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lunedì 21 marzo 2016

Le nostre più profonde radici culturali, la lobby gay e la Festa del Papà

Anacleto Camminacielo rivendica qui il suo ruolo paterno nei confronti del figlio Luca, in una scena assai famosa

Da quando sono in rete, tutti gli anni (ma proprio tutti) verso Natale gira la notizia che qualche preside abbia impedito (non "sconsigliato", ma proprio impedito) i festeggiamenti di Natale nella sua scuola per evitare critiche da parte delle famiglie degli alunni musulmani; a seguito di ciò, tutti gli anni si scatena in rete un orgia di recriminazioni contro il buonismo che ci impone di castrare la nostra cultura per non rischiare di contrariare questi stranieri rompiballe che pretendono di insegnarci a campare e, signora mia, dove andremo a finire di questo passo?

Un tempo la notizia era sempre molto vaga: "in una scuola in Lombardia", "alla scuola di mio figlio" e consimili, senza mai un nome o un indicazione precisa del luogo. Chi, come me, andava a cercare la fonte trovava  soltanto un trafiletto da testate tipo "L'eco della Padania" o "Il corriere del leghista" dove il resoconto era ancora più vago e dove né il preside né la scuola né la città o il paesello avevano alcuna possibilità di essere identificati. In sottofondo, branchi di placide bufale pascolavano serenamente.

Di recente (da quando la Lega ha cambiato segretario, direi) vengono invece fatti nomi e luoghi, e la notizia si basa spesso su qualcosa di concreto - che alla prova dei fatti risulta sovente assai travisato: ad esempio questo Natale la dirigenza della scuola colpevole del bieco prostramento culturale aveva in realtà respinto la richiesta di un gruppo di madri* di insegnare agli studenti Adeste Fideles durante l'intervallo della mensa; detta Dirigenza sosteneva infatti che la scuola non aveva programmato alcun tipo di esibizione musicale per Natale e in tutti i casi, se avesse voluto allestirne una, disponeva di insegnanti di musica, grazie. 
In effetti, guardando la vicenda da un altra prospettiva, si poteva anche dire che la Dirigenza era intervenuta con adeguata fermezza per bloccare un importuna ingerenza da parte dei genitori e difendere il diritto dei docenti a programmare le attività come pareva loro opportuno e quello degli alunni di godersi il breve intervallo di mensa tutelando nel contempo la loro digestione.

In ogni caso non tutte le scuole allestiscono presepi o fanno cantare canzoni natalizie che inneggiano al bambinello, e non lo facevano nemmeno quando a scuola andavo io, tanti e tanti anni fa, ai tempi in cui i mulini e i grembiulini erano bianchi: di solito si ripiega su un alberello variamente decorato (magari con decori preparati dai ragazzi) o su uno spettacolo non di rado privo di riferimenti al Natale; e questo non tanto per paura del furore degli integralisti islamici ma in considerazione del fatto che a questo mondo non tutti sono cattolici praticanti, anche tra i cittadini italiani di purissimo sangue italico, e addirittura possono non esserlo anche gli insegnanti e la dirigenza (ebbene sì, in quest'epoca sciagurata  può succedere perfino questo).

Ad ogni modo il calendario delle feste col passare degli anni è diventato implacabile: Halloween, Natale, Carnevale, Festa del Papà, Pasqua, Festa della Mamma scandiscono i mesi dell'anno scolastico e stare dietro a tutte può essere molto pesante anche per le materne, figurarsi per le elementari, che nelle intenzioni avrebbero anche delle materie da studiare, nonché frotte di genitori capacissimi di lamentarsi che "a scuola i miei figli non  fanno mai lezione, solo lavoretti per le feste".
Quanto alle medie, di solito seguono un calendario festivo alleggerito che comprende solo Natale e la fine dell'anno scolastico, ma hanno un fitto carnet di feste a contenuto civile: giornate della memoria, del ricordo e della reminescenza, feste nazionali, del lavoro e della donna, giornate varie contro i maltrattamenti all'infanzia e il lavoro minorile, per la tutela dell'acqua potabile e contro l'omofobia e via commemorando, ammonendo e indignando, che se mai una classe decidesse, in un attimo di follia del Consiglio, di dare a tutte il giusto rilievo non gli rimarrebbe un ora da dedicare il programma (anche se forse, in quel modo, il programma si ritroverebbe già fatto da solo e potrebbe anzi rivelarsi un esperimento interessante - ma non tutti gli insegnanti sono disposti a fare la prova). Perciò i singoli docenti o i singoli Consigli scelgono alcune di queste feste e ricorrenze e giornate nazionali e internazionali e ci lavorano su, poco o tanto a seconda dei casi e delle circostanze.

Succede poi che in qualche caso queste feste e giornate varie si sovrappongono: ad esempio quest'anno la Festa del Papà (quest'ultima piuttosto recente e non troppo sentita, in effetti) viene quasi a sovrapporsi alla Pasqua, tanto che alcune parrocchie più previdenti hanno anticipato le doverose onoranze a san Giuseppe per non interferire con la Domenica delle Palme, come ho scoperto in modo del tutto casuale preparando questo post.

Ma giusto quest'anno lo sciocchezziario leghista aveva gran necessità di criticare, prima ancora che la perfidia musulmana, la perversione delle unioni gay. Ed ecco dunque spuntare come un fungo la notizia di un asilo di Milano dove la Festa del Papà è stata festeggiata un po' in minore non tanto per colpa degli intolleranti immigrati islamici, quanto... per non offendere i figli delle coppie gay che avrebbero criticato la festa del Papà e non di un generico Genitore.
Prontamente il segretario della Lega ci ha fatto un post su Facebook, che ha attirato gran massa di commenti e discussioni, non tutte redatte in modo da fare onore al senno di chi scriveva.
In molti han poi provato a difendere l'operato dell'asilo, taluni motivando la scelta della scuola con recenti lutti che avrebbero impedito ad alcuni bambini di festeggiare un papà di cui la ria sorte li aveva privati (e al pensiero di ciò, ogni insegnante ricorda la canzone di Tricarico, basata purtroppo su un episodio autentico della vita del cantautore, dove la docente non ha brillato né per tatto né per umana comprensione), altri con la vicinanza che quest'anno schiacciava la festa del Papà sulla Pasqua; dall'asilo milanese oggetto del gran contendere infine è arrivata notizia (pare, dicono, sembra) che detta scuola non cura troppo questo tipo di ricorrenze e da tempo è avviluppata in un grandioso progetto sull'integrazione e contro le discriminazioni, parendogli in tal modo di impiegare più proficuamente le ore di lezione piuttosto che con la confezione dei famigerati "lavoretti" per le feste - lavoretti di cui non ho mai saputo che alcuna famiglia abbia mai sentito la mancanza, e che assai raramente sortiscono risultati di pregio - e ognuna di queste possibilità mi sembra credibile, oltre che valida. 
Ritengo invece abbastanza improbabile che gruppi di agguerrite genitrici di coppie omosessuali (perché, laddove la coppia fosse costituita da due uomini, certo non avrebbe motivo di insorgere contro una Festa del Papà che in alcun modo rischierebbe di mettere la loro prole a disagio a causa di carenza di padri da festeggiare) abbiano preteso di riformare il calendario, e questo perché i figli di coppie ufficialmente omosessuali in Italia sono ancora pochissimi e ai loro genitori pare gran cosa riuscire a campare senza prendersi troppi insulti e in generale mi risulta che tendano a starsene ancora piuttosto buoni.**
Un insegnante sensibile però può ben porsi la questione e pensare che, laddove c'è carenza di padri in una classe, per fuga dei medesimi o per loro dolorosissimo decesso prematuro, sarà forse cortese sorvolare garbatamente sulla questione onde non riaprire pericolose ferite nelle creature loro affidate: festeggiare con gran tripudio una figura genitoriale laddove alcuni bambini di questa figura genitoriale sono privi per i più vari motivi può certo essere inopportuno, quando non semplicemente idiota o perfino criminale.

Il problema però sta a monte: nonostante il (legittimo? Mah) desiderio di taluni politici di battere e ribattere certi temi fino allo sfinimento, la scuola italiana non è obbligata a festeggiare alcunché, nemmeno la Repubblica o l'Unità d'Italia o l'onnipresente Natale (che ormai dura circa tre mesi, e se fosse per me ne durerebbe tredici): la programmazione può includere alcune feste o ricorrenze o giornate internazionali a seconda delle circostanze e del libero genio dei docenti, che conoscono la classe con cui hanno a che fare e seguono una determinata programmazione. Un presepe sotto Natale può essere una lieta occasione per mettere in contatto con una tradizione assai italiana i piccoli stranieri, come può essere una bella idea allestire una festa straniera e mostrarla ai bambini italiani, ma altrettanto buona può essere l'idea di sorvolare con eleganza perché in classe i rapporti sono tesi sotto questo aspetto o anche perché si è impegnati a fare altre cose - sì, anche i pronomi personali o l'acquedotto nell'antica Roma - oppure ad allestire una Festa del Gatto in una classe particolarmente gattara. Feste e ricorrenze sono opportunità da cogliere, non tagliole o obblighi burocratici come gli scrutini di fine quadrimestre o i ricevimenti generali dei genitori. Chi vuole a tutti i costi festeggiare la Festa del Papà o la Giornata dell'Acqua Potabile può comunque farlo a casa sua, nei modi e nei tempi che preferisce, senza tirare per forza per la manica insegnanti e scolari. La Festa del Papà non è un obbligo scolastico, come non lo sono il presepe né la Dodicesima Notte, e non ha nessun senso né logica che un insegnante o un/a DS debbano addirittura giustificarsi perché nella loro scuola hanno festeggiato santa Lucia e non Martin Luther King, come se fossero obbligati a fare questo o quello.

*Secondo gli organi di informazione, i gruppi di genitori che si organizzano a scopo di tutela o di ingerenza verso i loro figli sono sempre e soltanto costituiti da madri, anzi da mamme; ma considerando l'accuratezza dei suddetti organi di informazione, la presenza in questi gruppi organizzati di padri non è affatto da escludere.
**Il giorno in cui i genitori omosessuali romperanno le scatole ai docenti quanto quelli etero, ebbene, quel giorno potremo se non altro rallegrarci perché vorrà dire che l'integrazione sarà completa - e da quel giorno noi docenti potremo mandarli a spagliare senza alcun riguardo e  senza temere con ciò di peccare per discriminazione o omofobia. E può darsi che quel giorno non sia così lontano.

venerdì 18 marzo 2016

La Nuova Arrivata (che si spera se ne vada al più presto)

Ratto norvegese: anche carino, a suo modo, ma non sempre si apprezza di averlo intorno

All'inizio dell'anno è arrivata una Nuova collega di Lettere, assai giovane e con poca esperienza alle spalle, e le abbiamo riservato la consueta accoglienza che da noi ricevono i nuovi arrivati - ovvero l'abbiamo rintronata di chiacchiere: io per esempio le ho spiegato come erano organizzati i libri di testo in Sala Insegnanti e come funzionava la Biblioteca, ma anche dov'erano il frigorifero e i bicchieri di carta. 
Ci ha ringraziato senza grandi entusiasmi - ringrazia sempre, quando qualcuno le comunica qualcosa, e sempre senza grandi entusiasmi. 
Poi sono cominciate le lezioni. Io e lei condividiamo la Prima Diligente, dove lei fa Storia e Geografia; anche se gli orari sono un po' bastardi abbiamo comunque un ora di buco in comune.
"Come ti trovi con i ragazzi?" le ho chiesto dopo qualche giorno, visto che lei non entrava in argomento.
"Bene" mi ha risposto, molto asciutta, per poi continuare quel che stava facendo.
Assai mortificata e pentita della mia indiscrezione sono ritornata nel mio cantuccio, dove mi sono fatta un bello sformato di cavoli miei e un esame di coscienza: forse ero stata aggressiva o indiscreta? Onestamente, non mi sembrava - la mia era una domanda abbastanza consueta in Sala Insegnanti all'inizio dell'anno scolastico, e riceve di solito risposte assai fluviali. Insomma, almeno due parole sul Dislessico Major, fonte di costante preoccupazione per tutti noi del Consiglio, o su Alagna, che si lamenta sempre e comunque di tutto e di tutti...
Al primo Consiglio di Classe, a fine Ottobre, è però risultato che tanto bene non andava: infatti la classe studiava poco e male, mostrandosi scortese e disattenta. Mancava di rispetto, ecco.
Il resto del Consiglio si è scambiato qualche occhiata perplessa: la Prima Diligente era magari un po' ruspante e ancora infantile, come tutte le tre prime di questa nuova infornata, ma che mancasse di rispetto (qualsiasi cosa si intendesse con questa curiosa formula) ci giungeva piuttosto nuovo.
Nessuno però ha detto niente.
La Nuova è poi passata a raccontarci dell'interrogazione dei tre DSA: li ha chiamati alla cattedra, per leggere le risposte alle domande già fissate in precedenza. 
Non avevo mai sentito parlare di questa modalità di interrogazione per i DSA, ma il mondo è bello perché vario. Il problema però è che due di loro hanno un pessimo rapporto con la lettura, o per meglio dire se leggono ad alta voce non capiscono quel che stanno leggendo - oltre a leggere francamente piuttosto male. Si aggiunga che costoro sono decisamente ansiosi. Così hanno pasticciato un po' con le domande, finendo per mettersi a ridere senza nessuna preoccupazione. Insomma, se ne fregavano.
"Forse si sono sentiti a disagio e il loro era un riso isterico" ha suggerito Arte dopo un breve silenzio.
"No, stavano proprio a prendermi in giro. Si vedeva che non gliene importava nulla".
"Ma sei sicura?" ha chiesto Inglese "Sai, a volte i ragazzi quando sono agitati cercano di scherzarci su..."
La Nuova si è impermalita assai "Sarò pure in grado di capirlo, no?".
"Evidentemente no" abbiamo pensato tutti in coro. Nessuno però ha osato insistere.

Poi è iniziata la processione dei Genitori In Cerca Di Conforto: c'era stata una lunga sequela di quattro, alle interrogazioni, e finanche un tre e mezzo - che, visto che siamo in paese, è diventato rapidamente un casus belli in tutta la scuola. E il suddetto tre e mezzo, ci han spiegato, non era il risultato di un interrogazione muta, bensì di una serie di risposte sbagliate: per ogni risposta non adeguata la Nuova toglieva dei punti.
"Nel regolamento della scuola si dice che il tre si può dare, eccezionalmente, solo per i compiti consegnati in bianco" è insorta la Casini (che non fa parte del nostro Consiglio ma non ha fatto mai mancare a nessuno il conforto della sua opinione).
La Casini è anche responsabile di plesso. 
"Ma la Nuova l'ha avuto, il regolamento?" ho chiesto.
No, non l'aveva avuto. I nuovi arrivati non ricevono mai il regolamento - non per un disegno specifico dei poteri occulti, ma per pura disorganizzazione. Va detto però che si tratta di un regolamento piuttosto banale e che all'inizio della prima media di solito "tre" viene considerato un numero buono solo per i calcoli matematici. 
"Comunque, regolamento o non regolamento, la valutazione dell'insegnante è insindacabile" ho ricordato alla Casini.
Ai genitori ho cercato di spiegare che uno studio accurato era un buon rimedio per i quattro. D'altra parte è noto che alle elementari di St. Mary Mead fanno sì storia e geografia, ma in modo molto amichevole, e di interrogazioni come le intendiamo noi non si parla nemmeno - e infatti di solito l'insegnante di turno alle medie passa i primi mesi a imbeccare i primini e per qualcuno di interrogazioni si parla solo dopo Natale, o addirittura al secondo quadrimestre.

Ma, si sa, ognuno ha il suo metodo e i suoi criteri di valutazione, e ogni insegnante di Lettere è notoriamente detentore dell'Unico e Valido Metodo per insegnare Lettere. Intervenire sarebbe stato assai arbitrario e fuor di luogo da parte nostra, e infatti nessuno è intervenuto.
Nel frattempo la Prima Diligente ribolliva e faceva muro. Hanno provato anche a lamentarsi con me. Ho provato a spiegargli come funzionavano i libri e come dovevano studiare; soprattutto, gli ho ricordato con bel garbo che esisteva, appunto, il verbo studiare.
Il fatto è che con me hanno sempre studiato abbastanza, e anche con gli altri insegnanti.

Tuttavia ho realizzato la vastità della questione solo quando la prof. Marzapane (che fa  Matematica nell'Altra Prima della Nuova) si è lamentata accoratamente meco che non riusciva a comunicare con costei; e va detto che per non comunicare con la prof. Marzapane ci vuole un abilità non comune, trattandosi della persona più amichevole, cordiale e disposta al dialogo da me incrociata  in sedici anni di onesto servizio.
"E' la coordinatrice. Le ho spiegato che in questa scuola i posti li cambia il coordinatore.  I ragazzi si lamentavano perché dall'inizio dell'anno non hanno mai cambiato i posti, e dicono che non è giusto e che nelle altre prime i posti li cambiano spesso. Lei mi ha risposto che i ragazzi devono avere la maturità per stare accanto anche a qualcuno che non gli piace. Ho provato a dirle che cambiare i posti serve per amalgamare la classe, ma non ha fatto nulla. Alla fine i posti li ho cambiati io".

Poi c'è stata l'Epica Questione del Doppio compito: una bella mattina la Nuova aveva messo un compito "di punizione" nello stesso giorno in cui Matematica aveva fissato da una decina di giorni la sua verifica. Una processione di insegnanti, compresa la VicePreside, è andata a spiegarle che era meglio non fare due verifiche scritte in un giorno, specie in una classe con tre dislessici, ma senza sortire risultato alcuno. Alla fine è stata Matematica che ha spostato la sua verifica, ma era piuttosto irritata.

E c'è stata la piazzata che mi sono presa per non averla celermente avvisata che per il 5 Maggio era in programma (forse) un uscita al Palazzo Rinascimentale, data da confermare.
"Io non sapevo nemmeno che c'era un uscita al Palazzo Rinascimentale!".
"Veramente ne abbiamo parlato in due diversi Consigli di Classe, e di uno hai fatto anche il verbale".
"Non è vero!".
"Scusami, un po' vero è. Però la data è da confermare, aspettavo che fosse definitiva."
"Ma io devo organizzarmi, sapere chi sono gli accompagnatori".
"Ma non lo sappiamo nemmeno noi, e poi siamo a metà Febbraio...".
"In questa scuola non c'è comunicazione. Nessuno avvisa, nessuno dice niente!"
Tra tanti difetti che può avere la scuola media di St. Mary Mead, lamentarsi che "nessuno dice niente" quando tutti non facciamo che parlare dei fatti (didattici) nostri dall'alba al tramonto mi è sembrato un rilievo abbastanza infondato. 
Comunque, proprio nello stesso giorno, la prof. Casini si è presa un altrettanta piazzata dopo averle comunicato  prontamente data, orari e accompagnatori di un uscita dell'Altra Prima alfine organizzata, perché "lei era la coordinatrice e nessuno l'aveva avvisata che c'era quell'uscita".
La Casini ha tentato di ricordarle che, appunto in qualità di coordinatrice, a Novembre costei Nuova Arrivata  aveva compilato l'elenco delle uscite e attività della classe (copiandolo pari pari da quello della prof. Therral), elenco in cui quell'uscita c'era; ma la Nuova ha ribattuto sdegnosamente che in questa scuola nessuno le diceva mai niente e non c'era organizzazione né comunicazione.
(E sul fatto che l'organizzazione non sia il punto di forza della nostra scuola tutti i torti non li ha, dobbiamo pur dirlo. Ma NON per quel che riguarda le uscite).

Giusto dopo la doppia piazzata, comunque, costei è riuscita a combinare un notevole casino organizzando l'uscita per il Museo Storico.
"Beh, tutti possiamo sbagliare" ha detto la prof. Therral che non ce l'ha come collega ma aveva avuto la sventura di fissare l'uscita con lei, e ha dovuto chiedere alle famiglie la cifra dell'uscita tre volte e con tre importi diversi.
"Certamente" ho convenuto io con un angelico sorriso.

Da tempo ormai, per distrarci dopo le lunghe giornate di lavoro, ci raccontiamo le ultime prodezze della Nuova (ogni settimana c'è qualche nuova perla). Abbiamo imparato a viverla in scioltezza da quando abbiamo capito che molto probabilmente l'anno prossimo sarà perdente posto; nessuno cerca più di parlare con lei, e ci ingegniamo di scansarla cautamente.
Tuttavia dubito che se ne sia accorta; in effetti i rapporti con lei non hanno subito grandi mutamenti: la Nuova continua a non parlare con noi, salvo per rampognarci.
Quanto a me, in cuor mio le ho giurato eterno (e silenziosissimo) odio perché dall'inizio dell'anno non ha ancora portato i ragazzi in biblioteca in quanto "è tutto tempo perso" (testuali parole che qualche anima buona si è premurata di riferirmi) e nemmeno ci va da sola, in biblioteca, in cerca di testi per le sue lezioni. Ma non ho disvelato questo mio sentimento a nessuno, anche perché credo che tutti se lo immaginino benissimo anche da soli.
Però ogni tanto, seduta accanto al fuoco all'imbrunire, mi domando: possibile che il torto sia solo e soltanto dalla sua parte? Di solito non è così.
E anche:
Possibile che una persona che se ne frega in modo così totale e completo di chi ha intorno, immune e impermeabile tanto alle difficoltà dei suoi alunni quanto alle esigenze dei colleghi (nonché a quello che i suddetti colleghi dicono ai Consigli di Classe) insomma, a chiunque non sia sé stessa medesima, trovi sensato imbarcarsi in un lavoro come l'insegnamento, e per di più alle medie - un lavoro modestamente retribuito, scarsamente valutato sul piano sociale, assai esigente sul piano emotivo (...beh, non per lei, immagino; almeno in apparenza) e di cui non c'è nemmeno una gran richiesta?
E non trovo risposta né all'una né all'altra domanda, né riesco a capire dove abbiamo (ho) sbagliato.

lunedì 14 marzo 2016

Welcome back my friends to the show that never ends


Negli anni 70 del secolo scorso imperversava il progressive rock, dove gruppi blasonatissimi di grandi strumentisti suonavano brani sontuosamente lunghi e sontuosamente orchestrati nonché eseguiti con grande sfoggio di strumentazione elettronica. A me piaceva alla follia e anche se all'occorrenza spelluzzicavo un po' di tutto apprezzavo soprattutto i Pink Floyd e gli Emerson, Lake and Palmer.
I Pink Floyd hanno avuto una storia decisamente lunga e variegata, mentre la cometa degli Emerson, Lake and Palmer bruciò in una decina di anni (il resto sono stati soprattutto strascichi) lasciando però una traccia profonda e incancellabile nel mio cuore.
Oltre che per le loro composizioni (che non sempre capivo o apprezzavo completamente)   mi piacevano molto le loro rivisitazioni della musica cosiddetta classica; e nelle loro abili mani, brani che mi erano sempre sembrati un po' incompleti prendevano nuova vita e nuovo ritmo risultandomi improvvisamente godibilissimi. E per quanto mi piacesse molto la voce di Greg Lake e riconoscessi che Carl Palmer era un grandissimo batterista, il mio prediletto era Keith Emerson, autentico virtuoso della tastiera elettronica (ma che se la cavava molto bene anche con il piano).

In tempo reale riuscii a seguire solo il loro ultimo album Works, dove una facciata su quattro era dedicata a un concerto per piano scritto ed eseguito da Keith Emerson  che tante volte ho ascoltato, senza mai riuscire a decidere se mi piaceva davvero o no. Andavo invece matta per la loro versione di Fanfare for the common man di Aaron Copeland (molto meglio di quella eseguita con l'orchestra tradizionale, secondo me)

così come ho sempre preferito la loro versione dei Quadri di Mussorsgky a quella per orchestra

Ma in effetti, dove c'è un Moog a cosa serve un orchestra?
(Senza contare che gli orchestrali non vestono quasi mai di broccato).

Dicevo del pianoforte. Ecco, il pianoforte è uno strumento che non mi ha mai troppo entusiasmato, anche se qualche concerto per piano e orchestra lo ascolto volentieri. A dirla tutta preferisco il clavicembalo, o la spinetta.
Ci sono comunque molti tipi di pianoforte, e molti modi di suonarlo. Emerson era un virtuoso dalle dita veloci che sapeva scegliersi il repertorio, oltre che scriverlo.
Così in Italia molti lo ricordano soprattutto per due brani che furono le sigle finali di Odeon, trasmissione televisiva di gran pregio di quegli anni: Honky Tonky Train Blues, un simpatico brano che usa miliardi di note per descrivere l'ingresso di un treno in stazione


e Maple Leaf Rag di Scott Joplin, qui in versione elettronica.


Gli anni passano e la vita fa il suo corso, ma la musica resta.

giovedì 10 marzo 2016

Gran Torneo delle citazioni (stavolta poetiche)


Il torneo di citazioni organizzato l'anno scorso dalla povna mi era rimasto nel cuore, così all'inizio dell'anno scolastico avevo chiesto alla Prima Diligente, con cui faccio solo italiano, di portarmi una citazione qualsiasi da un libro che gli fosse piaciuto, giusto per conoscerli meglio e farmi un idea del retroterra culturale; e gli avevo pure messo il voto - per familiarizzarli con l'idea che "li valuto anche per come respirano". Naturalmente gli avevo messo dei voti piuttosto alti, per familiarizzarli con l'idea che la prof. Murasaki era buona e comprensiva e non si nutriva di carne umana, ma nel complesso non ne era venuto fuori granché - il retroterra culturale non sembrava dei più alti; anche se i ragazzi leggevano molto e volentieri, non sembravano letture di particolare livello.

Qualche giorno fa mi è venuta l'idea di ripetere l'esperimento, ma con citazioni poetiche. Un po' spaventati, molti mi hanno detto che non conoscevano poesie, anche se poi è risultato che di poesie alle elementari ne avevano lette una barcata, e pure imparate parecchie a memoria.
"Cercatene qualcuna" avevo ordinato "Vanno benissimo anche quelle delle elementari. Poesie, filastrocche e canzoni. Trovatemi una citazione che per voi significa qualcosa e spiegate perché l'avete scelta. Stavolta non metterò il voto ma sceglierò quella che mi è piaciuta di più".
Stabilito che la canzone dovevano solo leggerla, e non cantarla, e che l'unico divieto erano le poesie che avevano letto con me, hanno chiesto che portassi anch'io la mia brava citazione.
Ho accettato con serena incoscienza, confidando nel mio ricco carniere di letture d'ogni sorta, ma tutto quello che mi veniva in mente mi sembrava improponibile: le citazioni da canzoni e libretti d'opera erano spesso difficili o astruse, e parlavano di temi per loro ancora incomprensibili (sono una Prima ancora implume, che non ha ancora compiuto il salto verso l'adolescenza, come tutte le prime di questa nuova mandata, e il loro lessico non è particolarmente ricco), Dante, Guinicelli e Leopardi mi sembravano ostici, Pascoli troppo lamentoso, le poesie di guerra troppo dure, quelle di Tolkien mi piacciono solo in inglese, greci e latini richiedono sempre un po' di introduzione, questo non andava bene e quello nemmeno... 

Infine il Gran Giorno è arrivato, e ha portato bei frutti. Solo un paio si sono nascosti dietro improbabili scuse, e solo uno (piuttosto distratto quando do le istruzioni per i compiti) ha portato un pezzo in prosa. Ed essi sono stati rampognati.
Molti hanno raccontato di essersi messi a frugare nei libri di poesie che c'erano a casa e di avere pescato da lì (che era la mia segreta speranza), qualcuno è ricorso per assistenza ai fratelli maggiori e ai loro libri di scuola, qualcuno ha navigato in rete a caccia di ispirazione e qualcuno ha riesaminato il repertorio dei suoi cantanti preferiti. Abbiamo avuto un Leopardi e un Pascoli - letti assai male per i problemi di cui sopra, e anche inutilmente lunghi, ma ho fatto finta di niente; e anche uno Shakespeare spurio (il celebre La donna uscì dalla costola dell'uomo, non dai piedi per essere calpestata che la rete gli ha regalato ma che sembra attribuibile al Talmud o, a scelta, a un poeta inglese del Settecento, ma di ciò ho evitato con cura di fare parola) poi, in ordine sparso: un poeta sardo nonno di un alunno, che si era scritto da vivo una poesia per la sua tomba - e la poesia è stata filologicamente letta prima in sardo e poi in italiano - un sonetto di Trilussa contro il razzismo dedicato a un simpatico cane, due filastrocche marine, la vita che non è una scala di cristallo di Hughes, l'inno della Juventus, alcune fascinose poesie italiane che non avevo mai sentito prima, una poesia in siciliano, una ninna nanna, versi di Mengoni, Tiziano Ferro e Fedez, Avrai di Baglioni e altre cose che non ricordo.
Abbiamo passato un ora assai piacevole e ognuno ha tirato fuori qualcosa di sé.
Alla fine, dopo avere elargito gran copia di complimenti ho premiato il presunto Shakespeare con scelta politicamente corretta perché eravamo a due giorni dalla festa della donna e qualcosa sulla pari dignità della donna e contro la violenza ci stava assai bene, ma quella che mi ha colpito di più è stata Diritto al gioco di Tognolini, che non conoscevo e che secondo me andrebbe scolpita all'interno di ogni Sala Insegnanti, per ricordare a tutti  noi l'importanza che ha trovare quel che non si stava minimamente cercando.
In fondo è quel che è successo a noi stamani, perché avevo sì qualche obbiettivo didattico, ma piccolino piccolino - non una cosa seria come i miei amati pronomi.
Ho concluso con la mia personale citazione: Eliot, naturalmente, e proprio non so come ho fatto ad avere dei dubbi nella scelta:
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile, effabile,
effineffabile,
profondo e inscrutabile unico NOME.
Naturalmente ho dovuto spiegare sia ineffabile che effabile ma in fondo era una lezione di italiano e dovrò pure fare qualcosa ogni tanto per guadagnarmi lo stipendio.

L'anno prossimo quasi quasi ci riprovo. Crescono in fretta, a quell'età.

lunedì 7 marzo 2016

Geografia economica e ippogrifi

(questo bellissimo ippogrifo è di ChrisQuilliams)

Nonostante i rutilanti effetti speciali che la Geografia consente con poca spesa ad un insegnante di utilizzare - cascate suggestive, fascinosi monumenti, foreste misteriose, pietanze tipiche dall'aspetto assai invitante (specie all'ultima ora), calciatori di fama mondiale - per me la parte più importante è l'economia. Dall'economia derivano le questioni ambientali, i conflitti etnici e razziali, le invasioni che spostano i confini eccetera eccetera. Su questo batto e insisto fino allo sfinimento collettivo.
Naturalmente i ragazzi delle medie sono giovani  e implumi, e di economia non sanno granché - cosa, quest'ultima, assai comprensibile dal momento che, in Italia, si ritiene del tutto disonorevole sapere alcunché di economia, e non solo a quattordici anni. 
Finché si tratta di spiegare i tre settori va tutto bene - anche se non riesco ancora a capire, dopo quindici anni di onorato servizio, come mai nessuno si ricorda mai che il grano è un cereale e tutti mi spiegano, al momento dell'interrogazione, che nel paese X si coltivano grano e cereali, quasi che il grano fosse un ortaggio. Ma col tempo e la pazienza tutti imparano all'incirca cos'è il PIL, cos'è la speranza di vita e cosa la può determinare e gli effetti negativi dell'erosione e della desertificazione - e anche se alla Grande Domanda, ovvero "Perché, se sono tanto poveri, invece delle armi per fare la guerra ai vicini non comprano qualcosa di più utile?" è sempre difficile se non impossibile dare una risposta che abbia un senso ai loro occhi (o anche ai miei).
Tuttavia la Seconda Effervescente, per quanto piuttosto studiosa e interessata, sotto questo aspetto si sta rivelando davvero coriacea. Così, dopo un epica lezione che si è rivelata un bagno di sangue in cui, in due interrogazioni su tre (programmate) sulla Svizzera si erano scordati di far cenno alle banche, che in Svizzera rivestono pure una certa qual importanza, e in tre microinterrogazioni su cinque sul Liechtenstein (non programmate)  non era stato fatto cenno alla parte finanziaria, su cui pure il libro di testo si era generosamente speso dedicandogli una colonnina e mezzo su tre, presa da profonda esasperazione ho ruggito "A quel che sembra questa classe è composta soprattutto da ippogrifi dell'Ariosto, che si nutrono di sola aria e luce; ricordate però che il resto del mondo è popolato da ippogrifi della Rowling, che invece si nutrono con grandi quantità di furetti, e se non hanno la loro bella dose di furetti per fare colazione, prima diventano molto nervosi, poi  si indeboliscono e infine muoiono di fame!" prima di assegnare una scarica di quattro e di cinque.
Mi hanno guardato con grandi occhioni spalancati ed espressione ferita: loro avevano studiato, loro. E infatti tutto il resto lo sapevano. Ma non l'economia. Cioè, sapevano che nel Liechtenstein c'era il turismo e che in Svizzera facevano orologi e cioccolato e medicine, ed evidentemente erano convinti che l'economia di questi due paesi fosse tutta lì.
Mi hanno chiesto quando potevano venire a rimediare.
"Nessuno di voi rimedierà un bel niente se non vi ficcate in testa che la gente mangia, e se non mangia diventa del tutto irragionevole e poi languisce e muore, proprio come gli ippogrifi! Non potete continuare a saltare la parte finanziaria come se fosse di nessuna importanza. Oppure potete, ma a fine anno vi ritroverete sulla scheda un voto  molto, molto basso".

Vediamo cosa succede domani con la Grecia. Ma non sono molto ottimista.
Anche se la questione degli ippogrifi di Ariosto li ha molto interessati.

domenica 28 febbraio 2016

Il Vero Insegnante non teme il ridicolo - 5 - E cura molto il suo desktop

...una certa, insopprimibile vena ludica che non mi ha mai abbandonato...

Quest'anno l'intero pacchetto Dislessia delle prime ammontava a tre ragazzi. E' stato così deciso di tenerli nella stessa classe, ed è la classe dove faccio italiano.
Uno è della categoria soft, e con l'aiuto di qualche piccolo aggiustamento se la passa benissimo. Gli altri due di soft non hanno proprio niente, e usano tutti gli strumenti compensativi possibili e immaginabili e tutti noi vorremmo tanto inventargliene qualcun altro perché fanno davvero una gran fatica.
In compenso tutti e tre hanno un rapporto assai aperto con i loro Disturbi Specifici dell'Apprendimento, sono abituati a farsi aiutare dai compagni e accettano serenamente la riduzione di compiti e financo che l'insegnante o il compagno gli scrivano i compiti sul diario.
E hanno un computer portatile (anche se uno dei tre ha un aggeggio che non sempre fa bene il suo lavoro). 
E' comunque indispensabile che il computer di classe funzioni bene, quando decido di metterli a scrivere.
Così, dopo aver collezionato un paio di cadaverini informatici defunti in poche settimane sono finalmente riuscita a strappare a Jorge un vero iMac, uguale a quello con cui sto scrivendo, dono recente di una caritatevole istituzione che cambia spesso le sue attrezzature e ci omaggia di quelle vecchie.
Non solo, dopo adeguate suppliche sono perfino riuscita ad ottenere che Jorge non ci installasse Windows e che il caro iMac funzionasse con i suoi programmi originari.

Naturalmente, il giorno stesso in cui l'Imac è entrato in classe, il collegamento che da qualche settimana funzionava quasi regolarmente è entrato in sciopero, ma questi son dettagli.

Finalmente un Mac in classe!
Un grazioso iMac dal grande schermo, con cui sentirmi come a casa mia. Anche meglio, volendo, perché per quanto "vecchio" non ha nove anni.

Prima di tutto ci voleva un bel desktop. Dopo breve discussione ci siamo accordati per una  immagine di delfini che balzano dalle onde, in onore di Alternativo che, misteriosamente, era arrivato a undici anni di vita senza sapere cos'era un delfino.
Poi tre cartelline, una per ognuno dei tre DSA, dove potessero salvare i loro compiti e prove scritte varie.
Poi due belle icone sul desktop per le due videoscritture che avevamo a disposizione.

Ma quando poi sono rimasta in classe da sola, mi sono detta: perché non personalizzargli anche le cartelline, con qualche bella immaginetta? 
(Non so se si capisce dal mio blog, ma mi piace un sacco cercare immagini a tema)
Così ho trovato una bella coppia di fringuelli per Fringuelli, uno scudo di bronzo ben lavorato per Scudieri e un magnifico pastore maremmano per Cagnoli; poi, dopo un po' di pasticci (perché, appunto, era un sistema più recente di quello che uso sul mio computer che è di nove anni fa) sono riuscita a incollare le tre foto come icone al posto della solita cartelletta grigio-azzurra, anonima e un po' deprimente.

Certamente la quarantina di minuti che ho dedicato al tutto avrebbe potuto essere impiegata in maniera più seria e fruttifera: per esempio... cioè... dunque... non so, di sicuro qualcosa di più serio da fare c'era. Però mi sono divertita moltissimo.
E quando, la mattina dopo, ho mostrato ai tre il risultato dei miei sforzi tutti e tre sono stati abbastanza cortesi da farmi un sorriso di ringraziamento, qualsiasi cosa possano aver pensato in cuor loro.

venerdì 26 febbraio 2016

The Help - Kathryn Stockett


Il romanzo è stato pubblicato nel 2009 e ne hanno anche tratto un film assai apprezzato. Mi ci sono imbattuta per puro caso durante una navigata e dopo averlo preso in biblioteca e letto ho finito per comprarmelo e comprarlo anche per la biblioteca della scuola. Non è un libro specificamente per ragazzi, ma dai quattordici anni in su può essere molto apprezzato, anche in qualità di romanzo storico.
Siamo nel Mississippi, ovvero la quintessenza dello stato razzista degli USA, agli inizi degli anni 60, nel pieno di quel sogno americano assai simile all'incubo dove lo scopo principale delle signorine bianche è sposarsi e avere due o tre figli nonché organizzarsi in terrificanti circoli di beneficenza che ogni anno producono pranzi, balli e gare di torte. 
I neri sono ancora negri (e come tali vengono chiamati per tutto il libro) e hanno i loro quartieri, i loro ristoranti, i loro negozi eccetera eccetera. Però sono anche la manodopera più a buon mercato, e per le famiglie bianche è normale avere una tata nera che cresce i bambini ma di cui si cerca di rimuovere in un certo senso l'esistenza. Non tutti i bianchi sono completamente assorbiti in quest'ordine di idee e buona parte dei neri, dietro una facciata impassibile, nutre opinioni assai personali su questo stato di cose. 

Una ragazza bianchissima e di ricca famiglia, Eugenia detta Skeeter, torna a casa dopo gli studi. Stare lontano dalla cittadina dov'è nata l'ha assai pervertita e adesso sogna un lavoro, una carriera e soprattutto di uscire da quella provincialità soffocante. Un agente letteraria di New York ha compassione di lei e le offre un piccolo aiuto, diciamo un barlume di possibilità; da quello Skeeter inizia a coltivare il progetto di raccogliere in un articolo qualche testimonianza da parte delle tate nere sulla loro vita con i padroni bianchi.
Il fatto di essere stata "fuori" le impedisce di capire appieno le regole del mondo che la circonda e il fatto di trattare con i neri come se fossero normali esseri umani le è all'inizio di grande ostacolo. Tuttavia il tempo e le circostanze le offrono la possibilità di entrare in confidenza con Aibileen, una nera che ha fatto la tata per tanti anni e in tante famiglie. Con grande paura e preoccupazione Aibileen comincia a fidarsi di lei, e insieme avviano un piccolo complotto - uno di quei sassolini da cui nascono talvolta le valanghe - che finisce per includere anche Minny, domestica nera celebre per il suo caratteraccio che le è costato più volte il posto di lavoro. Insieme le tre donne avviano quello che ben presto diventa un lungo articolo e poi un libro, coinvolgendo altre domestiche in un gioco che potrebbe facilmente trasformarsi in disastro - cosa di cui Aibileen e Minny sono ben consapevoli sin dall'inizio e che Skeeter impara a capire un po' per volta.
Attraverso questo lavoro terribilmente clandestino le tre donne si rendono gradualmente conto del valore delle loro tranquille e domestiche testimonianze, e di quante cose riescano a raccontare. La forza della vita quotidiana e dei legami dell'affetto (e il racconto che l'autrice sviluppa con grande abilità attraverso i punti di vista delle tre protagoniste) aiutano a vedere la questione dei rapporti tra bianchi e neri in un ottica molto diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso il racconto delle lotte per i diritti civili dei neri - un punto di vista femminile tripartito dove non si parla mai nemmeno di striscio di emancipazione femminile ma in cui il lettore contemporaneo, grazie all'accorto lavoro dell'autrice contemporanea, riesce a vedere come per le donne la questione fosse comunque (e come sempre) "diversa" appunto in virtù della condizione femminile che le accomuna indipendentemente dal colore della pelle.
Apparentemente leggero, molto scorrevole, pieno di quei piccoli e grandi dettagli che disegnano nel migliore dei modi il quadro d'insieme, il libro lascia un piacevole retrogusto e offre lo spunto per una gran quantità di riflessioni di ogni taglia, spessore e qualità. Anche se piuttosto lungo (supera le 500 pagine) e decisamente ricco di personaggi si segue senza difficoltà e riempie in modo proficuo un fine settimana lungo o una noiosa influenza, ma può anche essere un piacevole appuntamento per molte brevi sedute la sera prima di dormire.

Con questo sperticato elogio ritorno, dopo l'ennesimo e si spera ultimo disastro telefonico (stavolta su larga scala), all'appuntamento col Venerdì del Libro di Homemademamma con l'augurio che l'ombra della discriminazione e dell'intolleranza possa allontanarsi una volta per tutte dai nostri orizzonti, lasciandoci in un mondo migliore.

mercoledì 24 febbraio 2016

Sulla delicatissima e serissima (serissima? Mah) questione dell'utero in affitto


Ognuno ha le sue personali idiosincrasie. La mia è contro l'utero in affitto. Attenzione: non contro la pratica della maternità surrogata (o Gestazione Per Altri  o Gravidanza d'Appoggio), bensì contro l'uso di lanciarsi in crociate contro il minaccioso Spettro dell'Utero in Affitto ogni volta che c'è in ballo un problema di una qualche serietà che richiederebbe l'uso di una sia pur minima quota di cervello per essere adeguatamente ponderato. Ed è mio personale sospetto, dettato magari solo da malignità di pensiero e ancor più maligne prevenzioni, che la vera paura di chi evoca cotal Spettro sia in effetti ritrovarsi circondato da persone che, essendosi scomodate a toglier le ragnatele dal loro cervello e a inserirgli la spina che gli consenta di pensare, si ritrovino - orrore! - a pensare a modo loro sul problema centrale - col quale problema, solitamente, la maternità surrogata c'entra quanto il tradizionale cavolo a merenda.
Insomma, ai miei occhi il minaccioso Spettro dell'Utero in Affitto è una delle tante facce del Komplotto, e il Komplotto in questione è, tutto insieme, contro la legge sulle unioni civili che al presente l'italico parlamento sta cercando alfine di approvare (al momento senza grandi esiti), contro gli stereotipi di genere, contro una visione non eccessivamente demonizzata della sessualità e - soprattutto - contro una qualsiasi visione della famiglia che non sia quella che nell'immaginario collettivo è definita come patriarcale e che prevede un Padre che la dirige, una Madre sottomessa che badi ai figli e tenga la casa e dei figli bravi, costumati e obbedienti che non pensino al sesso prima di sposarsi - anzi, possibilmente che non pensino affatto né abbiano opinioni personali su alcunché.
La maternità surrogata viene quindi usata come pretesto - in modo del tutto arbitrario - contro un mondo pericoloso e cattivo, dove le donne guidano i camion, le bambine giocano con i trenini, i bambini fanno la calza e tutti vedono il mondo come qualcosa di più grande di un utero da affittare o di una coppia di maschi pervertiti che pretendono di tirar su un orfanella dandole un tetto, del cibo, un istruzione e un po' di calore umano.
Che succederebbe infatti se il nostro paese, una bella mattina, decidesse di uscire finalmente fuori dalla spirale malefica dove l'unica preoccupazione delle giovinette è di essere belle ma non zoccole, l'unica preoccupazione dei giovinetti è di  essere abbastanza maschili e l'unica preoccupazione dei genitori è che i figli siano abbastanza maschili o femminili? Potrebbero forse tutte le energie incanalate nelle fissazioni a livello sessuale che ci circondano e ci opprimono da ogni dove essere impiegate nella costruzione di un Mondo Migliore, o almeno di un paese un po' meglio organizzato, dove si è interessati a procurarsi un buon servizio di trasporti, una efficiente ridistribuzione delle risorse, un po' di cognizioni scientifiche per tutti, delle case ben costruite e un mercato del lavoro meno dispersivo e meglio retribuito, e già che ci siamo anche con bambini meglio tutelati contro la fame, l'ignoranza, l'omofobia e la violenza? Dove uomini e donne trombano serenamente con chi vogliono (purché consenziente) e dopo aver felicemente trombato impiegano le loro energie in attività che gli interessano senza preoccuparsi troppo di essere maschi, femmine o chissà cos'altro? Dove i cuccioli d'uomo sono patrimonio della società tutta, indipendentemente da dove e come sono nati? Dove gli uteri sono affitati ad equo canone e regolarmente registrati presso l'Unione Inquilini, nonché adeguatamente provvisti di acqua, luce, gas, doppi vetri e tetto ben coibentato? Dove le famiglie sono famiglie e basta, senza essere divise per classi energetiche? Dove i parlamentari pensano a fare leggi ben fatte, invece di consumare il tempo in giochi di ruolo?
Dove, in somma delle somme, ci si preoccupi finalmente di qualche problema reale, ovvero i famosi "ben altri" problemi, sempre evocati quando qualcuno chiede il riconoscimento di qualche diritto di base?

martedì 23 febbraio 2016

Sull'iter parlamentare della legge Cirinnà (o meglio, di quel che ne resta)




A quanto sembra in questo giocondo e pacioso paese l'unico serio problema che minaccia la nostra stabilità 
sociale, la nostra florida economia e financo le famiglie tutte è un modesto disegno di legge che prevederebbe - finalmente - di legalizzare le unioni di persone dello stesso sesso, e che di giorno in giorno va perdendo pezzi onde venire incontro a quella parte della popolazione che ha deciso che, a qualunque costo e a qualsiasi prezzo, l'Italia deve restare bloccata dalla ruggine fino a finire in polvere.

Difficile trovar parole.

mercoledì 17 febbraio 2016

17 Febbraio 2016 - Giornata Nazionale del Gatto


Al presente l'Italia non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori: la nostra economia è arrugginita, le nostre città inquinate, la nostra scuola antiquata, il nostro parlamento sputa sangue anche per sfornare un insignificante leggina sulle unioni civili. 
Senza contare che i giovani d'oggi non c'hanno più rispetto e non ci son più le mezze stagioni.
Insomma, uno strazio.

I nostri gatti però sono tanti, e tutti bellissimi, e oggi è la loro festa. 
Così posto una bella gatta tricolore e spero nel futuro.
Auguri a tutti i gatti, italiani e non, e anche a chi gatto non è - ma magari lo diventerà nella prossima reincarnazione, se si comporta molto ma molto bene.

giovedì 28 gennaio 2016

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di Genitori - 3. Il genitore che fa i compiti


Qualche giorno fa Dolcezze si interrogava sullo scarso discernimento mostrato da quegli alunni che copiavano senza ritegno dalla rete varie tipologie di compiti di italiano senza prevedere che il loro insegnante, pur abituato a leggere la loro usuale produzione scritta, potesse anche solo vagamente insospettirsi per un improvviso cambio di registro linguistico e un ancor più improvviso maturarsi di modalità espositive e capacità critiche di cui poi, al momento di scrivere o parlare in classe, non restava più traccia veruna.

L'argomento è di quelli che aprono la strada a molti dolorosi interrogativi: per esempio "Forse che cotali miei alunni pensano che sia scema/o?" (la risposta è "Sì") oppure "O forse sono loro che sono scemi?" (e, di nuovo, la risposta è "Sì!").
E tuttavia si tratta pur sempre di giovinetti in crescita, poco usi alle malizie del mondo, sprovveduti anche per colpa dell'inesperienza, avventati come spesso solo i giovani sanno esserlo. Insomma, niente vieta di sperare che col tempo e l'esperienza, insieme alla statura cresca anche il loro buon senso.
Tuttavia ogni insegnante, non solo di Lettere, nel corso della sua vita lavorativa si trova ad affrontare una branca dell'idiozia umana ancor più sconfortante dell'Alunno Che Copia I Compiti, ovvero quella del Genitore Che Fa I Compiti. 
Non i suoi, mentre magari studia per una seconda laurea o un nuovo diploma o impara una lingua straniera, no. Costui o costei fanno i compiti per i loro figli. Al loro posto. E si impegnano anche molto, per farli bene, dedicando all'opra tempo ed energie che francamente risulterebbero assai meglio utilizzate scavando buche nel terreno per poi riempirle nuovamente, oppure spalando l'acqua con un forcone.
Tesori di conoscenze e competenze artistiche, linguistiche e matematiche vengono profusi senza risparmio - perché questa categoria di genitori mira in alto e vuole buoni voti, ché non vuole sfigurare accanto ai voti degli altri genitori. 
Avviene infatti che, mentre spesso il Genitore Che Fa I Compiti è un caso isolato, in molte classi si scateni invece una sorta di virtuosa emulazione che porta questi perfetti idioti a elaborare schede di libri sempre più impegnativi, allestire disegni di impianto sempre più complesso, sfornare composizioni nelle più varie lingue infarcite di costruzioni e considerazioni sempre più mature e risolvere problemi ed equazioni ricorrendo a sofisticate tecniche universitarie.
Inevitabile che l'insegnante se ne accorga: anche al più distratto le incongruenze saltano ben presto agli occhi, e si sentirà infine obbligato a tentare di affrontare l'argomento con l'invadente genitore. Il quale può avere due tipi di reazione:
1) negare stizzosamente qualsiasi tentativo di intromissione giurando che la loro prole, al solo avvicinarsi di un qualsivoglia genitore ai loro amati quaderni, apre le artiglierie e li caccia in malo modo perché non tollera intromissione alcuna, no, giammai!
2) abbozzare un sorrisetto complice e ammettere con una punta di orgoglio (e non già con profonda vergogna, come il più elementare senso di decenza imporrebbe) "Sa, l'ho un po' aiutato" mostrando con ciò di desiderare, oltre al voto alto per il figlio, anche l'ammirata approvazione del docente. Qualora poi l'insegnante si azzardi ad accennare cautamente qualcosa sull'importanza per l'alunno di confrontarsi con i suoi limiti ed esprimersi liberamente con la sua voce o analoghe banalità, il Genitore Che Fa I Compiti ribatte stizzosamente che purtroppo la creaturina è troppo timida, insicura o priva di autostima per riuscire ad esprimersi all'altezza della sua profonda sensibilità. In pratica, costui o costei han già stabilito a tavolino che il loro rampollo è una povera ameba che, privato del loro valido aiuto, franerebbe rapidamente... sì, per mancanza di capacità. 
A questo punto l'insegnante può provare a ricorrere alla più assoluta schiettezza o rifugiarsi dietro la più raffinata diplomazia, ma in entrambi i casi sa che quanto dirà sarà perfettamente inutile e che il Genitore Che Fa I Compiti, con squisita malafede, non terrà in alcun conto quanto gli viene detto, talvolta ammettendolo subito con squisito candore; ma dietro tutte le sue apparenze protettive, questa rama di genitori ha già stabilito che la loro prole esiste solo per brillare della luce riflessa del loro genio, e dell'eventuale possibilità che la sventurata creatura abbia una sua propria personalità si curano solo quel tanto che basta per aver cura di soffocarla onde impedire che il fanciullo o la fanciulla crescano (o anche semplicemente esistano) in una forma che non sia una proiezione esatta al millimetro del loro delirio di grandezza. 

Inutile porsi la domanda se questa particolare tipologia di genitore pensi che gli insegnanti siano del tutto scemi, perché la risposta è "Degli insegnanti non si curano né tanto né poco, e la questione ai loro occhi non riguarda il rapporto dei loro figli con la scuola, ma il loro rapporto con sé stessi  e soprattutto con la loro immagine". 
Intrappolato in questo gioco di specchi di inusitata crudeltà, il figlio avrà il suo bel da fare e da patire per riuscire a svincolarsi e vivere di vita propria.
Quanto all'insegnante, se i suoi cauti o ruvidi tentativi di intervento non sortono effetti visibili (raramente ne sortono, ma l'insegnante è tenuto comunque a tentare, prima ancora che per dovere professionale per puro e semplice spirito umanitario) la tecnica più semplice per aggirare l'ostacolo è valutare solo le prove eseguite in classe e lasciare il genitore a strepitare per conto suo o in Sala Insegnanti (cosa che spesso farà senza alcun pudore), salvo poi sfogarsi con i colleghi.

venerdì 22 gennaio 2016

L'isola lontana. Quadrilogia della Memoria - Annika Thor


La Quadrilogia della memoria è un ciclo di quattro romanzi (Un'isola nel mare, Lo stagno delle ninfee, Mare profondo, Oltre l'orizzonte) dove si raccontano le vicende di due sorelle ebree, Stephanie detta Steffi e Nelli, che all'inizio del racconto, nel 1939, hanno rispettivamente undici e cinque anni. I genitori delle due sorelle, fino a poco tempo prima ricchi e ben inseriti nell'alta borghesia viennese, dopo essersi vista sequestrata dal governo nazista la bella villa dove trascorrevano felicemente la loro esistenza ed essersi ridotti in un minuscolo appartamentino e dopo che al padre medico è stata impedita di esercitare la sua professione se non per curare gli ebrei, in attesa di un visto per espatriare in America (che non arriverà mai) decidono di affidare le loro figlie al  kindertransport, ovvero l'accoglienza presso famiglie straniere di bambini ebrei, spesso orfani (la Svezia ne accolse alcune centinaia). E' una scelta contro natura, che causa dolore  tutti loro, ma che garantisce almeno una speranza per le bambine.
Le due sorelle partono, per un soggiorno che dovrebbe durare pochi mesi. Ma i genitori verranno internati e le due sorelle passeranno sei anni in Svezia, sempre sospese al filo di lettere che arrivano in ritardo, che a volte non arrivano affatto e infine alle rare cartoline di trenta parole che sono concesse ai detenuti dei campi di concentramento. Infine la corrispondenza si ferma del tutto, dopo l'annuncio della morte della madre. Due anni dopo il padre, fortunosamente scampato alle marce della morte, riuscirà a ricontattare le figlie che partiranno con lui verso l'America.

Non ci sono quindi campi di concentramento, se non alla lontana. Non c'è fame né ghiaccio né deportazione per le due sorelle; solo molta angoscia, il trauma di dover cambiare vita e ambiente e famiglia e la sorda paura di quel che sta succedendo fuori dalla Svezia e dall'isoletta di pescatori dove sono state accolte in due famiglie di metodisti, le difficoltà di trovarsi tra estranei senza conoscere la lingua, qualche assurda angheria subita a scuola o in paese per la loro condizione di profughe ebree, e la nostalgia dei genitori e della vita precedente. Eppure il lettore ha l'impressione che anche così sia più che abbastanza, e che si possa soffrire molto anche senza le marce della morte.

Strappate alla famiglia e al loro paese natale e separate in due famiglie diverse, le due sorelle soffrono per la lontananza dai genitori e per la nostalgia di casa. L'isoletta di pescatori dove vengono accolte è lontana anni luce dal loro mondo e nei primi tempi tutto è terribilmente complicato. Col passare dei mesi si ambientano, imparano la lingua, si legano di profondo affetto alle famiglie che le hanno adottate, allacciano rapporti di amicizia e di amore. Restano però due profughe e il Comitato che ha gestito il loro arrivo non si dimostra particolarmente prodigo, specie quando si tratta di pagare gli studi di Steffi che vorrebbe diventare medico (ma perché non possono andare a lavorare come tutte? Tanto si sa che le ragazze poi si sposano). Inoltre in Svezia, nonostante la neutralità ufficiale del governo, non mancano i simpatizzanti del nazismo e le due sorelle subiranno occasionalmente la loro parte di prepotenze e di emarginazione. 
Alla fine della guerra, una volta ritrovato il padre, per le due sorelle ci sarà una scelta da fare, inevitabilmente dolorosa: riunirsi a lui o restare con le loro nuove famiglie? (Da notare che il padre sarebbe disposto a stabilirsi in Svezia, ma lì la sua laurea non sarebbe riconosciuta e non potrebbe lavorare se non per curare "la sua gente"). E tra tante complicazioni alla fine la famiglia decide di riunirsi in America, dove potranno cominciare una nuova vita - la terza, per le ragazze, che per la seconda volta nella loro breve vita si ritrovano con le radici strappate. Proprio il tema delle radici strappate più volte e il senso di una provvisorietà senza scampo è quello che mi ha più colpito in questa Quadrilogia, che vale la pena di essere letta non solo per quel che racconta, ma anche per il molto che lascia sospeso tra le righe senza scriverlo, e che aiuta a capire il dramma dei sopravvissuti, anche dei sopravvissuti più fortunati, quelli che non hanno visto il peggio e hanno sofferto solo per la paura, il senso dell'abbandono e lo sradicamento culturale.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e offro il mio contributo per la Giornata della Memoria.