Il mio blog preferito

domenica 9 gennaio 2011

Questo Post E' Dedicato Al Ministro Gelmini


Il ministero Gelmini si sta avviando a compiere il suo terzo anniversario da ministro e ci sono buone probabilità che ne compia almeno un quarto.
Sulla gestione Gelmini dell'Istruzione Non Più Pubblica i giudizi sono controversi: da una parte ci sono lei e il governo che dichiarano con serena consapevolezza di aver svolto un lavoro eccellente, dall'altra svariate entità sovversive montate dalla Propaganda Comunista sostengono che il giudizio complessivo sulla sua gestione non sia invece del tutto positivo.
Volendo tentare un'analisi imparziale, occorre prima di tutto dare atto al ministro che, dopo avere solennemente promesso dei rigorosi tagli all'Istruzione, ebbene, i tagli li ha effettivamente eseguiti. Non solo ha tagliato il personale della scuola (insegnanti e ATA), non solo ha ridotto il numero di insegnanti necessari per una classe (soprattutto alle elementari), non solo ha ridotto il numero di classi e il tempo-scuola degli alunni ma, validamente aiutata dal governo, ha tagliato i finanziamenti in modo equo ma deciso non alle sole scuole ma anche ai comuni che, per quanto riguarda la scuola, si occupano degli edifici e non solo.
E' vero che c'è chi sostiene che, senza Tremonti e il suo staff che le facevano le tabelle, il ministro Gelmini in questione non sarebbe stato capace neanche di tagliare via il cartellino del prezzo da un paio di mutande, e vi sono anche taluni che ritengono che tali tagli siano stati fatti un tantino alla cazzo di cane; ma non c'è dubbio che ogni elettore dovrà convenire che il ministro e il governo tutto hanno pienamente mantenuto le loro promesse in questo campo.

Altre cose sono state mantenute senza essere promesse, talvolta senza nemmeno il vantaggio di avere alleggerito la pressione sull'erario: ad esempio il passaggio dai giudizi ai voti, avvenuto in modo forse un pochino affrettato, e la questione del voto di condotta, introdotto in maniera da alcuni giudicata leggermente confusa. Taluno aggiunge a questa categoria anche il taglio del numero di ore riservate a certe materie cui non è corrisposto un parallelo taglio dei programmi da svolgere, e qualcuno ha anche osservato a tal riguardo che ciò aveva finito col creare forse qualche difficoltà con i nuovi libri di testo, stampati un pochino a tastoni.
C'è perfino chi, nella sua maniacale ricerca del pelo nell'uovo, ha sostenuto che un cambio implicito dei programmi obblighi gli insegnanti a nuove adozioni di libri contraddicendo altre normative in merito all'adozione dei libri emanate dallo stesso Ministero - ma non sembra il caso di addentrarsi in tali questioni di lana caprina.*

Vi è poi un terzo gruppo di promesse, quelle il cui mantenimento non sembra presentarsi con certezza a tempi brevi: tra queste volevo soffermarmi sulle due che a suo tempo hanno fatto più parlare, ovvero il Reclutamento Degli Insegnanti e gli Incentivi Per Gli Insegnanti Meritevoli.
Per quanto riguarda il primo punto, sin dall'inizio il Ministro ha messo all'opera gran copia di cervelli** che hanno portato a termine un Grandioso Progetto di Reclutamento che avrebbe dovuto partire da quest'anno, ma di cui si sono perse le tracce verso Settembre.
Venendo agli incentivi, sempre sin dall'inizio il Ministro spiegò che lo stipendio degli insegnanti era basso e che gli insegnanti erano troppi, proponendosi di ridurre il numero dei suddetti e di incentivare tra i superstiti gli Insegnanti Meritevoli con adeguati aumenti retribuzione.
Come detto più sopra, la parte relativa alla riduzione del numero degli insegnanti è stata portata a termine in modo rapido, ma di incentivi non si è vista traccia anche se sono stati ripetutamente promessi con regolare cadenza.
Infatti, per Incentivare il Merito occorre valutarlo, questo Merito. La questione è stata a lungo discussa fino ad arrivare ad un vago progetto in cui vagamente si accennava che ogni scuola in un campione selezionato per città dovesse stabilire in via sperimentale il Merito Degli Insegnanti in base a criteri non meglio definiti, chiedendo l'opinione di Dirigenti Scolastici, insegnanti, genitori, alunni, personale non docente, eventuali passanti e, all'occorrenza, anche dei gatti che transitavano nei dintorni della scuola.
Tale progetto, corre voce che non abbia incontrato un grandissimo entusiasmo da parte dei vari collegi docenti, tanto che si mormora che tali collegi abbiano risposto al Ministero, in sede di delibera, per lo più con varianti scritte del Gesto dell'Ombrello. E' dunque possibile che anche per quest'anno i Docenti Meritevoli siano costretti a restarsene ignorati nel loro cantuccio, senza peraltro che il Ministero si sia granché occupato della questione - anche perché, corre voce, per incentivare qualcuno occorrono soldi, un'entità, questa. con cui il Ministero dell'Istruzione Non Più Pubblica non ha avuto grande dimestichezza durante la gestione Gelmini.

L'anno solare è appena iniziato, ma l'anno scolastico si avvia ormai verso la mezza età. Tutti noi che lavoriamo nel campo dell'Istruzione Non Più Pubblica sappiamo ormai per esperienza come il Ministro Gelmini sia sempre pronto a sorprenderci con pirotecnici effetti speciali dell'ultimo momento - ed è quindi possibile che il 1 Febbraio arrivino nuove indicazioni per i lavori di chiusura del quadrimestre e financo del trimestre e il 5 Settembre vengano emanate nuove regole per l'assegnazione degli incarichi annuali - ma l'impressione generale è che ormai da tempo, a parte qualche occasionale guizzo di fiamma***, nel Ministero dell'Istruzione Non Più Pubblica si dorma un sonno profondo (che, si spera, non genererà mostri peggiori di quelli nati durante la sua veglia) mentre il Ministro è assai preso da questioni legate alla gestione del suo partito****, in cui pare destinato a ricoprire una posizione di spicco.

*il pelo, in questo caso, sarebbe probabilmente di cachemire - un tipo di lana da qualche tempo particolarmente invisa all'attuale Presidente del Consiglio, non si sa perché
**uno di questi cervelli ha talvolta riferito in merito nel suo blog
***guizzi peraltro non riservati ad avvenimenti secondari come eventuali commemorazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia
****Al momento ancora noto come PDL, ovvero Partito delle Libertà, ma in fase di trasformazione profonda, si dice.

venerdì 7 gennaio 2011

Scripta manent - 2: Sulle tracce dei colleghi


L'ormone, è risaputo, è la tracciona di un piedone - così come gli orrmini sono le traccine dei piedini.

La gita di fine anno: tanto attesa, tanto desiderata e passata in un soffio. Quali ricordi conservi di questo viaggio? Si sono realizzate le aspettative della vigilia? Che cosa hai imparato di te, degli altri, dei luoghi visitati? Come valuti queste esperienze?

Questa è una delle tre tracce che i miei baronetti inglesi di St. Mary Mead si trovarono davanti la mattina dello scritto d'italiano dell'esame di licenza media. Le altre due erano redatte in toni analoghi.
Tale terna, devo aggiungere, non era frutto del delirio estemporaneo di un singolo, ma del lavoro collegiale dell'intero plesso di Crifosso. Tanto per dare un'idea dello stile delle mie tracce, quella che gli avevo dato a suo tempo sulla gita era Aspetti educativi, culturali, sociali e organolettici della recente gita scolastica.
Naturalmente mi era stato chiesto cosa voleva dire "organolettico".
"Organolettico è ciò che viene percepito con i sensi' avevo spiegato "E siccome tutto lo percepiamo con i sensi, sta a significare che potete parlare della gita sotto qualsiasi aspetto". Per i giovinetti di un tranquillo paesino di provincia, avevo scoperto, la gita di più giorni a fine medie era un evento epocale che assumeva toni da rito iniziatico di passaggio, e volevo che si sentissero liberi di affrontare l'argomento come meglio gli pareva.

I baronetti sotto esame non si fecero smontare dalla farraginosa terna. Com'era loro caratteristica, puntarono all'essenziale: tutta quella sbrodolata era un tema sulla gita di fine anno, e dunque chi lo fece parlò della gita di fine anno - esattamente come, nei loro panni, avrei fatto io tre decenni prima.
Nel gruppo dei temi sulla gita, quello di Armageddon riusciva a trasmettere in maniera eccellente l'entusiasmo e il piacere con cui era stato vissuto il loro rito di passaggio collettivo, grazie anche a una scrittura scorrevole ed espressiva. Siccome non di solo pane vive l'insegnante, ma anche di gratificazioni, a correzione finita passai il tema a una delle colleghe di St.Mary Mead che, al contrario di me, aveva organizzato e partecipato alla gita in questione - una ragazza simpatica e gentile, dotata di grande senso pratico, o così l'avevo sempre giudicata nei due anni in cui l'avevo frequentata
"Guarda che racconto carino ha fatto Armageddon della vostra gita".
Lei mi fraintese e pensò che desiderassi un parere sul voto da mettere al tema, oppure che volessi mostrarle un uovo particolarmente pregiato della covata (beh, di sicuro era un buon uovo. Non un capolavoro, magari, ma era un uovo con eccellenti proprietà organolettiche: Armageddon scriveva bene). Così mi restituì il tema dopo averlo letto spiegandomi con delicatezza che a lei non sembrava poi questa gran cosa. Non seguiva la traccia: non spiegava cosa aveva imparato di sé e degli altri, non valutava l'esperienza né descriveva le aspettative della vigilia...

Mi cascarono gli occhi in mano e dovetti fare del mio meglio per rimetterli al loro posto senza farmi troppo notare, rassicurando nel contempo la collega sui motivi che mi avevano spinto a farle leggere il tema.
In seguito rilessi con calma la traccia; ma più la leggevo e più mi sembrava un delirio.
Secondo i Tracciatori la creatura sotto esame avrebbe dovuto
1) descrivere nei dettagli il suo stato d'animo e le sue aspettative* nei confronti del Gran Rito, essendo certo abituato a compiere ogni giorno lunghe opere di autoanalisi (si sa che tutti i tredicenni dedicano almeno un'ora al giorno all'autoanalisi. Del resto lo facevamo anche noi, a tredici anni) e soprattutto a mettere in piazza i suoi più intimi sentimenti con grande nonchalance (ed è ben risaputo che ogni tredicenne ama mettere in piazza i suoi sentimenti, specie se maschio. Anche noi alla loro età non mancavamo mai, ogni mattina, di scriverli su grossi striscioni che avevamo cura di portarci dietro ben dispiegati durante la giornata)
2) concordare che la gita di tre giorni era passata in un soffio (mica detto)
3) stabilire se le aspettative così ben definite e codificate si fossero realizzate (del tutto, in buona parte o nemmeno un po'**)
4) raccontare cosa aveva imparato di sé e degli altri (dopo averlo appieno realizzato grazie al minuzioso procedimento di auto ed eteroanalisi di cui sopra) mettendo in piazza pure quello***
5) infine valutare come questo avvenimento, svoltosi poche settimane prima, avesse inciso sulla sua vita, il suo rapporto con gli altri e la sua weltanschauung****, magari infilandoci, già che c'era, qualche saggia considerazione sulle gioie effimere della vita e la giovinezza che presto sfiorisce.
A ben guardare, comunque, una considerazione finale Armageddon ce l'aveva messa: che quando si aveva l'occasione di stare con gli amici era bene non farsela scappare. Magari non era una riflessione di quelle che sconvolgono la storia del mondo, ma a me sembrava valida - e poi nessuno è obbligato a sfornare sempre e soltanto pensieri profondi, mi sembra.

Per la prima volta nei miei lunghi anni di vita mi trovai a considerare che chi dava quelle belle tracce lunghe e paludate non lo faceva solo per abitudine e per avvisare l'alunno di non allargarsi troppo con le confidenze, ma pretendeva che quegli sproloqui venissero seguiti punto per punto. Il consueto criterio di valutazione di "aderenza alla traccia" (dove tutti con me hanno sempre preso almeno la sufficienza, con l'unica patologica eccezione di Calimero) aveva, per alcuni, la sua importanza.
Il concetto base sarebbe che c'è un determinato tema da svolgere, e chi si avvicina di più a come l'insegnante ha deciso che deve essere svolto vince il voto più alto.
Come principio, è esattamente all'opposto della mia teoria che "il tema è dentro di te. Io non so com'è, devi saperlo tu".

Ora, io non voglio pretendere di avere ragione per forza. So però che non solo oggi, ma anche trent'anni e passa fa, una traccia costruita in modo pesante viene in gran parte ignorata dagli allievi, vuoi che le istruzioni troppo minuziose li annoino, vuoi che - come avveniva senz'altro nel mio caso - riconoscano il tentativo di manipolazione e lo blocchino ignorandolo. Tanto per andare nel caso specifico: dove sta scritto che un alunno debba aspettare con ansia la gita, che abbia particolari aspettative in proposito e che la gita sia passata in un soffio?

* e mettiamo che queste aspettative fossero "trombare con Giovanna"
** "No, non abbiamo davvero trombato, però abbiamo fatto diverse cose che ci somigliavano"
*** "ho imparato che Giovanni è un grandissimo stronzo"
**** "Comunque forse è stato meglio non trombare sul serio, perché nessuno dei due aveva uno straccio di preservativo"

martedì 4 gennaio 2011

Scripta manent - 1: Al cor gentil rempaira sempre 'l drago


Essendo una dama giapponese di raffinata cultura, i miei temi erano all'incirca così

Quando andavo a scuola mi piaceva un sacco fare i temi. Non importava che i titoli fossero belli o brutti, ero comunque in grado di venirne a capo con facilità. Le cose da dire si affollavano gioiosamente nella mia giovane testolina e spesso l'unico problema era scegliere quale traccia mi interessava di più fare. Quando mi sembrava di avere sviluppato un'adeguata quantità di argomenti chiudevo il discorso e cominciavo a copiare - anche se "copiare" era un termine piuttosto improprio perché, sin dalle prime frasi, mi veniva in mente un modo diverso di impostare la questione. Così scrivevo un secondo tema, che aveva solo occasionali rapporti col primo e ne era in realtà l'evoluzione. Cercavo di fare economia con le parole: mia madre mi aveva accennato una volta che la lunghezza giusta per un tema secondo lei era tre colonne, e non so perché* a questo principio mi uniformai sempre con attenzione. In realtà spesso sconfinavo nella quarta colonna, ma molto raramente ho chiesto il secondo foglio. Insomma, evitavo di allungare il brodo.
I risultati sono stati spesso ritenuti eccellenti, e sempre più che accettabili. Mi veniva dato un buon voto e assai raramente c'erano correzioni: non lasciavo periodi in sospeso, non sbagliavo i congiuntivi e la mia ortografia era impeccabile. Mentre scrivevo, soprattutto alle superiori, scambiavo impressioni e idee con i compagni, scorrevo i loro temi e qualche volta, dietro richiesta, li correggevo. Lo scambio di idee non era ostacolato dagli insegnanti (non lo fu nemmeno durante il tema della maturità). Insomma, vivevo il tema come un percorso e un momento di scambio e mi divertivo.
Se mi capitava sott'occhio qualche temario rabbrividivo di sdegno per l'immane quantità di luoghi comuni che conteneva. Mai mi sarei abbassata a usarne uno perché quello che veniva in mente a me era assai più interessante. Quando vedevo nei libri di testo i suggerimenti su "come fare un tema" rabbrividivo ancor di più, perché mi sembravano sbagliati da cima a fondo: non esisteva "un modo di fare il tema", il tema era dentro di te e dovevi tirarlo fuori con un lavoro di scavo.

Insegnando mi accorsi che questo gioioso procedimento introspettivo - su cui nessuno era mai intervenuto perché comunque i miei temi andavano bene così com'erano e cavallo che vince non si cambia - era completamente ignoto al grosso pubblico, docenti compresi. Qualche vago segnale sull'arte di costruire un tema mi era arrivato nel corso degli anni, ma l'avevo sempre preso come una stravaganza di alcuni insegnanti maniacalmente fissati nel dare caterve di regole per fare qualsiasi cosa.
Di fatto, alcuni insegnanti non danno regole, altri ne danno una quantità immane, e ognuno ha le sue. Inoltre c'è una quantità notevole di insegnanti che ha un rapporto non proprio eccellente con la parola scritta - che per un insegnante di italiano, se vogliamo, è un limite.
Il procedimento con cui ci si esprime attraverso la parola scritta è complesso e affascinante, ma molto complicato e sempre individuale. Trasmetterlo è un bel problema - peggiorato dal fatto che, in effetti, non son cose che si possano trasmettere.

Ogni insegnante ha i suoi principi e i suoi obbiettivi (e, naturalmente, ognuno è convinto che i suoi siano quelli giusti). In mezzo ci sono i ragazzi. I discenti, come li chiamano in didattichese. Insomma, loro. E se c'è sempre qualcuno in una classe che riesce a sfornarti un adeguato numero di parole pertinente alla traccia data, qualunque sia, per altri scrivere è un bel problema.

Il mio obbiettivo primario, secondario e terziario è far stabilire a ognuno un rapporto decente con l'espressione scritta. sempre e comunque e a qualsiasi costo. Devono avere un'ortografia corretta e una sintassi accettabile. Non devono avere i conati di vomito all'idea di scrivere qualcosa. Se acquistano una certa scioltezza, col tempo sapranno scrivere testi di tutti i tipi, dalla lista della spesa al promemoria per i colleghi d'ufficio.
Perciò il tema, che gli assegno, sotto sempre variate e mutevoli spoglie, è sempre e soltanto "Sfornami un adeguato numero di parole strutturate in frasi ben costruite su un argomento che ti ispiri". Questo voglio e questo chiedo. Esercitati, giovane creatura implume. Scrivi un po' quello che ti pare ma scrivi. Al resto penserai dopo, quando le frasi non ti sembreranno viscide anguille che vanno per i fatti loro. Al resto penserai alle superiori.

Per fare esercitare la creatura implume, occorre adescarla con qualcosa che gli interessa. Ma cosa interessa alla giovane creatura implume? Ah, saperlo, saperlo. Ognuno di loro ha il suo mondo, la sua weltanschauung e soprattutto molti di loro hanno una quantità immane di barriere interiori che gli impediscono di far fluire la scrittura. Non sono barriere morfologiche e sintattiche: quando hanno a cuore l'argomento anche i semianalfabeti, gli stranieri alle prime armi e i dislessici scrivono - scrivono come possono, ma scrivono. Se scrivono, si può vedere dove sono i problemi e provare ad aiutarli, ma devono scrivere. E devono fidarsi di chi legge. Dare per scontato che il loro mondo, la loro weltaneccetera e la loro complessa interiorità interessino a chi legge. E devono interessarsene loro per primi. Entusiasmarsi all'idea di descrivere la loro vita e i loro pensieri, il loro cane e il loro amico del cuore, i loro sogni e i loro incubi.

Guarda caso, quando capitano sotto le mie affamate grinfie, le creature sono proprio nell'età in cui sono molto confusi a riguardo e per giunta odiano parlarne. Cominciano a sapere di esserci, ma non sanno bene come sono, e anche quando lo sanno cambiano di continuo. E ci sono un'infinità di cose di cui credono di non voler parlare e un'altra infinità di cose di cui vorrebbero parlare ma non osano per un'infinità di motivi spesso sconosciuti a loro stessi medesimi. In breve: praticamente qualsiasi tema legato alla loro concreta esistenza può rivelarsi un campo minato, alla faccia dell'esortazione a farli parlare delle loro esperienze quotidiane e dei loro interessi.
Spesso cercano di risolvere tutto con un racconto dove loro non compaiono. E spesso è un racconto terribilmente confuso. In prima, in particolare, i racconti possono essere una vera tortura per chi legge: personaggi che appaiono e scompaiono senza motivo, che agiscono per motivi incomprensibili a qualsiasi essere in grado di intendere e di volere, storie senza capo né coda, collegamenti logici che non si trovano nemmeno segnalandoli a "Chi l'ha visto", dialoghi improponibili financo alle case di cura per malattie mentali. Sono i segnali di un rapporto assai problematico col mondo esterno ed interno - in pratica, della colossale crisi di crescita che stanno attraversando. Se la vita per loro è incomprensibile e le pretese degli altri nei loro confronti pure, è normale che anche le loro storie non siano proprio il massimo della chiarezza e i loro ragionamenti si perdano in strani imbuti metafisici che fanno scempio di qualsiasi chiave d'accesso dello sventurato lettore, ormai adulto e più o meno saldamente installato in un ruolo e in una weltanschauung (perché anche gli insegnanti, poveracci, ne hanno una; o almeno ci sperano).

Si tratta dunque di aggirare queste tenere creature, e di farsi aggirare da loro, uscendo dalla malefica trappola in cui scrivono quel che piace all'insegnante, o meglio quel che credono piaccia all'insegnante - oppure vorrebbero scrivere quel che piace all'insegnante ma non ci riescono, anche perché, in fondo e pure in cima, di quel che piace all'insegnante gli interessa il giusto - il che è comprensibile e pure rispettabile.

Il primo passo su questa strada lo feci d'istinto nella mia prima supplenza quando, con un lampo di felice ispirazione, in mezzo a due temi piuttosto ordinari infilai la traccia "Racconta, in una pagina di diario, di come hai affrontato un drago". Da notare il verbo "affrontare": non era detto che il drago fosse un nemico, non era detto che chi scriveva fosse riuscito a sconfiggerlo.
In una classe di 23 alunni vennero affrontati diciotto draghi, nei più vari modi, in una serie di temi incredibilmente personali. Ricordo in particolare un drago che partecipava ad un quiz televisivo per draghi e vinceva non so cosa, un cucciolo di drago abbandonato in una grotta, raccolto da una famiglia in vacanza (l'autrice era rimasta orfana di madre durante l'estate) e un drago che, aiutato dall'Imbranato Cronico della classe, riusciva ad elaborare un complesso incantesimo che gli permetteva di sconfiggere il mago che lo teneva prigioniero (per l'occasione l'Imbranato Cronico sfoderò il suo primo tema comprensibile e ben strutturato, inaugurando una collana di testi molto validi che lo portò dal Non Sufficiente al Buono nell'ammissione all'esame).

I vantaggi di questo tipo di tracce sono tre: l'allievo lo svolge come gli pare, scopre una serie di cose di sé che non aveva mai realizzato... e le scopre anche l'insegnante. Inoltre sono divertenti da leggere, di solito, perché presentano una varietà infinita di soluzioni e chi legge non sa mai cosa può trovarsi davanti alla frase successiva - che rende il lavoro di correzione piuttosto interessante. Spesso sono scritti piuttosto bene perché l'alunno, non dovendo dedicare il grosso delle energie a scansare trappole e tagliole legate ai suoi conflitti interiori e pure esteriori, riesce a concentrarsi adeguatamente su banali questioni quali il fatto che chi apre un periodo lo deve chiudere e che il congiuntivo esiste.
Un drago, naturalmente, risulta di solito più evocativo di un macinacaffé, ma il segreto non è nel drago ma nell'aver lasciato libero l'esito, il tipo di confronto e l'ambientazione. Insomma, non è detto che l'insegnante debba necessariamente pascolare a draghi. Io scelsi i draghi perché mi piacciono, ma qualcosa di molto più domestico sarebbe andato altrettanto bene. E' più pratico comunque lavorare con gli archetipi, come fa la letteratura fantasy (che consiste nella maggior parte dei casi in storie di psicomachia, esattamente come le fiabe); ci sono un sacco di archetipi in giro: il Bosco, la Macchina del Tempo, il Lupo, la Fontana, il Fondo del Mare, lo Specchio... tutti molto vaghi e tutti altamente evocativi.

Con gli anni ho raffinato la tecnica. Si deve dare qualche punto fermo, perché troppa libertà rischia di mettere in difficoltà chi scrive, ma si deve anche lasciare la possibilità di aggirare tutte le soluzioni più ovvie, caso mai alla creatura venisse in mente una possibilità imprevista (spesso gli viene in mente).
Spesso in terza basta un accenno, spesso in prima conviene mettere qualche paletto o ci si ritrova con un'infinità di storie standard di principesse... e di serial killer (argomento molto amato dagli alunni di sesso maschile con scarsa creatività, ho notato); il problema in questo caso non sta nelle principesse, creature altamente rispettabili, o nei serial killer, molto meno rispettabili ma in fondo possono starci anche quelli - ma, appunto, nelle storie standard.
Queste però sono cose che si possono correggere in corso d'opera, magari assicurando la classe che il prossimo serial killer che capita sotto gli occhi dell'insegnante farà una fine assolutamente lacrimevole e al suo autore andrà anche peggio - insomma, un delicato accenno di tipo subliminale.

Questo tipo di spunti possono essere fatti scivolare con nonchalance tra due tracce rispettabili del tipo descrivi un bel giorno di vacanza o racconta che cosa rappresenta per te l'amicizia, ma anche essere spesi come traccia unica in un Esercizio di scrittura...
(to be continued)

*probabilmente perché era molto sensato

sabato 1 gennaio 2011

Ed ecco arrivato il 2011...


...un anno che sarà dinamico, complesso, a tratti complicato ma certamente meno faticoso di quanto potrebbe sembrare a vederlo da questa parte.
Che la forza dei draghi, unita alla loro bellezza e alla loro fermezza nel risolvere le questioni più aggrovigliate, sia con tutti noi!

venerdì 31 dicembre 2010

Il 2011 si avvicina a grandi passi....


...ma dedichiamoci intanto a festeggiare san Silvestro, patrono e protettore dei gatti.

Felice notte di bagordi a tutti da Murasaki, e possa il vostro champagne* essere di qualità eccelsa e quantità illimitata

* (o spumante: perché lo sappiamo tutti, che molti spumanti sono migliori di molti champagne)

giovedì 30 dicembre 2010

Il caso del burro fuori tessera


Era il Natale della seconda media e sotto l'albero trovai, tra l'altro, un bel librone rosso della collana Omnibus Mondadori. Si intitolava "Miss Marple: indagare è il mio peccato" e conteneva quattro romanzi e due racconti di Agatha Christe con protagonista Miss Marple.
L'introduzione mi stuzzicò piacevomente: un'investigatrice che conduce le inchieste a colpi di pettegolezzi, seduta in salotto a chiacchierare con le vicine mi sembrò interessante. Attaccai il primo romanzo, "Un delitto avrà luogo" e rimasi conquistata.
In quel romanzo Miss Marple fa una delle sue migliori entrate: prima discute su come sia sciocco cercare di falsificare l'assegno di una persona anziana, che fa sempre tanta attenzione ai conti (e per me Miss Marple ha sempre avuto l'aspetto della mia nonna paterna, pensionata non povera ma assai attenta ai conti per antica abitudine), poi si lancia in un paragone col garzone del pescivendolo di St. Mary Mead, che aggiungeva sempre uno scellino in più ai conti settimanali dei vari clienti, cui nessuno faceva mai caso perché "oggi si mangia così tanto pesce..." (nel mio mondo, all'epoca, di pesce se ne mangiava assai poco e tutto sotto forma di filetti di sogliola surgelata, che tra l'altro era in realtà platessa) - infine individua il problema base dei resoconti del primo delitto in un batter d'occhio: "Ispettore, nessuno ha visto un bel nulla, perché era buio".
Tutto il romanzo andava avanti a piccoli colpetti, tra paesani preoccupati di prendere il burro fuori tessera, alibi un po' casuali, le porte sempre aperte che rendevano inutili i tentativi dei poveri poliziotti di capire chi poteva entrare e dove, cardini oliati con una penna di pollo, lampade da tavola di porcellane con pastori e pastorelle, mazzolini di violette appassite, vecchie fotografie scomparse e il problema dei reduci di guerra che si erano sparpagliati per tutto il paese, così che nessuno sapeva più con certezza chi era chi - e infatti alla fine del libro un bel po' di persone avevano una storia diversa da quella che avevano raccontato all'inizio e molte frasi erano state fraintese.
La soluzione arrivava alla fine ed era bella lunga, con tonnellate di dettagli che andavano chiariti uno per uno e una storia che risaliva indietro di decenni implicando parecchie persone. In mezzo c'erano un sacco di conversazioni di varia quotidianità e un'adorabile chiacchierata tra vecchiette in pasticceria che verteva principalmente sul drammatico problema delle povere vecchie, o più esattamente delle vecchie povere, che mi lasciò molto, molto da pensare.
Da notare che lo lessi nella vecchia traduzione, pesantemente sforbiciata da quei cani della Mondadori per "togliere il superfluo" (la storia del burro fuori tessera ad esempio, era stata falciata senza pietà lasciando solo un paio di vaghe tracce); eppure, anche così smozzicato, il romanzo mi affascinò dalla prima all'ultima pagina e mi convinse che la mia più cara aspirazione per il futuro sarebbe stata quella di essere una vecchia zitella in un paesino inglese. Tale sogno, per arrivare a compimento, presentava qualche difficoltà che non mi sfuggiva - ad esempio dovevo imparare l'inglese molto bene, altrimenti non avrei potuto dedicarmi alla parte più piacevole di quel progetto, che era il pettegolezzo. Minor intralcio sarebbe stato costituito da una piacevole vita sentimentale, che ero ben intenzionata a godermi: amanti e mariti non sono eterni e del resto un uomo non è un vero e serio intralcio ad una serena vita da anziana zitella - tra l'altro la mia nonna materna, all'epoca, era ancora sposata e felicemente inconsapevole della sua futura vedovanza; molto più avanti nel tempo comunque scoprii che la campagna inglese era assai simile a quella di certe zone della Toscana, e che dunque il problema della lingua avrebbe potuto essere aggirato in modo soddisfacente.

I gialli della Christie li ho letti tutti, e più di una volta, quasi sempre con grande piacere. Non sono mai riuscita a capire però che accidenti potessero trovare i lettori in Poirot, che pure è così famoso. Per me Miss Marple è sempre stata incomparabilmente superiore, con le sue entrate e uscite discrete, il suo atteggiarsi a buona nonnina comprensiva e la sua candida mancanza di illusioni sulla natura umana e sulla vita quotidiana dei candidi, piccoli villaggetti dove - per forza di cose - avvengono meno delitti che in una grande metropoli, ma dove le proporzioni sono rigorosamente rispettate e dunque i delitti avvengono, proprio come nelle grandi città, e non certo meno cruenti.
Non m ha quindi sorpreso, nel corso degli anni, scoprire che le scuolette di provincia non racchiudono minor numero di casi problematici tra alunni, insegnanti e genitori, di quel che si trova nelle scuole delle Grandi Città, incluse quelle cosiddette "di frontiera"; perché si sa, la natura umana è la stessa in qualsiasi parte del mondo...

lunedì 27 dicembre 2010

I miei insegnanti - Mia madre


Gatta Madre e Gatta Figlia. Da notare come madre e figlia siano diversissime, ma non per questo la madre non ha gran cura della figlia

Sono una figlia d'arte, e mia madre è stata la prima insegnante che ho conosciuto a fondo - non perché mi abbia mai insegnato alcunché in veste professionale, ma perché ci vivevo insieme e ci parlavo, e certe cose si assorbono per osmosi, anche se non pensi affatto che farai il lavoro di tua madre. Semplicemente ci sei, e ascolti.

Mia madre cominciò a insegnare nel 1950, vincendo a vent'anni un concorso che le assegnò una cattedra per la scuola elementare in un paesello vicino a St. Mary Mead. Le strade all'epoca erano quel che erano, i mezzi di trasporto anche, quasi nessuno aveva la macchina, e insomma per raggiungere da Firenze quel paesello (oggi perfettamente inserito nelle vie di comunicazione e neanche tanto paesello) doveva cambiare ben quattro mezzi di trasporto: treno, corriera, altra corriera, bicicletta e usare pure i piedi. Dopo un po' di quell'odissea quotidiana prese un appartamento sul posto e si rassegnò a tornare a Firenze solo per i fine settimana - cosa assai seccante per lei, visto che ambiva a vedere con una certa regolarità il mio futuro padre, con cui già stava insieme.
Con gli anni e con i concorsi si avvicinò alla città e contemporaneamente i trasporti migliorarono; a trent'anni era comodamente installata in una scuola a pochi minuti da casa - molto più comodo, considerando che a quel punto aveva messo su famiglia.
Dai bambini ruspanti di campagna (all'epoca molto, molto ruspanti) passò prima ad un Rifugio Infanzia Abbandonata (perché non è che prima non ci fossero situazioni familiari assai particolari, semplicemente le tenevano nel ghetto) poi alla Classe dei Mongoloidi (che c'erano anche un tempo, ma li tenevano nel ghetto e "mongoloidi" non era termine gergale ma ufficiale e tecnico) fino ai ragazzi di buona famiglia della Scuola Prestigiosa del suo quartiere.
Visse poi la stagione eroica dell'avvio dei Decreti Delegati, tuffandosi con voluttà nel Consiglio di Circolo, fu una pioniera del tempo pieno, che approdò alla Scuola Prestigiosa solo con grandi malumori collettivi perché richiedeva un orario un po' elastico e "come si faceva a badare alla famiglia?" (la famiglia, devo dire, resse a meraviglia anche se due o tre volte a settimana mangiava il pranzo riscaldato) e prima di andare in pensione fece in tempo a votare per i Moduli. Fu una delle prime Eroiche Gemellatrici, con un'epica gita-scambio in Normandia fatta a dispetto del mondo intero, fu un'accanita sostenitrice delle Uscite Per Il Mondo: durante le elementari io ho fatto una sola uscita agli Uffizi, ma pochi anni dopo le sue classi costituirono uno dei tormentoni dei pullmini del Comune di Firenze, saltellando da un capo all'altro della città e del contado e imperversando per musei e tenute agricole. Io ricordavo le mie mattinate di lezione frontale e un po' invidiavo i suoi alunni, devo dire.
Passò dalle classi di quaranta bambini nei banchi a due a classi decisamente dinamiche, dove diciotto piccoli demoni saltellavano da un capo all'altro dell'aula e la chiamavano "Grazia" e non più "signora maestra" come usava quando ero piccola. Un po' rumoroso, pensai quando andai a trovarla una volta a pochi anni dalla pensione, ma certamente più piacevole per i ragazzi.
A tavola si parlava spesso di scuola: c'erano le Saghe Con i Genitori (che con l'arrivo dei decreti delegati cominciavano a imperversare), le Saghe con i Direttori (con cui mammà litigava serenamente, se il caso lo richiedeva) e le Saghe con i Colleghi (con cui litigava con maggior cautela, e solo se non si vedevano alternative valide, preferendo mediare fino allo sfinimento).
Il tempo pieno e le classi aperte implicavano un lavoro collegiale, e non sempre i colleghi erano di suo gusto, ma riusciva a destreggiarsi assai bene, o almeno così mi pareva.
Apprezzò molto il passaggio dai voti ai giudizi, apprezzò molto i decreti delegati (con il corredo relativo di genitori rompiballe ma anche partecipi, che si sobbarcavano spesso gran copia di lavoro organizzativo), lavorò con atti, pensieri e parole per la fine del Maestro Unico in base alla teoria che il rapporto con l'Unico Maestro rischiava di diventare morboso e che, con più insegnanti, c'era la possibilità di avere più punti di riferimento e magari anche trovare l'insegnante con cui davvero si era in sintonia.
Non credeva ai ragazzi negati per la matematica né all'utilità delle tabelline a memoria. Faceva costruire una tavola pitagorica da tenere in fondo al quaderno e i bambini imparavano a consultarla; ad un certo punto, com'è ovvio, la sapevano a memoria e smettevano di consultarla. Questo fatto di non "risentire le tabelline" faceva di lei un mostro singolare, che i colleghi guardavano con malcelato sospetto - ma, pare, alle medie i suoi alunni erano ben quotati soprattutto tra gli insegnanti di matematica.
Si teneva sempre aggiornata e faceva gran copia di corsi di formazione, che all'epoca venivano pagati dall'insegnante (ma davano, mi sembra di ricordare, anche un po' di punteggio). Cambiò vari metodi nel corso della sua carriera, adattandoli e integrandoli col suo.
Non l'ho mai sentita pronunciare le parole "vocazione" e "missione" - tra l'altro lei non aveva alcuna specifica vocazione per l'insegnamento alle elementari - e non ricordo che abbia mai cercato di incutere nei suoi alunni un particolare rispetto. Lei, comunque, li ha sempre molto rispettati. Tutti.

Da lei ho ereditato* una serie di principi mai detti a parole: che la scuola dovrebbe essere in funzione dei ragazzi e non viceversa, e che dai ragazzi è bene imparare, perché conoscono il mondo in cui vivono meglio di noi (perché lo stanno costruendo); che è opportuno evitare di annoiare l'utenza, perché l'utenza annoiata non ricorda quel che hai detto e nemmeno quel che ha studiato; che lezioni e percorsi vanno adattati alla classe; che gli alunni vanno tenuti in gran conto e assai rispettati, sempre e comunque.
E anche: che l'insegnante sensato evita di trasformare i sassolini in montagne e che la disciplina non è un totem cui convenga sacrificare la lezione. Soprattutto, che insegnare è un lavoro a volte faticoso, certamente impegnativo, ma comunque vario e soprattutto molto, molto divertente.

*sì, è viva e anche piuttosto in salute. Ma le eredità si trasmettono anche da vivi,  per fortuna

venerdì 24 dicembre 2010

Buon Natale a tutti.... - 2010




...e possano le otto renne portarvi ciò che più vi sta a cuore

lunedì 20 dicembre 2010

Ad Hogsmeade c'era la neve (ma, per mia fortuna, il fumo non saliva lento)

La mia canzone preferita sulla neve è Snow, degli Red Hot Chili Pepper.
Qui una versione con il testo, che mi piace molto anche se non ci ho mai capito nulla

La neve, in inverno, non dovrebbe essere un fenomeno tanto insolito. Quando però vivi in una zona particolarmente pianeggiante della piana fiorentina, la neve finisci per vederla soprattutto in cartolina e in rete, quando accumuli sotto Natale mucchi di zuccherosissime immagini di case innevate, pendii innevati, boschi coperti di neve, turbini di fiocchi con bambini festanti...
Poi arriva la neve vera e ti ritrovi a pensare che la neve delle immagini zuccherose ha i suoi bei vantaggi, primo fra tutti quello di non bagnare.

Venerdì era annunciata neve su tutta la Toscana. A seconda delle zone, si sapeva anche quando arrivava.
A Hogsmeade, dalle dieci in poi, il comitato di accoglienza delle giovani generazioni guardava speranzoso dalle finestre.
Le aspirazioni dichiarate dai ragazzi erano modeste e del tutto ragionevoli: qualche corsa sugli slittini, qualche battaglia a palle di neve.
Alle undici è arrivato il sig. Nevischio.
"Tutto qui?" chiedevano i ragazzi delusi.
"Date tempo al tempo" esortavo io bonariamente. Tanto poi loro sarebbero rimasti a fare palle di neve mentre io mi sarei ritirata nella piana di Lungacque, dove qualche spruzzata candida avrebbe allietato un week-end consacrato soprattutto (ma non solo) alla Correzione dei Compiti.
All'una, quando sono scesa verso la piana, il nevischio stava attaccando con vigore.
Ammirando lo splendido paesaggio nevoso dal caldo del mio bello scompartimento ho pensato che nel pomeriggio avrei potuto fare un viaggetto supplementare in ferrovia, per gustarmi meglio quella gigantesca cartolina di Natale.
Tanto, si sa, con la neve i treni viaggiano.

Nella piana, a Lungacque, mi aspettava la tormenta.
Abbandono nel parcheggio della stazione il mio mezzo di trasporto, accantono ogni progetto pomeridiano di neve-tour perché fa un freddo allucinante e faticosamente zampetto verso casa. Poco più di un chilometro, niente di che; ma il freddo ha già ghiacciato tutto, la neve nevica all'impazzata, le auto viaggiano e sbandano a passo d'uomo e io per una volta tradisco la mia amata Coop e rinuncio anche alla megabusta di salmone in offerta speciale per soci per limitarmi a prendere un po' di pane in una bottega della concorrenza straniera. La Coop sono io, ma io ho fame e freddo e il pan mi manca mentre sono provvista di tutto il resto, e se non ho salmone pazienza, vorrà dire che mangeremo del caviale.
Mi tappo in casa in piena cartolina di Natale. La caldaia lavora a pieno ritmo ma la casa non è calda.
Le auto scompaiono, coperte da un fitto manto di neve.
Tanto durerà poco, domani piove e si alza la temperatura.
Dal computer arrivano notizie raggelanti - e i treni, ci dicono, sono completamente bloccati.
Come bloccati, mi dico, d'accordo che fa freddo, ma non certo da fermare i treni!
Comunque fuori nevica furiosamente. Nevica, nevica e nevica.
I miei più cari affetti rientrano a casa e lamentano scene e avventure allucinanti.
E fuori nevica, nevica e nevica.
Preparo una cena a menù invernale, mi dispiaccio di non avere ancora comprato nemmeno un dolce di Natale e correggo.
Fuori nevica, nevica e nevica.
Veramente avevo pensato di fare un salto a Firenze per un paio di acquisti...
Tutti mi assicurano che è molto meglio che Firenze mi limiti a pensarla stando al relativo calduccio a correggere.
Così correggo, mentre fuori nevica, nevica e nevica. Smette solo durante la notte.
Ma tanto domani piove e si alza la temperatura.

Passano due giorni e non rialza un accidente. Nella notte di domenica comincia a pioviscolare.
Provo a controllare se ad Hogsmeade le scuole saranno chiuse.
No, ad Hogsmeade le scuole sono aperte. Tanto in nottata piove e si rialza la temperatura.
Continua a pioviscolare.
Nessuno ha sparso il sale.
La strada si copre si una densa poltiglia... ghiacciata.
Le catene sferragliano gioiosamente.

Stamani, alle prime luci dell'alba, mi intabarro con i vestiti più caldi che ho (gli stessi che indosso da qualche giorno perché nella scuola di Hogsmeade il riscaldamento funziona se e quando gli pare, in questi giorni ha fatto troppo freddo perché gli paresse e nemmeno ventisette stufe umane nel pieno radiare della giovinezza bastano a scaldare la gelida aula - e infatti ho una tosse che non mi piace nemmeno un po').
Poi mi avventuro cautamente all'aperto, zampettando precariamente sulla poltiglia gelata, fino a raggiungere fortunosamente la fermata della corriera che passa quasi davanti a casa.
Viaggiare in corriera mi dà noia, ma quando c'è neve i treni per Hogsmeade riescono ad accumulare ritardi assurdi e comunque la stazione è quasi irraggiungibile a piedi: tutto è coperto da una bella poltiglia ghiacciata e nessuno ha sparso il sale.
Anche la corriera comunque ritarda. L'anno scorso, con le nevicate sotto Natale, fu puntuale; ma l'anno scorso avevano sparso il sale. Quest'anno l'autista avanza con cautela e non sarò io a insistere perché acceleri. Se non se la sente di andare veloce, mi dico, avrà ben i suoi motivi.
Arrivo a Hogsmeade con cinque minuti di ritardo sula campana di ingresso. Arranco faticosamente fino al cancello della scuola e poi scendo cautamente verso la scuola (due tratti di cinquanta e trenta metri, rispettivamente). Scuoto la poltiglia dagli stivali e cerco di riattivare la circolazione nelle mani.

Entro in ghiacciaia, voglio dire in classe, alle otto e quindici.
Manca il gruppo che viene da fuori dal paese: i pulmini stamani non passano.
Come mi sembra di aver già scritto, nessuno ha sparso il sale.
"Avete fatto le corse sugli slittini e le battaglie a palle di neve?" mi informo.
Mi assicurano che si sono dati il loro da fare.

giovedì 16 dicembre 2010

Un luogo favorito dalla natura dove le bellezze naturali non sono alterate dal cattivo gusto


Pemberley, la villa della famiglia Darcy
(che contiene tra l'altro anche una ricca biblioteca)

Google ricorda che oggi è il 235° anniversario della nascita di Jane Austen, eccellente scrittrice inglese nonché Grande Madre del romanzo rosa.
Su Jane Austen pesano una serie di pregiudizi di cui non sono mai riuscita a capire l'origine: tutti i critici letterari spiegano sempre che i suoi romanzi sono molto graziosi, mirabilmente costruiti, di trama molto simile tra loro; poi fanno il paragone con le porcellane dipinte e le figurine di biscuit e lasciano intendere che, in quei graziosi romanzi ben dipinti e leziosi, non succede mai niente e tutto è molto manierato, zuccherato e convenzionale. E infatti la fascetta "un'epigona di Jane Austen" viene da sempre applicata a romanzi senza molto intreccio, dove, oltre a prendere una quantità incredibile di té, i personaggi in questione (tutti, rigorosamente, insulsi e manierati) non fanno molto altro, salvo poi fidanzarsi alla fine del libro con scarso entusiasmo loro e del lettore.
In realtà i sei romanzi di Jane Austen non sono affatto equivalenti tra loro come livello, si somigliano ben poco come trama e all'interno succedono un sacco di cose, per tacere del fatto che le protagoniste non sono affatto imbalsamate né manierate.
Si tratta di romanzi di formazione con protagoniste giovani fanciulle di animo non ignobile né debole, anche se di carattere molto diverso tra loro. Non sono in rivolta con il loro ambiente, non lo disapprovano e non lo trovano intrinsecamente falso se non in certe punte estreme. La vita che fanno non gli dispiace (e, visto che di solito sono benestanti e abitano in bei posti, non si capisce perché dovrebbero). Non sono mai troppo sole: anche le più isolate e incomprese, come Fanny o Anne, hanno chi le capisce e qualcuno cui voler bene. Aspirano, tutte, a sposarsi felicemente - desiderio assai sensato, a mio avviso, né penserei altrettanto del suo opposto, ovvero l'aspirazione a sposarsi in modo disastroso e improvvido - e, tutte, hanno una lodevole mancanza di meschinità e un senso morale piuttosto articolato.
Di sesso si parla poco, in effetti, come si parla poco di cucina o di sartoria - ma questo, naturalmente, non implica che i personaggi della Austen non si nutrano, vadano in giro nudi anche d'inverno, magari spettinati, o che non siano interessati a quei piaceri che gli esseri umani sanno scambiarsi tra loro; diciamo che su certi argomenti viene calato un velo di riservatezza e che vengono accortamente incapsulati all'interno di altri. A ben guardare, mancano anche le descrizioni fisiche dei personaggi - di alcuni ci viene spiegato che sono belli, e questo è quanto. L'archetipo del romanzo rosa non contiene descrizioni dettagliate delle sue eroine (né dei suoi eroi), delle loro pettinature o dei loro vestiti. Si punta su altri elementi: la scoperta dell'altrui carattere, la formazione dei principi morali su cui regolarsi, la difficoltà a capirsi o ad esprimersi, l'arte di vedere al di là delle apparenze, il rispetto delle regole sociali e il riguardo per i sentimenti altrui - tutti temi che qualcuno trova imperdibili ed essenziali, e che altri ritengono invece insulsi e del tutto privi di interesse, ma che la Austen tratta sempre con grande indifferenza alle convenzioni letterarie (non è che le rifiuta: proprio le ignora).
Così oggi, esattamente come due secoli fa, i libri di Jane Austen per alcuni sono un pozzo senza fondo di scoperte e un dolce passatempo dove dilettare l'anima, mentre per altri sono una penitenza di una noia mortale.
Chi fa parte della prima razza, come me, non può che rallietarsi quando apre uno di quei sei (ahimé, soltanto sei) romanzi senza tempo, dove i protagonisti non sono realistici ma reali, di quelli che trovi per strada, rigorosamente fuori dal tempo anche se descritti in modo così legato alla loro epoca, e del tutto fuori dalle regole del Buon Personaggio Romantico o Verista: semplicemente, sono.

mercoledì 15 dicembre 2010

Impercettibili indicatori introspettivi




L'insegnante di religione dell'anno scorso mi stava simpatico più o meno quanto un attacco di orticaria. Ho sempre evitato però di far trapelare tale mio sentire, perché vedevo che, a parte me, godeva dell'universale consenso. Sì, anche i ragazzi lo apprezzavano, tanto che parecchi, dopo aver sentito i racconti dei compagni, avevano chiesto di avvalersi dell'Insegnamento della Religione Cattolica, cosa che gli era stata prontamente concessa (com'è giusto).
Quest'anno l'insegnante è cambiato e, già dopo la prima lezione, un piccolo ma costante flusso di coloro che si avvalevano dell'Insegnamento etc. etc. ha cominciato ad andare in Segreteria col modulo in mano per chiedere di NON avvalersi più dell'Insegnamento di cui sopra.

Per l'occasione la scuola si è così inventata una regola per cui si puà decidere in ogni momento dell'anno di aggregarsi alle lezioni di religione, ma non di staccarsene: quello va stabilito una volta per tutte all'inizio dell'anno. Il che, a mio avviso, non è giusto e nemmeno legale*.

All'ultimo tema della Terza ho dato una traccia dove si chiedeva ai ragazzi di esporre la propria opinione su un qualsivoglia argomento a loro scelta.
Il primo tema che ho pescato nel pacco si proponeva di spiegare scientificamente (con diversi salti logici, in verità) come dio non avesse creato il mondo.
Il secondo tema titolava, semplicemente "Dio esiste?" e, in sei colonne piuttosto tirate, spiegava con abbondanza di argomenti (assai ben esposti, devo dire) di come la religione tutta sia un gigantesco inganno, particolarmente quella cattolica, e di quanto i dubbi sull'esistenza di dio siano più che leciti.
In dieci anni di insegnamento ho visto trattare nei temi a piacere una gamma ben vasta di argomenti, ma a nessuno era ancora venuto in mente finora di scomodare il Grande Architetto in persona.

Da questi impercettibili indicatori introspettivi e da tutta un'altra serie di segnali captati qua e là, ho concluso che il nuovo insegnante non è particolarmente apprezzato dal pubblico.
Modestamente, a me non sfugge nulla.



*Ho provato ad avanzare obiezioni in sede di Collegio, ma non mi han filato nimmanco di striscio. Si sono limitati a spiegarmi che "altrimenti sarebbe troppo complicato".

sabato 11 dicembre 2010

The Mysterious Affair Of Specification in Hogsmeade

Nella Seconda Domandiera è giunto il tempo di parlare dell'attributo.
Che è una roba molto semplice, gli spiego: gli attributi sono aggettivi. Quindi il feroce professore, il mostruoso ragno, l'affascinante gatto...
Alza la mano una gentil fanciulla "Mi scusi professoressa, ma l'affascinante gatto non è un complemento di specificazione?".
Intorno a lei fioccano i cenni di assenso. Sì, dovrebbe essere di specificazione.
Tramecolo e strabilio. Se ancora ancora il mio gatto capisco che al limite possa anche essere scambiato per un complemento di specificazione, l'affascinante gatto non mi sembra proprio che...
Però, ricordando che nella Terza dei Tordi il complemento di specificazione è stato e a volte è tuttora un bagno di sangue, decido di prendere le mie brave precauzioni.
"Ragazzi, andiamo orsù al complemento di specificazione onde chiarirvi le idee".
Ed eccoci al complemento di specificazione.
Che, come è noto, viene introdotto dalla preposizione di semplice o articolata....
"Ma non era la preposizione da?" chiede Cuorcontenta.
No, garantisco con un sorriso materno, è proprio la preposizione di.
Alza la mano Polemico "Alle elementari ci hanno dato, a fine anno, uno specchietto con tutti i complementi introdotti dalle varie preposizioni, e il complemento di specificazione era introdotto da da"
"Sicuro?" chiedo con un bel sorriso.
Altri confermano. Ragazzi studiosi, usi a far tesoro di quanto gli viene detto a scuola (e che forse farebbero meglio a distrarsi un po' più spesso, par di capire).
Spiego. Rispiego. Leggiamo il libro. Ci ricamiamo un po' su. Assegno gli esercizi.
Nel frattempo, nel fondo del mio cuoricino, comincio a costruirmi una serie di teorie sul come mai nell'attuale terza il complemento di specificazione venga tuttora appiccicato ad espressioni come "da casa" "da Roberto" e simili.

Un'ora dopo vado in terza. E lì mi informo.
"Alle elementari vi hanno fatto uno specchietto dei complementi?"
Sì, ricordano molti, glielo hanno fatto.
"E, ditemi, il complemento di specificazione, da cosa era introdotto?"
"Dalla preposizione di" mi assicurano.
"Non, per caso, dalla preposizione da?"
Ma no, assolutamente.

Boh?