Il mio blog preferito

venerdì 11 settembre 2015

Il richiamo del cuculo - Robert Galbraith (aka J. K. Rowling)


Come ormai sanno anche i sassi, Robert Galbraith è in realtà J.K. Rowling sotto mentite sembianze.

Nei libri di Harry Potter l'autrice aveva mostrato una buona capacità di gestire il mistery del tipo più classico e il lettore era stato regolarmente sviato e ingannato da apparenze mendaci e avvenimenti che finivano per rivelare significati assai diversi da quello apparente. In particolare Harry Potter e il prigioniero di Azkaban era costruito come un tipico giallo di Agatha Christie, con gli indizi seminati con cura nel corso del libro ma ben mascherati. Si parla di animagus fin dall'inizio, sì. Si parla dei Quattro Malandrini, sì. E lo stato di terrore in cui vive lo spelacchiato topo della famiglia Weasley è molto ben descritto, ma con un gatto intorno nessuno se ne meraviglia - e del resto, se ci chiamano babbani e non brillanti astuti ci sarà pure un motivo. Sta di fatto che per tutto il libro siamo troppo preoccupati da tutti quei Dissennatori che girano in libertà per il parco di Hogwarts e troppo intenti a ricostruire la storia della morte dei signori Potter (che ci viene fatta scivolare in gola un bocconcino dopo l'altro ma sempre interrotta sul più bello) per accorgerci che la storia ci viene raccontata a rovescio.
Stavolta però siamo nel mondo babbano e tutto si svolge in una Londra rigorosamente contemporanea.

Il romanzo presenta un alto tasso di ornitologia: il protagonista si chiama Cormoran (no, non "Cormorano", nonostante le apparenze. Pare che nel prossimo libro ci spiegheranno che è il nome di un eroe irlandese, ahimé abbastanza sconosciuto in Italia) mentre la protagonista si chiama Robin, che in inglese è - credo - un diminutivo di Roberta, ma significa anche pettirosso. Infine abbiamo la vittima, che di nome faceva Lula ma era chiamata Cuckoo, ovvero Cuculo, dagli amici. Posso anche aggiungere che il riferimento ai cuculi non si limita a questo e il titolo ha il suo perché.
Di cuculi, infine,  si parla anche nella struggente poesia di Christina Rossetti che fa da apertura al romanzo e che è talmente bella e suggestiva da valere da sola il prezzo del libro.

Comunque, il Cormorano e la Pettirosso si incontrano in un giorno per entrambi memorabile. Per lei è il primo giorno del suo fidanzamento ed è assolutamente felice e spumeggiante dopo la meravigliosa serata in cui il suo amatissimo Matthew, con cui ormai convive stabilmente, le ha chiesto di sposarla. I lavoretti a breve scadenza che fa con l'agenzia interinale le servono solo nell'attesa dei colloqui di lavoro più seri, che ormai sono alle porte. La coppia non naviga nell'oro ma vive quel tanto che basta al di sopra della stretta sopravvivenza per costituire un livello di benessere più che accettabile per due giovani che non sono ossessionati dai soldi. 
Per il Cormorano invece è un giorno orrendo che segue una notte ancora più orrenda: un litigio di quelli senza ritorno ha posto infine termine alla sua ormai quindicennale  e tempestosa relazione con Charlotte e lo ha costretto a lasciare definitivamente la casa di lei. La sua situazione finanziaria è abominevole: scopertissimo in banca, indebitato e la sua agenzia investigativa è praticamente fallita. E improvvisamente si vede capitare tra capo e collo questa segretaria interinale mandata dall'agenzia con cui credeva di aver disdetto il contratto, e che non ha idea di come pagare.

Il grosso e arruffato cormorano e la linda e allisciatissima pettirossa si incontrano in modo assai tumultuoso. Ma Robin è una ragazza accorta e quando non capisce comunque si adegua con grande abilità. Inoltre, cinque minuti dopo il suo ingresso, nell'agenzia arriva anche un cliente, ricco e determinatissimo ad assumere Cormoran per un indagine assai simile a una caccia ai mulini a vento. Promette una paga sontuosa e lascia un acconto ancor più sontuoso, e alla fine Cormoran, preso per sfinimento, accetta nonostante la coscienza un po' gli rimorda.
L'indagine riguarda la defunta sorella del cliente, modella ricchissima, bellissima e famosissima che una sera, senza un perché, si è suicidata buttandosi dal balcone di casa. Il fratello però è sicuro che sia stata uccisa e vuole un supplemento di indagini. 
Nel corso delle indagini, che durano cinque settimane, Cormoran si rimette in sesto e si riorganizza la vita, mentre la Pettirosso dispiega preziose doti di organizzazione, iniziativa e prontezza di riflessi oltre a un enorme e infinito tatto che le permette di gestire nel migliore dei modi il rapporto col Cormoran. Risolto felicemente il caso, i due decidono di fare coppia fissa nel lavoro, nonostante una certa perplessità del fidanzato di lei e, probabilmente, un certo scontento da parte di Charlotte. Ma siccome il lettore se ne frega alla grande di entrambi, e in particolar modo di Charlotte, mentre simpatizza assai con i due investigatori, il finale gli va benissimo così.

Ma veniamo al giallo propriamente detto.
La storia della modella bellissima e infelice potrebbe magari far pensare male, ma l'autrice provvede con grande gentilezza a risparmiarci tutta la classica ricostruzione del mondo vuoto, pervertito e corrotto dell'alta moda e della fragilità della povera ragazza ricca. Lula detta Cuckoo ha effettivamente un passato complesso, ma quando alla fine le è stato diagnosticato un disturbo bipolare si è messa in cura con ottimi risultati: l'umore si è stabilizzato e, da giovane sbandata e intrattabile è diventata una modella di successo, non priva di amici né di una vita affettiva più che decente. I soldi non fanno la felicità, è noto, ma nemmeno costituiscono un ostacolo invalicabile verso la suddetta; in effetti, motivi per cui Lula avrebbe dovuto buttarsi dal balcone non se ne vedono.
Il lavoro preliminare lo ha già fatto la polizia. Cormoran si procura gli atti delle indagini e comincia a interrogare uno per uno tutti i protagonisti, come sempre si fa con i cold case. Quando arriva la verità, il lettore si rende conto di essere stato abilmente depistato e di avere abboccato come la più fiduciosa delle carpe interpretando a rovescio tutti gli indizi. E questo, in chi legge un giallo, è sempre motivo di grandissima soddisfazione ("E' riuscito a ingannare persino me! Quest'autore è un Grande!". Vabbé, ingannare me con un giallo è di una facilità disarmante, ma spulciando in giro ho visto che parecchi ammettono di avere abboccato come tante carpe).

Il libro è lungo ma scorrevole (e scritto a caratteri grandi). Richiede comunque un po' di tempo ed è meglio non frammentarne troppo la lettura perché altrimenti è difficile ricordarsi tutti gli indizi che da bravi lettori dobbiamo fraintendere nel migliore dei modi. Come sempre però J. K. Rowling riesce a gestire con apparente naturalezza una trama piuttosto ramificata e assai ricca di personaggi, tutti ben delineati. 
Il secondo volume sulle vicende di Cormoran e Robin è già uscito, anche in italiano, e mi ci dedicherò quanto prima.
Il libro è già stato recensito dalla povna un anno fa.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici  letture di fine estate a tutti. 

lunedì 7 settembre 2015

Nuovi e assai curiosi sviluppi della guerra all'ideologia gender



Sono fermamente convinta che questa foto è un fake, ovvero un immagine falsa e tendenziosa, né più né meno di questa:



Va però detto che né l'una né l'altra sono state smentite ufficialmente dagli organi di competenza, e dunque vai a sapere.

Durante l'estate la Grandiosa Guerra All'Ideologia Gender è proseguita senza sosta. Per mia buona sorte però le pagine che seguo su Facebook sono dedicate a questioni più serie e concrete - per esempio i draghi. 
Un bel mattino però sotto i miei occhi è passato un avviso che qualcuno aveva fatto rimbalzare da WhatsApp su Facebook:


Ne circola anche una versione più minacciosa, che reca l'aggiunta

Attenzione, vi diranno che non è vero, che non c’entra niente con il gender. Vi parleranno di cose buone come il rispetto , la lotta al bullismo, lotta alla violenza contro le donne e simili. PARITÀ DI GENERE, EDUCAZIONE ALL’ AFFETTIVITA’ PAROLE CHIAVE dietro le quali vogliono nascondere l’indottrinamento all’ ideologia gender dicedovi anche che questa non esiste. NON CASCATECI !!!! CON INGANNO VI FARANNO FIRMARE LA VOSTRA CONDANNA e non potrete più far niente perché avrete dato il vostro consenso. NON FIRMATE !!!!!

Tutto ciò è rimbalzato da un social all'altro per tutta l'estate approdando financo sui giornali e portandosi dietro una tale infinità di stupidaggini che, se qualcuno riuscisse a metterle in fila, potremmo farci comodamente il giro della galassia, e in tanti hanno discusso in lungo e in largo di ideologia gender come se questa esistesse davvero. Del resto, ormai probabilmente esiste davvero, almeno nella mente contorta di chi l'ha elaborata e la propaganda, e dubito che il pur vigoroso nuovo intervento del sottosegretario Faraone riesca a modificare questo dato di fatto o a sfatare la leggenda che tutta la legge sulla Buona Scuola è stata solo un abile manovra di Renzi per inserire il Terribile Gender nei programmi scolastici.

Naturalmente sono ricomparsi anche i fantomatici corsi di masturbazione in classe e a questo punto temo assai che, se non ci sbrighiamo a smontare al più presto questa voce, ci ritroveremo messi all'angolo non solo da torme di genitori infuriati che ci rimproverano di fare corsi di masturbazione agli alunni sin dalla più tenera età, ma anche e soprattutto da torme di scolari di ogni ordine e grado ancor più infuriati perché NON glieli facciamo e continuiamo invece a propinargli le solite, scialbe lezioni sul teorema di Euclide, la prima guerra mondiale, le varie forme di energia rinnovabili e non rinnovabili, il predicato verbale eccetera. 
Peggio che mai sarà con gli implumi scolari prepuberi che non sanno ancora cos'è la masturbazione ma che, davanti alla ferma risoluzione degli adulti ad impedirgli di seguire delle lezioni in tal senso, ne concluderanno che è una materia ganzissima e vorranno assolutamente studiarla, tormentandoci in tutti i modi perché ci decidiamo infine ad insegnargliela - dal che verrà a tutto il corpo docente grandissimo imbarazzo e difficoltà perché non disponiamo né di manuali né di linee guida ministeriali che ci possano soccorrere. 
E come facciamo con le valutazioni? E le verifiche? Dove accidente possiamo trovare una verifica a crocette sulla masturbazione? E come ci regoliamo con i dislessici? Come funzionano, per la masturbazione, gli strumenti compensativi? E come ce la caviamo per segnare i voti sul registro? A quale obbiettivo didattico li colleghiamo? E i lavori di gruppo?
E lasciamo stare, per carità, gli aspiranti insegnanti che stanno seguendo il tirocinio.
Insomma, sarebbe veramente un problema. Tra l'altro non abbiamo nemmeno la classe di concorso per la masturbazione!

Per fortuna nessuno ci chiede nulla di tutto ciò, nonostante le sempre più esose pretese che il Ministero avanza nei nostri confronti (vogliamo ricordare che da una vita il nostro contratto è scaduto?).

Ad ogni modo il minaccioso messaggio che circola tuttora sui telefonini dei genitori dimostra al di là di qualsiasi ragionevole dubbio alcune cose:
1) il livello di fiducia che le famiglie hanno nella scuola statale (e di conseguenza nello Stato) è veramente basso se non del tutto inesistente, e tanti di loro trovano perfettamente credibile l'idea che la scuola cerchi di fregarli e carpire la loro buona fede nemmeno fossimo tanti venditori di enciclopedie o di improbabili contratti telefonici o di energia elettrica incredibilmente convenienti che però producono regolarmente bollette altissime
2) la gran parte dei genitori non ha la minima idea di cos'è il Patto educativo di corresponsabilità e lo considera né più né meno uno dei tanti moduli da firmare che gli rifilano all'atto di iscrizione. Non me la sento di dargli torto perché la penso esattamente come loro
3) ben pochi genitori conoscono la differenza tra POF, alias Piano di Offerta Formativa (che è quello dove le scuole dovrebbero infilare un riferimento alle eventuali lezioni di masturbazione, caso mai ne venissero svolte) e Patto di Corresponsabilità (che è essenzialmente un modo molto prolisso e soporifero di ricordare alle famiglie che la scuola funziona solo se tutti fanno la loro parte).

A titolo del tutto personale ci aggiungo un paio di corollari:
-  il Patto di Corresponsabilità è il classico documento con il quale o senza il quale il mondo e la scuola restano tali e quali. Mai è servito e mai servirà a niente che non sia incomodare chi l'ha scritto e compilato e chi lo sottoscrive. Per la maggior parte dei genitori è inutile perché sempre hanno fatto quel che ragionevolmente gli veniva richiesto e sempre lo faranno, per gli altri genitori è inutile perché considerano la scuola un inutile stupidaggine o sono talmente assorbiti da altre cose che la scuola dei loro figli (e talvolta i loro figli stessi medesimi) sono l'ultima delle loro preoccupazioni
- sia il Patto di Corresponsabilità che il POF che tutta la documentazione scolastica guadagnerebbero davvero molto ad essere infine redatti in un italiano dignitoso e comprensibile, e ad avere dei nomi meno idioti.

giovedì 3 settembre 2015

Tra tutti i casi dabili...

Fred e Nebbia, i bellissimi gatti di Eva. Se avessero assistito alla nostra riunione per materie avrebbero avuto quest'aria, solo molto più annoiata. Per loro fortuna però non c'erano.

Riunione per materie, stamani a St. Mary Mead. 
Sono arrivata a scuola piuttosto preoccupata, perché la miscela tra gli insegnanti di Lettere di St. Mary Mead e quelli di Crifosso produce sempre esiti infausti e assai starnazzanti. Stamani però, favorita da una serie di circostanze insolite, sono riuscita a capire finalmente che uno dei problemi principali di queste riunioni è sempre stato Lui, ovvero un collega che per un suo qualche strano e perverso gusto non si dà pace fin quando non ha trasformato ogni argomento di cui dobbiamo occuparci in una complicatissima discussione su Dio, l'Universo, il Bene e il Male.
Avevamo due compiti: uno era darci un curriculum di Italiano, Storia e Geografia, l'altro era discutere il documento delle Competenze.
Per il primo punto, stabilito che l'anno scorso alla Nostra Preside non era andato bene il lavoro sinteticissimo che avevamo preparato al grido di "Basta col didattichese, chiamiamo le cose col loro nome!", né quello dettagliatissimo che il team di Matematica aveva preparato al grido di "Mettiamo le cose in chiaro una volta per tutte, in ogni minimo dettaglio!" la soluzione si è presentata spontanea ai nostri freschi cervelli: 
"Copiamone uno in rete, ce ne sono a centinaia e sono tutti uguali". 
Una collega ha detto che a casa ne aveva uno, di cui ci aveva portato la stampa, ma che non era riuscita a copiare il file.
"Va bene" ha suggerito qualcuno "Lo copieremo con tanta pazienza grazie al Copia&Incolla, un paio d'ore dovrebbero bastare". 
La collega però voleva fare un ultimo tentativo a casa. 
La questione curriculum è stata così aggiornata a domani.
A questo punto Lui ha proclamato che non voleva copiare quella vasca di acqua calda scritta per giunta in pessimo italiano.
"D'accordo" ho convenuto io "Scriviamo una breve e sintetica nota in cui avvisiamo la Nostra Preside che rifiutiamo di fare questo tipo di lavoro di bassa manovalanza e di nessunissima utilità, e che se proprio ci tiene ad avere un curriculum standard se lo vada a copiare dal sito del Ministero. La firmerò molto volentieri perché sono davvero stufa dei curriculum per materia".
E' risultato che tutti i colleghi condividevano questo mio non originalissimo punto di vista, e tutti erano disposti a firmare la letterina in questione. Ma non Lui. Lui voleva fare un Vero Curriculum di Italiano, di quelli che richiedono un ora di aspre discussione per ogni riga (e che, alla fine, sarebbe risultato uguale in tutto e per tutto ai curriculum standard del Ministero).
"Va bene, puoi farlo" gli è stato detto "Poi te lo sottoscriviamo senza nemmeno leggerlo".
No, così non gli andava bene. 
Immagino che il vero problema fosse che non poteva discutere animatamente con sé stesso. Ma dopo l'esperienza dell'anno scorso, in cui avevamo cercato di discuterne e ad ogni riga Lui ci aveva condotto sulla spiaggia delle Seghe Mentali e nella valle del Riscriviamo Ogni Frase Cambiandola Tre Volte Per Poi Rimetterla Com'Era prima, eravamo ben decisi a non cascarci mai più.
"Ma a me così non va bene" ha detto Lui.
"Pazienza" ho detto io.
"Allora me ne vado e fate senza di me".
"D'accordo" ho detto io. 
Nessuno dei presenti ha cercato in alcun modo di ammorbidire la mia posizione, nemmeno con una sillaba.
Così Lui si è alzato per andarsene, poi si è rimesso a sedere ed è stato zitto per un po' (dieci minuti, a dir tanto).

Siamo dunque passati al documento delle Competenze. Abbiamo discusso animatamente su come interpretarne alcune, abbiamo discusso su come modificare il modulo, abbiamo discusso su come riformulare la descrizione di alcune competenze per renderle almeno vagamente comprensibili alle famiglie e addirittura abbiamo accolto  l'ardita sfida di formulare qualche frase in un italiano umano e  comprensibile; e tutto ciò è stato interessante e anche utile, nonostante il fiero sospetto (o meglio la certezza) che al MIUR cestineranno il documento che domani andremo a redigere senza degnarlo nemmeno di un fuggevole sguardo. E ci stavamo tutti dicendo che ormai mancava poco a mezzogiorno e potevamo senz'altro darci alla macchia quando Lui ha eseguito un geniale colpo di coda:

"Scusate, ma se, quando si arriva alla competenza di Italiano, gli altri non sono d'accordo col voto dell'insegnante di Lettere, è comunque l'insegnante di Lettere che decide?".
"Ma non c'entra nulla col documento delle competenze" osserva qualcuno timidamente.
"Però è comunque il parere dell'insegnante di Italiano che dovrebbe avere il peso maggiore, giusto?".
"No, perché i voti sono espressione del Consiglio" rispondo io, perplessa: in quindici anni che insegno non ho mai visto un insegnante mettere in discussione il voto di materia di un collega, figuriamoci una competenza*
"Ma non è giusto che gli altri abbiano diritto a intervenire sulla singola materia!".
Mi stringo nelle spalle "La legge dice comunque così".
"E allora se non siamo d'accordo che si fa?".
"Se non siamo d'accordo si vota, immagino".
A quel punto un paio di colleghi non hanno resistito davanti al drappo rosso agitatogli davanti con tanta insistenza e si è accesa una violenta discussione sul peso che può avere l'insegnante di materia nella discussione del voto nella sua materia. Sarebbe stato interessante capire di cosa discutevano e soprattutto perchè discutevano, stante che all'apparenza tutti e tre i discutenti sembravano sostenere lo stesso identico punto di vista, e cioè che solo l'insegnante di una materia dovrebbe decidere il voto di quella materia e il suo parere dovrebbe essere decisivo; almeno, così mi è sembrato, ma non ascoltavo con molta attenzione, e come gli altri presenti guardavo la zuffa con una sorta di annoiata fascinazione contando i minuti per scappare.
"Ma, scusate" mi sono intromessa approfittando di una pausa di silenzio di durata infinitesimale "Vi è mai capitato di vedere messo in discussione un vostro voto agli scrutini?".
"No, mai" hanno assicurato "E ci mancherebbe altro!".

Sarebbe forse interessante capire perché Lui, nelle riunioni per materie, desideri a tutti i costi discutere col coltello tra i denti, tanto da cavare di sottoterra le più improbabili eventualità.

O forse non sarebbe interessante affatto?
Comunque è chiaro che finché costui non va in pensione le nostre riunioni per materia sono destinate ad essere tutte come quella di oggi, a meno che non ci decidiamo a strozzare Lui con le sue medesime budella (come in effetti mi sembra di avere minacciato di fare).

*al contrario dei Presidi, che sono capacissimi di mettere in discussione qualsiasi numero sotto il sei senza alcun ritegno o riguardo per nessuno - ma questa è un altra storia e volendo ho un vecchio racconto che parla giusto di pressioni della Dirigenza per farmi cambiare una competenza.

venerdì 28 agosto 2015

Il paese delle nevi - Yasunari Kawabata



Scritto nel 1934 e completato nel 1947, questo romanzo fruttò al suo autore il Premio Nobel nel 1968. Quando Einaudi lo pubblicò, nel 1959, preferì tradurre la traduzione inglese piuttosto che rifarsi all'originale giapponese - una pratica che oggi appare piuttosto balorda ma che all'epoca non era insolita. Sembra che la traduzione fatta più di recente dal giapponese per i Meridiani sia molto migliore. Questa edizione però ha una copertina assolutamente perfetta.
Ne hanno anche tratto a suo tempo un film, mai arrivato da noi a quel che mi risulta. Ma posso postarne una foto grazie a Eva, che per le foto sembra una miniera inesauribile:



E' un romanzo estremamente giapponese, con raffinatissime descrizioni di paesaggi, intense riflessioni sui colori e una storia che all'apparenza non va da nessuna parte. C'è chi ci si è annoiato a morte, chi è rimasto stordito dalla bellezza delle immagini, chi non è sicuro di averci capito granché, chi lo adora.
Personalmente non rientro in nessuna delle quattro categorie: non ci sono impazzita ma mi è piaciuto parecchio. E l'ho trovato crudele, di una crudeltà sottile e molto raffinata ma non compiaciuta.

Il romanzo si apre con un pezzo di bravura: Shimamura, il protagonista, è in viaggio in treno verso il paese delle nevi. Davanti a lui, nello scompartimento, una ragazza assiste amorevolmente un uomo  molto malato (sapremo poi che è il suo fidanzato). Shimamura segue la scena con attenzione ma la guarda attraverso il riflesso del vetro del finestrino. Per non compromettersi, certo. Per non sembrare indiscreto. Per non farsi coinvolgere e non attaccare discorso con quei due. E soprattutto perché, tra un riflesso e l'evento reale, Shimamura sceglierà sempre il riflesso. Il lettore è avvisato - in modo assai raffinato, va detto.

Al paese delle nevi Shimamura va per ritrovare Komoko, la geisha con cui ha... non proprio allacciato una relazione, piuttosto avviato un rapporto preferenziale e non dei più chiari. Diciamo che, nella sua prima visita, i due sono rimasti a mezzo.

Il paese delle nevi è un paese del nord, ai piedi delle montagne e in mezzo ai boschi. Fa freddo, d'inverno c'è molta neve e in tutte le stagioni vanta dei bellissimi paesaggi, nonché delle sorgenti termali. E' provincia allo stato puro ma, come tutti i paesi della zona, è molto frequentato da turisti che vengono per le terme, per sciare (quando c'è la neve), per ammirare gli aceri rossi (in autunno)* eccetera eccetera; insomma, un paese ricco di alberghi, impianti sportivi e servizi per i turisti - geishe, per esempio, per intrattenerli la sera.

Le geishe di un paesello del nord naturalmente non sono scafate e regolamentate come quelle delle grandi città: hanno un rapporto diverso con la comunità, che in un certo senso le adotta, e godono di maggiore libertà - per esempio è la geisha che decide se restare anche la notte, e se la casa cui appartiene l'ha autorizzata le eventuali conseguenze (gravidanza o malattie) ricadono sulla casa, se la casa non l'ha autorizzata le conseguenze ricadono su di lei - ma, casa o non casa, se la geisha non vuol restare non resta.
Ne consegue che la geisha può anche allacciare un rapporto preferenziale, se e quando crede, per suo esclusivo capriccio; così Komoko avvia una relazione con Shimamura, di sua libera volontà ma senza alcun tipo di protezione o garanzia. E' una scelta dettata dal cuore - come perfino Shimamura capisce; quello che non capisce è che per Komoko una decisione del genere non sarà comunque senza conseguenze sulla sua vita professionale: tutto il paese sa che stanno insieme, come tutto il paese sa che a volte Komoko  abbandona le feste per andare a trovare il suo amico forestiero. Dopo l'ultima partenza di Shimamura la ragazza dovrà ricostruirsi una credibilità professionale o lasciare il paese per ricominciare altrove, come è stata costretta a fare un altra geisha, che intravediamo soltanto al momento della partenza e che ha prestato troppo ascolto alle lusinghe dell'amore finendo per ritrovarsi in una situazione insostenibile.
Komoko non è nuova a questo tipo di scelte: anche se nega con Shimamura, a suo tempo si legò con un contratto da geisha (prima era solo una danzatrice e musicista) per pagare le cure al figlio della sua maestra di musica - ovvero l'uomo che Shimamura ha incontrato in treno e che è tornato nel suo paese per morire. L'uomo però si era fidanzato con un altra, ovvero la ragazza che lo assisteva in treno, e che è geisha anche lei.
Shimamura vede e sente tutte queste storie e le trova anche interessanti, ma non gli presta mai molta attenzione. Per lui Komoko è un piacevole e affascinante enigma che non si sforza troppo di decifrare, e non riesce a capire perché la ragazza si offende a morte quando lui la definisce "buona".
Già, chissà perché?

Shimamura è il protagonista, e seguiamo la storia attraverso le sue sensazioni - non parlerò di sentimenti perché non sembra averne di molto appariscenti, a parte una notevole sensibilità cromatica e un generico senso di compassione per il mondo intorno a lui. E' un ricco cittadino che vive di rendita, col denaro che ha ereditato, e ha una cultura profonda e assai raffinata - è probabilmente quest'ultimo tratto ad attrarre Komoko (che è una ragazza di grande sensibilità anche se in parte limitata dall'educazione un po' rustica che ha ricevuto) oltre all'aura esotica e cittadina  che quel visitatore occasionale si porta dietro e il piacere di un romance fine a sé stesso che colori la sua faticosa vita di geisha, costellata di lunghe ore di esercizi musicali e ancor più lunghe ore di preparativi per il lavoro.

A pagina 75 di un romanzo di 145 pagine veniamo a conoscenza del fatto che Shimamura ha una moglie (che al momento della partenza lo ha avvisato di non tenere i vestiti fuori perché è la stagione delle tarme, ed è l'unica comparsa che quella signora fa nella storia). Venti pagine dopo siamo informati anche dell'esistenza di due figli. No, niente nomi, né per la moglie né per i figli.
Shimamura è un appassionato di danza, quella classica, sulle punte. La danza classica occidentale, insomma. Vive questa passione attraverso molti filtri e paraventi, perché non va né a teatro a vedere gli spettacoli di danza occidentale fatti dai giapponesi (non sarebbe filologico!) né in Europa a vedere gli originali. In pratica, conosce il nostro balletto classico attraverso qualche foto e qualche articolo. Sta preparando una monografia sulla danza classica occidentale, che pubblicherà in edizione di lusso a sue spese giusto per gratificarsi un po'. Sappiamo anche che ha una grande passione per la tela Chijimi, un delicatissimo e freschissimo tessuto di lino che veniva prodotto nel XIX secolo proprio in quella  zona, nella cui lavorazione la neve aveva una gran parte e che richiedeva un lunghissimo e pazientissimo lavoro delle ragazze del luogo, tanto lungo e paziente che, nonostante la richiesta, la lavorazione era stata infine abbandonata in quanto troppo dispendiosa perché qualcuno potesse permettersi di assumere delle lavoranti.
La neve, il bianco, la purezza della neve, dell'aria fredda, della luce che illumina quelle valli, del suono dello shamisen nell'aria fredda e luminosa che precede la stagione delle nevi in quelle valli, sembrano colpire Shimamura molto più degli esseri viventi che lo circondano, geishe o tarme che siano. Intorno a lui le creature vivono, amano, soffrono, si riproducono e muoiono. Lui coltiva la sua raffinata e delicata sensibilità, senza mai negare una fuggevole compassione a nessuno, Komoko compresa, ma senza nemmeno farsi coinvolgere più di tanto.
Il romanzo si chiude su un evento che lui non capisce (e quando mai Shimamaru ha capito qualcosa di chi gli stava intorno?); ma c'è la Via Lattea, che in quella fredda notte d'inverno è tanto bella, e presto lui tornerà a casa...

Come tutti i romanzi giapponesi è molto denso di particolari che si innestano nella trama in modo assai complesso, e non conviene leggerlo tutto di seguito perché richiede una certa concentrazione. Se davvero valga la pena leggerlo è domanda a cui solo il singolo lettore può rispondere. Certamente non lo sconsiglio, ma non mi sembra che sia per tutti. A me comunque è piaciuto molto.


Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture (non necessariamente raffinatissime) a tutti.


*i giapponesi amano questo tipo di pellegrinaggi vegetali. In un altro post ho raccontato di come fanno viaggi, per esempio, anche all'epoca della fioritura dei ciliegi.

lunedì 24 agosto 2015

I miei insegnanti - La prof. Picchia



La prof. Picchia arrivò in seconda liceo, ovvero quando la prof. Della Gherardesca ci venne tolta per colpa di una riduzione delle cattedre. Prese il nome da una pettinatura col ciuffo decisamente insolita che la rendeva assai simile allo struzzo noto in Italia come BeepBeep - e sono perfettamente consapevole che uno struzzo non è un picchio, né ricordo i vari e demenziali passaggi per cui arrivammo a partorire sì balordo soprannome, comunque per noi fu sempre la prof. Picchia.
Venne con incarico annuale, e l'anno prima aveva insegnato al liceo della Querce, leggendaria e carissima scuola privata di gran prestigio, assai frequentata da quel particolare strato sociale del Vorrei-Tanto-Essere-la-Firenze-Bene;  e si racconta che in quella scuola gli insegnanti venissero pagati più che alla scuola statale. Posso solo aggiungere come commento che alle scuole private gli insegnanti se li sceglievano (a quei tempi senza nemmeno l'obbligo dell'abilitazione) mentre alla pubblica venivano scelti in base al punteggio da una graduatoria e sulla scelta la scuola non poteva intervenire. Insomma da noi arrivò per colpa della nostra ria sorte, mentre alla leggendaria scuola privata se l'erano scelta. Mah?

Il giorno che arrivò io non c'ero, e dovetti contentarmi dei racconti delle compagne.
"E' una zittella" sintetizzò Sary.
"Ma che c'entra, anche la Della Gherardesca non è sposata!" insorsi io.
"La Della Gherardesca non è sposata, lei è una zittella".
Aveva ragione. In tutta la mia vita non ho mai visto alcuna essera umana che cercasse con tanta cura e tanto successo di uniformarsi sin nei minimi particolari al cliché della zittella inacidita. Da notare che era poco sopra la trentina.
Vestiva in modo bigio e assai punitivo, si truccava poco ma certo non in modo da valorizzarsi e sembrava arrivata da un altro pianeta (l'altro soprannome infatti era "Atlas Ufo Robot"). Ed era la persona più priva di senso dell'umorismo o di capacità dialettica in cui abbia mai avuto il piacere di imbattermi.

Il suo metodo di insegnamento era decisamente curioso.
Spiegava. Una, due, tre ore - insomma, il tempo richiesto dall'argomento. Più esattamente dettava appunti che sembravano mandati a memoria. Stava in piedi a spiegare e si aveva l'impressione di vederle uscire dalla bocca un nastro perforato con le parole.
Non potevamo interrompere per fare domande o considerazioni o paragoni. Chi ci provò venne richiesto con garbo di aspettare dopo la fine della spiegazione. Così ci astenemmo da ogni pur minimo tentativo di intervenire nella lezione e prendemmo tanti, tanti appunti.
Ma se c'era qualcosa che non avevamo capito, come li prendevamo gli appunti? Qualcuno in seguito si lamentò che alla fine delle spiegazioni si ritrovava degli appunti che sembravano un groviera*, e che riempire i buchi non era poi così semplice.
Io non avevo particolari buchi negli appunti e tenevo abbastanza bene il ritmo, ma mi annoiavo: erano delle spiegazioni di una noia micidiale. A tutt'oggi mi domando se Cicerone e Orazio (che non ho mai minimamente apprezzato) mi sarebbero sembrati così disperatamente vuoti se me li avesse spiegati qualcun altro.
La Picchia spiegava gli autori: la vita, il pensiero, il meccanismo con cui scrivevano, le loro teorie. Non c'era l'ombra di una interpretazione critica, adesso che ci ripenso. Mai un dubbio, un incertezza, una zona d'ombra, una questione discussa, qualcosa che ammettesse più di una interpretazione, uno straccio di evoluzione nel pensiero - e ripensandoci, la situazione doveva essere davvero di una piattezza mortale se perfino io sentivo la mancanza di un po' di interpretazione critica.
Che poi in un anno quella donna non può certo essersi limitata a fare Cicerone, Orazio ed Epicuro; Io però ricordo solo questi tre e delle spiegazioni interminabili e soporifere.

Faceva le interrogazioni programmate - estremamente programmate, pianificate con almeno un mese di anticipo e accuratamente segnate sul registro di classe. Poniamo, Murasaki  sarebbe stata interrogata il 23 Febbraio su Cicerone e Cesare e Sary il 2 Marzo  sulla prima e seconda ode del primo libro di Orazio. In quel territorio piccolo e ben delimitato ci si aspettava che Murasaki sapesse tutto quel che le era stato detto, fino all'ultima virgola, ma in compenso Murasaki era sicura che mai e poi mai le sarebbe stata rivolta una domanda su altri argomenti. Per contro non erano graditi ampliamenti, considerazioni, riferimenti ad altri testi non fatti in classe eccetera. Insomma, era come andare a nuotare nella piscina per bambini con la ciambella e i braccioli: non c'erano rischi e l'unico modo per non prendere un voto almeno decoroso era non aprire il libro o il quaderno degli appunti.
Studiammo il resto del programma, quello che non era compreso nelle nostre singole interrogazioni programmate? 
Assolutamente no (salvo forse il gruppetto dei bravissimi): c'erano tanti altri modi più interessanti per passare il tempo - al limite, anche studiare le altre materie.
Ovviamente per quelle interrogazioni studiavamo tutti con molta cura e mandavamo a memoria quanto ci era richiesto, annoiandoci con dignità. Si instaurò anzi la tradizione di fare forca il giorno prima dell'interrogazione programmata onde andare alla Biblioteca Marucelliana vicino al liceo per ripassare con gran cura. 
Fu così che riuscii perfino a prendersi 7/8 a un interrogazione di greco (!) il che mi convinse definitivamente che quel metodo era del tutto balordo perché il mio greco era del tutto inferiore al sette (arrancando a vista, nei momenti migliori, nella zona intorno al sei) e quanto all'otto non era nemmeno da prendere in considerazione riferendosi a me.
Certo, in quel modo si evitavano polemiche e reclami. Ma, per quanto ricordo, in tanti negli anni precedenti avevamo incassato i nostri bravi quattro e cinque (e qualcuno aveva visto anche dei meritatissimi tre) senza reclami né da parte nostra né dalle famiglie.  
Forse alla Querce le cose andavano diversamente? Sinceramente non lo so.
Anche i compiti scritti andavano in modo abbastanza curioso - per me, sempre in greco, arrivò anzi un misteriosissimo sette e mezzo. No, non avevo copiato. Assolutamente. Non so cos'era successo. Escludo però di avere fatto una traduzione da sette e mezzo: non ne ero materialmente capace. In latino sarebbe magari stato possibile, ma in greco no (in latino però i voti rimasero misteriosamente appiattiti intorno al sei e mezzo).
In quelle versioni erano segnati stranissimi errori, per esempio non si doveva scrivere che i romani combattevano con i Cartaginesi, bensì contro i Cartaginesi, casomai qualcuno pensasse che i Romani, improvvisamente impazziti, si fossero alleati contro i loro tradizionali nemici per combattere contro il nulla. 
Forse il mio italiano impeccabile mi fu di aiuto? Oppure per qualche strano motivo agli occhi della Picchia facevo parte d'ufficio del gruppo dei piùchesufficienti? Mi colpì però il fatto che la fanciulla del banco davanti al mio prendesse sempre cinque/cinque e mezzo, laddove in precedenza aveva un range non brillantissimo, ma che oscillava tra il cinque e mezzo e il sei e mezzo.
Il fatto che io prendessi sette e mezzo a greco scritto non era l'unica stranezza di quei voti, alquanto frazionati. Rimasero famosi il sette meno meno meno, l'otto meno ma qualcosa di più e il leggendario tra il sette/otto e l'otto meno. Farne la media doveva essere un esperienza affascinante sul piano aritmetico.
Ecco, l'unico lato positivo di quella donna come insegnante era la quantità di aneddoti che ci fornì, uno più strampalato dell'altro. Il rapporto umano, certo, era inconsistente (difficile avere un rapporto emotivamente caldo con chi ti considera più o meno alla stregua di un juke-box dove metti la monetina ed esce la canzone che hai scelto) ma per farne caricature, imitazioni e prese di giro varie era eccellente, e nessuno di noi ne aveva paura.
Come ho già detto, era a incarico annuale e a Giugno sparì. 
Nessuno la rimpianse.

*in realtà il groviera non ha buchi, ma in italiano l'uso comune è di considerarlo, appunto, un formaggio con i buchi. 

lunedì 17 agosto 2015

17 Agosto 2015 - Giornata della Valorizzazione del Gatto Nero (con tre guest star)


Tutti i gatti hanno qualcosa di speciale, ma da sempre il gatto nero ha qualcosa di più speciale degli altri e viene spesso collegato a quella magia che tutti, assolutamente tutti i gatti si portano dentro.
Chi capisce qualcosa della vita associa il gatto nero alla notte, alla libertà, all'indipendenza e anche a un certo spirito rivoluzionario.
Chi capisce qualcosa dei gatti lo associa alla meditazione, alla luna, a un certo affascinante mistero e agli sfondi azzurri.

Di certo è quello che viene meglio nei disegni in bianco e nero e nei cartoni animati: quando si muove è una sagoma con gli occhi, quando è in riposo è una ciambella nera con gli occhi, quando dorme spesso è solo un cerchio nero che fa le fusa  e si fatica a riconoscere dove finisce la zampa e comincia la coda: perché il gatto nero ha la singolare dote di confondersi e mescolarsi con sé stesso e con le ombre che lo circondano.

Per questo privilegio estetico ha talvolta pagato e talvolta paga ancora, persino con la vita, in base a motivazioni e pretesti talmente campati in aria che, più che di superstizione, si potrebbe tranquillamente parlare di invidia.
In questa felice giornata è giusto omaggiare e valorizzare i gatti neri - belli, affascinanti e affettuosi come solo i gatti sanno essere. Ma è anche giusto ricordarsi che la scintilla magica che questi lussuosi felini si portano dentro è la stessa di ogni creatura vivente. Chi maltratta o disprezza un gatto nero (o un gatto soriano, o un geco o qualsiasi altra creatura) maltratta prima di tutto sé stesso, e in modo assai duro.



E questi sono i meravigliosi gatti di Eva: Fred e Nebbia, in alto, e sotto lo splendido Sam.

sabato 15 agosto 2015

Un terno per Ferragosto (post commemorativo)

La prof. Murasaki Shikibu durante un Consiglio di Classe

L'idea è venuta allo stimabile Romolo, poi è rimbalzata fino a LGO e alla 'povna: in onore del Ferragosto, il bloggaro, o bloggatore, o tenutario del blog presenta tre post a suo insindacabile giudizio significativi del suo blog.
Insomma una specie di presentazione, o di autocelebrazione.
Nel mio caso si va decisamente sull'autocelebrazione perché giusto in questi giorni ricorre il settimo compleanno del qui presente blog e, come ci spiega giustamente Silente (o almeno, io l'ho imparato da lui) sette è un numero dall'alto potere magico.
Per sette anni in questo blog dedicato alla scuola ho parlato, appunto, di scuola (cambiando anche opinione su diverse cose, perché anche le pietre cambiano, in sette anni) ma anche di Tolkien, di politica, di musica, di letteratura, di gatti e perfino di qualche occasionale film.
Scrivere qui mi è servito ad essere più chiara nell'esposizione e a riflettere su tante questioni - perché da sempre il modo migliore di chiarirmi le idee su qualcosa per me è prendere una penna o una tastiera e cercare di metterlo per iscritto in forma comprensibile. 
Scrivere questo blog mi è quindi stato di grande aiuto per capire meglio le cose e cercare di indagare il misterioso, multiforme e affascinante mondo della scuola, ma anche per dedicarmi all'autobiografia - che mi hanno di recente spiegato essere la cura per tutti i mali - riflettendo su come quel che ho letto, visto e vissuto abbia contribuito a fare di me quella che sono.
Ancora di più però mi sono stati di aiuto i commenti e le discussioni che rimbalzavano tra un blog e l'altro per correggere, modificare o rafforzare le mie opinioni su tanti e tanti argomenti. A tutti sono molto riconoscente, tranne a chi per anni si è intestardito a cercare di vendermi creme per aumentare le dimensioni del mio pene (cosa, tra l'altro, del tutto impossibile) e che finalmente hanno smesso di tormentarmi con le loro inopportune sollecitazioni grazie all'efficiente servizio antispam che Blogspot ha adottato due anni fa.

(torta virtuale da festeggiamenti)

Per la mia presentazione ho scelto tre post sulla scuola del primo anno di vita del blog:

Buon Ferragosto a tutti!

venerdì 14 agosto 2015

Storie di giovani fantasmi - (a cura di) Isaac Asimov

Seconda antologia curata nel 1985 da Isaac Asimov (e da Martin H. Greenberg e Charles C. Waugh, del tutto ingiustamente relegati in una riga del copyright): dopo i giovani maghi arrivano i giovani fantasmi. L'impareggiabile 'povna nel frattempo mi ha anche informato che esitono  pure le Storie di giovani mostri e le Storie di giovani alieni, che al momento però sono fuori stampa - e mi auguro che la sciattissima Mondadori si dia al più presto una mossa in tal senso, perché se le due che holetto sono così carine, suppongo che anche le altre due saranno almeno discrete. 
Anche questa raccolta è un potenziale ottimo libro di narrativa per le scuole medie, più adatto a una seconda che a una prima (del resto le storie di fantasmi di solito si fanno appunto in seconda). Stavolta il titolo è stato tradotto alla lettera, o quasi: Young Ghosts.
Anche qui, il contributo di Asimov si limita all'introduzione, stavolta incentrata sulla teoria  che non è necessario credere ai fantasmi per gustarsi una buona storia di fantasmi - cosa su cui è difficile non concordare.
Il racconto di fantasmi è un genere molto più antico e rispettabile del racconto fantasy . anzi i veri e propri racconti fantasy sono piuttosto rari, mentre la storia di fantasmi nasce per la dimensione-racconto e per giunta ha più di un secolo e mezzo di tradizione alle spalle. Molto presto inoltre si è creata il sottogenere "storia di fantasmi per bambini e ragazzi" che vanta nelle sue file diversi nomi illustri. La scelta per i curatori era quindi contemporaneamente più vasta e più ristretta.
Ai miei occhi poi questa antologia presenta anche il vantaggio di avere un solo racconto in comune con quella curata da Roald Dahl . Inoltre è più breve e presenta solo racconti per giovani stomaci, mentre Dahl ne aveva scelti anche alcuni abbastanza complessi.

Si comincia con uno dei più famosi racconti di Montague Rhode James, Cuori perduti - che rappresenta un interessante ribaltamento della bislacca leggenda secondo cui gli zingari rubano i bambini; abbiamo poi fantasmi che viaggiano nel tempo, fantasmi convinti di essere ancora vivi, fantasmi in trappola, fantasmi-bambini buoni, gentili e operosi, trattenuti a terra non dal peso di vecchie colpe ma dalla forza dell'affetto che ancora nutrono per i vivi, fantasmi che chiedono giustizia, fantasmi giustamente vendicativi, fantasmi di persone non ancora morte, fantasmi che tornano indietro per breve tempo, per aiutare un vivo cui devono riconoscenza e fantasmi enigmatici quanto strampalati. 

La copertina non ha assolutamente nulla a che vedere con il contenuto anche se è piuttosto bella (chissà se esistono racconti su fantasmi di draghi? Scriverne uno potrebbe essere un esperimento interessante).
Non è una lettura lunga: due serate o un pomeriggio di medie dimensioni bastano e avanzano. Oppure può durare dieci giorni, se ci si attiene con saggia misura al criterio di una storia al giorno - che nel caso dei racconti di fantasmi è sempre consigliabile. 
Anche se è stata concepita per giovani stomaci, l'antologia è più che apprezzabile anche per un adulto amante del genere.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice Ferragosto - e se vi porterete dietro un buon libro, l'eventuale Perfido Temporale Ferragostano non vi impedirà di passare un eccellente fine settimana.

giovedì 13 agosto 2015

La Contea vive nel Settecento

Consuetudine e pigrizia vogliono che alla Terra di Mezzo venga attribuita un ambientazione "medievale". In realtà si tratta di un affascinante calderone basato in parte su leggende medievali nordiche  dove vivono tra l'altro un popolo di uomini medievali (la gente di Rohan) e una razza che deve parecchio all'epica norrena (i nani), più un drago uscito pari pari dal Beowulf.
Quando poi arriviamo nella Contea, di medioevo non c'è traccia: questo simpatico paese di cui nessuno nella Terra di Mezzo sa niente, a parte Gandalf e qualche Ramingo da lui istruito perché lo sorvegli, non ha assolutamente nulla di medievale.
Non che gli abitanti brillino per meccanismi particolarmente sofisticati, perché sono apertamente disinteressati a qualsiasi cosa più complessa di soffietto da fabbro, mulino ad acqua e telaio manuale; l'economia ruota intorno al settore primario, e l'organizzazione dello stato è ridotta al più minimo dei termini, con qualche guardia al confine, un sindaco che si occupa soprattutto di organizzare feste e un conte che si fa chiamare conte per diritto di discendenza Took con tanto di numero accanto al nome ma che non comanda alcunché.
Qua e là però compaiono dei tratti che non hanno niente di medievale e che finiscono per trasmettere l'idea di un piccolo staterello del Settecento o inizio Ottocento - preindustriale, e con abitanti di mentalità niente affatto medievale.
La sera gli hobbit vanno al pub a bere birra scambiandosi pettegolezzi. Hanno il bagno caldo con la caldaia. Usano stoviglie in porcellana. Hanno un regolare servizio postale, con tanto di postini. Fumano la pipa. Mangiano fish and chips. E soprattutto prendono il té: il classico tè inglese alle cinque contornato dalle più varie vivande. La mattina invece fanno colazione con uova strapazzate e pancetta fritta. Hanno lo zucchero per fare i dolci. Zucchero di canna o di barbabietola? Non lo sappiamo, ma certo con il miele il pandispagna non lo fai (mentre sappiamo che Bilbo faceva ottimi pandispagna).

Naturalmente niente di tutto questo è in contrasto con il medioevo: basta immaginarsi un medioevo dove c'erano tè, tabacco e patate (e canna da zucchero). Sarebbe interessante però capire come facevano nella Contea a coltivare il tè (per tacere della canna da zucchero) in un clima non tropicale, come si procuravano il burro per le tartine e il latte e la panna per i dolci se non allevavano mucche (Tolkien ci dice che allevavano pollame, maiali e pecore, e del resto per allevare mucche non sarebbe stato facile per loro, viste le dimensioni) o come facevano a estrarre lo zucchero dalla barbabietola, che richiede una procedura piuttosto complessa, da farsi a livello industriale. Certamente nelle regioni del sud della Terra di Mezzo era facile coltivare canna di zucchero e tè, ma il problema era farli arrivare fino alla Contea. Un cospicuo flusso di mercanti che portavano tè e zucchero non è conciliabile con un paese di cui nessuno conosce l'esistenza, senza contare che gli hobbit commerciavano solo con i nani, che al sud non andavano. Quanto a latte e burro, non sono materie facili da trasportare per lunghi tratti di strada, e la zona intorno alla Contea è deserta per un lungo tratto. Forse dalla Gente Alta della Terra di Brea? Certo che per un lattaio senza frigoriferi non è facile rifornire clienti che stanno come minimo a un giorno di distanza, e produrre latte e burro per tutta la Contea, magari lasciandosi anche qualche panetto per sé avrebbe richiesto ai Breani o Breatini o come cavolo si chiamavano allevamenti di mucche assai vasti (ma forse gli hobbit allevavano capre?).
Resta il fatto che, nel nostro immaginario culturale, il giro di birra la sera al pub e il tè alle cinque con dolci e focacce e la colazione con uova e pancetta e la pipa con il tabacco e il fish and chips e il bagno con la caldaia e la posta non si associano al medioevo ma all'Inghilterra del Settecento e Ottocento. E infatti gli hobbit sono inglesi in miniatura, ma non certo inglesi medievali, né il loro comportamento, una volta varcati i confini della Contea, denota alcunché di medievale: nei loro viaggi gli hobbit incontrano re e regine, elfi di altissimo lignaggio, mutapelle e draghi. A tutti si rivolgono con estrema cortesia, perché sono un popolo assai cortese, ma non mostrano di avvertire alcun senso di inferiorità sociale (tranne Sam, che si sente socialmente inferiore per principio, ma in un modo tutto inglese). I cinque hobbit viaggiatori affrontano chiunque da pari a pari con la calma consapevolezza di sé di chi ha letto il Contratto sociale e i pensieri di Voltaire e vive in una comunità che non conosce più la schiavitù dalla notte dei tempi. Non sono nostri contemporanei, ma certo vengono da un epoca piuttosto vicina alla nostra e si sentono liberi cittadini in grado di rapportarsi con qualsiasi principe elfico (o drago).

Curiosamente, si sono però dimenticati di inventare la stampa (che pure non è un procedimento molto complicato). Almeno sembrerebbe, anche se Bilbo e Frodo hanno molti libri. Ma, dopotutto, anche la biblioteca di Alessandria aveva molti libri, e per avere molti libri in assenza di stampa basta armarsi di carta e penna o comprare quelli trascritti pazientemente da altri. In questo, magari, i contatti commerciali con i nani potevano essere molto utili.