi nuovi e meravigliosi. Nessun cuore avrebbe mai potuto qui d'inverno rimpiangere l'estate o la primavera. Né difetto, né malattia, né deformità su tutto ciò che cresceva sulla terra. A Lorien non vi era alcuna macchia".

Siamo ancora a Cerin Amroth, il cuore dell'antico reame ai tempi di Amroth. Lì sorgeva la sua dimora, di cui non è rimasta traccia.


Pauline Bayes - Cerin Amroth

"Una grossa montagnola era ricoperta di un manto d'erba verde come la Primavera dei Tempi Remoti; in cima, in una doppia corona, crescevano due cerchi di alberi: quelli all'esterno avevano una corteccia candida come neve, ed erano privi di foglie, ma splendidi nella loro armoniosa nudità; quelli interni si ergevano in tutta la loro altezza, ancora vestiti di pallido oro. Al centro giganteggiava un albero, fra gli alti rami del quale spendeva un bianco flet. L'erba ai piedi dei tronchi e sui verdi fianchi della collina era cosparsa di piccoli fiori d'oro a forma di stella. Fra questi, altri fiori ondeggiavano su esili steli, bianchi o d'un verde pallidissimo: scintillavano come nebbioline sull'intenso colore dell'erba. Il cielo in alto era blu, ed il sole del pomeriggio ardeva sulla collina proiettando lunghe ombre verdi sotto gli alberi".
E' la collina dove Aragorn ed Arwen si sono scambiati la promessa, nella sera di Mezza Estate (ma il lettore lo scoprirà solo ottocento pagine dopo), e i fiori sono elanor e niphredil, che vengono dal di là del Mare e nella Terra di Mezzo si trovano soltanto a Lothlorien.


Calealdarone - Cerin Amroth

Lothlorien è senza sottobosco: non c'è l'ombra di una pianta parassita o secca, e i fiori e l'erba hanno la stessa importanza degli alberi - un bel bosco panoramico, di stampo finlandese (e sembra, in effetti, che la lingua degli elfi sia stata ricreata sul modello del finlandese). Ampie radure e verdi prati abbondano, e la Compagnia viene alloggiata in un comodo padiglione sotto gli alberi, praticamente all'aperto. Naturalmente la temperatura è mite e gradevole.
Ci sono comunque molti alberi intorno a loro, e la corte dei Signori del Bosco d'Oro è situata a Caras Galadhon, che è una città di alberi:



"Si ergeva alto un verde muro che circondava un verde colle ove si affollavano gli alberi d'oro più imponenti che avessero visto in tutto il paese. Impossibile precisare la loro altezza: giganteggiavano nel vespero come torri viventi. Tra i loro rami frondosi e le loro foglie sempre vibranti, brillavano innumerevoli luci, verdi, oro ed argento".
La loro casa è in alto sull'albero più alto, e la sala del trono è costruita intorno al tronco dell'albero che si affusolava avvicinandosi alla sommità, ed era pur sempre un pilastro dall'ampia circonferenza.



La sala è giocata sui tre colori più elfici: verde, oro (o giallo) e argento (o bianco o grigio), e infatti le pareti sono verdi e argento e il soffitto dorato, e i troni dei due Signori sono sedili sormontati da un baldacchino di rami viventi. Galadriel e Celeborn sono vestiti di bianco, i capelli della Signora di un oro intenso, e quelli del Sire Celeborn d'argento, lunghi e lucenti. 

Gli elfi tendono dunque a mescolarsi con i loro boschi, senza sopraffarli, e hanno dei boschi molto lucenti, lindi e ordinati: niente fango, ragni, bave di lumaca, rami secchi, sterpaglia, rovi - e onestamente nei capitoli dedicati a Lothlorien non viene citato un  animale che sia uno, bello o brutto, simpatico o rustico, solo una barca a forma di cigno che fa tanto Lohengrin (ma nessuna traccia del graal). 
Solo gli elfi e gli alberi, in un eterno idillio, e come si procurino il cibo non è dato sapere: niente mucche, niente campi di insalatina, niente patate e barbabietole (anche se Galadriel ha un frutteto, da cui prende la terra che donerà a Sam); tutto è liscio e ben levigato, ma per quanto ci è dato vedere nulla è coltivato. Lo squisito pranzo che Galadriel offre ai suoi ospiti l'ultimo giorno della loro permanenza in quella terra incantata non si sa come sia stato prodotto, e non ci sono zone abitate nei dintorni con cui commerciare - salvo i posti popolati di orchetti, ma non risulta che la loro cucina o cacciagione abbia niente che possa raccomandarla a palati sì raffinati.
Anche i doni che i Signori del Bosco offrono alla Compagnia al momento della partenza sono doni mimetici: sottili e leggere barche incantate color grigioargento, che scivolano inosservate sul fiume, mantelli mimetici che cambiano colore a seconda dell'ambiente che li circonda (possibili antenati del Mantello dell'Invisibilità di Harry Potter), corda grigioargento (che brilla fiocamente al buio, come le barche) e piccole gallette di un bianco leggermente dorato molto nutrienti - tutte cose che risulteranno utilissime per tutti, più avanti, perché la segretezza è l'arma principale della Compagnia e soprattutto dei due hobbit che sgusceranno dentro Mordor.

Dietro a tutto il suo fascino incantato però Lothlorien è un mondo che sta per essere abbandonato e che i suoi abitanti stanno già rimpiangendo mentre ancora ci abitano: è infatti destino degli elfi avere sempre qualcosa da rimpiangere: il mare se sono sulla terraferma, le isole al di là del mare quando sono nella Terra di Mezzo, e certamente la Terra di Mezzo quando saranno tornati nelle isole al di là del mare. 
L'irrealtà di questa terra incantata viene evidenziata proprio al momento della partenza, quando la Compagnia allontanandosi ha l'impressione che Lorien stesse scivolando via, simile ad una luminosa nave dagli alberi incantati, che navigasse verso lidi obliati, mentre essi guardavano inetti, e seduti sulle rive di un mondo grigio e spoglio.



Il tema dell'addio è intessuto profondamente nel bosco di Lorien: Galadriel sarà la prima ad abbandonarlo, pochi anni dopo la fine della guerra, partendo insieme a Frodo, Bilbo, Gandalf ed Elrond. Celeborn la seguirà qualche anno (decennio?) dopo.
Il bosco resterà, vuoto e silenzioso, e nel centeventesimo anno della Quarta Era accoglierà per qualche mese Arwen Undomiel, la Stella del Vespro, che dopo la morte del suo sposo sceglierà di morire nel luogo dove aveva fatto la scelta che l'aveva separata dalla sua razza:
"Alla fine, mentre cadevano le foglie dei mallorn, e la primavera era ancora lontana, ella si distese sul Cerin Amroth; e quella sarà la sua verde tomba finché il mondo cambierà, e i giorni della sua vita saranno del tutto obliati dagli uomini che nasceranno, e l'elanor e il niphredil non fioriranno più a est del Mare".

*ma è noto che in tutto il romanzo Faramir non sbaglia un colpo che sia uno

domenica 24 aprile 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 2 - La Vecchia Foresta

La Frattalta segna il confine tra Terra di Buck e Vecchia Foresta - o almeno, ci prova

"Molte sono le storie narrate sulla Vecchia Foresta" ricorda Elrond al Consiglio "Tutto ciò che ne rimane costituisce soltanto le propaggini degli antichi Confini a nord. Vi fu un tempo in cui uno scoiattolo poteva, saltellando da un albero all'altro, giungere da quella che oggi è la Contea fino al Dunland ad ovest di Isengard. Viaggiai un tempo attraverso quelle contrade e conobbi cose strane e selvagge".
La Vecchia Foresta è dunque solo la traccia fortunosamente sopravvissuta di un enorme bosco che comprendeva anche la foresta di Fangorn. E' anche il primo luogo misterioso e incantato che incontriamo nel romanzo, e quanto a cose strane e selvagge è davvero ben fornita.
Si trova a est della Contea, più esattamente a ridosso della parte meno provinciale e tradizionalista della Contea: la terra di Buck, abitata dagli hobbit del ramo più strano, quelli che vivono sulla parte sbagliata del fiume.
Il confine tra la Terra di Buck e la Vecchia Foresta è segnata da una siepe molto alta, la Frattalta, e l'unico varco è chiuso da un cancello di ferro e foderato da un muro di mattoni. La Vecchia Foresta è considerata un posto tutt'altro che raccomandabile, anche se gli abitanti della terra di Buck ostentano indifferenza e ci vanno talvolta, quando gli gira. Solo che non gli gira poi molto spesso, par di capire.

Come mai è stata costruita la Frattalta?
Per proteggersi dagli alberi. Secondo il racconto di Marry questi alberi "molto tempo fa attaccarono la Siepe: avanzarono, e le si piantarono molto vicino, curvandosi dall'altra parte. Ma gli Hobbit vennero, tagliarono centinaia di alberi, facendone un gran falò in mezzo alla Foresta; poi bruciarono tutto il terreno compreso in una lunga fascia ad est della Siepe. Dopo questa sconfitta gli alberi rinunciarono ad attaccare, ma divennero nemici dichiarati. Esiste ancora, nel punto in cui fu fatto il falò, un vasto spiazzo completamente nudo".
In realtà, spiega Merry, nella Vecchia Foresta si può andare in giro tranquillamente, a patto di andarci di giorno e non allontanarsi troppo dalla Siepe; perché "la Foresta è strana: tutto in lei è molto più vivo, più conscio di ciò che succede intorno". 

Spiega poi che "gli alberi non amano gli estranei: ti osservano e ti scrutano. Generalmente si accontentato di guardarti, finché è ancora giorno, e non fanno gran che. Può darsi che rare volte i più ostili abbassino un ramo o caccino fuori una radice, o ti afferrino con una liana. Ma di notte avvengono le cose più allarmanti, o perlomeno così raccontano".

Insomma, come ammette apertamente Merry, siamo in presenza di alberi consapevoli di quel che fanno e che sono apertamente ostili agli hobbit. Dopo l'episodio del falò la cosa sarebbe anche comprensibile, ma... perché all'inizio gli alberi hanno attaccato la Contea? Gli hobbit non sembrano gente da inimicarsi senza motivo una foresta, o da comportarsi male con lei. Qualsiasi boschetto bennato e costumato, viene da pensare, dovrebbe essere contento di avere gli hobbit ai suoi confini e trattarli in modo gentile e amichevole.
Ma la Vecchia Foresta non è solo strana, è proprio stronza sin nelle barbe.

Frodo sceglie di attraversare la Vecchia Foresta per depistare i Cavalieri Neri, ammettendo che si tratta di una misura estrema davanti a una situazione estrema. E di per sé sarebbe anche una buona idea se (ma questo Frodo non può saperlo) i Cavalieri Neri non avessero allertato sia la Vecchia Foresta che i vicini Tumulilande, e se non fossero comunque pronti ad accoglierli non appena gli hobbit risbucano, dopo qualche giorno decisamente avventuroso, nella Terra di Brea. Per fortuna la Vecchia Foresta (e i Tumuli) non sono completamente indipendenti e anche altre presenze sono state allertate (probabilmente dagli elfi di Gildor): Tom Bombadil e la sua compagna Baccadoro.
Beatamente ignari di tutto ciò gli hobbit raggiungono il bosco con una certa apprensione, e il bosco non si mostra particolarmente accogliente sin dal suo primo apparire:
"Guardando di fronte, riuscivano a vedere soltanto tronchi d'albero di infinite varietà e dimensioni: dritti o curvi, contorti, inclinati, tozzi o slanciati, lisci e lisi o ruvidi e nodosi; ma tutti erano grigi o verdi, ricoperti di muschio, licheni o altre piante parassite viscide o ispide".


Lode Claes - The Old Forest

Nel bosco l'atmosfera è ostile e opprimente sin dall'inizio, e peggiora sempre più. Pipino è il primo a cedere e supplica gli alberi di lasciarlo passare, Frodo si rimprovera per la malcauta idea che gli è venuta. La foresta non reagisce, ma aumenta la sua ostilità.
Il progetto originario era di attraversare la Foresta scansando il fiume Sinuosalice, di cui si dice che sia "il luogo più strano e misterioso dell'intero bosco, addirittura il nucleo da quale proviene e si sviluppa tutto il mistero" e da cui si innalza una specie di vapore o di fumo bianco.


Withywindle - (di TucksMa)

Ma è difficile scegliersi la strada in un bosco dove gli alberi sono dotati di volontà e soprattutto si spostano a loro piacimento. E così, nonostante tutti i loro sforzi, nel primo pomeriggio i quattro hobbit si ritrovano sulle rive del Sinuosalice, accaldati e assonnati. I passaggi stretti li hanno costretti a scendere dai pony, che vagano allontanandosi da loro, e un grande albero (che scopriremo poi chiamarsi Vecchio Uomo Salice) canta loro fresche canzoni di acqua e di sonno. 

Old Man Willow by Iolanthe

Merry e Pipino - destinati sin dall'inizio ad una particolare intimità con gli alberi, soprattutto con quelli che si muovono - vengono ingoiati nel suo tronco; Frodo viene scaraventato in acqua da una radice ed evita l'annegamento solo grazie a Sam... infine, e quasi per caso, arriva Tom Bombadil - per inciso uno dei personaggi più misteriosi del romanzo - e rimedia rapidamente la situazione facendo una vera sfuriata al Vecchio Uomo Salice:
"dopo aver staccato un ramo che pendeva vicino, colpì ripetutamente il fusto dell'albero. "Lasciali uscire immediatamente, Vecchio Uomo Salice!" disse "Che ti salta in testa? Non dovresti essere sveglio. Mangia la terra! Scava profondo! Sorseggia l'acqua! Dormi subito! Bombadil te lo ordina!""
Con molta malagrazia l'albero obbedisce e scaraventa fuori Merry e Pipino "Poi ambedue le fenditure si richiusero ermeticamente con un rumore secco. Un brivido attraversò la pianta dalle radici all'ultima foglia, seguito dal silenzio più assoluto".
Il Vecchio Uomo Salice è costretto a cedere davanti a un potere troppo più forte del suo, ma non c'è in lui ombra di pentimento. Non avrà mai occasione di vendicare l'affronto subito, ma non c'è dubbio che coltiva rancore, e del resto il rancore è il sentimento dominante in lui*.
Più avanti Tom Bombadil (il più antico, colui che ricorda anche la prima ghianda e la prima goccia di pioggia) spiegherà agli hobbit il punto di vista alberesco:
"Le parole di Tom mettevano a nudo il cuore e i pensieri degli alberi, che erano spesso cupi e bizzarri, pieni di odio per tutto ciò che cammina liberamente sulla terra e che rode, morde, strappa, rompe, sega e brucia: distruttori e usurpatori. Non a caso veniva chiamata Vecchia Foresta, poiché era estremamente antica, l'ultima superstite di immensi boschi dimenticati. In essa vivevano ancora, invecchiando insieme alle brulle colline, i padri dei padri degli alberi, memori del tempo in cui erano ancora loro i signori. Gli innumerevoli anni li avevano riempiti di orgoglio, di profonda saggezza, ma anche di malizia. Ma il più pericoloso di tutti era il Grande Salice: il suo cuore era marcio, ma verde era la sua forza; era astuto, padrone dei venti, e il suo canto e il suo pensiero attraversavano i boschi, seguendo le due rive del fiume. Il suo spirito grigio e assetato traeva vigore e potenza dalla terra in cui si diffondeva con una fitta trama di radici, mentre nell'aria si espandeva come la linfa di infiniti, invisibili rami: ebbe così sotto il suo dominio quasi tutti gli alberi della Foresta, dalla Siepe fino ai remoti Tumulilande".



Tuttavia, come spiegherà Barbalbero molte pagine dopo, si possono trovare foreste e alberi più pericolosi e implacabili del Vecchio Uomo Salice della Vecchia Foresta:
"Esistono alberi nelle valli, ai piedi delle montagne, sani e solidi come colonne, e cattivi da cima a fondo. Sembrerebbe una cosa contagiosa. Vi erano in questo paese alcuni posti assai pericolosi. Vi sono tuttora dei punti assai neri".
"Vuoi dire come la Vecchia Foresta su al Nord?" domandò Marry.
"Sì, sì, qualcosa del genere, ma molto peggio".

Gli hobbit non dovranno mai affrontare da soli il molto peggio. Questo succoso privilegio sarà destinato agli orchetti - che non vi troveranno alcun motivo per rallegrarsene.

La Vecchia Foresta dunque non è un semplice bosco incantato e pieno di prodigi: è un bosco che si muove a suo piacimento, che frusta o strangola o cerca di annegare le presenze che non gradisce, che porta rancore ai bipedi. Ha una sua personalità e molti poteri. Ha una sua storia, molto antica, e ricorda il tempo in cui i bipedi non scocciavano, anzi proprio non c'erano.
Il cattolicissimo Tolkien, quando parla di boschi, sembrerebbe piuttosto animista. Non so se la questione è stata studiata a fondo - gli studiosi cattolici hanno versato fiumi di inchiostro sulla Grazia e la Redenzione in Tolkien, ma per quel poco che so dei boschi non si sono occupati molto.
(Se qualcuno ne sa di più sull'argomento, è pregato di farsi avanti: gli sarò molto riconoscente).

*curiosamente, nei fiori di Bach lo stato negativo di Willow (salice) è proprio il rancore che si cova per le sventure di cui diamo la colpa agli altri, solo agli altri e sempre agli altri, crogiolandoci dentro l'autocommiserazione.

martedì 19 aprile 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 1 - Bosco Atro

Bosco Atro, qui  raffigurato in un punto ancora molto luminoso...

Il bosco più importante che troviamo nello Hobbit è Bosco Atro (un tempo Bosco Verde); si tratta, in sintesi, di un normale bosco incantato, di quelli che si trovano a tutti gli usci in fiabe e poemi medievali: se vuoi un mistero, un incantesimo o una maledizione è nel bosco che devi andare, e questo lo sappiamo tutti sin dalla prima volta che qualcuno ci ha raccontato la storia di Biancaneve.

Primo tratto caratteristico di un buon bosco incantato è di avere una cattiva reputazione. 
Il primo a parlare male di Bosco Atro è Beorn, l'uomo-orso: 
"La vostra strada attraverso Bosco Atro è scura, pericolosa e difficile. Non è facile trovarvi né acqua né cibo. Non è ancora la stagione delle noci - anche se in verità potrà essere arrivata e passata prima che arriviate dall'altra parte del bosco - e le noci sono più o meno le sole cose buone da mangiare che crescono là dentro: tutto il resto è selvaggio, oscuro, strano, feroce. Vi fornirò di otri per portare l'acqua, e vi darò archi e frecce. Ma dubito molto che qualsiasi cosa troviate dentro Bosco Atro sia tanto salubre da essere potabile o commestibile. So che c'è un corso d'acqua, lì, nero e turbinoso, che attraversa il sentiero. Non dovete né bere né bagnarvici: ho sentito dire infatti, che le sue acque sono magiche e danno sonnolenza e oblio. E nell'ombra indistinta di quel posto non credo che possiate colpire niente, salubre o non salubre, senza allontanarvi dal sentiero. E questo NON DOVETE FARLO, per nessun motivo".
Dopo una presentazione del genere, è chiaro che i nani e Bilbo cercano in ogni modi di scansare sì inospitale luogo, ma proprio non c'è verso: l'autore e Gandalf hanno stabilito che la compagnia deve attraversare quel luogo e così sarà. Peggio che peggio, Gandalf stesso li saluta e li pianta proprio all'ingresso del bosco, rallietandoli vieppiù:
"E' probabile che ci incontreremo ancora prima che tutto sia finito, è però probabile anche il contrario" "Rimanete sulla pista nella foresta, tenete alto il morale, e con un enorme dose di fortuna, forse, un giorno, potreste uscire a vedere le Lunghe Paludi stendersi sotto di voi".

Con queste laute premesse i nani e Bilbo si incamminano, e di tenere alto il morale non se ne parla nemmeno: per tutto il tempo che passeranno nella foresta (che ben presto odieranno con tutte le loro forze) il morale della compagnia sarà decisamente rasoterra.
La prima caratteristica di Bosco Atro è, appunto, quella di essere assai buio. Come aveva avvisato Beorn, niente sembra molto in buona salute, lì dentro:
"L'inizio del sentiero era indicato da una specie di arcata che portava in un tunnel tetro 
fatto di due grandi alberi che si intrecciavano, troppo vecchi ormai e strangolati dall'edera e coperti di musco, per poter reggere più di poche foglie annerite. Il sentiero era stretto e serpeggiava in mezzo ai tronchi. Ben presto la luce all'ingresso fu come un piccolo foro luminoso molto lontano, e il silenzio era così profondo che pareva che i loro passi risuonassero sordi sul terreno, mentre tutti gli alberi si piegavano sopra di loro per ascoltare."
Troviamo qui due classici indicatori del pericolo incombente nelle storie di Tolkien: il silenzio innaturale e l'oscurità - insieme al senso di oppressione:
"Sotto il tetto della foresta non un fremito nell'aria, che era eternamente immobile, scura e afosa. Lo sentivano perfino i nani, che pure erano abituati a vivere nei tunnel, e talvolta restavano molto a lungo senza la luce del sole; ma lo hobbit sentiva che stava lentamente soffocando".

Eppure intorno a loro c'è vita: scoiattoli neri che guizzano da un ramo all'altro degli alberi e che, fatti arrosto, sono assolutamente immangiabili; ragni che producono enormi e spesse ragnatele, falene nere e pipistrelli neri che volano in un gran frullo d'ali... anche il fiume che trovano, naturalmente, è nero - non sia mai che un tocco chiaro profani la foresta. Sentono strani rumori, grugniti, calpestii, tramestii frettolosi nel sottobosco, e quando di notte fa la sentinella Bilbo vede brillare un sacco di occhi

 Mirkwood, Collette J Ellis


occhi gialli, occhi rossi, occhi verdi, occhi che scompaiano e riappaiono proprio sopra di lui... e occhi dal bulbo pallido, occhi di insetto ma di gran lunga troppo grandi. 

Bosco Atro è un posto singolarmente spiacevole e soffocante, ma a quel che pare di vedere gli alberi fanno il loro onesto lavoro di alberi e sono soltanto ammalati. Un veleno percorre la foresta e i suoi abitanti: le acque del fiume che l'attraversa sono incantate, gli scoiattoli immangiabili, i ragni sovradimensionati ed estremamente scortesi. Il maleficio proviene da un punto preciso - nel Signore degli Anelli scopriremo trattarsi di Dol Guldur, una fortezza tenuta da uno stregone malvagio, chiamato il Negromante - insomma, da Sauron. L'unico punto vivibile è la zona dove abitano gli Elfi Silvani, che comunque non si curano di quel che succede nel resto del bosco.
Nelle fiabe infatti i boschi sono posti parecchio strani, spesso abitati da varie entità che se li dividono in pacifico condominio.
A prezzo di lunghi digiuni e notevoli fatiche (che includono anche un incantesimo di sonno e di oblio di cui cade vittima Bombur nonché uno spiacevolissimo incontro con i ragni), la compagnia di dodici nani e un hobbit quasi riesce a compiere la traversata, ma all'ultimo momento commette la più grave delle sciocchezze, facendo quello che Gandalf e Beorn si sono raccomandati di non fare mai, per nessunissima ragione al mondo, inseguendo l'improbabile miraggio di un banchetto.
Tutti sappiamo che nelle fiabe deviare dalla strada indicata dagli aiutanti è colpa grave ma quasi mai irrimediabile, e infatti Mr. Baggins rimedierà a tutto, seppur con notevole incomodo da parte sua.

Bosco Atro non è un protagonista della storia, anche se Tolkien gli dà sufficiente spessore e scoiattoli neri da farne qualcosa di più di un fondale. E' il luogo dove Bilbo collauda (e battezza) la spada e l'Anello di cui è entrato in possesso attraverso le avventure precedenti e prende di fatto il comando della compagnia, relegando in secondo piano Thorin Scudodiquercia - che peraltro non ha mai fatto niente di notevole fino a quel momento. 
Somiglia molto alla selva oscura di dantesca memoria ma deviare dalla retta via di Bosco Atro porta tutto sommato a dei buoni risultati (altro tratto caratteristico delle storie di Tolkien); somiglia anche ad un utero soffocante da cui Bilbo, che ha cercato in  tutti i modi di rimandare la sua nascita come Eroe e Guida è alla fine disposto ad uscire - molto, moltissimo disposto ad uscire; ma, come la selva oscura dantesca, non è un bosco dotato di libero arbitrio o di volontà. 
Le potenze all'opera sono altre: i ragnacci, il Negromante, gli elfi silvani. Bosco Atro è abitato da strana gente e la subisce. Più avanti, molti anni dopo, quando Galadriel lo guarirà e lo purificherà, si adatterà di buon grado a diventare un bosco piacevole archiviando ragni e scoiattoli neri senza rimpianti.

lunedì 11 aprile 2016

Quel che non sappiamo della Terra di Mezzo

Colle  Vento, detto anche Amon Sul

Nello Hobbit Bilbo e i nani si spostavano in un mondo praticamente senza storia, dove l'unica cosa che contava conoscere erano gli usi e costumi delle varie popolazioni che si incrociavano: come ci si rivolge a un drago, come si evita di farsi arrostire dai troll, cose così. Alla fine del romanzo abbiamo visitato un po' di luoghi insoliti, ma gli unici avvenimenti che conosciamo sono piuttosto recenti: l'arrivo di Smaug a Erebor, Bard che discende da una famiglia di re...
Niente fa capire che Gollum abbia una storia degna di rilievo, o che Elrond sia in realtà un protagonista del passato e un custode del futuro della Terra di Mezzo (anche perché, quando fu scritto il romanzo, ancora non lo era nella mente dell'autore), il re degli elfi è inserito in una rassicurante routine da re degli elfi, la doppia natura di Beorn è una tradizione di famiglia che accomuna un gruppo di persone, non sappiamo quanto numeroso. Siamo, insomma, in un mondo senza spessore cronologico, pieno di cose e creature ben diverse dagli hobbit, ma che un hobbit di media cultura conosce almeno per sentito dire in buona parte dei casi.

Nel Signore degli Anelli veniamo invece catapultati in un mondo che ha una ricca storiografia, che si snoda lungo varie migliaia di anni; anzi, la prima cosa che Tolkien fa, nell'introduzione, è raccontarci un po' di storia hobbit, giusto per dirci che loro stessi ne conoscono pochissima. 
Se conoscono poco la loro storia, figurarsi quella degli altri - anche perché, a ben guardare, degli altri spesso nemmeno sanno che esistono - perfino Bilbo, che pure ha raccolto un po' di storie e insegnato qualcosa a Frodo e ai giovani hobbit che lo stavano ad ascoltare.

Il lettore si trova quindi immerso in un posto del tutto sconosciuto, che gli riserverà nuove sorprese ad ogni capitolo e in cui gli eventi raccontati si collegano per mille fili a ciò che è successo in passato (del resto, si sa, la via prosegue senza fine, e le storie anche).
Per un autore questa è una grossa sfida. Gli autori di fantascienza conoscono bene questo genere di problema, gli autori di storie epiche molto meno perché il mondo che narrano di solito è abbastanza noto agli ascoltatori.
Inoltre Tolkien sapeva, da bravo studioso, che il passato è solo in parte noto, e molto spesso solo faticosamente ricostruito da indizi che tendono a contraddirsi e possono essere interpretati in vario modo.
Sceglie dunque la soluzione più realistica ma anche più difficile da gestire: il mondo ha una storia, che in buona parte è stata dimenticata ma di cui rimangono tracce abbastanza visibili e spesso misteriose, e per protagionisti prende quattro hobbit molto ignari di quel che è successo in passato al di fuori dei domestici confini della Contea. Li mette però in contatto con un buon numero di personaggi che questa storia la conoscono, a volte poco, a volte abbastanza, a volte moltissimo, e che spesso sono molto disponibili a raccontare, aggiungendo qua e là un buon numero di informazioni fornite dal Narratore Onnisciente, all'inizio molto vaghe, poi sempre più precise, e buona parte dei temi vengono introdotti in modo graduale - soprattutto il tema del Regno di Gondor, che in qualche modo aspetta ancora il Ritorno del Re, che viene fornito al lettore in dosi omeopatiche, a piccole cucchiaiate, ogni capitolo un tassello nuovo. I lettori (specie quelli che amano le riletture) imparano alla fine non tutto quello che c'è da sapere - che sarebbe impossibile - ma almeno tutto quello che è stato deciso di rivelargli.
Abbiamo dunque fonti di prima mano - Elrond e Galadriel, per esempio, che hanno svariate migliaia di anni alle spalle e che parecchie delle vicende più importanti della Terra di Mezzo le hanno vissute da protagonisti, ma anche personaggi molto più antichi, come Tom Bombadil e Fangorn detto anche Barbalbero, che possono vantarsi di ricordare la prima ghianda e la prima goccia di pioggia - nonché numerose fonti di seconda mano: Gimli che racconta la storia del primo nano, Durin; Aragorn che conosce tutto della storia di Gondor, eccetera. Vediamo però che Barbalbero, che pure conosce l'origine (tragica) degli orchetti e dei troll, ignora l'esistenza degli hobbit. Tom Bombadil invece li conosce bene, ma abitando vicinissimo alla Contea la cosa è piuttosto comprensibile. Le storie che racconta riguardano soprattutto il Nord della Terra di Mezzo, e d'altra parte agli hobbit al momento servono quelle. Ma conosce anche le terre dell'Ombra, o quelle del sud? Chissà.

Quando però Sam e Frodo varcano il confine della Terra di Mordor, non c'è nessuno per parlargli di storia: Gollum conosce al massimo un po' di geografia, e né Shelob né i vari, spiacevolissimi orchetti che i due incrociano loro malgrado si mostrano inclini a fare da menestrelli cantastorie. Supplisce il Narratore Onnisciente, con poche e vaghe notizie, giusto quel minimo che serve per andare avanti; in compenso ogni tre pagine ci spiegano che questa o quella cosa spiacevolissima risalivano a ben prima di Sauron, finché l'Oscuro Signore sul suo oscuro trono finisce per sembrarci una presenza quasi occasionale in quelle antichissime ombre - e in effetti questo è, non di più.

Che dire poi delle terre del Sud? Proprio nulla, perché tutto quel che ci arriva sono pochi nomi sulla carta geografica. I corsari di Umbar, per esempio, non vengono nemmeno nominati di striscio nel romanzo e a malapena se ne fa cenno nelle appendici. Dei Sudroni sappiamo di non sapere niente (condizione essenziale, com'è noto, per una reale conoscenza delle cose. Purché qualcuno ti dia qualche elemento, magari). E vogliamo parlare del mare di Rhun? Sì, forse ne vorremmo parlare, ma con chi? Non c'è un anima disposta a farlo, in tutto quel lunghissimo romanzo.

Una storiografia incompleta, dunque, con pochi eventi analizzati per lungo e per largo (la caduta di Moria, o la forgiatura dell'Anello) e molte storie raccontate assai vagamente o lasciate intuire attraverso qualche vago accenno, oltre a un infinità di domande senza risposta. Del resto, la storia è così: un po' si sa, un po' si tira a indovinare, e la maggior parte riposa tranquilla nell'ombra ridendo dei nostri tentativi di decifrarla.

Con gli anni sono saltati fuori gli appunti del Professore, spesso in contraddizione tra loro. Quasi tutti però riguardano le infinite genealogie degli elfi e le prime due ere. La Terra di Mezzo che impariamo vagamente a conoscere nel Signore degli Anelli resta sigillata nel romanzo e nelle appendici e il Professore, sempre pronto a riscrivere un ennesima variante della storia di Luthien Tinuviel o della caduta di Gondolin (o, ancor più volentieri, qualche intricatissima genealogia tripartita di qualche ramo della prolificissima razza  elfica) se n'è occupato solo molto occasionalmente, quasi sempre dietro precisa richiesta.

Tutto ciò non è stato comunque privo di conseguenze: Il Signore degli Anelli ha fatto da modello per molta della letteratura fantastica che è seguita, anche se più nell'apparenza che nella sostanza; così la maggior parte degli autori di genere fantastico venuti dopo di lui - soprattutto quelli americani - si è sentita in dovere di rabberciare un mondo pieno di nomi più o meno complicati, tenuti insieme in un compendio storico da Bignami che viene poi rifilato al lettore (che di solito lo salta, o lo scorre in uno stato di assonnato torpore) in uno dei primi capitoli, privandolo così del piacere di collezionare accenni lasciandosi immergere lentamente in un altro tempo e in un altro universo.