Il mio blog preferito

venerdì 14 maggio 2021

Il Romanzo della Rosa - Guillaume de Lorris e Jean de Meun


Quel che oggi vado a presentare per il Venerdì del libro di Homemademamma è un classico dei classici, famosissimo e discussissimo per ogni dove, un vero best seller, di quelli che solo una persona afflitta dalla più totale ignoranza poteva affermare di non conoscere nemmeno per sentito dire.
Oggi invece è abbastanza sconosciuto e solo qualche addetto ai lavori può vantarsi di conoscerlo a fondo. Ai tempi d'oro in cui facevo l'università non era ancora stato tradotto in italiano, ma oggi vanta diverse edizioni (la prima del 1983), e nei Millenni di Einaudi, di cui riporto qui la copertina, c'è perfino la versione con testo a fronte. Io, più modestamente, mi sono accontentata dell'edizione economica dei tascabili Feltrinelli, che ha il gran vantaggio di costare tredici euro ed è in prosa.
Siccome in cuor mio mi sento ancora una studiosa del medioevo ci ho investito una fettina del mio bonus docenti e me lo sono letto con gran dedizione, col sistema classico del "una parola dopo l'altra, e vediamo quel che mi racconta". Di fatto, l'ho trovato una lettura molto gradevole e me lo sono spolpato in una decina di giorni - ma in un anno un po' più tranquillo probabilmente ci avrei messo meno. In più, leggendolo, c'è stato una specie di Bonus Da Compiacimento quando riconoscevo le citazioni da altri autori, che sono una vera legione (e io non le ho certo individuate tutte) che mi ha consentito di sentirmi molto colta & raffinata, che fa sempre piacere.

Andiamo per ordine. Il romanzo della rosa è un poema allegorico francese di 21.780 versi in rima con una storia un po' particolare, di due autori diversi: la prima parte fu scritta nel 1237 da Guillaume de Lorris, che poi morì e di cui si sa veramente poco. Tra le molte cose che non si sanno di lui, c'è il motivo per cui il romanzo si è interrotto: si era stancato, trovò di meglio da fare o la morte lo sorprese nel bel mezzo (ma chissà se lui pensava di essere a mezzo, o se credeva di averlo solo avviato o se era convinto di essere già a buon punto. In realtà quel che lui scrisse è circa un quinto dell'opera completa)? Chissà. 
Abbastanza sconosciuto ai più, il romanzo rimase nel suo manoscritto a dormire tranquillo per 40 anni, fin quando arrivò Jean de Meung nel 1275 che lo continuò fino a completarlo - ma naturalmente lo continuò e completò a modo suo, e la differenza nel tono è molto evidente. Qualcosa del genere è successa con l'Orlando italiano: Boiardo lo avviò in un modo, Ariosto lo completò in tutt'altro e oggi sono considerati due poemi separati.

Il poema allegorico è un genere letterario che nel medioevo andava abbastanza di moda: si raccontava una storia più o meno lineare che ne sottintendeva altre, e i protagonisti rappresentavano, o più semplicemente erano entità: il Bene, il Male, l'Amore, la Morte, le Virtù, i Peccati e via dicendo. Erano scritti in latino e in volgare, e anche la letteratura italiana ne conta uno di una certa fama, chiamato Commedia perché comincia male e finisce bene, e in seguito al titolo è stato aggiunto l'aggettivo Divina perché il soggetto è di tema abbastanza elevato (parla di Dio, appunto). Comunque il nostro è più corto, perché passa di poco i 14.000 versi - ma in compenso è molto più denso e non lo puoi leggere a botte di due o tremila versi come a volte ho fatto io col Romanzo della rosa.
Prima di proseguire con la trama vorrei fare una piccola precisazione: l'ho definito una lettura gradevole ma qui, davvero, è questione di gusti. A me vanno benissimo le storie che si snodano lentamente e dove i protagonisti stanno a lungo a dissertare sui massimi sistemi, ma se cercate una vicenda ricca di azione, con dialoghi scattanti, numerosi colpi di scena e personaggi sviluppati a tutto tondo e ricchi di luci e ombre, ecco, è meglio se cercate altrove: questa è la tipica storia dove non succede quasi niente ma in compenso tutti parlano tantissimo ma sempre a monologhi e i personaggi si sentirebbero disonorati se anche solo per salutarsi impiegassero meno di trecento versi.
Dicevo, la trama: il protagonista, che è il poeta (il primo, Guillame de Lorris, che resterà protagonista e narratore, continuando  a parlare in prima persona anche quando l'autore cambierà) dorme e fa un sogno. 
Nel sogno si alza, nella prima luce del mattino, si veste ed esce fuori a passeggio in una bella alba di Maggio. Ha vent'anni, età in cui Amore reclama il suo diritto dai giovani. E cammina in un bel praticello, attraversa un bel ruscello e vede un bel muro dipinto ma che sembra invalicabile. Trova però l'entrata, la varca e subito incontra una bella fanciulla, a nome Oziosa, che lo accoglie e lo porta in uno splendido prato dove bei giovani intrecciano liete danze. Girando per il giardino trova anche un roseto, dove un bocciolo lo colpisce in modo particolare.
E dunque mentre guarda la rosa e tutta la rimira arriva Amore, che lo colpisce con ben cinque frecce, e lo istruisce su come deve comportarsi un bravo servitore di Amore.
Innamorarsi di una rosa in boccio può sembrare insolito, ma nemmeno tanto: l'importante è la rosa, cantava uno stimato musicista quando ero bambina in una canzone dal fine doppio senso scritto niente meno che da Gilbert Becaud:


E forse non è nemmeno giusto parlare di doppio senso, perché il senso è uno solo, ma piuttosto complesso.
Dunque il nostro protagonista, in una bella mattina di Maggio, si innamora di una rosa, e a quella punterà per tutto il romanzo. La questione è seria, soprattutto quando entra in scena Jean de Meung, che trasforma senza pietà un dolce trattato d'amore in una gran discussione sui massimi sistemi.
Finché regna Guillaume si naviga in acque tranquille: il protagonista naturalmente incontra i suoi bravi ostacoli - quale amante non ne incontra, nel suo servizio al più capriccioso degli dei? - ma si dà per scontato che comunque tutto finirà bene, come sempre succede nei romanzi d'amore. Ma poi Guillaume muore e quello che Jean de Meung decide di scrivere è un ciclopico trattato sulla società e le sue storture: il servizio d'amore tutto sommato è una assurdità, l'amore deve essere libero, al servizio della Natura (che punta soprattutto alla riproduzione della specie) e dunque bando alla gelosia, alle restrizioni, ai sospetti e ognuno faccia quel che vuole in libertà, ché tutto il resto - i divieti, il matrimonio, la castità, la sottomissione femminile, le interferenze della religione - sono stupidaggini che non andrebbero tenute in alcun conto. E tutto ciò è magari molto sensato, magari posso anche approvarlo in linea generale, ma va pur riconosciuto che la bella storia d'Amore è andata irrimediabilmente a farsi friggere, tra Vecchie che esortano le giovani a darsi al bel tempo arraffando tutto quel che possono (non tanto cogliendo tutte le occasioni d'amore che si presentano loro, ma proprio spolpando i loro amanti di ogni singolo spicciolo) guardiani perbenisti che tormentano il protagonista impedendogli di avvicinare la sua amata rosa e continui inviti a diffidare dell'amore esclusivo nonché lunghe dissertazioni sulle ingiustizie legate alla società, all'invenzione della proprietà privata, alle diseguaglianze sociali e alla Fortuna mutevole e cieca che come una ruota sale e scende senza sosta tormentando gli uomini nei modi più svariati.
Interviene Amore, in difesa del suo vassallo, interviene perfino Venere, assistiamo a una battaglia in piena regola (dove i servi d'Amore sono, per quanto ben armati e prodi, sconfitti uno per uno implacabilmente da altrettanti guerrieri perbenisti) fin quando entra in scena la Natura - con il monologo più lungo di tutti dove non meno di seicento versi sono dedicati all'ardua questione del libero arbitrio e della predestinazione - e mediante un tradimento abilmente organizzato le truppe di Amore sbaragliano le difese del Castello dove la povera rosa è custodita. 
Il poeta quindi può cogliere la sua rosa, in una rapida scena dove, di nuovo, davvero non è il caso di parlare di doppio senso perché il senso è uno solo e inequivocabile. Ma il lettore, o almeno la lettrice, in cuor suo si domanda se la rosa ha una sua volontà propria o sta solo lì aspettando che qualcuno la colga, perché se la vediamo consentire aprendosi alle carezze dell'amante questo consenso sembra, diciamo, piuttosto generalista. Ma del resto molte e molte migliaia di versi ci hanno dimostrato ampiamente che Jean de Meung è un poeta interessato alle tematiche sociali, alle questioni economiche (in un modo che probabilmente Marx avrebbe trovato davvero interessante, se mai gli fosse capitato in sorte di accostarsi al mirabile testo ai suoi tempi decisamente sconosciuto) e anche ai temi dell'alta teologia, ma dell'Amore inteso in senso medievale gli importa davvero il giusto.

La lettura è affascinante, sia per la forma e il contesto sia per il contenuto: capita spesso di leggere testi di sociologia, ma leggerli in versi e su uno sfondo così fiorito è tutt'altra cosa, e la limpidezza delle argomentazioni di Jean de Meung, che ci offre un collage personalissimo di autori antichi e moderni (per i suoi tempi) accostati in modo così fresco e originale è davvero piacevole: l'intreccio di Livio, Boezio, Cicerone, Seneca, Ovidio, Alano di Lilla (che prima della lettura era per me un perfetto sconosciuto), fablieux, leggende arturiane, Roman de Renart e chissà quanta altra roba che mi sono persa perché ben presto ho smesso di controllare le note, visto che la lettura mi interessava molto di più della caccia alle fonti, finisce per comporre un quadro insolito e particolarissimo, che a più di 700 anni di distanza ha un suono molto attuale. Diciamo che mi sono ritrovata a riflettere su parecchie questioni, soprattutto economiche - che non era esattamente quel che mi aspettavo da quello che avevo sempre sentito descrivere come un trattato sull'amore, ma d'altra parte mai fidarsi troppo di come gli altri ti presentano un libro, senza contare che amore ed economia sono da sempre collegati molto strettamente, come non mancano mai di ricordarci i romanzieri inglesi.

Con questo post partecipo, come già detto, al Venerdì del Libro di Homemademamma da cui manco davvero da troppo tempo, e come sempre auguro felici letture, e soprattutto tempo libero per farne, a chiunque passi per di qua e in particolare a noi poveri insegnanti che in questo momento siamo particolarmente vessati dalla ria sorte e da infiniti impegni, avvicinandosi ormai la fine di un anno scolastico davvero complesso.

domenica 9 maggio 2021

Biancaneve, o il Bacio che non c'è (a meno che qualcuno non lo aggiunga, certo)

 

Non vi dico la fatica a trovare una immagine decente di Biancaneve che non sia di Disney.
Questa, per la cronaca, è di Franz Jüttner

Recentemente è stata montata una strana polemica contro tanto universalmente deprecato (non da me) politically correct in merito a taluna che si dice avrebbe sostenuto che il bacio che risveglia Biancaneve dalla morte non può essere considerato Vero Amore ma assurgerebbe al grado di imposizione essendo stato dato senza il previo consenso della fanciulla che lo riceve.
Da quanto ho capito cotal polemica è stata montata ad arte dalla Disney che ha finalmente riaperto Disneyland a Parigi dopo un anno e mezzo di interruzione causa Covid, e che desiderava dare un po' di risalto all'evento. Gli italici giornali ci si sono precipitati a pesce e da qualche giorno è un gran fiorire di polemiche (e di meme) contro il pollitically correct che impedisce ogni libera espressione dell'animo umano e di gente di ogni razza e qualità che difende a spada tratta il principe, ma anche commenti assai più sensati come quello di Viaggi Ermeneutici di cui questo post nasce come commento.
Tutto ciò mi ha colpito e indotto a molte riflessioni, alcune delle quali ho provato a esporre su un social. Mi hanno mangiato per pane, signorilmente ho deciso di non ribattere e dunque dette riflessioni le passo sul mio blog, dove i commenti non sono mai stati in numero così rilevante da rischiare di farmi perdere il sonno e la pace quand'anche si rivelassero assai critici (ma qualora fossero anche molto critici me li terrò così come sono).

Punto primo: il bacio nell'originale dei fratelli Grimm non c'è, se l'è inventato la Disney. La quale Disney ha anche avuto cura di innescare una polemica da cui esce vincitrice: il bacio infatti viene dato dal Principe, ma il principe non è un perfetto sconosciuto, in quanto Biancaneve nel cartone animato l'ha già incontrato dal vivo e ci ha flirtato quanto basta da fargli ragionevolmente presupporre che un bacio sarebbe stato ben accolto.
Esattamente la stessa cosa succede nel film della Bella Addormentata (dove il bacio che risveglia la principessa viene esplicitamente ordinato dalle fate Flora, Fauna e Serena, ma comunque tra i due c'è già stato un incontro ricco di apprezzamento da entrambe le parti). In entrambi i casi dunque l'accusa è destinata a cadere, e la Disney molto accortamente ha fatto mettere sotto accusa una persona in grado di difendersi validamente.
Punto secondo: il bacio andrebbe dunque considerato come una cura. In particolari casi di emergenza le cure si somministrano anche senza consenso, se chi viene curato non è in condizione di dare alcun assenso. In questo caso particolare, addirittura, tale cura è l'unico modo per ottenere un consenso futuro: il sonno della principessa Aurora non può spezzarsi altro che per un bacio, e quanto alla povera Biancaneve è addirittura morta (all'apparenza - diciamo che è in animazione sospesa, o qualcosa del genere) e quindi il consenso non lo può proprio dare perché i morti usualmente non possono consentire ad alcunché.
Inutile quindi preoccuparsi di difendere il principe perché l'accusa è destinata a cadere in qualsiasi tribunale.

Tuttavia, come dicevo, nella fiaba raccolta dai fratelli Grimm il bacio non c'è: i nani han messo Biancaneve (con molto garbo e delicatezza, par di capire) in una teca di cristallo. Molti anni dopo la sua morte, un principe passa di lì per caso, i nani gli raccontano la triste storia e il principe rimane così addolorato e così ammirato dalla bellezza della fanciulla che i nani, dopo aver rifiutato sdegnosamente di vendergli la teca con la fanciulla, finiscono per regalargliela. 
I portatori del principe però hanno meno garbo dei nani nel trasportare la teca e durante uno scossone il pezzo di mela, della cui esistenza i nani non erano venuti a conoscenza, cade dalla bocca di Biancaneve che immediatamente ritorna in vita. In una versione successiva, invece, un servo assai stufo di dover badare alla teca le dà un calcio che ottiene lo stesso risultato. In entrambi i casi comunque il principe si comporta da vero gentiluomo, offre subito il suo cuore e una legittima unione e viene accettato assai prontamente, e così tutto finisce bene (salvo per la matrigna che viene messa a ballare con scarpe arroventate finché muore - ma insomma, tocca dire che se l'è cercata).
Dunque il bacio, come ho scritto già sopra, ce l'ha messo la Disney per rendere più romantico il finale. I fatti le hanno dato ragione perché la "vera" storia di Biancaneve ormai la conosciamo in pochi appassionati dei libri di fiabe, mentre il film a cartoni animati lo conoscono anche gli ornitorinchi dell'Australia orientale - che com'è noto vanno pochissimo al cinema.

E tuttavia l'argomento non si esaurisce qui, e secondo me chi ha lanciato la polemica ha la sua parte di ragioni.
Principesse svegliate con un bacio: le conosciamo?
Ebbene sì, ce ne sono diverse. Si tratta di principesse incantate, che dormono un sonno profondo molto simile alla morte nei loro castelli incantati - e qualche volta sono proprio morte. Abbiamo anche dei principi sotto incantesimo che dormono il sonno della morte - i principi però di solito li cerca la loro sposa, consumando scarpe di ferro a forza di camminare e bastoni di ferro per appoggiarsi nel lungo cammino, e il problema sta proprio nello svegliare il consorte, quando alla fine arrivano a destinazione (ma dopo i canonici tre tentativi ci riescono sempre).
I principi invece non sono già sposati. Abbiamo Orfeo che scende agli inferi per riprendersi la sposa, e quasi ci riesce, ma è un caso isolato per quel che ne so. Tolkien ha inventato la storia di Luthien, che riesce a convincere i Valar (anche lei con la forza del canto) a renderle il marito, e stavolta va a finire bene. D'altra parte, le mogli sembrano più capaci di forzare le leggi di natura dei mariti.

Ma torniamo ai principi. Numerosi principi han vagato in castelli incantatai fino ad arrivare in una sala dove la principessa dorme. In questi casi di solito la principessa addormentata non è la vicenda principale, ma solo una delle tante prove che il principe incontra.
Il principe la bacia, di solito non perché sa di doverlo fare, ma semplicemente perché gli va. E la principessa si risveglia.
La bacia? Sì, spesso si dice che la bacia. Funziona un po' come i somari che buttano monete d'oro dal naso quando starnutiscono. Esistono però versioni di queste fiabe dove l'asino non starnutiva, bensì adempiva ad altra funzione naturale.
Nello stesso modo esistono versioni dove il principe non si limita a baciare, e quando lascia la principessa per proseguire la trama principale della storia (una queste, di solito) ripromettendosi di ritornare dalla principessa quando avrà trovato quel che sta cercando per salvare padre, madre, sorella, regno o quant'altro - ecco che una nuova vita comincia a fiorire nel grembo della principessa (che non ha certo dato il suo consenso, per quel che se ne sa).
Ad un certo punto della storia (dopo il bacio, dopo il parto, in un momento fra questi due avvenimenti) la principessa si sveglia, e di solito lancia un bando per cercare il padre di suo figlio, oppure gli prepara una strada lastricata d'oro per quando tornerà. E alla fine della storia il principe torna sempre, e riceve ottima accoglienza.
Il consenso iniziale la principessa non l'ha dato, ma a quanto pare non conta.
Le fiabe dunque sono sessiste?
Non saprei. Personalmente credo di no. Si tratta comunque di un mondo alternativo dove la logica degli avvenimenti funziona secondo trame che ricordano molto la mitologia. Qui abbiamo un rito di nascita, o rinascita. 
Il campo dà il suo consenso alla semina?
Il campo è contento di essere seminato?
Non lo so, andrebbe chiesto al campo - anche se, nel momento in cui si fa una domanda al campo e il campo ti risponde, forse ci sono molti e validi motivi per preoccuparsi per la propria salute mentale.
Oppure è una storia di morte e resurrezione? C'entra il passaggio agli inferi?
C'entra che in certi periodi sembrava perfettamente normale, quando vedevi una bella fanciulla addormentata, metterla incinta senza pensarci su?

Di nuovo, non lo so. Il mondo delle fiabe comunque è piuttosto particolare, e per quanto possa essere incantato non sembra niente affatto incantevole. Vogliamo parlare del diritto di famiglia nelle fiabe? Di come si comportano i re? Del rispetto delle sacre leggi dell'ospitalità? Dei processi e delle inchieste? Dei rapporti tra fratelli? Delle garanzie dovute agli orfani? Delle tutele per gli animali? Del prezzo incredibile delle rose colte nei cespugli dei giardini incantati?
Chi prende una fiaba per passarla ai tempi moderni lo fa a suo rischio e pericolo, e conviene che faccia molta attenzione. La Disney, sotto questo aspetto, si è tutelata piuttosto bene ma anche lei ha dovuto pagare pegno alle usanze dei tempi in cui ha girato i vari film. Si tratta, in ogni caso, di materiale incandescente che affronta temi molto complessi, e che va molto al di là della normale vita quotidiana.
Poi, certo, ognuno può lanciarsi nelle polemiche più assurde e buon pro gli faccia. Ma a quel punto ci vorrebbe l'onestà di ammettere che si ha molto tempo da perdere e nessun modo migliore per impiegarlo, e lasciare in pace il politically correct che a me sembra una cosa molto rispettabile. 

domenica 2 maggio 2021

I cioccolatini dedicati a Mozart


Quando si fa l'Austria (che succede in Seconda, quando le classi sono ormai abbastanza sveglie e predisposte verso i doppi sensi) capita spesso di parlare di Salisburgo e di Mozart. A quel punto, quasi sempre, faccio un garbato accenno ai Mozartkugeln, squisitissimi cioccolatini che imperversano per tutta l'Austria ma che a Salisburgo sono davvero onnipresenti in tutte le loro infinite versioni e intasano le vetrine delle pasticcerie. E' un tocco gastronomico che non manca mai di essere apprezzato, ma l'apprezzamento tocca invero punte altissime quando spiego con grande nonchalance che la traduzione del nome è "palle di Mozart". A quel punto la classe trova la cosa molto divertente e si lancia in vari commenti, che io seguo con un finto cipiglio che non inganna nessuno, poi la spiegazione continua - di solito dopo che qualcuno ha raccontato che ha avuto il gran piacere di mangiarne e sono invero assai gustosi.
Stavolta eravamo alla sesta ora, quando le barriere inibitorie sono andate a farsi friggere da un bel po', e la Seconda Non Più Tanto Asserpentata ha gradito particolarmente l'intermezzo - o per meglio dire c'è voluto del bello e del buono per riportarla ad un pur minimale grado di interesse verso i monumenti e l'economia austriaca, visto che continuavano a ridere a più non posso.

Le lezioni della sesta ora, si sa, sono quello che sono. L'altra ora di Geografia della Seconda però è la mattina dopo, alla prima ora - e di solito la classe si presenta molto attenta & disponibile.
Per l'Austria si era offerta una graziosa fanciulla finora all'apparenza un po' smortina (e secondo me abbastanza sottovalutata dal Consiglio) ma che negli ultimi tempi ha avuto un buon risveglio.
Costei ha diligentemente elencato confini, forma istituzionale, capitale, moneta, entrata nell'Unione Europea, storia, ed è passata a parlare delle città. Prima Vienna, poi Linz, infine Salisburgo, città dov'è nato il grande compositore Mozart e dove la cosa è grandemente segnalata per ogni dove, tanto che anche le vetrine delle pasticcerie sono piene zeppe  (la classe drizza le orecchie e si pone in ascolto) dei cioccolatini dedicati a Mozart - e mentre pronuncia molto compiaciuta l'impeccabile frase una grande aureola dorata le spunta tutto intorno.
Davanti a frase sì ineccepibile, la classe ride anche più del giorno prima mentre io (che rido come tutti) proclamo "Bravissima! Mezzo punto in più!".
E in cuor mi sovviene la compagna di liceo che, ritrovandosi a raccontare la trama della Lisistrata di Aristofane, spiegò compunta e con la stessa aureola dorata intorno alla testa che i mariti delle donne ateniesi "sentivano profondamente la mancanza della compagnia delle loro spose" laddove in tanti si erano intorcigliati nelle più strane frasi per descrivere la situazione tradendo a ogni parola un vistosissimo imbarazzo. La mia compagna, però, era al quarto anno delle superiori, dove si dovrebbe ben avere imparato a far capire senza chiamare troppo le cose col loro nome, mentre a tredici anni la capacità nel develop solution non sempre è avanzatissima.



Per concludere, una nota dolciaria: i Mozartkugeln originari sono artigianali, e tuttora fatti a mano dalla pasticceria salisburghese che li ha inventati ma che non ha mai brevettato la ricetta. In seguito altre ditte
 ne hanno fatta una produzione industriale. Caratteristica comune, naturalmente, è avere sull'involucro di stagnola un ritratto di Mozart - e come si può vedere dalla tabella a lato, i cioccolatini originali, del 1890, e le sue prime imitazioni hanno un profilino abbastanza stilizzato del grande compositore mentre le versioni più moderne riproducono ritratti a colori e sono anche quelle più facili da trovare in commercio e con le scatole più belle.  Comunque è un classico caso di recentiores non deteriores: vanno benissimo tutti, gli originali come le imitazioni.

mercoledì 28 aprile 2021

La nuova, innovativissima didattica DADA - 4 - Ed eccoci al corso di formazione

Ascoltando la formazione sulla didattica DADA

Passata la fase del "Cominceremo con la didattica DADA a Settembre 2020, anche se in forma un po' ridotta" abbiamo poi avuto, in ordine di successione "Cominceremo a Novembre" (con i lavori in corso e l'acqua corrente nelle aule), "Il DADA partirà dopo le vacanze di Natale", "Il DADA partirà in primavera" per poi giungere a "Il progetto DADA inizierà a Settembre 2021". 
Nel frattempo ha smesso di piovere in classe, le muffe sono state rimbiancate e sono arrivate enormi quantità di coloratissimi armadietti e di cassettiere basse su rotelle, la disposizione delle aule è cambiata almeno tre volte (sulla carta); si è anche parlato di colori e scritte (nelle aule) ma i numeri del Covid, pur se tra alti e bassi, non sembrano promettere a tempi brevi vistosi miglioramenti. Non sappiamo quindi se effettivamente a metà Settembre partirà alcunché.
Ad ogni modo è partita la formazione per la didattica DADA e ben tre incontri-DADA ci sono piovuti addosso, con scarso entusiasmo da parte nostra.

Non so se in circostanze normali (ovvero in presenza) cotali incontri darebbero stati accolti con maggiore entusiasmo: la presenza porta in sé una sorta di magnetismo, e in certe circostanze stimola anche le virtù della pazienza e della sopportazione rassegnata, senza contare che puoi consolarti chiacchierando con qualche collega o trovare conforto nello scambio di occhiate significative con chi senti in consonanza col tuo pensiero e i tuoi sentimenti, mentre per contro in questi incontri telematici le parole si rivelano più forti (o più vuote, a seconda dei casi), ma lasciano anche un maggiore senso di solitudine dopo.
Una cosa comunque mi sento di dare per sicura: al termine di questi tre incontri sulla didattica DADA ne so esattamente quanto prima, cioè niente - anche se esperte addette ai lavori me ne hanno parlato per complessive sei ore, accompagnandosi con slide ricche di effetti speciali, citazioni di illustri spiriti e profonde riflessioni - e soprattutto tante, tante e ancora tante parole-chiave.

Il primo incontro, tenuto da una coach e counselor* di scuola gestaltica** si intitolava "Il modello DADA: l'innovazione dell'"Eppur si muove" con cenni di DADAlogica". La coach si è rivelata una donna di notevole bellezza con una bella voce suadente, e ci tengo a precisare che io amo le belle voci suadenti. Non abbastanza, a quanto pare.
Le 90 slide che corredavano l'incontro erano piene di immagini gradevoli e colorate.Parlavano della fragilità che abbiamo scoperto in noi durante la pandemia, dell'importanza della creatività, del coraggio delle scelte, dell'importanza dell'ascolto e del dialogo ed erano decorate con immagini di pesciolini in boccia, di ombrelli colorati, di cieli azzurri e tante altre cose, di quelle che si trovano assai facilmente nelle pagine introspettive di Facebook (molte infatti le ho riconosciute); inoltre la relatrice ci ha fatto partecipi di un nuovissimo concetto didattico altamente innovativo: le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni, e insomma si ricorda più volentieri qualcosa che si è imparato con piacere. Queste sì che son scoperte.
Dopo l'esposizione di cotanta scoperta ho chiuso la telecamera e mi sono dedicata a pulire la cucina, a dare il cencio per terra e infine a scuotere via l'origano da un grosso mazzetto, ma le slide le ho viste quasi tutte perché restavo sempre intorno al computer - non sia mai che all'improvviso la coach e counselor non si mettesse finalmente a parlare di qualcosa.
Così non è stato, ma alla fine della lezione ci ha spiegato attraverso l'esempio che è importante dare ai ragazzi dei piccoli intervalli di pausa di tre minuti per permettergli di cambiare posizione e mettersi comodi, e ci ha dato appunto tre minuti per rilassarci. 
"Vedete com'è meglio essere rilassati?". Tutti ne abbiamo convenuto senza farci pregare. In sottofondo, la buonanima di Catalano ci ricordava che era meglio essere comodi in una situazione piacevole piuttosto che scomodi in una situazione sgradevole.
Alla fine l'abbiamo ringraziata molto e qualcuno si è spinto a dirle che quell'incontro ci aveva aperto nuove prospettive e rigenerato interiormente. Qualcuno, anzi, sembra che lo pensasse sul serio, perché poi l'ha ripetuto ai colleghi. Ma non alla media di St. Mary Mead, dove la mattina dopo, in Sala Insegnanti, il sarcasmo scorreva potente e in tanti facevano il conto di quante lavatrici avessero stirato (vincitrice la prof. Spini con quattro, ma secondo me mentiva).

Il secondo incontro si intitolava "Metodologie didattiche e competenze trasversali: soft skills e metodologie didattiche innovative". Evviva, finalmente si andava sul concreto! Dopotutto capita spesso che la prima puntata di un corso di formazione sia piuttosto vuota.
E infatti la relatrice si è presentata come una persona che da anni fa DADA e ci ha promesso di parlare nel dettaglio della questione nella sua concretezza.
Ha iniziato facendoci vedere un sacco di belle slide sulla scuola finlandese, con ampi spazi, grandi vetrate e alunni gioiosamente intenti ad un costruttivo lavoro di apprendimento: bei giardini, bellissimi campi sportivi, belle biblioteche...
Guardavo e pensavo agli spazi della scuola di St. Mary Mead. Poi la relatrice ci ha spiegato che uno dei principi essenziali della didattica DADA è il concetto di tempo che va oltrepassato e rielaborato. Si è dimenticata però di spiegarci come ciò possa avvenire in una scuola dove ogni insegnante fa diciotto ore in un tempo scuola di trenta, per tacere del fatto che quelle diciotto ore sono tutte incastrate tra loro.
Giratempo? Corridoi interdimensionali? Ristoranti al termine dell'universo?
A telecamera aperta, ho aperto un po' di finestre sullo schermo e mi sono messa a trascrivere voti sul registro elettronico, ripulire la casella della posta e preparare il materiale da mettere sulla Classroom per le prossime lezioni di storia. Nel frattempo la relatrice ci informava sull'importanza del dialogo, dell'ascolto e dell'interazione mentre io riflettevo su una slide piuttosto inquietante: un gruppo di ragazzi che si spostava lungo il corridoio cammellandosi dietro zaini, piumoni e cartelline.
"Uno dei problemi della Dada è che i ragazzi cambiano in fretta e ordinatamente di aula, ma quando arrivano scoprono spesso che hanno dimenticato qualcosa".
Beh, questo lo sa chiunque faccia lezione in un laboratorio o provi a portare la classe in Aula Magna, Biblioteca o quant'altro. Del resto, anch'io sono di quelli che non dimenticano le mani solo e soltanto perché le hanno attaccate ai polsi. Ma se poi a ogni ora pretendi di fargli fare il trasloco al gran completo, come dire...
"E infatti con la Dada è meglio fare le ore a coppie, così si riducono gli spostamenti".
E dunque il vantaggio della didattica Dada è che le classi si spostano, ma conviene farli spostare il meno possibile.
Non sono stata l'unica colpita dall'immagine dei ragazzi-cammelli, e infatti una delle colleghe addette all'organizzazione della didattica DADA ha scritto alla relatrice la sera stessa per chiedere il perché di tanto cammellamento.
La risposta è stata strana: è meglio se i ragazzi lasciano le cose a scuola, nelle singole classi. Sì, anche i libri. Tanto a casa possono studiare sulla versione digitale. E poi per la didattica DADA tutti comprano sempre tanti armadietti, ma gli armadietti non servono, servirebbero piuttosto gli attaccapanni.
Difficile non pensare agli innumerevoli armadietti per ragazzi che ingombrano da settimane i corridoi, ormai del tutto privi di attaccapanni.
"Gli attaccapanni non servono, di solito: i ragazzi portano le giacche in classe" mi spiega qualcuno.
Vero, ma al momento la classe non la cambiano a tutte l'ore.
Ma soprattutto: se l'idea di base della didattica DADA è permettere ai ragazzi di farsi una passeggiata piacevole nei corridoi ogni tanto (idea che mi trova in assoluta sintonia) quanto sarà piacevole questa passeggiata se si devono portar dietro armi e bagagli?

Alla terza lezione del corso abbiamo di nuovo la coach e counselor. Il titolo della lezione è "Principi generali, comunicazione efficace e ascolto attivo: l'incontro e l'accoglienza".
Rassegnata, monto l'asse da stiro e metto l'acqua nel ferro.
Per due ore sentiamo parlare dell'importanza del dialogo, dell'ascolto e dell'accoglienza. Una delle slide raffigura un arco, che non ricordo se rappresenta l'insegnante o il momento dell'incontro; la coach si premura di spiegarci l'arco dev'essere solido e ben basato - che è senz'altro un concetto valido, perché un arco che rischia di sbriciolartisi addosso è decisamente pericoloso.
Altre due ore della mia vita se ne vanno, mentre impilo ordinatamente lenzuola, asciugamani e strofinacci da cucina e le varie gatte perfezionano le operazioni di stiratura godendosi il tepore della biancheria scaldata dal ferro.
Nel frattempo, tra un arco e un paesaggio e una citazione colta, la coach ci spiega l'importanza del com-prendere (nel senso di prendere insieme) e della co-costruzione, ovvero la costruzione fatta con l'Altro.

Ci saranno ulteriori incontri, ma dubito che parlerò ancora di questo corso sul blog - a meno che, per un qualche miracolo, arrivi una qualche lezione con dentro un po' di didattica normale, ovvero che dia per scontato che l'insegnante sia almeno vagamente consapevole dell'opportunità di instaurare una relazione virtuosa con l'alunno - stante che di dialogo, ascolto, inclusione e simili le linee guida ministeriali ci parlano ormai da vent'anni, per quanto in termini un pelino più concreti e senza slide con gli ombrelli colorati e i pesciolini in boccia - insomma, che parli un po' di scuola.
Il che è teoricamente possibile, certo - ma in tutti noi alberga il fiero sospetto che la tanto decantata e innovativa didattica DADA si riassuma nel teorema Casini, ovvero una volta chiusa la porta della mia aula decorata e con i banchini componibili, mi par di capire che diano per scontato che faccia la solita lezione che faccio adesso". E dunque

After all is said and done / It was right for you to run


*giuro, si è presentata così. Sulla prima slide.
**pare che sia una scuola che si basa sulla percezione e l'esperienza. Quale scuola non lo fa, mi domando.

lunedì 19 aprile 2021

Lunedì Film - La bicicletta verde (film per le medie)


L'Arabia Saudita è un paese strano, per molti versi sconosciuto per noi comuni mortali occidentali. Sappiamo che esporta un sacco di petrolio, e che in quel modo si è arricchito assai. 
Tendiamo invece a dimenticare, o a non sapere, che è una monarchia assoluta, che prende volentieri i turisti occidentali ma rifiuta parecchie cose del nostro mondo (le sale cinematografiche, per esempio, chiuse 35 anni fa e cautamente riaperte, pochissime e in pochissimi posti ben scelti, solo poco tempo fa), che ha un sacco di immigrati per i lavori più umili ma che, come noi, ha cura di tenerli in uno strano stato di precarietà per cui è difficilissimo che siano in regola - e tante altre cosette, tua cui una legislazione sulle donne che al confronto l'Iran è un trionfo del femminismo.
Di recente ha fatto alcune caute aperture appunto verso le donne, per esempio dandogli il diritto di voto e di guida; tutte cose però che valgono fino a un certo punto perché per farle  ci vuole il permesso del wali, ovvero il tutore maschio appartenente alla famiglia che ogni donna deve avere, e senza la cui autorizzazione non può nemmeno uscire di prigione - come hanno scoperto con comprensibile stupore gli alunni della Terza Brillante quando gli ho assegnato appunto una ricerchina sulla condizione legislativa della donna in Arabia Saudita. E devo dire che su quest'ultimo punto mi sono sorpresa anch'io, tanto che sono perfino andata a controllare pensando "Ma chissà cos'hanno capito, questi qui". Ma sembra proprio che avessero capito benissimo, perché le conferme in rete abbondavano.

Nel 2012, grazie ad aiuti e finanziamenti internazionali vari, è nato il film La bicicletta verde - primo film girato in Arabia Saudita da una donna regista, Haifaa al-Mansour, quando ancora i cinema erano chiusi e gli arabi i film li noleggiavano per guardarseli a casa. Ed è un film con un certo tocco artigianale, girato tutto in interni o in esterni molto contenuti - un paio di strade, il tetto di un palazzo, un negozietto di quelli che vendono di tutto. Da allora la regista ha fatto altri film (all'estero, immagino, visti i soggetti) e solo nel 2019 ne ha scodellato un altro, La candidata ideale, ambientato in Arabia. Comprensibilmente, anche questo parla della condizione femminile in quel paese. E di che volete che parli, una donna che vive lì?

Da noi La bicicletta verde non è conosciutissimo al grosso pubblico, ma nelle scuole viene somministrato con una certa generosità, specie in occasioni tipo l'8 Marzo. Nonostante sia un po' statico e non vanti particolari effetti speciali, i ragazzi lo guardano con interesse, come si fa con un documentario ambientato su Marte. Cinquant'anni fa, devo dire, sarebbe suonato meno strano - ma questo i ragazzi non lo sanno e non sarò io a spiegarglielo. 
A un certo punto ho fermato la proiezione - Sapete perché non va bene che una ragazza così giovane vada in bicicletta? - ho chiesto - Attenzione, ci vuole un certo grado di perversione per arrivarci.
Han provato qualche ipotesi: perché si scopre le gambe, perché sembra troppo intraprendente... Poverelli, giustamente non ci arrivavano. Oggi è un altro mondo.
-No, per paura che si rovini la verginità - spiego.
Mi guardano perplessi.
-Avete presente, c'è l'imene, quella piccola membrana che si rompe al primo rapporto...
Sguardi sempre più perplessi - Sì ma...
Ci vuole davvero un certo grado di perversità per arrivarci: tutte le ragazze vanno in bicicletta, vergini o spulzellate che siano, tutti i ragazzi sono abituatissimi a vedere coetanee che vanno in bicicletta. Nessuno di loro, comprensibilmente, ha mai stabilito connessioni tra questo e un qualche rischio per l'imene. Ma io ho letto molto, ho una certa età e so che ancora all'inizio del secolo qualche dubbio in materia c'era, almeno in Italia.
Il film riprende. Ma quando arriva la scena che più mi aveva colpita quando l'avevo vista la prima volta - con  la protagonista che cade dalla bicicletta e la madre si precipita preoccupatissima, non, come qualsiasi madre sarebbe, per la paura che la figlioletta si sia rotta, ferita o anche solo sbucciata, ma appunto per il timore che abbia compromesso la sua verginità - non devo interrompere. Perché adesso lo strano passaggio risulta perfettamente chiaro.

La storia è molto semplice: c'è una ragazzina che vuole una bicicletta, e per comprarsela comincia a risparmiare e nel frattempo si fa insegnare da un amico come andarci. La madre non è affatto contenta. Il padre, a quanto si capisce, non è neppure informato della cosa. Del resto in casa non ci sta molto.
Non è una famiglia particolarmente arretrata, comunque: la madre insegna - anche se per andare alla scuola dipende da un autista uomo che porta lei e altre colleghe, e si fa cadere molto dall'alto per farlo. E il marito sarebbe molto disponibile a tenersi una sola moglie, ma disgraziatamente la madre non può più fare figli (dopo un parto molto rischioso è stata sterilizzata) e quindi non può dargli l'ambito figlio maschio che la famiglia pretende, così lui finirà per cedere e prendere una seconda sposa. 
Il singolo non può fare molto contro la società, specie in uno stato dove i limiti di libertà sono davvero ristretti. E non occorre spiegare che le feroci custodi dell'Ordine Stabilito (le insegnanti della scuola, per esempio) sono convinte di lavorare per il bene delle ragazze loro affidate: è evidente anche senza dirlo.
Non è colpa dei singoli, che sarebbero anche disponibili a cambiare le cose: l'amico della protagonista che le insegna ad andare in bici, il negoziante che la prende in simpatia e le tiene da parte la bicicletta verde (convinto che prima o poi lei riuscirà a trovare i soldi per comprarla), l'amica di famiglia che prova a convincere la madre a lavorare in ospedale, dove potrà stare senza velo (ma lei non si lascerà convincere).

Per procurarsi i soldi per la bicicletta, la protagonista affronta con mirabile determinazione una gara di lettura del Corano a scuola - ma al momento di ritirare il consistente premio in denaro fa la sciocchezza di dire che lo userà per comprarsi una bicicletta verde, e la direzione decide che il premio verrà invece devoluto ai profughi palestinesi.
Tuttavia la bicicletta  verde arriverà: sarà la madre a comprargliela, stufa di rispettare le regole, e il finale vede la bambina pedalare... ma sul tetto del palazzo.
Vabbé, è il pensiero che conta e si spera che la lasceranno pedalare anche per la strada.
Magari in futuro.

Il film dura novanta minuti. Anche se è un po' statico è molto scorrevole, e ai nostri occhi occidentali risulta talmente ricco di dettagli uno più sconcertante dell'altro che i novanta minuti passano in un lampo.
Ed è istruttivo, davvero molto istruttivo.

domenica 18 aprile 2021

Ogni giorno la vita ti sorprende (50 sfumature di arancio)


Per tutto Marzo abbiamo seguito la preoccupante evoluzione dei numeri del Covid in Toscana.
"Secondo me la prossima settimana ci chiudono" era il normale saluto la mattina, al posto dell'ormai desueto "Buongiorno".
E a dirlo non era (solo) la prof. Casini, celebre per le sue lugubri profezie, ma anche persone di tendenza assai ottimista. Perché, per quanto si possa essere ottimisti, via, facciamoci due conti...
Ogni Venerdì seguivamo con ansia le notizie. E ogni Venerdì ci scoprivamo graziati.
"Ancora arancioni" per noi delle medie vuol dire "ancora in presenza, Prime, Seconde e Terze".
"Crifosso è in zona rossa!" annunciava la prof. Casini con visibile soddisfazione (poi si scopriva che tanto zona rossa non era).
"Stanno per mettere zona rossa anche Hobbiton!" e lì ci cominciavamo sul serio a preoccupare, perché il comune di St. Mary Mead appunto con Hobbiton confina.
Ma ogni settimana finiva bene: perfino quando cominciarono a mettere province rosse anche in Toscana, sul nostro vessillo l'arancia splendeva gloriosa.
Lode a te, Arancia, portatrice di vitamina C e di buon succo rinfrescante!
Infine venne l'ultima settimana prima di Pasqua. Ormai era fatta!
Nessuno ci avrebbe chiuso, ovviamente. Chi mai sarebbe stato così sfigato da ritrovarsi a fare la Didattica a Distanza per tre pulciosissimi giorni, giusto prima delle vacanze di Pasqua?
Noi.
A sorpresa, Venerdì 26 Marzo scoprimmo di essere entrati in Zona Rossa. Tutti, anche le prime. Anche le elementari. 
TUTTI!
Ma scoprimmo anche un altro dettaglio, che fino a quel momento ci eravamo sforzati di rimuovere: i cosiddetti "alunni fragili" avevano diritto a frequentare, se le famiglie lo chiedevano. Noi coordinatori dovevamo individuarli.
Un rapido consulto mi permise di stabilire che l'Alunno Certificato non voleva venire, e che dei due alunni a vario titolo fragili, uno avrebbe preferito la morte civile al ritrovarsi da solo in classe e l'altra era di famiglia paurosa che la metteva spesso in quarantena cautelativa.
Con ciò la questione mi sembrava risolta.
Riaggiustai un po' la programmazione e mi feci i miei tre pulciosissimi giorni di Didattica a Distanza, tra un moccolo e l'altro.
E poi iniziarono le vacanze.
Ma i numeri della Toscana, con mia grande delusione, continuavano ad essere bruttarelli.
E poi, il Venerdì Santo giustamente detto anche Venerdì di Passione, arrivò la convocazione per una riunione che doveva decidere sulle modalità della Didattica Mista, ovvero...
"Io vengo, ma in classe mia non c'è nessuno che vuol venire in presenza".
"Oh no, in classe tua ce n'è un sacco" mi assicurò la VicePreside.
Mi collegai smoccolando vieppiù.
Scoprii così che durante le vacanze la scuola non aveva dormito, al contrario di me, ma anzi aveva deciso di prender pesci, optando per organizzare una "didattica in presenza a piccoli gruppi, a contorno degli alunni fragili, ché così si sentivano meno soli". Si poteva fare, dice. Così era stato chiesto a tutti gli alunni "ordinari" se erano disposti a venire a in presenza a far compagnia ai loro compagni fragili e, guarda un po', ad essere disponibili erano in parecchi.
Boh, perché no? Un po' in presenza e un po' in assenza. 
Evvabbé, facciamo anche questa.
Ma quando mi collegai scoprii che il vero motivo della riunione era decidere le modalità di invito degli alunni.
Che andavano invitati uno per uno in gran segreto per non far capire quali erano gli alunni fragili e...
Spensi la telecamera e il microfono e spiegai a gran voce alle gatte di casa che in tutto il mondo una scuola di rompicazzi come la nostra non s'era ancora vista. Che senso aveva invitare qualcuno in segreto ad entrare pubblicamente alla luce del sole in una scuola dove si sarebbe incontrato con alcuni dei suoi compagni? E dopo aver preso un pubblico pullmino gestito dal Comune, per di più.
"No, è perché alcuni genitori si sono lamentati, anzi dice che alcuni genitori si sono lamentati che così si fanno i gruppi-ghetto e..."
I genitori son bestie strane, e si sa. Potevamo ignorarle, potevamo dirgli apertamente che non scocciassero, grazie, che ne avevamo già fin sopra i capelli anche così, e volendo potevamo pure provare a blandirli con dolci parolette fino a convincerli della saviezza del nostro agire.  Ma in tutti i casi non c'era nessuna speranza né possibilità che i partecipanti a una pubblica lezione potessero restare segreti, almeno tra di loro.
Ad ogni modo venne stabilito un protocollo piuttosto astruso in cui i ragazzi andavano invitati uno per uno e gli andavano detti in gran segreto i giorni in cui avrebbero partecipato - perché, per evitare assembramenti, giustamente c'erano i Giorni delle Seconde e i Giorni delle Terze e molte classi avevano due gruppi che si sarebbero alternati. Le Prime no, le Prime tornavano tutte in presenza, come le elementari.
Tutto ciò mi inquietava assai perché, nonostante goda (del tutto immeritatamente) la fama di persona precisa, in casi del genere riesco solitamente a fare dei pasticci incredibili ed ero dunque  sicura che avrei invitato i gruppi sbagliati per il giorno sbagliato o li avrei mescolati, o entrambe le cose - perché c'erano un calendario segreto con i gruppi, e una lista dei gruppi, altrettanto segreta, ma mi sembrava impossibile per me riuscire a tenerli separati e ordinati  nel modo giusto.

Ad ogni modo il giorno dopo arrivò la circolare, che si limitava a dire che "i coordinatori dovevano avvisare gli alunni" senza specificare niente di assurdo; e così rimediai il tutto mettendo sulla Classroom un bellissimo comunicato pubblico con gli elenchi dei nomi dei due gruppi e le date. Controllai ben tre volte per essere sicura di avere messo tutto giusto, ma essendo una cosa piuttosto semplice non avevo sbagliato nulla, e pubblicai serenamente.
Risultò che la Segreteria aveva mandato la Circolare sbagliata (ma è possibile pure che un occasionale attacco di buon senso avesse alfine soccorso tutti quanti) - ma, sbagliata o no che fosse, la Circolare era il Documento Ufficiale da applicare e io l'avevo applicata.
Ci fu poi una seconda riunione per il Martedì dopo Pasqua, e partecipai anche a quella. Si trattava in quel caso di stabilire le compresenze per tenere a bada i piccoli gruppi mentre l'insegnante faceva lezione (e per certe classi non si trattava affatto di una precauzione inutile, ma dubitavo assai che la Terza Brillante avrebbe dato dei problemi di gestione).
Lavorai con cura per preparare le lezioni - un po' di spiegazione e qualche video accattivante sulla piattaforma, così lo guardavamo noi e lo guardavano a casa.
Sbarcai a scuola Giovedì per scoprire che non c'era il collegamento in rete. Ondata di panico, ma poi il collegamento arrivò e mi feci due ore proprio carine con la Terza Brillante che, essendo scesa dal cielo a miracol mostrare, funziona benissimo sia in presenza che a distanza che in didattica mista. 
Molto meno bene andò invece il giorno dopo con la Seconda: non tanto perché il gruppetto in presenza fosse invero un po' effervescente, ma soprattutto perché il computer quella mattina aveva deciso di aggiornarsi e non ne voleva sapere di fare altro, e allora era stato sostituito con un altro computer, che però si limitava ad accendersi e non dava alcun altro segno di vita. Dopo lunghe ricerche il collega della compresenza riuscì finalmente a mettere le mani su un computer che faceva regolarmente il suo lavoro e i ragazzi, sia a casa che a scuola, chiacchierarono variamente leggendomi i loro bei lavori sul Muro di Berlino e si presero un bel po' di voti alti. Una lezione simpatica, nel complesso, peccato che fosse durata mezz'ora a malapena*.
Il giorno dopo la Seconda era tutta a casa, ma la lezione durò ancora meno: il collegamento infatti funzionava più che bene ma il computer all'inizio non aveva audio e quando provai il vecchio rimedio della nonna "esci e poi rientra" scoprii che stavolta loro mi sentivano, ma io non sentivo loro. Fu così che improvvisai una lezioncina sul Patto di Varsavia dove, quando avevano qualcosa da chiedere, alzavano la mano e poi scrivevano la domanda nella chat
Un modo davvero entusiasmante di fare lezione, non c'è che dire**.

Venerdì rientrai a casa per scoprire che, contro ogni previsione, la Toscana era ritornata di un bel colore arancio. Oh gioia, gaudio e tripudio! Champagne per tutti!
...e poi Sabato mattina scoprii come tutti i mei sventurati colleghi che la Toscana era sì in zona arancione, ma la provincia di Firenze era rimasta rossa.
O tenebra e disperazione!
La settimana successiva comunque fu più leggera, confortata com'era da un piacevole profumo d'arancia. E invero Venerdì sera l'arancione è arrivato, con nostro gran conforto.
(Quanto al Computer  Autoaggiornante, dopo essersi aggiornato per un giorno intero e per una notte, ha infine ripreso a funzionare normalmente).

*,  **(Nel caso che qualcuno si stia domandando che senso ha preoccuparsi tanto della segretezza degli inviti dei gruppi invece di assicurarsi che ci fosse un adeguato numero di computer funzionanti per fare la Didattica a Distanza, e pure quella Mista, non so cosa rispondergli: all'inizio dell'anno il parco computer era piuttosto vasto, ma durante questi mesi alcuni hanno perso colpi e la Responsabile Digitale era sempre impegnata con qualche indispensabilissima circolare della Preside per poter prestare molta attenzione a queste cose)

domenica 11 aprile 2021

Dopo le vacanze, siamo tutti ben riposati (Insegnanti nel pallone, parte seconda)

 


"Buongiorno, prof. Come sono andate le vacanze?"
"Molto bene, grazie, mi sono riposata molto. E voi?"
Un po' di convenevoli e la lezione comincia. 
Stiamo cautamente addentando la parte economica. I tre settori, com'è cambiata negli anni l'importanza dei tre settori...
"Fino a due secoli fa per un paese il settore davvero importante era quello primario. Poi c'è stata la rivoluzione industriale... l'avete già fatta, la rivoluzione industriale?".
"Sì, ne abbiamo parlato a Tecnologia".
"No, intendevo a Storia. Dove siete arrivati a Storia?".
Mi guardano perplessi. Molto perplessi.
"Prof, la facciamo con lei, Storia".
"Oh?".
Lentamente realizzo:
1) che, effettivamente, Storia la fanno con me, e quindi sarebbe quantomeno auspicabile che almeno io sapessi a che punto siamo arrivati col programma
ma soprattutto
2) che sono una Prima e non una Seconda (come per qualche momento ero stata assolutamente convinta, e che quindi sarebbe del tutto fuori luogo per loro fare la rivoluzione industriale in un qualsivoglia momento dell'anno. In effetti domani dovremmo addentare la rivoluzione agricola, quella con l'aratro di ferro che si svolse intorno all'anno Mille.
"Ahssìddunque..."
"Prof, è sicura di essersi davvero riposata durante le vacanze?"
"Così credevo..." mormoro contrita.
Comunque sia, lo spettacolo deve andare avanti (e su che tipo di spettacolo io stia facendo al momento, è meglio non indagare).
"Come dicevo, alla fine del Settecento la Rivoluzione Industriale cambiò molto l'economia dei paese, e gradualmente il settore primario perse una parte della sua importanza. Oggi però il settore davvero importante è quello terziario...".

E' un anno molto stressante, immagino che una piccola settimana non sia bastevole per riposarmi.
O forse, chissà, sono gli imprevedibili effetti del vaccino?
Speriamo di sì.

mercoledì 7 aprile 2021

Frate Leone, pecora d'Iddio, tutti si vaccinano fuori che io

Le procedure di test e vaccinazioni non hanno presentato criticità soltanto in Italia

Alfine anche in Italia giunsero i vaccini, e anche da noi iniziarono le procedure per mettere in sicurezza l'intero paese.
In tanti si preoccupavano degli Obbiettori di Vaccinazione, cioè di coloro che in niun modo volevano essere vaccinati.
Alla scuola media di St. Mary Mead non ve n'erano, e tra di noi, come possibile soluzione del problema, andava diffondendosi la Scuola di Pensiero "Intanto vaccinate noi e tutti gli altri che bramano e bramiscono vaccinarsi, poi preoccupatevi di come convincere chi non vuole".

In verità non era così semplice nemmeno applicare questa banale procedura in apparenza dettata dal più pedestre buon senso: i vaccini infatti scarseggiavano assai.
In principio non me ne preoccupai molto: infatti risultavo troppo vecchia per vaccinarmi in qualità di insegnante. Più avanti però il limite di età per gli insegnanti si alzò notevolmente: fino a 80 anni da compiere purché ancora in servizio. Io, a dire il vero, insegnanti in servizio di 80 anni proprio non ne conoscevo (immagino che il limite sia stato fissato per includere qualcuno ancora in servizio presso l'università) ma insomma, a quel punto ci rientravo alla grande.
E proprio in quel momento i vaccini a disposizione degli insegnanti si ridussero drasticamente e conquistarsi una prenotazione diventò evento rarissimo.
"Ti devi collegare alle 15.00 di Venerdì" mi spiegavano alcuni. Altri sostenevano che il momento migliore fosse la tarda serata sempre di Venerdì e qualcuno parlava anche dell'opportunità di collegarsi di notte.
Io ci provavo Venerdì dopo le tre, e anche in tarda serata e pure il Sabato, ma nella mia provincia era sempre tutto esaurito, anche se per dirmelo aspettavano che gli avessi raccontato la storia della mia vita e avessi riempito non so quante schermate.
"Per entrare nel portale è meglio se non usi GoogleChrome" mi spiegava qualcun altro.
Io GoogleChrome non lo usavo di certo, anche perché non ce l'ho. Ma a dire il vero non avevo nessun problema a entrare nel portale e fare tutte le procedure, nemmeno quando ci provavo da scuola dove usiamo GoogleChrome. Solo che quando arrivavo al dunque era sempre tutto esaurito, in tutta la provincia, e non  redo fosse colpa di GoogleChrome.
Col passare delle settimane cominciavo a sentirmi sempre meno credibile. Ma guarda un po', l'intera scuola - preside e ATA compresi - si era trionfalmente vaccinata, chi con grandi dolori nei due giorni successivi, chi con forti puntate di febbre, chi senza registrare l'ombra di un sintomo collaterale - ma io no, anche se proclamavo ai quattro venti il mio fermo proposito a vaccinarmi. Perfino il supplente scortese con gli alunni si era vaccinato in quattro e quattr'otto - e io continuavo a raccontare che non ci riuscivo. Avevo smesso di raccontarlo, in effetti, perché cominciavo a sentirmi come quelli che raccontano che Lunedì gli arriverà un grandioso pagamento e potranno renderci i soldi che gli abbiamo prestato un mese prima.
In cuor mio giravo con una campanella attaccata alla caviglia, e stavo seriamente meditando di gridare "Immonda! Immonda!" quando mi avvicinavo a un gruppo di colleghi o di alunni.
Frate Leone, pecora d'Iddio, tutti son vaccinati fuori che io. Eccheppalle.
L'intera scuola si prese a cuore il mio caso: addirittura una mattina l'insegnante di sostegno chiamò a scuola perché mi avvisassero che il portale segnalava dei posti disponibili, allora la custode si precipitò in prima, dove stavo pasticciano con cavalleria e crociate, e si offrì di sorvegliare la classe in mia assenza. Al grido di "Ogni lasciata è persa!" corsi al computer... ma arrivai troppo tardi, le dosi erano già esaurite.
La campanella alla caviglia incombeva minacciosa.

E finalmente arrivò il Gran Giorno, quello in cui, compiuta tutta la procedura, mi ritrovavo a poter scegliere il luogo di vaccinazione che più mi tornava comodo (da qualche settimana infatti solo il Mandela Forum a Firenze offriva ogni tanto qualche pallida possibilità). Ma no, a Lungacque c'era un sacco di posto, addirittura avrei potuto vaccinarmi il Martedì dopo Pasqua, così da poter affrontare gli eventuali dolorosi sintomi successivi in privato e senza fare assenze a scuola.
Mi prenotai sollecita e ieri pomeriggio sono infine andata a prendermi la prima dose per poi rientrare subito a casa dove, ben fornita di arance da spremere, cibi leggeri e nutrienti di vario tipo e Tachipirina, avrei potuto sopportare la successiva ondata di febbre e i dolori al braccio sinistro o addirittura a tutte le ossa che mi erano stati promessi.
Ma, niente. Le arance le sto mangiando volentieri, perché quest'anno sono ancora molto buone, e i cibi nutrienti e leggeri ho finito per metterli in freezer per finire l'arista drogata che sta allietando le mie vacanze. Sto a letto a leggere mentre le gatte mi fanno gattoterapia, ma a dire il vero non mi sembra di avere proprio nulla da terapizzare.
Comunque non dovrò andare a comprarmi la campanella da caviglia, e questa è davvero una bella cosa.

domenica 4 aprile 2021

Buona Pasqua con coniglio

"Madonna del coniglio" non è una bestemmia un po' annacquata, bensì un bel quadro di Tiziano

Pasqua inclusiva, quest'anno: 
per i lettori cattolici praticanti c'è una bella Madonna, 
per tutti gli altri  un grazioso coniglietto pasquale. 
Mancano tutti i protagonisti principali della Pasqua, 
ovvero le uova, Gesù, la colomba e l'agnello, 
ma alla fine una madre e un coniglio sono pur sempre simboli di fertilità e forse, visto che sullo sfondo 
c'è un pastore, abbiamo anche qualche agnello.
Insomma, c'è qualcosina per tutti e ci si deve contentare: 
mi sembra un buon simbolo per la Pasqua di quest'anno, 
dove possiamo almeno andare a trovare qualche amico o parente, uscire a fare una passeggiata, comprarci 
anche qualcosa che non sia soltanto cibo o medicine, 
e i praticanti possono almeno andare a messa 
anche se in via del tutto eccezionale 
quest'anno Gesù è risorto alle dieci di sera 
(che poi sono le nove, considerando l'ora legale).
Auguri a tutti e portiamo pazienza, di più non si può fare.