Il mio blog preferito

giovedì 5 luglio 2018

L'Angelo della Sala Insegnanti (sono me)

(l'immagine di questa splendida torta ai mirtilli viene dalla pagina Facebook di Foto che soddisferanno il vostro senso dell'ordine)

Sin dai primi tempi in cui ebbi il piacere di frequentarla, l'ampia e luminosa e accogliente Sala Insegnanti della scuola media di St. Mary Mead si presentò ai miei occhi come spaventosamente ingombra di cartame. Tavoli e tavolini e scrivanie e cassetti e scaffali e rastrelliere e qualsivoglia contenitore o piano d'appoggio ne traboccava, letteralmente.
Sono una persona disordinata e pure un po' trascurata, un po' di ciarpame intorno non mi ha mai dato noia; da studentessa ho vissuto in un brodo primordiale di appunti mescolati e libri spersi per ogni dove, niente in me si è mai segnalato per soverchia organizzazione apparente, ma il mio era il classico disordine dove, io almeno, trovavo tutto. Invece in quella sala non si trovava mai nulla. Mi domandavo come facevano i colleghi a tollerarlo. Io ne soffrivo un po', anche se i miei pochi libri e le mie poche carte, regolarmente spurgate del superfluo, vivevano tranquille e sempre a mia disposizione nell'unico cassetto che ero riuscita a ricavarmi - decorosamente ampio, per fortuna - tanto che tra i colleghi finii per farmi la reputazione di persona ordinatissima, cosa che non mancava di far sganasciare la mia famiglia e chi mi conosceva bene.
Ordinata io?!? 
Ebbene sì, sul lavoro lo ero abbastanza. Rispetto all'insegnante medio anzi ero praticamente un prodigio. 
Con tutto ciò, il casino che c'era in quella stanza non l'avevo mai visto in nessuna delle venti  scuole dove avevo fatto le mie supplenze, brevi o lunghine che fossero.

Già dopo le prime settimane, quelle in cui non ci si azzarda nemmeno a sfiorare altro che l'eventuale registro delle firme per paura di sbagliare qualcosa, avviai qualche cauto tentativo di sfoltimento buttando via ogni tanto un po' delle carte che ingombravano il tavolo principale, dopo che avevo osservato che erano lì da giorni e giorni e giorni senza che nessuno le avesse minimamente toccate.
Mi dedicavo a questa delicata operazione solo quando mi capitava di essere completamente sola lì dentro. E' un complesso della complottista che mi è rimasto appiccicato anche oggi che lavoro ormai alla luce del sole sgombrando carriolate intere di roba.
Con l'andare degli anni gli interventi si approfondirono: aprii i cassetti delle scrivanie, buttando via infinite copie di circolari di dieci anni prima e di autorizzazioni a gite e simili che datavano al secondo millennio e addirittura ai primi anni '90.
Svuotai alcuni cassetti strapieni, appartenuti in epoca remota a insegnanti ormai in pensione da anni e liberando così un po' di posto per i nuovi arrivi.
Feci una scatola per i cataloghi editoriali, togliendo quelli vecchi e riempiendoli con i cataloghi in corso, via via che arrivavano. Li mettevo anche in ordine alfabetico di editore, ma non ho mai visto nessuno che provasse almeno vagamente a rispettare quell'ordine o che si preoccupasse di rimettere nella scatola il catalogo dopo averlo consultato: imparai a ripescarli dagli strani posti dove erano finiti e a rimetterli nella scatola.
Riempii la scatola destinata ai cataloghi di chi offriva gite solo con il materiale di chi offriva gite (lavoro del tutto inutile: mai e poi mai che abbiamo scelto una gita basandoci su quel tipo di materiale).
Liberai la rastrelliera delle riviste dai bollettini parrocchiali ancora incellofanati che nessuno guardava mai, limitandomi a tenere l'ultimo numero (che nessuno consultava mai. Adesso hanno smesso di arrivare).
Buttavo via i comunicati sindacali più vecchi di tre mesi.
Ogni tanto rimettevo le circolari in ordine cronologico nell'apposito contenitore - c'era in tal senso una certa confusione perché qualcuno li metteva in ordine cronologico e qualcuno con la più recente in alto, e col tempo riuscii a convincere i colleghi che il sistema più usato era proprio quello di mettere più in vista la circolare più recente, ma che comunque era necessario darsi un tipo di ordinamento e rispettarlo, altrimenti non avremmo ritrovato mai nulla (un concetto, questo, che per le custodi e solo per loro era perfettamente chiaro sin dalla notte dei tempi).
Avviai i lavori di sgombero di un armadio che ufficialmente conteneva materiale del laboratorio di scienze, ma in pratica era strapieno di tutto, da vecchi caroselli di diapositive in bianco e nero sui vulcani a modellini di solidi geometrici in compensato a cavi elettrici abbandonati. Non ho ancora finito di liberarlo, anche se non dispero di consegnarlo al Sostegnop entro la fine dell'anno.
Più avanti avviai i lavori per la biblioteca, in occasione dei quali riuscii a liberare molti scaffali, che provvidi a riempire con i libri scolastici che ci lasciavano ogni anno i rappresentanti. Feci una paziente opera di scrematura, naturalmente, e soprattutto eliminai una quantità immane di doppioni. Adesso i libri scolastici sono divisi per materie (indicati da appositi cartellini) e uno scaffale è riservato ai libri al momento adottati dalla scuola, che possono servire ad alunni squattrinati o a colleghi appena arrivati.
Quest'ultimo è un lavoro particolarmente delicato, che va sorvegliato con cura e risistemato con una certa regolarità. Da brava bibliotecaria mi irrito profondamente quando passo nella biblioteca (quella dove ci stanno i romanzi, per intendersi, e dove gli alunni vanno a pescare libri in prestito) e scopro che, dopo il passaggio di una classe, gli scaffali sono pieni di libri fuori posto, riposti a casaccio e addirittura messi capovolti e alla rovescia. Naturalmente un apposito cartello supplica i gentili utenti di lasciare sul tavolo i libri consultati invece di rimetterli a posto, ma mai cartello fu più ignorato nella storia della segnaletica.
E tuttavia son ragazzini, giovani e implumi, disabituati al contatto con i libri, non esperti di ordinamento delle biblioteche. Son giovani e hanno ancora tanto da imparare, mi dico mentre smoccolando faccio il giro degli scaffali e ricolloco i piccoli libri smarriti al posto giusto.
Ma che cosa devo pensare dei loro insegnanti, tutti reduci da studi di livello superiore e assai usi a maneggiare libri, quando trovo gli scaffali, particolarmente quelli delle materie letterarie, confusi e rimescolati oltre ogni dire, con l'ordine alfabetico per titoli completamente ignorato.... e un sacco di libri rimessi alla rovescia o capovolti? Cioè, è davvero così indispensabile e aiuta a risparmiare così tanto tempo mescolare in un groviglio inestricabile sette antologie, per tacere dell'infilarci qua e là un fascicoletto di storia o un bel libro di geografia?
A giudicare dai risultati, così sembrerebbe.
Sta di fatto che quest'anno a malapena sono riuscita ad occuparmi lo stretto indispensabile della biblioteca vera e propria, ma ai libri in Sala Insegnanti non ho badato né tanto né poco, perché ero fin troppo occupata a tenere l'anima coi denti; addirittura, dato che ero all'ospedale,  ho praticamente scavalcato tutta la fase del passaggio dei rappresentanti limitandomi a scorrere qualche libro per le adozioni dell'anno prossimo, mentre gli altri anni tenevo d'occhio i pacchi nemmeno scartati e provvedevo ad accantonarli in un punto isolato dove non ingombrassero; quest'anno invece, in assenza della mia rapace sorveglianza, questi volumi sono stati infilati alla rinfusa in qualsiasi posto libero si presentasse all'occhio di chi desiderava levarseli dai piedi.
Arrivata a Giugno ho cominciato a lavorare il nemico ai fianchi. Complice la partenza di ben due professori che sono andati in pensione, ho colto l'occasione per una bella sfoltitura di una serie di cadaveri inglesi dei tempi della guerra fredda e una vigorosa scrematura dei libri di Scienze Motorie, più la consueta eliminazione dei doppioni e un piccolo scarto di vecchi manualetti per le prove Invalsi (ormai cambiate). Ma soprattutto ho provveduto a una cauta scrematura dei libri di Religione, il cui titolare si stava pericolosamente allargando arrivando ormai a coprire ben tre palchetti. E' bastato eliminare qualche vecchio doppione ancora incartato e tutto è tornato a dimensioni più contenute.
Adesso quattro pile di libri vecchi e nuovi dell'altezza di circa un metro fanno bella mostra di sé dietro al gabbiotto dei custodi, che provvederanno a smaltirli con calma nei giorni della raccolta differenziata della carta e io sono stanca & stremata oltre ogni dire perché non si tratta di un lavoro leggero, soprattutto nelle mie attuali condizioni di salute.

La mia aureola è dunque ripresa a brillare del consueto color dell'oro: l'angelo della Sala Insegnanti veglia sui suoi diletti colleghi perché lavorino in condizioni comode e trovino facilmente quel che gli serve, e perché la Sala Insegnanti sia un posto non troppo ingombro.
Ripeto: quattro pile di libri di circa un metro l'una, più una vera infinità di cartacce d'anteguerra cestinate con determinazione e impegno.
La Sala Insegnanti, dopo questo trattamento, è naturalmente un luogo tutt'altro che vuoto, anzi niente lascia immaginare che sia stato sottratto anche un solo frammento di carta.
E il futuro armadio per Sostegno non è ancora libero. Ma forse quando tornerò a scuola, gli ultimi giorni di Agosto, porterò alfine a termine sì grande impresa. Inoltre sto seriamente meditando di inscatolare una vasta serie di libri e alcune enciclopedie ormai arcaiche (sì, è un lavoro che ho già fatto a suo tempo, ma con la mano troppo leggera, a quel che sembra, visto che a quegli scaffali non ci va mai nessuno né alcun collega in questi ultimi quattro anni li ha mai minimamente consultati).

E qui sorgono spontanee due domande ai miei occhi senza risposta:
- Primo: chi faceva questo lavoro quando non c'ero io? Perché qualcuno l'avrà fatto, almeno con i doppioni dei rappresentanti. Ma non ho mai visto nessuno che ci badava, anzi nessuno in mia presenza sembra nemmeno essersi mai posto il problema.
- Secondo: possibile che ai miei colleghi, tutti i miei colleghi, quell'immane affastellìo di carte inutili non abbia mai dato noia, e che io sia l'unica che preferisce lavorare avendo a portata di mano solo e soltanto quel che gli serve? Oppure la mia è una semplice deformazione professionale da archivista?

martedì 3 luglio 2018

Sigilli incompiuti e insegnanti scontenti

L'esame è finito, una volta tanto senza particolari sorprese. 
La Terza Amichevole l'ha affrontato senza tragedie, ma anche senza grandi risultati. Quasi nessuno ci ha sorpreso con effetti speciali: chi era bravo naturalmente ha fatto un buon esame (buono, non eccellente), chi era stato sciatto e approssimativo durante l'anno ha fatto un colloquio ai limiti del patetico: abbiamo dato una manciata di 5 ai colloqui, e non è cosa per niente comune - anche perché di solito colloqui da 5 all'esame di terza media non se ne vedono, quasi tutti cercano di fare qualcosa di decoroso.
Soprattutto è mancato il guizzo col quale molti improvvisamente, grazie alla misteriosa trasmigrazione alchemica determinata dall'esame, escono con un punto o due più del previsto in virtù di prestazioni che durante l'anno non avevano fatto nemmeno per sbaglio e si scopre improvvisamente che all'occorrenza sono molto più bravi di quanto sembrasse - ed è sempre bello quando succede, e causa di gran gioia sia per gli insegnanti che per gli alunni. In due ci hanno dato il piacere di un colloquio molto migliore del previsto, ma gli scritti erano in linea col loro consueto livello e quindi più di tanto il voto non si è alzato, anche perché con la nuova legge il voto di ammissione contribuisce per il 50% al voto finale - che forse è un po' troppo, o forse no, ci devo pensare. Vero è che la Preside ce l'ha ricordato più volte durante gli scrutini, con l'implicita esortazione ad alzare la media di chi volevamo far uscire con un voto più alto; ma il punto è che i voti dell'ammissione non erano molto alti, e se non lo erano c'era il suo motivo.
Sia chiaro che non c'è niente di male se una classe esce con un solo dieci, o anche senza dieci alcuno, se il suo livello potenziale è quello - ma la Terza Amichevole era una classe con un potenziale molto alto, che però non si è mai degnata di sviluppare. 
Ma dopotutto stiamo parlando del loro esame, della loro vita e delle loro scelte. Al momento hanno quattordici anni e una intera esistenza davanti a sé, e nessuno di noi ha la minima idea di come si svilupperà il loro futuro. L'esame delle medie sembra molto importante a noi insegnanti, che alle medie ci viviamo, ma alla fine è una tappa tra tante di un percorso ben più vasto dove ancora niente è compromesso e niente è garantito. Se è andata così è perché così doveva andare, e amen.

venerdì 29 giugno 2018

Assassinio allo specchio - Agatha Christie

(c'è qualche spoiler qua e là, temo. Piuttosto consistente)

Il romanzo uscì nel 1962 e in Italia arrivò l'anno successivo col titolo Silenzio: si uccide che faceva riferimento all'ambientazione nel mondo del cinema. Più avanti lo ripubblicarono col titolo Assassinio allo specchio, vuoi perché uno specchio nel titolo originale c'è, vuoi perché così avevano intitolato in Italia il film che ne era stato tratto nel 1980, film dove Angela Lansbury, la celebrissima Signora Omicidi, faceva la parte di Miss Marple. Già che ci siamo aggiungo che in origine il romanzo fu dedicato a Margaret Rutherford, la leggendaria interprete di Miss Marple degli anni 50 - un tantino fuor di carattere, se vogliamo, ma i suoi film erano decisamente divertenti e lei era una grande attrice.

Ma veniamo al titolo originale: The Mirror Crak'd from Side to Side (lo specchio si incrinò da parte a parte) è un verso di Tennyson preso dalla poesia The Lady of Shalott. Tennyson era poeta assai famoso durante l'epoca vittoriana (è citatissimo dalle protagoniste di Trollope, per esempio) ma negli anni 60 del secolo scorso appariva una specie di relitto arcaico custodito soprattutto nei ricordi delle anziane signore. Di sicuro io non l'avevo mai sentito nominare prima di leggere il presente romanzo, e per me resterà sempre "quello che la Christie cita spesso". Sta di fatto che andai a cercarmi la poesia da cui era tratto il verso, e per quanto a quel punto conoscessi perfettamente il motivo per cui Agatha Christie lo cita non sono mai riuscita a capire come le sia venuto in mente di farlo. A me, quel verso, non sarebbe venuto in mente guardando l'espressione di Marina Gregg, sono convinta. Scoprii comunque che si trattava di un poemetto arturiano, dedicato a una fanciulla che si lascia morire d'amore per Lancillotto - una leggenda che ispirò anche diversi quadri dei miei amati preraffaelliti, ad esempio questo, che è di Waterhouse:
Dicevo che il romanzo è ambientato nel mondo del cinema; più esattamente, c'è un frammento del mondo del cinema che viene a St. Mary Mead per fare un film storico e una celebrissima attrice che compra la villa della signora Bantry, sì, proprio quella villa dove viene trovato un cadavere in biblioteca. Gli anni sono passati, la signora Bantry è rimasta vedova, la villa è troppo grande per lei e troppo costosa da mantenere (perché c'è stata la guerra!) così decide di venderla all'attrice tenendosi solo una specie di portineria da cui ricava una comodissima e moderna abitazione. E naturalmente Miss Marple è sempre una sua grande amica.

Dicevamo che gli anni passano, e anche St. Mary Mead cambia. Nasce un quartiere nuovo, popolato da case moderne abitate da giovani coppie dove le signore hanno studiato ma vanno a servizio a ore per procurarsi un reddito - e naturalmente tutta la gentry di St. Mary Mead ha dovuto accettare il fatto che le cameriere vecchio stile che abitavano in casa dei padroni sono ormai una razza in via di estinzione, mentre una donna a ore che viene a pulire può essere una valida alternativa. Ciò nonostante il "quartiere nuovo" è visto con fiero sospetto e la sua popolazione considerata alla stregua di una colonia di ircocervi piombati lì per caso.

Perché ho scelto proprio questo romanzo per completare il gruppo dedicato a Miss Marple? Non ho mai trovato che l'intreccio giallo sia imperdibile, anzi a dire il vero è uno dei pochi di cui in qualche modo avevo perfino intuito la soluzione. Miss Marple avrà altri validi romanzi dopo questo, anzi i suoi ultimi romanzi sono forse i migliori. Questo però è ambientato a St. Mary Mead e per la prima volta (e unica, dobbiamo dire, perché nei libri successivi sembra in buona salute) si confronta effettivamente con la vecchiaia e con i Terribili Tempi Moderni.
La vediamo oppressa e scocciata da una pur cortesissima dama di compagnia, la signora Knight, stipendiata dal ricco e affettuoso nipote Raymond West perché la assista. La signora Knight è noiosa come un giorno di pioggia e la realtà è che Miss Marple vorrebbe ben altra compagnia. La soluzione di questo problema arriverà a fine libro, e non c'entra nulla con la trama gialla: la giovane e un po' sbadata (ma dinamica e assai brillante) Cherry Baker si offre di venir ad abitare con lei con l'altrettanto giovane e brillante marito, in una specie di piccolo appartamentino separato. Mi sarebbe molto piaciuto ritrovare il seguito di questo insolito menage nei romanzi successivi, ma questo è l'ultimo romanzo ambientato a St. Mary Mead e purtroppo Cherry non comparirà più nel canone; peccato, perché mi piaceva molto.
Il romanzo quindi si snoda su tre diversi piani: la trama gialla è confinata al mondo del cinema, a sua volta confinato nella villa della signora Bantry ormai completamente ristrutturata (e durante il ricevimento dove avverrà il primo omicidio la signora Bantry la ripercorrerà incuriosita dai cambiamenti, ritrovando anche il luogo dove fu rinvenuto il celebre cadavere in biblioteca); poi c'è il Quartiere Nuovo, con nuove case e nuovi negozi e gente nuova ma che Miss Marple percorre, a sua volta incuriosita, durante una breve fuga dalle premure della signora Knight per poi scoprire che la gente che lo abita non è poi così diversa da tutto il resto della gente che ha conosciuto fino a quel momento, anche se certo negli ultimi decenni sono cambiati usi e costumi; e infine la dimensione personale di Miss Marple e il problema di affrontare un declino fisico che pure non si presenta poi così irreversibile. Volendo si può aggiungere che il Quartiere Nuovo ha in realtà qualcosa da dire sui delitti, anche se in un modo un po' imprevedibile.
Inoltre questo romanzo contiene una delle mie frasi preferite di Miss Marple: "C'è gente che non sa usare bene i pronomi": uno degli elementi della soluzione sta proprio nell'uso sbagliato di un pronome, e se sin dalla prima lettura che feci da ragazzina la cosa mi colpì moltissimo, tutte le volte che insisto in classe sull'uso corretto dei medesimi la voce di Miss Marple mi guida e mi assiste: perché se non usate bene i pronomi, rischiate che chi vi ascolta fraintenda quel che dite, e questo non va assolutamente bene.

Con questo post, ultimo della serie dedicata ad Agatha Christie, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e invito chiunque passasse di qua a portarsi qualche romanzo di questa eccellente autrice in vacanza: al mare, sui monti, al lago, nell'agriturismo, Agatha Christie va sempre bene e costituisce un piacevole intrattenimento oltre a trasmettere un atteggiamento molto disponibile e razionale verso i cambiamenti cui va incontro inevitabilmente il mondo: perché la natura umana resta sempre quello che è, non troppo buona né troppo cattiva ma comunque molto vitale, e tutto sommato le nuove generazioni non mordono anche se non sempre mostrano soverchio rispetto per le buone tradizioni dei bei vecchi tempi.

lunedì 25 giugno 2018

Quel misterioso oggetto chiamato Antologia (che forse non è proprio così indispensabile come si dice)



Un trolley in versione multiculturale, adattissimo a trasportare antologie di italiano per le scuole medie (dovete immaginarvelo a grandezza naturale, però)

Ci sono alcuni misteri che non riesco a spiegarmi.
Ma, del resto, se riuscissi a spiegarmeli non sarebbero misteri, al massimo cose difficili da capire.
Tra questi giganteggia l'Antologia di Lettura per le Scuole Medie.
Per quanto ancora potrà durare, un libro di testo con quelle caratteristiche?

Per parecchio, sembrerebbe: intorno a me non ho mai visto alcun collega mostrare segni di insofferenza davanti a sì scomodo e ingombrante oggetto. Tutti lo scelgono con gran cura, commentando, consultandosi, confrontandosi, rievocando esperienze passate, presenti e future. E io li ascolto, col gran desiderio di capire di cosa stanno parlando. E non ne vengo a capo.

Partiamo da alcune notazioni generali.
L'antologia è un volume che non deve mai costare meno di 23 euro. Tale prezzo andrà a riferirsi al kit standard, ovvero un volume con almeno due allegati. A parte andranno confezionati il volume di epica (per le prime) e di Letteratura (per le seconde e le terze). Si possono poi aggiungere due o tre volumetti che andranno pagati a parte, oppure, a scelta dell'insegnante che adotta l'antologia, verranno confezionati in un comodo pacco che costerà intorno ai trenta euro, con un pingue risparmio di due o tre euro per l'acquirente.
Il volume base dovrà essere di almeno 400 pagine (meglio se si riesce ad arrivare a 500 o un po' oltre). La carta è pesante, i margini senza scrittura enormi, le illustrazioni quasi sempre di una bruttezza sbalorditiva. Se lasciassero bianchi quegli spazi, almeno gli alunni potrebbero decorarli a piacer loro durante i tempi morti delle lezioni, con risultati estetici senza dubbio infinitamente migliori.
I volumi sono di una pesantezza sbalorditiva. Ci vuole una gru, per alzarli, anche perché sono di carta patinata, di quella che sotto l'illuminazione al neon delle aule scolastiche produce uno sgradevole riverbero. In compenso la rilegatura di solito fa pena e il libro comincia a sfasciarsi già in primavera.

Cosa contiene questo vasto tomo, a parte le illustrazioni non sempre encomiabili?
testi, naturalmente. E' una antologia di lettura, dopotutto. Testi di vari autori divisi in sezioni per argomento e per genere. Piccoli. Corti. Miserabili. Ce ne sono alcuni di quattro o cinque pagine (scritte grandi, com'è giusto) ma sono eccezioni.
In compenso abbondano i testi scritti dai curatori dell'antologia, ma raramente si distinguono per qualità letteraria.
Poniamo: sezione sull'Amicizia.
Introduzione su cos'è l'amicizia, normalmente piena di luoghi comuni e frasi fatte. "Ti sarà capitato" "anche tu avrai visto" eccetera eccetera.
Questionario sull'amicizia (non sempre imperdibile).
Elenco di film sull'amicizia. Elenco di libri sull'amicizia.
Testi piccoli e miserabili sull'amicizia, spesso tagliati male, ancor più spesso sforbiciati perché sono presi da romanzi o racconti lunghi. Poi, nelle note, verranno messe le spiegazioni sui punti tagliati.
Ampia introduzione che spesso riassume il testo e magari tutto il romanzo, e non è raro che venga anche spiegato all'alunno cosa succede nel brano e come il brano in questione va interpretato - che all'alunno non venga in mente di farsi una qualche opinione in proprio, per carità.
Segue il testo.
Seguono gli esercizi sul testo, due o tre paginate di domande che spesso brillano per inutilità e scarsa pertinenza col brano. Ci sono esercizi di linguistica, analisi delle figure retoriche, domande più o meno demenziali. Vengono poi suggeriti esercizi di rielaborazione della storia, inventare un finale, inventare quel che è successo prima del brano, inventare cosa avrebbe potuto succedere nel brano.
Diciamo che il rapporto tra quel che scrive l'autore del brano e quel che scrive l'autore dell'antologia è, quando va bene, uno a quattro, talvolta uno a sei.
Il brano così massacrato risulta spesso del tutto privo di interesse per chiunque abbia il pur minimo interesse a seguire una storia.
Probabilità di appassionare il lettore al contenuto: da zero a uno su dieci (possiamo arrivare a due o tre su dieci in pochi ed eccezionali casi).
Intendiamoci: esistono anche antologie con esercizi interessanti, e ne ho beccate un paio. Ma antologie con una buona percentuale di brani interessanti onestamente non mi risultano.
Tra l'altro i brani in questione sono scelti con criteri... vogliamo dire insoliti?
Ci sono quelle che contengono esclusivamente brani di letteratura dell'Ottocento. Oppure esclusivamente brani di "classici" per ragazzi (che da tempo non sono più classici e non sempre sono nati come letteratura per ragazzi). Chiunque, scorrendole, penserebbe che la letteratura di avventura è morta allo scoccare del Novecento, che nessuno ha scritto più fantasy dopo Ende (ma nessuno ha nemmeno scritto fantasy prima di Tolkien), che la fantascienza è un genere caduto in estinzione dopo il 1960 e che la letteratura dell'horror ha conosciutro come suo ultimo, illustre esponente Lovercraft.
Ci sono poi quelli che sembrano convinti che nessuno ha scritto una riga di alcun genere prima del 1990, e quelli che si limitano a pubblicare brani di libri pubblicati dalla casa editrice che stampa l'antologia (di conseguenza case editrici come Salani e San Paolo e perfino Giunti sembrano non avere mai pubblicato niente di niente); la maggior parte comunque è convinta che sia un peccato mortale pubblicare un brano lungo, interessante e avvincente. 
Particolarmente agghiacciante è la scelta di brani di letteratura extraeuropea - che, poverella, ormai esiste e non è che se pubblichi un brano interessante che in origine sia stato scritto in turco o in giapponese qualcuno si offende, direi.
E le fiabe? Vogliamo parlare della scelta agghiacciante delle fiabe?MAI, dico mai, una fiaba con una eroina, o un intreccio un po' complesso. In compenso c'è sempre Cappuccetto Rosso. Che tutti fra l'altro conoscono già.

La faccenda risulta particolarmente dolorosa nei cosiddetti "volumi di epica" dove si evita con cura di mettere brani lunghi che contengano qualcosa con un inizio, un intreccio e una fine. Mi manca il cuore di parlare della scelta dei brani di epica medievale. E sorvoliamo sulle antologie di "letteratura" di cui ho già avuto il piacere di sparlare.

Ma veniamo a me. Tutti abbiamo le nostre fissazioni, e a me piace lavorare su testi lunghi - magari racconti, o capitoli di un romanzo: la storia di Fantine, il primo duello di d'Artagnan, la bambina smarrita (in un corridoio interdimensionale) di Matheson, Priamo che va a chiedere ad Achille il corpo di Ettore, la casa di Asterion, Cuori strappati di James, la macchina che vinse la guerra, Peline che mette su casa in un capanno da caccia, una delle favole italiane di Calvino, Konrad Lorenz e l'ochetta Martina...
La verità è che ogni classe ha le sue esigenze, i suoi interessi e le sue preferenze. Non ho una programmazione fissa per le letture, le scelgo via via. So comporre l'antologia che mi serve soltanto a fine anno. Ci sono racconti che propongo spesso, ma anche brani che tiro fuori non so nemmeno io perché, sulla base dell'ispirazione del momento (di solito sono quelli che piacciono di più). Gli esercizi li assegno in base alle esigenze della classe, e le esigenze della classe a malapena le so io, figurarsi un ipotetico compilatore di antologie.
Come faccio a scegliere l'antologia giusta per una classe che ancora non conosco, dalla prima alla terza? E se anche conoscessi la classe, come faccio a prevedere come si evolverà? Vorranno i fantasmi? Vorranno le astronavi? Gli piaceranno i duelli? Preferiranno storie di oppressione politica e schiavitù? Gli piaceranno le storie d'amore o diventeranno idrofobi solo a sentirne nominare una? Mica sono cose che si possono prevedere sul momento. Se anche qualche editore a caccia di guai deciderà di compilare una eccellente antologia di racconti e brani ben scelti e adeguatamente (ma non troppo) lunghi, con poche e scarne righe di introduzione ed esercizi sennati, come faccio a sapere se di tutta quella roba di ottima qualità riuscirò a utilizzarne almeno una metà? 
Ogni classe è fatta a modo suo, ogni classe cambia ogni mese.
A me servirebbe una bella banca dati che contenga un po' di tutto dove attingere. In attesa di questa fenice che non verrà mai a posarsi sul nido dell'editoria scolastica (ma che se lo facesse da me incasserebbe un bel po' di soldini) mi arrangio come posso. Sono una persona con un ricco curriculum di letture, perché dovrei mettere da parte questa mia competenza quando salgo in cattedra?

Negli ultimi anni ho finito per adottare (letteralmente) un compromesso: ho preso l'antologia solo per la prima, quando i piccoli brani hanno un loro perché, specie se sono carini, e non la riconfermo in seconda e in terza - ottenendo in tal modo di non sforare il tetto di spesa dei libri di testo. Dopo di che passo il mio tempo a sfinire la fotocopiatrice di scuola.
Giusto quest'anno hanno introdotto però un tetto per le fotocopie (un po' bassino, a quel che mi risulta). Tuttavia la moderna tecnologia sta lavorando per me: diversi alunni dispongono di un kindle, magari di famiglia, e in fondo ormai i cataloghi di libri liquidi si sono assai estesi: cercando con cura potrei trovare probabilmente antologie di racconti adatte alle mie esigenze. Inoltre ci sono parecchi testi di letteratura più o meno classica che in rete si trovano del tutto aggratisse.
In tutti i casi, per i miei alunni il tempo in cui giravano curvi sotto il peso di immani e costosissime antologie è finito. Definitivamente. Ma non per questo costoro saranno privi di una vasta selezione di letture, garantisco.

venerdì 22 giugno 2018

Il Grandioso Corso Olistico di Educazione all'Affettività, ovvero partire da Adamo fra i pruni

Ammetto che io l'amore l'ho sempre visto un po' così: una roba piuttosto intensa e travolgente.
Anche a tredici anni. Soprattutto a tredici anni.

Quest'anno, in un impeto di attivismo, i coordinatori di classe hanno deciso di affrontare la questione dell'educazione all'affettività - quella cioè che un tempo era chiamata "educazione sessuale" e che oggi viene intesa in modo più vasto e completo, diventando di fatto quasi impraticabile.
Dalle ASL ormai arriva scarso aiuto. Gli insegnanti di Scienze fanno comunque un bel corsetto assai franco ed esplicito sulla riproduzione umana spiegando letteralmente la rava e la fava, ma quando lo fa l'insegnante di classe non è mai la stessa cosa e non sempre i ragazzi sono completamente a loro agio.
L'insegnante di Lettere fa poi scivolare qua e là qualche lettura e qualche film, magari a tematica gaia o legato agli stereotipi di genere o su rapporti conflittuali, abusi e simili. Gli alunni magari preferirebbero sdarsi guardando Tutta colpa delle stelle o simili ma non sempre vengono accontentati, perché non c'è abbastanza ritorno didattico (oppure l'insegnante pensa che non ci sia, magari sbagliando) comunque guardano anche il film sugli abusi e i pregiudizi e magari con pazienza compilano apposite verifiche o scrivono i loro pareri o li esprimono a voce - ma non è certo la stessa cosa che impostare un percorso sui rapporti affettivi, e anche lì c'è il problema che gli insegnanti sono gli stessi di tutti i giorni, e pure i compagni.
E' raro insomma che qualcuno alzi la mano e spiattelli chiaramente domande del tipo:
"Prof, ho scoperto di recente che mi piace Adonisio e non Adonisia, e adesso mi prendono in giro per questo e per giunta Adonisio ha detto che non gli interesso perché sta già con Ludovico. Tutto questo mi fa molto soffrire, cosa posso fare?"
"Prof, il mio ragazzo si è molto arrabbiato perché ho detto che non ne voglio più sapere di lui e adesso tiene un muso pazzesco al ragazzo con cui mi sono messa insieme dopo averlo piantato, e non fa che tirargli frecciatine quando siamo in compagnia e dir male di me dietro le spalle. C'è un modo per convincerlo a darsi una ripassata alle buone maniere?".
"Prof, è normale che mia sorella caschi sempre dalle scale tutte le volte che resta a dormire dal suo fidanzato? E che proclami che la gelosia è un segno di affetto?".
"Prof, ho scoperto di essere pazzamente innamorato della mia migliore amica, ma non so davvero da che parte cominciare per spiegarglielo senza rischiare di rovinare l'amicizia. Avrebbe qualche consiglio?".
Qualche volta, in privato e a quattr'occhi, può capitare che a un insegnante molto amichevole e/o autorevole vengano raccontate vicende piuttosto confidenziali e delicate, ma non sempre il malcapitato di turno è in grado di dare una risposta "giusta", anche perché ogni adulto (e, alla fine, ogni essere umano) è portato a giudicare certi temi alla luce del suo vissuto e delle sue convinzioni individuali: ad esempio io sono piuttosto anarchica e ho qualche difficoltà a riconoscermi nel modo in cui molte giovani leve vivono le relazioni e che trovo un tantino claustrofobico. Come faccio a dirlo apertamente? Io ho la mia storia, e non è detto che sia il tipo di storia che vorrebbero avere loro. In fin dei conti, ognuno ha la sua personalità e le direttive ministeriali oggi ci esortano (molto giustamente, secondo me) a insegnargli a prenderne coscienza, più che imporgli determinati modelli di vita o di condotta che dovrebbero scegliersi in autonomia.

Tutto questo cambia se in classe arriva il pool di Esperti. Perché l'Esperto, psicologo o sessuologo o quel che è, è il Tecnico Imparziale e Infallibile che Sa Tutte le Risposte, o comunque ci toglie le castagne dal fuoco e noi per questo lo amiamo incondizionatamente - salvo poi imbelvirci come tante erinni se ci sembra di scorgere in costoro una qualche tendenza alla manipolazione altrui. E qui sorge spontanea la domanda: ma è davvero possibile trattare a fondo un tema del genere senza ombra di tentativo di manipolazione, sia pur fatta con le migliori e più ortodosse intenzioni del mondo?

E insomma quest'anno un collega ci ha presentato un progetto, avallato dalla Regione,  "con cui a Crifosso ci siamo trovati molto bene". Ci siamo letti i depliant introduttivi, poi siamo andati a controllare di che organizzazione si trattava. Ma ecco che scopriamo che si tratta di associazione di indirizzo cattolico. 
Oh, sospetto & diffidenza!
"Beh, il mondo è pieno di cattolici rispettabili" osservo io conciliante "Converrebbe parlarci. Il programma sembra improntato a principi condivisibili".
Anche troppo, volendo dire. Mi sembra un po' la classica roba fatta da adulti che hanno dimenticato che i ragazzi hanno sangue nelle vene, ma si sa che io sono anarchica e pure parecchio romantica.
"Si parla di famiglia tradizionale, nel documento dell'associazione".
Il collega che ci ha presentato il progetto giura che non viene detto nulla contro le famiglie alternative durante il corso. 
Io sarei più interessata al discorso sugli stereotipi di genere (in fondo, se i nostri ragazzi decideranno di farsi una famiglia arcobaleno non sarà proprio domattina, e avranno anche altre occasioni per riflettere sul tema), ma anche per quello occorre parlare con gli addetti ai lavori: per quel che si vede dalla presentazione, a mala pena si affronta la questione che i sessi sono due (o più di due? So che c'è un ampio dibattito in corso), in effetti sembra tutto molto edulcorato.
Sentimenti, affettività, emotività... si ricorderanno di dire che ogni tanto la gente tromba? Mi rendo conto che non è l'unico punto principale ma...

E viene il giorno dell'incontro con gli Esperti. Che ci giurano che loro insistono molto sui sentimenti, la conoscenza reciproca, la fiducia eccetera - tutte cose che vanno benissimo anche per sviluppare un rapporto gay, che quindi risulta rispettabile esattamente come una relazione etero. E che naturalmente criticano alla radice gli stereotipi di genere. E insistono molto sul rispetto dovuto all'individuo (e al partner) in quanto tale.
Infine, tutto ciò sembra molto rispettabile. Mi mordo la lingua e riesco a non chiedere "Ma della parte irrazionale dei sentimenti parlate mai? Passione travolgente, colpi di testa, questa roba qua?", vuoi perché sono consapevole che di tendenza gli adulti cercano di limitare questo aspetto evitando di incoraggiarlo, vuoi soprattutto perché l'umanità di colpi di testa ne ha fatti davvero tanti nel corso dei secoli nonostante tutti i saggi ammonimenti che le sono stati impartiti, e quindi insomma i giovani provvederanno in proprio a organizzarsi le loro esperienze sbagliate o inconcludenti, che secondo me sono importanti quanto quelle positive se non di più.

Il corso risulta strutturato in una forma insolita: un gruppo di ragazzi viene scelto dalla classe come tutor, viene formato dai corsisti e a sua volta forma i pari. Poi intervengono gli psicologi per rispondere alle domande che sono emerse nel frattempo. I ragazzi dunque sono protagonisti in prima persona, non solo recettori. Poi arrivano a scadenze regolari gli psicologi, ovvero gli Esperti Esterni, e spiegano e rispondono alle domande sorte nel frattempo.
Sembra interessante.

Insomma, accettiamo di provare, e in un enorme rutilare di schede e di fotocopie il corso si avvia. Si comincia con una bella lezione sui cambiamenti fisici e psicologici dell'adolescenza, con tabelle e questionari. L'insegnante di Lettere, in un angolino della classe, compila scartoffie apparentemente del tutto ignara di quel che avviene intorno a lei ma in realtà con orecchie grandi che il lupo di Cappuccetto Rosso al confronto era sordo. E non può fare a meno di osservare che alle ragazze viene chiesto di commentare il fatto che con l'arrivo delle mestruazioni potranno diventare madri, mentre nessuno chiede ai maschietti di notare che potrebbero diventare padri.
Stranamente, il dibattito non decolla, tanto che l'insegnante di Lettere finisce per sospettare che per una buona parte del gruppo maschile parole come "eiaculazione" e "orgasmo" siano più che altro teoriche. Insomma, non è che sono un po' indietro rispetto alla media? Da diversi segnali sembrerebbe possibile, ma non trovo delicato chiedere pubblicamente "Scusate, quanti di voi si masturbano?" e quindi continuo ad occuparmi attivissimamente delle mie scartoffie scolastiche.
Viene poi una lezione sulle emozioni - che non sono la stessa cosa dei sentimenti, scopro, perché i sentimenti sono più duraturi. Soliti questionari su emozioni e sentimenti, positivi e negativi. Mi ritorna in mente una cara amica che, quando parlava di qualcuno che attaccava un argomento in modo piuttosto dispersivo diceva che "partiva da Adamo fra i pruni" ovvero dal primo momento dopo la cacciata dall'Eden, e in quel modo non arrivava mai al punto cruciale.
D'accordo, sarebbe opportuno non provare emozioni troppo negative. 
Sarebbe opportuno? Collera, rabbia, aggressività - sono sentimenti o emozioni? Soprattutto: sono sempre negativi? O ingiustificati? Possiamo provare una vera empatia se non conosciamo le emozioni negative? E' possibile a tredici anni risolvere e mediare i contrasti in modo maturo e responsabile come tanti monaci illuminati? Cosa combini con la gelosia, il senso del possesso e insomma tutte quelle cosacce altamente negative ma che fanno parte di noi e che gran parte degli adulti gestisce in modo che, col più caritatevole degli aggettivi, si può soltanto definire "schifoso"?
Basta dire ai ragazzi che devono essere empatici, civili e rispettosi? 
Soprattutto: come gestisci la cosa se il resto del gruppo in cui vivi ha un codice culturale del tutto diverso?

Passo dopo passo si arriva, all'ultima lezione, alla coppia. La quale coppia è monogama, basata sulla fedeltà e sulla conoscenza e il rispetto reciproco, oltre che sulla profondità del sentimento maturato col tempo. 
Sì, vabbé. A tredici anni?
D'accordo, l'affettività è anche questo, ma mi sembra che non si sia tenuto conto che i criteri che portano a un matrimonio duraturo non sono esattamente gli stessi che portano i fanciulletti ad una relazione di tre settimane conclusa bruscamente perché uno dei due ha trovato altro pascolo da pascolare. O magari uno dei tre, perché a questo mondo non c'è solo la monogamia, e non sempre si ama una sola persona per volta. Soprattutto da giovanissimi. E ci sono sentimenti (o emozioni?) di gran forza che maturano in poche ore e in altrettante poche ore sfioriscono. Ma di queste non è stata detta una parola. 
Usavano solo ai miei tempi o ci sono ancora?

In conclusione: tutto il corso è stato assai edificante ed improntato ai più nobili sentimenti (e alle più nobili emozioni) ma mi è sembrato abbastanza sospeso per aria. Avrei gradito qualcosa di più specifico e concreto, e da quanto mi è sembrato di capire lo avrebbero gradito anche loro.
Sono d'accordo che ficcarsi nel dedalo dell'emotività (e del sentimentalismo) adolescenziale è roba assai complicata, ma alla fine il corso avrebbe dovuto aiutare per l'appunto i ragazzi a orizzontarsi in quel dedalo contraddittorio. Almeno, credevo che si trattasse di una roba così. 
Un bel discorso buonista sulle emozioni potevo farglielo anch'io, o qualsiasi altro insegnante del Consiglio - ma non è un discorso un po' fine a sé stesso? Sì, sappiamo tutti che il mondo dovrebbe andare in un certo modo per andare bene, ma forse non ci si arriva solo sentendoselo dire, ci vuole un percorso un po' più complesso, che comprenda anche qualche falsa partenza e un po' di confusione. Perché, alla fine, se per questi tredicenni gestire i loro sentimenti (e le loro emozioni) fosse tanto semplice, lo farebbero punto e basta, esattamente come mangiano le patatine fritte o si infilano le scarpe (e comunque anche per l'una e per l'altra cosa hanno dovuto affrontare un po' di addestramento perché non sono nati sapendo fare né l'una né l'altra cosa).

Diciamo che è stato un esperimento interessante, ma forse sarà anche il caso, in futuro, di provare un altro tipo di approccio più diretto - se troviamo qualcuno disposto a tentarlo.

martedì 19 giugno 2018

Esami e non solo esami - La Nuova Prova di Italiano (con un appello contro l'abbandono dei cani)

(cani randagi frugano nella spazzatura in cerca di un po' di cibo. Lo so che è una scena triste, nondimeno avviene, purtroppo)

Molti hanno criticato la legge 107 del 2015 detta sulla Buona Scuola, qualcuno ci ha anche scioperato contro ma non tanti si sono preoccupati di leggerla, almeno da noi. Fu così che il comunicato del Ministero dell'Istruzione del 17 Ottobre 2017 sul decreto attuativo relativo all'esame delle scuole medie passò abbastanza inosservato, a parte qualche leggenda  metropolitana che sosteneva che non si poteva più bocciare*. Invece conteneva al suo interno diverse sorprese legate all'esame tra cui una (la più importante, per un insegnante di Lettere) riguardava appunto la prova scritta che
verificherà la padronanza della lingua, la capacità di espressione personale, la coerente e organica esposizione del pensiero da parte delle alunne e degli alunni. Le tracce dovranno    comprendere un testo narrativo o descrittivo; un testo argomentativo, che consenta l’esposizione di riflessioni personali, per il quale dovranno essere fornite indicazioni di svolgimento; una traccia di comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico anche attraverso richieste di riformulazione. La prova potrà essere strutturata anche in più parti, mixando le tre diverse tipologie.
Chiaro? Beh, mica tanto, anche perché andava a intervenire sul Sacro Rito del Tema,  codificato ormai da tempo immemorabile e calcificato dagli anni 70 nella terna che prevedeva un testo a contenuto autobiografico (da fare anche in forma di cronaca, diario o lettera), un testo a carattere argomentativo (da fare in modo impersonale) e una relazione su un evento didattico. Insomma, una rivoluzione non di poco conto visto che quella che la Buona Scuola riforma è la stessa legge in base alla quale ho fatto il mio personale tema di esame quando stavo dall'altra parte della barricata, svariati decenni fa.
Improvvisamente ci dicono che dobbiamo fare qualcosa di diverso, non si sa quanto diverso, senza darci indicazioni troppo precise. 
Come molti, anch'io lessi il tutto e poi provvidi a dimenticarmene (o meglio, feci finta di riuscire a dimenticarmene) confidando in indicazioni più chiare.

Poi arrivò la nota 892 del 17 Gennaio 2018, che era in verità un corposo documento di più  di dieci pagine con esempi e grande abbondanza di spiegazioni. Sembrava tutto piuttosto complicato: le commissioni potevano decidere come fare le tracce, ma si suggeriva comunque di fare almeno una prova "mista" basata su un testo (qualsiasi testo, non  necessariamente letterario) o su una immagine dove richiedere una sintesi (sì, il buon vecchio riassunto), un po' di comprensione o analisi del testo, un qualche testo creativo da parte dell'alunno usando l'immagine o il brano a mo' di spunto... insomma, di tutto e di più. 
Il corposo documento cominciò ad essere segnalato a segreterie e direzioni didattiche e gli insegnanti di Lettere cominciarono a trovarne fotocopie e stampe sui tavoli dell'istituto e financo nel loro cassetto. E infine dovettero decidersi a leggerlo con attenzione perché Pasqua ormai era alle porte e l'esame non era più tanto lontano e insomma, cosa avremmo  dato come traccia a quei ragazzi il giorno dello scritto di italiano?

Così gli insegnanti cominciarono a leggere, con perplessità, sconcerto e contrarietà, ma anche con una certa fascinazione. Perché sì, sembrava tutto un po' complicato ma, come dire... poteva anche funzionare. 
Sì, avrebbe potuto.

La verità è che il buon vecchio tema cominciava ad andare un po' strettino a tanti di noi.  Personalmente anzi già da tempo avevo cominciato a dare prove un po' miste, con un po' di riassunto, qualche titolo da trovare, immagina un seguito della storia, cosa ne pensi di quel che fa X o Y; oppure a lavorare su testi più tecnici, scientifici, geografici... in fondo anche le prove Invalsi funzionavano in parte così e non c'era solo la letteratura, nella vita, e tutte quelle tracce dove dovevano raccontare della prima volta che erano stati al mare o descrivere la loro cameretta cominciavano a lasciare davvero il tempo che trovavano. Una bella prova agile, invece che quattro colonne di esercizio retorico sulle luci e i colori e i suoni dell'autunno, con tanti esercizi diversi... diciamoci la verità, erano più divertenti da correggere e costringevano gli alunni a usare abilità diverse a seconda della domanda, senza contare che lettere e diari stavano diventando sempre meno consueti nella vita di tutti  i giorni e saper fare un po' di riassunto poteva servirgli di più di una descrizione delle foglie secche che cadono turbinando nel vento.

Insomma, cominciarono i primi cauti esperimenti. L'utenza non rispose male. Nemmeno loro sembravano poi così schifati.
E un bel giorno, scartate le uova di cioccolato, in una delle ultime occasioni in cui ornavo di mia sempre più pallida presenza la Sala Insegnanti, ci ritrovammo per buttare giù un progetto per le terne dei temi da fare per gli esami, armate di vari libretti che gli editori si erano precipitati a inviarci. Alcuni di questi libretti facevano veramente schifo, pena, ribrezzo e pietà, come sempre in questi casi, ma ce n'erano anche di validi.
Pasticciammo un po', poi elaborammo tre terne  che comprendevano due temi di impianto molto tradizionale e una prova mista. Due terne vennero molto bene, una era più mencia. Ovviamente, all'esame gli incauti alunni a ciò delegati sorteggiarono la più mencia, quella messa lì perché una terza terna andava pur messa, e ormai l'inventiva era calata a tutti noi. E il primo tema, quello che avrebbe finalmente rimpiazzato l'incubo di St. Mary Mead, ovvero il classico "Ripercorri il triennio appena trascorso e racconta quel che più ti è rimasto impresso" con cui da innumeri anni perseguitavamo gli incauti esaminandi, riguardava... l'abbandono degli animali domestici. Insomma, si trattava di raccontare qualche triste storia di cani abbandonati deprecando tale vergognoso fenomeno. Tutti noi insegnanti di Lettere avevamo convenuto che era un classico tema da prima media, ma almeno così eravamo sicuri che potessero farlo tutti, anche gli alunni più imbranati.

E fu così che il giorno della correzione dei temi dell'esame la prof. Murasaki si ritrovò nel pacco:
- due temi argomentativi sul fatto che i giovani di oggi erano troppo omologati (o non lo erano affatto) perché seguivano troppo le mode e usavano solo capi firmati
- tre prove miste di una semplicità disarmante ma, appunto per questo, svolte molto bene
- diciotto storie diciotto dedicate a cani abbandonati, molte delle quali assai fluviali e tutte  pateticissime perché l'argomento aveva risvegliato anche i più duri di cuore o i meno provvisti di immaginazione, e per una volta la Terza Amichevole si era scoperta grafomane e aveva usato anche il secondo e financo il terzo foglio protocollo, e invece di consegnare appena terminate le due prime canoniche ore, quasi tutti avevano intaccato e alcuni perfino completato financo la quarta ora.
Diciotto fluviali e strazianti storie di cani abbandonati, dove non sempre l'abbondanza del sentimento bastava a coprire le lacune grammaticali e sintattiche di taluni dei candidati, ma tutte altamente commoventi. 
Diciotto storie di cani abbandonati, e nemmeno un gatto o una tartaruga o un pesce rosso a dare un minimo di varietà alla faccenda. 
In compenso, una quantità immane di canili e di discariche dove frugare tra i rifiuti.

Comunque alcune storie erano scritte piuttosto bene. Ho dato una mezza dozzina di dieci e nemmeno una insufficienza, e tutto sommato c'erano un po' meno di errori del solito - anche se, ahimé, la Terza Amichevole è rimasta attaccata ai suoi errori preferiti anche il giorno dell'esame nonostante il gran daffare che mi sono data per tre anni (per tacere di due supplenti che han provato anche loro a scollarli da certi errori).

Va bene, poteva andare peggio. Ma direi che per un po' con i cani abbandonati può decisamente bastare.

*certo che si può. A maggioranza del Consiglio, com'è sempre stato.

venerdì 15 giugno 2018

Polvere negli occhi - Agatha Christie

(qualche spoiler c'è, naturalmente, ma secondo me non molti. O sì?)

Polvere negli occhi è un titolo messo lì tanto per fare (mi sembra che da qualche parte si accenni che chi ha commesso i vari delitti abbia lavorato per buttare polvere negli occhi agli investigatori, ma certo non è attività insolita per chi decide di darsi all'omicidio). D'altra parte il titolo originale richiama subito al lettore inglese una celebre (per loro) filastrocca dove il secondo verso recita una tasca piena di segale, ma per il lettore italiano una tasca piena di segale è soltanto una tasca piena di segale, e quando nel 1954 il romanzo uscì anche da noi a malapena in Italia si sapeva cos'era la segale, sotto la linea dell'Adige, e filastrocche sulla segale proprio non ne avevamo.
La canzoncina da due soldi che parla appunto di tasche piene di segale (e di ventiquattro merli neri ventiquattro rinchiusi dentro una focaccia, che quando la focaccia si apre attaccano a cantare tutti insieme) in realtà conta una traduzione italiana, perché viene nientemeno che dai Racconti di Mamma Oca, che io tra l'altro conoscevo perché da bambina mi regalarono una bella versione illustrata da Richard Scarry che mi affascinò molto:
Oggi al re di Collepiano
E' successo un fatto strano:
Dalla torta son spuntati
Ventiquattro cosi alati.
La filastrocca prosegue descrivendo i merli, e solo quelli. Le allustrazioni di Scarry invece si occupavano di tutta la filastrocca inglese: c'era il re (orso) che stava al tesoro a contare argento e oro, poi la regina orsa che mangiava pane e miele e anche l'orsetta giovane che tendeva il bucato e veniva beccata da uno dei merli.
Tutto ciò mi tornò in mente quando Miss Marple esporrà la filastrocca completa ad uno sbalordito ispettore di polizia che non aveva pensato a collegare le cose. Perché questo è un "romanzo con la filastrocca", non perché l'investigatore di turno la rimugini pensieroso ma proprio perché chi ha ordito i delitti ha strutturato tutto in funzione della filastrocca in questione, partendo proprio dai merli, che hanno un loro perché. Quanto alla tasca piena di segale, sta lì a fare un po' di scena come riempitivo ma c'entra il giusto, perché perfino la feroce creatività dei migliori assassini non basta a far pari proprio con tutto.
Il primo delitto è un avvelenamento, commesso però con la tassina, veleno piuttosto insolito ma molto facilmente reperibile, se hai dei tassi a disposizione. Sì, proprio le piante, quelle dal cui legno nasce la prima bacchetta di Voldemort. Il tasso è un albero tradizionalmente legato alla morte e molto velenoso: la tassina si trova nelle bacche, e basta che qualche bambino giochi a fare la merenda sull'erba con un té alle bacche di tasso per finire in tragedia. Per l'appunto il medico legale della zona si è da poco imbattuto in un caso del genere e riconosce subito il veleno, aiutato anche dal fatto che la villa dove risiede il primo avvelenato è appunto ricca di tassi.
Questo però lascia capire che chi ha avvelenato conosce bene gli abitanti, e anche le loro abitudini: la tassina era nella marmellata d'arancia servita a colazione ma che solo uno dei commensali mangiava. E naturalmente c'è stata la guerra (il romanzo uscì nel 1953) la crisi della servitù, la marmellata non viene più portata in tavola in appositi piattini ma servita direttamente dal barattolo (ricordo ancora il mio stupore mentre leggevo: "Piattini, Per la marmellata? Ma che senso avrebbe?". Tra l'altro nelle pensioni non proprio di lusso che frequentavo a Viareggio con i nonni la marmellata veniva servita in tavola nemmeno nei barattoli, ma in due pidocchiose vaschette preconfezionate da venti grammi e ottenerne una terza non era affatto scontato. Solo quando cominciai a frequentare le pensioni tirolesi scoprii che, sissignori, la marmellata era servita nei piattini sul buffet, ci mancava altro).
Insomma, un delitto interno. Peccato che la soluzione più semplice si faccia avvelenare a sua volta nel giro di poche ore (cianuro, in questo caso).

A questo punto entra in scena Miss Marple, che ormai ha smesso da tempo gli abiti di pizzo grigio e viaggia in robusti completi di tweed. Viene per la ragazza che stendeva il bucato, la cameriera assunta in mancanza di meglio che nessuno conosceva, l'orfanella cui lei a suo tempo aveva insegnato come servire in una casa rispettabile, come aveva fatto con tante altre orfanelle dell'orfanotrofio locale: Gladys - una povera ragazza senza nessuno al mondo, ma in compenso anche stupida, ingenua in modo disarmante e nient'affatto attraente. Praticamente una vittima predestinata. E in effetti non si sapeva mai come fare, con le ragazze come Gladys. Se eri una persona per bene, certo.
Miss Marple piomba sul caso come un falco sulla preda, mossa da giusta collera e dal desiderio di ridare dignità alla morte della sua vecchia protetta. Si installa rapidamente nella villa, stavolta facendo leva sulla presunta prozia pazza decana della famiglia - che non è affatto pazza e con cui si intende perfettamente, pur avendo idee diverse: sono entrambe due persone rette, e riescono a capirsi nel migliore dei modi. La soluzione del caso comunque non arriverà (solo) dalla stravagante prozia, ma soprattutto da uno dei personaggi più dolci e fatalisti del canone Christiano; ed è una bella soluzione, sorprendente anche se un po' arzigogolata. Del resto, commettere un delitto in un libro di Agatha Christie non è quasi mai molto riposante, e gli assassini devono darsi duramente da fare. Comunque, insieme al Natale di Poirot, credo sia uno dei romanzi più ricchi di innocenti antipatici di tutto il canone. Scarseggiano gli assassini, ma in compenso gli sciacalli abbondano.

Con questo post, penultimo della serie dedicata ad Agatha Christie, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e lunghi e meritati ozi estivi a chiunque passi per di qua.

giovedì 14 giugno 2018

La rilassante fine dell'anno scolastico della prof. Murasaki (parte seconda)

(dopo i castori, ecco un bel gatto-marmotta)

Nonostante il fine settimana non sia stato poi così incredibilmente riposante, Lunedì mi sentivo  molto meglio e perfino il mio aspetto era un po' meno lugubre.
La verifica di quel giorno era molto meno stancante (per me) di quella della settimana scorsa: vagamente ispirata alle ultime verifiche suggerite dal ministero, si trattava di scegliere un quadro da far descrivere agli alunni e aggiungerci un po' di domande o esercizi vari - tra l'altro ne avevano già fatta una simile, con la supplente.
Io però sospetto in cuor mio di essere l'unica insegnante d'Italia ad aver scelto un quadro preraffaellita per la descrizione:
sì, certo, le avanguardie, il Novecento, l'arte sperimentale, l'astrattismo. Ma io di arti figurative non ho mai capito granché, oltre al Medioevo vero apprezzo anche quello reinventato e soprattutto Leighton mi piace da pazzi. 
Nello specifico questo quadro sarebbe dedicato a Tristano e Isotta. Sempre nello specifico, so che la Terza Amichevole della storia di Tristano e Isotta non sa niente - credo che oggi sia meno conosciuta tra i giovanissimi, specie se l'insegnante che doveva raccontargliela sparisce all'ospedale per tre mesi, al contrario di quella di Giulietta e Romeo che credo imparino già a tre mesi. Dunque potevano guardare il quadro con occhi sgombri da preconcetti.
Oltre a una bella descrizione dettagliata ho chiesto di immaginare i rapporti che legano i personaggi e la storia che c'è dietro e di dedurre ora del giorno, stagione, territorio, epoca e cose di questo genere dall'immagine - rigorosamente proiettata in tutto il suo splendore sulla LIM che per l'occasione funzionava piuttosto bene nonostante la luce abbagliante che invadeva la classe.
"Possiamo scrivere che i due stanno flirtando?" chiede Hermione.
"Sì, certo" rispondo, e gli scrivo alla lavagna la grafia giusta di flirtare. E' uno dei motivi per cui ho scelto proprio quel quadro: la storia di Tristano e Isotta è una bella storia d'amore e di morte, con una carica molto drammatica fin dall'inizio - ma un accidente se si vede da questa immagine: qui ci sono due che stanno flirtando, magari con intenzioni serie ma ancora lo stadio della relazione sembra proprio quello: lei si fa un po' pregare, lui ci prova, lei sa benissimo che lui ci sta provando ma può ancora far quasi finta di niente...
A casa ho scartato il pacco con una certa curiosità.
Prima sorpresa: tre di loro hanno completamente ignorato la terza figura, concentrandosi solo sui due innamorati (e naturalmente avranno un voto basso, perché non mi puoi descrivere un quadro con tre figure facendo finta che ce ne siano solo due solo perché la terza figura non ti interessa).
Seconda sorpresa: nonostante la terza figura abbia in testa una corona di rispettabili dimensioni, qualcuno è convinto che sia un servo o qualcosa del genere. Tutti quelli che ne parlano comunque lo riconoscono come una figura malevola che si impiccia di ciò che non dovrebbe interessargli. "Spione" è il termine più comune che usano per descriverlo. Non è sbagliato, in effetti. A nessuno comunque  è venuto in mente che costui potesse essere il marito, molti invece hanno pensato che fosse il padre o qualcuno mandato dai genitori della ragazza. Molti si dono convinti che Tristano sia un servo perché è vestito in modo molto più dimesso della fanciulla - altro tratto interessante del quadro, visto che Tristano era in realtà il personaggio più importante della corte dopo re Marco.
Nel complesso comunque hanno fatto dei buoni lavori e posso scrivere dei bei voti piuttosto alti nel registro.
Il giorno dopo, una volta ritirati i compiti di storia, scopro con orrore che non avrò una lunga seduta di scrutini il Mercoledì, ma due diverse sedute di scrutinio la prima delle quali quel pomeriggio. In fretta e furia preparo le medie per le votazioni, dopo una rapida spulciata ai compiti di storia, ma quando torno a casa Mercoledì pomeriggio sono piuttosto cotta e i benefici del fine settimana di riposo sembrano essersene andati a ramengo.
Errore! Perché Giovedì, relativamente fresca e piuttosto pimpante sono in grado di affrontare le mie ultime tre ore di lezione nella Terza con un certo piglio. Molti esercizi di grammatica sui condizionali, un po' di esercizi dove costruiscono frasi con proposizioni finali, causali e temporali, un po' di restituzioni di compiti e infine una mezz'oretta finale dove gli impartisco utili suggerimenti e istruzioni sull'esame raccomandandomi soprattutto che per pietà facciano attenzione a rileggere con cura prima di consegnare il tema.
A questo punto l'anno scolastico è virtualmente finito.

Certo, resta ancora il Venerdì, ovvero l'Epico Ultimo Giorno di Scuola. Ma, per la prima volta nella storia scolastica di St. Mary Mead, la Dirigenza ha avuto la saggia idea di terminare la mattinata dopo tre ore invece di farci come sempre proseguire a sfinimento fino al termine della quinta ora, salvo poi deprecare il fatto che a fine mattinata i ragazzi sono fuori di controllo.
Tre ore l'ultimo giorno di scuola sono la durata perfetta, secondo me: si fa in tempo a festeggiare, a ingozzarsi di dolcetti e patatine, si fanno le classi aperte con gli insegnanti che vanno in giro rubando dolcetti e patatine a tutti e se si riesce a impedire che le classi mettano la musica* l'insieme si presenta piuttosto festoso salvo i capannelli occasionali di fanciulli piangenti per la tristezza della fine della Terza (che in un certo suo modo perverso fa parte anche quello dell'atmosfera festosa).
Quanto a me, sono in servizio solo per le prime due ore: restituisco le ultime verifiche, rispondo alle ultime domande e infine autorizzo l'apertura dei sacchetti di patatine e il taglio delle torte, prelevando solo una moderata tangente in caramelle (in questo momento sto seguendo una dieta che mi interdice praticamente tutto quel che i ragazzi hanno portato, anche se, dopo breve lotta interiore, stabilisco che un ultimo giorno di scuola senza patatine fritte non è un vero ultimo giorno di scuola e quindi intasco anche un paio di manciate delle suddette, che spelluzzico con cautela).
Alla terza ora saluto festosamente tutte le classi e mi rintano in biblioteca, dove registro i libri restituiti. Ne riemergo con cautela solo dopo l'ultimo squillo della campana, lasciando con piacere ai colleghi l'onore e l'onore di combattere contro l'immortale rito dei gavettoni sul piazzale davanti alla scuola.

La nostra dura giornata di lavoro di insegnanti però non è ancora finita, perché ci aspetta ancora il Rinfresco di Pensionamento di due colleghe con relativa consegna di regali. Tra mirallegri e bignoline alla crema e alla panna (quelle le posso mangiare) la cerimonia si svolge piacevolmente e tutti torniamo a casa piuttosto sazi.
Tuttavia l'anno scolastico non è ancora concluso: rimane l'ultimo e più ineffabile sigillo da mettere, ovvero la Consegna delle Schede.
Di per sé la cerimonia non avrebbe nulla di drammatico, se non fosse che da qualche anno la Segreteria si impegna ogni volta con tutte le sue forze onde consentirci di fare ogni volta   sempre più immonde figure. L'anno scorso, ad esempio, alcune classi si videro consegnare una selezione di schede da cui mancavano i primi due-tre nomi rimasti casualmente nella stampante. Quest'anno invece non erano riusciti a stampare il Consiglio Orientativo e dovevamo aggiungerlo a mano noi.
E passi, abbiamo aggiunto a mano il Consiglio Orientativo - peraltro ormai utile come un frigorifero in un igloo, visto che i ragazzi sono stati da gran tempo consigliati, orientati e si sono pure già iscritti definitivamente nella scuola che han scelto. Ma vabbé.
Solo che, al momento della consegna, ci siamo accorti con orrore che mancavano anche le valutazioni della condotta
E perché non avevano stampate le valutazioni della condotta, visto che nel primo quadrimestre erano state regolarmente stampate?
Nessuno lo sa perché non c'era tempo per chiederlo. Abbiamo fatto un sorriso a trentasette denti ai genitori in paziente attesa, ripescato i registri dei verbali e aggiunto a mano le valutazioni della condotta, mentre io evocavo immagini di belle oche bianche da spennare e di schede in pergamena da compilare a mano come ai bei vecchi tempi quando il registro elettronico non c'era ancora, le schede venivano compilate a mano durante lo scrutinio e non mancava mai nulla. 
E siccome ero troppo occupata a evocare queste splendide oche bianche per controllare ulteriormente le schede, solo dopo averne date via un buon terzo mi sono accorta che mancavano anche i giudizi di religione di alternativa - al che, non vedendo ormai modo di rimediare, ho deciso di far finta di niente e ho continuato a consegnare schede facendo grandi sorrisi ai vari e cortesi genitori che, tutti, con gran gentilezza e premura si informavano sulla mia salute rallegrandosi di rivedermi in buone condizioni.

*non ho niente contro la musica, nemmeno contro quella che non mi piace; purtroppo a St. Mary Mead per "mettere la musica" i ragazzi intendono "mettere una base ritmica insulsa a volume assolutamente intollerabile senza nemmeno ascoltarla", che è una pratica in cui non riesco a trovare nulla di commendevole sul piano didattico.