Il mio blog preferito

lunedì 20 dicembre 2010

Ad Hogsmeade c'era la neve (ma, per mia fortuna, il fumo non saliva lento)

La mia canzone preferita sulla neve è Snow, degli Red Hot Chili Pepper.
Qui una versione con il testo, che mi piace molto anche se non ci ho mai capito nulla

La neve, in inverno, non dovrebbe essere un fenomeno tanto insolito. Quando però vivi in una zona particolarmente pianeggiante della piana fiorentina, la neve finisci per vederla soprattutto in cartolina e in rete, quando accumuli sotto Natale mucchi di zuccherosissime immagini di case innevate, pendii innevati, boschi coperti di neve, turbini di fiocchi con bambini festanti...
Poi arriva la neve vera e ti ritrovi a pensare che la neve delle immagini zuccherose ha i suoi bei vantaggi, primo fra tutti quello di non bagnare.

Venerdì era annunciata neve su tutta la Toscana. A seconda delle zone, si sapeva anche quando arrivava.
A Hogsmeade, dalle dieci in poi, il comitato di accoglienza delle giovani generazioni guardava speranzoso dalle finestre.
Le aspirazioni dichiarate dai ragazzi erano modeste e del tutto ragionevoli: qualche corsa sugli slittini, qualche battaglia a palle di neve.
Alle undici è arrivato il sig. Nevischio.
"Tutto qui?" chiedevano i ragazzi delusi.
"Date tempo al tempo" esortavo io bonariamente. Tanto poi loro sarebbero rimasti a fare palle di neve mentre io mi sarei ritirata nella piana di Lungacque, dove qualche spruzzata candida avrebbe allietato un week-end consacrato soprattutto (ma non solo) alla Correzione dei Compiti.
All'una, quando sono scesa verso la piana, il nevischio stava attaccando con vigore.
Ammirando lo splendido paesaggio nevoso dal caldo del mio bello scompartimento ho pensato che nel pomeriggio avrei potuto fare un viaggetto supplementare in ferrovia, per gustarmi meglio quella gigantesca cartolina di Natale.
Tanto, si sa, con la neve i treni viaggiano.

Nella piana, a Lungacque, mi aspettava la tormenta.
Abbandono nel parcheggio della stazione il mio mezzo di trasporto, accantono ogni progetto pomeridiano di neve-tour perché fa un freddo allucinante e faticosamente zampetto verso casa. Poco più di un chilometro, niente di che; ma il freddo ha già ghiacciato tutto, la neve nevica all'impazzata, le auto viaggiano e sbandano a passo d'uomo e io per una volta tradisco la mia amata Coop e rinuncio anche alla megabusta di salmone in offerta speciale per soci per limitarmi a prendere un po' di pane in una bottega della concorrenza straniera. La Coop sono io, ma io ho fame e freddo e il pan mi manca mentre sono provvista di tutto il resto, e se non ho salmone pazienza, vorrà dire che mangeremo del caviale.
Mi tappo in casa in piena cartolina di Natale. La caldaia lavora a pieno ritmo ma la casa non è calda.
Le auto scompaiono, coperte da un fitto manto di neve.
Tanto durerà poco, domani piove e si alza la temperatura.
Dal computer arrivano notizie raggelanti - e i treni, ci dicono, sono completamente bloccati.
Come bloccati, mi dico, d'accordo che fa freddo, ma non certo da fermare i treni!
Comunque fuori nevica furiosamente. Nevica, nevica e nevica.
I miei più cari affetti rientrano a casa e lamentano scene e avventure allucinanti.
E fuori nevica, nevica e nevica.
Preparo una cena a menù invernale, mi dispiaccio di non avere ancora comprato nemmeno un dolce di Natale e correggo.
Fuori nevica, nevica e nevica.
Veramente avevo pensato di fare un salto a Firenze per un paio di acquisti...
Tutti mi assicurano che è molto meglio che Firenze mi limiti a pensarla stando al relativo calduccio a correggere.
Così correggo, mentre fuori nevica, nevica e nevica. Smette solo durante la notte.
Ma tanto domani piove e si alza la temperatura.

Passano due giorni e non rialza un accidente. Nella notte di domenica comincia a pioviscolare.
Provo a controllare se ad Hogsmeade le scuole saranno chiuse.
No, ad Hogsmeade le scuole sono aperte. Tanto in nottata piove e si rialza la temperatura.
Continua a pioviscolare.
Nessuno ha sparso il sale.
La strada si copre si una densa poltiglia... ghiacciata.
Le catene sferragliano gioiosamente.

Stamani, alle prime luci dell'alba, mi intabarro con i vestiti più caldi che ho (gli stessi che indosso da qualche giorno perché nella scuola di Hogsmeade il riscaldamento funziona se e quando gli pare, in questi giorni ha fatto troppo freddo perché gli paresse e nemmeno ventisette stufe umane nel pieno radiare della giovinezza bastano a scaldare la gelida aula - e infatti ho una tosse che non mi piace nemmeno un po').
Poi mi avventuro cautamente all'aperto, zampettando precariamente sulla poltiglia gelata, fino a raggiungere fortunosamente la fermata della corriera che passa quasi davanti a casa.
Viaggiare in corriera mi dà noia, ma quando c'è neve i treni per Hogsmeade riescono ad accumulare ritardi assurdi e comunque la stazione è quasi irraggiungibile a piedi: tutto è coperto da una bella poltiglia ghiacciata e nessuno ha sparso il sale.
Anche la corriera comunque ritarda. L'anno scorso, con le nevicate sotto Natale, fu puntuale; ma l'anno scorso avevano sparso il sale. Quest'anno l'autista avanza con cautela e non sarò io a insistere perché acceleri. Se non se la sente di andare veloce, mi dico, avrà ben i suoi motivi.
Arrivo a Hogsmeade con cinque minuti di ritardo sula campana di ingresso. Arranco faticosamente fino al cancello della scuola e poi scendo cautamente verso la scuola (due tratti di cinquanta e trenta metri, rispettivamente). Scuoto la poltiglia dagli stivali e cerco di riattivare la circolazione nelle mani.

Entro in ghiacciaia, voglio dire in classe, alle otto e quindici.
Manca il gruppo che viene da fuori dal paese: i pulmini stamani non passano.
Come mi sembra di aver già scritto, nessuno ha sparso il sale.
"Avete fatto le corse sugli slittini e le battaglie a palle di neve?" mi informo.
Mi assicurano che si sono dati il loro da fare.

giovedì 16 dicembre 2010

Un luogo favorito dalla natura dove le bellezze naturali non sono alterate dal cattivo gusto


Pemberley, la villa della famiglia Darcy
(che contiene tra l'altro anche una ricca biblioteca)

Google ricorda che oggi è il 235° anniversario della nascita di Jane Austen, eccellente scrittrice inglese nonché Grande Madre del romanzo rosa.
Su Jane Austen pesano una serie di pregiudizi di cui non sono mai riuscita a capire l'origine: tutti i critici letterari spiegano sempre che i suoi romanzi sono molto graziosi, mirabilmente costruiti, di trama molto simile tra loro; poi fanno il paragone con le porcellane dipinte e le figurine di biscuit e lasciano intendere che, in quei graziosi romanzi ben dipinti e leziosi, non succede mai niente e tutto è molto manierato, zuccherato e convenzionale. E infatti la fascetta "un'epigona di Jane Austen" viene da sempre applicata a romanzi senza molto intreccio, dove, oltre a prendere una quantità incredibile di té, i personaggi in questione (tutti, rigorosamente, insulsi e manierati) non fanno molto altro, salvo poi fidanzarsi alla fine del libro con scarso entusiasmo loro e del lettore.
In realtà i sei romanzi di Jane Austen non sono affatto equivalenti tra loro come livello, si somigliano ben poco come trama e all'interno succedono un sacco di cose, per tacere del fatto che le protagoniste non sono affatto imbalsamate né manierate.
Si tratta di romanzi di formazione con protagoniste giovani fanciulle di animo non ignobile né debole, anche se di carattere molto diverso tra loro. Non sono in rivolta con il loro ambiente, non lo disapprovano e non lo trovano intrinsecamente falso se non in certe punte estreme. La vita che fanno non gli dispiace (e, visto che di solito sono benestanti e abitano in bei posti, non si capisce perché dovrebbero). Non sono mai troppo sole: anche le più isolate e incomprese, come Fanny o Anne, hanno chi le capisce e qualcuno cui voler bene. Aspirano, tutte, a sposarsi felicemente - desiderio assai sensato, a mio avviso, né penserei altrettanto del suo opposto, ovvero l'aspirazione a sposarsi in modo disastroso e improvvido - e, tutte, hanno una lodevole mancanza di meschinità e un senso morale piuttosto articolato.
Di sesso si parla poco, in effetti, come si parla poco di cucina o di sartoria - ma questo, naturalmente, non implica che i personaggi della Austen non si nutrano, vadano in giro nudi anche d'inverno, magari spettinati, o che non siano interessati a quei piaceri che gli esseri umani sanno scambiarsi tra loro; diciamo che su certi argomenti viene calato un velo di riservatezza e che vengono accortamente incapsulati all'interno di altri. A ben guardare, mancano anche le descrizioni fisiche dei personaggi - di alcuni ci viene spiegato che sono belli, e questo è quanto. L'archetipo del romanzo rosa non contiene descrizioni dettagliate delle sue eroine (né dei suoi eroi), delle loro pettinature o dei loro vestiti. Si punta su altri elementi: la scoperta dell'altrui carattere, la formazione dei principi morali su cui regolarsi, la difficoltà a capirsi o ad esprimersi, l'arte di vedere al di là delle apparenze, il rispetto delle regole sociali e il riguardo per i sentimenti altrui - tutti temi che qualcuno trova imperdibili ed essenziali, e che altri ritengono invece insulsi e del tutto privi di interesse, ma che la Austen tratta sempre con grande indifferenza alle convenzioni letterarie (non è che le rifiuta: proprio le ignora).
Così oggi, esattamente come due secoli fa, i libri di Jane Austen per alcuni sono un pozzo senza fondo di scoperte e un dolce passatempo dove dilettare l'anima, mentre per altri sono una penitenza di una noia mortale.
Chi fa parte della prima razza, come me, non può che rallietarsi quando apre uno di quei sei (ahimé, soltanto sei) romanzi senza tempo, dove i protagonisti non sono realistici ma reali, di quelli che trovi per strada, rigorosamente fuori dal tempo anche se descritti in modo così legato alla loro epoca, e del tutto fuori dalle regole del Buon Personaggio Romantico o Verista: semplicemente, sono.

mercoledì 15 dicembre 2010

Impercettibili indicatori introspettivi




L'insegnante di religione dell'anno scorso mi stava simpatico più o meno quanto un attacco di orticaria. Ho sempre evitato però di far trapelare tale mio sentire, perché vedevo che, a parte me, godeva dell'universale consenso. Sì, anche i ragazzi lo apprezzavano, tanto che parecchi, dopo aver sentito i racconti dei compagni, avevano chiesto di avvalersi dell'Insegnamento della Religione Cattolica, cosa che gli era stata prontamente concessa (com'è giusto).
Quest'anno l'insegnante è cambiato e, già dopo la prima lezione, un piccolo ma costante flusso di coloro che si avvalevano dell'Insegnamento etc. etc. ha cominciato ad andare in Segreteria col modulo in mano per chiedere di NON avvalersi più dell'Insegnamento di cui sopra.

Per l'occasione la scuola si è così inventata una regola per cui si puà decidere in ogni momento dell'anno di aggregarsi alle lezioni di religione, ma non di staccarsene: quello va stabilito una volta per tutte all'inizio dell'anno. Il che, a mio avviso, non è giusto e nemmeno legale*.

All'ultimo tema della Terza ho dato una traccia dove si chiedeva ai ragazzi di esporre la propria opinione su un qualsivoglia argomento a loro scelta.
Il primo tema che ho pescato nel pacco si proponeva di spiegare scientificamente (con diversi salti logici, in verità) come dio non avesse creato il mondo.
Il secondo tema titolava, semplicemente "Dio esiste?" e, in sei colonne piuttosto tirate, spiegava con abbondanza di argomenti (assai ben esposti, devo dire) di come la religione tutta sia un gigantesco inganno, particolarmente quella cattolica, e di quanto i dubbi sull'esistenza di dio siano più che leciti.
In dieci anni di insegnamento ho visto trattare nei temi a piacere una gamma ben vasta di argomenti, ma a nessuno era ancora venuto in mente finora di scomodare il Grande Architetto in persona.

Da questi impercettibili indicatori introspettivi e da tutta un'altra serie di segnali captati qua e là, ho concluso che il nuovo insegnante non è particolarmente apprezzato dal pubblico.
Modestamente, a me non sfugge nulla.



*Ho provato ad avanzare obiezioni in sede di Collegio, ma non mi han filato nimmanco di striscio. Si sono limitati a spiegarmi che "altrimenti sarebbe troppo complicato".

sabato 11 dicembre 2010

The Mysterious Affair Of Specification in Hogsmeade

Nella Seconda Domandiera è giunto il tempo di parlare dell'attributo.
Che è una roba molto semplice, gli spiego: gli attributi sono aggettivi. Quindi il feroce professore, il mostruoso ragno, l'affascinante gatto...
Alza la mano una gentil fanciulla "Mi scusi professoressa, ma l'affascinante gatto non è un complemento di specificazione?".
Intorno a lei fioccano i cenni di assenso. Sì, dovrebbe essere di specificazione.
Tramecolo e strabilio. Se ancora ancora il mio gatto capisco che al limite possa anche essere scambiato per un complemento di specificazione, l'affascinante gatto non mi sembra proprio che...
Però, ricordando che nella Terza dei Tordi il complemento di specificazione è stato e a volte è tuttora un bagno di sangue, decido di prendere le mie brave precauzioni.
"Ragazzi, andiamo orsù al complemento di specificazione onde chiarirvi le idee".
Ed eccoci al complemento di specificazione.
Che, come è noto, viene introdotto dalla preposizione di semplice o articolata....
"Ma non era la preposizione da?" chiede Cuorcontenta.
No, garantisco con un sorriso materno, è proprio la preposizione di.
Alza la mano Polemico "Alle elementari ci hanno dato, a fine anno, uno specchietto con tutti i complementi introdotti dalle varie preposizioni, e il complemento di specificazione era introdotto da da"
"Sicuro?" chiedo con un bel sorriso.
Altri confermano. Ragazzi studiosi, usi a far tesoro di quanto gli viene detto a scuola (e che forse farebbero meglio a distrarsi un po' più spesso, par di capire).
Spiego. Rispiego. Leggiamo il libro. Ci ricamiamo un po' su. Assegno gli esercizi.
Nel frattempo, nel fondo del mio cuoricino, comincio a costruirmi una serie di teorie sul come mai nell'attuale terza il complemento di specificazione venga tuttora appiccicato ad espressioni come "da casa" "da Roberto" e simili.

Un'ora dopo vado in terza. E lì mi informo.
"Alle elementari vi hanno fatto uno specchietto dei complementi?"
Sì, ricordano molti, glielo hanno fatto.
"E, ditemi, il complemento di specificazione, da cosa era introdotto?"
"Dalla preposizione di" mi assicurano.
"Non, per caso, dalla preposizione da?"
Ma no, assolutamente.

Boh?

domenica 5 dicembre 2010

Cupi a notte canti suonan


Il mio personalissimo corso di "alla scoperta dell'italiano letterario", impropriamente etichettato come "Letteratura" prosegue implacabile: dopo la Vergine Cuccia e due sonetti di Foscolo* ho sbolognato alla Terza dei Tordi una delle mie poesie preferite sin dai tempi delle elementari: La tomba nel Busento in traduzione di Carducci. Mooolto romantica e pittoresca.
Ho anche studiato una simpatica tecnica di interrogazione a carotaggio: li faccio leggere (e già dalla lettura si capiscono tante cose), se mi sembra il caso mi faccio anche tradurre un pezzo della poesia, o faccio qualche domandina sul significato.
E oggi si parte con Lunastorta, che prontamente attacca:
Cupi a notte canti suonan
da Cosenza sul Busento
Cupo il fiume li rimormora
nel suo grugno sonnolento

"Bene, basta così" stabilisco segnando Non Preparato sul registro**.
Poi passo a Mercuzio, che continua:
Su e giù pe'l fiume passano
e ripassano ombre lente:
Alàrico i Goti piangon...

"AlaCHE?" chiedo inferocita "Che modo di leggere è questo?"
"Perché, come dovevo leggere?"
"Alarìco! Ma non lo senti che non torna nemmeno il verso?".
La classe insorge al grido di "Si dice Alàrico! A noi hanno insegnato così!".
Provo ad andare a fondo della questione, ma tutti giurano che la prof. di due anni prima diceva "Alàrico".
Ora, lungi da me voler negare l'importanza di Alàrico nella storia tardoantica, ma è mai possibile che nel pochissimo che ricordano del programma dell'anno scorso e nel nulla che gli è rimasto della storia fatta in prima si stagli luminoso soltanto il ricordo di Alàrico? E quante volte glielo avrà nominato, Alàrico? Non è mica Napoleone, che ci ha un capitolo a parte!
Comunque di una cosa sono più che sicura: io, quando gli ho spiegato la poesia, avevo letto Alarìco.
Mercuzio si difende spiegando che, quando ho letto e spiegato la poesia, lui era assente, e dunque gli è stato negato il privilegio di sentire dalle mie labbra la magica parola "Alarìco".
Adesso legge l'Orfanella:
Ahi sì presto e da la patria
così lungi avrà il riposo,
mentre ancor bionda per gli oméri
va la chio..."

"Gli oméri?"
Sì, gli oméri.
"Ma, scusa, l'anno scorso non avete fatto il corpo umano? Non hai mai sentito parlare di òmeri?"
"Sì, ma quello è un osso!"
"Ma, secondo te, la chioma..."
"La chioma non va certo giù per gli òmeri!"
"Ah no? E, di grazia, dove andrebbe la chioma in questione?"
"Giù per le spalle!" ribatte l'Orfanella indignata, prima di assicurarmi che lei la poesia l'ha letta e studiata con gran cura***.

Dopo un breve sunto di trico-anatomia comparata continuo col mio giro di lettura.
Il resto va meglio, per fortuna (o per fòrtuna?).

*di cui uno solo con parafrasi scritta; poi mi sono pentita e publicamente scusata con loro e soprattutto con Foscolo, che ha scritto sì belle poesie e non merita di essere vivisezionato in quel modo osceno solo perché l'insegnante ci ha le manie di rivalsa sugli scolari che copiano le parafrasi dalla rete.
**Come scrivevo prima, un'anima fine e sensibile come la mia capisce molto anche da come è letto un brano: segnali impercettibili, tenui sfumature, delicati accenni: nulla mi sfugge.
***Cosa di cui sono perfettamente convinta, peraltro.

sabato 4 dicembre 2010

Non mi era ancora capitato... (e adesso non lo dico più)

In dieci anni di insegnamento ho incontrato un buon numero di genitori stravaganti e teatrali, ma ancora non mi era capitato di avere a che fare con una Vera Madre, di quelle che popolano tanto spesso i blog di noi insegnanti. Adesso non lo dico più, perché il mio vasto carnet contiene anche quell'esperienza. Insomma, E' Capitato Anche A Me.

Marinaretta (che prende il suo nom de blog dalle forche che fa e non da un abbigliamento à la Sailermoon) è una ragazza ereditata dalla terza precedente, dove era stata fermata per manifesta incapacità di passare l'esame e dove faceva più o meno quel che fa nella classe dei Tordi, cioè nulla salvo socializzare (e, aggiungo da una serie di riscontri incrociati, raccontare balle a tutti e su tutti). Vista la situazione il Consiglio aveva convocato la famiglia.
La madre si è presentata in presidenza spiegando che gli orari che le erano stati indicati per lei non erano praticabili e La Preside ha rimediato in fretta pescandomi dalla Sala Professori, dove stavo felicemente cazzeggiando in un'ora buca.

Così io e la Madre ci confrontiamo davanti a lei.
Seguendo il mio consueto stile, evito di girare intorno alla questione e dichiaro apertamente che, stante che la ragazza non fa nulla, continuando così difficilmente verrò ammessa all'esame.
Normalmente, in questi casi, i genitori si attengono a una o due posizioni; ma una Vera Madre le assume tutte.
La prima: lei è una povera donna che lavora tutto il giorno e non è in grado di seguire la figlia, ma la figlia le assicura che studia.
Murasaki controbatte che no, non risulta proprio.
La seconda: che la povera bambina è stata respinta l'anno prima perché i professori ce l'avevano con lei, ma tutti i professori che l'hanno avuta quest'anno hanno detto che non era da fermare. Anzi, quando l'hanno incontrata gliel'hanno detto anche i professori dell'anno scorso (il fatto che qua e là in questa Seconda Posizione appaia qualche falla logica non frena la Vera Madre).
Murasaki ha fatto parte anche del consiglio della classe precedente, e garantisce che nessuno dei professori ha mai nutrito antipatia verso la ragazza*, ma tutti, l'anno scorso come questo, han dovuto prendere atto che la ragazza non faceva nulla per farsi promuovere, anzi non faceva nulla punto e basta.

Pausa: interviene la Preside con un pacato discorsetto sull'importanza di conseguire la licenza media.

La Vera Madre assume allora la Terza Posizione: ecchessaràmai questa licenza media? Non si dovrà mica essere addottoratissimi in tutte le materie per ottenerla, no? E' solo una licenza media. Perché non la diamo, punto e basta. invece di fare tante storie?
Qui ribatte la Preside con una tirata sul dovere della scuola di non regalare licenze medie.
Murasaki tace, risparmiando le forze.
La Quarta Posizione riprende la Seconda con qualche variante. In particolare, la professoressa Caramella l'anno scorso aveva garantito che la ragazza andava bene.
La Preside controbatte ripescando la scheda di fine anno di Marinaretta (che più che una scheda è un cimitero) e financo i registri di Lettere della prof. Caramella, dove non c'è traccia della valanga di sette che, a sentir la madre, la creatura prendeva sempre.

Altra pausa. La Madre ritorna sulla Prima Posizione: la ragazza studia indefessamente.
Murasaki ribatte che la ragazza non lavora né a casa né a scuola, dove del resto le sarebbe assai difficile seguire considerando che passa il suo tempo a chiacchierare.

E qui la Madre sfodera la Quinta Posizione, detta dell'Attacco Frontale: perché mai permettiamo alla ragazza di chiacchierare a scuola?
Provo a rispondere ma vengo sopraffatta da un accorato racconto di come, quando la Madre era giovane, la scuola era bella e buona e sapeva farsi rispettare, e nessuno di loro (studenti) osava parlare in classe, mentre oggi i ragazzi ballano sui banchi...
Qui Murasaki è senza parole, ma le viene risparmiato l'incomodo di rispondere perché la Preside dà in escandescenze una volta per tutte, urlando che lì a scuola nessuno balla su nessun banco**. La Madre urla, la Preside urla, Murasaki si appiattisce alla parete in cerca di una via di scampo.
La Madre infine assume la Sesta Posizione: proclama che deve andare al lavoro e sparisce a gran velocità.
Bofonchio qualcosa alla Preside e striscio via, con minor velocità ma con notevole sollievo.

Rimane in sospeso un Grande Interrogativo: la Madre si è lasciata prendere la mano dall'istrionismo o è davvero convinta che questo tipo di performance siano di un qualche aiuto alla figlia?
Si accettano ipotesi.

*che, a questo punto, comincia a non essere nemmeno più del tutto vero; anche se la creatura non è responsabile della madre che si ritrova, certo.
**Cosa del resto verissima. Ci tengo inoltre a precisare che la Terza da cui proviene Marinaretta si è sempre distinta per una tranquillità che spesso sconfinava nell'apatia e l'unico modo per farli ballare sui banchi sarebbe stato minacciarli a mitra spianati.

lunedì 29 novembre 2010

La fiaccola dell'anarchia

La sera del 20 Novembre Francesco Guccini, dopo molti anni di assenza, tornava a Pistoia al Palasport. Per andare a sentirlo avrei dovuto sobbarcarmi un po' di incomodo, ma la compagnia degli amici mi avrebbe ampiamente risarcito di ciò.
Ero stata a vederlo a Firenze un anno e mezzo fa - un concerto rispettabile, allegro, quasi una rimpatriata di noi sinistri in crisi esistenziale. Lì l'atmosfera era stata festosa e familiare, e il concerto mi aveva lasciato una bella coda di entusiasmo.
A Firenze il PalaMandela era bello pieno, a Pistoia invece era stra-pieno già un'ora prima dell'inizio, ben oltre i limiti delle più lascive misure di sicurezza: qualsiasi uovo appena deposto al confronto era vuoto come un taxi con dentro l'on. Rotondi. Piene tutte le gradinate, anche le più improbabili, pieno il campetto da gioco, piene le ringhiere. Insomma, pieno. Tanto pieno che han preferito iniziare in perfetto orario, cosa da me mai vista se non a taluni concerti di gala al Comunale.
Guccini era in ottima forma vocale (molto più che a Firenze, dove pure non se l'era cavata male), gli strumentisti hanno suonato a meraviglia, la scaletta non poteva che essere eccellente... il pubblico, oltre che tanto e transgenerazionale, era inquietante. D'accordo, applaudica, cantava, rideva, faceva insomma la sua parte da pubblico di appassionati; ma era arrabbiato ai limiti dell'incandescenza. Gli applausi, le urla e soprattutto gli slogan quando Guccini infilava qualche frase sulla politica erano degni delle migliori cantine alternative degli anni 70. I più arrabbiati erano i ragazzi - una bella fetta, tra l'altro, ben al di là del prevedibile per un musicista che per radio non passa quasi più; ma anche le sezioni più stagionate non scherzavano. E giunti al gran finale con la tradizionale Locomotiva - dove il buon Francesco faticava alquanto per far sentire anche la sua voce tra tutte le altre, l'atmosfera era così carica che per la prima volta a un concerto ho avuto paura.
Io e i miei compagni siamo sgusciati fuori col primo flusso, mentre il pubblico in basso cantava a squarciagola "Bella Ciao" in totale improvvisazione.

A quanto sembra, c'è una parte di Italia che ha esaurito ogni riserva di pazienza, umorismo e distacco ed è soltanto esasperato oltre ogni limite.
Qualcuno farebbe bene a starci attento: piazzale Loreto è dietro l'angolo.

domenica 28 novembre 2010

I veri Tordi non muoiono mai

Stavo facendo serenamente lezione, con la Classe dei Tordi reduce dal primo compito di scienze, quando hanno bussato alla porta. Era l'insegnante di matematica (e scienze) in versione Tigre Ircana, con in mano un libro di testo. Di scienze.
Esordisce spiegando che in quella classe sono deficienti.
"Tordi, direi" provo a smorzare.
"No, se li chiami tordi possono offendersi. Deficiente è chi manca di qualcosa" puntualizza la collega.
A questo punto mi metto un tappo in bocca e lascio che la natura faccia il suo corso.
Il libro di testo, spiega la collega, è stato trovato in bagno da un custode pochi minuti prima. Sì, al bagno di quel piano. A quel punto lei dovrà considerare se annullare il compito o abbassare semplicemente i voti, ma né l'una né l'altra soluzione le sembrano soddisfacenti perché ci sono anche ragazzi che non sono usciti durante il compito*, solo che lei non ha pensato a farsi la lista. Poi esce, avvolta in una nuvola di comprensibile collera, dopo aver restituito il libro al suo legittimo proprietario. Lunastorta, guarda un po'.

Mi rifiuto di commentare perché mi mancano le parole, e la lezione prosegue il suo corso. Solo più avanti mi viene in mente l'aspetto più demenziale della vicenda.
Quando sono entrata il compito era appena finito, e alcuni ragazzi mi hanno chiesto di andare in bagno. Come sempre li ho mandati, anche a gruppi di due o tre, e non sono certo stata a controllare se avevano qualcosa in mano quando sono rientrati. Avrebbero potuto trascinarsi in classe la Treccani con tanto di supplementi, senza che ci facessi il minimo caso.
Ma a nessuno, a nessuno dico, è venuto in mente di andare a riprendersi il corpo del reato.

Ha ragione la collega, non sono tordi, sono deficienti.
Qualsiasi tordo avrebbe ben ragione di offendersi, se si vedesse paragonato a loro.

*Sì, lei è di quelli che mandano gli alunni in bagno durante le verifiche scritte. Anch'io.
Non smetteremo per questo. Ma temo che, sfidando apertamente il ridicolo, dovremo chiedere a qualche custode di buon cuore di ispezionare i bagni in occasione delle suddette verifiche.
Eccheppalle!

mercoledì 17 novembre 2010

17 Novembre 2010 - Festa del Gatto Nero

Sia chiaro: festeggiare i bellissimi, nagici, misteriosi e affettuosi gatti neri che allietano le nostre case non vuol dire intendere sia pure alla lontana che gli altri gatti valgano meno o dispongano di minori qualità positive - che sarebbe un assurdo, perché ogni gatto è perfetto così com'è, per definizione.
I gatti neri però hanno un quid in più che ne rende più apprezzabili le sagome su fondo arancione per i disegni dedicati ad Halloween... e che li rende oggetto di strane superstizioni e rituali.
Sì, lo so, nessuna persona sensata potrebbe mai pensare che un gatto nero porti meno fortuna di un gatto grigio e rosa; eppure la balzana superstizione sui gatti neri maligni e apportatori di malasorte esiste ancora, annidata nelle pieghe della provincia.
Perché insomma ci sono diversi gradi di provincialità, e ad Hogsmeade, che è provincia molto più degli altri paesi da me visitati nel mio scolastico peregrinare per supplenze, per la prima volta ho avuto più scolari che mi hanno - seriamente - segnalato che il gatto nero portava sfortuna e che davanti alla mia reazione compassionevole hanno insistito.

D'accordo, noi italiani siamo gente strana, ci ostiniamo a votare strani partiti e a tenerci stretti strani governi. Ma lì ad Hogsmeade, per quel che sento dire, lo strano governo attuale non l'ha votato praticamente nessuno. Si sa, qui siamo in Toscana. Siamo evoluti e illuminati, e a suo tempo siamo stati i primi in Europa a sperimentare le riforme illuministe.
Ma, forse, i Lorena dimenticarono qualche paesino un po' fuori mano.

Comunque auguri a Ninphadora, a Sybille e a tutti i bellissimi gatti neri che ci allietano benignamente con la loro presenza, portandoci sempre molta, molta fortuna.
Anche se poi, si dice, nelle notti di Halloween siamo noi a non portare gran fortuna a loro.

domenica 14 novembre 2010

I folletti sono tra noi (ordinarie cronache di informatica)


Sirius Black in versione silvana

Non ho nessuna particolare paura o reverenza della LIM che sta in classe mia: semplicemente, sono stata costretta a prendere atto che quella specifica LIM mi odia, le altre con cui ho avuto a che fare no.
A St. Mary Mead avevamo due LIM, e una era nella stanzuccia pomposamente chiamata "aula multimediale". Era di un tipo molto amichevole: un giorno i ragazzi del laboratorio di storia mi insegnarono a usarla e nel giro di pochi minuti ne avevo imparato quanto bastava - soprattutto a storia, immagini e cartine sono utilissime.
La LIM di Hogsmeade è molto più complicata (soprattutto più economica, mi vien da dire) e richiede una manutenzione regolare di cui non sono certo capace. Nelle intenzioni se ne dovrebbe occupare l'insegnante di matematica, ma entrambe le insegnanti di matematica che si sono avvicendate in questi due anni nella Classe dei Tordi si sono rivelate ahimé piuttosto inadeguate a tale compito. L'insegnante del piano terra, invece, se la cava benissimo e la sua LIM funziona d'incanto. Con la sua LIM, aggiungo, non ho mai avuto problemi ogni volta che mi è venuto in mente di usarla.

La LIM della Classe dei Tordi, dicevo, mi odia. Ha rifiutato di accendersi, ha rifiutato di spegnersi, ha rifiutato qualunque cosa da parte mia. In una classe normale sarebbe stato un problema relativo perché avrei passato la palla a uno qualunque dei ragazzi come faccio quasi sempre*, ma a quella cara classettina fare i giochi con la LIM piaceva moltissimo, anche perché creava una notevole azione di disturbo. Badare alla classe e controllare che non giocassero con la LIM mi sembrò troppo superiore alle mie forze, e lasciai perdere.

Quest'anno, vuoi perché la classe lavora con spirito diverso**, vuoi perché la LIM è ormai vista come una sorta di castigamatti in versione elettronica, nessuno prova più a fare scherzi.
Esatto, tranne la LIM.
Ieri, in un impeto di spirito autonomistico (insomma, mi sono guadagnata il pane per anni come data entry, perché non dovevo riuscire a maneggiare una modesta e innocua LIM?) ho deciso di accenderla.
E l'ho accesa, ma il problema è arrivato al momento di inserire la chiavetta. Non solo non ci sono riuscita***, ma devo aver forzato qualcosa perché dopo non solo non sono riusciti ad inserirla nemmeno i ragazzi, ma anzi la chiavetta non veniva più letta dalla perfida LIM.
Nessuno ne veniva a capo. Infine Sirius ha detto che voleva fare un ultimo tentativo. L'ho autorizzato, avendo una cieca e totale fiducia nelle sue capacità informatiche.
Ha ha eseguito qualche rituale esoterico, ha spento e ha riavviato. La chiavetta è stata letta senza problemi. L'ho ringraziato e ho infine iniziato la lezione.

All'uscita mi lamentavo con i colleghi "Tutto questo succede perché la scuola non ci ha provvisto di un buon folletto da computer in classe!".
"Ma non ti servono i folletti" ha osservato una collega "Hai Sirius, che funziona meglio di qualunque folletto".
Gli ho dato ragione e ho nominato in cuor mio Sirius Folletto Ufficiale della LIM.

*ho imparato durante le supplenze brevi che i ragazzi sanno sempre maneggiare le attrezzature della loro scuola: gli insegnanti occasionali, ovviamente, ne sanno molto meno e rischiano di fare pasticci. Insomma, lasciare il tutto in mano alle creature è la cosa più sicura.
**o meglio, semplicemente, lavora
***cioè, dico, non sono riuscita a infilare una chiavetta. Qualsiasi idiota riesce a inserire una chiavetta in un computer, dico bene?

venerdì 12 novembre 2010

La crudele Murasaki

Murasaki in versione Turandot
per gentile e inconsapevole concessione di Kinuko Craft,
olio su tempera per la Washington Opera

Allo scopo di guadagnarmi onorevolmente lo stipendio sto cercando di instradare la Terza dei Tordi alla nobile arte delle interrogazioni. L'idea è che tutti loro devono imparare a gestire con scioltezza un'interrogazione anche quando non si siano sfiniti studiando tutto a memoria, stante che a fine anno ce ne sarà una bella lunga chiamata "colloquio d'esame".
Al momento sembra trattarsi di una pretesa assurda - un po' come aspettarsi che il Colosseo prenda le sue gambe e vada a farsi un giro sul Quirinale: ma sappiamo tutti che Roma non è stata fatta in un giorno, tanto per restare in ambito classico, e dunque ci sto provando. Con qualche resistenza, devo dire.
L'anno scorso interrogavo da posto.
Per dirla tutta, io ho sempre interrogato da posto. Mi hanno interrogato da posto per tutto il ginnasio e il liceo (con sporadiche eccezioni) e non per questo mi sentivo meno interrogata. Anzi, non ricordo di avere mai fatto una particolare distinzione tra interrogazioni da posto o alla cattedra.
Da insegnante realizzai subito che l'idea di avere accanto la creatura interrogata, in piedi mentre io ero seduta, mi metteva a disagio; così ho sempre interrogato da posto, di solito pure col libro aperto sul banco "perché potessero cercare il nome o la data che eventualmente gli mancava": nel mio personale concetto l'interrogazione è un discorso, anche una chiacchierata, su un dato argomento, e il nome e la data precisa si possono sempre cercare su un'atlante o una cronologia - e soprattutto, la storia non è un insieme di date mandate a memoria e geografia non è una sciarada di nomi. D'altra parte il libro aperto trasmette un senso di sicurezza che spesso cancella lo stress da interrogazione.
In breve: la questione di "insegnare a gestire un'interrogazione" per me non è mai esistito: ci si arrivava un po' per volta senza grossi traumi, e l'unica vera barriera era data dal tempo dedicato allo studio a casa. Di solito funzionava che chi non aveva studiato rifiutava di aprire bocca, e quindi non c'erano problemi a classificarlo: chi accettava di parlare, invece, era entrato nell'ordine di idee di sobbarcarsi il lavoro a casa.
Dal mio punto di vista, l'unico problema era che alcuni si rifiutavano di fare altro che memorizzare il testo - problema duplice perché, oltre al fatto che un apprendimento mnemonico non è esattamente quel che si prefigge la scuola dell'obbligo (o comunque quel che mi prefiggo io) c'era comunque il grosso inconveniente che, appena una parola saltava o un granellino di sabbia inceppava il meccanismo, l'interrogato piombava nella più nera confusione, non riusciva più a dire nemmeno il colore del cavallo bianco di Napoleone, e rimetterlo in carreggiata non era davvero affare da poco.
Aggiungo che questo succedeva solo con alunni che erano comunque in difficoltà nelle più varie materie e, soprattutto, quando i libri di testo facevano veramente schifo: in presenza di un libro ben scritto e ben strutturato, anche coloro che non sono dotati di sovrabbondante elasticità mentale e soverchia autostima riescono a impostare un bel discorsetto filato che riesce financo a tollerare una mezza domanda di approfondimento.
Insomma, con gli anni mi ero fatta l'idea che l'interrogazione è un frutto che si sbuccia piano piano, a velocità diverse a seconda dell'alunno, ma che non ha comunque scorza così dura da non poterne venire a capo.

La Seconda dei Tordi ha demolito ogni mia certezza in merito.
Cominciamo dalle basi: a Hogsmeade sono provincia, e ne sono molto più acutamente consapevoli che a St. Mary Mead. Hanno paura di parlare. Non di chiacchierare, naturalmente, ma di parlare in un'interrogazione. Per giunta molti degli insegnanti di Hogsmeade... hanno lasciato che continuassero a non parlare.
Non voglio parlare delle terze licenziate l'anno scorso, due delle quali all'inizio dell'anno sembravano mute: non è questo il posto opportuno per affrontare simili racconti dell'orrore. Ma so per certo che le due incaricate annuali che l'anno scorso hanno cercato di far parlare quelle due classi hanno vissuto un'esperienza didatticamente assai interessante. Voglio dire, davvero interessante.
Ma sto divagando.

Quando la mia seconda era ancora una prima aveva avuto un'insegnante di storia e geografia che non interrogava a storia (o interrogava sempre gli stessi, ho avuto più versioni) e non ha fatto geografia, oltre a un'insegnante di italiano che li ha fatti scrivere molto, e con buoni risultati: infatti solo pochissimi in quella classe riuscivano a fare un'interrogazione decorosa, ma parecchi erano in grado di farmi un buon testo scritto; sì, anche di storia, se l'avevano studiata (ho detto se).
E dunque io li ho fatti scrivere molto, ho messo una bella caterva di quattro alle interrogazioni mute, ho strigliato le famiglie e ho aspettato con fiducia i risultati.
Che sono arrivati, ma molto più lentamente del previsto, e quasi solo a Geografia. A storia qualcuno studiava a memoria, qualcuno studiava a morte per l'occasionale interrogazione, qualcuno non veniva a capo nemmeno di un'interrogazione programmata su due pagine, qualcuno era definitivamente chiuso in uno sdegnoso silenzio... e qualcuno trovò infine l'uovo di Colombo: leggere dal libro.
Il quale uovo di Colombo rivelò quasi subito i suoi limiti, perché misteriosamente l'insegnante se ne accorgeva subito (ma tu guarda i casi della vita); alcuni dei Tordi più sprovveduti continuarono però ad affidarcisi con incrollabile ottimismo nonostante i risultati non proprio ottimali.
Non sapevo che fare: fargli chiudere il libro non osavo, perché alcuni lo usavano come coperta di Linus ed era chiaro che senza si sarebbero persi. Arrivati al Settecento però una soluzione si imponeva. Così passai a dettare uno schema sull'Illuminismo, su cui interrogai tutti a tappeto.
Poi ci furono uno schema sulla rivoluzione industriale e uno sulla rivoluzione americana; lì per fortuna l'anno si chiuse, prima che finissi definitivamente alla neurodeliri.
Nel frattempo qualche anima buona aveva finalmente calibrato a dovere la LIM, dove non risultavano più pallidi ectoplasmi ma vere immagini, provviste di colori.

Quest'anno ho deciso di fare una terapia a scalare. Prima ho interrogato a storia sulle mappe mentali del libro (fatte anche piuttosto benino). Come coperta di Linus funzionavano anche quelle, e in quel modo il libro era aperto solo su una determinata pagina.
Poi ho acceso la LIM.
E lì vi è stato pianto e stridor di denti.
A Geografia occorre lavorare sulle carte, giusto? Dunque bastava proiettare una bella carta geografica sulla LIM e chiamare la creatura. Addirittura, le prime interrogazioni sono state fatte sulla grande carta geografica dell'Asia appesa alla parete. Ho comprato una bella bacchetta di legno lunga e gli ho chiesto di espormi l'Asia fisica.
C'è voluto del bello e del buono per convincerli che la bacchetta dovevano usarla per indicarmi i vari fiumi e monti, e non solo per tenerla in mano. Ma alla fine ci sono riuscita: in fondo la carta era in fondo all'aula, i compagni vicini suggerivano, il libro aperto stava sul banco e con qualche contorsione si poteva vedere. Certo, leggere stava diventando difficile, ma hanno continuato a provarci.
Poi siamo passati alla Turchia.
Hanno provato a convincermi che volevano essere interrogati alla carta geografica, ma gli ho spiegato che lì la Turchia era piccola e gli ho proiettato sulla LIM una bella cartona turca. No, da posto non interrogavo più. Eravamo in terza, in terza si chiedono cose diverse rispetto alla seconda. No, da posto non interrogavo più. No. C'era il colloquio a fine anno, dovevano abituarsi a parlare senza scialuppe di salvataggio. No, da posto non interrogavo più.

Ora, io sono perfettamente consapevole che se non hai studiato la Turchia avrai dei problemi a ripeterla. Ma se l'hai studiata?
La prima tragedia avvenne verso la metà di Ottobre. Ben tre fanciulle (due delle quali piuttosto studiose) davanti alla carta proiettata sulla LIM sono andate nel panico più completo e totale, tanto da non riuscire a dirmi nemmeno i confini della Turchia - che, se vogliamo, è un'impresa alla portata anche di chi non si è consumato gli occhi a studiare la Turchia per giorni e giorni di fila.
Immobili, terrorizzate, mute, mi guardavano come il coniglio guarda il serpente che sta per inghiottirlo. La buona e brava e adattabile e comprensiva prof. Murasaki era improvvisamente diventata un crudele drago assetato di sangue. Con l'unico filo di voce di cui disponevano imploravano di andare a posto e di parlare lì, perché "da posto la sapevano". Compagni e compagne giuravano che la sapevano davvero. Ed è vero che dal posto sapevano: molti infatti, tornati al loro amato banco, erano in grado di parlare. La classe si stava facendo studiosa. Ma non riusciva a parlare senza coperta di Linus.

L'unica cosa che mi era chiara era che non potevo tornare indietro, a nessun costo. Ho quindi dovuto sopprimere nel mio cuore ogni umano moto di pietà e compassione, resistere ai richiami che Amnesty International continuava a mandarmi e ignorare i più elementari diritti dell'uomo e del cittadino: ho proseguito nella mia crudelissima tortura, sfoderando una crudeltà di cui non mi sarei mai creduta capace.
Alla lezione successiva le creature sono tornate (per la più impaurita sono ricorsa senza remore alla promessa di un cambio di posto per una settimana accanto all'amica del cuore); piano piano, con il loro filino di voce che via via diventava più deciso, mi hanno spiegato le caratteristiche di quel non difficilissimo stato che è la Turchia. Col passare delle settimane il coraggio è aumentato e adesso anche le più timide e i meno loquaci fanno una lettura decente di una carta o discettano su deserti e monsoni.
Ma, per loro, Geografia è sempre stata la parte più facile. E se anche quella ha dato problemi, Storia si è rivelata un vero bagno di sangue.

Dopo la rivoluzione americana, si sa, arrivano la rivoluzione francese e Napoleone - argomenti tutt'altro che drammatici se si riesce a non sperdersi nella selva di date del 1789.
Così partorisco una delle mie molte idee geniali*: una piccola cronologia da proiettare alla lavagna. Con la cronologia davanti, nessuno avrà problemi ad infilare una perfetta rivoluzione francese, e tutti potranno così agevolmente esercitarsi nella nobile arte di infilare un discorso filato.
In un lampo di entusiasmo di cronologie ne preparo tre: una small, una medium e una comprensiva di Napoleone. E attacco fiduciosa a interrogare.

Non è andata proprio liscia come credevo, ecco; anzi, visto che siamo in tema napoleonico, un bel riferimento a Waterloo ci sta d'incanto. Tanto per cominciare, ci volle un sacco di tempo perché si decidessero a vederle, quelle date, non parliamo di ricamarci su. La semplice domanda "Chi era Napoleone?" riuscì a mandare in tilt un numero allarmante di persone.
"Scusa, hai appena detto che Napoleone fu mandato dalla Francia a combattere con l'Italia per dividere l'Austria**. Chi era Napoleone? Da che parte combatteva?".
"Dalla parte dell'Austria".
"E quindi era venuto a dividere l'Austria?".
"Ah no, cioè, era francese".
"Bene. E che lavoro faceva questo francese?".
A me sembrava che anche a occhio la risposta fosse piuttosto intuibile. Ma la sapevano solo da posto. Perché, notoriamente, quando uno è terrorizzato è terrorizzato, punto e basta. E se poi chiamavi la persona che da posto ti aveva risposto, non si ricordava più nemmeno il suo nome.
"Ragazzi, è una LIM, non è un Tyrannosaurus Rex. Non morde e non vi mangia" ho provato a dirgli.
"Ma è cattiva!"
"Ci guarda male!"
"Come fa a guardarvi male una LIM?"
"Prof, non ci riusciamo!"
Poi un giorno ho chiamato Leprotta - una brava e dolce e cara ragazza, molto diligente e che mi ha sempre fatto delle rispettabili interrogazioni da 7 senza farsi mai pregare. Lei mi guarda terrorizzata. Balbetta. Chiede di essere chiamata la volta prossima. Supplica di essere chiamata la volta prossima. Quasi mi abbraccia le ginocchia. Si dice sicura di non riuscire a parlare. Il suo sguardo è colmo di Addolorato Rimprovero. "Io sono sempre stata brava e corretta con te, non ho mai sgarrato e tu mi infliggi questo maltrattamento? Come potrò mai più avere fiducia in un professore, se anche tu mi tradisci così? Io mi fidavo di te!".
I rimorsi mi divorano. Rischio forse di traumatizzarla in modo irreversibile? Questa cosa può farle davvero del male?
Qualcosa, però, mi spinge a insistere. In un anno e passa non l'ho mai trovata impreparata e non mi ha mai consegnato i compiti in ritardo. Possibile che si sia presa un giorno di vacanza proprio ai tempi del Terrore? A ben guardare non ha detto che non ha studiato, ha detto che non sa ripeterla...
Tremante e rimproverosa come nemmeno le mie gatte se tardo a farle rientrare in casa quando piove, Leprotta arriva davanti alla perfida LIM.
"La prima data, quella del 1791, si riferisce alle elezioni. Di che si tratta?"
Con un pallido raggio di speranza noto l'eroica lotta dell'Istinto di Conservazione. Flebilmente Leprotta comincia a mormorare qualcosa sulla nuova costituzione, l'assemblea legislativa e le elezioni. Con voce più decisa parla dei tre schieramenti eletti e di come si distribuiscono in parlamento, per poi inanellarmi un'interrogazione come tutte le sue, né meglio né peggio, ma seguendo tutte le date e non nell'ordine preciso del libro.
E' stata la prima, sottile crepa nel muro. Un inizio, insomma.

Altri sono venuti. Qualcuno ha fatto meraviglie, qualcuno ha fatto decentemente.
Qualcuno è ancora piantato come un mulo, si capisce. Anche Parigi non è stata fatta in un sol giorno.

*della serie "pietà se ce n'è"
**sì, lo so: a qualche perfezionista potrà sembrare una decrizione non proprio perfetta della discesa di Napoleone in Italia. Anche a me faceva venire il voltastomaco, in effetti. Comunque c'è anche chi ha esordito in modo più sensato e pertinente.