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lunedì 7 settembre 2009

Manuale del Perfetto Insegnante - Come NON si organizza un'uscita - 2

Il “Sopralluogo” di Venerdì 7 Maggio come esempio di organizzazione di una esercitazione sul terreno


Il sopralluogo di Venerdì 7 Maggio 2004, nell’ambito del percorso formativo del V ciclo della SSIS dell’Università di Firenze per l’insegnamento di Geografia all’interno dell’indirizzo letterario, ha senz’altro costituito uno dei momenti culminanti di tutto l’anno di corso, sia dal punto di vista didattico che da quello relazionale e formativo. La metodologia prescelta, spregiudicata ma di notevole impatto, è stata quella della dimostrazione ex absurdo: l’esercitazione cioè, è stata concepita e organizzata come una dimostrazione concreta di tutti gli errori che si possono commettere nella preparazione di una lezione esterna.

I risultati sono stati senza dubbio notevoli, ma a titolo puramente personale confesso un po’ di dispiacere per non aver potuto usufruire anche della lezione vera e propria (che avrebbe dovuto consistere, mi è sembrato di capire, in un’analisi della topografia urbana ed extraurbana di Firenze, con relativa analisi storico-geografica e un excursus sull’escavazione e l’utilizzo della pietra serena): a parte la curiosità personale, che mi rende sempre disponibile anche verso gli argomenti più insoliti, una lezione del genere sarebbe stata anche assai spendibile in classe per chi lavora nelle scuole fiorentine, anche sotto forma di quelle annotazioni e curiosità che spesso risultano tanto gradite agli allievi. D’altra parte mi rendo conto che non si può avere tutto, nella vita, e del resto anche così l’esperienza si è rivelata oltremodo interessante.


Ho pensato quindi di strutturare la relazione presentando per ogni punto relativo all’organizzazione una fedele (e abbastanza divertita) cronaca dei fatti, seguita dalle critiche che potevano essere mosse a chi aveva “organizzato” l’escursione, per fare infine riferimento alle reali ed effettive modalità con cui andrebbe progettata una lezione all’esterno, così come le ho ricavate dal materiale didattico che ci è stato distribuito (di cui mi rammarico di non aver potuto citare gli estremi bibliografici in nota).


1) Argomento e finalità didattiche

Ci è stato genericamente detto che avremmo fatto un “sopralluogo”, senza alcuna indicazione di modalità, tempi e luoghi. La comunicazione in effetti si limitava ad un invito a ritrovarsi in piazza San Marco ad una data ora (le 14.30 del venerdì 7 Maggio 2004), con la notazione che saremmo stati divisi in quattro gruppi.

E’ importante osservare come nessuno degli allievi avesse la benché minima idea del programma della lezione.


Questo ha indotto negli specializzandi quel particolare stato d’animo, noto come Sindrome del Parco Buoi (SPB) che un gruppo di allievi prova inevitabilmente quando viene coinvolto senza alcuna spiegazione in qualche Attività Non Meglio Definita (ANMD) da uno o più docenti verso i quali non ha imparato a sviluppare un rapporto di stima e di fiducia, e che si può riassumere nelle grandi domande “Chi siamo? Dove andiamo? E soprattutto, perché non siamo restati a casa a guardarci un buon film alla televisione?”.


A questo proposito le fotocopie che ci sono state distribuite nella lezione successiva sono piuttosto eloquenti. Vi si legge infatti :

“Risulta fondamentale, pertanto, una loro [delle uscite didattiche] accurata organizzazione, secondo un preciso schema metodologico” che prevederebbe addirittura il coinvolgimento dell’intero consiglio di classe.

Parte di questa organizzazione consiste in un’accurata preparazione degli allievi. Infatti:

“La preparazione in classe dell’uscita va programmata tenendo presente alcuni punti che sono essenziali nel processo di insegnamento-apprendimento, e che percorrono trasversalmente l’intera unità didattica. A tale proposito, è opportuno accertare e creare i prerequisiti comportamentali e spaziali su cui impostare il lavoro successivo; definire i contenuti in base ai quali si intendono perseguire determinati obiettivi; raccogliere, organizzare e discutere l’adeguato materiale iconografico e statistico; elaborare una serie di prove oggettive atte a valutare lo sviluppo dei progressi cognitivi <>, ed un test sommativo finale che accerti la conoscenza e la comprensione dei precedenti momenti preparativi all’escursione sul terreno [il corsivo è nostro]” (1)


Va da sé che non tutte le fasi di preparazione qui elencate sono sempre indispensabili. Ma, onde evitare la sopra citata SPB, ovvero Sindrome del Parco Buoi, è opportuno quantomeno dare agli allievi che ci vengono affidati (talvolta verrebbe da dire, manzonianamente: “che ci vengono dati in balia”) una sia pur minima consapevolezza delle modalità e dello scopo dell’escursione.


2) Organizzazione e preparazione; valutazione dei rischi

L’itinerario previsto per il mio gruppo (se ho capito bene) comprendeva una partenza da Settignano con sosta nel piazzale Desiderio, per poi proseguire verso Ponte a Mensola e le Cave di Maiano, con ritorno lungo l’Affrico - insomma, una camminata piuttosto lunga.

Le previsioni del tempo erano nettamente sfavorevoli. Inoltre era previsto uno sciopero dei mezzi pubblici a partire dalle 17.00. Da notare che una consistente quota degli specializzandi viene da fuori Firenze.


Nessun invito a munirsi di scarpe comode, e soprattutto nessuna descrizione di eventuali itinerari. In questo modo si è evitato che gli involontari escursionisti prendessero precauzioni legate alla salute (tachipirina e maglioni per chi aveva qualche influenza o malanno da raffreddamento in corso; analgesici per chi aveva le mestruazioni eccetera). Si è così efficacemente provveduto a fornire ogni allievo, sin dall’inizio, del Massimo Grado di Scontento (MGS) nonché del Minimo Grado di Disponibilità (MGD), oltre ad un grado di disagio variabile a seconda delle circostanze (ad esempio chi usa abitualmente scarpe comode e quel giorno indossava vestiti pratici, sufficientemente caldi e godeva di un buono stato di salute non ha provato all’inizio un personale disagio, anche se ha potuto efficacemente constatare quello provato dai suoi compagni).


Lo sciopero dei mezzi pubblici è stato semplicemente ignorato dagli organizzatori, nonostante alcuni specializzandi si fossero preoccupati di fare presente la questione inviando loro e-mail (che non hanno avuto risposta). I docenti hanno dunque applicato la TSO (Tecnica dello Struzzo Ottimista). Uno di loro l’ha anzi portata a notevoli livelli di virtuosismo augurandosi genericamente che “visto che era solo uno sciopero dei Cobas non fosse molto significativo” - il tutto in un’annata in cui il capitolo Scioperi dei Trasporti Pubblici si è rivelato erto di insidie un po’ in tutta Italia (peraltro, a quanto abbiamo potuto constatare a posteriori, i COmitati di BASe hanno goduto di un seguito abbastanza consistente per lo sciopero in questione).

Peraltro il problema Trasporti sarebbe stato facilmente aggirabile procurandosi un mezzo proprio, per esempio uno di quei pulmini che spesso il Comune di Firenze mette a disposizione delle scolaresche su richiesta delle scuole - oppure avendo cura di organizzarsi con mezzi propri (molti degli specializzandi dispongono di automobili o mezzi a due ruote). Questo avrebbe richiesto certamente molto dispendio di tempo e di telefonate... ma non si è detto che l’organizzazione è importante?

L’uso di un mezzo proprio sarebbe stato consigliabile, visto l’alto numero di partecipanti, anche in base a un’altra considerazione: l’autobus n. 10, l’unico che porta a Settignano, non ha una grossa capienza né corse frequenti.


Per recarsi sul luogo iniziale dell’escursione non è stato approntato alcun mezzo dall’Università. Il mio gruppo, composto da oltre cinquanta persone, è stato malamente stipato su un autobus della linea 10, con grave incomodo delle persone che lo componevano e dei disgraziati passeggeri abituali dell’autobus in questione: si tratta infatti di un tram a capienza piuttosto limitata.


Tra gli specializzandi corre voce che i docenti fossero stati avvisati via e-mail anche delle previsioni del tempo nettamente sfavorevoli, sempre senza ricevere risposta alcuna. Ignoro se tutto questo risponda a verità, ma di sicuro non occorrevano attrezzature satellitari o competenze meteorologiche fuor dall’ordinario per intuire che la situazione meteorologica era a rischio: a Firenze (come su buona parte dell’Italia) pioveva senza remissione da una settimana, con vaghe schiarite di durata variabile fra i tre e i trenta minuti, e tutto lasciava intendere che sarebbe continuato così. Non si trattava di una fine pioggerellina primaverile, del tipo che i giapponesi chiamano “rain kiss”, ma di una pioggia torrenziale, adattissima a favorire fenomeni di erosione e dilavazione, nonché a creare paludi urbane adattissime per l’allevamento di anguille e capitoni. Un tipo di pioggia, per intendersi, del tutto inadatto ad un’escursione.


Resta inteso che nella corretta organizzazione di una escursione esterna va fatto proprio l’opposto: prima di tutto la destinazione va comunicata con molta chiarezza, e va data anche qualche indicazione su tempi, modi e itinerari.

In una città con problemi di traffico come Firenze, dove i mezzi pubblici sono piuttosto scomodi, è opportuno cercare di procurarsi un mezzo proprio (p. es. un autobus del Comune) e utilizzare le linee ATAF solo quando si hanno ragionevoli probabilità di trovarle abbastanza sgombre. Naturalmente in caso di sciopero le gite vanno rimandate. Altrettanto naturalmente, per una gita all’aperto, occorre avere sempre a disposizione un cosiddetto Programma Alternativo in caso di pioggia torrenziale. Questo, prima ancora che dalla didattica è stabilito dal più elementare buon senso: se dedichiamo del tempo a fare qualcosa, tanto vale farla bene. Il sopralluogo esterno è bensì auspicato e caldeggiato, ma nessuna legge lo impone; e dunque, una volta che si decide di farne uno, è ragionevole e sensato adoperarsi con tutti i mezzi per farne un’occasione di piacere, oltre che di istruzione - o meglio, un occasione di piacere al fine di renderlo un’occasione di istruzione: com’è noto, infatti, un ADS (Allievo Divertito e Soddisfatto) apprende molto più facilmente di un AID (Allievo Irritato e Disorientato).


3) Il momento della spiegazione - parte I

Giunti a Settignano lo squarcio di cielo azzurro che ci aveva compassionevolmente accompagnato sin dall’adunata di piazza San Marco si è richiuso ed ha cominciato a tirare un vento gelido e molto forte.

Il gruppo si è diretto nella piazza Desiderio da Settignano e si è assiepato intorno al muretto del belvedere. Stando a quel che ci veniva dichiarato, la prima parte della lezione sarebbe consistita in un esame di Firenze dall’alto (una visuale, invero, assai suggestiva).

Ha cominciato a parlare uno dei docenti che ci accompagnava. Il forte vento che si stava levando (e che ha continuato ad aumentare di intensità fin quando ha cominciato a piovere) ha complicato molto la distribuzione del “materiale” (un po’ di fotocopie, una delle quali in A3, e una cartina di Firenze che era pura utopia cercare di aprire, non dico di consultare).

Non dico nulla della raccolta-firme (una costante piuttosto ossessiva della Scuola di Specializzazione), che pure ha dato luogo a numerosi intermezzi comici, alla pari della distribuzione di fotocopie che cercavano con tutte le loro forze di spiccare il volo, come nel celebre racconto di fantascienza di John Sladek.*

Sta di fatto che gli argomenti della lezione (per quel pochissimo che mi è arrivato alle orecchie) erano abbastanza nuovi, anche se ignoro se fosse stato effettivamente previsto il tentativo, fatto da alcuni coraggiosi allievi, di prendere appunti, pur essendo in piedi e senza base d’appoggio per il quaderno.

In realtà non c’erano appunti da prendere, perché la voce dell’insegnante arrivava soltanto a tratti, e solo alle persone aggruppate intorno a lei, in parte a causa del vento e in parte per la distanza proibitiva in un luogo completamente privo di ogni protezione per l’acustica.

Solo in apparenza il problema principale era il vento: in realtà anche senza vento la lezione non avrebbe potuto essere seguita dagli allievi a causa del numero dei partecipanti. Infatti la voce in ambiente esterno non ha la stessa portata che ha in un ambiente chiuso. D’altra parte per guardare Firenze dall’alto occorreva disporsi lungo il muretto del belvedere, e i circa cinquanta presenti, per disporsi, avrebbero dovuto occupare buona parte del muretto per una lunghezza di almeno dieci-dodici metri. Dunque, solo i sette-otto (a voler essere ottimisti) specializzandi più vicini agli insegnanti avrebbero avuto speranza di seguire la spiegazione e anche guardare la città dall’alto.

D’altra parte, ascoltare la spiegazione senza guardare la città dall’alto non soltanto non aveva molto senso, ma avrebbe reso la lezione all’aperto assai simile ad una normale lezione frontale al chiuso, solo molto più scomoda.


A meno che la lezione all’aperto non si limiti ad un ristretto gruppo di allievi (massimo massimo quindici) oppure che l’insegnante non disponga di corde vocali all’altezza della migliore tradizione canora del nostro bel Paese, per i docenti è consigliabile munirsi di un impianto di amplificazione della voce - un microfono senza fili, per intendersi.

Tutto questo a meno che gli allievi non sappiano già cosa devono guardare, cercare, osservare.

“Se si desidera, pertanto, che la visita di studio abbia un ruolo effettivo ed efficace nell’apprendimento, “bisogna costruire almeno due momenti didattici definiti: uno è la preparazione in classe, l’altro è l’indagine diretta sul terreno” secondo un’organizzazione del lavoro che attribuisca uguale importanza alla fase “della lavagna” e a quella del territorio” (2).

Insomma occorre evitare che la lezione esterna si riduca alla semplice manovra di prendere gli allievi, piazzarli senza preliminari di sorta in un punto X purché fuori da un’aula e parlare per un po’ senza preoccuparsi in alcun modo se gli allievi in questione ascoltano e comprendono quel che gli viene detto. Una lezione, al chiuso o all’aperto, ha senso solo se viene effettivamente percepita dagli allievi - a meno, si capisce, di ridurre l’insegnamento ad una mera trafila burocratica in cui il momento più saliente è l’accredito dello stipendio sul conto corrente.

(Va da sé che l’impostazione della SSIS rifugge totalmente da una concezione così avvilente del lavoro di insegnamento).**

4 - Il momento della spiegazione - parte II


Costretti alla fuga dalla pioggia ormai implacabile, i due gruppi di specializzandi e i due docenti si rifugiano al coperto, nella Casa del Popolo di Settignano, in attesa dell’ultimo autobus disponibile prima dell’inizio dello sciopero. Qui i due docenti impartiscono un supplemento di spiegazione assai difficile da seguire a causa del sottofondo di bicchieri, tazzine etc. del bar, e della radio che trasmette un ameno programma di canzoni. Quel pochissimo che arriva nonostante tutto alle nostre orecchie lascia capire che gli argomenti sarebbero stati probabilmente di grande interesse; peccato, ahimè, che ben pochi abbiano avuto modo di sentirne sia pure un breve cenno.


Con questo gustoso finale il Gruppo Vacanze “Fantozzi va alla SSIS” potrebbe aver finito la sua “lezione”, ma interviene il tocco finale: la Relazione. I due docenti infatti, recitando con indubbia abilità drammatica la parte dell’II (Insegnante Irragionevole), proclamano nuovamente l’intenzione già esternata sul piazzale del belvedere, e chiedono nuovamente una Relazione sulla Presunta Lezione, fatta anche in base a materiale che “verrà distribuito in seguito”.

Gli specializzandi, ormai perfettamente calati nel ruolo di SVADII (Studenti Vessati e Angariati da Insegnanti Irragionevoli) protestano a gran voce. I professori contrattano: una cartella, mezza cartella, dieci righe. Ovviamente (in quanto ben calati nel ruolo) ignorano ogni tipo di obiezione legata al fatto che la lezione non c’è stata, e risolvono il problema stabilendo che, se loro dicono che la lezione c’è stata, ciò sta evidentemente a significare che la lezione c’è stata.

In seguito un apposito comunicato ribadirà la richiesta della relazione, precisando che vale solo per chi era presente alla “lezione”.


L’abile manovra didattica ha lo scopo di farci comprendere lo stato d’animo degli studenti quando hanno la precisa convinzione che i loro insegnanti abbiano perso il lume della ragione, insegnandoci con ciò una lezione che, per quanto banale, non sarà mai ripetuta a sufficienza ad un gruppo di aspiranti docenti: reagire davanti a una classe in rivolta puntando i piedi serve solo a complicare ogni attività didattica presente e futura. Come sa chiunque abbia pratica di insegnamento, per poca che sia, l’unico modo di venire a capo di una classe veramente arrabbiata è praticare quello che in didattica si chiama “ascolto attivo” - in breve, starli a sentire. Nel senso di starli a sentire sul serio.

Negli insegnanti inesperti (e talvolta, ahimè, perfino in quelli esperti) c’è l’oscura paura che “se non gli faccio fare il compito, oppure se lo cancello, perderò autorità”. Naturalmente è vero l’opposto: l’insegnante che sa ascoltare le ragioni dei suoi allievi e all’occorrenza cancellare un compito, o ripetere una lezione che non è risultata chiara, non solo non perde autorevolezza né credibilità, ma al contrario la acquista.


La richiesta della relazione a posteriori, infine, ci ricorda che la diffidenza degli allievi è sempre all’erta e, laddove manchi un rapporto di stima e di fiducia con il docente, l’allievo applicherà sempre l’aurea massima “Nel dubbio, fai forca” - ovvero, un’assenza strategica può risparmiarti un sacco di grattacapi.


5 - Tirando le conclusioni


L’esperienza del sopralluogo esterno si è rivelata senza dubbio proficua e interessante, come ho già detto nell’introduzione.

Sarebbe però interessante (e qui sono sicura di non parlare solo a titolo puramente personale) vedere il rovescio della medaglia, cioè le modalità con cui va preparata una lezione all’aperto riuscita.



NOTE

(1) Purtroppo dalle fotocopie distribuite non è stato possibile risalire al testo e al suo autore. In alto sulle pagine di sinistra si legge “I - Geografia e didattica in Italia” e su quelle di destra “3. Le metodologie”. I brani citati sono presi da pag. 81.


(2) Stessa opera di cui sopra, stessa pagina. Parte del passo qui citato è attribuita a “Caldo, 1989, p. 42”.


* Dubito molto che il riferimento al delizioso racconto "Rapporto sulla migrazione del materiale didattico" sia stato colto

** Sì, li stavo perculando. Ma senza che potessero rimproverarmi.

sabato 5 settembre 2009

La mia nuova scuola (con fantasmi annessi)


Ieri mattina, col Gruppo Vacanze Precari di Lungacque, sono andata a prendere servizio nella scuola di Hogsmeade.
Tale scuola si articola anch'essa su tre comuni, come quella di St. Mary Mead. E in uno di questi comuni abbiamo - nientemeno - una classe fantasma.
Non sono sicura di avere ben capito i termini della questione (dopotutto, una classe fantasma non si trova tutti i giorni) ma sembra che due anni fa si sia formata una classe troppo piccola per avere diritto ad esistere, così l'hanno accorpata nominalmente ad una classe del plesso principale, con il tacito assenso delle autorità.
Non so come abbiano fatto a procurarle degli insegnanti e tantomeno capisco perché fare le cose di nascosto - sta di fatto che una delle mie colleghe avrà il piacere di far loro, di soppiatto, un tot di ore che le verranno pagate "a progetto". Più avanti mi farò spiegare dalla collega se i ragazzi girano avvolti in bianche lenzuola trascinando catene arrugginite e se lei per entrare in quella classe dovrà adornarsi a sua volta in cotal guisa (il tutto sperando che la classe fantasma non si riconosca dalla sua fantomatica preparazione).
L'orario è strutturato su sei unità orarie, con dei recuperi - e questo è abbastanza normale. Un po' meno normale è che le unità orarie siano di 52, 53 e 57 minuti, con due intervalli uno di dieci e uno di nove minuti. Sono consapevole che dividere il viaggio del luminoso cocchio del Sole in ventiquattro unità ognuna composta di sessanta minuti è solo una convenzione inventata dagli uomini, esattamente come regalare dei confetti bianchi il giorno del proprio matrimonio, e che se esiste un sistema a base sessagesimale può benissimo esisterne uno a base cinquantasettesimale; ma, insomma, mi sento un po' perplessa.
Le segretarie sono state gentilissime. Anche la preside* e le colleghe, ma per i miei gusti parlano un po' troppo didattichese. Capisco che lo fanno anche per impressionare i nuovi arrivati, ma una riunione di venti minuti e passa per illustrarci il POF... o meglio, non il POF bensì la struttura del POF, diviso in otto volumetti ognuno con una rilegatura diversa... uno con il regolamento d'Istituto, poi i vari regolamenti dei plessi, poi il POF vero e proprio, poi il regolamento disciplinare, poi non so che altro perché a quel punto ero già persa in un limbo mio personale che non manca mai di accogliermi in questi casi. Da notare che il POF viene stampato solo occasionalmente, onde non mandare la scuola in bancarotta, ma è sul sito della scuola medesima - ma, in questo momento, non accessibile (non ho capito perché). In pratica, l'unico modo per leggerlo sarebbe rubare quello della preside.
Siccome c'era stata questa essenziale riunione, dopo è rimasto poco tempo per parlare di cose banali quali l'assegnazione delle classi e dunque sappiamo solo chi farà seconde e terze e chi farà una prima e le nove ore di Approfondimento Didattico (sì, sono io la fortunata) ma non in quale sezione. All'uscita del colloquio con la Preside gli addetti all'orario ci sono piombati addosso come falchi, e resisi conto che non sappiamo ancora con precisione DOVE saremo "perché la Preside doveva ancora pensarci" hanno lanciato lunghi ululati. Posso capirli, perché fare l'orario è sempre un'impresa epica.
C'è un rientro al mese (che è un peccato perché mi avevano garantito che la mensa è ottima); ma il peggio è che questo rientro mensile è dedicato a tre vaghi progetti incentrati sugli originalissimi temi del Riutilizzo, della Multiculturalità e del Volontariato. Ora, io non ho niente contro i rientri pomeridiani, però diffido moltissimo delle ore pomeridiane quando fai mangiare i ragazzi alle due e dopo li piazzi a seguire improbabili Progetti Sui Massimi Sistemi.
Peggio ancora, questi nobili progetti andrebbero sviluppati anche durante l'ora di Approfondimento. Ho provato a suggerire che, molto banalmente, le insegnanti di Lettere delle varie classi potrebbero darmi qualche consegna, del tipo "falli leggere", "risentigli i verbi irregolari" e roba del genere - ma si sono precipitate a dirmi che nonono, non è un'ora di recupero (cosa ci sia di male poi a fare recupero proprio non lo so. Che poi se proprio non c'è niente da recuperare si può sempre potenziarli, no?) ma è un'ora in cui si cerca di sviluppare le Quattro Abilità, in accordo con l'insegnante di Lettere.... il tutto in un didattichese molto stretto ma prolisso come solo il didattichese sa essere; e infatti quest'ora di Approfondimento avrà "un momento valutativo importante nonché integrativo della valutazione di Lettere".

Vabbe', l'importante è capirsi.

*ho poi saputo che costei è nota anche come Lady Mappa perché ad ogni incontro o discussione si presenta con la sua brava mappa cognitiva e/o concettuale.

giovedì 3 settembre 2009

Come un nikuman nella sua pentola...



I nikuman sono delle specie di gnocchi di pasta con ripieno di carne, tipici della cucina cinese ma molto amati anche dai giapponesi, che cuociono a vapore in un'apposita pentola a tre strati.
Ne ho già parlato all'incirca un anno fa, in occasione delle convocazioni per le supplenze annuali. Quest'anno abbiamo cambiato scuola e il provvido CSU ci ha selezionato un edificio forse ancor più caldo di quello dell'anno scorso, ma di sicuro molto più piccolo. In teoria eravamo molti meno dell'anno scorso, ma a guardarci non si sarebbe detto - forse l'effetto sardina in scatola contribuiva, non so.
In compenso non mi spiego come mai, se le cattedre da assegnarci erano molte meno e io avevo risalito qualche posizione, i tempi sono stati all'incirca gli stessi. Tra l'altro non abbiamo avuto nemmeno cattedre che apparivano e scomparivano - almeno sembra, per adesso.
A St. Mary Mead quest'anno c'era una sola cattedra, che è sparita abbastanza presto. Così ho ripiegato su Hogsmeade, un altro paesello di provincia facilmente raggiungibile da casa mia. Questo mi priverà di molti piacevoli colleghi e del mio amato NuovoPreside (che aveva sì chiesto il trasferimento, ma per fortuna degli altri non l'ha ottenuto) ma tanto ormai la classe che avevo l'ho portata in terza e quindi non ho lasciato niente di incompiuto.

mercoledì 2 settembre 2009

La via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte


A metà Settembre, poco prima di cominciare la prima media, presi la pertosse. Visto che non avevo molto da fare, a parte tossire furiosamente e prendere medicine, i miei provarono a darmi "Il Signore degli Anelli", comprato su suggerimento di un amico di famiglia. Credo fosse la terza ristampa, c'erano ancora gli gnomi al posto degli elfi, e io sono stata probabilmente la più giovane tolkieniana d'Italia.
Mi tuffai in quello strano libro: duecento pagine il primo giorno, fino alla locanda del Puledro Impennato, centosessanta il secondo, poi mi fermai in mezzo alla tempesta sul Caradhras. Lì rimasi per un paio di mesi, poi una sera decisi di schiodarmi da quei mucchi di neve. La scuola era ormai avviata, avevo meno tempo anche perché in prima ero piuttosto diligente. Leggevo la sera dopo cena, uno sguardo all'orologio da polso sul comodino con le lancette che si avvicinavano sempre più alla mezzanotte, che era l'ora canonica per smettere.
Casa silenziosa. L'Agrifogliere, le porte di Moria, poi Moria - un viaggio nel buio, con la paura che incombeva fin quando i tamburi negli abissi chiamarono il Balrog. Terrore. Poi la valle fuori da Moria, il Mirolago e la magica Lothlorien, dove si entra un pezzo per volta, un confine dopo l'altro, con un lento rito di passaggio per riemergere tra i vivi dopo il viaggio nelle tenebre. L'incontro con Barbalbero, nella ancor più suggestiva foresta di Fangorn, l'improbabile ritorno di Gandalf (all'epoca non mi convinse, se pur esisteva qualcosa in quel libro meraviglioso che potesse non convincermi), l'arrivo al Palazzo d'Oro, la merenda tra le rovine di Isengard, l'arrivo a Minas Tirith. La parte con Frodo e Sam nella terra di Mordor mi entusiasmava meno, era tutto piuttosto deprimente e proprio non capivo perché portarsi al seguito quella palla al piede di Gollum, che mi stava discretamente sull'anima - e quell'orribile tana del Ragno, poi... Ingoiai l'enorme battaglia intorno a Minas Tirith come fosse un'aranciata, godendone ogni riga, compreso il passaggio nel regno dei morti e il luminoso capitolo nelle Case di Guarigione. Poi una lunga scarpinata sul Monte Fato e una lenta chiusa di sei capitoli che includeva perfino un supplemento di battaglia combattuta dagli hobbit, che ormai ne avevano viste tante da venire a capo della guerra civile in due giorni scarsi. Frodo... boh, poi Frodo partiva, perché non era riuscito a guarire. Peccato, ma in effetti ci trovavo una specie di logica interna.
Non avevo niente per aiutarmi, nemmeno Wagner, che sarebbe entrato nella mia vita l'anno dopo (Tolkien sostiene in una lettera che l'unica cosa in comune tra il suo Anello e quello dei Nibelunghi era che entrambi erano rotondi e fatti d'oro, ma naturalmente non è vero), non avevo assolutamente capito che Aragorn era il Re fin quando non gli danno l'athelas per guarire i feriti, non avevo capito un accidente della storia di Numenor e nemmeno che Saruman si era fatto degli orchetti su misura, ma avevo assorbito fin nelle budella quel che c'era da capire sulle tre foreste magiche e sulla dipendenza che dava l'Anello.
Non avevo assolutamente nessuno con cui parlarne perché anche in famiglia cedettero le armi ai primi capitoli (mia madre poi lo riprese e lo lesse più volte).
L'anno dopo avevo dimenticato quasi tutto e lo ripresi. Iniziò così la serie delle riletture, ogni anno. Adesso lo leggo ogni quattro o cinque anni e sospetto che la prossima rilettura, che inizierà tra qualche settimana, sarà la ventunesima. Ormai è difficile che ci trovi cose che ho dimenticato, ma ogni volta vedo la storia con occhi diversi. Quasi sempre mi è successo di immedesimarmi in un diverso personaggio (credo che ormai mi manchi solo Saruman). La più straziante è stata quando mi sono identificata con Frodo, una decina di anni fa, la più comoda quando il prediletto era Glorfindel. Troppo più comodo essere un elfo, in quel libro, devi solo tirartela con fare malinconico e proclamare grande apprezzamento per chi cerca di levare le castagne dal fuoco.
Ci feci la scheda per l'esame di terza media ; la professoressa sgranò gli occhi, visto che non lo aveva mai sentito nominare, ma disse "Va bene" e mi ci interrogò sopra. Entrambe sapevamo che avrei potuto raccontarle qualsiasi cosa.
Entrai nelle librerie straniere della mia città (Firenze ne ha sempre avuta qualcuna) e mi comprai il libro in inglese - due volte, perché una nidiata di gattini sfasciò la prima trilogy. Mi imparai a memoria buona parte delle canzoni traducendole pazientemente dall'inglese. Ci misi su anche la musica, per cantarle (mai, mai, MAI fatto nulla del genere né prima né dopo). Amici di famiglia mi regalarono il primo poster, che da allora ha sempre stazionato in qualche stanza di casa. L'amica del cuore mi portò dall'Inghilterra il disco di Bo Hansson e il poster "Bilbo's Last Song" che è sempre stato vicino al mio letto. Festeggiai con i mortaretti l'uscita del Silmarillion, comprai le Lettere in inglese durante il mio primo viaggio in Inghilterra, vagai per tutta la città cercando "la traduzione di The Hobbit" finché un libraio meno tonto capì che era il libro uscito da poco per Adelphi. Feci una testa così a tutti i miei amici, tanto che qualcuno se lo lesse pure (alcuni entrando tra gli appassionati). Andai a vedere il cartone animato di Bakshi maledicendo regista e disegnatori ad ogni fotogramma, comprai una nuova edizione perché avevo massacrato il libro e ci trovai gli elfi.
Come tanti prima e dopo di me, vagai per le librerie con aria famelica sperando di trovare qualcosa di simile senza riuscirci (faccio parte del gruppo che ritiene che l'unico difetto di quel libro sia di essere un po' troppo cortino) e come tanti comprai un po' di ciarpame e alcune ottime cose sperando che fossero come il Signore degli Anelli - ma niente in realtà è come il Signore degli Anelli, in particolar modo le opere che hanno cercato di riprodurne la formula con attenzione maniacale.
Nel frattempo il libro si era gradualmente diffuso fino a diventare un classico sempreverde, tanto che a un certo punto ci hanno anche fatto tre film - che non mi sono nemmeno dispiaciuti.

Avendolo letto in sì tenera età per molto tempo non mi sono nemmeno resa conto di quanto mi abbia influenzato - ma anch'io faccio parte di quelli che "sono diventati medievisti perché hanno letto Tolkien".
Anche Quella Mia Particolare Tendenza A Usare Spesso le Maiuscole Per Enfatizzare un Concetto mi viene da lì, come scoprì un amico dei tempi dell'università. In realtà non avevo mai pensato che derivasse da Qualcosa In Particolare - ma è vero, viene proprio da lì.
Soprattutto, il Signore degli Anelli ha formato buona parte della mia struttura etica (o ha trovato in me una risonanza così forte perché alla mia struttura etica assomigliava): la convinzione che il Potere fosse qualcosa che si pagava a caro prezzo, l'avversione per la manipolazione degli altri e una certa comprensione per chi cade in tentazione, la consapevolezza che nessuno è davvero libero dal male... col tempo ho capito che erano tutte cose che avevo assimilato in quelle pagine per la prima volta insieme alla consapevolezza che il mondo era pieno di forze che era più saggio non disturbare e che il libero arbitrio è la chiave con cui ognuno può decidere la sua sorte anche quando ha veramente tutto contro.
Boschi incantati non ne ho mai trovati (temo di non essere affatto sensibile agli alberi, sento molto di più le pietre) e non ho nemmeno un grande amore per i viaggi anche se mi piacciono le passeggiate sui sentieri, però ho sempre sentito il fascino della poesia preferita dai Baggins

The road goes ever ond and on
Dawn from the door where it begins*

Dentro di me qualcosa sa che un giorno, per puro caso (per puro caso?) vedrò una strada che mi chiama e la seguirò senza fare progetti, prendendo il sentiero nascosto che porta a ovest della Luna e a est del Sole.
West of the Moon, East of the Sun. Non ho mai capito granché di poesia, ma il suono dei versi di Tolkien mi è sempre piaciuto.

* ricordiamoci che quando un Baggins partiva non aveva mai la minima idea di dove sarebbe andato a finire, ma certo in posti decisamente insoliti!

domenica 30 agosto 2009

Consigli inutili su come gestire un blog


Nella scrittura ad uso personale, le regole esistono solo per dormirci su

Navigando per i vasti oceani della rete capitai un giorno nel bel mezzo di una scheda che tal Giovanna Cosenza (professore associato di semiotica presso l'Università di Bologna) aveva preparato per l'antologia per il biennio della scuola superiore I sentieri delle parole, di Roberdo Fedi e Marco Francini, prevista in uscita nel 2009 by Zanichelli.

La scheda mi sembrò la conuseta raccolta di banalità generaliste malamente semplificate che da sempre infestano certe sezioni delle antologie (come talune folli sezioni dedicate al cinema o al fumetto, o quelle sconclusionate serie di regole per la forma-diario e la forma-lettera), ma scorrendo i commenti  incrociai la mia amata Gamberetta, che sembrava per l'ccasione pensarla esattamente come me. Il tutto mi è sembrato molto interessante non solo per le teorie sulla scrittura in sé, ma anche e soprattutto per le teorie che trasparivano sui libri di scuola in generale.

E veniamo al merito.
In sintesi, la scheda spiega come si dovrebbe scrivere un blog: oggi viene spesso usato uno stile "oraleggiante" con interiezioni, esclamazioni, puntini di sospensione, parolacce, espressioni gergali e colloquiali che rendono il tutto "bamboleggiante" oppure "sciatto, pesante o volgare", altrimenti c'è lo stile "presuntuoso", con lunghi periodi involuti "parole dotte e ricercate, metafore ardite" e via dicendo.
Siccome un blog viene letto prevalentemente sul monitor, l'autrice consigliava la buona vecchia paratassi, con frasi brevi, parole semplici, prevalenza dell'indicativo e post brevi, magari intervallati da immagini e interlinea doppi.
Il resto della scheda era dedicata all'analisi di due siti letterari con in mezzo un breve excursus sulle fanfiction (piuttosto decoroso).

La prima domanda che mi è sorta spontanea è "ma questa roba, a che serve?". Cioè: esiste una sia pur remota possibilità che uno studente del biennio legga le prime tre cartelle, quelle dedicate genericamente alla "scrittura in rete" e ne tragga stimolo, interesse, informazioni utili?
Informazioni utili no, perché si tratta di sciocchezze malamente assemblate. Quanto allo stimolo e all'interesse...
Dunque, io sono un quindicenne. Se non ho il computer non lo uso, perciò sapere che esiste la scrittura in rete mi serve solo come informazione generica - e infatti nella scheda siamo proprio sul generico, ma generico davvero, del tipo "brevi cenni su dio e l'universo".
Se invece il computer lo adopero e ci navigo, so benissimo che c'è la scrittura in rete, perché la leggo abitualmente, e so anche che in rete ognuno scrive come cazzo gli pare, a seconda di un'infinità di motivazioni e in virtù del suo personale back-ground culturale, sociale, intimistico, tecnico-bocciofilo e via dicendo.

Qualora decidessi di avviare un blog, saprò già che un blog è prima di tutto un contenitore, e all'interno di quel contenitore mi regolerò come meglio credo - e dunque se ci infilerò  un'infinità di parolacce o di periodi complessi e lunghi come la fame sarà una scelta mia; e il "successo" o meno del mio blog sarà determinato, più che dalle parolacce in sé, dal modo in cui le gestisco, che a sua volta sarà finalizzato a quello di cui voglio parlare e da un'infinità di altri fattori.
Inoltre: se sono un quindicenne che vuole mettere su un blog, non sta scritto da nessuna parte che non possa avere una notevole competenza linguistica, che mi permetterà di gestire periodi involuti e parolacce (anche insieme, anche nella stessa frase) nel migliore dei modi.
Volendo, avrebbe forse potuto avere un minimo di senso presentare le varie tipologie di blog - o meglio alcune tra le più comuni tipologie. Ma è una cosa che funziona meglio in laboratorio (a questo proposito gli e-book potrebbero avere qualcosa da dire se fossero e-book e non libri scritti per essere stampati e poi passati in rete. Ma sto divagando).

La scheda come la leggiamo oggi ha subito qualche ritocco rispetto all'originale, ma molti di più avrebbe potuto subirne. Gamberetta, di cui nella versione originale l'autrice sostiene che "meriterebbe di lavorare - strapagata - nella miglior casa editrice del mondo" prova a mettere un po' di puntini sulle i. Cito alcuni passi del suo primo commento, precisando che qui e dopo corsivo e grassetto sono sempre solo e soltanto miei.


Blog non vuol dire: «sito (web) che tiene traccia (log)»(sic). Blog è la contrazione di Web log, ovvero «Diario(log) sul Web».
“Captain’s Log, star date…”
“Diario del Capitano, data stellare…”
È importante mantenere il termine “diario” perché in maniera chiara e specifica indica cosa sono attualmente i blog. Ovvero quei siti che pur strutturati in una certa maniera mantengono un tipo d’impronta personale, tipica del diario. Il sito dell’ANSA o della CNN può avere la forma e le funzionalità del blog, ma difficilmente lo si definirà tale, proprio perché manca quest’aspetto personale.

* Il blog non è un programma! Sarebbe come dire che un diario è una penna! Esistono programmi e servizi che aiutano a scrivere i post per un blog o a gestire il blog stesso, così come esistono le penne, le gomme e le cartolerie. Ma dire che il blog è un programma è insensato. Al massimo il blog è una “convenzione”: quando si ha di fronte un sito web con certe caratteristiche si può dire che su tal sito sia ospitato un blog. Così come se ho in mano un quaderno e vedo le varie date e i vari appunti posso dire che su quelle pagine c’è un diario.

(...)

Lo dico solo qui ma vale anche altrove: mancano i riferimenti. Tipo che nasce un blog al secondo nel 2006. Dove? Come? Quando? Fonte? Il fatto che il testo sia pensato per i licei e non per l’università non deve esimere dal fornire precisi riferimenti bibliografici e/o Internet. Vale anche per tutti i siti citati: vanno riportati anche gli indirizzi

La replica dell'autrice a modo suo è davvero illuminante:

Gamberetta, pur ringraziandoti per le precisazioni e per il tempo che chiaramente ci hai speso, preciso a mia volta che:
(1) Sono perfettamente consapevole di tutti i tuoi accaniti distinguo, delle relative fonti e di cosa puoi avere in testa quando specifichi una cosa piuttosto che l’altra. Però li trovo inutili e superflui, alcuni in assoluto, altri relativamente al contesto cui è destinata la scheda, anche considerando i limiti in cui sarà inserita.
(2) Ti ricordo che la semplificazione rende necessarie, a volte, alcune approssimazioni e omissioni. Il che non è un delitto.
(3) I criteri di rilevanza e le scelte di contenuto di questa scheda sono miei e del mio editore, punto.
(4) Non so quanti fra i destinatari della scheda (ragazzi fra i 14 e 15 anni) sarebbero invogliati a leggere o scrivere fan fiction se le cose fossero loro presentate con un atteggiamento come il tuo.

(5) Il mio editor leggerà questa discussione e ne trarrà, se lo desidera, opportune conseguenze per gli opportuni cambiamenti. "


"La semplificazione rende necessarie, a volte, alcune semplificazioni e omissioni. Il che non è un delitto".

D'accordo, nella vita si va avanti a semplificazioni e omissioni, altrimenti non riusciremmo a combinare quasi nulla. Ma scrivere che un rospo è un uccello, o che un blog è un programma, più che semplificazioni sembrano balle pure e semplici, esattamente come quando assicuro che la panna non l'ho mangiata io.
Sempre in tema alimentare: che tipo di cibo intellettuale dobbiamo servire alle giovani generazioni? Cibo di buona qualità, magari semplice, cibo manipolato, cibo lavorato in condizioni di scarsa igiene e che non ha subito controlli sanitari? E' lecito passargli gli scarti di produzione soltanto perché il loro apparato digerente è più fresco ed energico del nostro, oppure confidando che il piatto non gli risulti appetibile e che quindi aspettino, per mangiare, di tornare a casa dove sanno di trovare le tagliatelle fatte a mano dal prozio Crodegango?

La replica di Gamberetta è piuttosto indignata:



D’accordo, però, io e i miei amici quando scriviamo e revisioniamo gli articoli per i Gamberi ci sbattiamo sul serio perché ogni cosa sia precisa e corretta. E proprio pensando che forse verranno letti da chi sa poco o niente dell’argomento e dunque ha bisogno d’informazioni più veritiere possibile.
Dunque, chiedo umilmente che ogni riferimento a me e al sito dei Gamberi siano tolti dal testo. Non ci teniamo a comparire in mezzo a una marea di vaccate (scusa, scusa, “necessarie semplificazioni”).

P.S. Un ragazzo di 15 anni ti ride in faccia quando gli vieni a raccontare che “il sito che tiene traccia è un programma”.


Chi non sa ha bisogno di informazioni più precise di chi sa, soprattutto se vogliamo che si fidi di una fonte di informazioni. Senza contare che esiste una razza assai infida di lettori, ovvero Quelli Che Sanno. Sotto questo aspetto, i ragazzi sono terribilmente inaffidabili, com'è noto a chiunque si attenti ad insegnare: anche gli alunni più sprovveduti e incolti sono drammaticamente capaci di segnalarti impietosamente la pur minima imprecisione, sub specie maximae innocentiae, perfino su argomenti all'apparenza del tutto estranei ai loro interessi - e figurarsi se l'argomento è la Grande Rete. 
Ma, al di là del considerevole rischio di essere smascherati ed esposti nudi o cosparsi di piume e catrame davanti alla scolaresca tutta se si dicono vaccate, ci sarebbe anche, ahimé, una questione etica: è legittimo sparare vaccate su chi non sa, confidando nella sua ignoranza? E' giusto prendere uno stipendio a fine mese, o incassare diritti d'autore da un libro, per contare balle?


Forse per questo la risposta dell'autrice della scheda stavolta è inviperita, con una certa venatura sdrucciolosa (e intervallate da due smiley che ci stanno come il cavolo a merenda: ellamiseria, quando si litiga si litiga, le faccine sorridenti stridono)

Cara Gamberetta, mi dispiace molto registrare tutta questa aggressività da parte tua.
Sinceramente faccio fatica a capirne i motivi: non ho mai detto che le tue osservazioni e integrazioni fossero sbagliate, solo superflue per il contesto cui è destinata la mia scheda.
Ma soprattutto faccio molta fatica a capire perché mi stai mancando di rispetto, visto che ho dimostrato almeno in un paio di occasioni di avere molto rispetto per il tuo lavoro. (...)

PS: ho preso in serissima considerazione tutte le tue osservazioni, e in particolare quella sul weblog. Ma ho deciso di evitare il riferimento al diario, optando per una più generica “traccia” (a cui potrei eventualmente decidere, dopo queste riflessioni, di aggiungere “cronologica”), proprio perché volevo dissociare il concetto di blog dalla banale diaristica a cui spesso viene associato. Nelle scheda volevo restituire ai ragazzi gli aspetti positivi, costruttivi e creativi della narrativa in rete, pur mettendoli in guardia da certe facilonerie.


Si sa, la faciloneria è una brutta bestia. E' opportuno mettere gli altri in guardia contro di essa, guai se per caso dovessero ritrovarsi, gli altri, a peccare in tal senso! Perché se lo facciamo noi, sono "necessarie approssimazioni e omissioni", se le fanno gli altri è un problema di faciloneria.
Ad un animo polemico come il mio verrebbe magari da domandarsi anche perché è così importante "dissociare il concetto di blog dalla banale diaristica cui viene spesso associato" (associato da chi? E cosa c'è di "banale" nella diaristica di per sé?) e se è davvero necessario restituire ai ragazzi gli aspetti costruttivi della scrittura in rete (da dove risulterebbe che gli sono stati rubati, e dunque che è opportuno restituirglieli?).
E forse si potrebbe anche parlare dell'aggressività dell'implacabile - per quanto, è risaputo che chi ci critica insistendo su argomenti pertinenti è sempre mosso da indicibile aggressività nei nostri confronti, e noi, che siamo di natura tanto sensibili e ben educati, non possiamo che dispiacerci per lui nel vederlo preda di tanta aggressività, poverino.

Comprensibilmente non placata da questa replica, Gamberetta risponde:

Allora: il blog è un diario sul web. Questo è quello che è, che è diverso da quello che tu vorresti che fosse. 

dimostrando con ciò una deplorevole tendenza ad inchiodarsi sui principi cardine di una discussione: sarà anche che la diaristica è banale, sarà che il buon pastore scolastico ha il precipuo dovere di distogliere i ragazzi dalle sirene allettatrici della banale diaristica, ma insomma un blog è un diario in rete e così va definito.
E aggressivamente conclude:

Così stanno le cose. Io lo so. Un quindicenne sveglio lo sa. Tu no. Però tu scrivi testi scolastici, e questo, sì, mi fa incazzare.

In effetti gli estremi per incazzarmi ce li trovo anch'io, più ancora ce li ritrova la scolara che sono stata, e che dietro il suo banchino si leggeva magna cum irritatione le immani quantità di cretinate che gli autori di libri (carissimi) di testo scolastici scrivevano su generi e forme letterarie e mode giovanilistiche di cui non sapevano e non capivano assolutamente nulla.

E infatti a giusta conclusione, nella discussione interviene tale  Anghelos con una dissertazione sul tema blog/diario dove inserisce una frase a modo suo illuminante:

Insomma, qui non è solo questione del limite di spazio: è anche che stiamo parlando di un argomento che nei libri di testo delle scuole non sono stati mai trattati, che io sappia. Questa scheda (non saggio) è destinata ad un libro del biennio, inserire tutti gli aspetti delle narrazioni in rete in un solo testo, destinato a lettori che di sicuro in maggioranza non ne sanno niente, serve solo a confondere.

Insomma, già ne parliamo e questo è un merito, non vorrete mica che stiamo a spaccare il capello in quattro e le palle in sedici a questi poveri ragazzetti ignoranti?

E di nuovo questa strana idea che i ragazzi non sappiano cosa c'è in rete se non andiamo noi adulti a raccontarglielo nell'antologia del biennio. Certo, esistono ragazzi che della Grande Ragnatela sanno poco; ma siam proprio così sicuri che siano "in maggioranza"? E destinati a restarci, in maggioranza? Qualche dubbio sorge spontaneo.



Ad ogni modo l'editor di Zanichelli deve essersi messo una mano sulla coscienza perché diverse delle obiezioni di Gamberetta sono state accolte; tra l'altro nella scheda attuale la definizione di blog è abbastanza equilibrata e, anche se non si parla apertamente di diari, si evita il discorso delle "tracce" né si prova a spacciare un blog per un programma.
Le istruzioni su come scrivere un blog restano, comunque. Si vede che erano ritenute proprio indispensabili.

lunedì 24 agosto 2009

Come NON trattare un argomento



Un tempo costumava portare il giornale in classe e usarlo per insegnare ai fanciulli in fiore come raccontare un fatto o riassumere una questione. Oggi sarebbe forse meglio usare la tecnica ex contrario e far loro leggere un articolo di giornale per mostrargli come NON dovrebbero procedere quando vogliono parlare di qualcosa.

Prendiamo ad esempio un articolo dal confuso titolo Rush finale per le riparazioni - Spese enormi e rebus religione di Salvo Intravaia. L'articolo intreccia la questione della sentenza del TAR sul ruolo degli insegnanti di religione cattolica nei consigli di classe con il tema della spesa delle famiglie per le lezioni private (entrambi gli argomenti si ricollegano con gli esami di riparazione prossimi venturi ma sono accostati in modo piuttosto maldestro).
Ci viene spiegato che gli studenti incappati quest'anno nella "sospensione del giudizio" sono il 28,6 per cento (degli studenti delle superiori, si osa presumere, visto che negli altri ordini di scuola i ragazzi sono stati passati o bocciati senza sospendere alcunché); "si tratta di quasi 613 mila ragazzi e ragazze dei primi quattro anni delle superiori".
Scopriamo poi che, secondo "una recente pubblicazione dell'Istat" non meglio definita, le famiglie italiane spendono in media per "lezioni private" 133 euro l'anno. Questo dato, "moltiplicato per i 24 milioni di famiglie italiane determina un giro vorticoso di denari: più di 3 miliardi di euro".

Premesso che con l'equivalente di 133 euro (260.000 lire circa) non pagavi le ripetizioni di un'estate nemmeno quando rimandavano me, nella seconda metà dei gloriosi anni 70, e figurarsi ora (salvo casi particolari, i ragazzi rimandati dovranno pur farsi almeno una ventina di ore di lezione, se vogliono saldare i loro debiti. Di meno la vedo difficile);
dicevo, premesso questo, sorge spontanea una domanda, ovvero "Da dove saltano fuori 'sti 3 miliardi abbondanti di euro, che sembrano una cifra decisamente spropositata"?
Effettivamente, se proviamo a moltiplicare i 133 euro per i 24 milioni di famiglie italiane si arriva a 3.192.000.000; in questi 24 milioni di famiglie ci stanno tutti, ma proprio tutti: vecchietti quasi centenari, coppie che non hanno alcuna intenzione di figliare, anziani coniugi che si barcamenano tra nipoti di varie età e giovani coppie che cercano di gestire gruppi di pargoletti scalcianti e in perenne richiesta di un biberon pieno - nonché molti genitori di ragazzi studiosi e accorti che mai si sono indebitati né hanno alcuna intenzione di farlo in futuro.
Tutti costoro non spendono un centesimo per le lezioni private, a meno che non decidano di imparare a suonare il violino o esercitarsi nella conversazione in lingua spagnola; ma in quel caso non dovrebbero rientrare nella statistica di cui sopra.
D'altra parte, se davvero la media di ogni famiglia, da chiunque sia composta, è di 133 euro per lezioni di recupero, questo porta, dividendo i fantomatici 3.192.000.000 per i 613.000 ragazzi indebitati (le famiglie potrebbero essere forse un po' meno perché il caso di due o più fratelli ognuno con i suoi bravi debiti non è impossibile) a una spesa di 5.200 euro per ogni ragazzo. Certo, se una famiglia si impunta a pretendere un professore universitario di chiara fama per 50 ore, tecnicamente la cosa è possibile; ma solo in quel caso.

Tentiamo un'altra strada: i 613.000 indebitati sono, sempre secondo l'articolo, il 28,6% degli studenti (delle superiori, si spera) che dunque nel complesso dovrebbero essere 2.143.000, per un po' meno di famiglie. Moltiplicando i misteriosi 133 euro che le famiglie spendono in lezioni private per questi 2.143.000 abbiamo 285.000.000 milioni di euro, che sono meno di un decimo di 3 miliardi e passa e che, divisi per i 613.000 studenti indebitati fanno circa 465 euro cadauno - che a levarseli di tasca certo non sono pochi, ma comunque meglio di 5. 200 euro, e un 20/25 ore di lezione ad uno studente universitario di scarse pretese ce le paghi.

La morale di questa vicenda (assolutamente conforme alla legge del Menga) è che i giornali, tutti i giornali, anche quelli che avrebbero qualche pretesa (l'articolo citato viene da Repubblica che un tempo, a quel che ricordo, era un giornale abbastanza affidabile, e non da La Gazzetta di Monculi di Sotto, composta riciclando malamente qualche testata nazionale) sono pieni zeppi di cifre, citano cifre, ci riempiono e ci ingozzano di cifre che magari, in origine, erano valide, ma che piazzate così a casaccio possono al più contribuire alla creazione di un grazioso universo alternativo che vive di vita propria ma che ha scarsa attinenza con quello in cui ci muoviamo e viviamo ogni giorno noi comuni mortali.

venerdì 21 agosto 2009

Come un verme strisciante



Quel giorno, alla mensa di St. Mary Mead, inauguravano il menu estivo: insalata di riso per primo e prosciutto e pomodori per secondo, con un bicchiere di carta pieno di fragole per completare - diciamo che nella vita poteva capitare ben di peggio. L'insalata di riso in particolare fu graditissima da tutti perché era veramente buona - che per un'insalata di riso non è poi cosa tanto consueta: era fatta con riso non scotto, non era composta in buona parte di olio di semi ed era condita in proporzioni perfette con dadini di buon prosciutto cotto e fontina, pisellini teneri e dolci, spicchi di carciofo, olive e quant'altro richiede il galateo delle insalate di riso.
Mentre mi stavo piacevolmente strafogando arriva Hermione "Professoressa, hanno trovato un vermetto nell'insalata di riso".
Mi alzai fiduciosa, convinta che a un occhio imparziale il "vermetto" sarebbe risultato un chicco di farro capitato lì per sbaglio o simili; ma mi trovai davanti il vermetto più vermesco che mai si sia visto al mondo.
"Coraggio ragazzi, i nostri antenati sono usciti dalle caverne mangiando vermi, non può succederci niente mangiandone uno per caso" provai a rassicurarli. Chiaro che andai anche dall'inserviente a riferire.
L'inserviente arrivò, ammise l'evidenza dei fatti e portò via il corpo del reato promettendo di farlo vedere al cuoco.
I ragazzi ripresero a mangiare senza particolari strilli o squittii. Anche l'insalata di riso venne mangiata (dopo attento esame).
Ripresi a mangiare anch'io, congratulandomi in cuor mio per la fortuna di avere quella classe: altre che ho conosciuto avrebbero sfinito l'universo a forza di lamentele, strilletti e vibrate proteste.
Durante l'intervallo una collega suggerì che si trattasse del verme di una farfallina da pasta (che in verità io ho trovato esclusivamente nel farro e mai nella pasta né nel riso). Viste le assai rispettabili condizioni della mensa è molto probabile che abbia ragione. Ugualmente...
Mentre risalivamo in classe spiego ai ragazzi che il Comune sarebbe stato informato quanto prima e il preside pure. In particolare il preside andava informato quasi in tempo reale: metti che qualche genitore sconvolto gli piombasse tra capo e collo già la mattina dopo straparlando di vermi...
Così, finito il mio orario, presi due bei fogli in A4 e redassi un sobrio resoconto della vicenda per il Comune e per la Dirigenza, che venne poi spedito da custodi assai divertiti. 
In realtà nessun genitore andò a protestare né mostrò di dare soverchia importanza all'accaduto. Altrettanto fecero i ragazzi.

Unica conseguenza del fatto: l'insalata di riso sparì dal menù. Peccato, perché era davvero buona.