Il torneo di citazioni organizzato l'anno scorso dalla povna mi era rimasto nel cuore, così all'inizio dell'anno scolastico avevo chiesto alla Prima Diligente, con cui faccio solo italiano, di portarmi una citazione qualsiasi da un libro che gli fosse piaciuto, giusto per conoscerli meglio e farmi un idea del retroterra culturale; e gli avevo pure messo il voto - per familiarizzarli con l'idea che "li valuto anche per come respirano". Naturalmente gli avevo messo dei voti piuttosto alti, per familiarizzarli con l'idea che la prof. Murasaki era buona e comprensiva e non si nutriva di carne umana, ma nel complesso non ne era venuto fuori granché - il retroterra culturale non sembrava dei più alti; anche se i ragazzi leggevano molto e volentieri, non sembravano letture di particolare livello.
Qualche giorno fa mi è venuta l'idea di ripetere l'esperimento, ma con citazioni poetiche. Un po' spaventati, molti mi hanno detto che non conoscevano poesie, anche se poi è risultato che di poesie alle elementari ne avevano lette una barcata, e pure imparate parecchie a memoria.
"Cercatene qualcuna" avevo ordinato "Vanno benissimo anche quelle delle elementari. Poesie, filastrocche e canzoni. Trovatemi una citazione che per voi significa qualcosa e spiegate perché l'avete scelta. Stavolta non metterò il voto ma sceglierò quella che mi è piaciuta di più".
Stabilito che la canzone dovevano solo leggerla, e non cantarla, e che l'unico divieto erano le poesie che avevano letto con me, hanno chiesto che portassi anch'io la mia brava citazione.
Ho accettato con serena incoscienza, confidando nel mio ricco carniere di letture d'ogni sorta, ma tutto quello che mi veniva in mente mi sembrava improponibile: le citazioni da canzoni e libretti d'opera erano spesso difficili o astruse, e parlavano di temi per loro ancora incomprensibili (sono una Prima ancora implume, che non ha ancora compiuto il salto verso l'adolescenza, come tutte le prime di questa nuova mandata, e il loro lessico non è particolarmente ricco), Dante, Guinicelli e Leopardi mi sembravano ostici, Pascoli troppo lamentoso, le poesie di guerra troppo dure, quelle di Tolkien mi piacciono solo in inglese, greci e latini richiedono sempre un po' di introduzione, questo non andava bene e quello nemmeno...
Infine il Gran Giorno è arrivato, e ha portato bei frutti. Solo un paio si sono nascosti dietro improbabili scuse, e solo uno (piuttosto distratto quando do le istruzioni per i compiti) ha portato un pezzo in prosa. Ed essi sono stati rampognati.
Molti hanno raccontato di essersi messi a frugare nei libri di poesie che c'erano a casa e di avere pescato da lì (che era la mia segreta speranza), qualcuno è ricorso per assistenza ai fratelli maggiori e ai loro libri di scuola, qualcuno ha navigato in rete a caccia di ispirazione e qualcuno ha riesaminato il repertorio dei suoi cantanti preferiti. Abbiamo avuto un Leopardi e un Pascoli - letti assai male per i problemi di cui sopra, e anche inutilmente lunghi, ma ho fatto finta di niente; e anche uno Shakespeare spurio (il celebre La donna uscì dalla costola dell'uomo, non dai piedi per essere calpestata che la rete gli ha regalato ma che sembra attribuibile al Talmud o, a scelta, a un poeta inglese del Settecento, ma di ciò ho evitato con cura di fare parola) poi, in ordine sparso: un poeta sardo nonno di un alunno, che si era scritto da vivo una poesia per la sua tomba - e la poesia è stata filologicamente letta prima in sardo e poi in italiano - un sonetto di Trilussa contro il razzismo dedicato a un simpatico cane, due filastrocche marine, la vita che non è una scala di cristallo di Hughes, l'inno della Juventus, alcune fascinose poesie italiane che non avevo mai sentito prima, una poesia in siciliano, una ninna nanna, versi di Mengoni, Tiziano Ferro e Fedez, Avrai di Baglioni e altre cose che non ricordo.
Abbiamo passato un ora assai piacevole e ognuno ha tirato fuori qualcosa di sé.
Alla fine, dopo avere elargito gran copia di complimenti ho premiato il presunto Shakespeare con scelta politicamente corretta perché eravamo a due giorni dalla festa della donna e qualcosa sulla pari dignità della donna e contro la violenza ci stava assai bene, ma quella che mi ha colpito di più è stata Diritto al gioco di Tognolini, che non conoscevo e che secondo me andrebbe scolpita all'interno di ogni Sala Insegnanti, per ricordare a tutti noi l'importanza che ha trovare quel che non si stava minimamente cercando.
In fondo è quel che è successo a noi stamani, perché avevo sì qualche obbiettivo didattico, ma piccolino piccolino - non una cosa seria come i miei amati pronomi.
Ho concluso con la mia personale citazione: Eliot, naturalmente, e proprio non so come ho fatto ad avere dei dubbi nella scelta:
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
la ragione, credetemi, è sempre la stessa:
ha la mente perduta in rapimento ed in contemplazione
del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
del suo ineffabile, effabile,
effineffabile,
profondo e inscrutabile unico NOME.
Naturalmente ho dovuto spiegare sia ineffabile che effabile ma in fondo era una lezione di italiano e dovrò pure fare qualcosa ogni tanto per guadagnarmi lo stipendio.L'anno prossimo quasi quasi ci riprovo. Crescono in fretta, a quell'età.














