Il mio blog preferito

martedì 7 luglio 2009

Crisalide (questa volta è la canzone)



Crisalide è la canzone di Max Gazzé che preferisco e forse la mia canzone preferita in assoluto; di sicuro è il motivo per cui mi sono comprata Tra l'aratro e la radio prima, e tutti gli altri CD di Gazzé poi: quell'inizio spaziale, un po' ipnotico mi aveva affascinata. Mi trasmetteva l'immagine di qualcosa (Uovo cosmico? Seme di stelle?) sospeso a un filo invisibile che ruotava su se stesso prima di schiudersi.
La nascita dell'universo? La nascita di una parte dell'universo? La partenza di quello che noi chiamiamo "creazione"?
Passai qualche settimana catturata dalla musica prima di prendere in considerazione anche il testo; il quale testo, a parte la frase centrale "del non essere ancora e dovere diventare" sembrava parlare di tutt'altro che di crisalidi; in effetti...

Di questi lacerti antropici 
Sgretolati irreparabili 
Di queste scaglie non più corporee 
Arricciate come coriandoli 
Stracciati per dispetto 
Per essere un calcolo un fluido 
Un sistema perfetto 
Incompleto e provvisorio 
Resterà un sogno? Un ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Per l'ultimo umano esercizio del paragone 
Per declinare il conforto di ciò che è stato 
Comunque sia stato 
Per vidimare il terrore dell'ignoto 
Del non essere più e dovere ancora diventare 

Se questo ignoto stadio dell'essere 
(se è) 
Se questa forma di vita non informata 
Sparisce con l'intuizione 
Estranea e superiore 
Della dialettica del cosmo 
Del segreto del divenire 
Quotidiano 

Resterà un segno? Il mio ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto, tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Solo chi non ha visto ci crede davvero 
Perché chi c'era 
Ancora si chiede se era 
(G. Santucci – M. Gazzè) 

...in effetti, qui nasce poco. A dirla tutta, più che nascere si muore.
Sì, certo, ogni morte è una nuova nascita etc. etc. Ma qui la Grande Domanda che occupa tutta la canzone è, per l'appunto "di tutto quello che ho provato e vissuto, mi resterà qualcosa?": ed è una domanda senza risposta. Davanti al terrore dell'ignoto, al momento del Passaggio, siamo soli e senza appigli.

D'accordo, e allora che caspita c'entra la crisalide? SE questa forma di vita non informata svanisce con l'intuizione, allora la nostra morte non ha niente di crisalideo - anche perché le crisalidi mica muoiono. Almeno,  così credevo.

Dunque Crisalide per me era una canzone sull'incognito dopo la morte. Tema senz'altro interessante, almeno ai miei occhi, e al quale non avevo mai pensato;  per chi è vivo è difficile immaginare che, da morto, tutto quel che è stato non conti più nulla per lui stesso medesimo. Che possa non contare niente per gli altri si mette in conto, in fondo quasi tutti quelli che sono venuti prima di noi sono stati completamente dimenticati, col tempo. Tutti quei bravi villanoviani e celti e iperborei e cavernicoli, magari amati teneramente da amici e parenti, di cui non serbiamo più l'ombra di un ricordo... 

Poi qualcuno (mi sembra sul penultimo forum del sito ufficiale di Gazzé,  forum ormai defunto per i soliti disguidi informatici e rinato, lui, senza traccia dei post precedenti) aveva scritto di avere sempre inteso Crisalide come una canzone sulla nascita - che, visto il titolo, aveva anche un senso. Mi ero messa da parte quel discorso in un cantuccio della mente e ogni tanto ci ripensavo, ma senza venirne a capo. Finché, un bel giorno...

Stavo leggendo un libro di fantasy, nemmeno entusiasmante: l'ultimo volume della Guerra degli Elfi di Brennan - la solita saga iniziata bene ma che si perde per strada. B Brennan non scrive male, ma dà l'impressione di non essere convinto lui per primo che la sua storia stia in piedi (e non ha tutti i torti). 
Comunque a un certo punto un personaggio (che sta per morire) fa questa tirata:

"Durante le sue prime due settimane di vita, un mese al massimo, il bruco non fa che ingozzarsi di foglie, fino a diventare quasi trentamila volte più grosso di quando è nato. Un bell'animaletto robusto. Gli spuntano occhi e papille gustative e antenne per annusare. Ha mascelle robuste. Usa le zampe anteriori per afferrare il cibo. E dentro ha intestini e organi di ogni genere. Finché un giorno il bruco... che, ricorda bene, in vita sua non ha mai fatto altro che mangiare... comincia a filare la seta. Questa creatura che ha trascorso la vita evitando uccelli e vespe, che fino ad allora si è preoccupato solo di sopravvivere, tesse la seta e se l'avvolge attorno come un sudario finché non riesce più a respirare. Si suicida. Come altro vorresti metterla? Il bruco si suicida. E poi resta a marcire dentro il bozzolo che ha tessuto e lasciato appeso a una foglia, o a un ramo o dove ti pare. Non resta più niente di lui. Niente mascelle, niente occhi, niente intestino... niente. Non resta niente di quel bruco! Così questo sacchetto di liquido putrefatto resta lì appeso. Finché, di punto in bianco, diventa trasparente, si spacca e ne esce... una farfalla! Una creatura con ali, cuore, sangue, sistema nervoso, ovaie o testicoli, e perfino un organo speciale che le permette di mantenere l'equilibrio mentre vola. Dal bozzolo esce una creatura che più diversa dal bruco non si può. E nessuno sull'intero pianeta ha la minima idea di come sia possibile una cosa del genere!"

Il bruco della crisalide non si trasforma, come avevo sempre creduto. Il bruco della crisalide muore e rinasce e non è più lui, ma tutt'altra cosa. Quel che c'era prima non c'è più, definitivamente. E solo chi non ha visto ci crede davvero, perché chi l'ha visto non è mai riuscito a convincersi davvero di aver visto giusto.

La farfalla conserva i ricordi del bruco?
Ci dicono di sì ma ignoro come abbiano fatto a scoprirlo. Forse con un buon trattamento psicanalitico?

(Last but not least: quando Santucci e Gazzé elaboravano questo testo invero piuttosto singolare, Brennan doveva ancora pubblicare il suo libro, e forse nemmeno l'aveva scritto. In tutti i casi, non ci credo nemmeno se me lo giurano loro che fossero, non dico in contatto, ma almeno vagamente a conoscenza l'uno degli altri)

lunedì 6 luglio 2009

Mattinata di relax

L'ultimo pomeriggio degli orali si presentava piuttosto tranquillo, a parte l'incognita del Ripetente (famoso l'anno scorso per le sue scene mute).
Anche se non avevo puntato la sveglia mi sono svegliata lo stesso poco dopo le otto: uccellini che cinguettano, sole che brilla eccetera eccetera. Dopo un pigro caffé in giardino e una rapida scorsa alle notizie della notte mi sono messa a riflettere come conveniva organizzare la scaletta della mattinata: dovevo lavarmi i capelli, prima di tutto, farmi una bella colazione alta perché gli esami cominciavano alle due e mezzo e per arrivare a St. Mary Mead ad ora acconcia dovevo partire da dov'ero (che non era casa mia) con una buona ora di anticipo e prima c'erano due o tre cose che dovevo....

Suona il telefono.

"Pronto?" chiedo placidamente. Qualcuno che cerca i padroni di casa, probabilmente. Chi mai avrebbe motivo per chiamarmi a quest'ora del mattino?
"Professoressa Murasaki?"
"Sono io. Mi dica"
La voce si fa interrogativa "Parlo con la professoressa Murasaki?"
Chi è 'sta torda? E che vuole? Perchè mi chiama e si meraviglia tanto se le rispondo?
(In realtà la poveretta era convinta che fossi rimasta vittima di qualche orribile incidente lungo la strada. A St. Mary Mead mi conoscono come uno specchio di puntualità, anche se chi mi conosce fuori dal lavoro stenta a crederlo).
"Sì, sono io".
"Ma... ti stiamo aspettando per gli esami!".
"ESAMI?!? Ma non erano nel pomeriggio, gli esami?"
"No, erano per stamani alle otto e mezzo".

E così tutto è diventato di colpo molto meno rilassato. Nel giro di otto minuti, dopo aver compiuto una singolare quantità di azioni che non credevo potessero richiederne meno di venti, sfrecciavo verso St. Mary Mead, dove sono arrivata due minuti dopo le dieci. Naturalmente i miei affezionati colleghi non si sono persi in vane recriminazioni perché
1) eravamo già abbastanza in ritardo anche così
2) if looks could kill they probably will, e dunque perché sprecare parole?

Per limitare i danni, il VicePreside aveva suggerito di avviare gli orali senza chiedere le mie materie. Non era forse una procedura del tutto ortodossa ma almeno non prevedeva tentativi di sequestro di persona o simili e ormai si era visto che i genitori non intendevano piantare grane al minimo pretesto. Insomma abbiamo concluso in ritardo, certo, ma non quanto temevamo - e il Ripetente si è ben guardato dal fare scena muta, ma anzi col suo filino di voce ha fatto un orale tutto sommato accettabile - dunque tutto è bene quel che finisce bene.

Dice: "Ma non avevi controllato l'ora degli esami?".
Ma certo che l'avevo controllata. Un'infinità di volte. Controllo sempre con molta attenzione, io, perché non vorrei mai, sbagliando l'ora, rischiare di creare disturbo a colleghi e alunni.
"Cioè, non sei nemmen capace di leggere un orario che anche i più scarsi elementi della classe, Ripetente incluso, hanno decifrato senza alcuna difficoltà?"

Per l'appunto.

domenica 5 luglio 2009

Il rapimento di Minou


Il primo giorno degli orali si presentava drammatico: un deplorevole caso aveva riunito nel gruppo gli elementi più deboli del lotto e a tagliare il nastro sarebbe naturalmente stato il più emotivo di tutti - come a dire che il disastro incombeva a ogni parola e guai a interrompere chi parlava.
Per fortuna ci sarebbe stata anche Minou a portarci un raggio di sole: la più minuta e la più aggraziata delle Tre Grazie, quasi a rischio di leziosità. Meno combattiva di Hermione Granger, meno pragmatica della Garantista, ma più raffinata e profonda, aveva chiuso l'anno in netto progresso e prodotto una batteria di scritti tra l'otto e mezzo e il dieci. Doveva essere un otto ma, dopo quegli scritti, avevamo stabilito che "se appena fa un orale decente le diamo nove".

E dunque Minou arriva, apparentemente tranquilla e sorridente, e chiede di iniziare con letteratura. A italiano di tendenza non interrogo, ma se qualcuno proprio vuole, figurarsi. E così, di sua spontanea volontà, Minou mi scodella la vita di Uhlman e la trama dell'Amico Ritrovato, la cui lettura in classe è stata da lei seguita con attenta partecipazione. Dopo tanto stress anch'io mi sento rilassata e azzardo una domanda del tipo "Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone". Minou inciampa, balbetta e risponde a casaccio mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. Batto precipitosamente in ritirata, mi rispondo da sola, parlo per un paio di minuti e scivolo verso guerra e Shoah approdando infine in Giappone.
Meccanicamente, senza degnare di uno sguardo l'atlante, Minou elenca le varie caratteristiche dell'arcipelago nipponico. Un'incauta domanda sul colore del mantello rosso di Carlo Magno da parte di Tecnica per collegarsi con la sua materia provoca nuove lacrime, stavolta molto più visibili.
Proviamo a racconfortare la creatura, diamo la risposta sul mantello rosso per acquisita e Tecnica bene o male riesce a sbarcare la sua materia, ma ormai il disastro incombe e Matematica lo scatena con una blanda domandina legata all'argomento del suo scritto.
"Minou" suggerisco "Perché non vai fuori per qualche minuto così ti rinfreschi? Poi quando torni continuiamo".
Si alza anche Artistica "Sì, dai, andiamo, ti porto a St.Mary Mead".
Sul momento nessuno di noi fa caso a questa frase, anzi io rifletto sui vantaggi di avere una colleghi che abitano nel paese e conoscono meglio i ragazzi. Artistica poi è una persona pratica, sportiva e carica di esperienza.
Noi rimaste deploriamo un po' il triste caso ma il nove continua ad allettarci.
"Avremmo dovuto cominciare dagli scritti, per incoraggiarla".
"E chi si immaginava che Minou andasse incoraggiata? Non l'avevo mai vista spaventata prima di oggi"
"Beh, quando entra le facciamo vedere gli scritti, la lisciamo un po' e poi ci riproviamo".
"Dai, falla entrare".

La cosa però si presenta complessa. Minou è sparita, Artistica pure. Le amiche che aspettavano ci spiegano che "sono andate via in macchina". A St.Mary Mead.
"Ma siamo a St. Mary Mead!" guaiolo.
In realtà siamo in un mare di guai: una di noi ha abbandonato il servizio e la scuola senza autorizzazione, portandosi pure via in macchina senza uno straccio di autorizzazione una minorenne affidata alla nostra custodia. Metti che hanno un incidente... Abbiamo un esame a metà e la commissione incompleta, non possiamo continuare, siamo ormai in ritardo e gli altri ragazzi aspettano...
Alla fine chiedo se qualcuno ha il cellulare di Artistica e se la chiama a rotta di collo. Possibilmente qualcuno di vedute più larghe delle mie, che sto schiumando e temo che risulterei piuttosto alterata.
"Ma che le è preso?" mi domanda una collega.
Mi stringo nelle spalle. Prima dell'inizio degli orali mi ero raccomandata perché la commissione fosse sempre al completo come prescriveva la legge, ma non mi era venuto in mente di avvisare "Se qualcuno degli allievi si mette a piangere, non portatelo via in macchina a mangiare un gelato senza avvisare nessuno, perché si chiama 'sequestro di persona' ed è un reato grave".

La collega rientra. Ci spiega che Minou era stata presa dall'Ansia Da Prestazione. Beh, nessuno di noi ha una laurea in psicologia ma fin lì ci eravamo arrivati tutti.
Sembra anche che la ragazza avrebbe tanto voluto prendere almeno otto - una pretesa più che legittima, peccato che per colpa dell'ansia si sia giocata un altrettanto legittimo nove.

Facciamo rientrare Minou. Passiamo cinque minuti a sviolinare sui suoi bellissimi scritti. La ragazza risponde a tono, sorride, ma dopo le prime frasi di scienze va di nuovo in tilt.
A malincuore, prendiamo atto della sconfitta e la mandiamo via. Lei esce piangendo.
Sospiriamo e facciamo entrare il tormentone successivo, che si siede guardandoci con lo stesso sguardo di ipnotizzato terrore con cui si dice che i conigli guardino i serpenti che stanno per mangiarli. Tre anni a tirarli su a mollichine di pane inzuppate nel latte, e basta che arrivi la parola "esame" che ai loro occhi diventiamo peggio di tante tigri con i denti a sciabola.

Ciliegina sulla torta, verso la fine arriva la madre di Minou. Siccome è una donna di animo gentile ed equilibrato (come, in condizioni normali, sarebbe anche la figlia) non minaccia di denunciarci per tentato sequestro di minore ma anzi ci ringrazia per la comprensione con cui abbiamo trattato il caso.

Immagino che tutta la storia rientri nella categoria "Vantaggi e svantaggi di insegnare in una scuola di paese", perché proprio non riesco a immaginarmi niente del genere in un esame nella Grande Città.
Forse perché manco di immaginazione?

sabato 4 luglio 2009

Rivalutare il piffero


Chiamasi "piffero", con forte connotazione dispregiativa, quello strano flauto in plastica colorata (i colori più gettonati sono il beije cappuccino-annacquato e l'arancio fuoco) con cui i nostri sventurati alunni cercano, guidati dai loro insegnanti, di produrre suoni tollerabili all'orecchio umano, spesso fallendo miseramente ma non necesariamente per colpa loro.

Da quei micidiali flauti infatti è quasi impossibile tirare fuori suoni melodiosi (ricordo solo due eccezioni, uno dei quali era un allievo rom alle prese con la Primavera di Vivaldi) ma è invece facilissimo torturare un innocente fino a fargli quasi perdere il lume della ragione: chi ha sentito un'intera classe steccare il tema conduttore di Titanic sa cosa intendo.
E dunque con l'andare degli anni mi ero convinta che il flauto in plastica fosse il peggio del peggio del peggio, musicalmente parlando.
Meglio la tastiera.
Molto, molto meglio la tastiera. Proprio non c'è confronto.

Poi è arrivato l'esame di quest'anno. Niente ricerche di storia della musica e monografie su Chat Baker, i Queen e Stravinski. I ragazzi suonavano un brano scelto da una rosa di quattro: tema principale del Lago dei Cigni, Inno alla gioia, Yesterday e un Minuetto di autore ignoto.
Niente armonizzazioni, suonavano le note nude e crude, con una mano sola, su una base elettronica che il professore mandava dal computer.

Sia chiaro che non ho nulla contro la musica elettronica. Mi sono sempre piaciuti i Depeche Mode, ho comprato i dischi dei Kraftwerk, sono consapevole che gli Emerson Lake & Palmer hanno fatto ottime trascrizioni al sintetizzatore dei Quadri di un'esposizione e di Fanfare For the Common Man.
Non ho niente nemmeno contro le basi al computer: come tutti quelli della mia generazione ho felicemente ballato sulle basi di Moroder cantate dalla bella voce di Donna Summer.
Però, ecco, le basi al computer si fanno in tanti modi. Alcuni le fanno bene e alcuni le fanno male, ma quelle del mio collega di musica arrivavano (nel loro abominio) là dove nessuno è mai giunto finora. E avevano dei tempi da far venire l'orticaria, specialmente il Lago dei Cigni.
Che poi, niente armonizzazione, si suona con una mano sola, i tempi sono per forza quelli della base, insomma l'intervento del ragazzo si riduceva a un malinconico pi-pi-pi sulla tastiera, mentre il resto della commissione si sfavava oltre ogni umano dire e faceva le sue brave ipotesi sul come mai non c'è classe, per quanto mansueta, che col professore di Musica di St. Mary Mead non faccia casino.

Meglio, molto meglio il flauto di plastica arancione. Possibilmente senza base elettronica.

venerdì 19 giugno 2009

Alcune pacate considerazioni sulla prova Invalsi


Premesso che all'Invalsi sono tutti dei grandissimi cornuti e che, quand'anche per qualche deplorevolissimo caso non lo fossero, sono disposta ad andare a riempire di schiaffi le loro mogli e i loro mariti, perché restare fedeli a chi è intrinsecamente un grandissimo cornuto è atto gravemente contro natura e grande spregio alle leggi di Dio e dell'uomo


dicevo, premesso questo


sarebbe ora di togliere dalle patrie galere un po' di extracomunitari senza permesso di soggiorno e qualche rispettabile spacciatore per lasciar posto a quelli dell'Invalsi* (che in tal modo potrebbero vieppiù adempiere alla loro vera mission di vita, che è quella di essere dei grandissimi cornuti); capi di imputazione non ne mancano: Atti Osceni in Luogo Pubblico, Manifesta e Reiterata Rottura di Palle alla Collettività Maschile, Pallificazione Completa e ad Oltranza della Collettività Femminile, Sevizie a Minorenni, Sevizie a Maggiorenni, Disprezzo Assoluto della Costituzione Italiana, della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e della Convenzione di Ginevra, Eccesso di Narcisismo (forse per compensare il fatto di essere, tutti loro, dei grandissimi cornuti) e Istigazione al Turpiloquio.


Non mi riferisco ai contenuti. I contenuti sembravano in effetti piuttosto balordi (per esempio le domande di grammatica mi sono sembrate decisamente faciline rispetto alle altre due parti e i brani da analizzare erano parecchio lunghi), ma posso pur sempre sperare che dietro a cotanta follia ci sia un qualche tipo di metodo, pur essendo convinta che l'intero attuale consiglio dei ministri (a parte, forse, la Meloni) ci si sarebbe arenato pietosamente e che per le medie alcune domande erano parecchio difficili.


Quello che mi sembra al di là del bene e del male sono le tecniche di valutazione astruse, bizantine e deliranti. E' un procedimento di calcolo che ha piu' fasi di un'iniziazione e più tappe del Giro d'Italia.

Non le ho dovute correggere io, vivaddio, ma ho visto i miei colleghi sputarci sangue e rifare i conti tre volte. Alla terza volta mi hanno dettato i risultati, ma più per stanchezza che perché convinti di aver ottenuto i punteggi giusti.


Che accidenti di prova oggettiva è, se si possono scegliere due diversi metodi di calcolo per il punteggio?

Se gli va di fare una procedura tanto complicata, perché non ci mandano del personale specializzato o non se le valutano al Ministero?


E soprattutto: perché non vanno tutti quanti, senza esclusione alcuna, a farsi impalare con qualche abete norvegese, invece di tormentare brava gente che non gli ha fatto nulla di male (per adesso)?


*no, non agli spacciatori dell'Invalsi (anche se un po' di detenzione non gli farebbe male, visto che spacciano evidentemente roba di pessima qualità). Intendevo ai DIPENDENTI dell'Invalsi.


(Per chi volesse leggere una descrizione più accurata della prova Invalsi, può servirsi qui e qui, mentre un'analisi sul sistema di valutazione di detta prova si trova qui)


Censura - 1


Durante un piacevolissimo spuntino tra colleghe* la prof. Quadrella mi chiede: "Ma tu, al Cineforum, gli lasci vedere le scene di sesso o le censuri?".
"Scene di sesso? Censura?" chiedo interdetta.
"Per esempio, quando si capisce che due vanno a letto, gliele lasci guardare? Perché con me i ragazzi si sono lamentati dicendo che sono l'unica a non fargliele vedere".
"Ehm... di solito scelgo dei film che non contengono scene di sesso molto esplicite" svicolo. In realtà non ricordo di essermi mai nemmeno posta il problema.
"Per esempio, in Titanic, quando vanno nella macchina. Io quella gliel'ho tagliata".
Tramecolo. Non ho mai visto Titanic né conto di vederlo in futuro (non ho alcun desiderio di vedere annegare il mio amato Di Caprio) ma a quanto mi è parso di capire dalle descrizioni la scena in macchina non ha niente di particolarmente hard ed è uno dei punti chiave del film. (Ad ogni modo, nessuno ci obbliga a fargli vedere proprio Titanic. Il mondo è pieno zeppo di film, la scelta non manca).
"Fa parte della storia, come fai a tagliargliela?"
"Ma, sai... ho preferito..."
La prof. Quadrella non è un'idiota, anzi, fino a pochi minuti prima l'avrei definita una persona assennata e accorta.
"No, non taglio nulla. Se un film contiene una scena che non mi sembra adatta a loro non gli faccio vedere il film, punto. Sono contraria ai tagli. Trovo che snaturino l'opera."
Trovo anche che un atteggiamento come quello della collega sia perfetto per ingenerare curiosità morbose anche negli adolescenti più equilibrati e integerrimi, oltre ad essere piuttosto offensivo: la gente tromba, ogni tanto, per loro non è questa grande novità. Del resto, perché dovrebbe esserlo? Sono arrivati su questa terra appunto in quel modo.
"Anche i testi li faccio sempre leggere in versione integrale, se l'antologia li taglia faccio le fotocopie dal libro vero. Trovo che i tagli danneggino la struttura e il ritmo".
La collega rimane colpita dal mio punto di vista.
"Io mi preoccupo più delle scene di violenza" osserva la De Angelis "Anche perché fanno molta impressione soprattutto a me".
"Spesso però hanno un loro significato, all'interno del film" osservo. Mentre parlo ripenso al Labirinto del Fauno, un film che mi è piaciuto molto ma dove la violenza è resa in modo molto... efficace, tanto da turbare decisamente il mio sonno per un paio di notti.
Diciamo che non è un film che presenterei a tutte le classi, ecco. Però descrive molto bene sia la guerra civile spagnola (che non fu un affare da signorine) sia la violenza racchiusa nel passaggio dell'adolescenza femminile. Molto sangue, molto rosso...
Posso non fargli vedere il film (in effetti al momento me ne sono guardata bene). Se però metto il DVD nel lettore, il film va visto TUTTO, senza sconti, perché quando il regista ci ha messo certe scene sapeva benissimo perché lo faceva.
"In terza comunque gli facciamo vedere dei documentari piuttosto salati" osserva qualcuno. Ne conveniamo tutte: tra foibe, campi di sterminio, bombardamenti vari e filmati sugli effetti delle bombe atomiche ci può stare anche l'inizio del Soldato Ryan - che, in fine, è una valida ricostruzione storica dello sbarco in Normandia, che non fu una passeggiata.

Ad ogni modo, al di là dell'unità intrinseca di un'opera, secondo me tagliare le scene dove "si capisce" che due vanno a letto insieme è solo una grandissima cazzata - anche se mai e poi mai mi esprimerei sì crudamente con la collega Quadrella.

*ebbene sì, si trattava in realtà di una vera abbuffata che comprendeva prosciutto e melone, insalata di riso con gamberoni e vongole, involtini di bresaola con caprino, pesce finto e insalata russa con maionese fatta in casa dalle sante mani di chi ci ospitava e macedonia con gelato. Tutto squisito e assai abbondante.

domenica 14 giugno 2009

Bastard Inside (ultimo giorno di scuola)


E viene l'ultimo giorno di scuola: una mattinata calda e serena, con l'aula sempre più simile a un forno nonostante la porta aperta. L'umore della classe è medio-alto e circolano numerose bottiglie d'acqua che faccio del mio meglio per ignorare (i gavettoni di fine anno sono una tradizione ben radicata a St. Mary Mead e io sono sempre stata molto rispettosa delle Tradizioni Culturali, specie quelle legate ai Riti di Passaggio).

Riporto gli ultimi temi, gli ultimi esercizi, le ultime verifiche. Riporto anche una caramellina del tutto inattesa: per tre anni il primo giorno di scuola gli ho fatto compilare una scheda con preferenze letterarie e cinematografiche, qualche aggettivo per descriversi, cibi preferiti e simili. Oggi la restituisco. La classe frulla deliziata confrontando le schede con quelle dei compagni e degli anni passati. Ne approfitto per infilare un commento sull'importanza della memoria, dei documenti e delle fonti storiche che ci riportano frammenti dimenticati del nostro passato.
Poi una piccola chiacchierata sull'esame prossimo venturo. Le bottiglie vagano. Alcune, forate in un angolino, lasciano una scia d'acqua. Il pavimento comincia a grondare.
Mando i due colpevoli a prendere il mocio per pulire, ma poi pulisce soltanto uno.
"Perché vuoi fare tutto tu?" chiede l'altro.
"Non ho mai pulito un pavimento e voglio vivere quest'esperienza fino in fondo" risponde l'interessato passando il mocio sotto i banchi.
"Eh, aspetta a sposarti e poi di pavimenti ne pulirai quanti ne vuoi!".
Ascolto e approvo in cuor mio.
"Mica è necessario sposarsi" puntualizzo "Basta andare a vivere da soli".
I maschi convengono che sì, anche quando andranno a vivere da soli, ma è chiaro che la considerano un'ipotesi molto improbabile: St. Mary Mead è un paese dove la struttura familiare si mostra assai robusta.
Le bottiglie stanno allineate sulla cattedra, il mocio viene riportato ai custodi. Entrano tre allievi dell'anno scorso. Sono passati a trovare il loro ex-compagno, il Ripetente. Che nonostante il caloroso saluto che i tre gli rivolgono non sembra proprio entusiasta di rivederli.
Due pacche sulle spalle, poi gli infilano una frase dove riescono a mettere non so quanti accenni al fatto che ha ripetuto l'anno. Gli altri li guardano perplessi.
"Vedete di sparire" suggerisco con garbo "E abbiate la gentilezza di non farvi mordere da una vipera perché la poveretta potrebbe morire avvelenata".
Escono.
"Ha ragione la collega di matematica" considero in cuor mio "Quella era una vera classe di carogne".
Il pavimento è asciutto, il cortile libero, le prediche pre-esame le ho finite. I ragazzi chiedono di scendere. Non c'è motivo di non accontentarli.
Giù troviamo un'altra terza. Qualcuno gioca a palla sotto il sole a picco, qualcuno si rimpiatta dietro i cipressi per chiacchierare dei fatti suoi, un buon gruppo rimane su panche e tavolo, nella zona all'ombra, vicino alle due professoresse. Tra questi il Ripetente e il Teppista.
Ritornano i tre. Hanno stampato in faccia un sorriso dolciastro e un'aria divertita. Prima si rivolgono al Teppista, infilando una strana storia sul fatto che l'hanno chiamato poco prima al cellulare e lui ha risposto. Il Teppista risponde a monosillabi ma dichiara con fermezza che lui non ha risposto a nessuna chiamata di nessun cellulare.
Non so che dire e quindi mi taccio. Che io sappia, mentre eravamo in classe nessun cellulare ha squillato. D'accordo, il Teppista avrebbe potuto avere la vibrazione inserita, invece della suoneria. Oppure la chiamata potrebbe essere arrivata mentre i ragazzi si scambiavano le schede dei tre anni, o si leggevano passi scelti dei temi e il rumore di fondo era alto quanto bastava a coprire la suoneria. In tutti i casi, chissenefrega? Se l'ultimo giorno qualcuno ha usato il cellulare in classe non bandirò certo una crociata sull'argomento.
Stante che il Teppista non se li fila né poco né tanto e io nemmeno, i tre tornano a puntare sul Ripetente, il Grande Ripetente, Ripetente Per Sempre, la certezza della scuola dove resterà per sempre (a ripetere, si capisce).
Il Ripetente non ribatte. Ha un'aria un po' rassegnata.
Siamo tutti piuttosto interdetti. Comunque gli dico di levarsi dai piedi.
Mi guardano con un sorriso sempre più dolciastro, del tipo "Tanto lo sappiamo che non puoi mandarci via".
Alzo la voce, dichiaro che non hanno nessun diritto di stare lì e dunque se ne devono andare. Subito. In cuor mio però sospetto che non sarà tanto semplice.
Invece se ne vanno, zitti zitti e senza replicare. E hanno anche l'aria un po' sorpresa.
Nessuno commenta l'accaduto (tanto meno il Ripetente, che è ancor più privo di espressione del solito) ma qualcuno si stringe nelle spalle con l'aria di pensare "certo che i cretini non mancano mai".
Ci ripenso su; e più ci ripenso e più ho l'impressione di aver assistito a qualcosa di veramente brutto. Che i ragazzi si prendano in giro tra loro, anche in malo modo, non mi è del tutto nuovo; e la collega di matematica mi aveva ben spiegato che, nella classe precedente, il Ripetente faceva di mestiere lo scemo del villaggio e che nella mia terza "l'atmosfera era molto più gradevole". Però quei tre imbecilli avevano tranquillamente fatto il loro show in presenza di due insegnanti, una delle quali (io) li aveva già mandati al diavolo.
Peggio ancora: ritornando in visita nella vecchia scuola si erano ben premurati non una ma due volte di venire a perculare il loro caro, vecchio compagno di classe un tantino ripetente.
Possibile che in un anno non gli sia venuto in mente un modo un po' più divertente per passare il tempo?
E, soprattutto: possibile che trovassero tanto normale farlo in presenza di due insegnanti?

Il che porta ad altre due domande.
1) Possibile che l'insegnante di lettere che avevano li lasciasse fare, limitandosi a qualche vaga rimostranza? Dopotutto, lei stessa aveva inventato il "Teorema Ripetente", che si basava sul fatto che per lo sventurato ragazzo, in verità non troppo portato all'analisi linguistica, il soggetto della frase era sempre quello che veniva per primo (teorema, in verità, molto diffuso anche tra gli alunni che non ripetono affatto, e che ogni insegnante di Lettere trova qualche difficoltà a scardinare); e si racconta che per ogni classe tenga un quaderno, detto "Libro delle cazzate" dove riporta le più notevoli sciocchezze dette dagli alunni, e dove a suo tempo il Ripetente faceva la parte del leone.
2) Possibile che i ragazzi che lanciano i sassi dal cavalcavia e allagano i corridoi dei licei tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa abbiano quello stesso sguardo vuoto e quel sorriso un po' dolciastro?

Perché, certo, le Istituzioni, la Società, i Modelli, le Famiglie, i Traumi dell'Infanzia. Ma c'è pure qualcuno che, semplicemente, nasce stronzo. No?

sabato 13 giugno 2009

Riciclare si può, riciclare si deve


Di solito non faccio letteratura. Per tutta una serie di motivi social-religiosi-ideologici-bocciofili, perché non la ritengo indispensabile a una formazione di base, perché non mi ha mai interessato molto; ma soprattutto perché tutte le antologie delle medie su cui ho posato l'occhio finora la fanno col piede sinistro informicolato infilandoci dentro un'immane quantità di sciocchezz, mentre i testi delle superiori la fanno con assai maggior criterio. 

Faccio invece un buon numero di testi (non sempre di letteratura "alta") con una certa attenzione all'inquadramento storico. Le terze che capitano tra le mie grinfie possono avere qualche vaga idea di cos'è il romanticismo ma ignorano tutto delle correnti letterarie, a meno che non abbiano approfondito l'argomento per loro conto, e degli autori dei brani letti sanno che sono esistiti e poco più. E' mia personale opinione che un testo fatto bene può servirgli, più avanti, quando e se studieranno letteratura, ma che qualche dato raffazzonato sul verismo può servirgli al massimo come esercizio mnemonico - e allora tanto vale che si studino le formazioni del Milan nel corso degli anni, che magari gli interessano. All'esame si portano un brano e mi parlano di quello. Se mi gira, perché di solito al colloquio dell'esame chiedo storia e geografia.
Il concetto però non deve essere ben passato, perché dieci giorni fa il Teppista mi chiese se poteva portare Pirandello all'esame.
Ora, quest'anno Pirandello non l'ho toccato nemmeno con una canna lunga. 
D'altra parte, se qualcuno ha degli interessi personali non vedo perché non debbano essere valorizzati.
"Vuoi dire un testo di Pirandello?" mi informo. Immaginare il Teppista che si divora il Fu Mattia Pascal o Così è se vi pare mi suona strano, ma d'altra parte...
"No, Pirandello".
"E perché proprio Pirandello?".
"Perché per storia porto il fascismo e Pirandello è adatto da collegare".
"Abbiamo fatto diverse letture sul fascismo: Ci sono due brani dall'antologia sulla guerra in Abissinia, un racconto di Camilleri e un pezzo dalla Storia di Elsa Morante".
(Inoltre Pirandello era fascista, ma non sono così convinta che le sue opere siano utili per illustrare i punti salienti dell'ideologia fascista...)
Il Teppista farfuglia qualcosa.
"Se hai letto un testo di Pirandello e vuoi portarlo per me va benissimo".
Altra risposta piuttosto vaga.
"Vediamo se ho capito: qualcuno ti ha passato una ricerca su Pirandello e vuoi portare quella".
Vago cenno d'assenso e un ancor più vago accenno a suo fratello.
"Scordatene".
Segue una breve filippica sul fatto che non mi interessa sentirgli rimasticare quattro pagine su Pirandello pescate da Wikipedia o chi per lei.
(Ha poi finito per scegliere Ungaretti - di cui abbiamo fatto il solito gruppo di poesie da trincea che col fascismo c'entrano veramente il giusto.)

Secondo atto, stamani. 
Il Ripetente, che le due volte in cui ho chiesto alla classe di farmi una traccia del percorso che portavano all'esame mi aveva rifilato una selva di "non so", stamani arriva con tre gruppi di fogli: Prima Guerra Mondiale, Stati Uniti... e il Verismo.
Ora, è possibile che, mentre leggevamo Rosso Malpelo e Libertà (entrambe, devo dire, assai apprezzate, anche se tutti hanno ammesso di buon grado di aver letto autori meno deprimenti in vita loro) io abbia accennato all'esistenza di una corrente letteraria detta Verismo, mentre cercavo di spiegargli la particolarissima tecnica narrativa a collage di Verga, dove il narratore cambia in continuazione, anche più volte nella stessa frase. Ma di un blando accenno si è trattato, e di niente di più.
D'altro canto, se l'idea del Teppista che legge avidamente il Fu Mattia Pascal appare improbabile, la scena del Ripetente che approfondisce per suo conto il movimento letterario del Verismo è degna di un libro di fantascienza del filone degli universi paralleli.
"Se ti interessa il Verismo, abbiamo letto due eccellenti novelle di Verga" (sulle quali avevo dato affascinanti esercizi da lui fatti in modo decisamente superficiale, e glieli avevo dovuti richiedere  non so quante volte).
Il Ripetente farfuglia una frase molto vaga.
"Cioè, qualcuno ti ha passato una scheda sul Verismo?".
La risposta è stata vieppiù vaga, ma è finita con un "Sì".
E' seguita una nuova e più accorata filippica sul fatto che era stato svolto  un programma di letture, e quelle volevo all'esame. Se qualcuno aveva fatto altre letture per me andava bene, ma volevo dei TESTI, non delle rimasticature di critica mandate a mente.
Il Ripetente è tornato a posto con la coda tra le gambe borbottando qualcosa sul fatto che avrebbe portato Malpelo - che c'entra il giusto con la Prima Guerra Mondiale, ma non è certo con lui che starò a guardare il capello.
Poco dopo, in Sala Professori, Artistica mi ha raccontato che il Ripetente portava anche Van Gogh, ma che, richiesto di dirne qualcosa, si era chiuso in un dignitoso silenzio.
E dunque evidentemente era stato stabilito, non so in base a che criterio, che Italiano sarebbe stato chiesto all'esame e Artistica no, perché "tanto non c'era abbastanza tempo".
Sarà bene spiegare domani che nei colloqui delle mie commissioni succede esattamente l'opposto: di solito non chiedo Italiano, ma un angolino per Artistica, Musica, Fisica e Tecnica salta sempre fuori. Sempre. E quindi gli conviene, oltre a raccattare da cugini e fratelli improbabili tesine di letteratura, dare un'occhiata anche al resto del percorso.

Sì, credo veramente sia il caso.

martedì 9 giugno 2009

Troia, qual fosti un dì!


Così canta il coro di troiane all'inizio dell'Ermione di Rossini, quando le sconsolate donne, ormai in esilio, rimpiangono la grandezza della loro città caduta.
E così parimenti cantano in questi giorni molti insegnanti delle medie (pardon, delle scuole secondarie di primo grado; ma volendo, forse, possiamo anche definirci una primaria di secondo grado) sull'orlo di scrutini vissuti pericolosamente, tra leggi monche di decreti applicativi, Tar sovraccarichi di lavoro,  circolari che arrivano come ladri nella notte e note protocollari che...
Ecco, appunto, l'ultima nota protocollare del nostro ineffabile Ministero. Datata 8 Giugno.
Abbiamo avuto un decreto applicativo sul voto di condotta che è arrivato mentre erano in corso gli scrutini del primo quadrimestre. E' durato poco, lo spazio di un mattino, perché era stato concepito al solo e unico scopo di scassare le balle a chi stava facendo gli scrutini.
Abbiamo poi avuto un decreto sulla valutazione che è rimasto per settimane a picco sulle nostre teste ma - ZAC! - proprio all'ultimo momento si è saputo che scherzavano e no, per quest'anno non era valido perché non ce la facevano con i tempi, ed è rimasto in vigore il Decreto che ci avevano detto sarebbe durato lo spazio di un mattino.
L'8 Giugno, al Ministero, qualcuno si è improvvisamente ricordato che c'era il problema del sei in rosso.
Ovviamente non ci sarebbe stato alcun problema di sei rossi, azzurri o viola a strisce verdi se qualche settimana fa da Roma ci avessero mandato istruzioni. Adesso invece si è dato il caso che qualche Collegio dei Docenti abbia deciso di segnalare i voti portati alla sufficienza dal Consiglio di Classe scrivendoli con inchiostro rosso - e immagino si sia perfino dato il caso di qualcuno che quei voti in rosso li ha già scritti sulle schede. 
Ma ecco che arrivano le istruzioni dal Ministero, sotto forma della Nota Protocollare 6051   scritta, ci spiegano, "in risposta ai quesiti pervenuti allA scrivente" (che sarebbe poi il Direttore Generale Mario Dutto, evidentemente sottopostosi negli ultimi tempi a qualche operazione; o forse, chissà, caduto nelle sorgenti incantate di Jusenko come Ranma). Le quali spiegazioni dicono che ogni scuola, essendoci l'autonomia, farà come crede per segnalare che certi voti sono stati alzati dal Consiglio, ma che "è del tutto improprio il riferimento al "sei rosso", dicitura utilizzata solo in passato nella scuola secondaria di secondo grado e collegata al recupero del "debito scolastico" perché "tale previsione non corrisponde all'attuale quadro normativo" in quanto "nella scuola secondaria di primo grado l'ammissione all'anno successivo e all'esame di Stato non è infatti condizionata" e i fanciulli vengono ammessi all'anno successivo o all'esame aggratisse e senza balzelli da pagare.

Cara signora Dutto, capisco che il suo recente cambio di sesso l'abbia impegnata in un sacco di cose importanti; ma poteva ben dire al Ministro di svegliarsi prima, mi sembra. Quel che il Ministero sta facendo a noi sventurati insegnanti non solo è molto disdicevole, ma ha configurazione di un reato: perché si tratta di mobbing, a voler chiamare le cose col loro nome.
(Quanto alla Grandissima Presa di Culo, per quanto irritante, non so se può rientrare tra le circostanze attenuanti che si invocano nel caso degli omicidi violenti. Ma può essere che sì, secondo me.)

giovedì 4 giugno 2009

Tiger Tiger (dopo gli scrutini)





L'ultima brillante trovata del NuovoPreside è consistita nel comunicarci, durante gli scrutini, che non ci saranno schede, di nessun tipo, da consegnare ai genitori, in quanto gli scrutini si fanno per ammettere gli alunni all'esame e non per valutarli. Quindi, i voti con cui li ammettiamo non sono affar loro. Questo dopo averci assicurato in sede di Collegio che avremmo scritto sulla scheda la formula "voto alzato dal Consiglio".
I genitori che vogliono vedere i voti dei figli (certa gente è di un impiccionaggine incredibile e pretende perfino di sapere con che voti sono stati ammessi all'esame, come se la cosa li riguardasse in qualche modo) andranno a chiederlo in Presidenza, a venti chilometri da St. Mary Mead - ignoro se col cappello in mano, dopo aver presentato supplica, con un offerta rituale di miele e fior di farina o in che altro modo.
Ci ha detto anche il motivo: al momento dell'esame noi dobbiamo fare tabula rasa di tutto quel che sappiamo dell'allievo e considerare solo il suo lavoro all'esame. Quindi, i voti di ammissione non esistono più.
Come gli apostoli,  mi domando "Chi ha peccato, noi o i nostri padri, per doverci trovare tra i piedi un essere di tal fatta?".
Escludo di avere commesso peccati all'altezza di tale punizione.
La prima volta che vedo mio padre, due schiaffi non glieli leva nessuno.

(Per farmi passare i nervi: un brano dei Duran Duran che corrisponde nel titolo, ma non nella melodia, al mio stato d'animo).