Il mio blog preferito

venerdì 3 aprile 2020

Asterix e i Britanni - René Goscinny e Albert Uderzo


Tutta la serie di Asterix è divertente: l'incantevole cocktail di galli irascibili, romani imbranati, pirati sfortunati, pesci in faccia (e non si tratta di raffinate metafore bensì di scintillanti, squamosissimi e robusti pesci pescati sulle scogliose coste della Bretagna), cinghiali arrosto e una infinità di riferimenti culturali è sempre in grado di fornire grandi quantità di risate al lettore di turno e un considerevole numero di capelli bianchi al traduttore che si è fatto incastrare, e la storia tessuta su questo sfondo è sempre ricca e ben concentrata.
Tuttavia, se ogni albo è magnifico, alcuni raggiungono vette insuperabili, e Asterix e i Britanni è una di queste vette, forse la più alta. In verità fra tutti i lettori che conosco è universalmente riconosciuto come il capolavoro.
Lo spunto è dei migliori: due francesi occupati a perculare per cinquanta tavole filate i loro tradizionali nemici, ovvero gli inglesi. Inglesi che per cinquanta tavole filate prendono il tè (anche se il tè ancora non esiste) e alle cinque di Venerdì staccano per il fine settimana lasciando gli offesissimi legionari a combattere da soli.
Ed è così che Cesare li sconfigge: attaccandoli ogni giorno alle cinque e nei giorni del week-end. I prodi Britanni sono così costretti a soccombere davanti a quelli che non sono per niente dei gentiluomini. Tutti? Tutti tranne un villaggio di eroici britanni che alla fine decide di chiedere aiuto al villaggio gallico in Armorica dove abita il germano cugino di uno di loro - che è naturalmente Asterix*: potrebbero essi galli dare un po' della loro magica bevanda? Sicuro, essi possono. E così Asterix e Obelix raggiungono le sponde inglesi dove sperimenteranno le gioie della cucina britannica (cervogia tiepida e cinghiale bollito con salsa alla menta) e i piaceri dello sport britannico, parteciperanno a una memorabile partita di rugby, visiteranno la Londinum Torre e saranno ben presto contagiati dal singolare modo britannico di costruire le frasi: "Del cielo numi, quale tremenda scocciatura è essa, nevvero?".
Essendo un buon racconto inglese tutti bevono come spugne, compreso Obelix che si ritrova completamente ubriaco - anche perché è a stomaco vuoto, avendo fatto del suo meglio per evitare di mangiare il cinghiale bollito con la salsa alla menta, povera bestia (dove la povera bestia, naturalmente, non è Obelix bensì lo sventurato cinghiale cotto in sì disdicevole maniera); ed essendo un buon racconto inglese alla fine tutto, ma proprio tutto, si risolve con una buona tazza di tè - che ancora non è stato scoperto in Europa, ma di cui casualmente Panoramix aveva dato qualche fronda ad Asterix prima che questi lasciasse il villaggio. Infine, essendo un buon racconto inglese abbondano prati e giardini all'inglese, nei villaggi come nelle città, e graziosi cottage nelle campagne.

Approfitto del Venerdì del Libro di Homemademamma per ricordare Albert Uderzo, che dal 1959 al 2011 ha disegnato le avventure dell'indomabile guerriero gallo (curando anche i testi dal 1980, dopo la morte di René Goscinny) e che ci ha lasciato il 26 Marzo di quest'anno. Non è stata una morte prematura, ormai aveva 92 anni, ma per noi appassionati di Asterix è stato comunque un dispiacere.

* è noto che tra bretoni e britanni i legami sono molto antichi e i collegamenti numerosi; ad esempio la moglie del venditore di pesce del villaggio si chiama Ielosubmarine - un nome che non afferisce certo alla tyradizione francese.

giovedì 2 aprile 2020

Sull'arte di perdersi in una goccia d'acqua, ovvero le complesse problematiche della Valutazione nella Didattica a Distanza

Come i pastori dell'Arcadia, anche noi insegnanti a volte ci perdiamo in pensieri profondi
(il quadro è di Nicolas Poussin)

Passati i primi giorni ci stiamo abituando.
Ho fatto una fluviale verifica di riepilogo sulla Cina, e una ancor più fluviale sulla Rivoluzione Francese, tutte a quiz, sul delizioso programma Blank (almeno, immagino si chiami così).
I ragazzi hanno cominciato anche a restituirmeli. 
Adesso devo solo capire come si fa a vederli. Una collega mi ha spiegato la procedura, invero non particolarmente intuibile, e può persino darsi che l'abbia capita. Forse.
Preparo le lezioni cercando di farlo in modo diverso. Le idee non mi mancano, e cercare di renderle possibili in rete è piuttosto divertente - quando e se mi riesce.
Quando non mi riesce ululo alla luna e mi rifugio a letto in compagnia di romanzi fluviali. E dopo un po' mi alzo per tornare a combattere con la piattaforma perché nel frattempo mi è venuta in mente una nuova possibilità.
Le gatte fusaiole mi sono di grande aiuto: è noto infatti che i gatti sono dei grandissimi stabilizzatori dell'umore, e al momento il mio umore necessita assai di un po' di stabilizzazione.
Ogni tanto vado a leggere le notizie del mondo esterno, mi scoraggio e torno sulla piattaforma dove i problemi mi sembrano più alla mia portata.
E tutto ciò non è poi così diverso dalla vita di tutti i giorni, salvo il fatto che quasi non esco di casa.

Dalla scuola ogni tanto arrivano notizie, una più strampalata dell'altra.
Qualche giorno fa mi sono vista arrivare via mail una lunghissima circolare sulla valutazione da parte del Ministero che ci mandava a dire, a noi poveri insegnanti portati dalla piena, insieme a un sacco di ringraziamenti per essere stati così bravi e collaborativi, che quel che viene fatto in questo periodo di interregno dovrà poi essere trasformato in una valutazione. Anche i compiti che davamo a casa. 
Ho scosso la testa e mi sono domandata perché si erano incomodati a mandarci quella gran vasca di acqua calda: sin dall'inizio della reclusione avevo elaborato dei compiti piuttosto complicati che richiedevano anche una parte di ricerca, con l'idea di approfittare di questo momento così particolare per lavorare sull'abilità di trovare informazioni attendibili e confezionarle in forma appetibile. Col passare dei giorni avevo cominciato a ricevere quei compiti, prima sulla mia casella di posta personale, poi su quella della piattaforma e infine sulla sezione dei compiti della piattaforma suddetta - dove tutto è più comodo e qualsiasi programma si apre.
Li avevo aperti e letti e ponderati, poi ci avevo messo un voto, li avevo restituiti con tanto di commento ove necessario e infine avevo trascritto i voti sul registro elettronico. 
E certo che dobbiamo dare delle valutazioni: come ci hanno spiegato dal Ministero le scuole sono chiuse ma la scuola continua. Continua come può, certo, ma in qualche forma continua. E comunque se do dei compiti e quei poveri ragazzi si scomodano a farli, mi sembra ovvio che glieli debba anche valutare - magari con un occhio di riguardo, certo.
E mi rendo ben conto con Geografia è più facile di Matematica - molto, molto più facile.
Ma insomma io faccio quel che posso e gli insegnanti di Matematica faranno a loro volta quel che possono.

Ma poi dalla scuola è arrivata una nuova circolare che ripeteva quanto già detto dal Ministero, con allegate gran copia di slide sull'utilità e l'importanza della valutazione (una dozzina, come minimo).

Mi sono quasi commossa, sentendomi tornare indietro ai bei tempi della SSIS e delle sue straripanti vasche termali. Mi sono fatta un bel bagno, poi mi sono asciugata e ho chiamato una collega.
"Perché continuano a mandarci quei documenti così vaghi sulla valutazione? Mi sembra ovvio che dobbiamo valutare 'sti poveri figlioli, e mi sembra ancor più ovvio che dobbiamo farlo con criteri un po' diversi dal solito. D'altra parte stiamo facendo tutti un colossale esperimento bendato, si farà quel che si può".
La collega mi spiega come, alla notizia che il lavoro fatto in questo periodo dovrà sfociare in una qualche cazzo di valutazione, metà del corpo docente della scuola sia insorto.

"Ma, scusa, allora perché stiamo lavorando? Per passarci il tempo? Io ho tre scaffali di libri che aspettano solo di essere letti, mi sta benissimo anche lasciar perdere" ho detto sempre più perplessa "Ovvio che se teniamo occupati i ragazzi con i cosiddetti contenuti scolastici qualcosa in cambio glielo dobbiamo pur dare. O l'intenzione era di mettere su un circolo di cultori delle varie materie?"
La paziente collega mi racconta che da giorni son tutti su What'sUp a macerarsi e ambasciarsi e angosciarsi perché non sanno come valutare i ragazzi.

"Li valuteremo come possiamo. È chiaro che questa è una situazione anomala. Non è che possiamo fargli un compito in classe. Non dico che mi dispiacerebbe poterlo fare, ma al momento la vedo difficile".

"Dice che il Ministero deve mandarci a dire con precisione in che modo dobbiamo valutarli".
"In che senso? Certamente non saremo punitivi e terremo conto che siamo tutti nei pasticci, noi come loro, e qualcuno di noi e di loro più degli altri. Ma davvero, tra tanti problemi che abbiamo al momento questo mi sembra davvero il più gestibile".
E poi, insomma, i tecnici della valutazione siamo noi. Cosa dovrebbero fare, dal Ministero, mandarci le ciambelle salvagente e i braccioli?.

Certo, magari alle superiori è più complicato. Certamente è ancora più complicato alle elementari. Ma io per fortuna sono alle medie, e se non altro la signora Pandemia ha avuto l'accortezza di arrivare a Marzo, quando ormai una qualche idea su come lavoravano i nostri alunni ce l'eravamo fatta.

La collega cerca di spiegarmi l'arcano: "Il punto è che il Ministero ha mandato a dire che la valutazione deve essere formativa e non solo sommativa".
In effetti sono anni e anni che il Ministero manda a dire che la valutazione deve essere formativa. A dirla tutta, la Valutazione Sommativa è una roba di cui ho sentito parlare solo al mio primo anno di insegnamento, quando nelle relazioni iniziali e finali si scriveva, rispettivamente, che la valutazione sarebbe stata, oppure era stata, "sommativa e formativa". Da tempo comunque di valutazione sommativa non se ne parla più nemmeno nei titoli dei compiti delle antologie; la valutazione è formativa e basta, cioè tiene conto di come e quanto sia stato "formato" il malcapitato affidato alle nostre cure - e vien fatta tenendo conto che non abbiamo passato il tempo a riempirlo di nozioni quasi fosse uno stampo da sformato, ma ci siamo assicurati che almeno un po' riuscisse ad assimilarle e a sviluppare una certa autonomia di lavoro attraverso i nostri nobili insegnamenti. Del resto, ormai da gran tempo all'Alunno descritto dalle indicazioni del Ministero vengono richieste tali e tante meravigliose doti che davvero sarebbe una vergogna sottoporlo ad una valutazione men che formativa.
"E allora, qual è il problema?" provo a capire "Tra competenze, obbiettivi trasversali e cazzi vari è una vita che le valutazioni sono formative".
Di fatto, stando alle indicazioni ministeriali, quando diamo un voto dobbiamo tenere conto di tali e tanti fattori socio-cultural-psicologico-bocciofili che gestire il Giudizio Universale, al confronto, sembra una passeggiata. In mezzo a tutta quella roba ci può stare anche la considerazione che in questo periodo è in corso la più grande pandemia del millennio - che peraltro in questa zona per nostra buona sorte al momento grandi danni non ne ha fatti.
A quanto sembra però per qualcuno la prospettiva di dover fare valutazioni di tipo formativo  è un dramma, ed è stata perciò indetta una riunione del Dipartimento di Lettere, noi e Crifosso insieme, che è sempre una esperienza interessante.
La riunione c'è stata e ovviamente abbiamo parlato di tutt'altro - più che altro è stato un evento sociale, dove purtroppo scarseggiavano sia il tè che i pasticcini da condividere, ma insomma ci siamo rivisti volentieri.
Di valutazione però non si è parlato né tanto né poco, e non sono stata certo io a cercare di intavolare l'argomento. Perciò il giorno dopo Qualcuno ha detto che non avevamo parlato di valutazione e ha chiesto una nuova riunione per parlare di valutazione.
"Ma c'è la circolare del Ministero" ho provato a svicolare io "non basta quella?"
"No. Dobbiamo stabilire gli obbiettivi che possiamo raggiungere perché la vecchia programmazione non è più valida".
In effetti, mi rendo conto che è un problema che abbiamo solo noi in tutta Italia (e forse ormai dovrei dire in tutta Europa,); e davvero mi sembra opportuno dedicare un pomeriggio a sviscerarlo per poi stabilire che forse faremo un programma un po' ridotto rispetto alle previsioni che avevamo fatto a Settembre.
Darmi malata è difficile. Spiegare che ho fissato un impegno da molto tempo pure.
Penso che mi cucinerò una ciotola di pop corn e disattiverò il microfono. Così, mentre la riunione è in corso, potrò commentare liberamente quel che viene detto senza rischiare di disturbare nessuno.

venerdì 27 marzo 2020

Papà Gambalunga - Jean Webster


Quello che vado oggi a presentare è un classico intramontabile - anche se, a dire il vero, non conosco una singola persona che l'abbia letto a parte me.
Quando l'ho letto la, prima volta? Sono quasi sicura che sia stato alle elementari, quando avevamo la biblioteca di classe. Non posso averlo preso in biblioteca perché quando ero ragazza le biblioteche di quartiere non c'erano - eppure sono sicura che mi è passato almeno tre o quattro volte tra le mani, in edizioni diverse, e probabilmente la prima che ho letto era la più completa.
Infatti questo classico per ragazzi che non è affatto nato come tale e al più, forse, si potrebbe ascrivere alla misteriosa categoria che va sotto la generica etichetta di "letteratura femminile" (di fatto è un onesto "romanzo per tutti") in Italia è sempre stato relegato tra i classici della letteratura per l'infanzia, o meglio per ragazze, e sempre è stato sforbiciato in tutte le sue edizioni.
Forse per la sua eccessiva lunghezza?
Ma no, in questa edizione ben spaziata, con i disegni dell'edizione originale e una serie di note tutto sommato quasi tutte superflue si fanno 260 pagine circa. Qualsiasi ragazzina di dodici anni (e forse anche di dieci, se ha un po' di inclinazione per la lettura) ne viene a capo in un paio di giorni.
Forse per le scenate scene di sesso estremo che contiene?
No. Raramente è dato trovare un romanzo dove il sesso abbia sì picciola parte.
Forse per scene di dissolutezza, dissipazione e vizio?
Neppure. Niente droga, non sono sicura che l'alcool nemmeno sia nominato, nessuno gioca d'azzardo, nessuno viene maltrattato, non c'è ombra di violenza né alcuno sprezzo per la religione.
L'America è un paese felice, vien da pensare, dove il peggio che ti possa capitare è finire in un orfanatrofio - dove non soffrirai fame, freddo o percosse, solo una notevole inedia intellettuale dal momento che ti è sottratto ogni stimolo intellettuale - beh, quasi, perché comunque nessuno può privarti della possibilità di pensare e ci sono cervelli che riescono a sopravvivere anche se privi di ogni nutrimento esterno.
Ad ogni modo questo povero libro, più maltrattato di un orfanello in un libro di Dickens è stato finalmente onorato di una traduzione completa e integrale e pubblicato l'anno scorso dall'editore Caravaggio in un rispettabile formato tascabile con copertina cartonata al prezzo tutto sommato accettabile di circa 16.00 euro. L'ho riletto con gran piacere e ho scoperto che avevano tagliato la parte più interessante: quella in cui la protagonista impara a costruirsi una certa indipendenza.
Una ragazza che vuole essere indipendente economicamente, pur avendo un benefattore alle spalle che le offre tutto quel che le interessa su un piatto d'argento? Addirittura che vuole restituire i soldi che costui ha speso per la sua istruzione?
Immagino che l'abbiano trovato sconveniente. 
Dove andremo a finire, signora mia, se le donne decidono di guadagnarsi da vivere pur avendo la possibilità di risparmiarsi tal fatica mantenendo il decoro?

La storia è abbastanza nota e oggetto di una discreta serie di film sin dai tempi della sua prima pubblicazione (1912) e nel 1991 anche di un anime di cui non ricordo di avere mai visto nemmeno un fotogramma ma che gode di buona reputazione nel giro:
Jerusha Abbott è una povera orfanella, cresciuta in un istituto di carità. Nessuno l'ha mai adottata ma la bambina andava bene a scuola e così il consiglio direttivo dell'ente benefico gli ha pagato un po' di studi per poi tenerla nell'orfanotrofio come donna di fatica, bambinaia, ripetitrice eccetera, insomma una tuttofare senza stipendio che si può usare a piacimento.
Uno dei benefattori, però, colpito dal senso dell'umorismo che ha mostrato in un tema a scuola ha deciso di pagarle gli anni del college. In cambio la ragazza dovrò scrivergli delle lettere dove racconta la sua vita - e appunto le lettere sono quelle che compongono il romanzo, un romanzo epistolare del tipo più classico, dove la storia è vista solo attraverso gli occhi della protagonista.
Papà Gambalunga è il nome che lei decide di dare al suo sconosciuto benefattore, che non le scriverà mai una riga ma che, alla fine il lettore si accorge, è entrato in scena piuttosto presto nel romanzo.
Al momento dell'agnizione ci accorgiamo così che il benefattore ha tentato un esperimento simile a quello di uno dei personaggi de La scuola delle mogli di Molière: allevarsi una ragazzina lontano da possibili concorrenti per poi prenderla in moglie. Ma siamo in America e anche da un college femminile è possibile che una ragazza impari a costruirsi la sua vita e riservi qualche sorpresa al suo "benefattore" uscendo di sua volontà dall'incubatrice.
Papà Gambalunga, nella sua versione misteriosa e fantomatica fa un po' i capricci, li fa anche nella sua versione più reale, ma Jerusha (che decide quasi subito di cambiarsi il nome in Judy) lo smonta con grande candore, una logica inappuntabile e una calma fermezza. Alla fine le cose andranno come voleva Papà Gambalunga, ma Judy nel frattempo si sarà costruita una vita a modo suo.
Judy è un carattere solare, giocoso, allegro, affamata di vita e soprattutto di letteratura. Al college impara le buone maniere, il programma dei corsi, si costruisce una cerchia di amicizie e soprattutto una cultura, partendo dai classici che si leggono da bambini e che nessuno le ha mai dato in mano e placando così la fame accumulata in tanti anni di bigio orfanotrofio. Per tutto il tempo però non dimentica di essere una orfanella che dovrà imparare a vivere con le sue forze. Il piacere con cui vive tutte le scoperte e i divertimenti di cui l'orfanotrofio l'aveva privata si trasmette al lettore trasmettendogli una visione solare dl mondo. È uno di quei romanzi che cura e guarisce senza impegnare troppo il lettore anche quando, come in questo periodo, è un po' depresso per circostanze esterne.
Consigliato sempre e comunque.

Copn questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro serenità e forza d'animo a chiunque passi di qua.

giovedì 26 marzo 2020

À la guerre comme à la guerre (Primi passi nellaTerra Oscura delle Videolezioni)

Come molti insegnanti, anch'io sono rimasta piuttosto scossa dopo le prime lezioni in videoconferenza
D'accordo, giocare con la piattaforma era divertente. 
Facevo le domande e i ragazzi rispondevano.
"Chi ha detto che la rivoluzione non era un pranzo di gala?".
E tutti a spiegarmi che era stato Mao Zedong (che ai miei tempi si chiamava Mao Tse Tung) e che l'aveva scritto nel Libretto Rosso.
Avevo controllato con cura, prima di pubblicare la domanda, e avevo visto che Google forniva subito la risposta.
Un modo come un altro per introdurre la Cina.
Bene, c'è qualcuno che sa cercare le risposte su Google. Non è poi così scontato.
E hanno risposto solo i ragazzi che controllano tutti i giorni la piattaforma.
Ma era pur sempre un modo di cominciare.
E poi ho chiesto tante altre cose.
Ho pubblicato i simboli dell'Irlanda il giorno di san Patrizio, la foto dell'attentato di Sarajevo, le acque del mar Baltico che si incontrano con il mare del Nord, un'immagine di Lady Oscar e così via.
Ho pubblicato nella piattaforma video su Tienanmen e la Nuova Via della Seta e li hanno guardati.
Ho assegnato compiti a base di ricerche varie e sono stati perfino fatti (quasi da tutti).
MA c'erano ancora le lezioni da fare in diretta.
Mi sono fatta fare un po' di tutoraggio da una collega e poi da una cara amica, ho imparato come proiettare una immagine per fargliela vedere - sono cose che fanno comodo a Geografia, specie se quello che vuoi proiettare è una carta geografica.
Ho bucato ben due appuntamenti perché avevo scritto l'ora sbagliata sul registro Argo, e una è stata recuperata all'ultimo momento perché tanto ero comunque in casa - e tutto ciò servirà per rimpinguare il mio già cospicuo Album delle Figurine. Mi sono scusata col capo cosparso di cenere.
E alla fine ho ho fatto le mie lezioni, interrompendo per aprire alla gatta di turno (due volte), facendogli vedere la gatta che camminava sulla tastiera (una volta, e ha riscosso un certo successo di pubblico), scoprendo che il collegamento andava e veniva e che c'era gente che usciva e rientrava cinque o sei volte nel vano tentativo di avere una linea migliore e alla fine si rassegnava ad avere soltanto l'audio e gente che vedeva la figura che proiettavo sempre con due minuti buoni di ritardo - il che mi ha portato a decidere che, se volevo proiettare una presentazione sarebbe stato meglio farlo in una lezione registrata.
La Prima Asserpentata ha fatto un gran casino ma siamo riusciti lo stesso a mettere insieme una buona descrizione del settore primario.
La Seconda Invasata ha retto singolarmente bene la lezione in cui gli ho raccontato la storia dell'assemblaggio e poi della dissoluzione della Iugoslavia (che ai miei tempi si chiamava Jugoslavia) e alla fine hanno assicurato che non gli sembrava poi così difficile. Mi fa piacere perché io, per fare quella lezione, ci ho messo circa quattro ore (ma nel frattempo ho anche imparato a fare i documenti su Drive, con o senza immaginette).
La Seconda Industriosa ha svolto diligentemente i suoi compiti preparatori e ha ascoltato tranquilla la prima parte della rivoluzione francese facendo domande pertinenti e sennate.
La Terza Soddisfatta ha seguito con la consueta, educata e apparente attenzione una lezione (da me preparata con gran cura) sulla Cina e le sue trasformazioni negli ultimi cinquant'anni, e immagino che la dimenticherà... no, che l'abbia già dimenticata da un pezzo, perché ormai sono passate quasi dodici ore.
Insomma, se proprio, col coltello puntato alla gola,  dovessi fare un bilancio complessivo dopo questa prima e turbinosa settimana, la mia impressione è che ogni classe abbia mantenuta intatta la sua identità nonostante in questo momento i suoi componenti vivano vite separate - un fenomeno interessante, visto che sono stati separati ormai da più di tre settimane, che a quell'età sono un tempo lungo.
Qualcuno non segue? D'accordo, qualcuno non segue. Ma non è che quando siamo in classe seguano tutti, in verità.
C'è però una categoria che rischia di restare tagliata fuori: i ragazzi più silenziosi, quelli che anche in classe intervengono raramente ma che seguono sempre tutto con attenzione. In classe alzano la mano e in quel caso vengono subito fatti parlare, anche solo per rendere onore alla eccezionalità dell'avvenimento. Qui però non si azzardano ad accendere il microfono e intervenire, mentre i più estroversi non mostrano alcun problema. Sarebbe bello che potessero avere un pulsante da accendere quando vogliono parlare o qualcosa del genere, e allora l'insegnante sceglie se sciropparsi la 823sima osservazione di Cicerone o ascoltare il commento di Terenzio, che di tendenza ne fa mezzo al mese.

Non ho ancora fatto lezioni registrate. Non mi ci immagino, non mi ci vedo, non so figurarmici... del resto, a ben pensarmi, non sono io che devo vedermici ma loro.

sabato 21 marzo 2020

Piattaforma, ti amerò


La Grande Proletaria si è mossa. Con il prevedibile rutilare  di 730 avvisi al giorno, più o meno discordanti tra loro (giusto per dimostrare che sappiamo perderci in una goccia d'acqua anche col salvagente senza che la Segreteria, per una volta, ne abbia la benché minima colpa) alfine qualche giorno fa la piattaforma su GoogleSuite è partita. Ma non per usarla, oh no, non ancora. Prima andavano mandati gli indirizzi mail a tutti gli alunni.
"Ecceccivorràmmai" penserebbe Chiunque.
Ma il signor Chiunque non vive evidentemente a St. Mary Mead e non sa che non tutti i nostri millenial hanno una casella mail, né loro né i genitori. C'era ad esempio un piccolo gruppetto che accedeva al registro elettronico solo attraverso terzi, o non accedeva del tutto - e sorvoliamo pietosamente sugli alunni di elementari e materne, che il registro elettronico ancora non ce l'hanno.
Murasaki si affaccia un attimo dal suo paravento e scopre due cose di cui aveva già vaga contezza, ma che non aveva mai realizzato appieno:
1) tutto il pianeta (tranne lei) naviga su What'sUp ma non tutti hanno una casella di posta elettronica e
2) un sacco di gente non ha un computer.
La seconda, ai miei occhi, è assolutamente lunare. Non ho automobile, non ho televisore, non ho smartphone ma non sono assolutamente capace di immaginare una vita senza un computer. Non dico un bel computer stabile da scrivania a schermo grande, come il mio, ma almeno un bel portatile?
Perfino il mio tablet formato A4 ai miei occhi è poco più di un complemento d'arredo: utile per la navigatina appena sveglia mentre sorseggio il caffè, compagno fedele nei mesi di ospedale e nei primi tempi della convalescenza, quando arrancare fino alla sedia e alzare gli occhi sullo schermo era una fatica improba, utile colonna sonora mentre stiro o mi preparo per uscire*, sì. Ma in condizioni almeno vagamente normali la mia ricca vita informatica passa attraverso il mio adorato computer fisso e, in alternativa, attraverso il fisso della Sala Insegnanti a scuola.
Mi ero fatta un po' fuorviare dal fatto che tutti quelli che conosco hanno un computer. Poi sono venuta a scoprire che non proprio tutti quelli che conosco hanno un computer, e qualcuno si arrangia a fare tutto con lo smartphone, cosa che a me sembra spaventosamente scomoda. Qual è il vantaggio di consumarsi gli occhi a compilare il registro elettronico, poniamo? O di guardarsi un video con la lente d'ingrandimento?
Ma in effetti anche navigare sulla piattaforma con lo smartphone è un vero strazio, mi assicurano in tanti. Prendo atto e non commento, in base all'aureo principio che "Esiste il silenzio".
Odio le piattaforme didattiche. Mi irritano. Mi suscitano sdegno misto a profonda pena. Non la voglio, la vostra pulciosa piattaforma didattica. È brutta, antipatica e irrita il mio aristocratico sentire. Non ne voglio nemmeno sentir parlare. Mi viene il latte alle ginocchia solo a pensarci. Uffa!
Tutto ciò lo penso con grande intensità, ma chiusa in un dignitoso silenzio e nel mio aristocratico isolamento mentre un gruppo scelto di docenti dei tre ordini del Comprensivo dà la caccia a tutti gli alunni, uno per uno, con trappole e mute di cani ed esche soporifere senza darsi pace finché tutti loro, volenti o nolenti, non sono muniti di un indirizzo mail. 
Parlo di "aristocratico isolamento" perché dalla scuola non mi chiama quasi mai nessuno, e quando mi chiamano scopro che ci sono una vera infinità di decisioni che non mi sono state comunicate. Nel silenzio della mia casetta, per compiti e lezioni mi sono basata esclusivamente sul mio buon senso in mancanza di direttive esterne e, strano ma vero, sembra che non abbia sbagliato quasi nulla.
Chi mi chiama esordisce sempre con "Oh quanto ti invidio, tu che non hai What'sUp! In questi giorni stiamo veramente impazzendo".
"Non è colpa di What'sUp, è colpa vostra che non lo sapete usare" penso in cuor mio "Beh, a questo punto comprarmi uno smartphone non è semplicissimo, temo. La verità è che mi sento molto inadeguata" mento spudoratamente prima di prendere atto delle istruzioni.
"C'è il problema dei compiti dati a casa. La preside dice che dobbiamo valutare anche quelli".
"Beh, mi sembra inevitabile" dico domandami dove mai sia il problema: allo stato dell'arte, solo quelli possiamo valutare, e se vogliamo dare una valutazione ai ragazzi converrà che in qualche modo li conteggiamo, ci piaccia o no.
In effetti mi sono ingegnata, dal mio paravento, a dare dei compiti un po' strutturati e un po' creativi, così magari si divertono a farli e non trovano dove copiarli. Forse.
"E poi adesso dovremo fare le lezioni in videoconferenza".
Beh, sì. Capisco che non sia il massimo nella vita, ma non vedo alternative. E sono talmente stufa di gente che si lamenta perché la lezione in videoconferenza non è la stessa cosa che la lezione dal vivo che ho finito quasi per adattarmi all'idea.

Infine dalla direzione centrale di St. Mary Mead aprono i cancelli. La piattaforma è pronta, possiamo cominciare e invitare i ragazzi.
Entro nella piattaforma, dominando il mio aristocratico disgusto, apro i corsi con l'aiuto di una gentil collega e comincio a invitare i ragazzi.
Poi entro nella piattaforma, vagamente schifata e comincio a spulciare qua e là.
Questo non mi riesce, questo non so che farmene, questo...
Vagolo, navigo, apro qua e là.
E comincio a divertirmi. 
Oh, si può personalizzare il banner?
Oh sì, magari ci sono cose più importanti da fare ma... non pretenderete mica che mi tenga un banner anonimo di colore uniforme? Nossignori, ne voglio uno diverso per ogni corso!
Impiego un tempo davvero assurdo per il primo, ma alla fine imparo quali immagini posso usare e come.
Gli argomenti. Comincio a preparare le cartelline con gli argomenti, e a dividere i compiti che mi arrivano per posta in cartelline, a seconda della classe. Ma poi scopro che possono arrivare direttamente sulla piattaforma, che al contrario dei programmi del mio computer apre quasi tutto. Wow!
Apro le tabelle per i compiti, scoprendo che posso restituirli corredati di commenti. Scopro che ci sono le domande. Scopro che ci posso fare un compito intero, con le domande. Scopro che...
In fondo io di piattaforme didattiche ho usato solo quella del corso dell'anno di prova, e non c'è dubbio che fosse davvero mencia anche per quell'epoca.
E insomma, per farla breve son qui che passo le giornate col giocattolino nuovo,  divertendomi come un bambino in pasticceria a caricare video sui temi più improbabili (canzoni comprese), immaginette di Lady Oscar, auguri per la festa di San Patrizio (nella classe in cui abbiamo appena finito l'Irlanda) e insomma ormai mi mancano solo i draghi - e se solo avessi avuto una classe di italiano non mi sarei fatta mancare nemmeno quelli.
Giusto stamani ho fatto il mio primo file a produzione autonoma, comprensivo di schemino e immaginetta. Ancora ieri li facevo con la videoscrittura, ma fatti sulla piattaforma vengono molto meglio.
Insomma, alla faccia di tutti e di tutto mi sto divertendo. Un sacco.

* perché un tempo uscivo. Sembra strano da ricordare, ma a volte lo facevo perfino due volte nello stesso giorno. E a volte, addirittura, rientravo tardissimo.

martedì 17 marzo 2020

17 Marzo - Festa di santa Gertrude, protettrice dei gatti (dice)



Considerando il periodo abbastanza delicato che tutti stiamo attraversando mi sembra giusto occuparmi di santi per chieder loro con garbo se non potrebbero dedicarci un pensiero speciale.
Per gran parte dell'umanità oggi si ricorda san Patrizio, patrono dell'Irlanda nonché santo molto verdeggiante e tra i primi inventori del Purgatorio.
Tuttavia il piccolo ma agguerritissimo gregge dei gattari oggi festeggia anche santa Gertrude di Nivelles, protettrice di gatti e giardinieri come ci spiegano nell'immaginetta di fabbricazione assai moderna con cui apro questo post.
Gertrude di Nivelles, per quel che ci è dato sapere, è una santa assolutamente autentica e attestata in svariate fonti altomedievali, strettamente imparentata con quella famiglia da cui nacque anche Carlo Magno (un bel po' di tempo dopo).
La sua breve ma devota esistenza trascorse a Nivelles, nell'attuale Belgio. Figlia di santa madre, proclamata santa dopo la morte, esimia badessa, donna di cultura e devozione, come usava all'epoca, Gertrude appare una figura molto rispettabile.
E i gatti?
Non c'è nessun gatto fino ad una miniatura del tredicesimo secolo dove un micio di non eccessiva bellezza (ma anche lei non è venuta benissimo, diciamo la verità) ma dolcemente dispettoso come ogni buon micio che si rispetti si industria a complicarle la filatura:
La versione vulgata tra i gattari spiega che era associata ai ratti in quanto proteggeva contro le invasioni di topi. Visto che nel suo monastero c'era un rispettabile scriptorium (e una dispensa, ovviamente) è chiaro che anche lì i topi costituivano un problema, ma miniature con monache e gatti ce ne sono diverse, anche perché nei monasteri i gatti andavano abbastanza di moda ed erano considerati molto adatti come animali da compagnia per le monache, come ho giù avuto il piacere di raccontare.
Insomma, la santa badessa Gertrude proteggeva contro i topi e di conseguenza, in un qualche tempo abbastanza moderno, le venne attribuita la protezione dei gatti, e così abbiamo un gran fiorire di graziose immaginette dove viene raffigurata circondata da splendidi mici
tutte decisamente moderne; quanto ai giardinieri, davvero non so quando e come siano entrati in scena, ma saranno arrivati anche quelli in tempi recenti, immagino.

Siccome su questo blog ogni scusa per parlare di gatti viene accolta con piacere, dedico volentieri questo post a Gertrude, fermo restando che dubito che in vita si sia mai occupata molto di gatti.
E dunque auguri a tutti i gatti, auguri a santa Gertrude e auguri a tutti noi.
Senza dimenticare san Patrizio (che con i gatti, mi dicono fonti autorevoli, non c'entra granché, anche se immagino che li trattasse con gentilezza essendo un bravo santo:

venerdì 13 marzo 2020

Le avventure di Murasaki nel multiforme paese delle videolezioni (di cui non ho niente da dire, e allora si parla d'altro)


Ci sono scuole e ci sono insegnanti che hanno semplicemente acceso skype o qualche grandiosa piattaforma e sono andati avanti come se niente fosse. Costoro riempiono blog e social descrivendo la loro frustrazione per non avere più con i ragazzi la stessa empatia che avevano nelle lezioni in presenza, e qualcuno lamenta che i suoi alunni,  fino al giorno prima autentici lupi di rete, si siano improvvisamente trasformati in una schiera di analfabeti digitali lamentando computer inadeguati, problemi col collegamento in rete, cellulari antiquati e contratti in scadenza.
Li leggo con profonda irritazione e grandissima invidia. Non scenderò nei dettagli, mi limiterò a dire che al momento siamo ben lungi dalla fase in cui potremo lamentarci della riottosità dei nostri alunni, e che anzi ci farebbe gran piacere poterlo fare.
Oggi sono entrata nello scheletro della nostra piattaforma, dove una parte della Terza si è iscritta, e dopo avere un po' combattuto sono riuscita a caricarci un piccolo file di istruzioni per dei compiti e due carte geografiche della Cina.

Per me non è cambiato molto rispetto all'anno scorso in questo periodo, se non che vedo meno gente. Passo le mie giornate a leggere e a navigare col tablet. Rispetto all'anno scorso sono più autonoma - per esempio posso andare a fare la spesa da sola e salgo senza problemi sulla scaletta per pulire la parte alta delle librerie. Posso stirare, se voglio (per ora non voglio). In compenso nessuno mi viene a trovare mentre l'anno scorso venivano tutti a controllare come stavo e a portarmi fiori e dolcetti (senza pasta di mandorle perché non potevo ancora mangiarla). E nessun medico mi chiama per chiedere notizie della mia salute: hanno tutti ben altro a cui pensare.
Come l'anno scorso passo del tempo a riflettere su tutte le cose che vorrei fare quando sarà passato questo periodo: andare al cinema, a teatro, a trovare gli amici, al ristorante cinese e indiano, a guardare vetrine e fare acquisti.
Ascolto rispettabili trasmissioni sull'economia e i conflitti internazionali - insomma, mi sto dedicando all'autoformazione e all'aggiornamento.
Il fatto di essere già passata per un periodo del genere in tempi ancora piuttosto vicini mi dà un curioso senso di déjà vu ma mi permette anche di riadattarmi con molta maggior facilità.
Come l'anno scorso a tratti medito e rifletto sull'insegnamento ed elaboro nuove strategie e tecniche - che tutte, inevitabilmente, prevedono una classe ciarliera con cui confrontarmi.
Ho anche elaborato una serie di compiti altamente creativi con delle istruzioni piuttosto complicate.
Insomma, li ho messi a fare l'autoapprendimento.
Io mi autoformo e loro autoapprendono.
Al momento mi sembra l'unica cosa sensata da fare. E anche loro, povere stelle, dovranno pur passare il tempo in qualche modo, giusto?

Oggi è il giorno in cui avrebbe dovuto finire la Mostra del Libro della scuola. 
Avevo scelto la data con molta cura, in una settimana in cui tutte le classi sarebbero state presenti tutte le mattine - praticamente l'ultima dell'anno senza gite, tornei sportivi ed escursioni varie. E mi ero già portata molto avanti con l'organizzazione già ai primi di Febbraio, appena prima che la tempesta si annunciasse: avevo preso accordi con la libreria e la Segreteria, discusso con le custodi dove mettere i tavoli e fatto stampare i manifesti, che come sempre erano venuti molto bene.
Adesso l'idea di una Mostra del Libro sembra assolutamente lunare. Tutta quella gente ammassata intorno ai tavoli, e toccherebbero persino i libri!
Impensabile.

La casa dei sogni di Anna - Lucy Maud Montgomery

Anni fa avevo pubblicato la presentazione di alcuni libri del ciclo di Anna dai capelli rossi e per l'esattezza del primo, del secondo, del terzo e del quinto. A quel punto però avevo esaurito le possibilità non solo del circuito delle biblioteche di Firenze ma anche di quelli di tutta la regione e quindi rimasi senza gli altri due (o tre? O quattro?).
Da allora le cose sono cambiate e l'editore Gallucci sta curando una nuova traduzione del ciclo, in edizioni integrale, in volumi non destinati specificamente ai ragazzi quindi non troppo enormi - e con copertine che c'entrano il giusto, come sempre succede per i libri di Anna:




Sono arrivati al quinto volume e ho fiducia che prima o poi arrivi anche il sesto. Ogni volume va sui quattordici euro, che non è poi un prezzo improponibile.


Nel frattempo si è mosso anche l'editore Lettere Animate, che sta pubblicando una versione non solo integrale, ma pure annotata, quindici euro a volume, però per adesso hanno stampato solo i primi due volumi più una raccolta di racconti. In un modo o nell'altro dunque avrò la possibilità di concludere la lettura del ciclo.
Quello che vado a presentare è il quarto, che in originale si intitola Anne's House of Dreams, dedicato al matrimonio di Anne e ai suoi primi due anni di vita coniugale, tutti trascorsi in quella che lei chiama da subito "la casa dei sogni", scelta dall'accorto consorte che la conosce bene. 
La precedente traduzione di Mursia lo aveva intitolato La baia dei sogni, non senza qualche ragione: la casa dei sogni di Anne infatti dà su una bellissima baia e si trova anche piuttosto vicina al faro della zona, attentamente sorvegliato da un capitano di lungo corso ormai in pensione che ha avuto una vita assai avventurosa. La copertina però non presenta alcuna traccia di baia, di mare, di fari e insomma di qualsivoglia elementi marini, e chiunque potrebbe pensare, guardandola, che le vicende si svolgano in qualche rispettabile territorio all'interno del Canada dove di mare non c'è traccia, quando invece l'intreccio è legatissimo ai mari, anche esotici, ad avventure marine, a questioni di pesca e a navi a lungo attese (talvolta invano).
Come tutti i romanzi del ciclo è una lettura davvero piacevole. Dei personaggi che hanno popolato i tre volumi precedenti non c'è quasi traccia se non nei primissimi capitoli, quelli dedicati al matrimonio.
In realtà non ci sono tracce troppo vistose nemmeno di Gilbert, l'affettuoso quanto accorto marito di Anne: la felicità coniugale di una unione basata su una reale affinità di spiriti è molto piacevole da vivere ma offre pochi spunti ai romanzieri. Il marito è senz'altro un coniuge affettuoso e anche un bravo medico, aggiornatissimo e pronto ad applicare terapie innovative e a quel che risulta gode di una considerevole quanto meritata stima nella cittadina, ma anche se prende un paio di decisioni assai importanti ai fini della trama di fatto compare pochissimo.
Anna è felice e fa quel che deve fare una brava sposa: tiene in ordine la casa e si riproduce - e va detto che le pagine riservate ai due parti sono veramente belle e risolte entrambe con molta abilità. Ma, alla fine, la vera protagonista del romanzo è Leslie, una donna malmaritata ingabbiata in una situazione davvero infelice, che a un certo punto si innamora - che, in quelle condizioni, è praticamente la cosa peggiore che possa capitare ad una signora virtuosa.
Il lettore a questo punto non sa che pensare: il tono del romanzo è tale da fargli sperare un lieto fine per la poverina, ma sembrerebbe che ci si possa arrivare solo col consueto incidente in cui il marito toglie il disturbo - una soluzione banale, di quelle che lasciano  un retrogusto amaro. L'abile autrice però riesce a risolvere il tutto con una giravolta a sorpresa davvero originale e degna di ammirazione: perché Lucy Maud Montgomery lavora così, seminando gioia e felicità in quasi tutte le sue pagine ma all'occorrenza sfoderando soluzioni impreviste per problemi comuni e prospettive originali per scene consuete.
Dunque un romanzo a lieto fine davvero per tutti i protagonisti, che lascia un retrogusto molto gioioso e molta fiducia nella vita. Esattamente quel che fa la vita, a ben guardare.
Insomma, una lettura davvero raccomandabile per questo periodo così complesso per tutti noi.

Col presente post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e consiglio lunghe sedute di lettura ai molti che come me sono tappati in casa, col caldo augurio che al più presto possano farne qualcuna anche gli operatori del servizio sanitario, che al momento sono davvero sovraccarichi di lavoro.

lunedì 9 marzo 2020

Lezione frontale; chi sarebbe costei?

Sì, le lezioni frontali possono conciliare il sonno.
Che a volte è un pregio, giusto?
Su certe cose la didattica moderna non transige: la lezione frontale è il male assoluto, il demonio, l'anticristo dei canoni di apprendimento. 
Vade retro, Satana! Anathema sit!
E poi è una roba da antiquariato. Andava forse bene per Carducci, forse per i nostri bisnonni. Ma ai giovani d'oggi non vorrai mica rifilare la lezione frontale?
Come raccontava la povna tempo addietro in un commento su questo blog lo spiegarono anche a lei, in una compatta serie di lezioni frontali. E anche a me lo hanno spiegato, alla SSIS, in un paio di lezioni frontali.
Sempre alla SSIS, mi spiegarono anche che la didattica moderna si basava sui moduli - che sono, in pratica, un gruppo di lezioni frontali seguite da una verifica.
D'accordo, la SSIS non è una roba di cui far conto - almeno quella che ho fatto io, in Toscana. E posso anche essere d'accordo che in certi casi possa sembrare una roba un po' antiquata; ma forse sarebbe il caso di mettersi prima d'accordo su cosa si intende esattamente per lezione frontale.
La definizione più o meno ufficiale sarebbe esposizione continuata fino alla conclusione del discorso, con spazio finale riservato alle domande di chiarimento dei partecipanti.

In realtà una roba così non si vede spesso, in una scuola per ragazzi. Io stessa che scrivo, e che la scuola l'ho frequentata diversi decenni fa, prima dell'università l'ho vista solo ai tempi della prof. Picchia, che faceva la sua lezione e poi accettava domande; e alle Settimane di Studio sull'Alto Medioevo di Spoleto, anche, dove le conferenze infatti sono chiamate "lezioni" - nel senso, suppongo, di lectio magistralis.
Però anche sull'università, calma e intendiamoci: il mio primo seminario, quello su Francesco d'Assisi, è stato quasi tutto una gran chiacchierata, noi decina di allievi e le due insegnanti, mancava solo il tè con i pasticcini - e tutti a rivoltare Francesco come un guanto nemmeno ci avessimo giocato insieme da piccoli; ma anche alle altre lezioni chi aveva una domanda bastava che alzasse la manina e lo facevano subito parlare. L'unica differenza era che su Francesco d'Assisi tutti avevamo qualche idea avendolo già fatto a storia, a letteratura e magari avendo pure visto un film su di lui, mentre quando parlava l'insegnante di filologia romanza per spiegarci la spirantizzazione parlava soprattutto lui. Cosa mai avremmo potuto dire per intervenire sulla spirantizzazione, visto che eravamo lì appunto per farcela spiegare? (in realtà anche lì c'era qualcuno che interveniva, nemmeno a sproposito: quelli, appunto, che la spirantizzazione l'avevano giù studiata, magari per qualche altro esame, e portavano esempi da stranissimi testi di stranissimi autori altomedievali).
Quanto al liceo, alla prima lezione di letteratura italiana la prof. De Divinis ci dettò una poesia di Ungaretti e ci chiese di spiegargliela (mandandoci discretamente nel pallone, va detto, anche se poi ci abituammo). Non proprio una classica lezione frontale, ammettiamolo.
Non so come funziona con le lezioni di estimo - a occhio, immagino che parli soprattutto l'insegnante, almeno agli inizi del corso. Con la grammatica, di qualsiasi lingua, conviene giocarsela in altro modo se vogliamo che gli alunni imparino davvero ad applicare le varie regole. A grafica e a informatica puoi chiedergli di progettare una casa, un logo, una campagna pubblicitaria, un programma per gestire gli incassi di un bordello. A geografia si fanno facilmente e senza sforzo magnifiche lezioni interattive e laboratoriali e le idee zampillano senza nemmeno cercarle. Ma a storia cosa fai, gli chiedi di progettare una guerra dei Seicento o una eresia del Trecento? Se non sono a un livello abbastanza avanzato da consultarsi e gestirsi le fonti per conto loro non vedo come possano venirne a capo (per tacere del rischio abbastanza consistente di scatenare le ire delle famiglie, nel non improbabile caso che ti ritrovi dei figli di fondamentalisti in classe). E allora gli racconti la rivoluzione francese, poi gli fai studiare la rivoluzione francese, poi gli risenti la rivoluzione francese e al massimo gli fai leggere qualche documento e ascoltare la Marsigliese, mi sembra. E se sei alle medie e non gli fai più che bene la lezione frontale non è affatto detto che vengano a capo da soli del libro di storia, che ogni tanto anche quando è buono ha la deplorevole tendenza ad avvitarsi su sé stesso al grido di "Intendami chi può, che m'intend'io".

E dunque, adesso che ho difeso a spada tratta le lezioni frontali sostenendo che
1) non ci sono, non le fanno mai e anzi non sono mai esistite e
2) che esistono eccome, anzi a volte non è possibile far senza
dove sto cercando di andare a parare?

Alla grandissima frustrazione dei poveri insegnanti di tutta Italia che 
- non hanno alcun modo di fare lezione perché non dispongono di adeguate strutture, e perciò sono frustratissimi, oppure
- hanno tutte le attrezzature e si ritrovano a far lezione al vuoto e sono frustratissimi perché gli manca qualsiasi forma di ritorno oppure
- riescono a insegnare in videoconferenza e gli alunni scappano per ogni dove esattamente come quando erano a scuola e quindi i poveri docenti sono vieppiù frustratissimi oppure
- hanno le attrezzature, fanno la lezione in videoconferenza, la classe li segue con attenzione e viva partecipazione ma tutti quanti sono comunque frustratissimi perché "non è la stessa cosa".
A tutti loro va il mio più caldo saluto e la mia più completa solidarietà, specie considerando che le notizie si fanno sempre più lugubri ad ogni giorno che passa*.

*(sì, ovviamente io sono nella prima fascia, con un improbabile futura speranza di lavoro su GoogleSuite, sul quale al momento non punterei nemmeno il tradizionale centesimo bucato e pure falso).