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lunedì 9 settembre 2019

Sull'importanza di non tradire mai la propria natura - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante


Un perfetto esempio di insegnante Autorevole ma non Autoritario, qui ritratto mentre fa colazione prima di andare al lavoro

Quando comincia l'anno scolastico è abbastanza frequente trovare in giro guide e ammonimenti su come il Perfetto Insegnante deve presentarsi in classe per trasmettere un giusto messaggio ai suoi futuri alunni. 
La prima cosa che tutti spiegano è che il Perfetto Insegnante deve essere Autorevole ma non Autoritario - e per capire quanto è importante questo concetto basta vedere come nessuno, ma proprio nessuno, manca mai di sottolinearlo.
L'Insegnante Autorevole, è cosa nota, emana Autorevolezza da ogni poro della pelle e da ogni fibra del suo abbigliamento. Gli basta Essere, e mostrarsi in questa sua Autorevole  Essenza perché la classe diventi all'istante rispettosa e obbediente, adeguatamente sottomessa ma nel contempo anche partecipativa e piacevolmente assertiva.
Succede, specie con gli anni e l'esperienza. Ma succede anche che, nonostante gli anni e l'esperienza, la cosa non sia così automatica: il meccanismo che lega insegnanti e alunni è molto complesso, e ogni classe funziona a modo suo. Ci vuole quasi sempre un po' di adattamento reciproco. 
La cosa sarà più semplice per l'insegnante che avrà imparato a conoscere la propria intrinseca natura e soprattutto ad accettarla, invece di cercare di uniformarsi ad un modello imposto dall'alto. Tutto questo naturalmente sarà estremamente difficile se siete  un Insegnante Insicuro - ma non preoccupatevi: se siete insicuro in sommo grado, qualsiasi lavoro sarebbe per voi una via crucis, per cui tanto vale che continuiate a insegnare; anzi può perfino succedere che insegnando diventiate meno insicuri, perché si tratta di un lavoro dalle singolari capacità terapeutiche.
Per comportarsi secondo la propria natura è prima di tutto necessario stabilire con ragionevole approssimazione quale sia in effetti la vostra intrinseca natura*, senza aver paura di chiamare le cose col loro nome e senza paura che questa natura vi impedisca di diventare un Perfetto Insegnante.
Siete un insegnante Scamorza, privo di aggressività e terrorizzato dai conflitti? 
Siete un Insegnante Istrione, affascinato dal suono della vostra voce e taaanto compiaciuto del vostro splendido carisma? 
Siete un Insegnante Giocherellone, incapace di prendere sul serio le grandi tragedie che ogni giorno avvengono tra i banchi della vostra classe? 
Siete un Insegnante Materno, assillato notte e giorno dalle ansie e i dispiaceri dei vostri alunni e terrorizzato al pensiero di ferire la loro delicata sensibilità? 
Siete un Insegnante Serioso, di quelli che non ridono mai e pronto a vedere solo leggerezza e cialtroneria nei ragazzi che avete in carico, ah questi giovani d'oggi? 
Siete un Insegnante Suscettibile e odiate essere preso in giro? 
Siete un Insegnante Tigre, implacabile e perfezionista? 
Oppure un Insegnante Contentabile, di quelli pronti a prendere quel che passa il mercato? 
O un Insegnante Confusionario, ogni mattina un treno nuovo e mai uno che arrivi alla stazione nel tempo e nel luogo progettato?
O magari un Insegnante Pedante, un po' soporifero e lamentoso?
E qui è meglio darci un taglio per pietà verso chi legge, perché l'elenco che è ancora lunghissimo
In tutti i casi conviene accettarvi per quel che siete. 
Col tempo imparerete a smorzare le  punte troppo appariscenti e con un po' di mestiere farete delle vostre caratteristiche portanti dei punti di forza. 
Molti alunni vi ameranno per quel che siete, altri vi sopporteranno bonariamente e a qualcuno starete un po' sull'anima; ma nessuno può piacere completamente a tutti, nemmeno un Perfetto Insegnante. 
Cercate però di essere coerente con voi stessi accettandovi e non fingete di essere diversi  da quel che siete solo perché qualcuno, magari mosso dalle migliori intenzioni, vi ha detto che quel che siete non si addice al Vero Insegnante. A parte rubare (agli alunni), essere violenti (con gli alunni), prendere vilmente in giro (gli alunni) e non insegnare (agli alunni) non c'è niente che non si addica al Vero Insegnante: è uno strano lavoro e ognuno lo fa a modo suo ma i modi di farlo bene sono assolutamente infiniti. 
Per esempio: ci sono insegnanti talmente seriosi e sicuri di sé che sanno bloccare sul nascere qualsiasi forma di indisciplina con poche e taglienti parole. Quando ci provate voi invece non cavate un ragno dal buco. Come mai?
Forse perché le vostre poche e taglienti parole non suonano esattamente nello stesso  modo di quando le dice un Insegnate Davvero Serioso.

E allora vi conviene cercare di comportarvi secondo la vostra natura invece di sfoggiare una Autorevole Autorità in cui voi per primi non credete. Siete più portati a mediare? La vostra natura vi porta a esaminare la questione in classe e a rigirarla da ogni parte in una lunga seduta collettiva di autocoscienza? Oppure siete portati a fare finta di niente e a lasciar correre, tanto vi basta sopravvivere? 
Certamente il sistema delle poche e taglienti parole è il più efficace, quando funziona. Ma solo alcuni sanno farlo funzionare. Cercatene uno vostro e non schifate compromessi e aggiustamenti: sono i compromessi e gli aggiustamenti quelli che aiutano il mondo ad andare avanti. 
Questo significa che non sapete gestire la situazione? Più che altro significa che non la sapete gestire in quel modo. D'altra parte non è che potete spararvi, per questo: non solo non risolvereste in alcun modo il problema, ma mettereste in grave imbarazzo la vostra scuola, che ad anno scolastico già avviato dovrebbe trovare un altro insegnante, e di questi tempi non è affatto facile. Se siete un tenero micetto non serve a nulla far finta di essere un poderoso leone. Ma sappiamo tutti che il più tenero micetto impara presto a  rigirarsi la sua famiglia di umani sulla punta di una zampetta come fossero tante trottoline.
Analogamente, se siete un Insegnante Materno (o Paterno) i ragazzi finiranno per apprezzarvi proprio per questo: per strano che possa sembrare infatti perfino nell'età della rivolta adolescenziale (che dura come minimo dai dieci ai venti anni di età, e dunque copre assai larga parte del periodo scolastico) la gran parte per non dire la totalità degli allievi è sempre a caccia di nuove figure paterne e materne, anche quando ad un occhio esterno ne sembrerebbe provvisto in abbondanza e perfino in eccesso.
Insomma, le possibilità sono molte, anche imprevedibili, e quasi sempre i ragazzi finiscono per apprezzare i lati positivi di una persona che lavora con dedizione e partecipazione e ha a cuore il loro presente e il loro futuro - anche se gli fa la predica, anche se sorride poco, anche se non ama i loro programmi televisivi preferiti... e anche se gli mette qualche orrido voto in risposta ad eventuali orride prestazioni.
Non tutti e non sempre, certo. Ma apprezzeranno comunque la coerenza se vi vedono comportarvi in modo spontaneo e affine alla vostra natura.
E che il ciel vi assista.

*Naturalmente ci sono casi in cui l'intrinseca natura di un individuo è quella di essere una perfetta carogna, ma è improbabile che sia il vostro caso, altrimenti non stareste a farvi grandi seghe su come diventare un Perfetto Insegnante e vi porreste senza infingimenti come un Insegnante Carogna - nel qual caso susciterete solo un modesto apprezzamento nei vostri alunni, ma farete parte di quella felice categoria di insegnanti che non si fa domande e di conseguenza non perde tempo a darsi risposte: insegnerete e basta, incuranti di ogni critica, e alla fine non ve la passerete peggio di tanti.

venerdì 6 settembre 2019

Corinna o l'Italia - Madame de Staël

Madame de Staël, come la chiamano con un certo semplicismo in questa edizione degli Oscar Mondadori, aveva in realtà anche un nome di battesimo e financo un cognome non privo di un qualche rilievo: si chiamava infatti Anne-Louise Germaine Necker e solo dopo il matrimonio diventò la baronessa di Staël-Holstein. Normalmente era conosciuta come Germaine de Staël, ma in Italia effettivamente è sempre stata nota come "madame de Staël".
Era la figlia di Necker, sì, proprio quel ministro delle finanze francesi che con le sue dimissioni nel 1789 fornì una delle scintille che portò poi alla rivoluzione francese. Sua madre ebbe invece una storia d'amore con tale Gibbon, storico inglese non privo di fama. Questo per dire che la signora è cresciuta in un ambiente che traboccava storia e cultura. A sua volta tra i suoi amici e conoscenti contava gente come Fichte, Constant e Vincenzo Monti e tra i suoi nemici annoverava tal Napoleone, che la trovò abbastanza scomoda da esiliarla dalla Francia per questioni politiche. Ovunque andava, fosse Francia, Svizzera, Italia o quant'altro avviava un salotto con i nomi più prestigiosi del luogo - no, non piccole glorie locali: gente di calibro internazionale, e non faceva solo la brava padrona di casa o la musa ispiratrice ma scriveva trattati discussi in tutta Europa e romanzi parimenti letti, discussi e all'occorrenza anche criticati in tutta Europa. Insomma, una intellettuale femmina di gran rilievo.
Dove passava Germaine de Staël fiorivano discussioni, trattai, pubblicazioni, dibattiti. Più che una donna si sarebbe forse potuta definire un lievito - se non fosse che anche lei aveva un buon numero di focacce da infornare, oltre a far lievitare quelle degli altri.
Per uno studentello liceale di letteratura italiana comunque madame de Staël è una sorta di spettro evanescente molto nominato ma quasi mai citato direttamente. Sappiamo che esiste e poco più. Io sapevo che aveva dato l'avvio al Romanticismo (diciamo l'avvio ufficiale, perché giù da una buona trentina d'anni si romanticheggiava assai in tutta Europa) con un articolo sull'importanza delle traduzioni, nel 1816, e che aveva scritto anche dei romanzi, tra cui Corinne. Nessuno mi raccontò mai niente di più, ma la signora in questione venne nominata parecchio nei miei anni liceali, e anche al corso su Foscolo che ho fatto all'università.
Di abitudine, quando nelle lezioni veniva citato un testo di narrativa, soprattutto se straniero, mi fiondavo a leggerlo se non lo conoscevo già, o almeno provavo a dargli una scorsa: la storia della letteratura infatti mi risultava assolutamente incomprensibile se non riuscivo ad appoggiarla a qualche testo.
Con Corinna la cosa non fu possibile: infatti questo romanzo, famosissimo e stampatissimo in tutta Europa per tutto l'Ottocento, in Italia non meno che altrove, nel Novecento da noi ebbe solo  due scarne edizioni con scarsissime note. Questa edizione del 2007 (che è poi quella che ho letto questo Agosto) invece contiene una ricca introduzione di Anna Eleonor Signorini e una nota di Michele Rak (entrambi a me sconosciutissimi ma davvero questo non vuol dir niente visto che di critica letteraria ne so men che zero) e due imponenti bibliografie oltre a un immane apparato di note e tutte le note della Staël stessa medesima, che sono davvero un bel numero. All'epoca l'edizione mi sfuggì e adesso è straesaurita e Mondadori non sembra intenzionata a scomodarsi a ristamparla, così al momento non ho comprato il libro con i soldi dell'aggiornamento; ma avendo avuto per purissimo caso la fortuna di incrociarlo in biblioteca mentre vagavo qua e là in cerca di ispirazione, non me lo sono lasciata sfuggire e proverò in autunno a raccattarlo all'usato confidando in Maremagnum, che è sempre pronto a soccorrere l'aspirante lettore.

E dopo questa introduzione sociocultiuralbocciofila direi che è giunto il momento di parlare infine del romanzo, visto che in teoria questo post servirebbe a presentarlo. Parto dicendo che secondo me è un romanzo che va maneggiato con le molle e consigliato con molta cautela.
Siete alla ricerca di una lettura leggera e spensierata che vi aiuti a rilassarvi in un periodo particolarmente rognoso della vostra vita?
Scansatelo come la peste.
Desiderate tuffarvi in una vicenda dal ricco intreccio, piena di avventure e di azione e ricca di colpi di scena?
Girate al largo con gran cura.
O piuttosto vorreste un libro che presenti un folto carnet di personaggi colmi di fascino, mirabilmente caratterizzati e dal brillante conversare?
No, Corinna non è il settimo romanzo di Jane Austen. Proprio no.
Bramate immergervi in una tumultuosa e appassionante storia d'amore?
Difficilmente questo libro potrà contentarvi.
Vi piacciono... ecco, sì, vi piacciono le seghe mentali?
Avanti e benvenuti, questo libro potrà appagare la vostra inclinazione per le seghe come nemmeno una segheria della Val Gardena o un mobilificio specializzato in mobili in massello potrebbero fare.
Apprezzate le disquisizioni erudite su storia, letteratura, arti figurative e il carattere dei popoli?
Accomodatevi, qui troverete un pascolo ottimo e abbondante.
Desiderate informarvi sul modo in cui gli stranieri guardavano all'Italia prima della discesa di Napoleone?
Questo libro fa decisamente per voi. Basta armarsi di un pochino di pazienza.

Siamo nel 1795 e un aristocratico giovane e bello, tale Oswald conte di Nelvil, fa un viaggio nel continente allo scopo di elaborare il lutto della morte del suo amato padre. Durante il viaggio incontra e prosegue il viaggio con un aristocratico francese, il conte d'Erfeuil. A Roma i due conoscono Corinna, giovane, bella, ricca e assai famosa improvvisatrice.
Per i molti che non conoscono il Viaggio a Reims di Rossini (dove compare un'improvvisatrice romana che si chiama appunto Corinna) va spiegato che per "improvvisatrice" si intende una donna colta, versatile e di gran talento che improvvisa versi su richiesta, anche su soggetto, e che di solito li canta accompagnandosi con l'arpa. Che io sappia (e ne so poco) è un  tipo di figura tipicamente italiana di fine Settecento.
Quando la incontriamo, la bella Corinna sta per essere incoronata poetessa, con grande sfarzo e pompa.
I due si innamorano follemente, ma alla fine Oswald stabilisce che non può sposarla perché il padre (di lui, sì, quello che è morto prima dell'inizio del romanzo) non vuole. Oswald ne soffre molto e il matrimonio che stringe con la bellissima e giovanissima aristocratica inglese Lucille non varrà a consolarlo. Corinne invece ne muore di dolore, nell'ultima pagina del romanzo.
Già detta così sembra una storia di pazzi, ma a leggerla lo sembra molto di più. D'altra parte è un vero romanzo romantico, se mai ve ne furono, e perfino gli inglesi, per i quali il lieto fine è quasi obbligatorio, avevano talvolta difficoltà a far finire bene i loro romanzi romantici. Nei buoni romanzi romantici l'eroina ha da morir d'amore, e neanche l'eroe alla fine se la passa granché bene (ma di solito rimedia uccidendosi o morendo eroicamente per la patria, possibilmente per liberarla da qualche dominazione straniera). E, molto spesso, nei romanzi romantici l'ostacolo che separa due innamorati impedendogli di sposarsi è leggero, leggerissimo ma a conti fatti si rivela solido come l'acciaio a causa dei raffinatissimi scrupoli morali dei protagonisti.
Qualche lettore contemporaneo, esasperato ha lamentato una scarsa credibilità psicologica dei personaggi in Corinna ma secondo me si è lasciato fuorviare, appunto, dall'esasperazione - anche se forse si può discuterne per il francese d'Erfeuil che effettivamente sta lì, fa quel che l'autrice gli dice di fare ma non risulta molto convincente. I due personaggi principali però sono tratteggiati con grande cura e il risultato è eccellente.
Oswald è un caro e sensibilissimo ragazzo, il cui scopo principale è non essere felice (scopo che consegue brillantemente, anche se solo dopo grandi sforzi) e il cui sogno è di non far soffrire nessuno per colpa sua pur avendo una quantità incredibile di scrupoli che gli complicano la vita in modo davvero sbalorditivo e lo costringono a rendere infelici un sacco di persone che hanno la disgrazia di averlo intorno. È una tipologia assai comune e tutte ne abbiamo incontrato qualche esemplare, ma se abbiamo avuto fortuna è capitato in sorte a una nostra cara amica e dunque l'abbiamo subito solo di riflesso, anche se consolare l'amica è stata davvero impresa degna di Sisifo.
Corinna è una donna, come dire, importante: ricchissima di talento e di fascino, molto passionale e portata dalla ria sorte a drammatizzare assai tutto quello che tocca. Molti ne hanno incontrata qualcuna, e se hanno avuto fortuna sono riusciti a svincolarsi - di solito per poi pentirsene amaramente e rimpiangerla tutta la vita. I due funzionano e si incastrano perfettamente, anche se forse qua e là tagliare qualche riga avrebbe aiutato il lettore moderno ad essere meno esasperato - comunque son scelte stilistiche, e a quel che ho capito per il lettore dell'epoca andava benissimo così, non è per i personaggi che il romanzo è stato a volte criticato dai contemporanei.
Nel corso del romanzo i due protagonisti percorrono in lungo e in largo le principali città italiane dell'epoca (Roma, Napoli, Venezia, Firenze, Ferrara) e i loro dintorni, analizzandole con cura e visionandone con attenzione le rovine, i quadri, le statue, i templi, le chiese, i paesaggi, i costumi e la società oltre ad occuparsi della storia e della letteratura italiane, confrontandole con quelle francesi, tedesche e inglesi. Per "società" comunque si intende solo quella alta, anche se a volte si accenna vagamente al "popolo". Di economia, in seicento pagine di romanzo, non si occupa nessuno: non è questione che interessi le anime romantiche.
Corinna è un romanzo a chiave, diciamo così, internazionale: tanto per cominciare si intitola Corinna, o l'Italia e dunque ci spiega subito che Corinna rappresenta l'Italia (anche se, in effetti, è angloitaliana). Oswald naturalmente rappresenta l'Inghilterra - diciamo l'Inghilterra dei genitori di Jane Austen. D'Erfeuil invece rappresenta la Francia:è un carattere frivolo e guidato soprattutto dalla vanità, incapace di sentimenti profondi ma a conti fatti per tutto il romanzo si comporta benissimo anche se ogni tanto cerca (invano, sempre invanissimo) di convincere Corinna e Oswald ad ascoltare la Voce del Mondo e a uniformarsi alle convenzioni sociali e insomma, è tutto fuorché romantico.
Tra una città e l'altra, una gita turistica e l'altra, una scena di passione e l'altra i due innamorati discutono, in privato o nel brillante salotto di Corinna, di tanti e coltissimi argomenti. Corinna difende il punto di vista italiano, Oswald quello inglese. Pur essendo entrambi fervidissimi amanti del loro paese, la discussione avviene sempre in termini civilissimi, anche quando sono coinvolte altre persone, perché nessuno dei due vuole rischiare di offendere l'altro, anche se Corinna non ama molto l'Inghilterra perché è stata molto infelice negli anni in cui ha vissuto lì e solo in Italia ha potuto coltivare i suoi talenti ed essere apprezzata per i suoi meriti, mentre Oswald, pur essendo molto sensibile al fascino dell'Italia, la guarda un po' dall'alto in basso perché, da buon inglese, niente è meglio dell'Inghilterra ai suoi occhi. Naturalmente, in ogni dialogo culturale si parte dal presupposto di base che al momento la cultura più apprezzata è quella francese, anche se nessuno dei due protagonisti sembra andarne matto.
Dal romanzo emerge davanti al lettore una Italia stranissima, sprofondata in un sopore simile al letargo. Il fatto di non esistere come paese, e di essere rinchiusa in tante piccole cellette di scarso respiro la condanna all'arretratezza e a un rimpianto per la passata grandezza che le impedisce una produzione artistica al passo dei tempi e soprattutto all'altezza del suo passato nonostante l'indubbia intelligenza dei singoli ma anche della popolazione in generale e insomma l'arte italiana è ridotta a una specie di gioco di società e i suoi abitanti non trovano altra cura che rifugiarsi nel loro glorioso passato, con i vivi che passano come fantasmi sulle rovine che testimoniano l'antica grandezza: un popolo di sopravvissuti che si è da tempo rassegnato a non essere più vivo e a sopravvivere ai margini del mondo contemporaneo.
Due considerazioni saltano agli occhi a questo punto: la prima è che l'Italia non ha avuto una produzione artistica romantica all'altezza degli altri stati ma è stata importantissima per aiutare a produrre l'altrui arte romantica, dove il tema dell'antica grandezza italica è estremamente presente - insomma, abbiamo fornito molta materia prima per il romanticismo degli altri. La seconda considerazione è che madame de Staël scriveva trent'anni dopo il viaggio che racconta, e ambienta questo viaggio un attimo prima dell'arrivo di Napoleone che risveglierà l'Italia dal suo umiliato torpore incitandola a rinnovare le sue antiche gesta e soprattutto a riunificarsi, premessa indispensabile per un definitivo risveglio. Chi legge sa che comunque l'Italia nel frattempo è cambiata parecchio, o almeno vuole farlo.
Una postilla a margine: nel corso del romanzo Corinna, da sola, si ritrova a Santa Croce, dove osserva le famose tombe dei grandi d'Italia e ne trae argomento per molte riflessioni - che però sono diversissime da quelle che ne trae Foscolo. Non opposte, proprio diverse - diciamo che osserva quelle tombe con una prospettiva diversa, ma non incompatibile con quella dei Sepolcri. La cosa notevole è che i Sepolcri vengono pubblicati nel 1807, esattamente lo stesso anno del romanzo Corinna. Improbabile quindi che uno dei due testi abbia direttamente influenzato l'altro; dal che si deduce che il grand tour delle tombe di Santa Croce era considerato all'epoca una tappa essenziale per i turisti più colti e più di uno doveva aver sviluppato qualche considerazione in proposito già negli anni precedenti.
Un paese addormentato, che però Corinna difende con ardore e che viene fotografato un attimo prima del suo risveglio. Ma anche un paese fantastico, quasi fantasy, dove i fantasmi sbucano da ogni angolo e dove in ogni luogo ci si può immergere fino a rischiare di annegare nel sogno e in quelle vaghe fantasie e suggestioni che all'epoca ogni persona sensibile provava davanti alle rovine e che vanno sotto la generica etichetta di "pittoresco". I due innamorati camminano in questa atmosfera sospesa, come di sogno, e discutono e dissertano sull'Italia come se l'Italia, troppo profondamente addormentata, non potesse ascoltarli.
Inutile dire che gli intellettuali italiani, che pure divorarono il romanzo con ardore, non ne rimasero entusiasti ed ebbero parole di critica su quel ritratto così strano del loro paese. Ci si accorge però che il sogno dell'Italia, e l'Italia vista come un paese immobilizzato in uno di quegli incantesimi che fermano il tempo, ebbe una enorme importanza nell'immaginario collettivo europeo.
E si fa una scoperta interessante: nell'alta società italiana, di cui vediamo qualche sprazzo, la donna era non solo molto libera ma anche figura dominante. Gli uomini erano dichiaratamente sottomessi alle loro amanti, di cui tolleravano assai di buon grado i capricci, e le donne che avessero avuto la fortuna di disporre di qualche talento artistico o intellettuale lì potevano svilupparlo, esibirlo e addirittura guadagnarcisi da vivere, ad esempio insegnando all'università (sì, avete letto bene): non solo lettere ma anche medicina, matematica e legge: e una delle lunghe note di madame de Stäel si sofferma appunto sulle donne laureate e insegnanti nelle principali università italiane. Un accidente se mi hanno mai parlato di questo, a scuola.

Altrettanto curiosa è l'immagine dell'Inghilterra, paese vivo, sì, ma scialbo e convenzionale, senza vita sociale (e di nuovo torna in mente Jane Austen, che descrive un universo così socialmente brulicante che sembra di guardare l'acqua di uno stagno al microscopio), dove l'unica esistenza valida possibile per le donne è quella di custodi del focolare domestico - e dove l'unica letteratura citata è Shakespeare, alla faccia dei romanzieri settecenteschi che a me non sembrano poi così insignificanti. E anche della Francia abbiamo una prospettiva curiosa, con i francesi fissati nel cliché che li vuole frivoli e vanitosi (ma in effetti della Francia si parla davvero il giusto), anche se all'epoca avevano giù fatto una rivoluzione che è tuttora considerata una delle tappe più importanti della storia del mondo occidentale e aveva vivamente scosso ogni persona pensante in Europa.
Nonostante i personaggi esasperanti e la trama decisamente annacquata ho comunque trovato Corinna un romanzo estremamente interessante e non rimpiango un solo minuto del notevole tempo che la sua lettura mi ha richiesto. Non oso suggerirlo a nessuno, ma mi è piaciuto dedicargli questo post alquanto pretenzioso con cui partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggerlo.

La Crisi di Governo Più Pazza Del Mondo - L'han giurato / e si strinser la mano

Il giuramento di Pontida (1885) di Amos Cassioli

Stamattina il nuovo governo ha giurato nelle mani del Presidente della Repubblica italiana, secondo i riti consueti e le procedure della nostra Costituzione. È stata una cerimonia serena e rinfrancante, il primo atto consueto dopo un quasi-mese in cui di consueto non si è visto alcunché.
Che c'è di strano nell'avere un governo, si potrebbe pensare: abbiamo sempre avuto un governo, spesso nato dopo la crisi del governo precedente. Succede, in una normale democrazia parlamentare. Alcuni governi durano di più e altri durano di meno, alcune crisi sono particolarmente complicate, ma alla fine un governo si fa sempre.
Tuttavia questa crisi, pur di durata relativa, è stata senza dubbio la crisi di governo più pazza del mondo, o almeno della nostra italica storia.
Cominciamo dalle date. Inizia l'8 Agosto, a parlamento sciolto, quando buona parte dell'Italia è immersa nel suo bravo letargo estivo. 
Cioè, non inizia davvero: c'è il ministro dell'interno che dice che vuole ritirare i ministri del governo di cui fa parte. Lo annuncia dalla spiaggia dove si sta godendo il meritato riposo e fa tutte quelle cose che si fanno normalmente in vacanza sulla spiaggia ad Agosto.
Personalmente non prendo nemmeno sul serio la questione, anche se tutti intorno a me si danno un gran da fare a commentare e indinniarsi variamente; ma è da un po' che un giorno qualcuno del governo ci spiega che il governo di cui fa parte ha finito il suo ciclo e poi il giorno dopo, mentre tutti i giornali sono pieni di titoloni sulla crisi di governo, la stessa identica persona ci spiega che no, non c'è motivo che il governo termini perché ha ancora tante cose da fare e davvero non si capisce il perché di tutto questo clamore. 
Lo han fatto parecchi ministri, di entrambi i partiti che compongono il governo suddetto, e sempre con questa scaletta.
Stavolta poi... perché mai dovrebbero fare una crisi proprio l'8 Agosto, a parlamento sciolto?
Magari è successo qualcosa di particolare? Perché, così a prima vista, non si vedono motivi specifici per sciogliere il governo. Magari prima delle vacanze del parlamento, o dopo; ma durante?
È cambiato imrpovvisamente qualcosa, nel mutevole volger degli affari del mondo o almeno dell'Italia? Siamo entrati in guerra? L'asta dei buoni del tesoro è andata deserta? È clamorosamente fallito qualche importante gruppo industriale? È scoppiata qualche terribile crisi politica o economica di impatto mondiale?
Non risulta. 
È successo o sta per succedere qualcosa di importante a livello sotterraneo?
Póle essere, ma nessuno ce l'ha detto.
Stavolta comunque il ministro dell'interno, che è pure il segretario di uno dei due partiti di governo, invece di smentire prontamente quanto detto il giorno prima insiste, e dice e ridice un mucchio di cose. Che il governo è finito, che il governo durerà ancora, che non si fida degli alleati, che se ne fida... che vuole pieni poteri.
Per fare che? E non li aveva già prima? Da tempo ormai quel che voleva lo faceva. Il partito alleato mugugnava ma poi lasciava fare.
Comunque, davanti alla richiesta dei pieni poteri il mondo politico va in tilt, e dall'estero ci mandano a dire che quel che sta succedendo non gli piace affatto, oh no, tesssoro, proprio no. 
Comprensibile, visto che non piace nemmeno a molti italiani.
Il presidente del consiglio decide di "parlamentarizzare la crisi" ovvero di fare un bel passaggio in parlamento. Allora il partito che voleva ritirare i suoi ministri propone una mozione di sfiducia per il presidente del consiglio - che, in effetti, a questo punto non sembra poi una cosa priva di una sua coerenza; se davvero vuoi chiudere con quel governo, intendo.
Dai quattro angoli del mondo un migliaio di parlamentari, smoccolando e imprecando e telefonandosi e scrivendosi e mandando messaggeri in lungo e in largo rientrano a Roma.
C'è una seduta prima di Ferragosto per decidere la data in cui fare la seduta dopo Ferragosto dedicata alle comunicazioni che il presidente del consiglio sente improvvisamente l'esigenza di fare davanti ai rappresentanti eletti dal popolo.

Pare che sia stata una seduta parlamentare molto interessante. Io, che d'estate sto sempre attaccata a Radio Radicale per ascoltare le dirette dai vari festival e feste e riunioni politiche e menate varie, per l'occasione mi dedico con intensità alla lettura di Corinna o l'Italia, romanzo fondante del romanticismo europeo. Le mie capacità di sopportazione sono ormai arrivate al limite. Facciano quel che vogliono, proprio non riesco a prenderli sul serio.
A quanto ho capito il presidente del consiglio ha parlato a lungo, sfoggiando un italiano impeccabile (che in quel governo era quasi l'unico a padroneggiare) e spiegando di come fosse stufo e arcistufo del partito che aveva annunciato che avrebbe ritirato i suoi ministri e del ministro dell'interno in particolare, esponendo con gran dovizia di particolari cosa pensava di entrambi. Nel frattempo il ministro dell'interno, seduto accanto a lui, baciava il rosario - cosa che credo non esser mai avvenuta in quelle aule, che pure han visto davvero di tutto.
Poi il presidente del consiglio si è dimesso, dopo che il partito che lo voleva sfiduciare  aveva ritirato la mozione di sfiducia.
Immagino che le farmacie di tutta Italia abbiano fatto affari d'oro vendendo analgesici per il mal di testa.
Il giorno dopo l'ormai ex presidente del consiglio va dal Presidente della Repubblica a rimettere il suo mandato. I social pullulano di vignette e di meme dove il Presidente della Repubblica è raffigurato nell'atto di scappare, da solo o con la regina d'Inghilterra che sta attraversando pure lei un periodo piuttosto difficile.
Ma, contrariamente a quanto sembrerebbe suggerirgli il buon senso, il Presidente della Repubblica non scappa, anzi coraggiosamente avvia le convocazioni come di dovere, per cercare se c'è una nuova maggioranza; e dichiara che se non c'è, il governo lo farà lui, per gestire eventuali nuove elezioni. Ma fa anche capire che le nuove elezioni lui non le vorrebbe fare - e guardando il calendario e sapendo che a tempi brevi c'è una finanziaria piuttosto salata da fare vien fatto di dargli ragione, perché far fare la finanziaria salata a un governo appena insediato (ma quando esattamente si sarebbe insediato?) o con un governo che non ha ottenuto la fiducia sembra un passo destinato a portarci diritti diritti alla gestione provvisoria, con tutte le deplorevoli conseguenze del caso.
Vivaddio, i mercati stanno buoni: niente impennata dello spread, niente speculazioni pesanti. Aspettano, probabilmente convinti che qualche coniglio salterà fuori dal cilindro.
A sorpresa, il coniglio lo tira fuori un politico ufficialmente in disgrazia, e tutti appena lo vedono cominciano a dire ma che bel coniglio, che begli occhi che ha, che pelo morbido, davvero questo coniglio ci piace tantissimo.
Il coniglio consiste nel fare un governo tra il secondo partito del governo dimissionario, quello che non ha minacciato di ritirare i ministri, e il principale partito dell'opposizione, quello di cui fa parte il politico ufficialmente in disgrazia che aveva sempre detto che fare un governo con il partito con cui proponeva di farlo ora sarebbe stato masochismo e follia (e io, devo dire, l'ho sempre pensata esattamente come lui almeno su questo argomento). 
I due partiti cominciano a trattare furiosamente. I tempi sono strettissimi perché il Presidente della Repubblica, forte dell'esperienza della formazione del governo precedente, manda a dire che si diano una mossa, ché lui non ha voglia di starli a guardare mentre cazzeggiano senza costrutto.
L'alternativa è andare alle elezioni, con probabile vittoria del politico che aveva chiesto e preteso i pieni poteri... e un gran casino dopo, perché comunque non avrebbe potuto fare il governo da solo, e dopo quel precedente non sarebbero stati in molti ad aver voglia di fare un governo con lui, e i pochi eventualmente disposti non sarebbero quasi certamente bastati e non gli avrebbero dato volentieri i pieni poteri, oh no, tesssoro.
E c'è pure da dire che i due partiti impegnatissimi a cercare di fare il governo fino al giorno prima avevano detto malissimo l'uno dell'altro - ma non conta granché, perché ormai da un paio di decenni tutti i partiti italiani non fanno altro che dire malissimo di tutti gli altri, e nessuno aveva mai detto male di nessuno quanto i due partiti che formavano il precedente governo avevano detto l'uno dell'altro.
A questo punto l'ex ministro dell'interno sente aria di fregatura e comincia a protestare. Dice che lui non voleva fare la crisi, che tutto ciò è un vilissimo inciucio, anzi un complotto internazionale di cui lui è ben a conoscenza ormai da diversi mesi, e propone al partito con cui ha fatto il governo di rifarlo. 
Ma stavolta persino lo sprovveduto segretario del partito in questione decide che non è il caso di ripetere l'esperimento - non fosse che per cercare di salvarsi almeno le prossime vacanze estive, visto che quelle di quest'anno sono ormai andate definitivamente a ramengo.
Nel frattempo tutti si domandano perché, se il ministro dell'interno ormai da mesi sapeva che si preparava un complotto per togliergli il governo (???) costui abbia deciso  di facilitare il complotto in questione togliendoselo da solo, il governo. O meglio, fanno finta di domandarselo. Quello che si domandano davvero è "Ma questo ci aveva fatto credere di essere un consumatissimo politico. È mai possibile che in realtà non lo fosse?" E ogni volta, prima di rispondersi "Sì" cercano di capire dov'è il trucco, ricordandomi moltissimo Gundam dove tutte le volte che succedeva qualcosa lo attribuivano a una brillantissima manovra strategica del maggiore Char, anche quando il maggiore Char si limitava ad aprire l'ombrello perché stava piovendo.
I due partiti che trattano decidono di fare un governo di grande discontinuità, e come primo segno di discontinuità confermano il presidente del consiglio del governo precedente. Poi discutono se tenere anche uno dei vicepresidenti del governo precedente (l'altro è quello che ha aperto la crisi e chiesto pieni poteri e decidono che no, lui no). Poi alla fine l'aspirante vicepresidente dice "Ma no, perché volete per forza farmi vicepresidente? Non è mica un punto importante" e tutti lo guardano un po' straniti perché per giorni si è battuto come una tigre per essere di nuovo vicepresidente.
Nei ritagli di tempo cercano anche di occuparsi degli altri ministri e di stendere uno straccio di programma. Lo fanno in "punti", come una lista della spesa, così risparmiano carta - che è un pensiero carino verso l'ambiente.
L'opinione pubblica si divide così in tre fasce: 
Fascia 1: questo governo ci fa schifo ma è pur sempre meglio del precedente
Fascia 2: questo governo non è poi così necessariamente destinato a fare completamente schifo
Fascia 3 - Noi sputiamo su questo governo e vogliano solo un governo con a capo l'ex ministro dell'interno, e tutto il resto ci fa schifo per definizione.
Poi c'ero io che ogni mattina mi alzavo e ascoltavo affascinata la rassegna stampa come fosse una telenovela, rimpiangendo ogni giorno di più la buonanima di Massimo Bordin,  e pensavo "comunque vada ci sarà da divertirsi". Va detto però che non ho mai creduto nemmeno per un minuto che avrebbero fatto le elezioni anticipate, e nemmeno che l'ex ministro dell'interno avrebbe vinto qualora ci fossero state le lezioni: avrebbe probabilmente preso più voti di quanti ne aveva presi un anno fa, ma meno di quelli che sperava. Quanto ai sondaggi, dopo la vittoria di Trump ho perso definitivamente ogni fiducia avessi mai riposto in loro, e va pur detto che negli ultimi tre anni hanno bucato una serie impressionante di previsioni, non solo in Italia.
Alla fine l'ex ministro dell'interno si è messo a strepitare che tutti vogliono le poltrone, solo le poltrone, e che fanno schifo da quanto vogliono le poltrone. Lui, evidentemente, voleva essere il primo presidente del consiglio italiano a ricevere le varie delegazioni sdraiato su un  triclinium. Chissà, magari poteva essere una buona idea: ci avrebbe tolto quell'aura di rispettabilità polverosa e di noiosa prevedibilità che ormai da tempo ci trasciniamo a livello internazionale: che noia gli italiani, mai un tocco di inventiva, qualcosa di insolito, almeno una piccola dichiarazione fuori dalle righe.
Noncuranti del suo strepitare, i due partiti hanno fatto il governo e distribuito le poltrone, e a lui non han dato nemmeno uno sgabellino pieghevole. Così impara e la prossima volta lascia la gente in pace almeno a Ferragosto.

Alla fine il governo ha preso forma e stamani ha giurato. Non mi entusiasma troppo e non mi dispiace troppo, come tutti i governi tranne quelli del mio amatissimo Prodi. Ma sempre, a tutti i governi, ho augurato in cuor mio il massimo del successo e mi sono cercata di convincere che si trattava del migliore dei governi possibili e di apprezzarne i lati positivi, anche quando non erano magari visibilissimi a prima vista.


Un lato positivo per me, anche se modesto, comunque c'è già: non vedo più tutti i giorni su Facebook tonnellate di commenti indinniati sull'ex ministro dell'interno. Sinceramente, quell'uomo mi aveva un po' stufato. Non mi illudo che si sia tolto definitivamente dai piedi - nemmeno il mio notorio ottimismo arriva a tanto, e del resto è ancora giovane e i politici ritornano a scadenze regolari, quando hanno raggiunto un certo seguito. Ma un po' di vacanza farà comodo a me e anche a lui.


lunedì 2 settembre 2019

Costruendo le competenze (post di scarsissimo contenuto didattico)



Autenticissimo e del tutto veridico scambio di mail con un collega di Lettere che lavorava in altro plesso della mia scuola in merito a un gruppo di riunioni vertenti sul complesso e delicato tema della descrizione delle competenze.

prof. Murasaki a prof. Granatense che era riuscito a bucare la riunione (beato lui!)

Molto saggiamente, ieri pomeriggio hai fatto finta di perdere il gruppo e ti sei defilato per poi sparire nel nulla. È davanti a queste manifestazioni di saggezza che mi ritrovo a considerare la possibilità di una reale superiorità maschile. Se non fosse che...
Va bene, vengo a narrarti l'avvincente seguito.
Dopo aver vagato un po' tra un'aula e l'altra, seminando un po' di colleghi ma raccattandone altri, siamo infine confluiti in una stanza al nobile scopo di rivedere le bucce alla commissione delle scuole medie della Vallata di Lungacque.
Prima di entrare Lisetta si volta verso me e Francesca e "Noi non apriremo bocca, vero?"
"Assolutamente no"  la rassicuro.
"Perché è inutile discutere sull'aria" insiste Lisetta.
Io e Chiara ci dichiariamo totalmente d'accordo con lei e ci infrattiamo nell'ultimo banco dell'angolo.
Ci danno i fogli che descrivono le competenze per i voti 6, 8 e 10. Col tempo e la pazienza spuntano poi fuori anche quelli del 7 e del 9.
Li guardiamo. In tutta onestà, a me sembra che vadano bene - per quanto può andare bene una cosa assurda come una descrizione di competenze, intendo.
Cioè, a ben guardare qualcosa che non mi convince c'è, ma non prendo nemmeno in considerazione la possibilità di segnalarla.
E parte la discussione, dove naturalmente dopo tre minuti Lisetta si butta a capofitto attorcigliandosi voluttuosamente con altre insegnanti su una sterminata serie di questioni di lana caprina. Intervengono anche i pochi uomini presenti, e io comincio a rivedere le mie teorie sull'innata superiorità maschile.
Dopo mezz'ora la Casini e un'altra se ne vanno perché "sul foglio era scritto che la riunione terminava alle tre e mezzo e abbiamo i figli da prendere a scuola".
Una volta tanto rimpiango di non avere figli anch'io.
Con Chiara chiacchieriamo di scuola, dell'esame prossimo venturo, di vestiti...
Nessuna delle due, purtroppo, ha un guardaroba abbastanza vasto.
La Cleptomane, che pure non ha figli (anche se talvolta racconta di averne) sparisce senza lasciare recapito.
Cicerone, che fino a quel momento è rimasto in dignitoso silenzio, si accosta a noi in cerca di conforto. Scopriamo che il suo era un Silenzio di Profonda Disapprovazione, non un Silenzio Annoiato.
Resta molto deluso quando non riusciamo a nascondergli il nostro profondo disinteresse sulla scelta degli aggettivi usati per la descrizione delle competenze.
Qualcuno decide di partire dall'inizio, in maniera sistematica, e rieccoci con le competenze per il sei di italiano.
Propongo (solo a Chiara, a voce molto bassa) la seguente descrizione:
6 :" e s'arrangia a farsi capire"
7:  "un se la cava male"
8:  "l'è proprio bravino"
9:  "guarda: una chicca!".
Tra una discussione e l'altra, sembra che abbiano sistemato il 6 di italiano, ma nel frattempo si sono fatte le cinque.
Viene suggerito di aggiornare la questione. A ogni plesso viene assegnata una materia e "prima del Collegio dei docenti ci ritroviamo una mezz'ora per parlarne".
Vivaddio al plesso di St. Mary Mead viene assegnata Geografia, che è la più semplice. Chiedo in giro se qualcuno è disposto ad accettare la mia delega incondizionata a fare tutto quel che vuole con quell'accidenti di cazzo di competenze.
Nessuno sembra disponibile.
Non ho capito dove ci ritroveremo e come e dove, ma di una cosa sono sicura: avranno il mio corpo ma NON la mia anima!

Spero di rivederti Mercoledì, così magari ci racconti un po' di fatti tuoi. Perché dei nostri rispettivi guardaroba, io e Francesca ormai sappiamo tutto e delle rispettive classi terze sapevamo tutto anche prima.

prof. Granatense a prof. Murasaki

Sì, mercoledì ho perso il gruppo di lavoro e, vagando vagando, mi son presto ritrovato a casa. A quel punto che fare? Ho stabilito che era inutile continuare a cercarvi. 
Tuttavia ieri, pentito, ho partecipato al gruppo di storia, visto che era subito dopo scuola e a casa, per pranzo, avevano cucinato roba che a me non piaceva. 
Lì abbiamo preso una grande decisione, sègnala! Ci pare eccessivo mettere 8 a chi non utilizza le conoscenze apprese per analizzare il passato e il presente e capire fenomeni sociali, economici, culturali di ieri e di oggi. Chi avrà 9 dovrà anche prevedere il futuro; ma pure chi ha 10 dovrà essere in grado di prevederlo, però in maniera pertinente e adeguata. 

Ecco, non so come mai ma va sempre a finire così.
Secondo me però erano meglio le mie, quelle elaborate con Chiara. Se non altro, erano più corte.

venerdì 30 agosto 2019

Jonathan Drori e Lucille Clerc - Il giro del mondo in 80 alberi

Ho incrociato questo libro per puro caso in un videoblog  durante una di quelle lunghe giornate in cui passavo metà del tempo libero dalle terapie leggendo e l'altra metà navigando pigramente col tablet perché non avevo nemmeno la forza per sedermi al computer. Il titolo del post era qualcosa del tipo "Dieci libri da regalare a Natale a chi non ama leggere".
La mia personale teoria in merito è sempre stata che se qualcuno non ama leggere, allora gli regali qualcos'altro, ma siccome una parte del mio lavoro è anche trovare libri per chi non ama leggere ho provato a vedere di che si trattava. Il primo titolo proposto era questo, e mi aveva fatto pensare a un libro per ragazzi. In realtà è un libro assolutamente per TUTTI, giovani e vecchi, uomini e donne, botanici e gente che come me riconosce giusto il cipresso e l'albero di Natale quando è addobbato (abete rosso o peccio, assai amato anche dai migliori liutai), e tutto il resto sono "alberi" non meglio definiti. Ma va benissimo anche per chi adora leggere, o per chi all'occorrenza un libro lo prende in mano senza troppo dispiacere. L'unico caso in cui non funziona è se cercate una storia con una trama ricca di personaggi e di dialoghi. Anche se, volendo, i personaggi ci sono: 80 ricchi personaggi, magari un po' legnosi ma assai ben caratterizzati. Nessun rischio di confondere la Tsuga occidentale (Tsuga heterofilla) con la Jacaranda blu (Jacaranda mimosifolia)!

Il testo è di Jonathan Drori, attualmente ambasciatore del WWF e per dieci anni amministratore del Royal Botanic Garden di Kew; tutto ciò è scritto sul risvolto di copertina interna ma per me non vuol dire niente se non che si tratta di qualcuno che con gli alberi ci ha avuto parecchio a che fare, e con le tematiche ambientali anche. Lucille Clerc è invece la disegnatrice che ha fatto le bellissime illustrazioni, che da sole valgono il prezzo del libro. Il quale libro va sui venti euro ma li vale tutti e presto verserò il doveroso obolo per acquistarlo, lo farà comprare anche per la biblioteca di scuola e lo sbolognerò in regalo a un paio di amici ben scelti (che amano abbastanza leggere, peraltro).
La parte principale di detto libro sono 80 schede dedicate ad altrettanti alberi, come anticipato dal titolo. Si parte dall'Europa settentrionale, col signor Platano (platanus o acerifolia) che fa da purificatore ambientale ed è per questo assai presente nelle grandi città, specie a Londra e si finisce, seguendo l'itinerario o almeno la direzione di Phileas Fogg nel celebre romanzo di Verne, col meraviglioso Acero canadese (acer saccarum) che per le particolarità del clima di quel nobile paese ha colori più brillanti laggiù che da noi.
A ognuno di questi alberi è dedicata una pagina o due di testo, e una tavola o due di illustrazioni rigorosamente botaniche dove non sempre ci sono solo alberi o dettagli di alberi (fiori, frutti, foglie, semi, astucci per semi e via dicendo) ma anche animali, uomini, complementi di arredo, utensili vari, vestiti...
Infatti gli alberi, ho imparato, non sempre vivono in maestosa solitudine interagendo pigramente con l'ambiente circostante, ma sono spesso degli ecosistemi in proprio, collaborando con funghi, muffe (sì, muffe. Ce ne sono anche di amiche degli alberi), insetti vari, altre piante ma anche animali di varia grandezza, che collaborano attivamente alla sua sopravvivenza mangiando i frutti e risputando in giro i noccioli, trascinando qua e là il polline, proteggendolo, aiutandolo e venendone ricompensati con linfe zuccherine, polpe di frutti nutrienti, gustose foglie e via dicendo. In certi casi perfino l'uomo interviene in loro favore, come nel caso del signor Argan (Arganis spinosa; sì, proprio quello dell'olio ormai da tempo presentato in erboristeria come rimedio a tutti i mali e cura efficace per ogni parte della nostra anatomia) che ha creato una complessa interazione con uomini e capre

o della signora Cola Nitida (cola nitida) che produce semi assai ricchi di caffeina e che viene usata per produrre la bevanda più famosa del mondo dopo l'acqua


i cui fiori cambiano colore una volta impollinati per avvisare gli insetti che gli conviene andare a lavorare altrove se vogliono del buon nettare invece di perdere tempo là dove il rubinetto è ormai chiuso (lo fanno anche molti altri fiori, ho scoperto).
Veniamo così a sapere che gli alberi forniscono gli uomini non soltanto di legname e frutti, ma anche di preziosi insetticidi, come fa il signor Neem (Axzadfirachta indica) in India e altrove, lacca (Toxicodendrum verniciflum, e assicuro che non me lo sono inventato), preziosissimi lattici, veleni, medicine - indimenticabile sotto questo aspetto la signora China, detta anche cinchona), riparo ai viaggiatori, riparo agli indigeni grazie a foglie decisamente estese, oli essenziali di vario tipo, come la signora Jojoba (simmondsia chinensis) tanto utile in profumeria, resine varie, sostegno religioso e architettonico, pregevolissimi fiori ornamentali come il signor Ciliegio Yoshino (prunus x yodensis).... abbiamo alberi che hanno fondato imperi e religioni, avviato grandiosi commerci, conosciuto ere di splendore e improvviso declino, che sono improvvisamente riemersi dalla preistoria in tempi recenti, che hanno contribuito a famosissime leggende, hanno dato la bandiera a certi paesi e via dicendo, e ognuno ha una sua personale strategia riproduttiva - perché riprodursi per un albero non è sempre "fioriamo e lasciamo che api e farfalle si diano da fare" - e caratteristiche particolari, tecniche specifiche per la difesa e per l'offesa, amici e nemici. Tutti loro sono strettamente collegati all'ambiente, e alcuni stanno vivendo momenti drammatici; la loro scomparsa o anche solo diminuzione porta e porterà grossi squilibri, anche economici, alle regioni cui appartengono.
Le descrizioni sono rigorosamente tecniche ma lo stile è discorsivo e l'insieme risulta molto chiaro anche a una sprovveduta come me.

Un libro del genere è una buona lettura per tutti, una preziosa fonte di informazioni per gli aspiranti botanici o anche solo per i curiosi e una miniera di scoperte per chi si interessa di questioni ambientali. Ma per un insegnante di Lettere è qualcosa di più, perché gli permette di collegare strettamente tutte le sue materie e le sue schede possono egregiamente essere usate per brevi letture, prove di comprensione del testo per Italiano, Storia e Geografia e per esercizi di estrazione,  sintesi e raggruppamento di  informazioni ma soprattutto per dimostrare quanto sono complessi i legami tra uomo, ambiente, economia e politica*.
Infine, la sua formula accortamente frammentata consente di usarlo per riempire piccole pause, per letture più distese ma anche in quei periodi sovraffollati dell'anno in cui una pagina o due sono tutto quello che puoi permetterti prima di addormentarti.
Naturalmente è corredato anche da una ricca bibliografia e da un indice dei nomi, e indica perfino dove cercare in rete per trovare il giardino boitanico più vicino a casa vostra e osservare i più insoliti alberi.

Con questo post sono lieta di partecipare nuovamente al Venerdì del Libro di Homemademamma dopo la pausa estiva consigliando qualcosa di veramente speciale e anche adattissimo per un regalo, considerando l'elegante veste grafica e la bellezza delle illustrazioni.

* (sì, credo che quest'anno lo userò parecchio)

giovedì 29 agosto 2019

Quotiens in anno scholastico licet insanire? - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Cosa c'è di più virtuoso e compassato di un  coro di suore di clausura?
E cosa c'è di più serio e rispettabile di un coro di giovani studenti ben vestiti con divisa azzurro scuro e cravatta papillon?

Tutto ciò che è culturale è, per lunghissima tradizione, molto serio.
E anche tutto ciò che è scolastico è, per tradizione più giovane nel tempo ma molto salda, molto serio. 
Ci aspettiamo che i nostri alunni abbiano modi rispettabili, che intervengano a tempo e in modo rispettoso, che vengano a scuola con i vestiti giusti, che accantonino nelle ore scolastiche la loro inevitabile irrequietezza giovanile e i lazzi e frizzi con cui si beano durante il tempo libero (e che spesso sono di una inaudita idiozia, ammettiamolo) - insomma che considerino la scuola un posto serio e che affrontino gli studi in modo serio. E tutto ciò è cosa buona e giusta (anche se personalmente sono dispostissima a lasciare che si vestano come meglio gli pare e intervengo sempre con molta decisione in difesa dell'alunno quando ai Consigli di Classe si comincia a discutere di come si vestono Epicarmo o Adalgisa) e assolutamente indispensabile per tirare avanti la baracca e impedire che la classe si trasformi in una bolgia infernale.
In più ci aspettiamo che sì seri alunni considerino con grande serietà le materie che cerchiamo di propinargli e gli insegnamenti che tentiamo di instillargli sul viver civile, ma nel contempo che vivano la scuola come un posto domestico e affettuoso, dove si sentano liberi di esprimersi e si appassionino a tutte quelle tematiche serie che con loro affrontiamo - salvo poi addolorarci che si annoino a morte e percepiscano la scuola come una gabbia, e di passione manco a parlarne - a meno che non si intenda la passione nel suo senso letterale di "sofferenza".
Quelli che soffrono, allora, sono gli insegnanti; soprattutto quelli di Lettere, ovvero coloro che tanto hanno amato la letteratura nelle sue più varie forme da essersela scelta come mestiere e di conseguenza sono convinte che qualsiasi persona sana di mente, non importa di quale età, non può che amare a sua volta con gran foga la letteratura.
"Non gli è piaciuto Leopardi" "Non gli è piaciuto Montale" "Non gli piace assolutamente Manzoni" sono frasi sconfortate che capita spesso di sentire in Sala Insegnanti. E se è vero che di questi tempi Manzoni è oggetto di antipatia quasi universale anche quando è fatto nel migliore dei modi, Leopardi di solito non dispiace e Montale nemmeno; peccato che il "di solito" dipenda in maniera imprevedibile non soltanto dal modo in cui viene fatto, ma anche dal tempo, dalle circostanze esterne e da una tale infinità di variabili che nemmeno Silente sarebbe in grado di calcolarle. Non esiste l'autore che piacerà sempre, non esiste il brano musicale che piacerà sempre eccetera, perché ogni classe e ogni alunno son fatti a modo loro, e per giunta cambiano di momento in momento peggio di un caleidoscopio.
Ci sono tuttavia molte cose che piacerebbero se fatte nel modo giusto.
E quale sarebbe, questo "modo giusto"?
Precisiamo: nel "modo giusto" per quella classe in quel momento e in quelle circostanze. Non ci sono ricette universali, occorrono buon senso, attenzione, cautela, buona volontà, antenne lunghe e soprattutto parecchio culo.
Qualcosina però si può fare per intervenire sul metodo. Anche lì, non c'è una ricetta universale ma una certa larghezza di vedute può aiutare e soprattutto prevenire il burn-out, flagello che colpisce tanti di noi.

Il primo video presenta una scena di risveglio: viene dal film Dister Act, in cui una sventurata cantante soul, per una serie di disgraziati accadimenti, si ritrova a dover vivere per un paio di mesi in un convento di clausura sotto protezione della polizia. Guarda caso, si tratta di un convento dove il coro canta malissimo anche se sia le suore che la direttrice del coro si impegnano con passione: del resto, si suppone che per una suora di clausura cantare il suo amore per Dio sia opera che si prende a cuore con grande passione. 
La Madre Superiora, un po' per tenere buona la non-suora che in convento scalpita alquanto e un po' per vedere di nascosto l'effetto che fa la manda appunto in quel coro e nel giro di pochi minuti la cantante si trova a dirigerlo. 
Piccolo particolare: le suore sono tutte bianche, tranne la cantante soul. E sappiamo che i neri hanno una tradizione di canti sacri cantati in modo magari un po' informale alle nostre orecchie abituate a Cherubini e Mozart, ma molto, molto trascinante. Così la non-suora, dopo aver messo in atto un paio di accorgimenti tecnici del tipo raggrupparle le suore per registro vocale, le spinge a un canto molto appassionato.
Le suore accettano con entusiasmo e nel giro di pochi giorni si scoprono cantanti eccellenti. Il piacere fisico con cui cantano il loro amore e la loro devozione per la Vergine Maria è non solo evidentissimo, ma estremamente contagioso e tutti i fedeli apprezzano moltissimo (tranne la Madre Superiora, che comunque alla fine cambierà idea). In questa versione un po' personalizzata l'inno a Maria non cambia le parole né la musica, si limita a ritoccare i tempi - ma la musicista ha spinto le suore a tirare fuori, appunto, la loro passione e l'entusiasmo che provano per Maria e tutte le sue virtù.

Il secondo video è, a tutti gli effetti, una canzonetta, scritta nel 1939 da un  musicista zulu che utilizzò un'aria tradizionale della sua gente. Il musicista in seguito morì povero in canna, il che è una grandissima ingiustizia perché da allora la canzone ha fruttato enormi quantità di soldi ai moltissimi che l'hanno ripresa e ai moltissimi cori più o meno amatoriali che l'hanno cantata - e non scordiamo il piacere di chi se l'è ballata in discoteca negli anni 70. Personalmente ci vado pazza e me la canto spesso, sia in italiano che in inglese, sin dalla tenera età di quattro anni quanto per molti giorni tirai scemi i miei poveri genitori cantandola e ricantandola senza tregua.
Il brano è delizioso e qualsiasi coro è ben lieto di cantarlo, credo: qui però il l'arrangiatore, musicista di gran rinomanza,  ha avuto una pensata geniale: inserirla nella giungla. I coristi partono con rumori assai giungleschi, che occasionalmente riprendono nel corso della canzone con un effetto raffinato che probabilmente è stato piuttosto complicato da ottenere - ma immagino che si siano divertiti tutti come pazzi, nel corso delle prove, e impegnati a sangue. L'insieme è ulteriormente impreziosito dall'aspetto dei giovani coristi, impeccabilmente vestiti con completo blu e tanto di cravatta papillon, i piccoli come i più grandi, che con l'aria più seria imitano i più vari animali. Con grande determinazione il coro ha affrontato un compito che di solito a un coro non spetta, ovvero quello di imitare gli animali della giungla, e sospetto che non sia stata una passeggiata - ma si sa che con l'impegno e il duro lavoro si ottengono spesso grandi risultati.

Tutto questo serve in classe?
Sì e no, dipende da tante cose. Come molti insegnanti hanno imparato a loro spese, svegliare la passione sopita in una classe semiaddormentata può essere pericoloso e fare uscire la classe completamente fuor di controllo, e solo un gruppo di alunni profondamente seri in cuor loro possono affrontare con la necessaria determinazione l'imitazione della risata della scimmia e dello strisciare del serpente, per tacere del cospicuo rischio che la classe pretenda di andare avanti tutto l'anno a fare la risata della scimmia e lo strisciare del serpente*, anche quando l'insegnante tenta di affrontare il teorema di Pitagora. Tuttavia la scuola è piena di esperimenti azzardati che hanno ottenuto un travolgente successo e hanno trasformato una classe di amebe in un gruppo di adolescenti vivi e creativi. 
Di fatto tutti sappiamo che qualsiasi cosa esca dalla routine è destinato a rimanere molto più impresso del normale tran tran quotidiano, e sono questi i ricordi che un giorno i ragazzi ormai diventati adulti rispolvereranno chiacchierando con gli amici o i figli; e infatti tutti noi siamo sempre a caccia di modi nuovi e alternativi per fare questo o quello. Il problema è che questi modi alternativi
1) sono studiati da esperti di didattica che ci fanno su appositi corsi, e molto spesso è roba da far venire il latte alle ginocchia anche a un serpente maschio
oppure
2) sono stati inventati da altri insegnanti assai diversi da noi per modo di fare e di insegnare e, soprattutto, che hanno altre classi - perché nessuno ha la nostra classe, e il rapporto che noi abbiamo con la nostra classe, e insomma è bene lavorarci su per adattarli - sempre con l'aiuto del buon senso, della cautela, della buona volontà eccetera e soprattutto sperando intensamente di avere molto, molto culo.
Cosa può fare insomma l'aspirante Bravo Insegnante per porre in modo appetitoso le varie portate del suo non sempre entusiasmante menù?
Una cosa, di sicuro: allargare le sue vedute. Andare a caccia di curiosità. Cimentarsi in campi nuovi, non necessariamente legati alla sua materia o agli interessi dei ggiovani d'oggi, curare la sua interiorità, andare a vedere spettacoli insoliti o meglio ancora parteciparci, spendere il bonus saggiamente elargitoci a questo scopo dal MIUR - sperando che continuino a darcelo - insomma ricordarsi prima di tutto di essere un individuo ancora in crescita e in formazione (lo siamo fino a un minuto prima di morire, tutti) e in secondo luogo di essere stato anche lui un giovane che all'occorrenza si trasformava in un giovane idiota.
E se idiota non è mai stato, nemmeno un minuto in vita sua, né ha mai avuto la benché minima tentazione ad esserlo?
In quel caso sarà bene che usi la sua luminosa intelligenza per cercarsi un altro lavoro. Al più presto.

*anche se ricordo con piacere Arisu, che dopo una gita scolastica in un parco nazionale aveva imparato a imitate molto bene il richiamo della civetta, che da allora risuonava ogni tanto nel mezzo della lezione dando un pregevole tocco naturalistico a tutto l'insieme.

venerdì 23 agosto 2019

Hic manebimus optime (post con l'annuncio ufficiale della mia guarigione)

Come ricorda un vecchio proverbio, il Ferragosto è la porta dell'inverno. Quest'anno, va detto, si è trattato di una porta su un inverno insolitamente estivo.
Nel frattempo, da brava convalescente, sono andata in letargo. Ho letto, scritto il diario (quello mio personale, su carta), testato una nuova legatoria che ha aperto vicino a casa mia che fa prezzi mooolto migliori di quelle fiorentine e mangiato una quantità immane di verdure crude e crudissime, per rifarmi da due anni di astinenza forzata. Ho anche fatto una serie di prove: ristorante cinese, giapponese e indiano, pesce fritto, MacDonald, kebab, gelati di tutti i tipi... attualmente sto svuotando i banchi degli ortolani acquistando giganteschi grappoli di uva dopo essermi ingozzata di albicocche per quasi due mesi. E tutto è andato giù liscio e festoso.
Ho meditato molto sui massimi sistemi e su come organizzare la mia casa e il mio guardaroba. Ahimé, non ho ancora rimesso in ordine i miei orecchini. Ma sono molto pigra in queste settimane e rimettere in ordine gli orecchini, come ognun sa, è un lavoro molto faticoso.
Ho quasi completato l'ultimo tagliando, mi manca solo l'ultima visita medica.
Guardo al mondo e alla vita con un ottimismo nuovo e molto piacere. In questo felice momento ho ridimensionato drasticamente tante cose che un tempo avrei classificato come serie preoccupazioni.
La nostra pazza crisi di governo, per esempio...



Come diceva Osho (quello vero) è importante vivere accentrati sul presente.
Anche perché, col presente attuale, non si rischia nemmeno di annoiarsi perché ogni minuto si porta dietro la sua novità. E ad ogni novità anch'io come tutti spalanco gli occhi, con la stessa innocenza e lo stesso stupore di un bambino appena nato.
E mi dico che, davvero, sono completamente guarita se la mia interiorità riesce a contemplare tutto ciò senza rivoltarsi come un guanto.