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mercoledì 9 maggio 2018
E tu dov'eri, quando hanno rapito Aldo Moro?
Aldo Moro fu rapito il 16 Marzo 1978 dalle Brigate Rosse e rilasciato da cadavere il 9 Maggio. All'epoca avevo diciassette anni e frequentavo la prima liceo (classico).
Per quanto ricordo, nella mia vita Aldo Moro c'è sempre stato, come Andreotti e Fanfani. Ricordo una vita senza Pannella, senza Craxi e senza Scalfaro (che già c'era, naturalmente, ma non era personaggio di gran spicco) ma non senza Aldo Moro. Niente di strano, perché da quando c'era la repubblica aveva sempre ricoperto cariche di rilievo. Non mi stava granché simpatico, ma nemmeno lo detestavo. C'era, e lo sopportavo con paziente rassegnazione.
Le Brigate Rosse invece erano molto più recenti, anzi erano entrate nella vita di tutti i giorni di noi comuni mortali solo nel 1974, quando rapirono il giudice Sossi (poi rilasciato). Scrivevano dei comunicati fluviali noiosissimi e un tantino deliranti dei quali non sono mai riuscita ad andare oltre la terza riga e mi davano l'impressione di essere dei pazzi incautamente lasciati in libertà. Probabilmente non era una impressione priva di fondamento.
Il giorno del suo rapimento Moro con la sua scorta (cinque uomini che per l'occasione furono tutti assassinati) stava andando ad assistere alla presentazione di un qualche governo Andreotti. Nel frattempo la 1E stava svolgendo con grande impegno e determinazione un tema.
Entrò un custode, si avvicinò al prof. Blasio e gli disse qualcosa a bassissima voce. I due scambiarono qualche parola, poi il custode uscì ratto ratto. Seguimmo il tutto con scarsissimo interesse: la nostra attenzione era concentrata tutta sul tema.
Il prof. Blasio ci guardò un instante, poi a voce bassa e chiara disse "Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro".
Ventisette paia di occhi assai indifferenti si alzarono dai fogli protocolli, più per cortesia che per altro. In ognuna di quelle paia di occhi era scritto a chiare lettere "E chi se ne frega?".
Il prof Blasio rimase chiaramente spiazzato davanti al nostro gelatinoso e plateale disinteresse.
"Mi sembrava giusto che lo sapeste" mormorò in tono di scusa, poi si chetò e riprese a leggere il giornale, mentre noi ci rituffavamo nei nostri temi con ardore.
Ebbene sì, professore, non era poi così fuor di luogo informare tempestivamente una classe del fatto che uno dei massimi esponenti della politica italiana era stato rapito da un gruppo di terroristi, e no, non lo si poteva definire un morboso tentativo di forzare i ragazzi verso un esasperato interesse verso la politica. Lei si comportò nel modo più opportuno. Ma per noi, tutti noi, in quel momento era molto più importante il tema.
Così facemmo il tema, lo consegnammo, prendemmo atto che il giorno dopo o due giorni dopo ci sarebbe stata l'assemblea straordinaria dedicata al rapimento di Aldo Moro (il cui senso mi sfuggiva completamente, ma perché negarsi una assemblea saltando qualche ora di lezione? Poteva essere una buona occasione per attaccare discorso con X o con Y, scopo della vita di tutti quanti).
In noi non c'era stupore, paura o sconcerto: le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, ebbene sì. Era pur giunto il momento che cominciassero a sequestrare politici, e allora perché non Aldo Moro? Tutto avveniva nel corso naturale delle cose, perché eravamo negli anni di piombo. E no, non era colpa dei comunisti, e nemmeno dei fascisti, e gridare in corteo "Fascisti, carogne, tornate nelle fogne" contro le Brigate rosse era una stupidaggine, né piú né meno. Ma di stupidaggini nei cortei in quegli anni se ne dicevano tante - né l'abitudine si è persa al giorno d'oggi, anche se ci sono meno cortei.
Per quel che ricordo il sequestro Moro non incise molto nella vita e nei discorsi della gente comune, e perfino nella mia piuttosto politicizzata famiglia se ne parlava assai poco, salvo all'ora dei notiziari.
Per quel che ricordo nemmeno per un minuto ho seriamente pensato che Moro sarebbe uscito vivo da quella storia, né mai me ne è fregato qualcosa che ci riuscisse. Di una cosa però ero assolutamente convinta: lo Stato doveva trattare e cercare di farlo rilasciare, a costo di "ammettere l'esistenza delle Brigate Rosse": primo perché Moro di mestiere faceva il politico e non l'aspirante martire e aveva tutto il diritto di uscir vivo da quella storia, secondo perché ad ogni modo le Brigate Rosse esistevano, piacesse o no, e per favore la smettessero fra tutti di prendersi in giro. Ricordo che apprezzai molto la mirabile franchezza con cui Paolo VI avviò il suo appello: Mi rivolgo a voi, fratelli delle Brigate Rosse, pur sicura com'ero che non sarebbe servito a niente.
Chi era favorevole alle trattative, possibilmente affiancate a robuste indagini tese a fare gran sfracello dei rapitori una volta messo in sicurezza l'ostaggio, a parte Murasaki e la sua famiglia?
Quasi nessuno tra politici e giornalisti, che fra tutti stavano facendo della vicenda un vero affare di stato (quale in effetti era), loro sì, parlandone moltissimo.
Quasi nessuno: Craxi, Pannella e i radicali, Sciascia, autore di un celebre motto "Né con questo stato, né con le Brigate Rosse", che gli procurò il biasimo quasi universale in qualità di Immondo Traditore della Patria ma che rendeva perfettamente il punto di vista di chi, come me, non nutriva molta simpatia per uno stato autoritario, arbitrario e molto probabilmente implicato in una parte delle stragi di quegli anni, ma ne nutriva poca anche per chi straparlava di popolo al potere un un linguaggio astruso e noiosissimo ma pieno di una retorica insopportabile.
Di tutto questo per strada non si parlava mai, nemmeno con casuali accenni: il rapimento Moro non scosse le nostre coscienze né turbò la quiete del viver nostro: erano gli anni di piombo.
Qualche tempo dopo, commentando l'importanza del 16 Marzo 1978 nell'umano calendario, la nostra politicizzatissima compagna di classe (che anche lei aveva continuato imperterrita a fare il tema) commentò svagata "sì, successero un casino di cose, quel giorno: mi misi con Andrea, rapirono Moro...".
Non c'è dubbio che, tra i due, per lei l'avvenimento più importante sia stato essersi messa con Andrea, col quale ha poi fatto due figli all'interno di un matrimonio che mi risulta essere stato felice. Ma, garantisco, anche il resto della classe diede assai maggior peso all'avvio di questo legame che al rapimento di uno dei più importanti uomini politici del paese.
Nel corso degli anni ho maturato tre convinzioni sul rapimento Moro, non una delle quali supportata dalla benché minima prova concreta:
1) Moro fu rapito perché era favorevole all'ingresso del PCI nei governi italiani.
2) E i mandanti furono gli USA, che hanno sempre nutrito un irragionevolissimo terrore verso il PCI, senza mai accorgersi che era di fatto un partito borghese e moderatamente conservatore che avrebbe costituito un utile contrappunto alla DC.
3) Cossiga, allora ministro degli interni, seguì all'epoca le istruzioni ricevute, convinto di fare la cosa migliore per l'Italia e con grande sacrificio personale; ma poi se ne pentì amaramente e il rimorso di aver abbandonato il suo amico lo ha tormentato per tutta la vita.
Col corollario aggiuntivo che, a ben guardare, la DC fu assai pronta a cogliere la palla al balzo e liberarsi da quel rompiscatole moralizzatore - qui però non si tratta di ipotesi, ma di banale constatazione.
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giovedì 19 aprile 2018
Della sempre più ramificata cornutaggine dei funzionari INVALSI e delle loro brillanti pensate (post lievissimamente polemico)
Orsù, da dove inizierò dunque a lodare la grandezza e l'incommensurabilità delle lunghe corna dei funzionari Invalsi, che ogni anno si industriano e si ingegnano a mostrarsi sempre più per quel che realmente sono, ovvero dei grandissimi cornuti?
La cosa sta diventando difficile, perché ogni anno sfoggio per loro mirabolanti descrizioni, che però si mostrano regolarmente inadeguate e insufficienti già l'anno successivo. Lo splendore, la lunghezza, la bellezza e l'estensione delle loro corna sono ormai note a chiunque frequenti questo blog (e anche, spero, al vicinato dei suddetti funzionari, che mi auguro di cuore abbia parte attiva nel far di loro quei grandissimi cornuti che sono); eppure la mia eloquenza sta esaurendo i suoi poveri mezzi espressivi, mentre la loro cornutaggine riesce ogni anno a toccare nuove e più sublimi vette - probabilmente il motto araldico di costoro è Quondam non ascendebam? - e insomma devo ammettere che sì vasto tema richiederebbe ben altra capacità retorica di quella di cui la natura e i miei modesti studi sono riusciti a dotarmi.
Ma basta con i preamboli e veniamo infine in medias res: quest'anno all'Istituto Invalsi, mentre erano intenti a decorare le loro lunghe e ramose corna con rami di agrifoglio e pungitopo e nastri argentati, i cornutissimi funzionari hanno stabilito che le prove Invalsi per la terza media, ormai non più vincolate all'esame di stato, dovessero venire fatte al computer, in rete.
L'idea, ci tengo a precisare, non è del tutto priva di lati positivi, primo tra tutti quello di sollevare l'insegnante della scuola dal fardello della correzione... nonché dalla tentazione di intervenire per correggere; insomma, dovrebbe ridurre di non poco il cheating e liberarci di un impiccio. Questo aspetto è senz'altro positivo - o meglio, lo sarebbe se non trascurasse alcuni piccoli ma non completamente insignificanti dettagli: per esempio che la situazione informatica di molte scuole non è del tutto ottimale (sì, insomma, spesso fa schifo al cesso): per quanto il mondo sia pieno di fibre ottiche, bande larghe e connessioni satellitari, molte scuole continuano ad arrangiarsi con una tradizionale connessione a criceti che un giorno va maluccio e l'altra pure, probabilmente perché nessuni si preoccupa di fornire granaglie di adeguata qualità a queste simpatiche quanto utili bestiole. E non tutte le scuole, ahimé, dispongono di attrezzature informatiche di primissima qualità. Insomma, visto dall'esterno il passo sembrava decisamente prematuro e ricordava vagamente quei genitori che cercano libri su Platone per bambini di tre anni (pare che esistano davvero).
Sotto questo aspetto comunque alle medie di St. Mary Mead non siamo più messi così male: negli ultimi anni un insieme di lotterie, Comitati dei Genitori onnipresenti peggio del prezzemolo, raccolte punti di vari supermercati e progetti nazionali ed europei ha operato un netto miglioramento dell'insieme, e ormai da quasi un mese ogni classe è dotata di una LIM funzionante, supportata da un computer altrettanto funzionante - ma soprattutto la scuola ha inaugurato un Grandioso Laboratorio Informatico (che ha cominciato a perdere quasi subito pezzi, come capita spesso in questi casi). E no, non abbiamo ancora l'aula video ma questi son dettagli.
Così, posti innanzi al duro cimento, i due addetti all'informatica han tenuto consulto.
Quanti alunni ha la Terza più numerosa?
Ventitré.
Ce le abbiamo, ventitré postazioni informatiche di attendibile funzionamento nel Laboratorio?
Col cavolo.
Ma POTREMMO avercele, staccando computer alle classi e alle varie postazioni sparse?
Forse. È possibile. Potremmo. Potrebbimo.
E la rete è in grado di reggere ventitré collegamenti in contemporanea più quelli delle classi?
Mmmhh, tutto può essere, ma sarebbe meglio non rischiare.
E la finestra di apertura delle credenziali (ovvero i giorni in cui dall'INVALSI si degnano di faci accedere al loro cazzo di prove come se fosse chissà qual grande degnazione, ci lascia un margine in caso di problemi tecnici?
Poco.
E dunque cosa conviene fare?
Staccare la rete a tutta la scuola, Laboratorio escluso, e chiedere a chi è credente di pregare con gran fervore.
E così è stato: con infinito impazzamento collettivo e gran rutilare di sostituzioni è stato alfine preparato un calendario dove ogni giorno le tre terze affrontavano una data prova Invalsi e in quei giorni tutta la scuola è stata severamente diffidata dall'usare qualsivoglia strumento informatico, e in quei giorni tutta la scuola ha trattenuto il respiro e chi era credente ha pregato.
Naturalmente un paio di computer del laboratorio hanno dato forfait all'ultimo momento (ma erano stati preparati dei rimpiazzi di emergenza) e la linea ha tenuto (mentre a Crifosso, dove tutti sono tanto ganzi, il collegamento proprio quel giorno ha deciso di prendersi un po' di meritato riposo rendendo impossibile ogni lavoro Invalsico) e le prove di Italiano sono scivolate via senza colpo ferire.
Tutto è scivolato via abbastanza bene anche il secondo giorno, con le prove di Matematica.
E tutto è andato male il Terzo Giorno, quello delle temutissime prove di Inglese, che le classi dovevano affrontare in due diverse metà e in due separate prove: Lettura e Ascolto, la seconda delle quali creata, immagino, al solo ed esclusivo scopo di facilitare l'impazzamento collettivo: perché quando mai, agli esami, era stata chiesta una prova di ascolto? Ed era davvero così indispensabile chiederla proprio quest'anno, non parendo ai nostri Cornuti prediletti di aver messo sufficiente carne a rosolare sulla griglia delle sventurate scuole?
Lettura in verità è scivolata senza colpo ferire, e la parte della Terza che mi era stata affidata sembrava assai placida e racconfortata. Ma, arrivati all'Ascolto, una volta infilate le cuffie, sono sorti due problemi di non scarsa entità:
1) Il suono arrivava a volume molto basso, e spesso sovrapposto a una seconda voce
2) La domanda si chiudeva da sola, quando le pareva, senza che l'alunno avesse segnalato di aver completato la risposta.
Il n. 2 se non altro ci ha dispensato da qualsivoglia questione sul supplemento di tempo da concedere ai DSA: perché anche loro, come tutti, hanno avuto il piacere di eseguire in circa venticinque minuti una prova per cui ne erano previsti quarantacinque (sessanta per i DSA).
È stato dunque un gruppo di ragazzi assai contrariato, innervosito e irritato quel che ho ricondotto in classe al "termine" della prova, e gli altri gruppi che si sono avvicendati durante la mattinata non hanno avuto maggior fortuna.
A questo punto si è scoperto che raggiungere il cornutissimo Istituto Invalsi per segnalargli "Houston, abbiamo avuto un problema" era praticamente impossibile: non era stato infatti previsto un sistema di contatto diretto in caso di problemi - molto giustamente, vien da pensare, perché è chiaro che se fai le cose à la cazze du chien, c'è pure il rischio che te lo intasino, il contatto, obbligandoti con ciò a sottrarre tempo prezioso ad attività più importanti, come per esempio lucidarsi adeguatamente i lunghi palchi di corna con l'olio di mandorla o di camelia.
Nonostante tutto però gli indefessi sforzi della nostra Preside, non disgiunti dalle insistenze dei due addetti informatici, sono infine riusciti a raggiungere l'Istituto Invalsi, dove nel giro di una sola settimana ci hanno garantito una nuova finestra (al momento in corso) dove gli sventurati alunni, a gruppi di quattro e di cinque (caso mai nin si fosse già perso tempo a sufficienza con questo cazzo di prove) potranno, nel giro di circa cinque giorni, svolgere nuovamente la loro prova di Ascolto, si spera con miglior frutto.
E dunque, volendo tirare le somme di questo primo, cornutissimo esperimento, mi sento senz'altro in diritto di affermare che detto esperimento presenta senz'altro un buon margine di miglioramento e che forse, tra un cornetto e l'altro, all'Istituto Invalsi avrebbero fatto bene a ricordare la celebre risposta che si narra Lazzaro, richiesto da Gesù di alzarsi e camminare, abbia dato:
"Oh biondino, una cosa per volta e 'per favore'!"
Perché, forse, svegliarsi una mattina e stabilire d'ufficio che dall'oggi al domani siamo diventati una nazione ben informatizzata e mirabilmente collegata con la Grande Rete è cosa che solo dei grandissimi cornuti possono fare.
Dedico dunque ai funzionari Invalsi - che, come mi sembra di avere più volte ribadito, sono tutti senza eccezione alcuna dei grandissimi cornuti, questa splendida aria dal Falstaff dove il tema delle corna è sviluppato con adeguata grandiosità:
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venerdì 13 aprile 2018
Poirot sul Nilo - Agatha Christie
N.B. Può contenere spoiler. O no, a seconda di come capita.
Con questo post inauguro una serie di recensioni dei miei romanzi preferiti di Agatha Christie - non necessariamente i migliori, o i più famosi, o quelli universalmente considerati i migliori, ma semplicemente quelli cui mi sento più legata e che rileggo piú volentieri; perché io la Christie la rileggo sempre molto volentieri, ogni volta con la piacevole sensazione di passare una serata con dei vecchi e cari amici: e in fondo il suo mondo è casa mia da quando ero ancora una ragazzina che frequentava le scuole medie.
Il primo di questi romanzi prediletti è Poirot sul Nilo (Death on Nile, nel titolo originale), pubblicato nel 1937. All'epoca Agatha Christie era già molto famosa, aveva scritto diversi dei suoi romanzi più famosi e si era già felicemente risposata con un archeologo.
Il romanzo si inserisce nel ramo archeologico della sua produzione: durante un viaggio in Egitto una escursione turistica sul Nilo viene funestata prima da un omicidio, poi in rapida sequenza da un secondo e da un terzo, finché Poirot non trova il modo di sbrogliare la matassa; templi e monumenti vari recitano molto dignitosamente la loro parte, pur contribuendo solo con un po' di atmosfera all'insieme.
Siamo anche nel filone "gruppo di passeggeri casualmente riuniti su un determinato mezzo di trasporto, ma non uno solo di loro è esattamente quel che sembra". Beh, un paio a dire il vero lo sono, ma fanno quasi soltanto da riempitivo.
Abbiamo anche un classico caso di Triangolo Mendace, ovvero un triangolo ingannatore perché si tende a guardarlo dal lato sbagliato.
Infine il romanzo rientra anche nella categoria dei Romanzi Tagliati e Censurati: perché per molti, moltissimi anni i lettori italiani lo hanno letto in versione sforbiciata: per qualche deplorevole motivo la Mondadori si era messa in testa che i romanzi di Agatha Christie erano troppo lunghi e ne ha tagliato circa un quinto per farlo rientrare in un determinato numero di pagine, di solito togliendo soprattutto un po' di colore locale - una pessima idea in questo tipo di libri, perché il diavolo, ovvero la soluzione, tende assai a nascondersi nei dettagli, cioè appunto nel colore locale.
Quanto alla censura... siamo ai tempi del fascismo e i suicidi erano ritenuti altamente sconvenienti. Così, fino all'arrivo della versione filmata il suicidio finale venne ignorato dai lettori italiani e ricordo il commento sdegnato di un recensore del film che lamentava appunto quel suicidio aggiunto arbitrariamente dagli sceneggiatori - che, poverelli, si erano limitati a rispettare la storia originale. Finalmente qualcuno ebbe però l'idea di ritradurre il tutto e il suicidio risultò doverosamente filologico, anche se leggermente alterato nei tempi e nel luogo per esigenze cinematografiche. Nel frattempo comunque eravamo arrivati al 1978.
Il romanzo ha un avvio piuttosto tranquillo, e le vicende sentimentali della bellissima e ricchissima ereditiera americana occupano quasi metà del libro prima che entri in scena il primo cadavere (anche se c'è già stato, poche pagine prima, un colpo di pistola andato solo parzialmente a buon fine). A quel punto l'azione si blocca e partono le indagini, sulla nave immobile in attesa dell'arrivo delle autorità. Poirot e il suo assistente del momento, il colonnello Race (in realtà un Alto Funzionario dei Servizi Segreti a caccia di un pericolosissimo organizzatore di complotti internazionali) riescono comunque a risolvere tutto nel giro di una giornata; la nave può quindi ben presto ripartire, anche se il gruppo di vacanzieri risulterà a quel punto piuttosto sfoltito da varie circostanze. Quelli che sono sopravvissuti e non sono coinvolti in accuse di complotti internazionali, truffa, appropriazione indebita o omicidio plurimo si ritroveranno comunque con una nuova vita davanti, ricca di nuove opportunità - e naturalmente Poirot e il colonnello Race potranno continuare il loro lavoro.
Il film del 1978 vanta un lussuosissimo cast ed è il mio preferito tra quelli tratti dai romanzi della Christie. Peter Ustinov è e rimane il mio Poirot preferito di tutti i tempi, anche se mi hanno spiegato che non si tratta di un Poirot particolarmente fedele - ma questo ai miei occhi è un pregio, perché il personaggio di Poirot non mi ha mai entusiasmato, e dunque meno è filologico e più mi piace.
Tutti recitano molto bene, in particolare i paesaggi e il Nilo, e la versione è quasi perfettamente fedele, anche se la bionda americana diventa bruna e la bruna e ardente Jacqueline è una Mia Farrow assai bionda.
Quanto al bel Simon, era assolutamente perfetto.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture sotto i ciliegi e gli albicocchi in fiore.
lunedì 9 aprile 2018
Lunedì film - La marcia su Roma
Come si arriva al fascismo? Qual è la strada che porta un popolo pacioso di brava gente verso le squadracce e l'olio di ricino nel giro di quattro anni dalla fine di una guerra vittoriosa dove sì, l'Italia uscì con le ossa rotte ma anche gli altri paesi europei tanto bene non stavano messi, eppure fascisti non diventarono?
Son questioni complicate da spiegare in pochi giorni a una classe di quattordicenni che, per ovvi motivi, un grande background storiografico non ce l'hanno e non possono averlo. Inoltre è facilissimo scivolare nella retorica e nella propaganda - senza contare che anche i migliori e più accurati manuali delle medie più di tante pagine non possono dedicare all'argomento e che in questo periodo il fascismo sembra pure tornato di moda e viene spesso rievocato attribuendogli aspetti e meriti che avrebbero alquanto sorpreso i suoi stessi fondatori.
Per diversi anni il problema sembrava piuttosto datato, e mi sono limitata a raccontare che il fascismo era arrivato, amen, per poi passare ad avvenimenti ben più fascinosi agli occhi degli studenti. Negli ultimi anni però ho cercato di approfondire un po' l'argomento.
Una buona scorciatoia può essere offerta da questo film che è una brillante commedia all'italiana che, come tutte le commedie all'italiana, contiene una sua bella fetta di humor nero e qualche risvolto altamente drammatico.
La marcia su Roma è un film del 1962, quando le acque sembravano abbastanza calme e il fascismo sembrava una questione legata al passato. Forse. Chissà.
Regia di Dino Risi, sceneggiatura di gran lusso cui collaborarono tra gli altri Scarpelli e Scola, buon ritmo, ricostruzione storica accurata, niente tagli manichei tra buoni e cattivi anzi una garbata descrizione di come, appunto, si diventava "cattivi": del resto, si sa, gli italiani sono brava gente.
Abbiamo quindi un reduce di guerra assai spiantato e - letteralmente - con le scarpe bucate, che rimedia malamente la giornata scocciando gli ufficiali in congedo e esibendo una falsa medaglia al merito per raccattare elemosine e un contadino assai affezionato alla terra ma che, come tanti all'epoca, di terra non ne ha, e campa più o meno alle spalle della sorella incinta e del marito che non sono affatto entusiasti di averlo tra i piedi. Siamo ancora agli inizi degli inizi e il fascismo si configura ancora come un movimento democratico a fondo socialista che presenta un programma che promette un po' di tutto, dal mare in Lombardia alla leggendaria terra ai contadini. Una buona spaghettata e un piatto di stufato bastano a conquistare i favori del reduce spiantato, la promessa della terra attira assai l'aspirante contadino (che sarebbe in realtà un democristiano in nuce).
Le prime elezioni però non vanno molto bene e la politica del fascismo cambia, nemmeno troppo lentamente: dai comizi deserti alle Case del Popolo bruciate (di solito senza gente dentro. Di solito) la strada non è molto lunga e passa dal sabotaggio degli scioperi per approdare ai pestaggi e all'olio di ricino in una sequenza ritenuta giustamente memorabile. Si sa, le strade si percorrono facendo un passo per volta ma sono sempre i primi i più lunghi da fare, quando si è preso il ritmo si continua facilmente e ci si abitua facilmente a considerare la violenza un modo come un altro per portare avanti il discorso.
Si arriva così alle adunate che convergono verso Roma, con tanto di blocchi stradali prima ordinati dal potere centrale e poi sciolti per ordine del re - e proprio durante il viaggio a Roma i due protagonisti vengono colti da dubbi crescenti, particolarmente davanti all'uso troppo disinvolto non già del manganello ma della pistola fatto da uno dei capi delle squadracce - e proprio prima di entrare a Roma pianteranno le camicie nere e assisteranno alla marcia in abiti borghesi e una certa, crescente perplessità.
Il film si chiude con un pezzo di filmato storico dove Vittorio Emanuele III assiste all'adunata dal suo balcone e si consulta con l'ammiraglio di Revel per poi decidere che i fascisti sembrano gente seria, proviamoli per qualche mese (il filmato è storico, il doppiaggio aggiunto è uno dei molti tocchi di genio degli sceneggiatori).
Il film non è molto lungo (94 minuti) non ha tempi morti e si snoda con molta chiarezza. Un paio di pause possono rivelarsi necessarie per spiegare ai ragazzi che il fascismo degli inizi aveva effettivamente un programma piuttosto multiforme, ma soprattutto il funzionamento della sequenza sullo sciopero sabotato - un meccanismo per loro abbastanza sconosciuto - e, naturalmente, ogni volta che qualcuno dichiara di non aver capito qualcosa nella trama, perché quello che nel 1962 era conosciutissimo ai più per dei quattordicenni può essere piuttosto misterioso. Nel complesso però se ne esce piuttosto bene e la storia si segue senza molta difficoltà.
sabato 31 marzo 2018
Buon Pesce di Pasqua a tutti!
Quest'anno Pasqua cade proprio il Primo Aprile, giorno riservato per tradizione agli scherzi, ai giochi e alle sorprese.
E invero quest'anno qualche sorpresa qua e là ce la sta riservando.
Inoltre a Pasqua si mangiano le uova di cioccolato, dove c'è la sorpresa.
E per tradizione si mangia anche molto pesce, specie nei giorni di vigilia - anche per ricordare colui che nella sua passione si degnò di diventare per noi un pesce arrosto - e che i pesci li moltiplicava, oltre a garantire pesche abbondanti e frequentare pescatori.
Pasqua inoltre è una festa di primavera, e quale pesce non festeggia la primavera? (cioè, no, qui forse mi sono fatta un po' prendere la mano dal sincretismo a tutti i costi...).
D'accordo, non tutti i pesci vanno in giro sulla terraferma portando nelle pinne cestini di fiori e chiacchierando allegramente; la stagione comunque si presta alle passeggiate e i fiori non mancano, perfino in città.
Auguri a tutti, e possano le sorprese e gli scherzi del destino trovarci preparati e disponibili a coglierne le varie opportunità.
venerdì 30 marzo 2018
Lady Anna - Anthony Trollope
Prometto che dopo questo post per un po' con Trollope mi darò una calmata, anche se in questo periodo non sto leggendo praticamente altro ed è diventato una specie di droga per me. Questo però ci tengo a segnalarlo, perché Trollope lo riteneva il suo romanzo migliore. I suoi lettori non condivisero tanto entusiasmo e pare che nel complesso il plauso non sia stato poi così universale, almeno così assicura l'introduzione. In compenso tutti hanno sempre fatto gran conto di Orley Farm, di cui ha già parlato la povna tempo fa - e che è un romanzo davvero degno di ogni stima. Io però di tendenza sono d'accordo con Trollope e ammetto che Lady Anna mi ha preso in modo particolare, forse per una certa tendenza alla sintesi, forse per la presentazione di una situazione e di un personaggio abbastanza insoliti per l'universo gentry che popola abitualmente i suoi romanzi; o forse addirittura due personaggi insoliti, che guarda caso sono pure la coppia da portare all'altare. Ma andiamo per ordine.
Anna, che forse è lady e forse no (il dubbio non verrà mai definitivamente sciolto, solo dato per ragionevolmente risolto; e qui si potrebbe aprire una interessante parentesi su come veniva vista l'Italia dell'epoca attraverso i romanzi vittoriani, ovvero una specie di terra selvaggia popolata di stranissimi individui regolati da leggi antropologicamente assai misteriose) è figlia di una povera ragazza che ha fatto un matrimonio sbagliato: prima di tutto perché sposarsi un grandissimo stronzo* non è mai una buona scelta coniugale, e in secondo luogo perché, a un anno di distanza da una cerimonia nuziale condotta con tutte le apparenze della legalità e a matrimonio ormai ampiamente consumato, la poverina viene informata dallo stronzo in questione che lui in Italia aveva una moglie vivente e che dunque il loro matrimonio di fatto non esiste...ma senza presentarle prove o documenti.
Se l'educazione inglese dell'Ottocento non fosse stata così rigorosa un paio di doverose pugnalate tirate bene o una bella schioppettata avrebbero prontamente sistemato la questione. La forse-moglie si ritrova invece a combattere a colpi di carta bollata nel difficile tentativo di dimostrare che lei non è una concubina e la loro figlia, la forse-lady Anna, non è una bastarda; non è un bel vivere, anche perché la faccenda si trascina per più di vent'anni. Nel frattempo le due forse-lady sopravvivono a spese di un rispettabile sarto, che si è preso a cuore il loro triste caso per amor di giustizia... e che ha un figlio, di poco maggiore di Anna.
Passano appunto più di vent'anni e arriviamo alla parte narrata nel romanzo, dove Anna si ritrova a dover scegliere tra sposare un conte bello e simpatico e d'ogni grazia adorno (un matrimonio che appianerebbe ogni problema per tutti, compreso il conte che è un po' squattrinato ma non per questo incline a prendersi quel che non gli spetta di diritto) e il rozzo figlio del sarto con cui ha scambiato una promessa d'amore forzata da circostanze esterne - per lo meno, è così che vedono la cosa nel bel mondo. Quanto al figlio del sarto (che non si considera particolarmente rozzo, pensa un po' la stranezza di certa gente), costui trova invero molto sconsolante la possibilità che l'ingenua Anna si lasci traviare dal falso scintillío di un mondo di parassiti in cui non riscontra alcuna reale superiorità morale.
Il tema dei due rivali per amore si arricchisce dunque di una sfumatura politica: entrambi gli uomini considerano contronatura oltre che sconveniente sul piano morale la possibilità che Anna scelga il rivale. Non si tratta dunque di un contrasto tra gentiluomini, bensì della stomachevole circostanza di vedersi sottrarre la donna amata da uno scarafaggio, fermo restando che la donna amata ha il diritto di scegliersi anche lo scarafaggio (ma in quel disgraziato caso si dimostrerà del tutto indegna della preferenza che le è stata accordata).
Secondo l'autore della postfazione il romanzo non ebbe il successo di cui l'autore lo trovava meritevole perché l'argomento risultò indigesto al pubblico (e sono d'accordo), e anche perché Trollope rifiuta di prendere decisamente posizione per una delle due posizioni politiche possibili, ovvero quella socialista e quella conservatrice - e qui sono decisamente meno d'accordo, perché mi sembra che Trollope la posizione la prenda eccome, ma nel solito modo discreto e felpato, facendo parlare soprattutto la storia, le circostanze e i personaggi ma senza mai andare apertamente contro le convenzioni sociali.
Resta il fatto che, prenda o non prenda posizione, di sicuro descrive molto bene una questione sociale che in quegli anni stava diventando di grande attualità, e lo fa attraverso la scelta sentimentale di una fanciulla che, molto femminilmente e secondo le convenzioni dell'epoca, si lascia guidare dal cuore e dal suo senso di giustizia, senza alcuna presa di posizione politica.
Romanzo gradevole, scorrevole, interessante, ben costruito, ma lascia anche parecchio da pensare. L'azione è più compatta del solito, le disgressioni scarseggiano e le seghe mentali sono ridotte veramente ai minimi termini. Addirittura, si chiude con un solo matrimonio - sia pur festeggiato in una certa atmosfera di riconciliazione.
Consigliato per tutte le stagioni e in tutti gli stati d'animo.
*senza offesa per gli stronzi, è solo un modo di dire che in questo caso presenta però il difetto di essere piuttosto inadeguato.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro Buona Pasqua e molto cioccolato a tutti.
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giovedì 29 marzo 2018
Murasaki va al cinema
Visto che ogni tanto ho la sfrontatezza di parlare di film nonostante vada al cinema una media di tre-quattro volte l'anno negli anni di punta ho pensato di rispondere a un grazioso questionario sull'argomento proposto da Kukuviza che a sua volta l'ha preso da qui che permette di costruire una carta d'identità abbastanza completa dello spettatore di turno.
E andiamo a cominciare:
1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere?
Ci ho pensato e ripensato ma mi viene in mente solo la principessa Organa.
2. Genere che amo e genere che odio?
Amo soprattutto le commedie, storie ambientate in paesi che non conosco, storici, e i film delle opere di Shakespeare (ma non so se quest'ultimo si può proprio definire un genere).
Reggo poco e male i thriller, le storie che hanno per protagonisti dei Veri Uomini e i film troppo drammatici.
Reggo poco e male i thriller, le storie che hanno per protagonisti dei Veri Uomini e i film troppo drammatici.
3. Film in lingua originale o doppiati?
Doppiati, salvo rarissime eccezioni. Sottotitoli per quelli musicali.
4. L'ultimo film che ho comprato?
Quando c'era Marnie, animazione giapponese - anche perché, se non me lo compravo, davvero non so che speranza avrei avuto di riuscire a rivederlo visto che lo conosciamo davvero in pochi eletti.
5. Sono mai andato al cinema da sola?
Certo che sì.
6. Cosa ne penso dei Blu-Ray?
Ne penso poco, perché temo di non aver ancora capito che roba sono.
7. Che rapporto ho con il 3D?
Se c'è lo subisco pazientemente. Non ci vedo 'sta gran differenza con i film normali.
8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?
Molto banalmente, la felice combinazione di una bella storia con una bella sceneggiatura - ma immagino che anche la regia e gli attori abbiano il loro peso.
9. Preferisco vedere i film da solo o in compagnia?
Fa lo stesso. L'unico problema è che quando il film parte tendo a concentrarmi solo su quello, e quando hai intorno una o più classi dovresti concentrarti su di loro e controllare che non disturbino e riescano a seguire adeguatamente la storia - cosa che mi riesce molto più facile se il film lo conosco già abbastanza bene.
10. Ultimo film che ho visto?
Mr. Ove, storia di un anziano svedese che si riconcilia con la vita grazie all'amicizia con una condomina iraniana. Un bel film consolante, e c'è dentro anche un bel gatto che sono riusciti a far recitare molto bene.
11. Un film che mi ha fatto riflettere?
Sono in grado di estrarre profondissime riflessioni assolutamente da qualsiasi film, cartone animato o sceneggiato per quanto apparentemente idiota, ed è una caratteristica di cui vado molto fiera anche se non la pubblicizzo.
12. Un film che mi ha fatto ridere?
L'ultima follia di Mel Brooks. E tanti altri, naturalmente.
La gabbianella e il gatto: sono assolutamente incapace di guardarlo, da sola o in compagnia, senza sciogliermi in lacrime soprattutto quando mamma gabbiana muore e Zorba convince la gabbianella a volare anche per loro, che sono gatti e non potranno volare mai. Mi sono sciolta in lacrime anche al Ritorno del Re, ma era un periodo in cui giravo con le lacrime in tasca - tuttavia certe scene mi fanno piangere sempre e comunque, soprattutto il discorso di Aragorn alle truppe prima della battaglia del Cancello Nero. E l'Aleksander Nevskij, probabilmente anche per l'effetto della colonna sonora ma anche per il pensiero dei milioni di russi che morirono nella seconda guerra mondiale perché "il sacro suolo della Russia non venisse calpestato". Da notare che il film venne girato qualche anno prima - ma credo che in qualche modo Eisenstein avesse previsto quel che sarebbe successo dopo - non la guerra, ché quello era relativamente facile, ma proprio i milioni di morti che sarebbero arrivati.
Quei disperati che puzzano di sangue, di sudore e di morte, frutto acerbo di una arena estiva quando ero bambina (mio pasre adorava gli western, ma questo non piacque proprio a nessuno di noi): sempre odiato le storie senza speranza dove i protagonisti si limitano a patire. Poi Maria's lovers, che scatenò in me e nell'amica che mi accompagnava il più totale senso del ridicolo: passammo due terzi del tempo a ridere pazzamente. Gli altri spettatori avrebbero tanto voluto ucciderci.
Mai addormentata guardando un film. A scuola poi non sarebbe proprio possibile...
16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le "cosacce"?
Naa, c'è un tempo per tutto. Se guardo un film guardo il film.
17. Il film più lungo che ho visto?
Direi Via col vento.
18. Il film che mi ha deluso?
L'impero colpisce ancora che secondo me aveva una sceneggiatura da plotone di esecuzione. La trama mi stava anche bene, ma non capivo (e non ho mai capito) perché quei bravi personaggi così simpatici si fossero trasformati in perfetti idioti.
19. Un film che so a memoria?
Il primo Hobbit lo so a memoria in inglese e probabilmente anche in italiano. Anche Jesus Christ Superstar, ma lì sarebbe più esatto dire che conosco le canzoni a memoria. Del resto le ho talmente ascoltate che anche i miei le riconoscevano nel giro di dieci note...
20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato
Piuma, che fa parte del filone delle adolescenti incinta - un filone che mi dà l'orticaria. Ma ci sono persone a cui non posso dire di no quando mi invitano...
21. Il film più bello tratto da un libro?
Ragione e sentimento e Harry Potter e la Camera dei Segreti, che secondo me sono meglio del libro originale. A suo tempo mi sorpresero anche Passaggio in India e Camera con vista, che sono a tutti gli effetti equivalenti al libro - nel senso che guardare il film o leggere il libro è praticamente la stessa cosa. Poi Lo Hobbit, anche se lì la valutazione è più complessa perché il lavoro da fare era veramente più complicato: mi è piaciuto alla follia, ma libro e film restano due entità molto diverse tra loro.
Aggiungo i film tratti dai drammi di Shakespeare: mi rendo conto che partono da una sceneggiatura piuttosto forte di partenza, ma è praticamente impossibile che un film da Shakespeare venga male e lascia sempre qualcosa. Qualcuno è venuto meglio di altri, naturalmente, ma sarebbe davvero difficile fare una classifica.
Aggiungo i film tratti dai drammi di Shakespeare: mi rendo conto che partono da una sceneggiatura piuttosto forte di partenza, ma è praticamente impossibile che un film da Shakespeare venga male e lascia sempre qualcosa. Qualcuno è venuto meglio di altri, naturalmente, ma sarebbe davvero difficile fare una classifica.
22. Il film più datato che ho visto?
Un film non è mai datato, al massimo diventa un prezioso reperto storico che aiuta a capire meglio la mentalità del periodo in cui è stato girato!
23. Miglior colonna sonora?
Aleksander Nevskij o come diavolo si scrive. L'ascolto molto volentieri anche a parte, senza film. E Jesus Christ Superstar, naturalmente. E visto che ci ho messo quello aggiungo un altro paio di film tratti da opere: il Flauto magico di Bergman, anche se è in svedese, e il Barbiere di Siviglia diretto da Abbado di Jean-Pierre Bonnelle.
24. Migliore saga cinematografica?
Ne ho viste ben poche. Stabilito che non riesco a considerare Lo Hobbit una trilogia perché lo vedo come un film in tre parti, al massimo posso citare la prima trilogia di Star Wars.
Mai visto un remake e il suo originale. Mi sfugge proprio il senso dell'operazione, tra l'altro.
martedì 27 marzo 2018
Di cose che non vorresti mai sentire: perché si chiama prima guerra mondiale?
La Terza Amichevole è una classe gentile, di buon cuore, simpatica e ci lavoro sempre molto volentieri. Giunta però in prossimità dell'orlo della fine dell'anno, quando i giochi sembrano ormai fatti, tocca però prendere atto - a me come' a tutto il Consiglio - che lavorarci o non lavorarci è un po' la stessa cosa e se alla fine hanno imparato qaulche nozione (e un buon gruppo ha sviluppato per conto suo un rispettabilissimo metodo di studio) i più vivono cristallizzati in un limbo che era lo stesso in cui vivevano all'inizio della prima media: per assurdo che possa sembrare, nell'età in cui tutti cambiano a velocità vertiginosa e non riesci a stargli dietro con la migliore buona volontà del mondo, loro sono cambiati pochissimo.
Tra le altre cose, sono rimasti praticamente invariati (e si partiva da un livello basso) sia il lessico che la comprensione del testo.
Né l'una né l'altra sono cose su cui si intervenga in modo diretto, se non proponendo testi via via più complessi e insistendo perché i ragazzi usino parole più precise: in pratica, è un processo che avviene quasi per via subliminale e attraverso strade solo in parte conosciute; ma insomma arrivano in prima e parlano come bambini e vanno via in terza e quasi tutti sono in grado di parlare in modo congruo, corretto ed esauriente, indipendentemente dal numero di "cazzo cioè" che usano nelle conversazioni private.
Di solito.
La prima domanda del compito sulla prima guerra mondiale era "Perché venne chiamata guerra mondiale?". Se n'era parlato, naturalmente - e quando dico "se n'era parlato" non intendo dire che io lo avevo detto e ripetuto mentre loro ascoltavano pazienti e rassegnati, ma che avevano fatto domande e ascoltato con attenzione le risposte (danno sempre l'impressione di ascoltare attentamente le risposte e di custodirle gelosamente e con gran cura in cuor loro).
E poi c'era il libro, il mio amato libro di testo. Che spiegava La guerra fu definita mondiale, o Grande Guerra, perché vi furono coinvolte anche le colonie degli Stati belligeranti e potenze di diverse parti del mondo, come la Turchia, il Giappone e, da ultimi, gli Stati Uniti". E siccome belligerante non è parola che si adoperi tutte le mattine mentre prendi il tè, nella colonna a lato, dedicata a sintesi, riepiloghi, concetti-chiave e glossari viene specificato che belligerante "si dice di un paese che è in stato di guerra".
Il risultato di tanto lavoro collettivo è stato che più di metà della classe ha scritto con grande serenità che la guerra si è chiamata mondiale perchè ci hanno partecipato gli stati belligeranti, e davanti alle mie legittime e doverose rimostranze sono insorti spiegandomi assai offesi che il libro diceva proprio così; solo quando ho cominciato a ruggire e li ho obbligati a riguardare il passo incriminato hanno abbassato un po' le orecchie.
Sia chiaro che non mi lamento perché non studiano: posso ben capire e scusare che un giovinetto di quattordici anni abbia in testa ben altro che la prima guerra mondiale; ma confesso che il pensiero che per loro sia normale scrivere serenamente che una guerra si chiama mondiale perché ci partecipano i paesi che la combattono mi agghiaccia. Voglio dire, non erano obbligati a rispondere a tutte le domande (come gli ho spiegato prima del compito e come spiego sempre prima dei compiti scritti di storia e di geografia): potevano saltarne qualcuna o concentrarsi particolarmente su alcune.
Ma no, hanno risposto perché erano convinti di sapere la risposta giusta, e perché scrivere che a una guerra partecipavano gli stati che ci partecipavano gli sembrava avere un senso.
"Si avvicina la settimana di Pasqua" ho detto alla fine "So che non tutti siete praticanti, ma è una settimana in cui può capitare di avvicinarsi a una chiesa. Secondo me sarebbe doveroso da parte vostra entrarci e accendere il tradizionale cero, come segno di ringraziamento perché quest'anno la prova Invalsi non fa media per il voto d'esame. Non ho mai avuto motivo di preoccuparmi per i risultati dell'Invalsi delle Terze che ho portato all'esame, ma sono convinta che nella parte della comprensione del testo molti di voi troveranno qualche difficoltà".
Mi guardano perplessi. È chiaro che i più non capiscono dove stia il problema, esattamente - e in effetti la parte più grave del problema è che non sono consapevoli di avere un problema con una delle competenze base richieste (ragionevolmente) dalla scuola.
Si spera che crescano, loro e le loro foglie, durante l'estate - altrimenti alle superiori la situazione rischia di evolversi in modo non necessariamente favorevole alle loro truppe.
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domenica 25 marzo 2018
Cronache dall'armadio
Lezione tranquilla, in un lento rutilare di periodi a base di coordinate, fatti invero piuttosto bene; tra un periodo e l'altro affiora un lieve sottofondo, come un sospetto di suoneria di cellulare. Arriva e se ne va, come sfuocato.
Poche coordinate dopo ritorna, più netto ma sempre con qualcosa di strano nel suono.
"C'è un cellulare acceso" si decide ad ammettere qualcuno. E comincia la caccia al colpevole, in un gran frugare nelle tasche e negli zaini. Ma, niente, il colpevole non si trova e il cellulare continua il suo suono anemico.
"Prof, forse è il suo".
"Impossibile" assicuro: il mio cellulare dorme il consueto sonno di piombo nella borsa in Sala Insegnanti, senza contare che ha una suoneria completamente diversa.
"Forse viene dal corridoio?"
"No, è qua dentro" ammetto "Ma è come se fosse schermato, dentro qualcosa".
Guardo i cassetti della cattedra, ma niente. Tutti rifrugano zaini e banchi.
Finalmente, in mancanza assoluta di altre possibilità, Confucio raggiunge l'armadietto vicino alla cattedra, e quando lo apre la suoneria si fa improvvisamente più chiara.
Confucio guarda e riguarda, ma non c'è traccia alcuna di cellulare.
"Un cellulare fantasma?".
"Forse non viene da lì".
"Ma sì che viene da lì, si sente benissimo!".
Confucio espora e fruga con pazienza. Infine estrae il cellulare incriminato da sotto un libro di matematica.
Tutti siamo perplessi. Parecchio.
"Non è il mio".
"Nemmeno il mio".
"Il mio è qui".
"Chiedo scusa" mi decido infine a chiedere "Ma quale istinto perverso può spingere uno studente all'apparenza mentalmente sano a portare a scuola un telefonino e lasciarlo acceso nell'armadio sotto un libro? Quale utilità può venirvene?".
Nessuno sembra in effetti vederci utilità alcuna. A St. Mary Mead non siamo molto fiscali con i cellulari, chi vuole lo porta, basta che non suoni durante la lezione, e se anche suona non è che attiviamo la tortura della ruota, glielo facciamo spengere e amen.
"Quello è il telefonino della prof. Margherita" stabilisce infine Rocky.
Questo non cambia granché la questione: che vantaggio c'è a seminare telefonini negli armadi per una docente?
"Deve averlo lasciato lì quando ha preso il libro di scienze".
In cuor mio medito un sacco di cose sul fatto che gli insegnanti non dovrebbero entrare in classe col cellulare in mano, tanto meno acceso, ma mi guardo bene dal dirle. In fondo è già un sollievo scoprire che il cellulare è stato solo abbandonato in un momento di distrazione e non in un attacco di alienazione.
Spedisco Rocky in cerca della prof. Margherita per renderle il prezioso oggetto e faccio un sorriso a trentasei denti alla classe:
"La fine dell'anno si avvicina, ormai siamo tutti un po' stanchi..." azzardo.
Con la consueta gentilezza, la classe prende per buona la scusa e torniamo alle proposizioni coordinate.
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venerdì 16 marzo 2018
Potete perdonarla? - Anthony Trollope
Tanti anni fa, nel corso della preparazione di un esame di letteratura inglese mi imbattei in stranissimo tomo: La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di tal Mario Praz. Si tratta in realtà di un saggio importantissimo e di grandissima basilarità per lo studio della letteratura inglese, o così sembravano convinti quelli che me lo rifilarono da studiare. D'altra parte era stato scritto nel 1930, più di mezzo secolo prima, e a me dei temi che trattava al momento interessava meno che nulla: ero assai più a caccia di analisi della scrittura al femminile e simili, da brava figlia del femminismo, e soprattutto mi interessavano le sorelle Bronte. Un po' lessi quel gran tomo, parecchio lo spulciai, continuando per tutto il tempo a domandarmi perché diavolo me l'avevano dato da leggere (e me lo domando tuttora, visto che all'esame non se ne parlò affatto); spulcia che ti spulcio, ogni tanto mi soffermavo a leggere le citazioni degli autori e così incappai per la prima volta in vita mia in Trollope.
Mi consideravo abbastanza addentro alla letteratura vittoriana, ma di questo Trollope non avevo nemmeno sentito parlare, fino a quel momento: piuttosto scusabile visto che negli anni 80 non era stato ancora tradotto quasi niente in italiano. In particolare Praz citava diverse volte un romanzo dal curioso titolo: Can you forgive her?
Puoi perdonarla? Nemmeno per un istante mi venne il dubbio che ci si stesse rivolgendo al pubblico dei lettori. Raccontava, o così pareva, la storia di due innamorati che la famiglia di lei aveva sistematicamente divisi per questioni di interesse. Alla fine lei aveva ceduto, per debolezza, e rinunciato all'amore - una cosa di cui si mostrava piuttosto pentita, nei passi citati. Era lei che forse poteva essere perdonata? E com'era finita tutta la storia?
Passarono dodici anni e le mie conoscenze su Trollope non ebbero alcuna possibilità di ampliarsi. In compenso i Pet Shop Boys fecero una canzone, che tra l'altro mi è sempre piaciuta alla follia - e si intitolava proprio Can you forgive her?
E forse non si tratta di un video eccezionalmente vittoriano ma certo la musica ha un attacco che fa pensare moltissimo a una caccia alla volpe - par quasi di vedere i cavalli slanciarsi nella pista nel bosco - e Potete perdonarla? contiene una splendida scena di caccia alla volpe - cosa che comunque all'epoca proprio non potevo sapere, non avendolo ancora letto.
Rimasi a lungo incerta sulla questione: la canzone aveva o non aveva qualche rapporto con il libro? Nessuno diceva di no, in effetti, anche perché nessuno sfiorava nemmeno lontanamente la questione. Il testo non mi fu di eccessivo aiuto: i testi dei Pet Shop Boys non sono, ehm, esattamente narrativi (= non ci si capisce un accidente) ma questo in particolare sembrava riferirsi ad un amore assai conflittuale del passato, qualcosa di impossibile da dimenticare - o da perdonare, appunto - di quelli che lasciano infiniti strascichi di rancore ma che non possono essere rinnegati. Forse a parlare era l'uomo che la ragazza ricca aveva finito per abbandonare?
Tuttavia adesso ho la risposta, e l'ho finalmente trovata, come spesso capita in questi casi, quando infine ci ero arrivata anche per conto mio: c'è un riferimento al titolo del romanzo di Trollope, che tra l'altro non è un titolo dei più banali - ma, appunto, ci si riferisce alle suggestioni del titolo e non al romazo dove non c'è la storia di un amore che il protagonista ricordi con rancore agrodolce - anche perché questo tipo di amori irrisolti e mai davvero dimenticati non sembrano essere nelle corde dell'esimio romanziere, forse perché non li ha mai conosciuti, beato lui (o poveretto lui? Chissà).
Passarono vieppiù gli anni e Sellerio cominciò a pubblicare i romanzi di Trollope - un sacco di romanzi di Trollope, di cui non avevo mai sentito parlare. Possibile che col tempo e la pazienza arrivasse anche il turno di Can You Forgive Her?
Possibile, sì: e infatti questo Natale sono infine entrata in possesso del romanzo. Che aspettavo da ormai più di trent'anni - e subito ho fatto ben due scoperte, entrambe di grande importanza.
La prima è che un libro di più di mille pagine su formato piccolo e quadrato richiede, davvero, una gran pazienza per essere letto. Infatti gli idiotissimi curatori della collana han deciso di farne un volumone unico, invece di due comodi volumetti di 580 pagine cadauno, e l'inevitabile risultato è che già dopo la prima lettura metà della colla della costola è andata e il libro è già mezzo sfasciato, oltre ad essere stato piuttosto scomodo da leggere. Non voglio nemmeno pensare a cosa succederà quando lo rileggerò (e io rileggo parecchio). Ma alla Sellerio non potrebbero dare un po' di pane e volpe ai loro curatori editoriali?
La seconda interessante scoperta è stata che il titolo non va inteso, come vogliono farci credere i Pet Shop Boys "Puoi perdonarla?" bensì "Potete perdonarla?", ed è indirizzato non già al giovane innamorato che la ragazza ricca rinuncia a sposare per debolezza bensí ai lettori, cui viene chiesto se vorranno benignamente perdonare un'altra protagonista , rea della grave colpa di... avere lasciato il fidanzato.
"Perdonarla? E de che?" si domanda perplesso il lettore. Se lascia il fidanzato saranno cavoli suoi, giusto?
La cosa, a quel che sembra, in età vittoriana non è semplice come negli anni di Jane Austen: da come la mette l'autore lasciare un fidanzato sembra qualcosa di poco meno grave dell'alto tradimento o dello spionaggio internazionale, e anche la protagonista sembra viverla come una mancanza assai seria.
Per perdonare la nostra eroina, noi lettori dovremmo però riuscire a capire perché lascia il suo fidanzato - un uomo in realtà piuttosto simpatico e che lei ama molto. E qui cascano non tanto gli asini quanto le palle (ai lettori, intendo) perché i motivi non sono affatto evidenti e si possono facilmente rubricare sotto la voce "seghe mentali". A dire il vero la protagonista sembra davvero specializzata in seghe, facendosene invero un quantitativo sì vasto e abbondante che perfino una classe di adolescenti in piena attività non esiterebbe a definirlo "eccessivo": in pratica il poverino viene lasciato perché lei lo ama troppo. Ebbene sí, leggere per credere.
Dopo questo iniziale passo falso la protagonista, Alice, colleziona una serie di mosse strategiche una più scriteriata dell'altra e per arrivare al lieto fine sono necessari non solo molta determinazione da parte dell'ex fidanzato, ma anche un grande impegno da parte del romanziere, il quale comunque per tutte le mille e cento e passa pagine dà l'aria di pensare che il vero problema di Alice sia di avere troppa libertà ( = troppo tempo per farsi tutte quelle seghe) e troppi soldi a disposizione. Questi ultimi in particolare sembrano essere un discreto problema per una donna.
Le protagoniste della vicenda sono infatti quattro donne tutt'altro che stupide e discretamente provviste di mezzi. Le meno provviste - ma comunque benestanti - Alice e Kate sembrano letteralmente assillate dal problema "a chi la do stasera (la mia rendita)" finendo tra l'altro per convergere su un destinatario che non si rivela proprio una scelta felicissima, tanto per parlare con molta moderazione. Non solo, ma si mostrano beatamente ignare di come funziona il denaro e di come vada gestito, delegandone serenamente la gestione a padri, fratelli, gatti dei vicini - chiunque, insomma, pur di non sporcarsi le mani.
Anche questa modesta soddisfazione, tuttavia, cioè di scegliersi liberamente a chi regalare i propri soldi, viene preclusa alla giovane Glencora, che delle quattro è la più sfarzosamente provvista di abbondantissimi mezzi: addirittura la poverina, tormentata in modo indicibile dagli invadentissimi parenti, finisce in virtù della sua estrema giovinezza (e di una debolezza che in seguito si rimprovererà aspramente) per lasciare il giovane, bello e (forse) sciagurato innamorato di sua scelta per farsi fidanzare ad un futuro duca dal brillante destino politico di nome... Plantagenet Pallister - e se il cognome, pur dotato di ricche assonanze per le orecchie italiane, è piuttosto innocente in inglese, non c'è dubbio che ci vuole tutta la forza cieca della più crudele e smodata ambizione per forzare una povera ragazza a sposare qualcuno che si chiami Plantagenet. Tuttavia il Plantageneto, a sorpresa, pur risultando perfettamente adeguato sia al nome che al cognome che gli sono toccati in sorte e non essendo forse un uomo sul cui senso dell'umorismo si potrà sempre contare per ravvivare una compagnia, a sorpresa si rivela una persona più vivace del previsto e lui e Glencora finiranno in qualche modo per quagliare - anche se per buona parte del romanzo la moglie mediterà seriamente di lasciare il marito... perché gli vuole troppo bene, non è la donna adatta a lui e teme di rovinargli la vita (sì, a quanto pare, è una epidemia).
Quanto alla quarta protagonista, Arabella (usualmente chiamata "signora Greenow") è l'unica che i suoi soldi se li è guadagnati (con un matrimonio, si capisce) nonché l'unica che sa come gestirli e amministrarli - ma naturalmente è anche la più avanti negli anni e l'unica esperta del viver del mondo, né Trollope mostra in alcun modo di disapprovare la sua totale mancanza di candore economico o di ingenuità monetaria.
Dunque mille e cento e passa pagine per fidanzare una stordita (che era già fidanzata al primo capitolo) e per far superare a una giovane donna il rimpianto per la cieca passione da cui parenti troppo pressanti l'hanno strappata a forza, oltre che per combinare un altro paio di matrimoni.
Ne vale la pena? Assolutamente sì, l'incastro è avvincente e la storia va giù come acqua di fonte. Consigliatissimo a chiunque ami i romanzi inglesi, si legge bene sia a dosi piccole che medie che massicce.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture a tutti perché per le passeggiate nei prati in fiore sembra ci sia ancora un po' da aspettare.
Tuttavia adesso ho la risposta, e l'ho finalmente trovata, come spesso capita in questi casi, quando infine ci ero arrivata anche per conto mio: c'è un riferimento al titolo del romanzo di Trollope, che tra l'altro non è un titolo dei più banali - ma, appunto, ci si riferisce alle suggestioni del titolo e non al romazo dove non c'è la storia di un amore che il protagonista ricordi con rancore agrodolce - anche perché questo tipo di amori irrisolti e mai davvero dimenticati non sembrano essere nelle corde dell'esimio romanziere, forse perché non li ha mai conosciuti, beato lui (o poveretto lui? Chissà).
Passarono vieppiù gli anni e Sellerio cominciò a pubblicare i romanzi di Trollope - un sacco di romanzi di Trollope, di cui non avevo mai sentito parlare. Possibile che col tempo e la pazienza arrivasse anche il turno di Can You Forgive Her?
Possibile, sì: e infatti questo Natale sono infine entrata in possesso del romanzo. Che aspettavo da ormai più di trent'anni - e subito ho fatto ben due scoperte, entrambe di grande importanza.
La prima è che un libro di più di mille pagine su formato piccolo e quadrato richiede, davvero, una gran pazienza per essere letto. Infatti gli idiotissimi curatori della collana han deciso di farne un volumone unico, invece di due comodi volumetti di 580 pagine cadauno, e l'inevitabile risultato è che già dopo la prima lettura metà della colla della costola è andata e il libro è già mezzo sfasciato, oltre ad essere stato piuttosto scomodo da leggere. Non voglio nemmeno pensare a cosa succederà quando lo rileggerò (e io rileggo parecchio). Ma alla Sellerio non potrebbero dare un po' di pane e volpe ai loro curatori editoriali?
La seconda interessante scoperta è stata che il titolo non va inteso, come vogliono farci credere i Pet Shop Boys "Puoi perdonarla?" bensì "Potete perdonarla?", ed è indirizzato non già al giovane innamorato che la ragazza ricca rinuncia a sposare per debolezza bensí ai lettori, cui viene chiesto se vorranno benignamente perdonare un'altra protagonista , rea della grave colpa di... avere lasciato il fidanzato.
"Perdonarla? E de che?" si domanda perplesso il lettore. Se lascia il fidanzato saranno cavoli suoi, giusto?
La cosa, a quel che sembra, in età vittoriana non è semplice come negli anni di Jane Austen: da come la mette l'autore lasciare un fidanzato sembra qualcosa di poco meno grave dell'alto tradimento o dello spionaggio internazionale, e anche la protagonista sembra viverla come una mancanza assai seria.
Per perdonare la nostra eroina, noi lettori dovremmo però riuscire a capire perché lascia il suo fidanzato - un uomo in realtà piuttosto simpatico e che lei ama molto. E qui cascano non tanto gli asini quanto le palle (ai lettori, intendo) perché i motivi non sono affatto evidenti e si possono facilmente rubricare sotto la voce "seghe mentali". A dire il vero la protagonista sembra davvero specializzata in seghe, facendosene invero un quantitativo sì vasto e abbondante che perfino una classe di adolescenti in piena attività non esiterebbe a definirlo "eccessivo": in pratica il poverino viene lasciato perché lei lo ama troppo. Ebbene sí, leggere per credere.
Dopo questo iniziale passo falso la protagonista, Alice, colleziona una serie di mosse strategiche una più scriteriata dell'altra e per arrivare al lieto fine sono necessari non solo molta determinazione da parte dell'ex fidanzato, ma anche un grande impegno da parte del romanziere, il quale comunque per tutte le mille e cento e passa pagine dà l'aria di pensare che il vero problema di Alice sia di avere troppa libertà ( = troppo tempo per farsi tutte quelle seghe) e troppi soldi a disposizione. Questi ultimi in particolare sembrano essere un discreto problema per una donna.
Le protagoniste della vicenda sono infatti quattro donne tutt'altro che stupide e discretamente provviste di mezzi. Le meno provviste - ma comunque benestanti - Alice e Kate sembrano letteralmente assillate dal problema "a chi la do stasera (la mia rendita)" finendo tra l'altro per convergere su un destinatario che non si rivela proprio una scelta felicissima, tanto per parlare con molta moderazione. Non solo, ma si mostrano beatamente ignare di come funziona il denaro e di come vada gestito, delegandone serenamente la gestione a padri, fratelli, gatti dei vicini - chiunque, insomma, pur di non sporcarsi le mani.
Anche questa modesta soddisfazione, tuttavia, cioè di scegliersi liberamente a chi regalare i propri soldi, viene preclusa alla giovane Glencora, che delle quattro è la più sfarzosamente provvista di abbondantissimi mezzi: addirittura la poverina, tormentata in modo indicibile dagli invadentissimi parenti, finisce in virtù della sua estrema giovinezza (e di una debolezza che in seguito si rimprovererà aspramente) per lasciare il giovane, bello e (forse) sciagurato innamorato di sua scelta per farsi fidanzare ad un futuro duca dal brillante destino politico di nome... Plantagenet Pallister - e se il cognome, pur dotato di ricche assonanze per le orecchie italiane, è piuttosto innocente in inglese, non c'è dubbio che ci vuole tutta la forza cieca della più crudele e smodata ambizione per forzare una povera ragazza a sposare qualcuno che si chiami Plantagenet. Tuttavia il Plantageneto, a sorpresa, pur risultando perfettamente adeguato sia al nome che al cognome che gli sono toccati in sorte e non essendo forse un uomo sul cui senso dell'umorismo si potrà sempre contare per ravvivare una compagnia, a sorpresa si rivela una persona più vivace del previsto e lui e Glencora finiranno in qualche modo per quagliare - anche se per buona parte del romanzo la moglie mediterà seriamente di lasciare il marito... perché gli vuole troppo bene, non è la donna adatta a lui e teme di rovinargli la vita (sì, a quanto pare, è una epidemia).
Quanto alla quarta protagonista, Arabella (usualmente chiamata "signora Greenow") è l'unica che i suoi soldi se li è guadagnati (con un matrimonio, si capisce) nonché l'unica che sa come gestirli e amministrarli - ma naturalmente è anche la più avanti negli anni e l'unica esperta del viver del mondo, né Trollope mostra in alcun modo di disapprovare la sua totale mancanza di candore economico o di ingenuità monetaria.
Dunque mille e cento e passa pagine per fidanzare una stordita (che era già fidanzata al primo capitolo) e per far superare a una giovane donna il rimpianto per la cieca passione da cui parenti troppo pressanti l'hanno strappata a forza, oltre che per combinare un altro paio di matrimoni.
Ne vale la pena? Assolutamente sì, l'incastro è avvincente e la storia va giù come acqua di fonte. Consigliatissimo a chiunque ami i romanzi inglesi, si legge bene sia a dosi piccole che medie che massicce.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture a tutti perché per le passeggiate nei prati in fiore sembra ci sia ancora un po' da aspettare.
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