Il mio blog preferito

martedì 26 febbraio 2019

Timeo uozzappos et dona ferentes


Dice che sono gatti disegnati specificamente per Whatsapp. Dice.

Mi sono sempre ritenuta una persona non dico al passo coi tempi, ma comunque decorosamente aggiornata sul piano informatico - fermo restando che le operazioni che mi interessa fare sono poche e semplici: gestire il blog, con tutto il suo corredo di link e di illustrazioncine, qualche foto alle gatte ogni tanto, un po' di chiacchiere e qualche drago su Facebook, il registro elettronico, qualche libro sul tablet, un po' di navigazione a caccia di notizie varie, un po' di videoscrittura, qualche mail... la grafica e Photoshop li lascio a persone più competenti e più interessate di me. Vanto inoltre una dimestichezza con i computer ormai trentennale, che parte con una tesi scritta su quello che ormai è un pregiato pezzo da museo che aveva ben due floppy drive e nessun disco fisso*
Quando si tratta di telefonia invece piombo di colpo nella preistoria. Quando, dopo essermi messa in salvo da un branco di dinosauri affamati, riesco infine a rifugiarmi nella mia bella caverna con acqua corrente** e mi infilo sotto le coperte di pelliccia tutto quello su cui posso fare affidamento è un telefono fisso (sissignori, ne esiste ancora qualcuno. In realtà lo trovo comodo soprattutto per la connessione a internet) e un minuscolo cellulare color nero a forma di mattoncino, progettato in prossimità della fine del millennio scorso, capace solo di spedire e ricevere modesti SMS di testo e fare telefonate. L'ho comprato undici anni fa alla Coop con una offerta speciale per soci e costava 25 euro, ma cinque te li restituivano subito sotto forma di ricarica. Lo tengo quasi sempre spento a dormire in borsa*** e me lo porto dietro solo per poterlo usare in casi di emergenza, per esempio se mi casca un albero in testa***. Il numero ce l'hanno pochi amici fidati.
E gli altri?
Chiamano sul fisso, o mi mandano due righe di mail. Non è che raggiungermi sia impossibile, solo che quando sono fuori casa (il che non avviene poi così spesso, viste le mie abitudini casalinghe) non mi va di stare a chiacchierare al telefono, soprattutto se sono in giro con altre persone e magari sto parlando con loro.
No, non ho mai trovato molto educato tenere il cellulare sulla tovaglia del ristorante e passare il tempo a telefonare o ricevere telefonate - a meno che uno non sia primario d'ospedale, ministro o cose del genere. Ma sono opinioni personali, del tutto individuali, e me le tengo per me.

Questa abitudine di vivere dietro al paravento, dettata più dalla mia natura che da una precisa scelta esistenziale, si è rivelata estremamente utile nel momento in cui nel mondo virtuale si è affacciata una nuova, diabolica creatura: Whatsapp.
Non sono di quelli avversi per principio alle novità, non ho niente contro i social e non credo che abbiano distrutto la capacità degli individui di comunicare. Ma Whatsapp mi ha sempre inquietato parecchio, probabilmente perché non ti permette di usufruire dell'utilissima possibilità di far finta di non esserci. Puoi far finta di non aver ricevuto una mail, di non aver letto un messaggio, di non aver visto una provocazione. Puoi sparire dalla rete per due o tre giorni e poi spiegare che hai avuto problemi di linea, e a quel punto la polemica di quattro giorni fa sarà morta, sepolta e dimenticata da tempo immemorabile*****.
Ma non con Whatsapp, che ti inchioda al malefico meccanismo delle spunte e sa quando sei e quando non sei connesso. Inoltre lavora soprattutto su piccoli gruppi, ed è difficile sfuggire al controllo, in particolare se l'argomento della discussione ti riguarda da vicino.
Ma mi accorgo che sto divagando e rischio da un momento all'altro di finire nei Trattati sui Massimi Sistemi. Passerò quindi a svelare qual è il vero motivo per cui Whatsapp mi inquieta.
Nella mia amata scuola abbiamo il gruppo degli insegnanti (che comprende tutti gli insegnanti tranne me che, a causa del mio telefono di antiquariato, non posso installarlo)... e il gruppo degli Insegnanti di Lettere (che comprende tutti gli insegnanti di Lettere tranne me che a causa del mio telefono ecc. ecc.).
In apparenza può non sembrare una cosa negativa, certo. A chi non insegna nella piccola scuola di un piccolo paesello, intendo. Un sacco di gente si trova benissimo con i gruppi di Whatsapp, li trova di una comodità estrema, li usa con serenità e non gliene è mai venuto niente di male - e di tutto questo io mi rallegro sinceramente. Ma la categoria degli insegnanti - come quella dei genitori, e se qualcuno che legge fa o ha fatto parte di un gruppo di classe o di catechismo o di calcio, pallavolo e simili capirà di cosa sto parlando - è molto emotiva e portata a drammatizzare. I topolini trasformati in elefanti per molti di noi sono la norma, e gli incidenti diplomatici si susseguono a una velocità incredibile****** lasciando spesso molte più scorie tossiche dei normali diverbi che avvengono a voce, e ancor più di frequente creando attriti laddove di solito non si creava alcun tipo di diverbio - sì, insomma, perché c'è una fetta di umanità che in queste faccende si crogiola senza darsi pace finché tutti, volenti o nolenti, non hanno preso una ben precisa posizione schierandosi da una parte o dall'altra. Inoltre, per qualche misteriosa ma inevitabile alchimia, chiunque cerchi di riportare pace ed equilibrio tra gli elementi più polemici riesce inevitabilmente ad acuire vieppiù il conflitto in corso e, con un po' di fortuna, a diventarne parte integrante a tutti gli effetti.

In conclusione: al momento continuo a trattare con la massima considerazione il mio amato cellulare nero d'antiquariato e a tenerlo il più possibile spento da quando sono tornata a casa; e, casomai dovessi comprarmi un Telefono Elegante, mi guarderei bene dal portarlo a scuola o dal farne parola con i colleghi.
Nel frattempo, visto che ho ancora un sacco di tempo libero (che passo per lo più a cucinare e a mangiare a otto palmenti), medito sulla stranezza del fenomeno che trasforma un gruppo di persone dall'apparenza equilibrata in una manica di piantagrane.
*sissignori, i primi HD arrivarono appena un po' più tardi, e bastava qualche foto per riempirli - insomma, oggi farebbero più pena che altro.
**Sì, nel senso che corre giù dalla volta di roccia. Perfetta per farsi la doccia nelle mattine d'estate o per tenere in fresco la birra nelle sere d'inverno - peccato che la birra non l'abbiano ancora inventata
***Se non sono all'ospedale, si capisce.
**** Come faccio a telefonare se mi è cascato un albero in testa? Non lo so, non mi ci sono ancora trovata. Se mi capita e dovessi sopravvivere vi farò sapere.
*****In rete il tempo è ancor più strano che nella cosiddetta Real Life. Accade così che quattro giorni bastino e avanzino per datare un diverbio, anche molto animato, a svariate migliaia di anni fa facendogli così perdere completamente di valore.
******Come faccio a saperlo se non ho Whatsapp? Ma che domande, me lo raccontano, spesso facendomi anche leggere i messaggi incriminati. Perché il problema di quel che è scritto è che, essendo appunto scritto, rimane in memoria e si può anche far leggere a chi per sua buona sorte era rimasto del tutto estraneo allo scazzo, magari chiedendogli un parere - che assai facilmente non sarà tale da rendere onore al senno di chi l'ha pronunciato proprio perché la questione di partenza è spesso di una sorprendente minimalità.




venerdì 22 febbraio 2019

Nel Giappone delle donne - Antonietta Pastore


Una volta tanto ho deciso di presentare al Venerdì del libro di Homemademamma un saggio, e più precisamente un saggio dedicato alla condizione femminile in Giappone pubblicato nel 2004. L'autrice, Antonietta Pastore, è una traduttrice dal giapponese molto blasonata, ma soprattutto ha sposato un giapponese e ha vissuto in Giappone dal 1977 al 1993; si presenta dunque perfettamente qualificata ad illustrare al nostro italico sguardo le convenzioni e i modelli su cui si basa l'esistenza femminile in quell'affascinante e misterioso paese i cui abitanti fanno tutto a modo loro, maschi o femmine che siano, e sempre secondo una infinità di regole non scritte ma fortissimamente interiorizzate, al punto che  non è nemmeno necessario citarle perché sono assolutamente implicite. 
L'indubbia competenza sull'argomento, unita ad una scrittura molto scorrevole e ad un notevole spirito di osservazione fanno di questo libro una lettura assai avvincente per chiunque sia interessato all'argomento, in particolar modo per una lettrice amante di manga e che negli anni della sua radiosa giovinezza si ritrovava a riflettere e sentir discutere di condizione (e oppressione) femminile a colazione, pranzo e cena e che, ritrovandosi negli anni della maturità davanti a quella folta schiera di personagge sempre incredibilmente ordinate e ben regolate, misurate nei movimenti quanto nelle parole e perfettamente padrone di sé nelle più strampalate circostanze, sempre capaci di sorridere impeccabilmente pur quando erano immerse nel caos più assoluto*, finiva inevitabilmente per domandarsi se cotali creature erano esclusivo frutto di convenzioni letterarie o se in realtà avevano qualche, sia pur tenue, collegamento con la realtà.
"Le donne giapponesi ci sono o ci fanno?" è domanda che il lettore, e soprattutto la lettrice di manga e di letteratura giapponese finisce per porsi all'incirca un paio di volte per ogni tavola illustrata o pagina che gli capiti sotto gli occhi.
Finito di leggere questo libro, la risposta che si affaccia alla mente è "Entrambe": il modello culturale proposto non tanto per la Donna Ideale, quanto proprio per la Donna Normale - quella che incrociamo alla cassa del supermercato o all'uscita di scuola dove siamo andate a prendere i nostri figli, la vicina di casa, la giornalaia dove acquistiamo le riviste o la commessa che ci guida alla ricerca di un pullover azzurro-cenere, è talmente interiorizzato che finisce per aderire come una seconda pelle alla bambina, ragazza, adulta e anziana giapponese - un pensiero sconcertante per una femmina italiana, che certamente non è in alcun modo libera da condizionamenti culturali legati al suo sesso ma che di sicuro non è intralciata dal divieto non scritto di palesare le sue più profonde emozioni, anzi si sente quasi obbligata ad esternarle con gran fracasso (occorre però considerare come il codice culturale giapponese prevede non solo l'imperativo categorico di non far pesare le proprie emozioni sugli altri, ma anche e soprattutto l'abitudine alla disciplina e al rispetto incondizionato delle regole - due caratteristiche che non sono particolarmente dominanti qui da noi).
Scopriamo allora che esistono regole specifiche per i maschi e altre per le femmine; e sono regole che a volte complicano non poco la vita dei traduttori perché, tanto per fare un esempio, maschi e femmine fin da piccoli usano parole differenti (quelle riservate alle femmine sono, naturalmente, più aggraziate e spesso e volentieri leziose, nello stile da compagnucci della parrocchietta); ovvio che quello che vale per la scelta delle parole vale anche per la scelta dei colori nell'abbigliamento, per i gesti eccetera eccetera, fino ad arrivare alla divisione dei lavori di casa, che è in realtà molto semplice: il padre di famiglia non deve impicciarsene. Allo stesso modo non deve impicciarsi della gestione delle spese, che spetta interamente alla moglie (mentre su di lui ricadono l'onere e l'onore di guadagnare i soldi per le spese in questione per poi consegnare l'intero stipendio nelle mani della moglie che provvederà ad assegnargli una specie di paghetta per le spese minute); e dunque sarà la padrona di casa a saldare i conti per i regali che il marito compra per l'eventuale amante - di cui peraltro non è tenuto a rendere conto alla moglie in alcun modo.

Una volta passata la vernice esteriore dell'apparenza e della formalità, la condizione femminile in Giappone non sembra poi così diversa da quella, poniamo, italiana - dove, tanto per fare un esempio, parecchi mariti tengono una o più amanti e parecchie mogli sopportano più o meno in silenzio; ma solo un uomo con un notevolissimo pelo sullo stomaco, da noi, accetterebbe di girare alla moglie i conti dei regali fatti all'amica del cuore perché lei provveda a saldarli. 
Allo stesso modo, anche da noi è implicito che la cura dei genitori anziani del marito ricada in gran parte sulle spalle della moglie, oppure che una volta arrivati i figli è la moglie che deve sospendere il lavoro fuori casa per occuparsene, per poi riprendere a lavorare solo molto più avanti, a figli cresciuti, di solito con attività part-time che le permettano di continuare ad occuparsi della famiglia. In Giappone però questo passaggio è quasi codificato anche a livello sindacale: esistono infatti due tipi di contratto con cui una donna può essere assunta dopo l'università, e quello usato in prevalenza prevede che la donna non abbia avanzamenti di carriera, proprio in previsione del suo futuro matrimonio: l'iter più tipico infatti prevede che, dopo due-tre anni di matrimonio (e l'arrivo del primo figlio, o al massimo del secondo) la signora lasci il lavoro**.
Dunque i ruoli dei sessi sono regolati molto rigidamente, e vengono rispettati. Quanto esattamente la donna giapponese morda il freno e trovi tutto ciò ingiusto non è dato sapere, e l'impressione che si ricava dal libro è che le stesse giapponesi siano consapevoli solo in parte di una loro eventuale disponibilità alla ribellione. Sta di fatto che, al momento in cui il libro è stato consegnato alle stampe, se qualche singola giapponese delle fasce culturalmente più avanzate era disponibile a dichiararsi "femminista" e a chiedere (ma quasi mai al proprio consorte) una equa divisione dei lavori domestici, un vero e proprio movimento di rivendicazione femminile non risultava, né  risulta aver iniziato a prendere piede.
D'altra parte occorre anche considerare la differenza culturale di base, secondo la quale in Giappone l'atto di rivendicare i propri diritti parlando con i superiori da pari a pari è visto come qualcosa di estremamente scortese, se non addirittura in contrasto con le leggi umane e divine - e questo indipendentemente dal fatto di essere maschi o femmine.

Nel complesso una lettura molto interessante, che mi sento di raccomandare a tutti e che affronta questioni molto serie sotto una veste gradevole e all'apparenza leggera. Volendo, un buon modo per iniziare la primavera che è la parte più impegnativa e creativa dell'anno.

*in realtà avrei voluto scrivere "nel casino più completo", ma sono convinta che qualsiasi signora giapponese avrebbe fortemente disapprovato un modo di esprimersi così dozzinale e privo della pur minima traccia di raffinatezza.
**Un contratto di questo tipo da noi non sarebbe legalmente possibile; d'altra parte da noi il datore di lavoro tende a risolvere il problema alla radice, ad esempio non assumendo manodopera femminile, evitando di affidare loro ruoli di una qualche responsabilità o addirittura facendosi rilasciare lettere del tutto illegali di dimissioni senza data da esibire per rescindere il contratto di lavoro qualora l'operaia o l'impiegata decida di riprodursi, o anche semplicemente di sposarsi. 

mercoledì 20 febbraio 2019

Passata è la tempesta?


Dopo una ennesima e interminabile sessione di analisi, ricerche, osservazioni e scansioni di tutti i generi, tipi, forme e qualità, nonché svariati scazzi reciproci e discussioni, il sempre più vasto team di medici* che si occupava del mio complesso caso è alfine addivenuto ad una diagnosi senza punti interrogativi: scartata la possibilità di un malassorbimento del cibo, il problema risultava meccanico - in breve, un tratto della mia interiorità risultava danneggiato, e andava rimosso con un nuovo intervento.
Da lì la strada è stata in discesa: l'intervento è stato eseguito senza problemi né complicanze, il decorso è stato ottimale e, dopo esser stata tenuta a parcheggio a mesi interi  per i vari ospedali del distretto fiorentino, sono infine stata rispedita nel giro di una decina di giorni a casa dove, invece di strisciare come un lombrico anemico, ho finalmente avviato una ripresa in piena regola costellata di abbondanti pasti che digerisco senza apparenti problemi e a una velocità spaventosa, tanto che ho l'impressione di passare le mie giornate a cucinare, chiedere sempre più spesso immani quantità di derrate alimentari agli sventurati amici che si erano offerti di farmi "un po' di spesa" e mangiare senza soluzione di continuità tra un pasto e l'altro.

Naturalmente è ancora presto per bandire ogni dubbio e sciogliere ogni riserva, tuttavia alcuni indizi mi fanno seriamente sospettare di essere infine entrata per davvero in convalescenza - ad esempio, dopo avere tanto scalpitato per tornare a scuola adesso di tornare a scuola me ne frego, com'è giusto e normale che sia, e l'unica attività che mi interessa davvero è stare in ammirata contemplazione della mia convalescenza e bearmi dei miglioramenti che osservo - oltre, naturalmente, a godermi la compagnia delle gatte di casa che hanno accolto con molto favore il mio ritorno.
Vedremo gli sviluppi successivi...

*non scherzo e non esagero: ogni giorno ero visitata da un medico diverso, ma sempre informatissimo sul mio caso.

venerdì 25 gennaio 2019

Emma - Jane Austen


Possiamo iniziare con una novità: questo non è il primo romanzo di Jane Austen. Per quanto mi è  dato sapere, viene universalmente ritenuto il quarto.
Come tutti i romanzi di Jane Austen presenta delle sue specifiche particolarità, nella fattispecie la continuità di scena: all'inizio del romanzo incontriamo Emma a Hartfield, nella villa di famiglia dei Woodhouse, e lì resterà fino alla fine. Molti dei protagonisti intorno a lei schizzano come palline da flipper a Londra, in Scozia, nelle varie tenute di famiglia e via dicendo ma Emma è sempre lì, ad Hartfield, e nemmeno resta mai a dormire fuori da amici.
Il motivo che spiega questa stasi, del tutto insolita per una ragazza di buona famiglia in età da marito che deve cercare di conoscere nuove persone per meglio procurarselo, è il padre di Emma, Mr. Woodhouse, un uomo vecchio  nell'animo prima ancora che nel fisico, terribilmente ansioso e ansiogeno e abitudinario, che per sua buona sorte nonostante il notevole (ma inconsapevole) egoismo del suo atteggiamento è universalmente amatissimo grazie alla sua bontà d'animo e perciò nessuno l'ha ancora strozzato - ma in certi momenti il lettore lo farebbe con gran gioia.
Così, grazie a questo padre all'apparenza permissivo ma in realtà vincolante come una catena da lavori forzati Emma, pur essendo all'apparenza la padrona di Hartfield e la più ricca tra le protagoniste austeniane (30.000 sterline di dote, cioé una rendita di 1.500 sterline all'anno) è quella che nei fatti gode meno libertà: l'organizzazione delle giornate e soprattutto delle serate è subordinata alla necessità di intrattenere e divertire suo padre, ma soprattutto di non farlo mai preoccupare: impresa che, con un uomo che va completamente in tilt per un velo di neve contro cui affrontare una scarrozzata di un chilometro scarso o davanti agli inconvenienti digestivi che può causare una fetta di torta di nozze, è praticamente ai limiti dell'impossibile.
Emma è dunque una premurosissima figlia, ma anche una ragazza bella (molto, molto bella) e intelligente. La sua intelligenza però è stata solo molto occasionalmente messa alla prova dal contatto col mondo esterno, e quindi le difetta assai l'esperienza - il che giustifica in parte i granchi clamorosi che prende nel corso del romanzo.
Una parte di questi granchi si spiega anche con i pregiudizi sociali che Emma coltiva con gran cura - che sono esattamente gli stessi che dettano il comportamento di Mr. Darcy con cui Emma ha in comune diversi tratti (e infatti come lui usa senza ritegno la sua influenza per guidare in modo a suo avviso molto opportuno le scelte sentimentali di una persona a lei cara).
Per giunta l'autrice la mette al centro del più insidioso dei suoi romanzi, dove quasi niente è come sembra; e per ulteriore giunta Emma decide di prendersi in carico l'educazione e la raffinazione di Harriet, una bella e cara ragazza sprovveduta perfino più di lei, ma per sua disgrazia provvista di una incrollabile fiducia nel suo giudizio (suo di Emma, ahimé).
Con queste premesse, la disposizione finale delle coppie finisce per riservate qualche sorpresa e tutta la vicenda offre più di un colpo di scena - anche se il più importante viene largamente anticipato al lettore da svariate centinaia di indizi e financo dalle osservazioni e riflessioni di un personaggio che, al contrario di Emma, non sbaglia mai... beh, quasi mai - perché alla fine qualche abbaglio lo prendono quasi tutti.
Quesro romanzo, tra i sei, è quello dove lo spettro della povertà mostra più le sue ossa: viene dato ampio spazio alle due signore impoverite, di buona famiglia ma costrette a farsi bastare una piccola rendita e  a vivere in una modesta casa con una (sola) serva fedele che però sta invecchiando, e alla figura piuttosto tragica della ragazza di buona famiglia, cresciuta tra la gentry ma che dovrà presto andare a fare l'istitutrice per mantenersi.
Altra caratterisrica piuttosto insolita di questo romanzo nel canone austeniano, che condivide solo con Orgoglio e pregiudizio e in parte con Persuasione, è la presenza di vere e autentiche scene d'amore, che normalmente la scrittrice scansa con gran cura.
Infine: nel canone austeniano non è forse il romanzo più apprezzato, ma conta su una fitta schiera di estimatori che in molti casi lo preferiscono anche a Orgoglio e pregiudizio. Quanto a me, ne ammetto senza remore i molti pregi ma, pur appezzandolo assai, ammetto che gli altri cinque mi piacciono di più.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture invernali a chiunque passi di qua - e, naturalmente, anche a chi non ci passa perché è occupato a far di meglio.

giovedì 24 gennaio 2019

Insegnanti New Age 2 - Per moderare un eccesso di aggressività


Feci tutta la Scuola di Specializzazione (detta SSIS) in uno stato di rabbia incandescente, soprattutto perché mi sentivo costantemente presa in giro. La cialtronesca boria con cui buona parte degli insegnanti ci trattava, convinta di poterci ammansire con lezioni di livello elementare,  la faciloneria con cui ignoravano l'esistenza stessa delle scuole medie, considerando che le scuole fossero composte esclusivamente di Istituti Superiori e soprattutto la becera arroganza tipica dei docenti universitari con cui si rivolgevano a noi, che in molti casi eravamo persone decisamente adulte costrette in loro balìa da un perverso meccanismo delle graduatorie (che, manco a dirlo, si ridimensionò di parecchio non appena ebbi conquistato l'agognato titolo di specializzata) contribuirono ad alimentare questo mio giusto sdegno fino a livelli pericolosi per la mia salute, provocandomi perfino una breve malattia infiammatoria che fu prontamente definita "sissite" dai miei cari, con tono che stava tra il divertito e il preoccupato.
Tra le varie materie quella che più mi irritava era Storia, dove francamente il livello medio si rivelò basso in modo patetico e l'arroganza dei docenti passò perfino il notevole margine consentito ad un docente universitario.
Fu così che mi ritrovai, una mattina in cui avevo preso permesso da scuola assaissimo a malincuore per fare l'esame di fine anno, a scoprire verso le dieci, dopo la solita ora canonica di attesa delle Loro Boriosissime Maestà, che avrei fatto il colloquio non prima delle quattro del pomeriggio. Ma dirlo prima no?
Tornai a casa in uno stato di irritata esasperazione che perfino io finii per trovare eccessiva e mi resi conto che, in quello stato  d'animo, rischiavo seriamente di saltare alla gola del mio esaminatore qualunque domanda mi avesse fatto, fosse pure il mio nome e cognome. Decisi perciò di fermarmi im erboristeria dove mi feci fare una boccetta di Fiori di Bach atta a riportarmi tra le persone civili: Cherry Plum contro le esplosioni di collera, Holly contro la rabbia eccetera.  Poi mi ci attaccai, prendendo le gocce ogni cinque minuti*.
Fiori da una parte, libro di testo dall'altra, avviai una seduta di rapido ripasso.
In teoria non c'è nessun motivo per cui i Fiori di Bach, che si basano sulle presunte vibrazioni energetiche dei fiori immersi nell'acqua, debbano funzionare; è un fatto però che su di me funzionano alla grande, e gradualmente le tenaglie della rabbia si allentarono, lasciandomi sempre più paciosa e concentrata.
Andai all'esame serena e di buon umore ma, ahimé, del tutto priva di quella carica magnetica che agli esami mi porta sempre a dare quel qualcosa in più e risposi alle domande in modo pacioso ma un po' approssimativo, toppando tra l'altro platealmente una domanda sulla Pacem in terris - che mi dispiacque molto perché è una delle poche encicliche che conosco che mi piacciano, e uscii dall'esame con voto piuttosto basso per i miei elevati standard sissini**, ovvero un modesto ventotto.

Fu così che imparai che un eccesso di aggressività può essere indubbiamente negativo, ad un esame, ma quel po' di giusta aggressività che ti spinge  a vendere cara la pelle è al contrario cosa buona e giusta, e non va mai dismessa.

*con i fiori la regola è prenderli quattro volte al giorno oppure ogni volta che ti capita di pensarci. Quel giorno ci pensai parecchio, devo dire.
**Sono stata una allieva piuttosto brava all'università, ma alla SISS ero una delle prime di tutto il corso regionale  - il tutto studiando poco ma grazie ad una buona preparazione di base che si era ben stratificata attraverso gli anni.

lunedì 21 gennaio 2019

Insegnanti New Age - Di fiale portentose e di Dolcezze

Aura Soma è un sistema di terapia olistica che cura la nostra aura con i colori, attraverso boccette di oli essenziali e acque colorate che contengono anche cristalli, erbe e altro.
Prima di essere in boccette era in fialette come quella che Galadriel regala a Frodo
E già che siamo in argomento, il sistema è stato elaborato (anche) da una signora che si chiama proprio Galadriel. 
Ad ogni modo adesso non fanno più né le fiale né l'apposito portafiale per portarle al collo, e lavorano su bottigliette bicolor, molto carine anche loro.
La mia amica New Age è riuscita però a procurarsi un po' di fiale in una svendita di scampoli di fine stagione, e per me ha preso quella color magenta, verso cui ho provato subito una fortissima attrazione: il magenta infatti è l'esatto colore del sangue da trasfusioni, e uno dei miei problemi principali è proprio legato all'anemia per mancato assorbimento del ferro.
Insomma, ho preso volentieri la fiala, ma come avrei fatto a indossarla? 

Con singolare spudoratezza mi sono rivolta a Dolcezze di Mamma, che è sempre a caccia di nuove sfide, e le ho mandato una foto della fiala e le sue dimensioni.
Con gentilezza e velocità davvero impagabili Dolcezze ha risposto, ed ecco il risultato della sua arte, davvero notevole secondo me:

La collana di lana, come insisto a chiamarla, è in lana bordeaux e nero-magenta, la stoffa è bordeaux. E adesso ho ben DUE collane portafiala che si intonano magnificamente alla mia fiala magenta - e una buona scelta del colore immagino sia davvero importante nella CROMOterapia. Al momento però uso solo quella di lana, che è stata universalmente ritenuta più invernale.
Ci credo, alla cromoterapia? Non lo so e non mi interessa, ma astucci e fiale sono il risultato del lavoro di due persone che si sono preoccupate per me quanto bastava per procurarmi tutto ciò. Che cosa posso chiedere di più?

venerdì 18 gennaio 2019

Il problema dei tre corpi - Cixin Liu

Splendida copertina, una volta tanto, e pure pertinente.
Sarà perché è ripresa pari pari dall'edizione americana?   

Fantascienza cinese, nientemeno, ché non si dica che qua si leggono solo romanzetti inglesi.
Fantascienza cinese DOC, scritta da un cinese che tuttora vive e pubblica in Cina, non dal solito transfugo che si è stabilito negli USA o in Inghilterra; prima pubblicata in rivista a puntate, a partire dal 2006, poi raccolta in volume, poi nel 2016 tradotta in inglese e pubblicata negli USA, dove ha vinto il più prestigioso premio del settore, lo Hugo. A quel punto Mondadori si è mossa e nel 2017 lo ha portato anche in Italia, rispolverando per l'occasione la collana Oscar Fantastica col suo bel fondo argenteo in copertina.
E volendo parlare della copertina, possiamo dire che nella terza e quarta appunto di copertina ci sono due spoiler a cinque stelle, di quelli che sembrano un po' eccessivi perfino a me che notoriamente con gli spoiler sono di manica larga. C'è da dire però che il romanzo è talmente pieno di colpi di scena e bruschi cambi di prospettiva che i due grossi spoiler, situati rispettivamente a un terzo e a due terzi della narrazione, non spiegano poi molto e non anticipano la conclusione - che, e qui spoilero anch'io, si chiude su una inaspettata nota di ottimismo.
Non è un romanzo autoconclusivo, è il primo volume di una trilogia chiamata Il passato della terra; il secondo volume si intitola La materia del cosmo, il terzo Nella quarta dimensione, tutti pubblicati.
Il fatto che sia il primo volume di una trilogia spiega in parte la struttura piuttosto insolita del romanzo - ma qualcosa deve entrarci anche il fatto che si tratta, appunto, di un romanzo cinese e che quindi viene da una tradizione letteraria diversa dalla nostra. Naturalmente anche le scelte del singolo autore influiscono sulla struttura del libro e così ci ritroviamo un romanzo stranamente denso, quasi vischioso, molto ricco - tanto ricco che a tratti si rischia di ingozzarsi leggendolo - che comprende elementi di quasi tutti i generi (fantascienza, politica, sociologia, satira, storia, teologia, thriller, giallo, avventura, azione, formazione, divulgazione scientifica, fantasy, videogiochi e di sicuro ho dimenticato qualcosa) e riserva un colpo di scena o un capovolgimento di prospettiva serio all'incirca ogni dieci pagine nella sua seconda parte. E quanto alla prima... 

La prima parte ha un avvio apparentemente lento, come certi solenni attacchi d'organo e il lettore letteralmente non capisce dove si sta andando a parare, anche se si lascia volentieri catturare nel vortice della narrazione. Si inizia con la Rivoluzione Culturale cinese, e purtroppo non c'è niente di fantascientifico nella rivoluzione culturale cinese - caso mai, volendo proprio scomodare un genere letterario sarebbe forse possibile tirare in ballo l'horror.  
La rivoluzione culturale cinese fu infatti un momemto terribile  che divise non soltanto popolazioni, villaggi e amici, ma che spezzò anche nuclei familiari fino a ridurli in tante particelle separando coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle - chiunque insomma possa essere separato.
Tra le tante vittime di questo orrore c'è una dei protagonisti del romanzo, Ye Wenjie (un elenco dei personaggi assai chiaro e completo posto a inizio libro soccorre misericordiosamente il lettore occidentale che in mezzo ai nomi cinesi si perde con facilità) che dopo aver assistito impotente al totale disfacimento, anche fisico, della sua famiglia, rimane anni dopo intrappolata in un gioco di equivoci che la classifica tra i nemici del popolo. Siccome è una brava astrofisica si salverà grazie a una proposta di arruolamento nel misteriosissimo e mitico Progetto Costa Rossa, situato sul monte Radar. Unico inconveniente: se accetta non potrà lasciare mai più il monte Radar data appunto la segretezza del progetto. Ye accetta senza esitare (ma gli anni passano, le circostanze politiche cambiano, il Progetto Costa Rossa verrà smantellato e Ye il monte Radar lo lascerà eccome, e non certo per andare a stare peggio).

Tutto ciò costituisce una specie di prologo. Nella sedonda parte, ambientata nella Cina del terzo millennio 38 anni dopo (dove ancora le ferite della Rivoluzione Culturale emergono qua e là, con grande amarezza di tutti i partecipanti) incontriamo invece il secondo protagonista, Wang Miao, un ricercatore specializzato in nanomateriali afflitto da un misterioso conto alla rovescia che lo perseguita, e che finisce per trovare pace soprattutto seguendo un videogioco particolarmente evoluto, di quelli che richiedono una tuta speciale per essere giocati e che mostra le complesse avventure e la complessissima lotta per la sopravvivenza del pianeta Trisolaris - i tre corpi, scopriremo circa a due terzi del romanzo, sono i suoi tre soli che lo stesso pianeta per lungo tempo ha ignorato di avere e che lo mettono in una particolare situazione di instabilità che può finire soltanto molto male.
Unica possibilità di salvezza: trovare un pianeta dove la vita sia possibile e trasferirsi lì. E quale potrebbe essere questo pianeta? Sedetevi in un luogo tranquillo, concentratevi a fondo e spremetevi le meningi senza risparmio: ebbene sì, come in un qualsiasi cartone animato giapponese abbiamo gli alieni che, per sopravvivere, sono praticamente costretti a invadere la Terra. Solo che siamo in un universo altamente scientifico (come dimostrano le lunghe spiegazioni di cui è disseminato il libro e che la povera letterata di turno riesce a seguire in maniera molto... ehm... relativa) seppure anche assai quantistico, e nessuno ha ancora inventato né la curvatura di Star Trek né il comodissimo Salto nell'Iperspazio, e insomma anche agli alieni ci vorrà il suo tempo. Molto, molto tempo. Davvero molto tempo.
Ma nel frattempo hanno inviato Qualcosa sulla Terra che potrebbe.... e i terrestri dal canto loro potrebbero...
Il primo libro si chiude così, con una nota sospesa di catastrofe imminente e una di ottimismo, dopo un rutilare di effetti speciali nel finale davvero spettacolare. Ma una volta chiuso e concluso continua a insinuarsi nei pensieri del lettore, lasciandolo curiosamente inquieto, tanto che non trova pace finché non ne parla un po' in giro e medita perfino la folle idea di rileggerselo per assimilarlo meglio fin dall'inizio... insomma, è uno di quei libri che dà dipendenza.

Per concludere cito un passo che mi ha molto colpito per certe curiose risonanze con la situazione politica attuale italiana, pur venendo dalla penna di un cinese che lo ha scritto dodici anni fa. Quando su Trisolaris discutono su come intenerire la futura resistenza terrestre all'invasione, il Console Scientifico spiega al Principe:
"Il piano si concentra sull'enfatizzare gli effetti ambientali negativi dello sviluppo scientifico e suggerire alla popolazione della Terra la presenza di poteri sovrannaturali. Oltre a esacerbare le conseguenze disastrose del progresso, tenteremo anche di far leva su una serie di "miracoli", che useremo per costruire un universo illusorio inspiegabile dalla logica e dalla scienza. Tenendo vive queste illusioni per qualche tempo, è possibile che la nostra civiltà divenga oggetto di adorazione religiosa sulla Terra; a quel punto, il ragionamento non scientifico prevarrà su quello scientifico nelle menti degli eruditi umani, e porterà al collasso dell'intero sistema razionale".

Ringrazio di cuore Blog Senza Pretese, senza il quale non avrei mai nemmeno sentito nominare né il libro né l'autore, almeno a tempi brevi, e per me sarebbe stata una bella perdita.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture che vi tengano piacevolmente compagnia mentre mangiate mandarini comodamente al calduccio sotto il kotatsu.

martedì 15 gennaio 2019

Sull'annosa e controversa querelle dei compiti da fare a casa (post noioso come un giorno di pioggia)

Questa non è in alcun modo una scritta polemica.
Oh no, essa non lo è. 

L'attuale ministro dell'istruzione Marco Bussetti non si è distinto finora per soverchio interventismo nonostante le accorate richieste di Ernesto Galli Della Loggia, anche se dietro le quinte, con alcune accorte circolari, è intervenuto in alcune questioni mostrando di possedere una certa dose di buon senso. Del resto il comparto della scuola in questo momento non va particolarmente di moda se non per operarci qualche moderato taglio e nessuna persona che lavora al suo interno desidera richiamare su di esso l'attenzione di questo governo - pur essendo indubbio che detto comparto richiederebbe diversi interventi  (ad esempio una seria riforma dei tecnici e soprattutto dei professionali, che andrebbero infine visti come qualcosa di più di un refugium peccatorum o un cassonetto della raccolta differenziata).

Ad ogni modo, in uno dei suoi rarissimi guizzi di interventismo detto ministro, partecipando a una  trasmissione radiofonica, aveva vagamente accennato all'opportunità che gli insegnanti non dovessero  dare troppi compiti durante le vacanze di Natale permettendo così ai ragazzi di farsi un po' di vita loro, e sembra che si fosse perfino spinto a promettere una circolare in tal senso. La promessa, se c'era stata, era stata comunque ben presto ridimensionata: evidentemente il ministro, al contrario di certi suoi colleghi di partito, ha dato una scorsa a qualche Bignami dedicato a "Diritti e Competenze di un Ministro" e dunque sa che un ministro non può impicciarsi di questioni  didattiche in base ad un preciso articolo della Costituzione; il tutto si era infine risolto con un vago invito alla riflessione sul tema "compiti a casa" inserito nel tradizionale biglietto di auguri che come ogni anno il Ministro ha mandato ai docenti che  sono in servizio - e che dunque io non ho avuto, ahimé, alcuna possibilità di vedere.
Per quel che ho potuto vedere in rete, la questione non ha sollevato alcuna polemica tra gli insegnanti; in compenso è stata titolatissima sui giornali ed è stato molto interessante (e divertente) leggermi i  commenti che fioccavano in coda ai vari articoli dove gli infiniti tuttologi sulla scuola di cui il nostro bel paese pullula si dividevano in due schieramenti assai nettamente contrapposti: da una parte chi, oltre ad appoggiare il pensiero  ministeriale, ne approfittava per proclamare l'assoluta inutilità di qualsivoglia compito da assegnare per casa, dall'altra chi invocava un totale de profundis  sulla scuola dato che l'assenza di una grossa mole di compiti da svolgere durante le vacanze di Natale avrebbe inevitabilmente condotto alla più assoluta decadenza e alla più totale ignoranza delle giovani generazioni. Vie di mezzo, non pervenute.

Per quanto mi riguarda, incontrerei senz'altro la più totale approvazione da parte dell'attuale ministro:  non solo non do mai compiti durante l'estate se non c'è un consistente debito di grammatica da recuperare - e in quel caso naturalmente lo do al singolo, e ben personalizzato, non certo all'intera classe - ma addirittura spingo il mio virtuosismo fino a non dare l'ombra di un compito a  nessuno per le vacanze di Natale, di Pasqua ed eventuali ponti lunghi, e anzi mi regolo in base a quello che chiamo il Principio del finale della Sinfonia degli Addii di Haydn
dove tutti gli strumenti si azzittiscono, uno dopo l'altro, avendo cura di concludere tutti gli argomenti avviati senza lasciare l'ombra di qualcosa in sospeso (tanto, casomai restasse   del tempo in più posso sempre piazzarci dentro qualche lettura o qualche prova scritta) - il tutto in base a una teoria sull'importanza delle pause cui mia madre, che è stata insegnante alle elementari, mi accennò distrattamente in un tempo remoto in cui non solo non insegnavo, ma nemmeno lontanamente pensavo che l'avrei mai fatto un giorno.
Questa teoria (che in realtà più che una teoria credo sia un dato di fatto, probabilmente comprovato da qualche tonnellata di letteratura scientifica e didattica) sostiene che oltre all'apprendimento attivo  all'individuo servono dei tempi di pausa per assimilare a livello profondo quel che ha appreso. Queste apparenti pause insomma fanno parte a tutti gli effetti del percorso didattico e permettono all'alunno di apprendere principi, concetti e nozioni ad un livello più profondo della lezioncina studiata a memoria per il giorno dopo.

Per quanto riguarda i compiti delle vacanze intermedie comunque per me giocano anche considerazioni più pratiche: perché, se le esaminiamo nel dettaglio, queste vacanze lunghe  non sono affatto lunghe come potrebbero sembrare dall'esterno. Tralasciando i ponti di primavera, dove di solito i ragazzi arrivano completamente cotti, peggio perfino degli insegnanti, e quindi si può solo ragionevolmente sperare  che li usino per ricaricarsi un minimo le batterie, le vacanze di Pasqua praticamente non esistono: il Giovedì se ne va in festeggiamenti per l'inizio delle vacanze, dopo di che rimangono Venerdí, Sabato e Martedì, perché Pasqua e Pasquetta annegano rapidamente nel nulla tra parenti e gite di fuori porta. Per giunta molte famiglie si attentano in quei giorni ad andare al mare o in gita turistica, e non vedo proprio perché dovremmo fargliene una colpa.
Le vacanze di Natale non risultano molto più lunghe, in realtà. Tanto per cominciare, assolutamente tutti ci arriviamo con le batterie completamente scariche (qualcuno pure con un filo o un cordone di depressione latente) per precise questioni medico-astronomiche. I giorni che precedono Natale sono, sempre e comunque, un delirio per tutti. Poi arrivano Natale e Santo Stefano col loro carico di parenti e di eventuali trasferte fuori città dai parenti e tirate mostruose per preparare la tavolata per Natale o arrivare adeguatamente carichi di regali di Natale per tutta la tavolata e/o preparare il proprio contributo per la tavolata in questione -  per tacere dei celebri conflitti di Natale che appesantiscono vieppiù quelle giornate e che tanti mirabili romanzi hanno ispirato  a tanti abili scrittori di polizieschi. Capodanno si porta dietro anche lui il suo bel pacco di preparativi, perché ormai sin da giovanissimi i ragazzi se lo gestiscono in proprio, a volte anche con una organizzazione piuttosto complessa, e così anche il 31 e il 1 se ne vanno, spesso con un discreto strascico di mal di testa e di intontimento che non è detto non si prolunghi fino al 2 Gennaio compreso. In mezzo ci sono spesso anche due Sabati e due Domeniche dove la vita si illanguidisce e rallenta piacevolmente. La Dodicesima Notte, detta anche Epifania, in buona parte d'Italia continua ad avere un suo peso nonostante lo strapotere di Babbo Natale, e in più abbiamo una vera infinità di visite per lo zio Evaristo, la zia Crodeganga e il nonno Narciso, che magari ne ha approfittato per finire all'ospedale onde meglio complicare la vita di tutti, senza contare che qualche famiglia desidera pure farsi un viaggetto, andare a trovare parenti o amici, fare una puntatina sulla neve, godersi un po' i regali di Natale, esibirli con gli amici e magari provarli con loro (i videogame, per fare un esempio a caso) - e c'è anche una bella fetta di famiglie che già il 22 Dicembre impacchettano la famiglia al gran completo e se ne vanno nella terra di origine per l'intero arco delle vacanze.
In mezzo a tutto questo, quanta voglia può avere una povera creatura in piena crescita di dedicarsi alle somme algebriche, ai diagrammi cartesiani, al predicato nominale o al genitivo sassone? Soprattutto quando l'alternativa a sì pallificanti attività è una bella pista da sci, i cugini che non vedi da tre mesi o una pizza con gli amici?

E infatti la cruda verità è che i compiti assegnati per Natale, Pasqua o i ponti primaverili sono quasi sempre fatti male, in modo frettoloso e trascurato, in mezzo a liti familiari, oppure direttamente non fatti. Gli unici che si impegnano per farli bene sono quelli che, lavorando regolarmente con grande  impegno ed eccellenti risultati, più di tutti avrebbero diritto a godersi una bella pausa - e tuttavia anche da loro possono venire amare sorprese e curiose defaillance.
Insomma  anche tralasciando la teoria delle pause, assegnare compiti per le vacanze di Natale e Pasqua e per i ponti primaverili è per lo più una grande perdita di tempo e implica un discreto spreco di risorse e spesso anche alcune arrabbiature non programmate e del tutto superflue.

Ed eccoci al secondo corno della questione: i compiti a casa durante l'anno scolastico. Perché esiste un movimento di pensiero, non so quanto consistente, e l'inevitabile gruppo su Facebook (oltre, immagino, a una miriade di gruppi su Whatsupp) che sostiene l'assoluta inutilità dei compiti a casa vedendoli solo come una forma di accanimento da parte dei docenti contro i ragazzi, tanto inutile quanto crudele, e ne vorrebbero la totale abolizione per legge (il che è del tutto impossibile in base al già citato articolo della Costituzione che tutela il principio della libertà didattica).
Partiamo da alcune considerazioni, tanto banali quanto noiose ma necessarie.
Punto primo: a parte qualche rarissimo caso di manifesta insania mentale che si risolve in smania punitiva verso gli alunni colpevoli di esistere, nessun insegnante dà troppi compiti a casa: ognuno di noi, in scienza e coscienza, è convinto di dare esattamente i compiti necessari e non una sola goccia di più o di meno di quel che è suo preciso dovere.
Punto secondo: sarebbe vano negarlo, il problema principale sono i compiti delle materie umanistiche e scientifiche - in pratica i docenti di lettere, matematica e lingue straniere, soprattutto alle medie.
Punto terzo: i genitori nei compiti a casa non dovrebbero impicciarsi né tanto né poco: non ne dovrebbe essere dato per scontato l'intervento, non dovrebbero avviare gare a chi fa meglio i compiti dei figli, non dovrebbero insistere e litigare perché i compiti vengano fatti, solo sfoggiare un atteggiamento mediamente severo e coerente qualora qualche nota li informi che la loro prole non svolge incompiti assegnati con la dovuta regolarità.
(E se non li fa? Se la vedrà con l'insegnante, con i quattro che fioccano, con i compiti estivi, con l'eventuale bocciatura che potrebbe fargli un mondo di bene. Oppure, molto più probabilmente, si adatterà a fare i compiti dopo qualche iniziale resistenza e qualche settimana senza cellulare).
Al netto di questa raccolta di banalità di cui mi scuso, rimane una considerazione ancora più banale:
Per come è impostata attualmente la scuola italiana, un certo ammonto di compiti da svolgere al di fuori delle lezioni è ritenuto indispensabile da quasi tutti i docenti di quasi tutte le materie. I pochi che fanno eccezione seguono per lo più tecniche di didattica sperimentale o si adattano come possono a situazioni particolarissime. 
C'è infatti una parte di lavoro che è indispensabile che l'alunno faccia da solo o con pochissimi compagni ed è la parte che riguarda l'elaborazione autonoma (detta anche rimasticazione digestione) di quanto in classe è stato detto, spiegato, elaborato, insomma fatto tutti insieme. Lì ci si rende conto se quel che in classe sembrava tanto chiaro lo è davvero, oppure se quel che era sembrato tanto astruso lo è ancora, una volta   affrontato a mente fredda; lì si manda  a memoria quel che va mandato a memoria di regole e formule, lì si completano in autonomia i disegni impostati in classe eccetera. Si tratta insomma di una forma di fissaggio del lavoro dove si rimette quanto detto e fatto nel caos della lezione collettiva.
Il peso di questo lavoro varia a seconda del grado di concentrazione con cui viene svolto, dell'attenzione prestata in classe ma soprattutto dell'allenamento: l'abitudine a fare regolarmente i compiti li rende più facili, come succede con tutti i tipi di lavoro. 
Fatti con la dovuta concentrazione e  l'impegno adeguato, senza il peso emotivo di litigi in famiglia, sostentati da una buona merenda e con una certa atmosfera rilassata intorno (che può includere anche una buona colonna sonora ma dove un cellulare acceso puntato su un social risulta del tutto deleterio) i compiti a casa sono utilissimi e di solito anche piuttosto rapidi da svolgere. 
Fatti distrattamente, messaggiando in lungo e in largo, con genitori-avvoltoi che ti spronano e puntellano in continuazione (o che sbroccano perché in metà pomeriggio sono state fatte tre espressioni su sei e solo a prezzo di ore di martellamento), senza riguardare le istruzioni e la lezione cui si riferiscono, sono del tutto inutili e possono anzi accrescere la confusione del fanciullo o della fanciulla di turno.
Naturalmente il genitore sensato, che vede e conosce il quadro completo della situazione, può decidere in circostanze particolari (non solo se è crollato il tetto di casa o se la creatura  ha avuto un attacco di peritonite: va bene anche una uscita di famiglia decisa sull'ispirazione del momento o i festeggiamenti di un compleanno che si sono prolungati più del previsto) di giustificare la prole: se fatta con criterio e parsimonia, l'uso delle giustificazioni familiari può alleggerire una situazione che rischia di avvitarsi su sé stessa e in presenza di un impegno costante qualche occasionale giustificazioni non lascia danni né tracce.
Infine: siccome il sovraccarico di compiti si verifica in presenza di più insegnanti convinti che esista una sola materia, ovvero la loro (il singolo docente di solito non riesce a fare danni più di tanto) in certi casi è opportuno che i genitori, laddove la questione non riguardi solo due o tre singoli alunni, superata  la fase della mormorazione tra di loro, affrontino apertamente la questione ai Consigli di Classe con dolce fermezza e senza troppi proclami. Gli insegnanti naturalmente non gradiranno e borbotteranno assai peggio di pentole ricolme di stracotto, per poi lamentarsi moltissimo tra loro su questi ragazzini viziati e questi genitori che si allargano troppo, ma quasi sempre ne terranno conto, non fosse che per scansare grane future. Del tutto sconsigliabile invece scavalcare il Consiglio e andarsi direttamente a lamentarsi dal Preside, che più di tanto non può intervenire (e se lo fa se la prende solo con l'ultimo supplente arrivato, quello con la posizione contrattuale in apparenza più fragile) e di solito se la cava con un vago richiamo in Collegio Docenti dove evita con cura di spiegare quale classe si è lamentata e di quali insegnanti si sta parlando,
con grande irritazione del corpo docente e soprattutto di chi non è colpevole ma  sarebbe anche disponibile a farsi un esame di coscienza, però prima di avviare il doloroso processo vorrebbe la certezza che la questione lo riguarda.

Personalmente in classe applico molto la tecnica della contrattazione sindacale: dall'apposita colonna del registro, manuale o elettronico che sia, è facile vedere se qualche collega è, diciamo, molto assiduo nell'assegnazione dei compiti a casa e avendo di solito molte ore in una classe imparo a concentrare i compiti in certi giorni più che in altri. Soprattutto chiedo: "Come siete messi per Giovedì? VI va bene se il tema ve lo do per la settimana prossima? Ci sono problemi per Martedì, visto che avete la verifica di inglese?". Qualche moderata concessione ha spesso un effetto molto positivo sulla disponibilità degli alunni.
Va detto anche che ho un sistema di controllo piuttosto accurato e quando non mi consegnano i compiti divento una belva, ma questa è altra storia.

lunedì 14 gennaio 2019

Passatempi all'ospedale, ovvero "Qual è la vostra perversione?"

L'ospedale di Careggi è considerato una eccellenza a livello nazionale.
Tuttavia la biblioteca per i pazienti non è a questo livello.

Come tanti altri reparti ospedalieri, anche quello che mi ospita ha un paio di scaffali dedicati ai libri che i degenti o i loro amici lasciano in libera lettura. Sono lì, disposti alla rinfusa e  senza etichettatura: chi vuole va e lascia, chi vuole va e prende per leggere. 
Sono capitata per caso in quella stanza uno dei primi giorni, durante un giretto casuale fatto al solo scopo di muovermi un po'. Ci sono ritornata qualche giorno dopo, ho scorso distrattamente i titoli e ho arraffato un paio di titoli (tra i quali un Nero Wolfe che non avevo e che tornerà a casa con me).
Poi ci sono ritornata tre giorni fa in cerca di nuove letture e mi sono soffermata a guardare quel groviglio libresco in doppia fila. Senza che nemmeno me ne rendessi conto le mie mani hanno raggruppato la decina di libri di Danielle Steel e l'hanno riposti in un palchetto a parte.
Ho continuato a guardare.
Basterebbe fare una rozza divisione per argomenti, mi  dico: gialli, sport, umoristica, narrativa italiana e straniera.... spostando ciò che non era narrativa nello scaffale vicino, che era già strutturato in quel senso...
La mattina dopo, armata di guanti di lattice, mi sono fatta staccare la flebo e sono tornata là dentro.
Ho iniziato così quello che senz'altro potrà essere contato come il lavoro più inutile della mia vita; ma che ci posso fare se riordinare libri mi rilassa? È sempre stato così e sempre così sarà.
Appunto la cosa per rallegrare chi passa di qua - infatti, davvero non so perché, chiunque me lo sente raccontare scoppia a ridere pazzamente e non la smette più.
Aggiungo che i medici l'hanno trovato un buon segno: secondo loro, se mi occupo di qualcosa che va oltre la stretta sopravvivenza e ritorno alle mie consuete perversioni* è segno che il mio quadro clinico è in netto miglioramento. 
Personalmente sono d'accordo, e se da una parte mentre traffico con i libri mi sento decisamente idiota, dall'altra c'è il senso di conforto che mi dà il rientrare finalmente nella mia pelle.

*naturalmente non si sono espressi così, è solo una mia libera traduzione delle loro parole

venerdì 11 gennaio 2019

Letteratura al maschile e letteratura al femminile

Le tre sorelle Brontë, dipinte dal fratello Patrick. 
Il ritratto, molto più malridotto di come appaia qui, si trova alla National Portrait Gallery - un piccolo quadretto smiciato che lascia l'impressione di una forza davvero potente. 
Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti  ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di indicare i suoi due nomi e limitandosi alle iniziali, qualcosa di vero potrebbe anche esserci.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne? e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia personale libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Marion Zimmer Bradley* e di alcune  ottime mangaka temo proprio che i libri negli scaffali di casa mia siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario); anche perché, fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci  han lasciato qualche citazione indiretta, come Anite di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e  che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoda scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Trotula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Francia scrisse poesie che narravano storie cavalleresche e d'amore in francese, Caterina da Siena teologa e oggi patrona d'Italia nonché dottore della Chiesa, ci ha lasciato un corpus davvero vasto e Christine de Pizan scrisse di soprattutto di storia e filosofia. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de La Fayette, considerata dalla critica l'inventrice del romanzo moderno francese (o anche occidentale, dipende).
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama appunto romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese. 
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che anche in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.
Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e d'altronde a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece  alle potesse del Cinquecento accennava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
"Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; 
piangerò, arderò, canterò sempre 
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre 
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) 
la bellezza, il valor e 'l senno a canto
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre 
Amor, natura e studio par che tempre  
nel volto, petto e cor del lume santo...“ 
Gaspara Stampa, 26. XXVI. 
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.
Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.

Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce). 


Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta rivolta a me di segnalarli nel Venerdì del Libro e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".


Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori ogni sesso.


*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero, ma insomma l'ho letta quasi tutta
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di procurarmelo, sia pure in prestito. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné.