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martedì 17 luglio 2012
Haeretica - Sui corsi di Scrittura Creativa per le scuole medie
Nella vita normale la Scrittura Creativa è assai simile all'araba fenice: tutti concordano sul fatto che esista ma diventano molto confusi quando si tratta di delinearne i confini con precisione (personalmente concordo con questa scuola di pensiero).
Quando però si entra nella scuola media, per fortuna, le cose si semplificano e sulla scrittura creativa hanno tutti le idee molto chiare - specie gli insegnanti di Lettere.
Abbiamo infatti, a tal proposito, due scuole di pensiero all'occorrenza intercambiabili, e con parità di diritti.
La prima intende, per Scrittura Creativa, qualcosa da confinarsi a ore speciali (laboratorio, sesta ora, Approfondimento delle Materie Letterarie e simili): in questo caso si intende qualcosa che richiede solo carta e penna (o computer) e una certa dose di scrittura ma non è soverchiamente pallificante per l'alunno che la pratica.
"Massì, fagli un corso di scrittura creativa, così tu non ti stanchi e loro si divertono" è l'esortazione consueta che riceve l'insegnante di Lettere novizio dai colleghi più esperti. Qualora l'insegnante di turno, cui sia stata così sbolognata la Scrittura Creativa, mostri una certa qual esitazione, tutti i colleghi intervengono a rassicurarlo e gli mostrano qualche guida... ai giochi linguistici.
Inteso in questa accezione, il Corso di Scrittura Creativa risulta effettivamente non molto faticoso per il docente e piuttosto divertente per gli alunni; nonostante questi due gravi inconvenienti è anche molto utile, specie quando il docente ha cura di agganciarlo a un po' di grammatica: filastrocche, giochi di parole, tentativi di poesia (con rima o senza, ma il ritmo ci deve essere comunque), frasi costruite da determinate parole chiave, dove per esempio cambia o aumenta una lettera (per intendersi: pala/palla, panno/panna), parole polisemiche (tasso, stagno), parole che cambiano significato cambiando l'accento (ancora, pesca); scene legate a modi di dire (parlare a Vanvera), dialoghi impossibili eccetera eccetera. Di giochi di questo tipo ce ne sono centinaia, quel che non c'è si può inventare in un lampo di ispirazione o chiedendo in giro, e se manca l'ispirazione o si vuole una guida di appoggio ci sono ottimi manuali. E' del tutto improbabile che un gruppo di lezioni di questo genere risulti dannosa, ed è nel normale corso delle cose che risulti utile quanto divertente per tutti.
Esiste poi un altro tipo di Scrittura Creativa, che è una specie di cascame dei veri e propri Corsi di Scrittura Creativa (quelli che si fanno a pagamento nelle Scuole di Scrittura e che dovrebbero aiutare le persone ad esprimersi attraverso la scrittura riuscendo meglio o peggio a seconda di chi li tiene e di chi li frequenta). Ogni antologia ne contiene uno, e sono del tutto orripilanti e pretenziosi.
Lo scopo dichiarato è, nientemeno, "imparare a scrivere un racconto" o, in qualche caso, addirittura "diventare uno scrittore". Vaste programme, va riconosciuto.
Verrebbe da pensare, all'incauto profano, che il primo passo per insegnare a scrivere un racconto, anche senza essere la settima reincarnazione della Mansfield o di Hemingway, sia avere una qualche idea di, appunto, come si fa a scrivere un racconto; ma in verità niente in questi corsi (o percorsi, o moduli o come accidente vengano chiamati a seconda dell'anno dell'edizione dell'Antologia) lascia presumere che il suo ideatore abbia mai prodotto alcunché in questo campo.
Il corso si divide normalmente in cinque step (o fasi, o unità didattiche o di apprendimento o come accidente vengano chiamati a seconda dell'anno di edizione eccetera eccetera): l'inizio, detto anche incipit, i personaggi, l'ambientazione, i dialoghi, il finale. Non una parola è di solito riservata alla scelta della vicenda, anche se in qualche caso si indica il genere letterario di riferimento: racconto giallo, o di fantascienza, o fantasy. A volte c'è anche il Racconto Umosristico.
Quando il genere viene indicato, allora se ne indicano anche le caratteristiche, dimostrando una singolare ignoranza del genere suddetto e dei suoi sviluppi negli ultimi quattro decenni.
Con il racconto umoristico, va pur riconosciuto, a elencare le caratteristiche si fa in fretta: deve far ridere e presentare situazioni comiche (queste sì che son sorprese!). Per gli altri generi, è una mezza tragedia.
Ancora ancora, nel racconto giallo ti spiegano che ci vuole un mistero da risolvere e un investigatore - che è pur sempre vero, anche se costruire un racconto giallo che abbia almeno vagamente un senso richiede comunque un bel po' di pianificazione.
Ma quando si tratta di fantascienza o di fantasy...
Il racconto di fantascienza richiede astronavi e viaggi nello spazio, ci assicurano, sorvolando sul fatto che una gran bella fetta della fantascienza non coinvolge astronavi di nessun tipo e si basa su paradossi temporali o interdimensionali, catastrofi nucleari o questioni sociali legate all'ecologia e alla sovrappopolazione (ma siamo seri: ce lo vedete un curatore di antologia spulciare tra i premi Nebula e gli Hugo alla ricerca di racconti originali e moderni da inserire nei suoi volumi? Siamo seri, è molto più pratico riciclare le vecchie glorie degli anni 60 inserite trent'anni fa e da allora rimpallate tra tutte le antologie del regno).
Se invece si passa al fantasy (dimenticando allegramente che i racconti fantasy non sono molto comuni, perché l'unità di misura per il fantasy, nel bene e nel male, è la trilogia, e infatti nelle antologie ci sono solo brani tratti da romanzi) ti raccontano che ci deve essere un'ambientazione medievale e la lotta tra il Bene e il Male.
E par di sentirli rispondere, davanti a eventuali obiezioni "Ragazzi, noi s'è letto solo un po' di Tolkien in pillole e qualcuno dei primi romanzi di Terry Brooks, e lì c'è l'ambientazione medievale e la lotta tra il Bene e il Male" (il che poi non è neanche vero, nemmeno per Terry Brooks). "Ma, scusate" si potrebbe obbiettare "Da quando in qua un ragazzo in seconda media è in grado di costruire un'ambientazione medievale?".
Al che, nel caso, potrebbero rispondere che spesso, anche nei temi, si sente chiedere una storia che si svolge in un dato periodo storico con accurata ambientazione, e se gli insegnanti la chiedono nei temi, a maggior ragione possono pretenderla in un racconto (e hanno ragione, pretenderla non è un problema per nessuno. Cosa poi venga fuori dal tema in questione è un'altra storia).
Senonché per "ambientazione medievale" a volte hanno il coraggio di precisare che intendono spade, draghi, incantesimi e cavalieri con l'armatura, e all'occorrenza sono ben accetti anche nani ed elfi (il medioevo era pieno zeppo di draghi, elfi e incantesimi, è ben risaputo).
Torniamo al nostro ipotetico racconto, che il tredicenne di turno dovrebbe costruire a ruota libera partendo dall'inizio e concludendo con il finale. Per quanto si frughi all'interno di questi Corsi di Scrittura Creativa da Antologia non se ne trova mai uno che dica che, per scrivere un racconto, sarebbe buona norma partire da una storia, più che dall'inizio. Ovvero: di che parla il tuo racconto?
C'è una principessa che sposa un armadillo? O un armadillo che si ritrova nelle fogne di Chicago? O si parla di una rapina alla banca finita bene per tutti, banchieri esclusi? Oppure la mamma prepara un dolce per il compleanno di Roberta?
Non è necessario che, quando comincia, il fanciullo aspirante scrittore sappia tutto della vicenda che va a narrare, in fondo si scrive anche per farsi sorprendere da una storia; ma dovrà ben avere almeno una vaga idea di dove e quando si svolge la sua storia, cosa succede e chi vi partecipa, altrimenti scriverla risulterebbe davvero arduo.
Poniamo comunque che, in un attacco di buon senso e in barba alle balorde istruzioni dell'antologia, l'insegnante abbia evitato l'ostacolo facendo scegliere (o perfino assegnando dittatorialmente) agli alunni lo spunto della vicenda prima di accingersi all'ardua opera.
1Il percorso di Scrittura Creativa parte inevitabilmente dall'inizio, che spesso viene anche chiamato incipit sembra una roba molto più seria. Volendo, ci sarebbe da considerare il piccolo e insignificante dettaglio che per costruire un incipit devi anche avere scelto il Punto Di Vista della narrazione; ma c'è il piccolo inconveniente che di Punto di Vista le antologie scolastiche delle medie non parlano praticamente mai.
E allora si parte con una bella sfilata di inizi a effetto.
Spesso la lista comprende il Giovane Holden, Moby Dick, uno Stefano Benni, Malavoglia e Promessi Sposi, più un paio di altri italiani sconosciutissimi ai più e che non producono incipit di particolare rilievo. Vivaddio, nel caso di Stefano Benni e degli italiani sconosciutissimi, di solito gli inizi sono, effettivamente, di racconti - ma gli altri sono di romanzi, e spesso romanzi tutt'altro che brevi.
Ti spiegano poi che l'inizio è importante e che puoi cominciare presentando il tuo personaggio, oppure in medias res, magari con un dialogo, oppure con un inizio descrittivo.
Tutte cose vere, in generale; ma anche la migliore sfilata di incipit di questo mondo serve principalmente per fare sfoggio di citazioni colte - trovare l'incipit del tuo racconto è un altro affare, e soprattutto l'incipit giusto per un racconto arriva nel momento in cui il racconto è completo, almeno nella struttura. Ergo la sezione sull'incipit andrebbe per lo meno spostata per ultima.
Seconda tappa: i personaggi. I quali vanno descritti. Lì si parte con grande sproloquio di descrizioni oggettive e soggettive che, se non hai deciso il punto di vista della narrazione, lasciano veramente il tempo che trovano. Seguono citazioni di eccellenti descrizioni tratte dalla letteratura ottocentesca, spesso oggettive. Piccolo particolare: nella letteratura che leggono i fanciulli oggigiorno, salvo rare eccezioni, l'Ottocento scarseggia. Abbondano invece scrittori contemporanei, dove le descrizioni sono ridotte al minimo e seguono comunque tecniche completamente diverse dall'Ottocento. Intendiamoci: un bello studio sull'arte della descrizione nei secoli può essere interessante, e magari anche utile - ma non c'entra un accidente con la scrittura creativa, e nemmeno con quella sterile.
A proposito, questi personaggi hanno un carattere, una famiglia, una storia? Può darsi, ma il Corso di Scrittura Creativa non si sofferma sulla questione. Eppure, dopo aver detto che il tuo protagonista ha gli occhi verdi, la pelliccia a strisce e i capelli azzurri dovrai pur fargli fare qualcosa, no? E lasciamo stare che magari il tuo protagonista può essere una corda d'arpa o un mucchio di rifiuti...
Terza tappa (facoltativa) l'ambientazione / i luoghi. Solita carrellata di descrizioni, con i soliti inconvenienti della tappa precedente.
Quarta tappa: i dialoghi. Oltre a fare qualche esempio ti spiegano, nell'ordine, che i dialoghi
- sono difficili
- vanno scritti con cura
che sono pure due concetti validi, ma sospesi sul nulla servono il giusto. Da notare che si può benissimo scrivere un racconto senza l'ombra di un dialogo (ma non senza uno straccio di vicenda) e che quindi questa sezione è potenzialmente inutile. Però garantisco che non manca mai.
Infine c'è la tappa dedicata al finale: che è importante e può essere a sorpresa. Segue qualche finale a effetto. Ah, a volte ti spiegano anche che il finale deve essere chiaro.
A questo punto l'alunno, stando a quel che dice il corso/percorso/modulo, è pronto a scrivere un racconto, di genere o meno.
Sarà un caso, ma quest'ultima fase nella vita reale non arriva mai.
Eppure questo tipo di moduli godono ampia diffusione e se ne parla come di cose reali, che hanno un'effettiva consistenza nel nostro mondo fenomenico: io stessa che qui scrivo ho preso un 30 e lode al laboratorio di italiano della SSIS con un ricco modulo di scrittura creativa che comprendeva più o meno queste tappe (più una sul tempo e una sui paradossi, mi sembra) che mai e poi mai mi azzarderei a proporre in classe sperando di cavarne qualcosa, anche se il 30 e lode lo incamerai volentieri (aggiungo che tale modulo fu assai lodato e richiesto da molti colleghi, cui lo elargii senza farmi minimamente pregare). Va detto, a mia parziale discolpa, che quantomeno mettevo un sacco di verifiche intermedie e dunque, se non altro, la classe che avesse provato a seguire quel folle percorso avrebbe fatto un bel po' di esercizio sulla lingua scritta, che è sempre utile.
Ah sì, dimenticavo infatti l'ultima stranezza di questo tipo di percorsi: lo schema prevede lezioni di teoria, un paio di esercizietti di stile e la stesura del racconto; e ci sono insegnanti che sono seriamente convinti che basta farglieli fare, gli esercizietti, senza nemmeno correggerli, quasi fossero le ennesime equazioni a un'incognita e non i primi passi in un mondo estremamente complesso.
Intendiamoci: ci sono un sacco di ottimi insegnanti di italiano che introducono i loro alunni alla complessa arte di scrivere racconti, spesso con eccellenti risultati e gran divertimento degli alunni in questione (talvolta in un rutilare di premi letterari per le scuole); ma il lavoro che hanno condotto è stato completamente diverso, tarato sulla classe e adattato di volta in volta per seguire il complesso cammino che tale complessa arte richiede; e, soprattutto, questi insegnanti si sono consumati gli occhi leggendo e correggendo gli elaborati prodotti dai giovinetti volta per volta. senza far grazia loro di una virgola. In questo modo, chissà perché, fare la Scrittura Creativa funziona, e dà anche le sue belle soddisfazioni.
martedì 10 luglio 2012
Perché i nostri amati allievi scrivono così male - Ipotesi 3
La prego di voler giustificare mia figlia che non a fatto i compiti di grammatica perché è dovuta andare ha una visita medica ed è tornata tardi
Giustificazioni di questo tipo sono relativamente comuni. A volte la figlia (o il figlio) non sà la lezione di storia, a volte esce prima perché và a un controllo medico oppure le fà male la testa e quindi può darsi che mi chieda di uscire per stare un pò in corridoio.
Molto peggio è quando il figlio del rappresentante di classe ti porta la bozza del verbale del consiglio di classe "per vedere se corrisponde tutto e sono d'accordo" e l'insegnante di turno vorrebbe tantissimo scrivere che sì, sarebbe d'accordo in linea generale con il contenuto, ma la sintassi e l'ortografia le rivoltano le budella.
Naturalmente l'insegnante non può fare proprio nulla del genere, e quindi prende atto delle giustificazioni e dei verbali e si informa premurosamente sull'esito della visita medica o il decorso del mal di testa. Però dopo l'insegnante, specie se è di Lettere, rimane sola con sé stessa a meditare e le meditazioni finiscono per assumere un colore sconfortante.
Si fa un gran parlare oggi dell'analfabetismo di ritorno e di come il livello della scuola sia decaduto, e magari in tutto questo c'è una parte di vero. Tuttavia mi sono sempre domandata perché non c'è mai un cane che spenda qualche parola sull'analfabetismo di andata, che a me sembra piuttosto consistente. Le classi formate in prevalenza da figli di genitori laureati hanno un'ortografia migliore, e anche quando ci sono dei problemi si rimediano piuttosto in fretta - anche se l'H è una misteriosa entità che per un breve periodo (di solito in seconda media) viene sbagliata anche da alunni usualmente integerrimi, l'ortografia difficilmente lì dentro è un problema serio. Ma quando hai una classe in un paesello un po' isolato, oppure anche nel centro della città ma formata da elementi cresciuti, diciamo così, in famiglie di frontiera, beh, allora è un altro discorso.
Sull'analfabetismo di andata (e, che io sappia, anche sull'analfabetismo di ritorno) non ci sono studi dettagliati o statistiche al di là dei luoghi comuni spiccioli che tutti pratichiamo. La verità, viene da pensare, è che oggi a scuola ci vanno praticamente tutti, ci stanno abbastanza a lungo e certi problemi vengono fuori per forza. E che in Italia, di generazione in generazione, continuiamo a rimpallarci un alphabetical divide* che diminuisce meno di quel che pretendano le statistiche.
E che, forse, non tutte tutte tutte le scuole del passato funzionavano in modo così meraviglioso.
*espressione che mi sono inventata io quattro minuti fa (o almeno spero)
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giovedì 5 luglio 2012
Hortodoxa - Storia di Astolfo e di Agilulfo
Già è difficile trovare una bella foto a colori di Astolfo, qua in rete (infatti non l'ho
trovata) - figurarsi di Agilulfo!
Siccome la classe di quest'anno (come la maggior parte delle classi) mostrava all'inizio una certa difficoltà a distinguere le proposizioni soggettive da quelle oggettive, ho pensato di preparargli un esercizio ad hoc, con una bella serie di frasi costruite in modo da raccontare una storia, così gli restava tutto più impresso; ma mentre scrivevo le frasi mi è venuto in mente che forse potevo inserire una piccola sorpresa nella vicenda, giusto per accennare in modo subliminale al fatto che niente va mai dato per scontato, soprattutto in amore.
Le frasi sono state proiettate sulla LIM e analizzate, una dopo l'altra, da alunni a mia scelta che potevano venire corretti da chi non condivideva la loro analisi. Quando si mettevano a discutere, aspettavo che addivenissero ad una decisione comune.
Non gli ho detto che soggettive e oggettive erano alternate, e ho aspettato pazientemente che ci arrivassero da soli.
* Guardare nei diari degli altri senza il loro permesso non è lecito
* Agilulfo è convinto che tu abbia guardato sul suo diario
* Ormai è noto a tutti ciò che Agilulfo ha scritto sul suo diario
* Agilulfo ha scritto sul diario che ti ama
* Dichiarerò al mondo intero, e col megafono, che amo profondamente Agilulfo
* Si dice in giro che Agilulfo sia innamorato della mia migliore amica
* La mia migliore amica mi ha giurato che non le importa assolutamente nulla di Agilulfo
* E' stato molto bello uscire con Agilulfo ieri sera
* Non racconterò a nessuno che io e Agilulfo ci siamo baciati
* Corre voce che io e Agilulfo siamo stati visti, ieri sera
* Mi hanno raccontato che Astolfo ha fatto una terribile scena di gelosia ad Agilulfo.
* Dicono che Agilulfo e Astolfo l'anno scorso facessero coppia fissa
* Agilulfo mi ha detto che tra lui e Astolfo non c'è mai stato nulla.
* Si racconta in giro che ancora pochi giorni fa Astolfo e Agilulfo si giurassero eterno amore
* Astolfo mi ha chiesto di diventare il suo ragazzo
* E' evidente che Agilulfo è molto arrabbiato con Astolfo
* Ho scoperto che amo Astolfo molto più di Agilulfo
* Si dice che Agilulfo parli malissimo di me in giro
* Sono convinto che Agilulfo troverà presto il ragazzo giusto per lui
* E' noto a tutti che Agilulfo è un ragazzo molto permaloso e suscettibile
* Sono sicuro che io e Astolfo ci ameremo per tutta la vita
La classe mi diede gran soddisfazione: non solo analizzò con molta cura i periodi, familiarizzandosi un po' con soggettive e oggettive, ma fece grandi meraviglie davanti agli sviluppi della storia e addirittura ci fu chi mi chiese se era una storia vera, nomi a parte. Risposi di sì, nel senso che doveva essere successa decine di migliaia di volte, nomi a parte.
Mi chiesero anche (ma questo me lo chiedono tutte le classi) dove trovavo i nomi. Glielo spiegai; di Astolfo qualcuno si ricordava, di Agilulfo no. Spiegai anche che avevo imparato a fare le frasi con nomi piuttosto desueti per evitare che qualcuno si sentisse chiamato in causa, o cominciasse a fare commenti su amici o conoscenti.
Qualche giorno dopo, su un libro che parlava di omosessualità nelle scuole, lessi il suggerimento per gli insegnanti di presentare, attraverso letture, situazioni in cui l'omosessualità viene presentata come una cosa normale che fa parte della vita quotidiana. Trovare delle letture adatte per le medie non è facilissimo, o almeno non mi è ancora venuto in mente niente, però mi congratulai con me stessa per aver trovato comunque un modo didatticamente utile.
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domenica 1 luglio 2012
Proteo, ovvero l'Esame di Terza Media (coming out)
Un coordinatore si ingegna per far uscire dall'esame con un voto congruo un suo alunno
Poi arrivò la Maristella, che con pochi e abili interventi trasformò cotali esami in una palude infida costellata di insidie, sabbie mobili e mostri acquatici e ogni scuola si arrangia a modo suo, avendo come unica stella direttrice il buonsenso del Dirigente Scolastico di turno - che non sempre, ahimé, ne è provvisto in dose sovrabbondante.
Non contento di questo, il MIUR ogni anno ci mette del suo a fine Maggio con una qualche circolare riepilogativa sull'esame che avrebbe, dice, lo scopo di chiarirci le idee e sgombrare le nostre menti dal dubbio, ma in pratica finisce di confondere il malcapitato che ha l'infelice idea di leggersela.
Ogni scuola, dunque, si arrangia come può per intuire la giusta via, e del pari ogni scuola e ogni commissione si arrangiano come possono perché alla fine ne risultino dei voti adeguati per i vari alunni. Ed è un gran patire dall'inizio alla fine.
Prima di tutto c'è il voto di ammissione che, dice la circolare del 31 Maggio 2012, andrebbe calcolato tenendo conto del "percorso scolastico complessivo" del triennio. E infatti qualche scuola fa la media dei voti anno per anno, altre invece considerano solo i voti dell'ultimo anno (o meglio, per dirla tutta, quelli del secondo quadrimestre).
Gli alunni, per essere ammessi, devono avere almeno sei in tutte le discipline, ma alcuni di questi sei sono "voti di Consiglio", cioè vengono portati a sei per permettere alla creatura di fare l'esame. Per calcolare il voto di ammissione in alcune scuole si fa la media dei voti alzati, in altre la media dei voti così come erano prima di alzarli.
A volte nei verbali viene scritto quali voti sono stati alzati, a volte no. Spesso la decisione viene lasciata al verbalizzatore, ma a volte il Dirigente dà disposizioni dettagliate. Spesso i voti che sono stati alzati vengono segnalati sulla scheda e viene redatta una nota apposita per le famiglie; spesso, ma non sempre.
A volte il voto di condotta fa media, a volte no - perché la legge specifica che la condotta fa media per l'ammissione alla maturità ma non si degna di specificare cosa va fatto per l'esame di terza media, pardon, del primo ciclo.
Il voto di ammissione concorre a formare il voto dell'esame (per un settimo o per un terzo, a seconda dell'interpretazione data alla legge); perciò in certe scuole è uso alzare il più possibile i voti delle ammissioni per "non avere sorprese" - il che a volte finisce per alzare anche il voto di esame al di là delle previsioni (detto per inciso, in questi casi a volte si cerca di rimediare abbassando il voto del colloquio orale, ma è un sistema che si presta a diversi inconvenienti).
Certe scuole cercano di tarare le griglie della correzione degli scritti molto in alto, sempre per "non avere sorprese" - e a volte, per non avere sorprese di un tipo, ne hanno di tipo diverso e ci si ritrova a passare con il sette alunni assai miracolati che si disperava financo di riuscire ad ammettere all'esame.
In quasi tutte le scuole usa scrivere i voti degli scritti a lapis per poi poterli aggiustare - perché c'è l'incognita della prova Invalsi, il cui voto NON è aggiustabile, e quindi se l'Invalsi presenta qualche problema gli va aggiustato intorno tutto il resto.
Qualche scuola arriva al punto di scrivere il voto a penna soltanto al momento degli scrutini. Peccato che, in teoria, i voti degli scritti andrebbero comunicati alla prova orale. In questi casi la disposizione del Dirigente di turno è "dite i voti all'incirca, senza scendere nei dettagli" (così al primo ricorso vi spazzano via come foglie al vento).
Qualche scuola è convinta che, per legge, una volta ammessi gli alunni non possano bocciare "visto che gli abbiamo dato la sufficienza in tutto", ed è vero che giunte a questo punto tutte le circolari riepilogative degli ultimi anni assumono un tono vagamente minaccioso. La maggior parte delle scuole, comunque, una volta ammesso qualcuno cerca di farlo uscire dall'esame vivo nonché licenziato.
In buona parte delle scuole il voto del colloquio orale viene aggiustato, anche molto pesantemente, per permettere di arrivare al voto voluto dalla Commissione.
Per il calcolo del voto finale, la maggior parte delle scuole si affida con fiducia alla calcolatrice.
Quasi tutti gli insegnanti, dopo aver pasticciato e calcolato e aggiustato per giorni e giorni, alla fine degli esami hanno un po' di nausea - e non tutti sono incinti.
Nel complesso, la legge continua a permetterci di dare il voto che vogliamo, esattamente come prima; ma mentre prima dell'avvento della Maristella quel voto era ricavato alla luce del sole mediante una serie di procedimenti piuttosto trasparenti, adesso è il risultato di complessi aggiustamenti numerici da fare spesso sottobanco.
La mia delicata coscienza, devo dire, ne soffre molto. Vorrei tornare a lavorare alla luce del sole. Non mi sento la stoffa del congiurato - e comunque, se di mestiere avessi voluto fare il congiurato o il regolo calcolatore, non mi sarei presa una laurea in Lettere. Avrei seguito altre strade.
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sabato 30 giugno 2012
Quando Essi Ci Guardano - Oyster
Oyster è un ragazzo alto e sottile, piuttosto carino, con due grandi grandi grandi occhioni scuri, un sorriso garbatamente enigmatico e la voce bassa e vellutata.
Non urla mai, raramente ride, spesso sorride. Chiacchiera con moderazione durante le lezioni. Segue sempre. Studia sempre, anche. Si rivolge ai professori con garbo e proprietà. E' molto bravo. E' sempre stato molto bravo, con tutti gli insegnanti. Scrive in un italiano adulto. Fa sempre i compiti a casa ed è molto raro che li tira via. Capisce sempre la spiegazione, anche quando Cristaccecami urla per tutto il tempo. Sa tutto il programma. Ricorda anche il programma degli anni passati. Ha un cervello di pregio e non ha remore ad usarlo. Fa domande interessanti. E' sempre stato correttissimo e amichevole con tutti i compagni.
Insomma, quasi un allievo ideale - dico "quasi" perché, a modo suo, è leggermente frustrante: non sembra che abbia molto da imparare da te, però non te lo fa pesare. Di sicuro è un allievo riposante.
Sua madre si lamenta che studia pochissimo, e questo non le va bene: la signora sostiene che voti alti come i suoi andrebbero guadagnati con sacrificio, ma lui sacrifici non ne fa.
"Eccheccazzo vuoi dalla vita, si può sapere?" si domanda l'insegnante di turno, perplesso "Se prendere nove gli vien facile, buon per lui!". Ma poi trova un giro di parole per rallegrarsi con la signora che il ragazzo abbia un metodo di studio tanto efficace e la lascia dire: la madre di Oyster è un po' un impiastro, lo sappiamo tutti.
La madre di Oyster probabilmente soffre di avere un figlio così impenetrabile, che a casa non si lamenta mai e non racconta mai nulla. Non è un problema insolito, con un adolescente, ma non è che possiamo farci molto. Soprattutto non vogliamo farci molto. E' vero, il ragazzo è imperscrutabile e non si mette facilmente in piazza. Ma forse non è esatto definirlo "imperscrutabile": più che altro è una persona che tende a non far pesare i suoi stati d'animo sugli altri. D'accordo, a quattordici anni è raro (in effetti, è raro a tutte le età) ma più che un difetto mi sembra un pregio, e di quelli rari.
Dietro ai suoi grandi, grandi, grandi occhi scuri Oyster ci guarda e ci giudica, e probabilmente il giudizio non è dei più positivi, ma nessuno ha elementi oggettivi per lamentarsi di una sua mancanza di rispetto nei nostri confronti. Quanto a me, Oyster mi piace moltissimo e se mi guarda dall'alto in basso, bene, saranno affari suoi (in realtà io ho una simpatia istintiva per gli alunni che mi guardano dall'alto in basso: trovo che il senso critico sia sempre una bella dote, a dodici anni come a cento). Ho sempre sospettato di stargli simpatica, ed è un sospetto che ho avuto cura di non approfondire perché, appunto, neanch'io so cosa pensa davvero dietro a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e vellutati.
Qualcuno, davanti a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e imperscrutabili che guardano senza commentare si sente a disagio. Ci sono, e ci sono stati, dei piccoli tentativi di biasimare la cosa, in Consiglio. Quando abbiamo discusso se dargli dieci in condotta Sostegno C ha detto che era "subdolo". Richiesta di chiarimenti ha spiegato che, secondo lei, era disciplinato ma non per moto spontaneo dell'anima - in pratica, il comportamento era impeccabile ma non si sapeva bene quel che pensava. Ho tirato fuori la mia consueta citazione biblica (è il Signore che scruta i cuori e le reni, a noi non è dato di fare altrettanto) e il dieci in condotta è passato.
All'esame, come tutti, ha fatto il tema sui ricordi del triennio scolastico, e tra l'altro ha parlato della Cleptomane scrivendo, una volta tanto con chiarezza ineludibile, cosa ne pensava e chiamando le cose col loro nome. Ha raccontato che era "una cleptomane menefreghista", che non faceva mai lezione ma si limitava ad assegnare le pagine da studiare senza spiegarle, che rubava un po' di tutto, tanto che alla fine dell'anno non c'era nessuno in classe cui non mancasse qualcosa, e che durante gli intervalli con lei qualcuno doveva rimanere sempre in classe a sorvegliarla. Ha anche riferito una scena spassosa in cui, in una delle rare occasioni in cui si era attentata a fare una lezione di Civica, aveva spiegato che rubare era un reato. La classe era scoppiata in una risata irrefrenabile e lei era diventata tutta rossa e poi era uscita dall'aula (e vabbeh, ma allora te le cerchi col lanternino. Trova un altro reato, accidenti a te, ce ne son tanti...).
Se da una parte mi sono sganasciata dal ridere leggendo il tema, ne ho fatta una fotocopia di straforo e ne ho letti ampi stralci ai colleghi che avevano combattuto a suo tempo con la Cleptomane ed erano in grado di apprezzarlo (qualcuno sosteneva che, solo per quel tema, avremmo dovuto trovare il modo di dargli undici. Ce la siamo cavata con un più modesto dieci, peraltro doveroso considerando la sua media e tutto il resto), dall'altra sono pur consapevole che quel tema è solo la punta dell'iceberg. Sapevamo che i ragazzi sapevano, ma non ci era mai apparso in sì luminosa evidenza fino a che punto fosse chiara la consapevolezza; o, per meglio dire, avevamo sempre fatto in modo di non appurarlo. In pratica: siamo stati menefreghisti anche noi, pur se non cleptomani, e non abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo - cosa di cui i ragazzi si sono accorti benissimo e che non hanno apprezzato. E mi metto anch'io nel mucchio, anche se in quegli anni non c'ero, perché so che se ci fossi stata avrei fatto come i colleghi.
ESSI ci guardano, ci giudicano, ci valutano.
E di solito ne hanno ben donde.
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mercoledì 27 giugno 2012
Esami in cantina ed esami in caldaia
No, noi della Commissione non eravamo nel boschetto circostante, noi eravamo nella caldaia
(e, in parte, dentro la nuvola)
(e, in parte, dentro la nuvola)
Cristaccecami, da me annunciato alla Preside da Esami come un turbine devastatore che rischiava di mettere in pericolo la stessa esistenza fisica della scuola (sulla base del criterio "meglio prevenire che curare") mostra tratti di una bontà angelica. Raramente si sono visti gatti di marmo così tranquilli e concentrati sui loro compiti. Non solo non dice un solo "Cazzo!" durante i cinque scritti, ma non dice praticamente una parola se non a bassissima voce e agli insegnanti di sostegno. Gli scritti vengono regolarmente eseguiti, e non ridotti a coriandoli, e nel loro genere sono anche fatti molto bene. I Tre Sostegni, che hanno passato l'anno a rincorrerlo per i corridoi, digrignano i denti e si lamentano di essere stati presi in giro. Io non mi lamento di nulla, mi basta uscirne viva.
Il giorno dell'Invalsi, contrariamente al mio uso, sono a scuola. Non per mia volontà o per soverchia premura di insegnante affettuosa, bensì perché la Preside Da Esami si è messa in testa, rivoltando come un calzino la circolare del 31 Maggio, che i pacchi delle Prove Invalsi vadano portati dalla sede centrale a St. Mary Mead dai coordinatori, ovvero presidenti delle sottocommissioni, e da loro stessi medesimi aperti in in presenza dei ragazzi.
Intendiamoci, la circolare offre anche questa possibilità di interpretazione, ma può anche essere interpretata in altri modi, e anzi sarebbe opportuno che lo fosse, visto che - guarda caso - alle medie, nel 95% dei casi, il coordinatore è l'insegnante di Italiano o di Matematica, (ovvero delle due materie ritenute degne dell'onore di una Prova Invalsi) cioè proprio le due persone che che l'Istituto Invalsi e il Ministero ci hanno sempre esortato a tenere lontano dalle aule il giorno della prova. Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di constatare, il sogno proibito della Preside d'Esame è quello di farci percorrere il massimo numero di volte possibile la strada tra St. Mary Mead e la sede centrale, e dunque giustamente ha scelto di interpretare l'allegato della circolare nel modo più consono a questo nobile scopo.
Strano ma vero, in un pallido sprazzo di buonsenso, verso le una del giorno precedente alla Prova, quando sia la sede centrale che quella di St. Mary Mead stanno per chiudere, ci manda a dire che basta che venga a ritirare i pacchi uno solo dei coordinatori. Vivaddio.
Alle otto e mezzo del mattino seguente siamo tutti a St.Mary Mead in paziente attesa del coordinator-corriere. Arrivati i pacchi li apriamo, chiamando due ragazzi a testimoni, firmiamo il verbale dell'avvenuta consegna e a quel punto restiamo in Sala Docenti a cazzeggiare sul più e sul meno, finendo per fare una volta ancora l'una, pur assicurando gli altri ogni dieci minuti che "Via, adesso vado". Sai com'è, fai questo, sistema quell'altro, riordina quest'altro ancora, spettegola su questo, rivanga quest'altro...
All'uscita trovo Oyster con un paio di amici. "Com'erano le Prove Invalsi?" chiedo salottiera.
"Quella di Matematica era difficile" risponde.
Mi perplimo assai: Oyster non è tipo da smontarsi facilmente "Ehm... cioè, non era facile?" provo a mediare.
"Era difficile" ribadisce Oyster con fermezza "Italiano no, ma Matematica sì". Intorno a lui gli amici annuiscono convinti - e non son certo ragazzi che navigavano perigliosamente sul filo della sufficienza.
Torno a casa un po' inquieta.
Il giorno della torrida correzione degli scritti (nel frattempo è arrivato un caldo ignobile, come da copione) risulta che la Prova Invalsi di Matematica è stata un disastro di dimensioni epiche, dove pregiati alunni ammessi con nove han raccattato un cinque l'appunto. Per fortuna le griglie di correzione degli altri scritti sono tarate in modo tale che la sufficienza è garantita, purché l'alunno abbia compitato in modo corretto il suo nome e cognome e indicato correttamente il colore del cavallo bianco di Napoleone, quindi non dovrebbero esserci troppi problemi. Per ancora maggior fortuna nessuno di classe mia ha sbarellato particolarmente: il voto più basso all'Invalsi è cinque e il nostro Golden Trio, che comprende Oyster, la Rumena Rampante e la Prima della Classe ha comunque raccattato un onorevole otto.
Tutta la classe, come un sol scolaro, ha scelto il solito tema sul triennio - di cui, detto per inciso, dopo due anni a fila che ne correggo a decine comincio ad essere stufa. Kumagoro ha come sempre saltato buona parte degli accenti ma si è degnato per una volta di scodellarmi ben tre colonne di senso compiuto e con l'aiuto della griglia arriva al sette. Anche il DSA ha fatto una certa falcidia con gli accenti, ma per una volta ha tenuto abbastanza d'occhio la sintassi e anche per lui arriva il sette. In effetti il voto più basso è sette, ma non mi lamento perché ad alcuni era stato comunque preventivato di mettere sette perché si sospettava che in altri scritti ci sarebbe stato un mezzo disastro.
Invece il disastro non c'è, da nessuna parte: non abbiamo nessun quattro, ma in compenso c'è un prezioso gruppetto di sufficienze non preventivate, e non tutte sono merito della griglia; confortante, nel complesso. Inoltre, per mia grande gratificazione, tutti i temi sono scritti con una sintassi largamente accettabile: a quanto sembra tutte quelle ore passate a completare frasi con trapassato remoto e imperfetto congiuntivo hanno sortito benefici effetti e nessuno si è infilato in frasi da cui non riusciva poi a uscire - cosa che all'inizio dell'anno facevano con regolarità esasperante, a volte perfino Oyster.
Viene poi il primo giorno degli orali. La scuola di St. Mary Mead è un forno, e tuttavia in una specie di sottoscala dall'orribile acustica rimbombante c'è una piccola isola di fresco. Non ci sono porte da chiudere per parlare in privato, non ci sono sedie per far accomodare eventuali ospiti e se qualcuno vuole ascoltare tutto quel che dicono gli insegnanti non ha che da accorstarsi alla prima rampa di scale che fa angolo, dove nessuno di noi ha la benché minima possibilità di vederlo. D'altra parte i morti per soffocamento o autocombustione non fanno alcun esame, né in veste professorale né in quella studentesca, e dunque amen.
Il taglio del nastro avviene con Cristaccecami, che per l'occasione è andato completamente nel pallone e non sembra capace di ricordare più nemmeno il suo nome. L'esame viene dunque fatto dal Sostegno A, che si fa delle domande e provvede a darsi delle risposte, fin quando Matematica non prende in mano la situazione. Forse perché Matematica non è persona ansiogena, forse perché il cambiamento prende di sorpresa Cristaccecami, il ragazzo comincia a rispondere e financo a sviluppare frasi e concetti autonomi. Il colloquio si conclude con metaforici tarallucci e vino e gran sollievo di tutti noi.
Abbiamo poi un dignitosissimo esame del Certificato, emozionato ma presente a sé stesso. Infine arriva il DA, che ha preparato un percorso su slide.
"Le guardiamo qui sul portatile" suggerisce Fisica "Nell'aula della LIM fa troppo caldo".
"Pazienza, un po' di caldo non ha mai ucciso nessuno" sorrido perfidamente io, che di esami in slide su portatile ne ho visti più che a sufficienza l'anno scorso. Matematica, che possiede un mirabile stoicismo, mi appoggia senza esitazione. Gli altri colleghi mi odiano intensamente, ma così è la vita.
Ed eccoci tutti in vaporiera, come tanti nikuman. Il DA soffre particolarmente il caldo ma in certi casi l'emozione aiuta, e insomma tiene duro quanto basta per farci un colloquio articolato e ben organizzato. Per fortuna, oggi è l'unico che ci gratifica di un percorso interattivo, e così possiamo strisciare di nuovo in cantina verso un'illusoria parvenza di fresco.
Il resto del pomeriggio scorre tranquillo, con l'unica eccezione di Kumagoro che ci racconta di quando Hitler salse al potere (ma poi, non so bene come, prende sette e sette gli verrà come voto di uscita. Beh, si sa che in Commissione d'Esame ognuno vota secondo il suo criterio).
Qualche giorno dopo, di mattina, secondo e ultimo round. Stavolta i percorsi multimediali sono quattro. Le temperature si sarebbero abbassate, ma ahimé la nostra classe, quella con la LIM, è baciata dal sole sin dai primi tenui raggi (che in questi giorni non sono tenui un bel niente). Per giunta stamani abbiamo la sfilata delle stelle, ovvero gli aspiranti al nove e al dieci, e i percorsi non si caratterizzeranno per soverchia brevità.
La tragedia incombe sin dall'inizio, quando la Rumena Rampante scopre che i collegamenti multimediali non funzionano - e sarebbe interessante capire come mai, visto che la sera prima ha fatto una prova con Matematica su quella stessa LIM e con quello stesso file, e tutto funzionava. La ragazza - una cara ragazza, simpatica, concreta, posata, con un bel senso dell'umorismo - è soggetta una o due volte l'anno a travolgenti crisi di panico, e a quel che sembra la seconda volta di quest'anno sarà ORA. Avendo visto in diretta la prima, sono assai vicino al panico a mia volta.
Non ho alcun ricordo di cosa io e Matematica e poi Inglese e Fisica e Sostegno C abbiamo fatto e detto ma in qualche modo riusciamo a troncare la crisi sul nascere e, con voce punteggiata dai singhiozzi, l'esposizione parte. Un po' di pazienza per i primi due-tre minuti, poi va tutto bene, anche senza collegamenti multimediali, e il percorso viene esposto con tutti i fiocchi e i controfiocchi del caso.
Una pausa rinfrescante in cantina, dove tra l'altro assistiamo in diretta all'eruzione di un vulcano di cartapesta e a un sistema solare in piena rotazione grazie a un ingegnoso sistema di cavetti e circuiti, e due ore dopo eccoci di nuovo in vaporiera per assistere al fluviale e loquacissimo percorso della Prima della Classe incentrato sul Castello Errante di Howl. Per fortuna la candidata è dotata di una loquela inarrestabile e quindi non è necessario che interveniamo - anzi forse è meglio se non interveniamo, perché lei è fermamente decisa a esporci ogni singolo dettaglio del suo ricco percorso e trasformare il tutto in un'allegra chiacchierata su Miyazaki e dintorni probabilmente l'avrebbe un po' seccata.
Quando è il turno per il gran finale di Oyster il sole ha finalmente girato e la temperatura della caldaia comincia lentamente ad abbassarsi - non dico sia a livelli umani, ma con molta forza d'animo si può almeno provare a resistere.
Oyster non va soggetto a crisi di panico e in realtà nelle interrogazioni è sempre tranquillo e a suo agio - caratteristica decisamente insolita, ma del resto è un ragazzo insolito sotto molti punti di vista. Con garbo ci espone il suo percorso su Lenin, che con garbo sintetizza, quando è necessario, con garbo risponde alle nostre domande. Se non ci fossero 40 gradi all'ombra e un'umidità del 180% sembrerebbe quasi di fare una conversazione normale. Ci congratuliamo anche con lui e coliamo giù in cantina per le ultime scartoffie, con nemmeno due ore di ritardo sulla tabella di marcia.
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venerdì 15 giugno 2012
I miei insegnanti - Il prof. Pesce
Amo spesso raccontare che alla SSIS non ho imparato quasi nulla che mi sia poi servito in cattedra. Il prof. Pesce fa parte di quel quasi, e anzi ne costituisce la parte principale. Lo abbiamo incrociato nell'Area Trasversale - quello strano e soporifero corso composito che ci doveva istruire su diritto scolastico, storia della didattica, pedagogia, psicologia e simili e dove la nostra preoccupazione principale era arrivare il più tardi possibile, andar via il prima possibile e firmare sia in entrata che in uscita.
La sua lezione fu per me molto interessante. Scrivo "la sua lezione" anche se in apparenza ne fece una il primo anno e tre al secondo, ma in realtà ripetendosi parecchio. Con quel che ci disse complessivamente si sarebbe potuto mettere insieme una bella lezione di tre ore, comprensiva di intervalli e quarti d'ora accademici. Ricordo anche che ci diede una bibliografia di quattro suoi articoli che erano in realtà lo stesso testo fatto col copia-e-incolla ma cambiando l'inizio, la fine e qualcosina qua e là. Dal momento che non era uno stupido mi sono sempre chiesta se davvero sperava che non ci accorgessimo che i suoi articoli erano uguali (tanto più che ci aveva anche consegnato le fotocopie) oppure se li aveva segnati tutti per darci la possibilità di rimpolpare la bibliografia e farci fare più scena, o infine se non gliene fregasse niente di niente di quel che eventualmente avremmo pensato. Non escludo che la terza possibilità sia quella giusta.Con lui si parlò di scuola: delle problematiche di gestione di una classe, di come impostare una lezione, cose così. Niente massimi sistemi e Approccio Ideale con l'Insegnamento, niente metafisica - solo un po' di banale scuola, ovvero il nostro futuro lavoro.
Ci spiegò il concetto di Zona di Apprendimento Prossimale, di cui a nessuno era venuto in mente di parlarci (anche perché contrastava pesantemente con la Didattica a Moduli che la SSIS di Firenze teneva in gran conto): in pratica, una lezione non doveva essere troppo facile, sennò i ragazzi si annoiavano a morte, né troppo difficile, sennò si sperdevano e si scoraggiavano. Doveva partire da un breve riepilogo del punto cui eravamo arrivati, proseguire UN PO' oltre, ma non troppo, dare un spizzico di anticipazione su quel che sarebbe arrivato in seguito ed essere infine sottoposta a un certo qual riepilogo per controllare cosa era arrivato agli alunni e in che misura. Doveva far riferimento a cose che i ragazzi in parte già sapevano e fargli attivare il cervello costruendo collegamenti possibile verso quel che ancora non sapevano. Inoltre la lezione doveva tenere conto dei tempi di attenzione fisiologici degli esseri umani e avere le sue zone di pausa - diciamo di "respiro"; gli stimoli andavano scelti con cura per non disperdere l'attenzione in rivoli inconcludenti, i punti-chiave andavano ripetuti ed evidenziati in vari modi.
Più o meno istintivamente anch'io (come gran parte degli insegnanti) avevo sempre puntato in quella direzione, ma a tastoni. Dopo la sua spiegazione teorica ho imparato a calibrare molto meglio i tempi e a diffidare assai di quando il suono della mia bella voce, musicale e ben impostata, si sente troppo a lungo (un segnale preoccupante, per esempio, è quando smettono di interromperti per fare domande).
Altra cosa su cui insistette era il fatto che i ragazzi apprezzavano molto gli insegnanti che riuscivano ad organizzare la programmazione "in grandi arcate", così come apprezzavano quegli insegnanti che sapevano tenere il loro posto e farli stare al loro: "ricordatevi che vogliono il professore, non un amico. Gli va benissimo che siate un professore". E anche questo contrastava vivamente con quel che ci veniva detto da tutti gli altri insegnanti, che invero sembravano avere le idee un po' confuse in merito; in realtà non c'è motivo per cui un insegnante non possa essere una figura anche molto amichevole, di quelli che appena entra alla classe gli si allarga il cuore, di quelli cui ti rivolgi nei momenti di sconforto se hai un problema che con la scuola non c'entra nulla - ma deve essere comunque un insegnante, non solo un buon confidente o un allegro compagno di merende; anzi, il fatto di essere un insegnante lo rende per ciò stesso piò credibile come confidente o compagno di merende. Ma sto divagando paurosamente.
Insomma, il prof. Pesce, unico di quello strampalato team, sembrava consapevole del fatto che entravamo nelle scuole in primo luogo per insegnare, e a quello andavano finalizzati i nostri sforzi, e che era opportuno che lo facessimo con criterio. Il mondo che ci descriveva era un mondo concreto, terra terra. Passare durante gli intervalli davanti ai bagni riduceva gli episodi di bullismo, per esempio ("Che accidente c'entrano i bagni?" mi domandai mentre spiegava. Poi ho cominciato a passarci davanti, ai bagni degli alunni, durante l'intervallo, e da allora ho imparato molte cose). Non spiegare per più di venti minuti filati. Usare un certo numero di parole nuove per ampliare il lessico degli alunni, in modo graduale.
Ripeto, tutte cose terra terra. Ma utili.
Qualcuna la sapevamo già, qualcuna chi già insegnava l'aveva intuita, a tastoni. Molte erano scritte, in un italiano orrendo e indigeribile, nella copiosa e illeggibile bibliografia che ci avevano assegnato all'inizio dell'anno (e che nessuno guardò prima di mettersi a scrivere le tesine, salvo lo stretto indispensabile per spilluzzicare qualche frase da inserire a mo' di citazione). Ma a nessuno degli altri insegnanti era venuto in mente di farci una sana, banale e metodica lezione di base, comprensibile, ben organizzata e ben costruita sull'arte di fare lezione in classe.
Forse, nessuno di loro la sapeva fare?
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sabato 9 giugno 2012
Didattica del gelato (ultimo giorno di scuola)
Pare, sembra, dice, assicurano, che uno degli ultimi giorni di scuola, lavorando sui soliti e tormentosi tempi verbali da usare correttamente nelle subordinate, io abbia detto "e se riuscite a fare questo esercizio andiamo tutti a mangiare il gelato". Giuro di non ricordare niente del genere, ma la Rumena Rampante garantisce di sì. E ad un certo punto ha detto "L'esercizio l'abbiamo fatto bene. Allora, ci porta fuori a mangiare il gelato?".
La Rumena Rampante è la mia Supercocca di quest'anno, e rifiutarle alcunché mi sembra sempre contro natura. Così farfuglio qualcosa, un po' confusa. La classe mi guarda interessata: l'idea del gelato appare assai gustosa a tutti. Rifarfuglio qualcosa sul fatto che serviva l'autorizzazione dei genitori, per uscire dalla scuola. Come un sol alunno, tutti tirano fuori i diari.
Fu così che dettai una richiesta di autorizzazione alle famiglie per una lezione esterna di "didattica del gelato" (usai proprio questa precisa espressione). Ovviamente, il giorno dopo TUTTI avevano l'avviso firmato, Cristaccecami compreso. Matematica mi raggiunse implorando di poter partecipare anche lei all'evento didattico e con buona grazia le accordai la concessione di farsi due ore di orario extra e pure aggratisse, così mi garantivo anche il secondo accompagnatore senza colpo ferire. Informai la Vicepreside che borbottò qualcosa del tipo "bene, una terza in meno, faranno meno gavettoni". Subito dopo arrivò l'insegnante di una seconda chiedendo se l'ultimo giorno potevo lasciargli l'aula e la LIM per far vedere un filmato alla sua classe. Insomma, mai si vide un gelato accolto da sì gran plauso universale. Pensare che nemmeno mi ricordavo di averlo promesso.
Alla terza ora dell'ultimo giorno di scuola riunii la classe, compreso Cristaccecami che a quell'ora era pure scoperto, e insieme percorremmo i duecento metri che ci separavano dalla pasticceria del paese. Mangiammo il gelato nella piazzetta, passammo da casa di Oyster per prendere un paio di palloni e finimmo verso il parco del paese, un posticino simpatico e tranquillo dove, secondo le migliori tradizioni, i maschi si misero a giocare a pallone (incluso Cristaccecami che quel giorno sembrava un agnellino travestito da orsacchiotto di pelouche) e le femmine si radunarono intorno a un tavolo di legno con panche per pettinarsi, chiacchierare e ascoltare musica con gli Ipod. Sempre secondo le migliori tradizioni Matematica, più dinamica e sportiva di me, giocava con i maschi mentre io chiacchieravo blandamente con le femmine su vacanze, Justin Bieber, musica, campi scout, tagli di capelli e altre profonde tematiche. Non una parola fu spesa per esami o voti. Relax allo stato puro.
Dopo un'altra ora di idillio raccattammo felpe, borsine e borsette e palloni (oltre che qualche forcina) e, accompagnati da un Cristaccecami che in quelle due ore non aveva detto nemmeno un piccolo, singolo e isolato "vaffanculo", siamo tornati a scuola dove tutti sapevamo (ma noi insegnanti facevamo accortamente finta di non sapere, non avendocelo detto nessuno che dovevamo saperlo per forza) che ognuno di loro aveva due o tre bottiglioni d'acqua nello zaino per i gavettoni di fine mattinata, vanificando così le speranze della Vicepreside.
A scuola abbiamo trovato, nell'ordine:
- l'Educatore che entrava in servizio alla quarta ora su Cristaccecami, comprensibilmente scocciata perché nessuno le aveva detto dove eravamo né le aveva dato il cellulare cui contattarci (avevamo lasciato detto l'una e l'altra cosa ai custodi, che per l'occasione hanno avuto una delle loro pochissime defaillance)
- il modellino di buco nero, amorevolmente preparato da uno dei ragazzi per l'esame, distrutto dalla classe ospite, riunita in cerchio intorno a due furibonde insegnanti che volevano sapere il chi e il come e il quando e il perché e strozzarli tutti uno per uno con le loro proprie medesime budella perché andare nelle classi degli altri a rompergli la roba proprio non era cosa.
Vabbe', comunque è stata lo stesso una bella esperienza rilassante, ha sostituito la Cena di Fine Anno (che nessuno della classe ha mostrato la minima tendenza a organizzare, nonostante le garbate esortazioni di Matematica) e alla fine la Vicepreside ha effettivamente ottenuto una classe di gavettoni in meno, perché la Seconda Ospite, avendo rifiutato ostinatamente di dire il colpevole, si è vista aprire gli zaini e sequestrare le bottiglie d'acqua ad una a una.
E l'anno scolastico è finito.
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lunedì 4 giugno 2012
Di come sia (quasi) impossibile licenziare un insegnante
Oltre a essere un bellissimo volatile, la Gazza Ladra è anche una celebre opera di Rossini. A volte, inoltre, si presta ad essere usata come elegante metafora.
A suo tempo ho raccontato della Cleptomane. Quando lasciai St. Mary Mead lei rimase. Un sacco di altre cose invece non rimasero affatto, come ad esempio la bandiera della pace tessuta a mano da una classe nel corso di alcune lezioni di Artistica, oppure quei pupazzetti di pelouche con cui molte fanciulline amano adornare il loro zaino - che a volte, diciamoci la verità, proprio bellissimi non sono, ma insomma se se li comprano e li appendono vuol dire che gli piacciono, e allora è anche giusto che, come se li son portati a scuola, così se li riportino pari pari a casa. Un paio di orecchini d'argento. Un golfino. Un ombrello in Sala Docenti. Un CD che era stato portato a scuola per Musica. E via e via.
I genitori si lamentavano, naturalmente. Erano svariati anni che i genitori si lamentavano. Il Vecchio Preside (sembra) aveva chiesto un'ispezione, e tutti erano andati in paranoia perché avevano paura che i loro registri non fossero ben compilati - li trovai una mattina che si affannavano intorno al tavolo della Sala Docenti preoccupatissimi, loro. Si racconta che poi la richiesta dell'ispezione fosse stata annullata perché tutti erano troppo preoccupati di quel che l'ispezione avrebbe trovato da ridire su di loro - il che mi perplimette assai, perché non mi sembrava che né i loro registri né i loro modi né tanto meno il loro lavoro dessero appigli di sorta per eventuali censure ispettorali; ma insomma l'ispettore non arrivò mai.
Il Vecchio Preside risolse infine il problema concentrando sulla Cleptomane il maggior numero di ore a disposizione possibili, un paio di laboratori di Cineforum e una manciata di ore di storie e geografia in una delle prime, con patto esplicito con i genitori che l'anno seguente avrebbero avuto un'altra insegnante.
Era un rimedio molto relativo, perché laddove il mio Cineforum constava, molto banalmente, di un gruppo di ragazzi che due ore a settimana stava a guardare dei film e poi ci chiaccherava su con me compilando infine una scheda, i suoi consistevano in un gruppo di ragazzi che vagavano per la scuola allo stato brado e all'occorrenza guardavano con minima attenzione un po' di cassette portate da loro (e se non lo portavano loro, il film non c'era); quando aveva le ore a disposizione e non sapeva di dover sostituire qualcuno spesso e volentieri non veniva e, in caso di sostituzione improvvisa, c'era quindi da trovare un ulteriore sostituto; inoltre, girando di classe in classe, aveva un campo di azione molto più vasto. Infine, mancava molto spesso di Sabato. Di storia e geografia nelle sue ore si parlava ben poco. Come mai fosse stato stabilito che in prima faceva meno danni non lo so, ma era un modo come un altro per aggirare la questione.
Venne il Nuovo Preside, e insieme a lui venne, dal Ministero, l'obbligo di tenere gli insegnanti in cattedra per diciotto ore a settimana. Scardinando l'intero orario le vennero affidate gran copia di ore di storia e geografia un po' in tutte le classi. I genitori continuarono a lamentarsi, ma il Nuovo Preside non era tipo da dar peso a questi dettagli secondari: faceva l'accidente che gli pareva, e gli altri si impiccassero pure.
Venne infine il Preside Reggente. Non lo si vedeva quasi mai perché, oltre alla nostra scuola media su quattro plessi era anche il Dirigente in carica di un'altra scuola. Anche lui si vide arrivare la sfilata dei genitori in fase di lamentazione. Li ascoltò con attenzione e meditò, non so quanto a lungo.
Poi, una mattina di Novembre, venne a St. Mary Mead. Entrò nella classe della Cleptomane, si mise seduto in un angolo e disse che voleva ascoltare la lezione. Nient'altro. Beh, a modo suo fu un evento perché a quel punto la Cleptomane dovette fare lezione per due ore filate (e corre voce che per lei fosse un trauma, anche se tenne duro e riuscì a resistere).
E questo chiuse la questione. La mattina dopo la Cleptomane si mise in malattia e, di certificato in certificato, rimase assente fino alla fine dell'anno. Poi chiese il pensionamento. E quest'anno, quando sono tornata a St. Mary Mead, era ormai solo un ricordo citato soprattutto in Sala Professori quando qualcuno lasciava appesa all'attaccapanni una sciarpa particolarmente graziosa o una bella borsina.
La storia è di quelle che lasciano da pensare: perché in fine il Preside Reggente non ha mosso autorità civili o penali, petizioni o raccolte di firme, si è limitato ad esercitare una sua facoltà, cioè di entrare in una classe e assistere a una lezione. Una soluzione molto elegante, se vogliamo, perché contro questo la Cleptomane non aveva appigli per alcun tipo di rivalsa. Il Preside Reggente stava semplicemente facendo il suo lavoro - e se al giorno d'oggi non è uso che un preside assista alle lezioni, e per garbo la quasi totalità dei presidi evita con cura di farlo, altrettanto per garbo è uso che l'insegnante non spenni i suoi alunni - anche quello, in effetti, fa parte delle sue mansioni (anche se non so se è indicato esplicitamente nel Contratto Nazionale della categoria).
La Cleptomane, a tutti gli effetti, non è stata licenziata. Si è allontanata di sua volontà. E d'altra parte sul lato dei furti era inattaccabile, perché contro di lei c'erano centinaia di circostanze indiziarie, ma nemmeno una prova che in un qualsiasi tribunale si sarebbero degnati di usare nemmeno come alternativa alla carta igienica. D'altra parte, siccome l'elemento presentava diversi punti deboli come insegnante, qualcosa da quel lato si poteva almeno tentare. Il Vecchio Preside ha diretto la scuola per sei anni, ma nella classe della Cleptomane non c'è entrato mai. Il Nuovo Preside men che meno.
E allora: magari è vero che licenziare un insegnante gravemente inadempiente ai suoi doveri non è facile; tuttavia, volendo, qualche onorevole tentativo anche i lassisti regolamenti attuali lo consentono.
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