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venerdì 10 gennaio 2020

Cime tempestose - Emily Brontë


Quella a destra è l'edizione che ho letto da bambina e che tuttora ho in casa. È stata stampata nel 1965 ma, nonostante sia una edizione Garzanti, la colla della rilegatura regge ancora, caso più unico che raro, e il fatto che abbia i nomi in italiano per una volta non mi disturba. Va anche detto che i nomi sono pochi, e in buona parte non traducibili, quindi Heathcliff, Hareton, Hindley e Linton restano tali e quali, Caterina e Isabella non cambiano molto a chiamarle in inglese, Edgar è un tipico Edgardo e il nome gli sta benissimo anche in italiano e quindi il problema si riduce all'insopportabile Joseph che diventa Giuseppe, a Frances che diventa Francesca ma è presente per poche pagine e a Ellen Dean che a chiamarla Elena non fa una grande differenza. In effetti, rileggendolo nei giorni scorsi, mi sono accorta di questa caratteristica della traduzione solo verso pagina 100 e la cosa mi ha abbastanza divertito.
Proprio per ovviare al problema dei nomi verso i vent'anni comprai una traduzione della BUR, ma c'era un saggio introduttivo che mi fece rizzare i capelli quando lessi la teoria dell'autore che dava per scontato che Catherine vivesse il suo amore per Heathcliff come una colpa di cui punirsi. 
Catherine? Che si sentiva in colpa? Cosa si era bevuto quel poveretto prima di scrivere?
Caso mai uno dei problemi (per chi ci aveva a che fare) di quella insolita eroina vittoriana era proprio una notevole mancanza di sensi di colpa anche in quei rari casi in cui forse un minimo di tendenza ai sensi di colpa l'avrebbe aiutata a non commettere alcune azioni piuttosto avventate - per esempio raccontare a Heathcliff che Isabella era innamorata di lui.
Insomma mi tenni la vecchia edizione e lasciai a mia madre la nuova, quando traslocò. Magari, a parte quella stupidaggine, era un saggio interessantissimo e pieno di teorie illuminanti, ma non lo saprò mai perché non l'ho letto.

Dunque alla prima lettura avevo sui dieci anni. Non saprei dire se  mi piacque:  lo trovai un libro "da adulti", insomma al di sopra delle mie possibilità, ma mi sembrò anche una roba molto importante e comunque, fosse o meno per adulti, me lo lessi da cima a fondo.
In seguito lo lessi altre due o tre volte, e alla fine stabilii che era uno dei miei libri preferiti e che non era colpa solo della mia giovane età se mi aveva turbato e lasciato piuttosto confusa. Nel frattempo avevo imparato un sacco di cose sulle sorelle Brontë e, arrivata all'università, decisi di farmi un esame di inglese portando appunto la scheda su di loro. Il programma prevedeva  anche che portassi 50 pagine in inglese da uno dei romanzi. Scelsi Wuthering Heights e me lo comprai in inglese (foto a sinistra) in una rispettabile edizione Penguin che riposa tuttora sugli scaffali della mia libreria ed è uno dei pochi testi in lingua originale che possiedo. Scelsi le cinquanta pagine con grande cura dopo una accurata rilettura e optai per la sezione che andava dalla nascita di Hareton allo scontro tra Catherine e suo marito che porterà alla fatale malattia che la ucciderà. Mi sembrò una sezione molto densa e soprattutto includeva la seduta di autocoscienza dove Catherina pronuncerà la celebrissima affermazione "Io sono Heathcliff" - e che ai miei occhi era il centro del romanzo.
Mi preparai con gran cura all'esame e lessi e rilessi ad alta voce più volte la seduta di autocoscienza di cui sopra, nemmeno mi fossi dovuta preparare a un provino per ottenere la parte, ma con mia grande delusione mi fecero tradurre un passo piuttosto andante dove il narratore si lamentava del decorso della sua influenza e la chiacchierata in cui si risolse l'esame si concentrò soprattutto su Charlotte - ma comunque non mi mancarono gli argomenti e l'esame finì in gloria con un rispettabile trenta. 
Dopo di che non l'ho più riletto fino a quattro giorni fa, quando l'ho preso in mano per fare questa presentazione per il Venerdì del Libro di Homemademamma.
In questi trenta anni e passa ho vissuto molte esperienze e letto molti libri ma Cime tempestose continua a catturarmi in un modo tutto particolare: per quattro giorni ho vissuto nella brughiera considerando tutto il resto della mia vita di tutti i giorni alla stregua di seccature appena tollerabili. Adesso ho un bel paio di occhiaie e sono decisamente suonata, ma in me cova un certo sollievo. È un bel libro, un bellissimo libro, ma è anche decisamente cupo - e più è cupo e più mi avvince. Ma non credo di essere un caso isolato, in questo.
E naturalmente sono sempre più convinta che è una roba molto importante e difficile da capire. Sì, è vero che era un romanzo strano per l'epoca in cui fu scritto, ma mi sembra che col passare degli anni sia rimasto altrettanto strano.

Parliamo dei personaggi?
Abbiamo prima dio tutto Heathcliff, un perfetto eroe Romantico e Titanico - più volte viene anzi insinuato dai personaggi che è una creatura demoniaca. Sì, certo, è un personaggio abbastanza irreale, ma nella sua irrealtà è costruito proprio bene. Cime tempestose in realtà è la sua storia, quasi completa. Mancano infatti i primi tre anni - quando entra in scena è il classico bambino vittoriano affamato che piange disperato per la città e nessuno se lo fila, e il signor Earnshiow lo raccatta e lo porta a casa come si potrebbe fare con un gatto randagio e gli dà un nome, che poi diventa anche il suo cognome. Poi mancano i circa quattro anni in cui sparisce, partendo da Wuthering Heights senza un soldo o un panino in tasca e ritornando ricco e ben pasciuto nonché assai affinato nei modi. 
Cosa ha fatto in questi quattro anni? Niente di buono, probabilmente, ma nessuno ce ne parla. Sospetto che nemmeno Emily Brontë lo sapesse bene, anche se qualche critico sospetta che si sia impelagato nella tratta degli schiavi. Di sicuro era una roba redditizia.
La sua innamorata, Catherine, è probabilmente l'eroina più insolita della letteratura vittoriana: spregiudicata, rabbiosa, testarda, irragionevole... difficilissima da descrivere, in ogni modo. E simpatica, a modo suo, nel senso che si finisce per entrare in empatia con lei. Di sicuro una persona che cerca di far andare le cose a modo suo, fino ai limiti della più totale irragionevolezza.
Poi c'è Ellen Dean, la narratrice in seconda, la confidente di tutti, quella che a tratti dirige l'azione. Ufficialmente è una governante, anche se comincia la sua carriera come sguattera tuttofare, ma nessuno dei personaggi la tratta come una semplice domestica. Di lei come persona sappiamo davvero pochissimo e anche se passa trecento pagine a raccontare e raccontare lei stessa non sembra avere una visione precisa di quello che sta raccontando - o meglio, magari ce l'ha ma non dice tutto. Il narratore ufficiale non interviene mai per chiederle chiarimenti o opinioni. Difficile descriverla, difficile definire davvero il suo ruolo, difficile capire i suoi sentimenti, soprattutto verso Heathcliff verso il quale cambia opinioni un'infinità di volte - come il lettore, del resto.

Una domanda mi ha sempre turbato: perché diavolo la cornice è così complicata?
La storia vera e propria è piuttosto semplice, ma la cornice è davvero sovrabbondante.
Abbiamo un tale, che scopriamo da un vago accenno essere un uomo d'affari, che decide di allontanarsi per un po' dal frastuono di Londra e di andare in una bella regione per distrarsi in un posto solitario e perciò affitta una casa nella brughiera inglese.
Il padrone di casa, Heathcliff, è un tipo strano e decisamente solitario. Così, colto da un attacco dello spirito di contraddizione che assicura essere uno dei suoi tratti caratteriali, il narratore lo va a trovare. Capita in una casa di pazzi decisamente inospitale dove lo tengono a dormire solo perché una grandiosa bufera si è scatenata e solo per l'intervento misericordioso della governante si ritrova in un letto. Comunque finisce per prendersi una colossale infreddatura che lo tiene a letto per diverse settimane, e per distrarlo la governante della casa che ha affittato gli racconta la storia del suo misterioso padrone di casa.
A sua volta però la governante spesso e volentieri riferisce racconti e resoconti e talvolta quei resoconti comprendono a loro volta dei racconti - in certi punti abbiamo ben quattro strati: la governante racconta che Catherine le ha raccontato che Isabella le ha raccontato...
Perché complicare così le cose? D'accordo, spesso i vittoriani infilano le loro storie in una cornice, ma qui si esagera.
La risposta mi è arrivata all'improvviso: sono tutti filtri.
Il narratore ascolta, commenta ogni tanto (ma pochissimo) ma si sente molto distaccato dalla vicenda. I protagonisti sono tutti pazzi, e come tali li accetta, piuttosto divertito, evitando con cura di giudicare.
Ellen Dean è a tratti molto coinvolta, e commenta parecchio, ma siccome si limita a riferire giudica sì, ma dall'esterno - e spesso conviene col lettore che i protagonisti sono abbastanza pazzi e che lei davvero non si capacita.
Tutto ciò esenta l'autrice dal commentare a sua volta - lo scrittore vittoriano è spesso molto portato a tranciare giudizi sui suoi personaggi e a spiegarne minutamente i loro vari moti dell'animo, ma qui nessuno spiega mai niente e se ogni tanto qualcuno dei personaggi non si desse all'autoanalisi non sapremmo mai cosa gli passa per la testa - e anche così ne sappiamo abbastanza poco. D'altra parte, visto che molto spesso costoro fanno delle scelte decisamente immorali secondo la cultura dell'epoca (e anche secondo la nostra, a distanza di quasi due secoli!) l'unico modo per commentarli sarebbe criticarli aspramente dall'inizio alla fine, in particolare per quel che riguarda i due innamorati principali - che tuttavia esercitano un grande fascino sul lettore. Oddio, hanno fatto anche questo e quest'altro? Oddio, ma quando arriva il sermone di critica che gli spetta di diritto?
Non arriva. Il lettore - ogni lettore - è costretto a giudicare da solo. Di solito evita di giudicare, perché gli innamorati sono sempre simpatici, ma anche perché gli sembra di trovarsi davanti a qualcosa che sfugge ai normali metri di giudizio. D'accordo, non è carino cercare di vendicarsi su una famiglia che sembra giù abbastanza messa male di suo. D'accordo, non è bello sposare un uomo essendo assai consapevolmente innamorata pazza di un altro. Ma alla fine sono tutti puniti... sono puniti?
Mmmhh, non è granché chiaro. 
C'è un lieto fine? 
Mah, non risulta.
Allora finisce tutto male?
No, non proprio. Soprattutto, cosa si intende per "finisce male"?
E arriva la collera divina?
Mmmhh, sembrerebbe di no... Cioè, dunque....
Si può avere la domanda di riserva?

Seconda domanda: che ci sta a fare la seconda parte?
Catherine viene sepolta alla fine del sedicesimo di trentaquattro capitoli, appena dopo la metà del romanzo, lasciando il suo Heathcliff in un mare di lacrime. L'addio dei due innamorati è straziante - un perfetto finale, a ben guardare, e perfettamente romantico: lei muore giurandogli eterno amore, lui vivrà ancora a lungo e passerà la sua vita a piangerla. Come spiego sempre ai miei alunni, l'eroe romantico ha sempre alle spalle un grande amore finito malissimo. Lei muore, lui resta a piangerla. Nei rarissimi casi in cui lui muore per primo, lei muore quasi subito dopo col cuore spezzato. Caso classico, la storia di Tristano e Isotta, che ha diversi agganci con la vicenda di Cime Tempestose - e infatti con una certa soddisfazione ho scoperto che Bunuel nel suo film ha scelto come colonna sonora  proprio il Tristano e Isotta di Wagner - che Emily Brontë non può avere ascoltato perché Wagner lo scrisse una ventina di anni dopo la morte di lei.
La storia però continua, solo molto più scialba. Le vicende della giovane Cathy e dei suoi amori sono raccontate benissimo, perfette in ogni particolare, squisitamente realistiche - povera ragazza, cresciuta in assoluta solitudine non è certo strano che si innamori dell'unico ragazzo che riesce a frequentare prima, e dell'unico ragazzo che si trova intorno dopo, e tutte le critiche che le rivolge Ellen mi sembrano fuori luogo; ma il lettore ormai drogato dall'Amore Assoluto di sua madre e di Heathcliff trova il tutto un po' insulso, e infatti i film di solito si fermano alla morte di lei appiccicandoci un lieto fine con i due spiriti che si ritrovano*. 
Emily Brontë invece ha continuato, e nel corso della lettura Heathcliff perde decisamente parecchio del suo fascino e finisce per risultare insopportabile ad Ellen come ai lettori, che a un certo punto gli darebbero volentieri fuoco dopo averlo cosparso di kerosene. Quel che fino a pagina 200 era un perfetto eroe romantico finisce per diventare una persona davvero odiosa e odievole. A che pro?

Rileggendolo credo di aver capito, tutto sta a vedere se riuscirò ad esporlo in modo almeno vagamente comprensibile.
Cime tempestose è la storia di due innamorati il cui unico scopo nell'esistenza, praticamente dal momento in cui si conoscono (piccolissimi) è stare insieme, possibilmente da soli nella brughiera. Persino quello che Heathcliff definisce "il capriccio per Linton" non è una vera infatuazione, è un tentativo della ragazza per dare, con l'aiuto del marito, una posizione adeguata al suo Heathcliff. Idea balorda, siamo d'accordo, ed è improbabile che Edgar Linton avrebbe collaborato di buon grado - ma Catherine ha sempre avuto la tendenza a credere quel che più le faceva comodo, quando si trattava di suo marito. 
A metà libro Catherine muore, consapevole di aver fatto una sciocchezza ma nel complesso riconciliata col mondo e con la vita - o meglio, con la vita che l'aspetta, libera per sempre tra le brughiere. Non muore disperata - quello che è disperato è Heathcliff. 
Dopo la sua morte Catherine gira intorno alla casa e aspetta. Non riesce a raggiungere Heathcliff - che pure non chiederebbe di meglio che essere perseguitato da lei - immagino perché Heathcliff non è ancora pronto.
E davvero non lo è: in lui non vi è ombra alcuna di serenità e dedica la sua infelicissima esistenza a vendicarsi di tutti quelli che lo hanno messo in quella situazione, coinvolgendo anche gente che non c'entra per nulla, ovvero la seconda generazione: il figlio di Isabella, la figlia di Catherine e il figlio di Hindley. E tutto ciò non lo soddisfa affatto né gli porta alcun conforto. Ma una volta compiuta la sua inutile vendetta e placati i suoi (numerosissimi) demoni interiori, riesce finalmente ad affinarsi, comprendendo che la vendetta è inutile. Nell'ultimo, folle monologo a Ellen prova a descriverle la sua nuova situazione: è ormai staccato dal mondo terreno, vive per abitudine, e sente finalmente Catherine vicina, sempre più vicina - finalmente la sente di nuovo. Come molti dei personaggi del romanzo, prima fra tutte Catherine, anche Hearthcliff muore di consunzione, ma la sua morte sembra in effetti più un passaggio in una dimensione diversa che una morte vera e propria - e a quanto sembrerebbe di capire questo passaggio non avviene verso l'inferno, e certamente non verso il paradiso - e del resto par di capire che del paradiso Heathcliff non sappia che farsene. Insomma una sorta di vita oltre la vita da trascorrere con lei, che lo ha aspettato per vent'anni - dal punto di vista di entrambi una perfetta felicità. 
Il passaggio però non può avvenire fin quando Heathcliff continua ad essere immerso nelle passioni terrene, ma solo dopo che avrà compreso l'assoluta inutilità della vendetta - e non può capirlo finché non l'ha compiuta e non ne ha testato con i fatti l'assoluta vanità. Smette quindi da un giorno all'altro di tormentare chi gli ha intorno e, dopo qualche giorno di digiuno involontario, muore felice. 
Tutto questo Ellen Dean, la narratrice in seconda, quella che meglio li ha conosciuti sin da piccola, probabilmente lo capisce almeno a grandi linee ma si guarda bene dal raccontarlo, e quanto al narratore si rifiuta decisamente di venirne a capo - il romanzo si chiude sulle sue parole che dichiarano che i morti son morti e se ne stanno in pace, amen. Quanto al lettore, è libero di trarre le sue conclusioni (io per esempio ho tratto le mie) ma si sa che di storie di fantasmi è pieno il mondo e ogni villaggio ha le sue leggende, non c'è motivo di prenderle sul serio, giusto?
Sta di fatto che Heathcliff muore probabilmente non redento, certamente non pentito, ma muore in pace, col sorriso sulle labbra e senza traccia esterna dei tormenti infernali che pure parrebbero spettargli per contratto. Madamigella Emily Brontë, figlia di un pastore protestante e fanciulla di noto rigore morale e di sincera e profonda fede religiosa aveva evidentemente idee tutte sue sull'aldilà, ed erano idee che probabilmente non avrebbero entusiasmato i suoi contemporanei, che amarono e odiarono il suo romanzo e che ne dissero assai male, sempre attorcigliandosi sull'eterno dubbio che prendeva davanti ai romanzi delle Brontë: ma erano scritti da un uomo o da una donna?
Rileggendo il romanzo mi sembra comprensibile che si sia dubitato che fosse stato scritto da una donna, e anche che si dubitasse che fosse stato scritto da un uomo, ma che si convenisse che era stato scritto da una persona decisamente originale, e non solo per i suoi tempi.

Ho scritto che Catherine aveva aspettato Heathcliff per venti anni - ma in realtà a dircelo è la stessa Catherine, quasi in prima persona.
Durante la cupa notte che il narratore trascorre, all'inizio del romanzo, a Wuthering Heights (strano nome da dare a una casa; ma cos'è che non è strano in questo romanzo?) Catherine gli appare in sogno. Più che un sogno è un incubo, che più avanti lui riterrà nato dalle fantasticherie indotte dalla lettura di qualche pagina del diario di Catherine - l'unico punto in cui sentiamo la voce della ragazza senza mediazioni. Ma il diario non dice che fosse morta, e che lo fosse da vent'anni, mentre lei grida che da vent'anni sta lì ad aspettare, girando come una vagabonda, e nessuno la fa entrare. All'epoca il narratore ignora tutto della sua storia, e dunque il sogno... forse non è un vero sogno, ma qualcosa che è davvero avvenuto.
Per molti anni ho creduto che la canzone che Kate Bush ha dedicato al romanzo raccontasse proprio la scena del sogno del narratore: ho tanto freddo, Heathcliff, fammi entrare dalla finestra. E per tanti anni per me la canzone era, appunto, solo una serie di suoni mirabilmente intessuti. Poi ho scoperto che c'era un video

e scorrendo i commenti ho scoperto anche che l'interpretazione ufficiale era che Catherine la cantasse sotto la finestra proprio per chiamare Heathcliff che stava morendo, alla fine del romanzo. Ripensandoci, è la possibilità più logica - e del resto Kate Bush, come Emily Brontë è un genio, e tra geni ci si intende bene - senza contare che le due hanno lo stesso compleanno.

Dunque Cime tempestose è un romanzo a lieto fine, e la seconda parte è il necessario completamento della prima, senza la quale i due innamorati sarebbero costretti a vagare separati per l'eternità - il che, dal loro punto di vista, sarebbe stato il peggiore degli inferni possibili.
Tutto chiaro, dunque - almeno fino a quando non mi verrà la fantasia di rileggerlo di nuovo, immagino.

* i film sono parecchi, ma per poco che mi risulta solo quello del 1992 tratta la storia completa.

14 commenti:

acquaforte ha detto...

"Cime tempestose" l'ho visto in un film con Laurence Olivier. Mi aveva colpito assai assai, questo amore travolgente, sopra le righe, questo amore che sembrava (nei miei ricordi) una condanna a morte, una sofferenza inaudita, che decisi di risparmiarmi la lettura. Ero molto giovane (?), sicuramente molto inesperta e le mie idee sull'amore viravano al rosa spinto. Comunque mi tenni lontana dalle sorelle Bronte del tutto, la passionalità di Jane Austen mi era piu congeniale. Ora sono più cresciuta, altro punto interrogativo, ma sicuramente le mie idee sull'amore si sono aggiornate. Forse, chissà, può darsi....ma si può sopravvivere senza aver letto le sorelle B, vero?
Su Kate Bush non ci piove. Un genio e ho letto che ha ripreso a scrivere e a cantare dopo 30 anni di silenzio. Una bella notizia.

Pellegrina ha detto...

Uh che buffa cosa. Mi ha fatto più o meno Lo stesso effetto e dobbiamo averlo letto più o meno alla stessa età. Io perché lettura obbligata dalla mamma, più o meno, perché a lei era piaciuto tanto. Confesso di essere poco portata per i romanzi di amore impossibile, soprattutto quando l’impossibile sconfina nelle ossessioni ombelicali...
Mi avvinse, ma non lo capii e non potrei dire che mi piacque proprio per la sua disperata e nera crudeltà, per la protagonista che pareva lo sfogo di tutto ciò che era proibito alle donne, ma uno sfogo nero, colpevole (non so cosa sostenesse quel critico ma l’idea di una sorta di adesione/orrore dell’indomita protagonista rispetto ai propri desideri mi aleggiava nella testa. A meno che non pensasse alla scrittrice cioè alla descrizione da parte dell’autrice di una passione reputata colpevole, inattuabile, imperseguibile, vivibile persino artisticamente solo nella morte (e in effetti appare consumata solo dopo la morte). Uno sfogo liberatorio di una pulsione che qualcosa impedisce di accettare. Per poi riemergere pacificata e serena nella generazione successiva, certo più scialba, ma in cui le passioni non divorano gli esseri umani anzi li portano a una vita migliore per sé e per gli altri. Per anni rileggevo solo questa parte proprio perché mi sembrava meno morbosa: ma non mi sono mai piaciuti i romantici, e se perversione ha da essere, meglio Laclos o un certo Sade, come La philosophie dans le boudoir. In conclusione un romanzo che continua ad apparirmi enigmatico, come se ci fosse un gran buco, un punto interrogativo non risolto, un non detto, e che nessuna delle spiegazioni razionali dell’intreccio (le convenzioni, la differenza sociale) riesce veramente a chiarire. Il personaggio di H. Non sembra veramente un uomo, sia pure vilain: piuttosto una proiezione di come una fanciulla vittoriana potesse concepire di un essere umano di sesso maschile reputato inquietante e dominatore.
a rendere ancora più lontano dal lettore il peso dell’intreccio nero di quella casa che è un pozzo di odio, Il primo filtro che si incontra è quello dell’ironia quando il narratore ultimo prende in giro il salmo parlando di 777 volte 7 anziché di 70. Il succedersi delle cornici fa proprio pensare al bisogno di allontanare il più possibile la storia da chi la narra. Che poi non è una storia di soprannaturale, ma molto umana, tutta repressione e sfogo mentale di sentimenti taciuti e di azioni che rappresentano il contrario dei sentimenti. Niente più si cerca di capire meno ci si riesce. Forse dovrei rileggere il libro, sono cosi’ tanti anni che non lo prendo in mano.
Mio cugino che Lo ha riletto recentemente diceva che è un romanzo di odio, che raramente si incontrano descrizioni di odio cosi’ implacabile e assoluto. Di certo non è tenero con la instituzione famiglia: ovin que la si guardi più è tradizionale e peggio è.
P.S.: purtroppo il sopranino leggero come voce di Catherine, ok che fa un po’ fantasma ma come registro non ce lo riesco a vedere. Dev’essere anche una questione generazionale, penso. :/

Murasaki ha detto...

@ Acquaforte:
Ah, non ho idea se si possa vivere senza avere letto le sorelle B, ma immagino di sì. Di sicuro io non ci ho nemmeno provato!
Ma ti dirò una cosa per incoraggiarti (!!!) il film con Lawrence Oliver mi parve molto, molto all'acqua di rose rispetto al libro, tanto che feci fatica a sopportarlo nonostante la presenza di Oliver, e detto questo penso di aver detto tutto...

@ Pellegrina:
Ah, non c'è dubbio che la famiglia in questo romanzo sia servita di tutto punto! Ed è verissimo che è (anche) un romanzo di odio,. dove gran parte dei protagonisti odiano anche e soprattutto sé stessi - ma non Catherine, sia lode a lei, e nemmeno sua figlia.
Non direi però che rientri tra i romanzi perversi, o almeno è quel tipo di perversione che accetto senza difficoltà. Di sicuro nessuna delle tre Brontë era perversa, ma altrettanto di sicuro erano tre donne che avevano una visuale della vita ma anche della morte e dell'amore piuttosto complessa - insomma, non si fermavano certo alla superficie delle cose.
Sia chiaro comunque - e spero che si capisca dalla mia presentazione - che non sono affatto sicura di averlo capito!
E sono d'accordo che Heathcliff più che un uomo sembra una proiezione ma... di che cosa, ESATTAMENTE?
Per quanto riguarda il sopranino leggero, credo che Kate Bush in realtà sia un contralto, e comunque la tessitura del brano se l'è scelta lei - ma, non so se è una questione generazionale, Catherine non so fino a che punto sia adulta - tra l'altro muore a vent'anni, più o meno.

Unknown ha detto...

Libro che mi colpì meno, quando lo lessi la prima volta, da ragazzetta di quella di Charlotte. L’ho poi letto e riletto alla nausea, per dritto e per rovescio, in lingua originale e in traduzioni d’antan, perché è stata una di quelle ossessioni letterarie di quel Beppe partigiano langarolo che viceversa è stato uno delle mie, e sul quale stavo lavorando.
Stessa cosa per i film (da quello con Olivier lo stesso Fenoglio trasse tra l’altro un adattamento teatrale). Ho sempre pensato, e questa è stata grosso modo la linea che ho seguito nell’unico breve saggio che ho scritto sul romanzo, che il tema principale sia quello di una formazione negata, nel senso ottocentesco in cui il concetto di romanzo di formazione si sviluppa, in questo ripartendo da una secondo me molto bella considerazione di Georges Bataille sul concetto di trasgressione e ribellione del bambino al mondo adulto inteso come unica incarnazione possibile della legge del Bene rappresentata da Heathcliff. Dovrebbe essere, tra l’altro, quel saggio di Bataille, quello che trovasti nell’edizione Bur, perché ne fece da introduzione in quella del 1978, e di lì ristampata, e se lo fosse secondo me varrebbe la pena di dargli una seconda possibilità, perché è davvero un saggio notevole a mio avviso (e secondo me anche sul senso del senso di colpa si potrebbe ragionare).
Aggiungo, prima di chiudere, pure una ipotesi che gira sempre, magari anche solo per essere scartata, nel giro dei Brontisti, e cioè che Heathcliff sia figlio illegittimo di Mr. Earnshaw, ricordando come il binomio patrimoni e matrimoni fosse il motore molto mobile di tutto l’Ottocento borghese.

Unknown ha detto...

Mi ha messo Unknown, ma sono la ‘povna!

Anonimo ha detto...

Ahimè, Cime tempestose l'ho letto in originale al liceo linguistico, tra i compiti di un'estate matta e disperatissima (avevo tipo una ventina di libri tra lingue e italiano... divorati quasi tutti con passione,e sottolineo il quasi, ma caspita...). Ho adorato Orgoglio e pregiudizio, ancora lo adoro, e ho detestato i due protagonisti di Cime tempestose con tutto il cuore, così come il mondo gretto e spietato che viene presentato. Tuttavia ritengo che un romanzo che tocchi così profondamente il cuore di chi lo legge e provochi così grandi sconvolgimenti emotivi sia un capolavoro. La realtà non è sempre bella, tuttavia esiste... no? Così non si può sempre leggere solo di persone e cose che piacciono.
Bridigala

Anonimo ha detto...

Il libro che ha cancellato ogni mia giovanile illusione sulla fedeltà delle trasposizioni cinematografiche - sì, Olivier, che vedo ha fatto la sua bella strage anche lui, ma poi ho visto anche la tremenda versione con Ralph Fiennes, tanto caro ma Heatcliff anche no. Quindi avevo visto il film, avrò avuto sui 12, 13 anni, e ho iniziato a leggere convinta di trovare la stessa cosa: persone attraenti con abiti eleganti o almeno pittoreschi, che conservavano fascino e classe anche mentre crepavano male. Invece era un massacro.
Lurkerella, che non può vivere senza la sua vita e non può morire senza la sua anima - credo. Forse è ora di rileggerlo

Pellegrina ha detto...

Della vita delle sorelle so pochissimo, perché in Italia quando le ho lette se ne diceva pochissimo, se non che come quasi tutti i personaggi vittoriani erano state vittime di censure e distruzioni varie di documenti della massima importanza che avrebbero celato torbidi segreti, tipo il complotto lgbtqx ai danni di Tolkien... insomma non ne so nulla.
I personaggi del romanzo pero’ torbidi lo sono davvero e in certi casi anche un po’ contorti. Il suicidio incomprensibile di Catherine non pare indicare una grande tranquillità mentale. Dopotutto nulla avrebbe impedito una soluzione un po’ borghese e un po’ ipocrita. Lei no, lei si ammazza di rivolta chiudendosi in una stanza e affondando le sue energie contro sé stessa senza riuscire a parlare o a comunicare. Un po’ di sensi di colpa ci potrebbero pure essere in una scelta del genere. O molto infantilismo.
Una cosa che mi ha sempre colpito è la claustrofobia della storia e dei personaggi che non sembrano avere altre relazioni umane eccettuate quelle tra di loro o con qualche domestico che passa di lì’ per necessità, e con la seconda coppia di fratelli che sciaguratamente sposano. Potrebbe quasi essere una sola famiglia incestuosa formata da un gruppo di fratelli e poi dai loro figli.

Anonimo ha detto...

@Pellegrina: Avendo passato un giorno alle Shetland ed uno alle Orcadi durante un tour quest'estate ho esattamente presente il senso di solitudine e desolazione di quei vasti paesaggi deserti (di case e persone), niente di più facile che ci si fidanzasse tra vicini di casa, senza avere reale possibilità di scelta,visto che gli inverni nella brughiera non invogliano a viaggiare in calesse... (neanche l'estate, il giorno passato alle Shetland era come minimo umido e nebbioso... ho ancora freddo a pensarci, ed era luglio)
Bridigala

Murasaki ha detto...

@ la povna, detta anche la Sconosciuta:
Heathcliff come figlio illegittimo di Mr. Earnshow? Non mi sembra ci sia niente nel romanzo che stia ad indicarlo, e non mi convince anche per altri motivi - per esempio nei fatti non cambierebbe niente. In una storia vera sarebbe molto credibile, però.
Quel che dici sulla formazione negata invece mi sembra molto interessante, non è che hai una versione elettronica di quel tuo breve saggio da spedirmi? E prometto che leggerò Bataille, ma continuo a non trovare probabile il senso di colpa di Catherine: se era pentita era solo perché non poteva avere quel che voleva - rileggendolo stavolta mi ha ricordato molto Scarlet O'Hara ^_^
(sulle perversioni di Blogspot evito di soffermarmi perché non voglio usare un linguaggio sconveniente)

@ Bridigala:
In effetti è molto cupo ma... ti prende, ti prende parecchio. E, devo ammetterlo, i protagonisti non mi stanno antipatici - tranne Joseph, naturalmente. Che ufficialmente dovrebbe servire da spalla copmica, e a modo suo lo fa anche ma insomma...

Lurkerella:
sì, ti consiglio vivamente di rileggerlo. Di solito è un libro che si legge e rilegge da giovani, ma ripigliandolo in mano ormai ampiamente adulta ci ho trovato un sacco di cose che non avevo affatto notato, da giovane. E' stato come leggere un libro diverso, e sì che ero convinta di conoscerlo bene.
Quanto ai film, ecco, pemnsavo di ripescare quello con Fiennes ma a questo punto non so se mi precipiterò...

@ Pellegrina:
Funziona così: Charlotte fece un bel falò delle carte di Emily (e forse di Anne, ma direi che si parte dal principio che Anne aveva molto meno da nascondere, cosa di cui però non sono affatto convinta) e personalmente sospetto che lo abbia fatto dietro precise istruzioni delle sorelle. Elizabeth Gaskell poi, che era amica di Charlotte e scrisse anche la sua biografia su richiesta del marito (il marito di Charlotte, intendo) fece un bel falò con le carte di Charlotte - ma la narrativa non pubblicata rimase tutta.
So che molti biasimano questa cosa, io dal mio cantuccio approvo senza riserve. Sì, certo, in questo modo ci sono molte cose che non possiamo sapere, ma abbiamo i romanzi e le poesie, e secondo me dobbiamo farci bastare quelli. A proposito, i retroscena lgbtq non sono affatto sicura che vadano esclusi.
Sì, è un tipico "novel of seclusion", confinato tra le due case delle due famiglie aggrovigliate, con solo un po' di brighiera in mezzo - tra l'altro ora che ho saputo della teoria che vuole Heathcliff come figlio illegittimo di Mr. Earnshow, potrei magari mettere nel mucchio anche Ellen Dean, la para-narratrice che potrebbe essere imparentata pure lei - in fondo è praticamente nata in quella casa... Una vna d'incesto sicuramente c'è, e pure perversa: l'unico che riesce a scappare, cioè Heathcliff, invece di trovarsi un nuovo interesse altrove appena ha un po' di soldi si riprecipita in gabbia, e ci rimane per altri vent'anni dopo che Catherine è morta.
Sul suicidio di Catherine, credo che vada considerato una fuga (io propendo per l'infantilismo, però, più che per i sensi di colpa) ma la situazione, oggettivamente, non si poteva risolvere se non con una fuga in piena regola _ una piccola relazione adulterina da ritagliarsi con un po' di accortezza... mah, credo che a quei due servisse quanto la tradizionale bicicletta a un pesce.

Murasaki ha detto...

@ Bridigala 2:
@ Bridigala:
Il paesaggio viene definito molto affascinante dal narratore, a un certo punto dice perfino che è il posto più bello dell'Inghilterra nella bella stagione, e anche la narratrice in seconda lo loda. La brughiera è molto apprezzata. Non quando piove, magari.
Ma certo che si tratta di una società chiusa, molto chiusa - soprattutto per volontà dell'autrice, credo, perché vicino c'è una cittadina. Solo che da vedovo Linton si trasforma in eremita, dopo la morte della moglie di Hindley Wuthering Heights diventa infrequentabile... insomma, sì, una storia del genere puoi progettarla solo obbligando i protagonisti a vivere in un limbo popolato da pochissime persone.

Murasaki ha detto...

@ tutti:
Non so se ha senso dirlo ma... grazie a tutti per i commenti, sono davvero belli.

la povna ha detto...

Secondo me il senso di colpa può non portare a pentimento, in questo il teorema di Rossella O'Hara ci sta molto. Ma secondo che Catherine vive con senso di colpa la sua non-appartenenza d'animo alla linea genealogica e familiare che le sarebbe dovuta, in qualche modo. Il suo stesso famoso monologo in qualche modo lo dice, quando ricorda che per lei non è fonte di piacere, ma di necessità. Sulla formazione negata, purtroppo non ce l'ho in file, se no te lo avrei offerto (perché fu scritto in un vecchissimo dos che non ho mai convertito a tempo. Posso mandarti la foto della rivista, ma in questo caso devo aspettare di stare un po' meglio, perché in questo momento sono azzoppata in casa perché investita sulla ciclopedonale da un pirata della strada mentre andavo al lavoro e recuperare il numero della rivista è un po' macchinoso, perché, anche se sto molto meglio, per ora non posso caricare tanto sul piede sinistro.Però prometto che, se ti va bene come soluzione di compromesso, prima o poi arriva.

Murasaki ha detto...

Curati il piede con tutti i riguardi del caso! Le soluzioni di ripiego mi vanno benissimo, senza fretta e con comodo perché tanto, come avrai capito, l'argomnto è di quelli che mi accompagnano da una vita e conto di avere ancora molti anni davanti me ^_^