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lunedì 20 dicembre 2021

Diario di Natale - 18 - Natale a scuola, ovvero dei lavoretti di Natale

Giovani studenti cantano canzoni piene di buoni sentimenti. Perché è Natale.

Tutto è cominciato in modo innocuo, con una pacata osservazione fatta all'inizio del mese da Tecnologia mentre parlava con Arte.
"Sai, con la stampante in 3D abbiamo fatto un po' di decorazioni di Natale con le classi, magari potremmo appenderle all'albero".
L'albero. Il nostro piccolo e rispettabile albero che ogni anno viene allestito amorevolmente dalle custodi e ben ornato con rispettabilissime decorazioni del tipo consueto: nastri argentati, palline, quella roba lì. Un albero molto convenzionale. E io amo molto gli alberi convenzionali.
"Ottimo. Anzi, sai che ti dico? Facciano l'albero delle discipline, con decorazioni fatte da noi, con materiale riciclato! Anzi, io ho giusto un albero abbastanza grande che potrebbe andare benissimo" -  decide Arte, che è di quelli che non sono contenti se non scovano ogni giorno quaranta cose complicatissime da fare.
E infatti costei non si è limitata a sedersi in un angolo pensando compiaciuta "Ma che idea ganza ho avuto". No, ne ha anche parlato in giro. E  prima di tutto ha convinto una collega a portare a scuola il suo albero di Natale di scorta.
"Ma che ci fa quell'albero senza decori nell'ingresso?" osserva Fisica schifato "E' deprimente. A me poi gli alberi di Natale non piacciono. Li trovo deprimenti anche quando sono addobbati".
Tutti (tranne me) convengono che un albero di Natale è una roba assai deprimente, sia addobbato che non. Nessuno sembra ricordarsi che abbiamo sempre avuto un albero di Natale nell'ingresso, come quasi tutte le scuole del regno (e che tutti ne tengono uno a casa, che a Natale addobbano sì come consuetudine impone).
Macché, sembrano il Club dei Nemici dell'Albero di Natale.
Comunque, l'Albero delle Discipline, deprimente o meno che sia, è arrivato. Occorre però addobbarlo.
"Mi sembra difficile farlo per le altre discipline. Tu e Tecnologia in questo siete facilitate, ma noi di Lettere..." ho mormorato io. Che tra l'altro disapprovo le decorazioni fatte con materiale di riciclo. La decorazione di Natale ha da essere decorazione di Natale, punto. E si compra nei negozi.
Un po' di consumismo, eccheddiamine!
"Ma no, potreste partecipare anche voi, magari con delle frasi, o dei versi... Per esempio io ho dei ritagli di pelle circolari di pelle bianca, su cui con certi pennarelli si può scrivere benissimo...". Mi fa vedere le dimensioni dei ritagli di pelle circolari.
"Mhhh... mi sembrano un po' grandi per un albero. Potremmo farne un festone da appendere" pausa meditative "Per esempio potremmo metterci dei desideri legati all'Agenda 2030, come lettere a Babbo Natale...".
Da notare che Arte non ha speso una sola parola per convincermi. Ho fatto tutto da sola.
Perché anch'io sono una insegnante, e non cerco di meglio che complicarmi la vita. Soprattutto sotto Natale.

Entro in Prima e chiedo "Vi piacerebbe fare un lavoretto di Natale?". 
Mi aspetto una serie di espressioni quanto meno perplesse. Ormai sono cresciuti.. 
Invece vengo travolta da un entusiasmo assoluto.
"Evvabbé" mi dico "L'importante è contentare il cliente".
Intorno a me fervono i preparativi per piccoli solidi in cartoncino (Matematica),  piccole sagomine di Dante con su scritti versi del suddetto Dante (Lettere), piccole carte pergamenate con su scritte poesie (sempre Lettere) e non so quali altre cretinate. Qualche insegnante ha optato per delle noci - assolutamente naturali, niente da dire, con una retina dorata intorno e un laccio dorato per appenderle, e dentro un qualche pensiero edificante. Molto filologico, e pure natalizio, ho pensato intascandone una (che ho appeso al mio personale albero a casa).
"Manca Educazione Civica" osserva qualcuno. 
"No, non mancherà" garantisco io di malumore, quasi mi ci avessero costretto a forza.
Passo due ore a spiegare ai miei malcapitati alunni l'Agenda 2030, tralasciando i temi più ostili alle loro giovani orecchie. Non troppo a sorpresa la questione della salute è accolta con vivo interesse e affianca i consueti e gettonatissimi temi legati alla vita sulla terra e nell'acqua, la parità di genere e la lotta alla fame e alla povertà. Anche l'istruzione di qualità e la lotta al cambiamento climatico trovano i loro fan.
"Pensateci un po' su durante il fine settimana, e immaginate di chiedere qualcosa a Babbo Natale, oppure esprimete un desiderio. Dovete essere molto sintetici perché avrete poco spazio per scrivere".
Segue una breve discussione con Arte che per l'occasione cerca di essere taccagna: "Non me ne frega nulla se non hanno i pennarelli colorati per scrivere ma hanno quello nero in dotazione. E' Natale e io voglio dei pennarelli rossi e verdi. Li paghi la scuola. Bianco e nero per Natale non va!".
Siamo a fine anno e il bilancio è in chiusura, sono state chiuse prima di tutto le minute spese, ma in qualche modo i pennarelli saltano fuori. Del resto, due pennarelli rossi e due verdi adatti a scrivere sulla pelle costano sei euro in tutto.
Poi Arte mi porta anche una serie di pelucchi rossi ricavati da non so quale aggeggio in via di disfacimento. La prof. Casini fa all'uncinetto una luna argentata per la Leggenda dell'Albero di Natale.
Siamo una manica di idioti, mi dico sconsolata, e io sono idiota né più né meno degli altri.
Del resto è Natale, e io a Natale divento particolarmente idiota - perfino più del solito, intendo.

Lunedì mattina la Prima compone le frasi. Correggo, scarnifico, faccio fare la seconda e la terza versione. L'unica cosa che mi consola è la speranza di ricavarne un post per il Blogmas perché mi sembra importante che nel mio diario di Natale ci sia qualcosa che in qualche modo si colleghi alla scuola - dopotutto questo è un blog dedicato alla scuola, anche se in questi giorni proprio non si direbbe.
"Prof, posso parlare dell'omofobia? Io sono molto contraria". 
"Parlare contro l'omofobia è cosa buona e giusta" assicuro.
"Che cos'è l'omofobia?" chiede qualcuno.
Ed eccomi a spiegare in poche parole l'omofobia.
"Ma con che argomento la collego?"
"Numero 16, Pace e Giustizia".
Martedì mattina i ragazzi fanno la Gran Decorazione. L'organizzazione procede bene, qualcuno mette anche piccoli disegnini o cornicine. I pelucchi vengono coscienziosamente annodati. I ragazzi si divertono molto e questo mi è di gran conforto.
Alla fine contemplo il risultato. 
Abbiamo una ardente critica dell'omofobia perché "l'amore diverso non è poi tanto diverso". Tre richieste per la parità di genere, una delle quali di un maschio che sostiene che non è giusto che le donne abbiano meno diritti degli uomini (che mi sembra una buona sintesi).
Qualcuno si preoccupa per i delfini e le foche, un altro osserva che "non è bello vedere la gente morire di fame", altri ritengono che sia importante lottare contro la povertà perché se girano più soldi il mondo funziona meglio, qualcuno si commuove per i cuccioli maltrattati, taluni hanno a cuore la sorte dei boschi e delle foreste, altri sostengono che non è giusto che alcuni siano troppo poveri e altri troppo ricchi o che qualcuno sia preso in giro perché è povero.
Vado a prendere un po' di spago (nuovo, non riciclato) dai custodi e appendo il festone di pelle bianca con decorazioni rosse e verdi mentre la classe è a lezione di Musica.
Una sfilata di buoni sentimenti molto politically correct. Fa un bell'effetto ed è tutta roba scritta da loro. In cuor mio penso che è molto più significativa di qualche verso di Dante scritto su sagome di Dante in cartoncino, ma non lo direi nemmeno sotto tortura.
I miei due preferiti, quello sull'omofobia e quello su chi ha troppo e chi troppo poco, li appendo invece all'Albero delle Materie. 
E questa è di gran lunga la cosa più idiota che ho fatto da quando insegno, ma in fondo fare cose idiote non mi è mai dispiaciuto, e dunque...
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domenica 19 dicembre 2021

Diario di Natale - 17 - Biancheria di Natale

Quest'anno per Natale va di moda lo scozzese. Molto, molto di moda.
Due anni fa feci un lunghissimo alfabetiere sul mio canone natalizio dove tra l'altro lamentavo la totale mancanza di lenzuola di Natale. Una penna spuntata mi soccorse con alcuni validi consigli che prevedevano tra l'altro un po' di giri per negozi. 
L'anno scorso però andare in giro per negozi sotto Natale era complicato e pure caldamente sconsigliato, perciò lasciai perdere. Feci qualche onesto tentativo in rete, ma trovai solo cose che, per un motivo o per l'altro, non si accordavano al mio complicatissimo canone o semplicemente non mi piacevano.
Quest'anno però mi sono data da fare e ho cercato in giro, senza grossi risultati fin quando mi sono ricordata di un adorabile banchetto del mercato di Lungacque che fa capo a un negozio dove confezionano lenzuola - e dove ho trovato, naturalmente, solo lenzuola scozzesi. Infatti anche Natale ha le sue mode, e  qualcuno ha deciso che quest'anno per Natale sarebbe andato di moda solo e soltanto lo scozzese (meglio se bianco e rosso, ma al limite anche rosso e verde) che se non altro è abbastanza insolito.
Mi sono consultata col gentilissimo banchettaro e infine ci siamo accordati per un lenzuolo scozzese rosso e verde con bordi verdi.
"Speriamo che abbiamo capito che voglio un bordo alto, perché quel bellissimo verde mi piace assai ed è davvero natalizio" mi sono detta. Ma ero fiduciosa perché il gentil commesso aveva preso una mezza dozzina di righe di appunti.
Ed ecco infatti il risultato:
Infatti il vero e noto inconveniente di quando ordini qualcosa su misura da un qualsivoglia artigiano, dal falegname all'orefice, è che chi prende l'ordine lo interpreta regolarmente a rovescio; 
questo è anche il motivo per cui preferisco sempre comprare cose che ho visto e toccato con mano
Di fatto, è un bel lenzuolo di un perfetto verde natalizio con un bordo scozzese sulla rovescia e due federe scozzesi, e siccome mi hanno consegnato il tutto in un comodo rotolo insacchettato me ne sono accorta solo oggi, quando l'ho aperto per cambiare il letto.
Ad ogni modo: il cotone è di ottima qualità, il lenzuolo è ben fatto e, soprattutto, viene fuori un perfetto letto di Natale anche se per la coperta mi sono dovuta arrangiare con un banale cielo stellato che va bene per tutta la stagione fredda.
Dunque non ho i lenzuoli scozzesi di Natale, ma me ne sono fatta facilmente una ragione perché in fondo lo scozzese non mi dispiace, ma nemmeno mi entusiasma. Certo, dormire in un lenzuolo scozzese sarebbe stata una esperienza nuova per me, mi adatto anche a farne a meno, specie se l'alternativa è dormire in un bellissimo lenzuolo di un verde molto natalizio; e sono sicura che nel mio letto di Natale farò delle splendide dormite.

Già che c'ero, a un altro banchetto ho preso due simpatici asciughini scozzesi che farebbero benissimo pendant con il lenzuolo - anche se, guarda un po' i casi della vita, in casa mia il letto sta nella camera da letto e non in cucina.
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sabato 18 dicembre 2021

Diario di Natale - 16 - Tu, neve scendi ancor / lenta / per dare gioia ad ogni cuor (Natale a Firenze)

 

La canzone citata nel titolo è Bianco Natale, traduzione di White Christmas di Bing Crosby*; o per meglio dire una delle due traduzioni, quella meno conosciuta e riservata di solito a piccoli coretti infantili. Io l'ho imparata appunto a sette anni, cantandola con la mia classe - 33 acute vocette femminili, e secondo me non ci veniva affatto male.
L'argomento che ho scelto per questo post è, appunto, la neve a Natale - ovvero qualcosa di cui non ho la minima idea.
Ho vissuto una parte della mia vita a Firenze e adesso abito nella provincia, ma in pianura, e di neve ne ho vista sempre poca.
Inizierò quindi spiegando che a Firenze e provincia abbiamo un clima piuttosto particolare, il cui motto potrebbe essere altra legge non vo' che il mio capriccio, in particolar modo in inverno. Da noi il clima è sempre stato completamente pazzo, e infatti fatichiamo a vedere gli effetti del riscaldamento climatico; perfino l'unica quasi-certezza su cui possiamo contare, e cioè che in estate si schianta di caldo, ha avuto le sue brave eccezioni, e abbiamo avuto anche anni di siccità e altri di clima quasi monsonico. In inverno poi, ogni giorno parte un treno. Ieri c'erano sedici gradi, oggi due, domani chissà, e quanto al Natale ne abbiamo avuti alcuni in cui dopo pranzo si mandavano i bambini senza cappotto a giocare sul prato.
 
La neve arriva, ogni tanto, in un periodo che va dal 31 Ottobre ai primi di Aprile, ma senza alcun tipo di regola. Arriva e basta, non tutti gli anni, diciamo in media un anno su quattro ma può fare anche tre anni di seguito (creando con ciò immensa delusione il quarto). 
Qualche volta dunque è pur possibile che sia arrivata anche a Natale, ma non nel dopoguerra. Quindi, di bianco Natale io non ho mai visto nemmeno l'ombra e lo conosco solo dalla televisione e dalle numerose immagini di Natali innevati che colleziono senza risparmio. Questa, per esempio:
Quando la neve arriva a Novembre o Marzo è una gran festa per tutti e i bambini impazziscono di gioia e fanno un sacco di palle di neve - anche i bambini ormai maggiorenni, intendo - ma non ci sono problemi per nessuno perché si scioglie in gran fretta sulle strade.
Quando la neve arriva in un momento più pertinente, per esempio a Dicembre o a Gennaio invece le cose vanno in modo molto diverso, perché non si scioglie per due-tre giorni e siccome non solo l'autista medio non ha la minima idea di come gestire una strada coperta di neve (con grandissima gioia dei carrozzieri) ma anche i treni vanno in crisi profonda, la zona si blocca quasi che la neve l'avessero inventata il giorno prima, tutti i treni collezionano ritardi assurdi e raggiungere il posto di lavoro è una vera impresa, e ritornare a casa dopo il lavoro è ancora più complicato - e questo non rende molto onore alla nostra bella regione perché d'accordo che in pianura la neve è un evento piuttosto raro, ma ci abbiamo anche noi le nostre brave montagne e dunque non capisco perché comuni e ferrovie ogni volta caschino dal pero e forniscano così deprimente prova di sé.

Un anno comunque la neve venne sul serio. Non era proprio Natale, anzi eravamo in zona Capodanno. Tornai tutta contenta a casa con i miei stivaletti con la para leggera perché, che bello, c'era la neve e addirittura stava attaccando! Gioia, giubilo, gaudio e delizia, un po' di neve in tempo di Natale!
E la neve infatti attaccò, ed era un bello strato. Poi cominciò a sciogliersi. E poi tornò. Un sacco di neve. Una quantità immane di neve. Quaranta centimetri, ci dissero.
E venne anche un freddo polare, per cui non solo non si sciolse ma ghiacciò tutto.
Quando scrivo "un freddo polare" non è del tutto una metafora: arrivammo a 22 gradi sotto zero, ovvero una temperatura che non avrebbe disonorato né Mosca né Stoccolma. 
I tubi gelarono, molte caldaie impazzirono - la nostra, per esempio, che pur andando al massimo notte e giorno non riusciva a darci niente più dei sedici gradi. Si creò anche la leggenda che il comune avesse diluito il metano perché non ne aveva abbastanza - dico che era una leggenda perché a casa dei miei amici la temperatura era normalissima, e non credo che il comune avesse deciso di diluire il gas solo per chi gli stava antipatico (e, quand'anche, non vedo operché avremmo dovuto stargli antipatici proprio noi).
L'Arno ghiacciò, come aveva già fatto altre (rare) volte:
e no, quella roba bianca non è schiuma.

Ma la cosa più spettacolare per noi fiorentini fu la statua del Biancone (nome attribuito alla statua in marmo di Nettuno per la sua notevole grandezza) in piazza della Signoria, che normalmente si presenta così:
e in quei giorni era invece così:
e infatti "andare a fotografare il Biancone" divenne subito l'ultima moda, anche se il problema era non restare troppo a lungo a fotografarlo, perché c'era il forte rischio di restare congelati e passare dal ruolo di fotografi a quelli di fotografati.
Dopo qualche gelido giorno, improvvisamente la temperatura ricominciò a risalire e nel giro di poche ore raggiunse i 12 gradi. Sopra lo zero, intendo.
Il resto dell'inverno fu tutto sommato del genere "tiepidino".

* una canzone dalla strana storia, e per chi volesse conoscerla basta andare da Una penna spuntata

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venerdì 17 dicembre 2021

Diario di Natale - 15 - Le due facce del Natale (con due fiabe per bonus)

 

C'è anche una terza faccia: quella diabetica. In questo post non può mancare e dunque la metto nell'illustrazione di apertura.
Per il mio Venerdì del Libro fantasma stasera avevo pensato a due fiabe. Per meglio dire è una settimana che ci penso, e il progetto originale riguardava solo la prima favola, quella crudele; poi, del tutto casualmente (per quanto possa essere casuale quel che trovi lanciando una ricerca a tema "fiabe di Natale") mi sono imbattuta nella seconda. 
Restava il dubbio su quale mettere per prima; dopo un lungo pomeriggio in cui, sbrigando incombenze diversissime tra loro ho dibattuto la questione per lungo e per rovescio cambiando idea in media ogni cinque minuti, ho deciso per una volta di buttare a mare la mia tradizionale propensione per il lieto fine.
La prima è una fiaba di Natale, la seconda una fiaba di Capodanno.

Gli gnomi e il calzolaio
(Fratelli Grimm - Fiaba n. 39)

Un calzolaio s'era impoverito a tal punto che gli era rimasto solo il cuoio per un unico paio di scarpe. Le tagliò la sera, poi si mise a letto pensando di lavorarci il giorno dopo. Ma quando si alzò e fece per mettersi al lavoro, ecco che le scarpe erano già bell'e pronte sul tavolo. Presto arrivò anche un cliente, che le pagò così bene che il calzolaio potè comprare il cuoio per altre due paia, che al mattino erano di nuovo già bell'e pronte. E così via: quello che il calzolaio tagliava la sera lo trovava bell'e pronto al mattino, e così tornò ricco.
Una sera, poco prima di Natale, quando aveva tagliato un bel po' di pezzi e si voleva mettere a letto, disse alla moglie: "Faremmo meglio a restare svegli una buona volta per vedere chi fa il lavoro per noi di notte". E così accesero un lumino, si nascosero dietro degli abiti appesi in un angolo della stanza e rimasero all'erta. A mezzanotte arrivarono due minuscoli e graziosi omini, tutti nudi, e si misero al banchetto a lavorare con tale velocità e precisione che il calzolaio dalla meraviglia non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Non si fermarono finché le scarpe non furono pronte, poi saltarono via e ancora mancava un bel pezzo all'alba.
Al che la moglie disse al marito: "Quegli omini ci hanno fatto ricchi, dobbiamo mostrargli la nostra riconoscenza. Mi fa pena vederli andare in giro senza vestiti col freddo che fa; io cucirò per loro camicia, giacca, camiciola e calzoni, e farò a maglia un paio di calzettoni per ciascuno, e tu fabbricherai delle scarpine per tutti e due". Al marito l'idea piacque, e la sera, quando tutto fu pronto, sistemarono ogni cosa per bene; e siccome volevano vedere cosa ne avrebbero fatto gli omini, si nascosero di nuovo. 
I piccoletti arrivarono come al solito a mezzanotte; quando videro i vestiti sembrarono molto contenti e si vestirono svelti svelti, e quando furono pronti cominciarono a saltellare, zompare e ballare, e a furia di ballare uscirono dalla porta per mai più ritornare.

Il primo tema della fiaba è quello della riconoscenza - sentimento natalizio quant'altri mai. E' la riconoscenza che spinge a ringraziare chi ci ha fatto un favore durante l'anno e non ha voluto ricompensa - qualche volta con un regalo impegnativo, qualche volta con la tradizionale cesta ma anche cercando di capire cosa potrebbe davvero essergli utile. A Natale si cerca di chiudere la contabilità dell'anno e anche in quest'ottica vanno considerate le tradizionali offerte ad associazioni che si son date da fare per soccorrere i bambini guatemaltechi, nutrire i poveri della città o assistere i malati di questa o quella patologia.
Tuttavia, per chiunque abbia letto Harry Potter la storia ha anche un altro significato: donando degli abiti agli gnomi il calzolaio e sua moglie li hanno liberati (da qui la lunga danza di gioia dei due omini); il calzolaio e sua moglie sono stati spinti solo dalla riconoscenza e dal desiderio di restituire un favore, e non pensavano di fare poi una cosa tanto importante; ma capita spesso che un gesto gentile, anche piccolo, fatto per buon cuore e senza particolari intenzioni oltre a quella di fare un favore, aiuti qualcuno al di là di ogni aspettativa e possa cambiare la sua vita. Le fiabe parlano spesso di questo.
Ho poi scoperto che questi gnomi sono fratelli o cugini dei nisser scandinavi, di cui ha parlato anche Una penna spuntata in uno dei suoi post natalizi di quest'anno.
Infine: Natale è una festa di liberazione per eccellenza per i cristiani perché si festeggia la nascita del Grande Liberatore, colui che ha liberato l'umanità dal peso del peccato originale.

Le feste hanno anche un'altra faccia: quella dell'infelicità e dell'indifferenza che spesso incontra mentre tutti sono troppo occupati a festeggiare per pensare a chi soffre. La seconda fiaba parla appunto di questo.
Non è una vera fiaba di Natale perché si svolge l'ultima notte dell'anno; tuttavia ci sono tutti gli ingredienti del Natale germanico: l'albero di Natale con le luci, l'oca arrosto e il calore di una casa ben riscaldata. O meglio non ci sono: vengono sognati / immaginati / intravisti. Quello che c'è davvero sono altri due ingredienti molto classici dell'inverno del Nord: il freddo e la fame, con in più due ingredienti tipici dell'infelicità: la solitudine e l'indifferenza.

Hans Christian Andersen - La bambina dei fiammiferi

C'era un freddo terribile, nevicava e cominciava a diventare buio; e era la sera dell'ultimo dell'anno. Nel buio e nel freddo una povera bambina, scalza e a capo scoperto, camminava per la strada; aveva le ciabatte quando era uscita da casa, ma a che cosa le sarebbero servite? erano troppo grandi per lei, tanto grandi che negli ultimi tempi le aveva usate la mamma. E ora la piccola le aveva perdute subito, quando due carri che passavano a forte velocità l'avevano costretta a attraversare la strada di corsa. Una ciabatta non riuscì più a ritrovarla, e l'altra se la prese un ragazzo, dicendo che l'avrebbe usata come culla quando avesse avuto dei figli.
Ora la bambina camminava scalza, e i suoi piedini nudi erano viola per il freddo; in un vecchio grembiule aveva una gran quantità di fiammiferi e ne teneva un mazzetto in mano. Per tutto il giorno non era riuscita a vendere nulla e nessuno le aveva dato neppure una monetina; era lì affamata e infreddolita, e tanto avvilita, poverina!
I fiocchi di neve si posavano tra i suoi lunghi capelli dorati, che si arricciavano graziosamente sul collo, ma lei a questo non pensava davvero. Le luci brillavano dietro ogni finestra e per la strada si spandeva un delizioso profumino di oca arrosto: era la sera dell'ultimo dell'anno, e proprio a questo lei pensava.
A un angolo della strada formato da due case, una più sporgente dell'altra, sedette e si rannicchiò, tirando a sé le gambette, ma aveva ancora più freddo e non osava tornare a casa. Temeva che suo padre l'avrebbe picchiata, perché non aveva venduto nessun fiammifero e non aveva neppure un soldo.
E poi faceva così freddo anche a casa! Avevano solo il tetto sopra di loro e il vento penetrava tra le fessure, anche se avevano cercato di chiuderle con paglia e stracci.
Le manine si erano quasi congelate per il freddo. Ah! forse un fiammifero sarebbe servito a qualcosa. Doveva solo sfilarne uno dal mazzetto e sfregarlo contro il muro per scaldarsi un po' le dita.
Ne prese uno, e "ritsch," contro il muro. Come scintillava! come ardeva! era una fiamma calda e chiara e sembrava una piccola candela quando lo circondava con le manine. Che strana luce! La bambina credette di trovarsi seduta davanti a una stufa con i pomelli d'ottone, e il fuoco bruciava e scaldava così bene! No, che succede? stava già allungando i piedini per scaldare un po' anche quelli, quando la fiamma scomparve. E con la fiamma anche la stufa.
E si ritrovò seduta per terra, con un pezzetto di fiammifero bruciato tra le mani.
Subito ne sfregò un altro, che illuminò il muro rendendolo trasparente come un velo. Così potè vedere nella stanza una bella tavola imbandita, con una tovaglia bianca e vasellame di porcellana e un'oca arrosto fumante, ripiena di prugne e di mele! All'improvviso l'oca saltò giù dal vassoio e si trascinò sul pavimento, già con la forchetta e il coltello infilzati nel dorso, proprio verso la bambina: ma in quell'istante il fiammifero si spense e davanti alla bambina rimase solo il muro freddo. Allora ne accese un altro. E si trovò ai piedi del più bello degli alberi di Natale. Era ancora più grande e più decorato di quello che aveva visto l'anno prima attraverso la vetrina del ricco droghiere; migliaia di candele ardevano sui rami verdi e figure variopinte pendevano dall'albero, proprio come quelle che decoravano le vetrine dei negozi.
Sembrava guardassero verso di lei. La bambina sollevò le manine per salutarle, ma il fiammifero si spense. Le innumerevoli candele dell'albero di Natale salirono sempre più in alto, fino a diventare le chiare stelle del cielo; poi una di loro cadde, formando nel buio della notte una lunga striscia di fuoco. «Ora muore qualcuno!» disse la bambina, perché la sua vecchia nonna, l'unica che era stata buona con lei, ma che ora era morta, le aveva detto: «Quando cade una stella, allora un anima va al Signore».
Accese un altro fiammifero che illuminò tutt'intorno, e in quel chiarore la bambina vide la nonna, lucente e dolce!
«Nonna!» gridò «oh, prendimi con te! So che tu scomparirai quando il fiammifero si spegne, scomparirai come è scomparsa la stufa, l'oca arrosto, l'albero di Natale!»
E accese tutti gli altri fiammiferi che aveva nel mazzetto, perché voleva mantenere la visione della nonna; e i fiammiferi arsero con un tale splendore che era più chiaro che di giorno.
La nonna non era mai stata così bella, così grande. Trasse a sé la bambina e la tenne in braccio, insieme si innalzarono sempre più nel chiarore e nella gioia. Ora non c'era più né freddo, né fame, né paura: si trovavano presso Dio.
La bambina venne trovata il mattino dopo in quell'angolo della strada, con le guance rosse e il sorriso sulle labbra. Era morta, morta di freddo l'ultima sera del vecchio anno. L'anno nuovo avanzava sul suo piccolo corpicino, circondato dai fiammiferi mezzo bruciacchiati.
«Ha voluto scaldarsi» commentò qualcuno, ma nessuno poteva sapere le belle cose che lei aveva visto, né in quale chiarore era entrata con la sua vecchia nonna, nella gioia dell'Anno Nuovo!

La bambina dei fiammiferi, conosciuta in Italia anche col titolo di La piccola fiammiferaia prima ancora di essere una fiaba è, come quasi tutte le fiabe di Andersen, una categoria dell'anima ed è quindi passata tra i modi di dire: tutti ci siamo sentiti piccole fiammiferaie, a volte.
Qualcuno, ho scoperto con gran sorpresa, la considera una fiaba a lieto fine. A me, sinceramente, non sembra. 
Andersen la scrisse sulla scorta di qualche fatto di cronaca? E' davvero credibile che in una città una bambina stracciata abbia passato la giornata a (non) vendere fiammiferi senza che nessuno cercasse di aiutarla in qualche modo?
Piacerebbe essere sicuri che no, non è assolutamente possibile; ma sappiamo che cose del genere capitano ogni giorno e non solo ai bambini, e non importa arrivare fino in Africa per trovare posti e situazioni dove non manca solo l'oca arrosto e l'albero illuminato, ma anche lo stretto indispensabile.
Il Senso di Colpa del Natale ci fa comunque compagnia (anche durante il resto dell'anno).
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giovedì 16 dicembre 2021

Diario di Natale - 14 - Il fascino delle candele


Quando ero bambina le candele erano una roba che si usava soprattutto nel caso, tutt'altro che raro, che saltasse la corrente. 
A quel punto in ogni casa si tirava fuori un modesto moccolo bianco, infilato in un portacandele di questo tipo:

solo che questo è una roba sciccosa al confronto. 
Per Natale vendevano delle malinconiche candele rosse a tortiglione, ogni scatola due candele e si mettevano a volte sulla tavola, ma non ricordo che venissero accese. Qualora venissero accese comunque bruciavano in gran fretta, anche perché la cera non l'avevano vista mai nemmeno disegnata ed erano fatte di uno strano materiale che, appunto, bruciava in gran fretta. Dopo un'ora, della candela restava solo un ricordo malamente raggrumato.
Con gli anni, lentamente, le candele si diffusero. A Firenze ai primi anni 80 arrivò un negozio dal suggestivo nome Scandinavia che a prezzi (ai nostri occhi di allora)asssurdi vendeva lunghe candele in purissima cera d'api di tutti i colori esposte in rastrelliere. Un'orgia di candele, e anche se a comprarle ti svenavi qualcuno deve pur averle comprate, perché dopo un po' erano dappertutto (sì, anche a casa mia).
Lentamente venne l'abitudine di accendere candele quando si invitavano gli amici a cena, quando proprio si voleva fare bella figura, e pian pianino il mondo venne invaso dalle candele, usate anche come soprammobili.
Quando finalmente alla fine del millennio Ikea sbarcò a Firenze il suo enorme reparto candele venne assai apprezzato, ma già da tempo le candele erano assolutamente dappertutto e fiorivano per ogni dove produttori artigiani di candele che facevano gran mostra di sé ai vari mercatini ma anche nei negozi di erboristeria e complementi d'arredo.
Anch'io compravo e compro candele, e naturalmente le accendo anche a Natale, però ben presto trovai la mia giusta dimensione candeliera: le cosiddette "candele da tè"
Queste sono le Glimma, appunto di Ikea, che non sa che le sto facendo pubblicità e quindi non mi pagherà un centesimo che è uno per questo. Il vantaggio delle Glimma è che sono vendute in confezioni da 100 a un prezzo molto contenuto; tuttavia qualsiasi supermercato o emporio le vende in confezioni da 30 o da 50 e credo che nessuno abbia mai dovuto fare un mutuo per pagarsele.
Qual è il vantaggio di queste candele mignon?
Il vantaggio è che funzionano all'occorrenza anche negli scaldateiera, se vuoi farti il tè, ma soprattutto in ogni tipo di portacandeliere mignon, comprato o improvvisato. Io ne faccio un uso industriale avendo un gruppo di questi portacandele - per esempio il Fior di Loto che si trova in tutti i colori possibili e immaginabili:
che mi è stato regalato appunto per Natale da una cara amica, e che all'occorrenza accendo anche per Natale ma che considero un candeliere valido per tutte le stagioni.
Accendo una o due di queste candeline la sera più o meno da Ottobre a Marzo, poi improvvisamente me ne dimentico fino all'Ottobre successivo.
Ma quando arrivo a fine Novembre e già da tempo imperversa la danza dei panettoni, apro l'armadio e tiro fuori la mia raccolta di candelieri di Natale, che ormai va per la dozzina.
Ognuno ha la sua storia - che di solito consiste nel vederlo e squittire "Oh qual meraviglioso portacandele di Natale, davvero non so come potrei vivere ancora senza di esso!" per poi afferrarlo subito dopo e passare dalla cassa. Comunque qualcuno mi è stato regalato, e uno anche da una scolara - è quello che forse mi piace di meno, per quanto possa piacermi "meno" un portacandele di Natale, ma giammai potrei archiviarlo.
I miei portacandeline natalizi si dividono in vari rami.
Prima di tutto ci sono quelli con le casette coperte di neve:
anche se nei miei la candela è rigorosamente dietro, a illuminare in modo sfumato.
Sarà bene che me li tenga stretti perché non ne vedo più da tempo e anche trovarne uno almeno vagamente simile ai miei in rete è stata una vera impresa.
Poi ci sono quelli a bicchiere:
che adesso vanno di gran moda. Ci sono bicchieri a soggetto natalizio in grande quantità, ma di fatto va bene un qualsiasi bicchiere sbrilluccicante e naturalmente se ne possono confezionare facilmente di personalizzati (cosa che mi guardo bene dal tentare di fare).
Poi ci sono quelli con le renne, dove una renna più o meno stilizzata porta una candela (ne ho uno solo) e quelli con l'effetto spinning:
Il fuoco della candela mette in azione le pale che girano, in questo caso facendo correre le renne (o gli angioletti, o i fiocchi di neve). In Italia non si vedono facilmente (comunque il mio è stato comprato in un negozio di paese, quindi ci sono) ma in rete sono comunissimi.
Candelieri grandi specifici per Natale non ne ho, quindi chiudo con questa graziosa decorazione dove, sotto a un gruppo di banalissime candele bianche, per quanto disposte con bel garbo, c'è comunque un bellissimo ornamento con la coda - ma non è una renna:
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mercoledì 15 dicembre 2021

Diario di Natale - 13 - Il Natale si addice a re Artù

Yule Stag, di Briar.
Nelle Nebbie di Avalon si ricama molto sul tema del re-cervo, sacro e pure sacrificato.

La lettura più tipica per me durante le vacanze di Natale sin dai tempi del liceo è quella delle storie della Tavola Rotonda. 
Quando ero bambina sulla Tavola Rotonda non si riusciva a trovare niente se non qualche patetico riassuntino - per dirne una credo di aver scoperto l'esistenza di quel personaggio tutt'altro che secondario che si chiama Galvano soltanto al liceo. C'erano i riassuntini per bambini, accuratamente espurgati (te ne accorgevi subito. Perché anche i bambini sapevano come cosa nota che Lancillotto e Ginevra ci avevano una relazione preferenziale di un qualche tipo, di cui il marito di lei Artù era ampiamente a conoscenza) e c'erano quelli per adulti, altrettanto corti ma dove si parlava di Lancillotto e Ginevra più un misterioso Galeotto che non era un carcerato ma che veniva citato nelle note del passo di Dante su Paolo e Francesca.
Qualche film americano, anche. Soprattutto uno, uscito nel 1963 


che non è mai stato tra i miei preferiti ma insomma non credo si possa definire brutto.
(In realtà La spada nella roccia versione Disney è tratto, abbastanza fedelmente, dal romanzo di Whyte Re in eterno che era stato sì stampato negli anni 60, ma, sospetto, solo in edizione sforbiciata e che Mondadori si decise a ripubblicare solo nel 1989, quando ormai mi ero laureata).
Al liceo però il professor Blasio ci accennò ai romanzi della Tavola Rotonda di Chretien di Troyes, che circolavano dagli anni 50 nella collana dei classici Sansoni e che - wow! - erano presenti nella biblioteca del liceo. Due giorni (e no, non era Natale, anche se era comunque inverno) dopo il suo casuale accenno li tenevo in mano e finalmente cominciai a capire qualcosa di quello strano mondo che conoscevo soltanto a piccolissimi spizzichi.
Fu amore a prima vista. Per mia gran fortuna proprio in quegli anni, forse sulla scia del successo che Tolkien cominciava ad avere, forse perché alla fine perfino tra gli editori italiani c'era un po' di vita, cominciarono ad apparire storie sulla Tavola rotonda: rifacimenti moderni, ma anche testi medievali tradotti e talvolta perfino con un pochino di introduzione critica. Pian pianino cominciai a capire di che si trattava, e spesso le letture sono avvenute nelle vacanze di Natale, probabilmente perché era proprio sotto Natale che tutti gli anni veniva pubblicato qualcosa - oppure perché l'ispirazione all'acquisto arrivava sempre per me sotto Natale, vai a capire. Comunque molto spesso a Natale mi ritrovo qualcosa di arturiano in mano, talvolta messo appunto da parte appunto per leggerlo intorno a Natale perché ormai l'imprinting è quello, e forse quell'imprinting mi è stato dato dalla lettura della Grotta di cristallo la notte del 23 Dicembre, a vacanze di Natale appena avviate, cui seguì subito un rifacimento del Malory ad opera di, nientemeno, che Steinbeck - che è assolutamente l'unica cosa che ho letto e probabilmente mai leggerò di costui, che di solito si occupa di temi che mi attirano quanto un leone può essere attratto da un piatto di broccolini lessi fumanti.
Anni dopo, sempre a Natale, arrivò Le Nebbie di Avalon - un libro che ha avuto un'eco straordinaria ma che non mi ha mai convinto molto; però mi venne regalato da una persona molto cara con un bellissimo biglietto di auguri in scrittura gotica. La chiave di lettura, se non ho capito male, era contrapporre la versione tradizionale della storia, narrata dal punto di vista maschile, ad una versione al femminile e pagana dove le vicende venivano gestite da lontano da un gruppo di donne altamente magiche; in pratica una narrazione in chiave femminista della Tavola Rotonda, o così venne interpretata dalla critica. 
Devo ammettere che il senso dell'operazione mi è sempre sfuggito, un po' perché le storie della Tavola Rotonda ai miei pur sensibili occhi non sono mai apparse come maschiliste, ma soprattutto perché la confraternita segreta delle donne magiche perde sistematicamente una battaglia dopo l'altra. Visto che si tratta di una leggenda, e per giunta di una leggenda che è stata raccontata in molti modi diversi, non si poteva far vincere la parte "buona", delle donne pagane, contro quella cattiva e maschilista della Chiesa?
Del resto, anche sulla contrapposizione tra cristianesimo e culti pagani nelle storie di Re Artù mi sembra che ci sia ancora parecchio da indagare, e per giunta senza troppe speranze di venirne a capo. Tanto per cominciare non abbiamo le idee molto chiare su quando è nata la leggenda di re Artù, e forse nemmeno sulla cristianizzazione dell'Inghilterra, che quando venne invasa dai pagani angli e sassoni era cristiana. Il lavoro fu poi rifatto ai tempi di Gregorio Magno perché la zona inglese si era abbastanza dimenticata di essere stata cristiana, ma insomma tutto l'insieme non è proprio tra i più chiari - anche perché per quei secoli si va avanti parecchio a tastoni avendo poche fonti scritte, e per giunta anche quelle poche sono spesso piuttosto misteriose. 
A dire il vero tutto l'impianto della leggenda sembra molto, molto intrecciato tra elementi cristiani, elementi pagani e soprattutto tantissimi elementi altamente efficaci sul piano narrativo, e le teorie che raccontano dell'arrivo di una Chiesa oscurantista che stravolge tutto dando una verniciata cristiana a leggende pagane non mi convince molto - o quanto meno, va pur ammesso che si tratta di una verniciatura dove l'intonacatura era stata preparata con molta, molta cura e che risulta piuttosto impermeabile alle macchie di umidità.

Cos'ha in comune Artù con il Natale?
Parecchie cose. Corre voce che appunto a Natale sia nato; inoltre proprio il giorno di Natale apparve, davanti a una qualche importante chiesa di Londra, una roccia con dentro una spada dove era scritto "Chi mi estrarrà sarà legittimo re d'Inghilterra".
Com'è noto in tanti provarono, nessuno ci riuscì ma qualche anno dopo un ragazzino al seguito come scudiero del fratello, il cavaliere Kay che era venuto a Londra per farsi onore in un torneo, giusto la mattina di Natale si accorse che aveva dimenticato la spada di suo fratello nella locanda, tornò indietro per riprenderla ma la locanda era chiusa perché tutti erano andati a guardare il torneo e allora, girando molto sconsolato per Londra, capitò proprio nella piazza dov'era la spada nella roccia e pensò che in fondo anche quella era una spada e la prese, autoproclamandosi così re d'Inghilterra senza saperlo e senza averne la benché minima intenzione.


Com'è noto, ci furono inizialmente un po' di difficoltà e i vari baroni increduli davanti a quel ragazzino - che poi risultò comunque essere il discendente diretto dell'ultimo re - insistettero per rimettere la spada nella roccia ed estrarla di nuovo, per poi scoprire che l'unico che riusciva ad estrarla era, ahimé, proprio il ragazzino. Dopo parecchi tentativi i baroni si rassegnarono e incoronarono Artù re d'Inghilterra.
Il meno che si possa dire di questa storia è che suona piuttosto strana, a partire dallo scudiero che si dimentica di prendere la spada del cavaliere che assiste.
Ma ancora più strano è un torneo a Natale: se già ascoltare un Messiah di due ore e mezzo in una chiesa, che almeno ci ha un tetto, è una vera prova di carattere, non so immaginare cosa sia starsene tutto il giorno su una gradinata a guardarsi un torneo all'aperto a fine Dicembre. Nel migliore dei casi, il giorno dopo corte e popolo l'avrebbero passata a letto a curarsi il principio di congelamento con tisane e ponci. 
In effetti i tornei li facevano in primavera o all'inizio dell'estate, a quanto ci risulta.
La spada nella roccia estratta a Natale c'entra forse qualcosa col fatto che Carlo Magno venne incoronato imperatore la mattina di Natale?
Vai a sapere, ma è una vita intera che mi domando quanto si sono influenzate e incrociate le leggende dedicate a questi due re (unici sovrani di tutto il medioevo ad avere cicli cavallereschi a loro dedicati) dei quali solo uno è sicuramente esistito ma ha fatto comunque cose diversissime da quelle che vengono narrate su di lui nella leggenda.

Ad ogni modo, dopo sì natalizio avvio, ci si aspetterebbe che alla corte di Artù tutti gli anni il Natale venisse festeggiato in modo sontuoso e desse inizio alle più strabilianti avventure; ma al contrario non ricordo una sola storia della Tavola Rotonda legata al Natale. Non si pretende di vedere Lancillotto che appende le mele e le candeline mentre Galvano gli regge la scala, ma almeno qualche vago accenno ci potrebbe stare.
Invece no, le avventure cominciano sempre a Pasqua, il primo giorno di Primavera o addirittura a Pentecoste.

Comunque io leggo queste storie soprattutto nel periodo di Natale, e sempre con grande soddisfazione, anche e soprattutto perché sono un vero concentrato di tutto quel che mi piace in una lettura: le leggende, prima di tutto, e particolarmente a sfondo magico; poi anche le storie legate al destino e alla predestinazione. Inoltre prediligo in altissimo grado le storie d'amore, e in modo particolare quelle che vanno a finire bene e mi piace molto anche lo scenario medievale delle storie d'avventura, con tutte le descrizioni di armi magiche, armature magiche, castelli magici, fontane e boschi magici eccetera eccetera.
Naturalmente tutto questo mi piace in ogni stagione dell'anno. Resta il fatto che le storie arturiane mi scivolano tra le mani soprattutto nel periodo natalizio, magari con libri che stavano ad aspettare buoni buoni nel loro cantuccio da mesi se non da anni.

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martedì 14 dicembre 2021

Diario di Natale - 12 - I film di Natale


Come ho già scritto da qualche parte di questo demenziale diario, ci sono i film che escono per Natale e i film su Natale.
I primi sono di solito grossi kolossal costati cifre abominevoli ai loro produttori, pubblicizzati con mesi di anticipo e fatti uscire sotto le feste, quando il mondo intero decide di andare al cinema - film che costano infiniti infarti ai produttori e contengono enormi quote di rischio, perché se non piacciono alla follia rischiano di far fallire intere case di produzione. Di solito sono estremamente godibili, fatti per piacere a tutti - il che contiene però in nuce l'enorme rischio di non piacere quasi a nessuno - e vengono ricordati per generazioni.
I secondi sono una roba melensa e sentimentale e fanno cascare i denti (e spesso anche le palle, a chi ne ha) solo a leggere la trama. Un tempo erano rivolti soprattutto ai bambini, ma ormai da decenni c'è un filone di storie d'amore che risponde perfettamente alla descrizione scritta due righe fa, ma hanno anche la pretesa di avere sprazzi comici. Si racconta che a volte in effetti questa pretesa sia fondata, ma non saprei dire se è vero o meno perché mi sono sempre ben guardata dal vederne uno, per quanto ami molto sia il Natale che le storie d'amore.
Mi sono sempre ben guardata dal vederne uno, scrivevo, ma non è del tutto esatto perché alla fine uno l'ho visto e non me ne sono troppo pentita - vabbé, diciamola tutta: in effetti mi è anche piaciuto. Sto perfino meditando di rivederlo quest'anno.
Uscito nel 2003, Love Actually - L'amore davvero è una specie di quintessenza del film d'amore di Natale: rigorosamente ambientato a Natale (inizia cinque settimane prima, ovvero in un periodo che è a un passo dall'albero di Natale e dalle renne) il film contiene 10 storie 10, nove delle quali d'amore, e pure un po' di sottotrame. Non solo, inizia con la memorabile sessione di registrazione di un brano per Natale che in realtà è una quasi-cover: si tratta infatti nientemeno che di un rifacimento in chiave natalizia del celebre brano dei Wet Wet Wet Love is all around
colonna sonora del famoso Quattro matrimoni e un funerale (1995) nonché a sua volta cover di un brano inciso da The Troggs nel 1967.
La session di registrazione è memorabile perché il cantante, vagamente schifato di quel che sta facendo, si ritrova a cantare il testo rimaneggiato in chiave natalizia e sbaglia continuamente perché, come tutti, nelle orecchie ha la versione precedente:
Il film parte così, per poi avviare le varie storie, non tutte originali, non tutte liete, ma tutte con un tocco molto particolare. Del resto, è un film inglese e gli inglesi hanno una capacità davvero notevole nel fermare la colata di zucchero un attimo prima che travolga ogni barlume di decenza.
E, a proposito di decenza: la canzone in realtà ottiene un grande successo anche perché il testo, molto zuccherino, viene poi presentato in televisione in una versione... vogliamo dire garbatamente allusiva?
Anche se, ripensandoci, forse questo è solo il video originale e non la scena del film dove la canzone viene effettivamente cantata.
Comunque sia il personaggio del cantante disilluso e rovinato da una serie di trascorsi con la droga in cerca di un rilancio (che puntualmente ottiene) con una canzone di Natale riadattata è la spezia magica che tiene insieme tutto il film e gli evita l'eccesso di zucchero; le nove storie nove invece seguono quasi tutte le regole del filone e quaglieranno rigorosamente nella notte di Natale.
Sono storie ben assortite: c'è il giovane premier che il giorno del suo insediamento a Downing Street viene preso in pieno da un colpo di fulmine, la coppia perfetta che si sfascia improvvisamente ma lui, innocente come una colomba, troverà ben presto una nuova felicità, la coppia perfetta con l'innamorato in incognito al seguito, il vedovo inconsolabile che si consolerà aiutando anche il suo giovanissimo figlio ad avviare il suo primo legame, la coppia sfiorata dalla nera ala del tradimento (ma lei saprà perdonare), la coppia che si conosce lavorando sui set di fil porno (no, non come tecnici delle luci)... ecco, sì, non tutte le storie sono perfettamente ortodosse, forse, e qua e là emergono alcune decine di tocchi di stravaganza che tengono molto bene l'insieme.
E c'è anche la famosissima scena della dichiarazione mediante cartelli
che io, nella mia suprema e assoluta ignoranza cinematografica, ho conosciuto solo dalla pubblicità di una qualche compagnia telefonica che la evocava senza alcun pudore.
C'è anche un grande cast di attori, naturalmente. Personalmente conosco solo Alan Rickman, Hugh Grant, Colin Firth e Emma Thompson, anche perché sono quelli che hanno recitato in Ragione e sentimento (e, alcuni, anche nei film di Harry Potter) oltre a Martin Freeman, ma sospetto che ci sia diversa altra gente piuttosto famosa.
Bene, dovendo (dovendo? E quando mai qualcuno mi ci ha obbligato?) dedicare un post di questo Blogmas al cinema, questo è l'unico film a sfondo natalizio che non consiglierei solo al mio peggior nemico ma anche a qualche amico - o meglio, solo a loro perché nemici non credo di averne. Oltre, naturalmente, alla Carica dei 101 che comunque, anche se si svolge in gran parte nei giorni appena precedenti a Natale, di Natale non parla molto, e forse anche per questo è un film eccellente.

Esiste poi un filone italiano del film di Natale - no, non sto parlando dei cinepanettoni, opere meritorie anche se forse non sempre di gusto finissimo - ma del classico film di Natale dove famiglie e amici si accoltellano, non sempre e non solo in senso metaforico.
Personalmente non li gradisco, ma nel 1990 uscì 
un film (tratto da un lavoro teatrale di Benvenuti di grande e meritato successo) che accomuna i due generi e in più offre una ricostruzione antropologicamente mirabile dei pranzi di Natale in famiglia in area fiorentina. Il trailer mi convinse ad andare in sala (a quei tempi, pensate, si andava al cinema senza limitazioni di posti né prenotazioni. Addirittura a volte c'era chi i film se li guardava in piedi perché non trovava posto) e non me ne pentii, anche perché mi permise di prendere atto che i pranzi di Natale della mia famiglia si inserivano nel ramo di una illustre tradizione artistica e culturale, piazzate e litigi inclusi, anzi soprattutto quelli.
Di questo mirabile capolavoro, dove tutta la scuola dei comici e caratteristi toscani di quegli anni offre mirabile prova di sé, pellicola più agra che dolce, con una vena di humor nero che serpeggia al suo interno ma che tutto sommato si può definire a lieto fine, si possono trovare ampie tracce su YouTube:
ma il singolo pezzetto non gli rende giustizia perché tutto è troppo ben intrecciato per poterlo dividere a clip - e anzi sotto questo aspetto rappresenta l'antitesi di Love, actually; conviene dunque cercarlo in qualche biblioteca o chiederlo a un amico cinefilo e guardarlo tutto intero, approfittandone per riflettere su come sono strani gli usi e costumi delle tribù umane, e tenendo conto che è un film che dice molto sui pranzi in famiglia ma, pur svolgendosi a Natale, non aiuta molto a entrare nello Spirito di Natale, qualunque cosa sia:
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lunedì 13 dicembre 2021

Diario di Natale - 11 - Do They Know It's Christmas Time? ovvero il Senso di Colpa del Natale


It's Christmas time, there's no need to be afraid...

Mentre attraversano il Sobborgo Agonia e guardano gli smunti bambini che lo popolano, Qui Quo e Qua si sentono tre grassi porcellini, con garbata citazione di uno dei più popolari cartoni della Disney all'epoca. Questa scomoda sensazione li spinge a cercare di fare qualcosa per rimediare.
La stessa sensazione colpì con forza gli spettatori della BBC quando, nel Novembre 1984, guardarono uno straziante documentario sulla carestia allora in corso in Etiopia. Tra gli spettatori c'erano anche Bob Geldof e Midge Ure, leader rispettivamente dei Boomtown Rats e degli Ultravox. I due convennero che andava fatto qualcosa e siccome erano musicisti scrissero una canzone per devolvere l'incasso a favore degli etiopi affamati. Poi Bob Geldof chiamò un po' di colleghi e il 25 Novembre registrarono la canzone.
Stando al racconto che ne fa Bob Geldof nella sua autobiografia, il disco uscì praticamente aggratis, compreso l'imballaggio dove molti operai fecero degli straordinari non retribuiti - insomma, fu un pacco dono molto riuscito ed ebbe un grande successo.
Questa è la copertina (regalata dall'autore, naturalmente):
Rappresenta perfettamente lo spirito della canzone: sullo sfondo, la paccottiglia del Classico Natale Vittoriano (tutti quelli che lavorarono al progetto erano inglesi), in primo piano due bambini molto denutriti e malmessi che sbocconcellano la loro magra porzione. Il pasciuto Occidente apriva una finestra sul resto del mondo e rabbrividiva, travolto da un irragionevole ma forte senso di colpa. Né Bob Geldof né Midge Ure né alcuno dei musicisti, tecnici, operai e disegnatori che lavoravano al progetto Band Aid avevano l'ombra di una responsabilità diretta della carestia in Etiopia, e tuttavia restava il fatto che anche il più sfigato di loro era messo infinitamente meglio dei due bambini sulla copertina del disco.
Il testo della canzone ricama appunto su questo tema: è Natale, siamo tutti sereni, pieni di pace e di amore per il mondo; e poi ci sono loro, quelli che vivono in un mondo dove niente cresce, l'acqua non scorre e i rintocchi delle campane sono a morto; bene, stanotte ringrazia dio che è toccato a loro e non a te:

Well tonight thank God it's them instead of you

canta Bono Vox nel verso centrale (e sulla nota più alta).

Questo è il celebrissimo video, dove una lunga serie di cantanti e strumentisti assonnati e vestiti con gli abiti di tutti i giorni, all'epoca tutti ai primi posti nelle classifiche del mondo che non conosceva carestie*, cantarono e suonarono con grande impegno e dedizione alla causa. L'ho sempre amato molto perché per me erano tutti volti conosciutissimi e molto cari, quasi tutti miei coetanei, e le loro voci erano la mia colonna sonora di tutti i giorni. Vederli tutti insieme, ognuno con la sua coppia di versi che cantava a modo suo mi piacque moltissimo. Al di là della nobile causa, era un esperimento musicale davvero affascinante:
Anche il testo mi è sempre piaciuto molto, proprio per questo descrivere l'angoscia del povero cittadino occidentale che nel profondo del suo cuore ringrazia assai Dio perché è toccato a loro e non a lui - ma che soprattutto non riesce assolutamente a capire perché debba comunque toccare a qualcuno e vorrebbe tanto fare qualcosa per evitarlo.

Il seguito della storia è meno entusiasmante: Bob Geldof raccolse effettivamente una quantità immane di soldi, prima col disco e poi col concerto, e anche da altri paesi i musicisti si mossero per raccogliere soldi, conseguendo lusinghieri risultati. Raccogliere soldi non è mai stato il problema: la vera difficoltà è farli arrivare nelle tasche giuste, o anche semplicemente farli arrivare;  anche in quel caso fu complicato e non tutti i soldi arrivarono dove dovevano. A distanza di quasi quarant'anni, nel Corno d'Africa continuano a fare la fame e la guerra come principali attività né si vedono concrete speranze di una svolta positiva a breve termine.
D'altra parte a volte è difficile anche aiutare i gatti randagi sotto casa, figurarsi chi sta all'altro capo del pianeta, ma questo non è un buon motivo per non provarci.

* mi sembra si chiamasse la British Invasion. Ad ogni modo in quegli anni i musicisti inglesi avevano invaso il mondo come cavallette. Io li amavo praticamente tutti, incondizionatamente.
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