Il terzo volume della serie di Anna dai Capelli Rossi gode stranamente di una copertina accettabile, anche se il titolo non c'entra nulla con l'originale Anne of the Island e in tutto il romanzo non c'è l'ombra di un baule tranne, forse, quello che Anne prepara nei primi capitoli.
Perché questa volta Anne parte davvero, e inizia una nuova vita lasciando la sua casa di Green Gables. Ci tornerà, naturalmente, ma in vacanza, quasi da ospite: da quel momento la sua vita sarà altrove - anche se poi l'avvenimento più importante del romanzo avverrà proprio lì.
Per quattro anni dunque Anne fa la studentessa fuorisede - che a Richmond, Canada, sembra meno esasperante di quel che è a Firenze. Resta il fatto che il primo anno se lo passa in una sistemazione non proprio imperdibile, che si affaccia su un cimitero - pittoresco quant'altri mai, ma insomma un cimitero.
Molto meglio andrà l'anno seguente, quando una deliziosissima casetta con immancabile giardino scoperta per caso durante una passeggiata le viene affittata da alcune simpatiche signore desiderose di lasciarla in mani adeguate per andarsene in giro per il mondo (e lo gireranno, con grande accortezza, esattamente per il tempo che servirà ad Anne per laurearsi). Lì, con tre compagne di corso (Stella e Priscilla, vecchie amiche di Avonlea, più la nuova arrivata Phil, una ragazza brillante, imprevedibile e pronta a sostenere con fermezza le sue convinzioni per poi rimangiarsele senza alcuna esitazione quando le sembra che non vadano più bene, con una classe davvero impagabile e un magnifico senso dell'umorismo), ben tre gatti e una chaperon (la zia di una delle compagne, dal folle nome di Jamesina, che non so se in lingua originale suona proprio così) avvieranno una piacevolissima convivenza. I gatti gatteggeranno da par loro, la zia dispenserà saggi ma non sempre convenzionali consigli e le quattro ragazze faranno una splendida vita che i fuorisede di Firenze possono solo sognarsi la notte.
In sottofondo all'inizio, e poi con sempre più forza ci sarà il tema dell'amore e ognuna delle ragazze avrà il suo personale angolo romance, non privo di sorprese.
Gilbert, naturalmente. Dopo essere stato a candire con pazienza per due anni, Gilbert si dichiara. Anna non rimane sorpresa, ma ha da tempo stabilito a tavolino che l'Amore non è lui e lo rifiuta, in una scena che ricorda molto, molto da vicino una delle più celebri pagine della letteratura young adult (che all'epoca si chiamava più banalmente "narrativa per ragazze"), ovvero quella in cui Jo rifiuta di sposare Laurie.
Molto simili nella struttura, le due scene poggiano su basi completamente diverse. So che sul mancato matrimonio di Jo e Laurie si sono versati fiumi di inchiostro e di deprecazione, ma personalmente ho sempre trovato che Jo facesse, per quanto a malincuore, l'unica cosa sensata da fare - e se poi invece del bel giovane brillante e ricco preferisce sposarsi un professore un po' bigio e avanti negli anni, beh, il fatto è che a lei quel professore bigio piace. Le lettrici potranno non trovarlo entusiasmante, ma Jo ne sembra soddisfattissima e io credo fermamente che in questo genere di faccende il lettore debba lasciar decidere al personaggio quel che più gli aggrada, così come sono convintissima che la coppia Amy-Laurie funzioni nel migliore dei modi.
Anne dunque rifiuta Gilbert, non per incompatibilità di carattere o di interessi, ma in nome di un Amore Ideale che ancora non ha incontrato ma che sogna sin da bambina. Più avanti nel libro troverà qualcosa di abbastanza ideale, tale Royal Garner, bello e di buona famiglia, assai romantico all'apparenza ma che al lettore appare subito un tantino soporifero. L'idillio tra i due procede felicemente, la famiglia di lui non è proprio pazza di gioia ma alla fine si adatta e tutto sembrerebbe andare nel migliore dei modi - salvo il piccolo dettaglio che al momento della formale richiesta di matrimonio da parte di Royal, Anne si accorge che non lo vuole, o comunque non lo vuole abbastanza. E una volta compiuto il Gran Rifiuto finalmente si rende conto di amare Gilbert, cosa che qualsiasi lettore avrebbe potuto dirle svariate centinaia di pagine prima e che un discreto numero di personaggi ha in effetti detto e ridetto, talvolta anche con una certa insistenza.
Il romanzo si chiude dunque sull'idillio finalmente cominciato nella generale soddisfazione. Altri personaggi (non Royal, naturalmente) si godono le loro personali situazioni, le proprietarie della casetta idilliaca ritornano dal loro giro del mondo, i tre gatti restano con Jamesina. In sottofondo, verso metà del romanzo, una scena narrata quasi in sottotono racconta il comune dolore dell'umanità: è un personaggio minore, che abbiamo intravisto a spizzichi, ma che si ritrova ad affrontare un destino particolarmente crudele - perché la morte fa parte della vita, e ci sono domande a cui nemmeno la fede può davvero rispondere e allora l'unica scelta possibile è farsi capaci e accettare le cose per quel che sono, per quanto possano sembrare ingiuste.
In una curiosa alternanza di dolce e forte, questo romanzo chiude la storia della formazione di Anne. Il tempo degli studi è definitivamente finito... e adesso tocca al resto.
Caldamente consigliato, come i primi due, adatto a tutte le stagioni e a tutte le circostanze.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice Halloween a chiunque passi di qua.
Il mio blog preferito
venerdì 27 ottobre 2017
giovedì 26 ottobre 2017
Il giorno della marmotta - 2
Una brava mamma marmotta con i suoi cuccioli.
All'inizio della Seconda il Mac sparì, sostituito da un decoroso computer atto a supportare una altrettanto decorosa LIM. Non me ne lamentai, visto che la LIM in questione aveva perfino un sonoro funzionante. Tuttavia quando accesi trionfante il computer per compilare il Registro Elettronico... scoprii che lo schermo del computer in questione non era collegato con la LIM. O meglio: potevi collegare il computer con la LIM oppure, a scelta, con lo schermo, e tutto questo perché non disponevamo di un cavo maschio-femmina bensì di un cavo maschio-maschio.
Così, alla prima ora libera, scesi in Sala Insegnanti, placcai la VicePreside e le piantai una lunga, lunghissima lagna sul fatto che io avevo tre dislessici in classe, per uno di loro portare il computer a scuola era un problema perché in famiglia non ci avevano i soldi per un portatile e allora quando li facevo scrivere doveva scrivere a mano ma per lui era molto difficile e bla e bla e bla, e insomma la scuola poteva farci avere un cavo maschio-femmina?
Poi andai da Jorge e gli feci una lagna talmente lagnosa che al confronto quella con la VicePreside era solo una sobria rimostranza.
Infine scesi in Segreteria e piantai analoga lagna alla responsabile acquisti ricamando a punto croce, sopraggitto e punto pieno sul fatto che avevo tre dislessici in classe.
Pur di chetarmi tutti assicurarono che avrebbero provveduto.
Passarono le settimane e, in seguito a circostanze imprevedibili, la Seconda Amichevole traslocò in una aula dove non c'era la LIM ma in compenso computer e schermo erano collegati nel più efficace dei modi. Così mi dimenticai la questione e mi dimenticai di attaccarmi come il tradizionale gattino alla sottana di preside, vicepreside e segretaria.
Circostanze ancor più imprevedibili mi tennero per tre mesi a casa, e confesso che del computer di classe, del suo cavo e dei suoi complessi problemi di identità sessuale mi dimenticai più che completamente.
Tornata a scuola che fui, la questione riaffiorò al primo e unico tema in classe che feci in quei periglioso chiuder dell'anno scolastico. E così al primo consiglio di classe deprecai senza mezzi termini il fatto che mentre io stavo nel mio letto di dolore (sì, dissi proprio così) nessuno si fosse preoccupato dei miei tre poveri dislessici, uno dei quali povero davvero e che non aveva i soldi per un computer e bla e bla e ancora bla. La Vicepreside fece atto di contrizione ma a sua volta ammise che il pensiero del mio cavo transgender, durante l'anno, non era stata l'unica questione scolastica che aveva occupato la sua mente e che, una volta richiesto il pezzo, aveva senz'altro accantonato la questione in cuor suo. Promise però che avrebbe sollecitato di nuovo l'acquisto del pezzo.
Non so se l'abbia fatto, ma in quel periodo il mio povero cervellino faticava assai a contenere più di un pensiero per volta, e a mia volta dimenticai la questione.
Passarono gli esami della Terza Effervescente, passò l'estate e, ancora un po' rintronata ma nuovamente presente a me stessa, tornai a scuola dove nella Terza Amichevole mi aspettava il solito schermo staccato ma un nuovo cavo... sbagliato.
Smoccolando smontai l'inutile cavo, misi lo schermo nell'armadio perché a quel punto era solo un impiccio in più e piantai la solita lagna che volevo un cavo transgender perché avevo tre dislessici in classe eccetera eccetera. Tutti mi assicurarono che avrebbero prontamente ordinato il cavo.
Passarono i giorni e una bella mattina misi la classe a scrivere. E qualcuno suggerì: "Perché non dà lo schermo ad ADSL? Basta staccare la LIM e attaccare invece lo schermo, così lui può scriverci in pace il suo tema".
"Giusto, è una ottima idea" convenni, e aprii prontamente l'armadio. Dove lo schermo non c'era.
Cercammo sopra, cercammo sotto, cercammo a destra e pure a sinistra ma non c'era più nessuno schermo. ADSL disse che pazienza, non importava, e fece il suo testo a mano.
Io però ero decisamente irritata, e appena la lezione finì scesi in Sala Insegnanti e avevo due canini lunghi lunghi e la brace negli occhi.
Chiesi alla VicePreside che fine aveva fatto lo schermo che aveva ingombrato di sua inutile presenza l'armadio di classe per tanti mesi ed era sparito proprio quando una volta tanto poteva fare qualcosa di utile nella sua informatica esistenza. Ma la VicePreside giurò di non saperne nulla.
Allora chiesi a Jorge, ma anche lui giurò di non saperne nulla. Suggerì però che forse potesse averlo preso temporaneamente Tecnologia per il laboratorio di Informatica.
Allora chiesi a Tecnologia, ma lei giurò di non saperne niente.
Ero sconcertata. E' vero che, già dal terzo giorno di scuola, si è parlato di furti nelle classi, ma uno schermo, anche di quelli più moderni e piatti, non è cosa che si possa far scivolare in un taschino per poi andarsene via fischiettando come se nulla fosse: è sottile, sì, ma solo paragonato agli schermi di qualche anno fa. Ed è anche bello peso.
Infine, come ultimissima possibilità ma senza coltivare alcuna speranza, chiesi alle due custodi. E la Seconda Custode, con grande serenità, ammise che l'aveva preso lei "perché tanto lì in classe dava solo fastidio".
Il mio cervello rutilava di risposte ad alto contenuto acido - tanto per cominciare, perché aveva improvvisamente deciso che "dava solo fastidio" dopo più di un anno? E soprattutto, perché diavolo non aveva almeno accennato alla cosa con me o con qualcun altro degli insegnanti?
Tuttavia le nostre custodi sono preziose come orchidee di serra - sì, anche la Seconda che negli ultimi anni ha perso qualche colpo - e inimicarmele era l'ultima cosa che desideravo (inimicarmi i custodi è sempre stata una cosa che ho evitato con cura, da quando insegno, perché Essi hanno i poteri più vari e possono farti i miracoli, se solo lo desiderano). Tuttavia, per quanto cercassi di controllarmi, un flebile "Ma almeno avvisare..." lo dissi. La Seconda Custode si dichiarò assai contrita e promise di riportarlo in classe quanto prima (cosa che ha poi fatto).
Adesso ho di nuovo uno schermo che si può collegare al computer solo staccando la LIM, e continuo ad aspettare un cavo bisex che non arriva, e continuo a sentirmi in pieno Giorno della Marmotta.
Anche perché il cavo non arriva.
Eccheppalle.
lunedì 23 ottobre 2017
Calava sempre il sole con lentezza e precisione (parte seconda)
Qualche tempo fa, nel suo blog, Pellegrina (cui auguro una pronta guarigione) raccontava di come avesse un giorno proposto in lettura una bella poesia di Majakovskij dove il poeta raccontava una straordinaria avventura occorsagli in campagna, ovvero di come avesse invitato il sole a prendere il tè da lui... e il sole fosse venuto, con tutte le conseguenze del caso compreso un curioso sodalizio tra lui e l'astro che avevano abolito la notte impegnandosi a splendere sempre con gran fervore.
E' noto che di poesia non capisco nulla, nonostante ne abbia frequentata parecchia, e figurarsi di poesia russa che non ho praticamente mai nemmeno sfiorato. Questa però mi era proprio piaciuta e mi aveva fatto risuonare una corda particolare: quella dell'insegnante perennemente a caccia di testi adatti alle sue classi.
Certo, la poesia va fatta in lingua originale sennò si perde la magia del suono, tuttavia... dopotutto, anche nelle antologie si trova spesso poesia tradotta... e insomma questa mi sembrava davvero adatta a degli adolescenti: risplendere sempre, risplendere ovunque, risplendere e nient'altro!
E comunque i testi da leggere in classe li scelgo io, e chi vuole qualcosa di diverso se lo cerchi pure da solo.
Insomma me la sono stampata e fotocopiata e ho passato un buon paio d'ore a decidere come leggerla, provando e riprovando e incespicando più volte un po' in tutti i versi. Altro che risplendere sempre.
E una bella mattina ho fatto sfoggio delle mie (modeste) capacità di lettura e l'ho scodellata ai miei pazienti alunni.
E dopo tanti sforzi contavo almeno su qualche parere positivo.
Invece i primi commenti sono stati decisamente seccati "Che brutta!" "Ma non si capisce niente" "Non ci sono nemmeno le rime!"
Oh?
Il lamento sulla mancanza di rime mi ha fatto suonare un bel campanello. Eddài, hanno letto Omero e Virgilio, lo sanno benissimo che in poesia non ci sono sempre le rime.
"Bene, proviamo a vedere cosa avete capito" chiedo, invece di spiegarla senz'altro, come mi ero proposta di fare.
"Mh... c'è questo qui che fa una partaccia al sole..."
A quanto pare, qualcosina hanno capito.
"E perché gli fa una partaccia?"
"Perché lui, il sole, sta sempre a poltrire mentre lui deve lavorare..."
Pian piano, col gioco delle domande e delle risposte, me la spiegano tutta, dall'inizio alla fine. L'unica cosa che sono costretta a spiegare io è il samovar. Comprensibile, visto che oggi non usa leggere romanzi russi in tenerissima età.
Si lamentano che è una storia impossibile. Beh, su questo hanno ragione: qualsiasi tentativo di ospitare il sole nel proprio salotto avrebbe conseguenze disastrose per l'intero pianeta.
Non chiedo il significato: se lo vogliono capire lo capiscono, e comunque il "significato" di una poesia è una bestia di cui ho imparato a diffidare da tempo immemorabile: se hai in mente un significato preciso non scrivi una poesia, scrivi un saggio. E poi la poesia è di chi l'ascolta, il significato che vuol dargli l'autore sono fatti suoi.
Ricostruita in tutti i suoi dettagli la curiosa vicenda, li metto a fare una piccola esercitazione scritta: prima mi devono, appunto, raccontare la storia che la poesia racconta, poi farmi una lista delle parole che non conoscevano (tra cui, misteriosamente, ciarpame ha un posto d'onore) e infine dare un voto da uno a dieci motivandolo.
Così han passato qualche decina di minuti a rileggersi e riguardarsi quella strana roba russa, e qualcuno gli ha dato pure un bel voto. Tutti, comunque, han dovuto confrontarsi con un modo abbastanza nuovo di presentare la realtà. Perché la poesia di Majakovskij ha quasi cent'anni, ma a molti di loro è risultata una roba praticamente... rivoluzionaria.
Ebbene sì, la Terza Amichevole è una classe di adolescenti conformisti, molto amanti del conosciuto e molto spaventati dalle novità - una roba degna di essere presentata al Centro Studi Antropologici per essere studiata. E secondo me leggere quella poesia è stata una scelta davvero felice e mi ha fatto capire tante cose su di loro.
Compreso il fatto che sono pigri in modo abominevole e che trovano molto più comodo non capire anche quando capiscono benissimo (o forse, più che pigri, parecchio impauriti).
E' noto che di poesia non capisco nulla, nonostante ne abbia frequentata parecchia, e figurarsi di poesia russa che non ho praticamente mai nemmeno sfiorato. Questa però mi era proprio piaciuta e mi aveva fatto risuonare una corda particolare: quella dell'insegnante perennemente a caccia di testi adatti alle sue classi.
Certo, la poesia va fatta in lingua originale sennò si perde la magia del suono, tuttavia... dopotutto, anche nelle antologie si trova spesso poesia tradotta... e insomma questa mi sembrava davvero adatta a degli adolescenti: risplendere sempre, risplendere ovunque, risplendere e nient'altro!
E comunque i testi da leggere in classe li scelgo io, e chi vuole qualcosa di diverso se lo cerchi pure da solo.
Insomma me la sono stampata e fotocopiata e ho passato un buon paio d'ore a decidere come leggerla, provando e riprovando e incespicando più volte un po' in tutti i versi. Altro che risplendere sempre.
E una bella mattina ho fatto sfoggio delle mie (modeste) capacità di lettura e l'ho scodellata ai miei pazienti alunni.
E dopo tanti sforzi contavo almeno su qualche parere positivo.
Invece i primi commenti sono stati decisamente seccati "Che brutta!" "Ma non si capisce niente" "Non ci sono nemmeno le rime!"
Oh?
Il lamento sulla mancanza di rime mi ha fatto suonare un bel campanello. Eddài, hanno letto Omero e Virgilio, lo sanno benissimo che in poesia non ci sono sempre le rime.
"Bene, proviamo a vedere cosa avete capito" chiedo, invece di spiegarla senz'altro, come mi ero proposta di fare.
"Mh... c'è questo qui che fa una partaccia al sole..."
A quanto pare, qualcosina hanno capito.
"E perché gli fa una partaccia?"
"Perché lui, il sole, sta sempre a poltrire mentre lui deve lavorare..."
Pian piano, col gioco delle domande e delle risposte, me la spiegano tutta, dall'inizio alla fine. L'unica cosa che sono costretta a spiegare io è il samovar. Comprensibile, visto che oggi non usa leggere romanzi russi in tenerissima età.
Si lamentano che è una storia impossibile. Beh, su questo hanno ragione: qualsiasi tentativo di ospitare il sole nel proprio salotto avrebbe conseguenze disastrose per l'intero pianeta.
Non chiedo il significato: se lo vogliono capire lo capiscono, e comunque il "significato" di una poesia è una bestia di cui ho imparato a diffidare da tempo immemorabile: se hai in mente un significato preciso non scrivi una poesia, scrivi un saggio. E poi la poesia è di chi l'ascolta, il significato che vuol dargli l'autore sono fatti suoi.
Ricostruita in tutti i suoi dettagli la curiosa vicenda, li metto a fare una piccola esercitazione scritta: prima mi devono, appunto, raccontare la storia che la poesia racconta, poi farmi una lista delle parole che non conoscevano (tra cui, misteriosamente, ciarpame ha un posto d'onore) e infine dare un voto da uno a dieci motivandolo.
Così han passato qualche decina di minuti a rileggersi e riguardarsi quella strana roba russa, e qualcuno gli ha dato pure un bel voto. Tutti, comunque, han dovuto confrontarsi con un modo abbastanza nuovo di presentare la realtà. Perché la poesia di Majakovskij ha quasi cent'anni, ma a molti di loro è risultata una roba praticamente... rivoluzionaria.
Ebbene sì, la Terza Amichevole è una classe di adolescenti conformisti, molto amanti del conosciuto e molto spaventati dalle novità - una roba degna di essere presentata al Centro Studi Antropologici per essere studiata. E secondo me leggere quella poesia è stata una scelta davvero felice e mi ha fatto capire tante cose su di loro.
Compreso il fatto che sono pigri in modo abominevole e che trovano molto più comodo non capire anche quando capiscono benissimo (o forse, più che pigri, parecchio impauriti).
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domenica 22 ottobre 2017
#metoo
La metamorfosi di Atteone (Parmigianino, 1524)
Perché Diana sapeva come affrontare certe questioni. Del resto, sappiamo farlo tutti quando siamo i più forti.
Alfin tornata in rete dopo crudelissimo e del tutto involontario esilio, nella navigatina sui blog che frequento e che finalmente posso di nuovo leggere scopro dalla 'povna di essermi persa l'onda di #metoo, cui avrei partecipato molto volentieri, e senza remore di sorta, perché non ho mai avuto alcuna difficoltà a definirmi femminista - del resto, quando ero ragazzina era abbastanza scontato che tutte le donne lo fossero e di solito nessuno ci trovava da ridire. So che oggi è diverso, anche se non sono sicura di aver capito perché.
Porto volentieri la testimonianza dei miei ricordi; niente di drammatico (tranne nell'ultimo caso, che non mi riguarda direttamente) e tutto senza sensi di colpa (tranne nel caso di cui sopra).
Perché, devo aggiungere, la mia buona mamma, rispettabile e borghesissima madre di famiglia che non ha mai fatto alzare un piatto a mio padre, femminista anche lei ma di un femminismo quieto e casalingo, senza cortei e che mai mi risulta aver bruciato un reggiseno in piazza (ma che non mi risulta nemmeno aver disapprovato i cortei né taluni slogan piuttosto accesi), pur impartendomi una educazione piuttosto convenzionale per quegli anni si dimenticò completamente di trasmettermi alcun senso di colpa verso le molestie sessuali - forse perché a sua volta non ne aveva mai sofferto, a giudicare da come raccontava taluni episodi della sua tranquilla e rispettabile gioventù.
La mancanza di senso di colpa e l'implicita legittimazione della rabbia con cui reagire a un sopruso - qualsiasi tipo di sopruso, non solo le molestie sessuali - ha reso tutto molto più facile da gestire. Aggiungo che anche mio padre ha sempre mostrato di condividere questo insolito punto di vista, e a occhio mi vien da dire che anche lui l'aveva ereditato da suo padre, che ho conosciuto poco ma che risulta essere stato quel che si usava un tempo definire "un gentiluomo". Perché, e anche questo va ricordato, i gentiluomini ci sono sempre stati, e per esserlo non era necessario aver ricevuto una particolare istruzione o aver frequentato giri particolarmente raffinati. Bastava e basta esserlo.
Ero una brava ragazza, dall'apparenza tranquilla. Vestivo in modo piuttosto stravagante ma senza la tendenza a scoprirmi troppo; del resto, ai miei tempi non usava scoprirsi molto.
Bastava questo a preservare una fanciulla dalle insidie?
Ma nemmeno per idea, come sappiamo tutte benissimo.
- il mio primo (e unico) pedofilo:
passeggiavo tranquilla tornando da una commissione, tipo comprare il latte. Era pieno pomeriggio. Mi accostò con una rivista - che solo anni dopo ho capito essere porno. "Guarda che roba ho trovato per terra. Ma guarda che roba. Che faccio, la butto via?" "Beh, direi di sì" (sì, mi esprimevo proprio così, con tutti i condizionali precisini). Tornai a casa, riferii lo strano episodio ai miei e assistetti al curioso spettacolo di due tigri che, dopo essersi informate dettagliatamente sul posto esatto e avermi strappato una descrizione dell'individuo, uscirono a gran velocità per la battuta di caccia. Non trovarono nessuno - o così mi dissero. Credo che avrei completamente dimenticato l'episodio, senza quella loro reazione che cercarono di soffocare in mia presenza ma che percepii benissimo.
- il sorvegliante della colonia, che mi fece oggetto di uno stranissimo corteggiamento molesto. Cercai di scansarlo con cura (sono bravissima a scansare chiunque) ma davo assolutamente per scontato che mi stesse prendendo in giro, rifiutandomi per principio di credere che un uomo sulla trentina potesse provare un qualsiasi tipo di interesse per una ragazzina che stava per compierne dodici - d'altra parte non capivo perché stesse sempre tra i piedi, visto che mostravo chiaramente di non apprezzare la sua viscidetta compagnia. Solo molti anni dopo, ricordando casualmente quelle tre settimane, fui assalita dal forte sospetto di averla scampata bella. La mia natura spinosa, che lui tanto criticò, si era rivelata la miglior difesa - ma non sarei stata affatto spinosa se lui non mi fosse stato così antipatico - e naturalmente non mi sarebbe stato antipatico se non avesse avuto qualcosa di viscido inside.
- gli Incontri d'Agosto. Anche se sono cresciuta col mito che la notte per una ragazza fosse pericoloso andare a giro da sola, quelle poche volte che mi trovai da sola di notte per circostanze imprevedibili non mi successe niente di niente di niente, salvo un gruppetto di giovani (suppongo abbastanza ubriachi) che cantavano in coro "Te violentiamo! Forza la fregna!" ma che non mi si accostarono nemmeno, restando a cantare sull'altro lato del marciapiede. In compenso, fare una passeggiata da sola in Agosto, fosse mattina o pomeriggio o ora di pranzo, prevedeva quasi inevitabilmente qualche approccio, a volte decisamente esplicito. Vabbé, in centro a Firenze c'era comunque gente. Diciamo che imparai ad evitare quelle belle passeggiate nei pittoreschi viali sulle colline verso Fiesole che durante il resto dell'anno erano così piacevoli. A quel punto avevo ormai compiuto i vent'anni e, anche se restavo salda nella mia determinazione a non pensare male di nessuno per principio, sapevo riconoscere una sega quando la vedevo, specie se chi se la faceva camminava all'indietro appunto perché la vedessi. In quella specifica occasione finii per fermare una macchina e chiedere un passaggio. Disgraziatamente chi guidava era un uomo. Fortunatamente si limitò a darmi il passaggio e quando capì cos'era successo ("Ehm, sa, c'era un uomo un pochino esibizionista") si chiuse in un dignitoso silenzio e mi lasciò su mia richiesta appena raggiungemmo una strada mediamente frequentata. Lo ringraziai molto.
- L'episodio più spinoso, a diciassette anni. Diciamo un amico di famiglia, diciamo il marito di una persona a me molto cara che frequentavo con una certa regolarità. Mi veniva a prendere alla fermata del tram e mi riaccompagnava alla fermata dopo la visita a sua moglie. Una volta (l'ultima volta, in effetti, perché dopo, con vari pretesti, diradai alquanto le visite alla moglie e andavo in folta compagnia) mi saltò addosso, e dovetti usare una reazione decisamente brusca per levarmelo di dosso. Per tutto il tempo di quella visita, mentre chiacchieravo piacevolmente (beh, mica tanto piacevolmente, per una volta) con la signora, due Grandi Interrogativi invadevano i miei pensieri: cosa mai poteva aver spinto quel perfetto idiota a pensare che fossi disponibile? Aveva quarant'anni buoni più di me, e sono sicurissima di non aver lanciato alcun segnale di incoraggiamento. Ma soprattutto: e come pensava che dopo, qualsiasi "dopo" avesse potuto esserci, avrei affrontato una chiacchierata con la sua consorte? Il viaggio di ritorno fu punteggiato da aperte lamentele sulla mia mancanza di generosità, alle quali risposi con un cupo silenzio.La moglie ci sarebbe rimasta decisamente male se avesse immaginato alcunché, questo era sicuro. Così tacqui l'accaduto con chiunque, ma un anno dopo lo raccontai a tre compagne di scuola, che ne rimasero più che sbalordite, ma che a quanto so osservarono a loro volta un rigoroso silenzio. Almeno spero, perché una conosceva anche il protagonista della vicenda.
- L'episodio più doloroso: una ragazzina che frequentava casa mia e che confidò al mio compagno di essere stata violentata dallo zio. La madre, alternativissima di sinistrissima e femministissima, si era limitata a scrivere al cognato una letteraccia ma non aveva sporto denuncia sostenendo che la sua (di lei e della ragazzina) famiglia aveva un rapporto un po' particolare con la polizia (qualche fermo per disordini nei cortei) e che quindi non era il caso. Francamente ci sembrava una bieca scusa. Lui mi riferì l'episodio perché voleva sapere se conoscevo un qualche tipo di circolo o collettivo di aiuto per vittime di violenza - e in verità c'era, godeva ottima reputazione e lo conoscevo piuttosto bene per interposta persona. Mi precipitai lì il giorno dopo per raccontare il triste caso. Ebbero calde parole di solidarietà e promisero aiuto e assistenza psicologica professionista gratuitissima per la giovane vittima se appena si fosse fatta viva, e del resto era appunto un centro contro la violenza alle donne nato per quello. La ragazzina ringraziò molto... ma a conti fatti non ci andò e rimase impastata nel suo vischio familiare cercando di assorbire il trauma da sola. Deprecammo molto, ma non ce la potevamo certo portare di peso (...o sì?). Rimanemmo entrambi sbalorditi per la reazione della femministissima madre davanti allo stupro familiare della figlioletta - che a conti fatti sembrava più che altro una forma di rivalsa verso la madre, oltre che a un modo di marcare il territorio, il tutto alle soglie del 2000. Ci domandammo a lungo se potevamo fare di più, ma non vedevamo come. Però in qualche modo la coscienza ci rimordeva.
- L'episodio più recente: quando vennero a trovarmi due colleghe durante la convalescenza, e mi raccontarono del corso di educazione sessuale che stavano facendo a scuola. Chiacchierando variamente gli raccontai che proprio in quei giorni avevo letto di una attrice molto famosa (Jane Fonda, forse) che aveva parlato di una violenza subita da ragazzina. Osservai che erano tante, ma proprio tante, le attrici che a distanza di decenni raccontavano storie del genere. "Evidentemente succede spesso, molto più spesso di quel che si pensa" commentò una delle colleghe "Conosciamo quel che è successo alle più famose, ma a quante altre sarà capitato?".
- L'episodio più recente: quando vennero a trovarmi due colleghe durante la convalescenza, e mi raccontarono del corso di educazione sessuale che stavano facendo a scuola. Chiacchierando variamente gli raccontai che proprio in quei giorni avevo letto di una attrice molto famosa (Jane Fonda, forse) che aveva parlato di una violenza subita da ragazzina. Osservai che erano tante, ma proprio tante, le attrici che a distanza di decenni raccontavano storie del genere. "Evidentemente succede spesso, molto più spesso di quel che si pensa" commentò una delle colleghe "Conosciamo quel che è successo alle più famose, ma a quante altre sarà capitato?".
A cosa serve questo amarcord fuori tempo?
Non ne ho idea, comunque anch'io ho portato i miei due centesimi. Posso solo ringraziare la mia buona sorte che siano stati appunto due centesimi e non due dobloni d'oro. A proteggermi c'è stata una certa dose di fortuna, un buon rapporto con la mia aggressività ma anche, credo fermamente, un forte aiuto da parte dei miei genitori, insieme alla sicurezza che da loro avrei ricevuto solo aiuto, appoggio e solidarietà se qualcosa di più grave ci fosse stato. E', quella, una grossa protezione che aiuta molto contro la paura e i sensi di colpa - di cui in effetti non ho mai sofferto.
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venerdì 13 ottobre 2017
L'età meravigliosa - Lucy Maud Montgomery
Secondo episodio della serie di Anna dai Capelli Rossi: Anne of Avonlea, tradotto in Italia col titolo L'età meravigliosa, sauppongo per indicare che ormai Anne è nell'età in cui le fanciulle fioriscono. Come nel primo romanzo la protagonista è onorata dalle edizioni Mursia di una copertina dove sembra reduce da uno spinello di notevole efficacia; ma siccome si tratta dell'unica traduzione italiana conviene adattarsi senza far troppo gli schifiltosi, anche perché magari la copertina non è un granché ma il romanzo è decisamente bello.
Avonlea è il paese dove abita Anne. Secondo quanto osservava la 'povna nei commenti della recensione al primo libro, i titoli associano sempre Anne a un luogo, secondo una prospettiva che via via si allarga. Anne ha ormai sedici anni; non è ancora adulta ma lo sta diventando: giusto in chiusura del primo libro aveva fatto la sua prima scelta importante, preferendo restare a casa per aiutare Marilla nella sua delicata congiuntura, invece di andare all'università a studiare. Questo le permette di mantenere il confortevole guscio di Green Gables, l'unica casa che abbia conosciuto; ma una personalità come quella di Anne non può restare confinata in una casa, e già all'inizio di questo libro la vediamo fondare una società per il miglioramento estetico del paesello di Avonlea, che tra alti e bassi consegue anche lusinghieri successi coinvolgendo pian piano l'intera comunità. Ma, soprattutto, comincia a lavorare - in pratica diventa la maestra del paese, anche lì con buoni risultati.
Per chi insegna questo è un ulteriore motivo di interesse: per molti di noi il primo giorno di scuola dall'altra parte della barricata è stato traumatico e meraviglioso nello stesso tempo e i dubbi e i proponimenti di Anne riguardano temi con cui tutti noi insegnanti ci siamo confrontati notte e giorno - salvo quello di decidere se picchiare o no i ragazzi, che per noi non è più un dubbio in quanto è rigorosamente vietato dalla legge.
Nello stesso tempo ci troviamo a conoscere una scuola profondamente diversa sin nelle strutture, dove i ragazzi dei più vari anni sono riuniti insieme e l'insegnante di turno si occupa un po' degli uni e un po' degli altri - un lavoro di alta acrobazia, viene da pensare, almeno a me che una pluriclasse non l'ho mai nemmeno sfiorata; e comunque da noi anche nei rari casi in cui c'è è la pluriclasse è una roba completamente diversa.
Compare qui anche una caratteristica di Anne Lucy Montgomery, ovvero la capacità di seminare i suoi romanzi di casette assolutamente deliziose e circondate da una profusione di bellissimi fiori dove la lettrice guaiola per andare a vivere e dove Anne finirà regolarmente per approdare. Qui ne abbiamo due: una specie di cimitero di lusso per una giovane sposa che amava molto i fiori, e una casetta di zucchero molto fiabesca dove abitano una signorina sognatrice e la sua giovanissima e più concreta cameriera - e proprio nella signorina sognatrice Anne scoprirà qualcosa di cui è in perenne ricerca, ovvero uno spirito affine al suo e tra le due nascerà una forte amicizia che altri e più stretti legami rinsalderanno.
Altro tema sotterraneo è l'amore: non tanto per Anne (a Gilbert verranno dedicati solo tre passaggi dicesi tre, anche se nel loro genere piuttosto espliciti) ma, come dire, intorno a lei: il malinconico ma dolce romanzo della sposa morta giovane tra i suoi amati fiori, il fidanzamento della migliore amica di Anne - all'apparenza meno romantico di quanto previsto nei loro sogni di fanciulle, ma con una piacevole concretezza che fa risuonare una corda nascosta nella protagonista, il prosaico racconto dei contrasti coniugali del vicino intrattabile di Green Gables (che tanto intrattabile a dire il vero non è, specie dopo che la moglie decide di ritornare) e soprattutto la storia di un amore perduto che una serie di coincidenze riesce finalmente a concretizzare.
Il romanzo si chiude dunque in una girandola di coppie felici mentre Anne prepara le valigie: stavolta all'università ci andrà davvero: l'efficientissima Marilla, che non ha mai accantonato il sogno di vederla laureata, si organizza una comoda sistemazione che preserverà la sua salute e i suoi risparmi. Per Anne è tempo di volare fuori dal nido, il comodo nido che, forse, cominciava a andarle stretto ma in cui stava comodissima. Anne lascerà i suoi amici, il suo allievo preferito e tante altre cose; ma per lei è ormai tempo di volare lontano da Avonlea.
Credo di aver trovato questo secondo romanzo anche migliore del primo, forse perché meno frammentato - e insomma ne consiglio la lettura a tutti gli amanti delle piccole storie di provincia, nel cui numero sono fiera di annoverarmi.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un fine settimana pieno di piacevoli letture o di quant'altro vi piaccia fare.
Avonlea è il paese dove abita Anne. Secondo quanto osservava la 'povna nei commenti della recensione al primo libro, i titoli associano sempre Anne a un luogo, secondo una prospettiva che via via si allarga. Anne ha ormai sedici anni; non è ancora adulta ma lo sta diventando: giusto in chiusura del primo libro aveva fatto la sua prima scelta importante, preferendo restare a casa per aiutare Marilla nella sua delicata congiuntura, invece di andare all'università a studiare. Questo le permette di mantenere il confortevole guscio di Green Gables, l'unica casa che abbia conosciuto; ma una personalità come quella di Anne non può restare confinata in una casa, e già all'inizio di questo libro la vediamo fondare una società per il miglioramento estetico del paesello di Avonlea, che tra alti e bassi consegue anche lusinghieri successi coinvolgendo pian piano l'intera comunità. Ma, soprattutto, comincia a lavorare - in pratica diventa la maestra del paese, anche lì con buoni risultati.
Per chi insegna questo è un ulteriore motivo di interesse: per molti di noi il primo giorno di scuola dall'altra parte della barricata è stato traumatico e meraviglioso nello stesso tempo e i dubbi e i proponimenti di Anne riguardano temi con cui tutti noi insegnanti ci siamo confrontati notte e giorno - salvo quello di decidere se picchiare o no i ragazzi, che per noi non è più un dubbio in quanto è rigorosamente vietato dalla legge.
Nello stesso tempo ci troviamo a conoscere una scuola profondamente diversa sin nelle strutture, dove i ragazzi dei più vari anni sono riuniti insieme e l'insegnante di turno si occupa un po' degli uni e un po' degli altri - un lavoro di alta acrobazia, viene da pensare, almeno a me che una pluriclasse non l'ho mai nemmeno sfiorata; e comunque da noi anche nei rari casi in cui c'è è la pluriclasse è una roba completamente diversa.
Compare qui anche una caratteristica di Anne Lucy Montgomery, ovvero la capacità di seminare i suoi romanzi di casette assolutamente deliziose e circondate da una profusione di bellissimi fiori dove la lettrice guaiola per andare a vivere e dove Anne finirà regolarmente per approdare. Qui ne abbiamo due: una specie di cimitero di lusso per una giovane sposa che amava molto i fiori, e una casetta di zucchero molto fiabesca dove abitano una signorina sognatrice e la sua giovanissima e più concreta cameriera - e proprio nella signorina sognatrice Anne scoprirà qualcosa di cui è in perenne ricerca, ovvero uno spirito affine al suo e tra le due nascerà una forte amicizia che altri e più stretti legami rinsalderanno.
Altro tema sotterraneo è l'amore: non tanto per Anne (a Gilbert verranno dedicati solo tre passaggi dicesi tre, anche se nel loro genere piuttosto espliciti) ma, come dire, intorno a lei: il malinconico ma dolce romanzo della sposa morta giovane tra i suoi amati fiori, il fidanzamento della migliore amica di Anne - all'apparenza meno romantico di quanto previsto nei loro sogni di fanciulle, ma con una piacevole concretezza che fa risuonare una corda nascosta nella protagonista, il prosaico racconto dei contrasti coniugali del vicino intrattabile di Green Gables (che tanto intrattabile a dire il vero non è, specie dopo che la moglie decide di ritornare) e soprattutto la storia di un amore perduto che una serie di coincidenze riesce finalmente a concretizzare.
Il romanzo si chiude dunque in una girandola di coppie felici mentre Anne prepara le valigie: stavolta all'università ci andrà davvero: l'efficientissima Marilla, che non ha mai accantonato il sogno di vederla laureata, si organizza una comoda sistemazione che preserverà la sua salute e i suoi risparmi. Per Anne è tempo di volare fuori dal nido, il comodo nido che, forse, cominciava a andarle stretto ma in cui stava comodissima. Anne lascerà i suoi amici, il suo allievo preferito e tante altre cose; ma per lei è ormai tempo di volare lontano da Avonlea.
Credo di aver trovato questo secondo romanzo anche migliore del primo, forse perché meno frammentato - e insomma ne consiglio la lettura a tutti gli amanti delle piccole storie di provincia, nel cui numero sono fiera di annoverarmi.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti un fine settimana pieno di piacevoli letture o di quant'altro vi piaccia fare.
mercoledì 11 ottobre 2017
Cittadina Murasaki
Un cittadino sanculotto (ovvero senza mutande) ritratto da Louis Leopold Bouilly
Così la settimana scorsa sono entrata in classe salutando la Terza Amichevole con un "Buongiorno, cittadini" che li ha lasciati un filo perplessi.
"Cittadini, per questa settimana ci chiameremo soltanto 'cittadini' tra noi, e per cognome, dandoci tutti del tu".
"Cioè non dobbiamo darle del lei?".
"Esatto, cittadina. Per cognome e dandoci del tu. C'è stato un periodo di qualche anno in cui i francesi si chiamavano tra loro soltanto cittadini, e avevano abolito tutti i titoli onorifici. Quindi, niente prof".
"D'accordo prof".
"Prego, cittadino?".
"Mi scusi, cittadina Murasaki".
"Prego, cittadino?"
"Scusami, cittadina Murasaki".
Proprio a quel punto, come succede sempre in questi caotici giorni di nomine e rinomine e nuove nomine (più ulteriori nomine di supplenti per il permesso di allattamento di ben due insegnantesse) una classe senza insegnante è stata divisa e cinque giovani cittadini (inconsapevoli di esserlo) sono approdati con le loro sedie nella nostra già affollata classe.
"Benvenuti, cittadini di seconda B. Adesso riapro il registro di classe e mi darete i vostri cognomi".
I cinque poveretti, comprensibilmente, sgranano gli occhioni; poi mi danno i loro cognomi.
"Durante quest'ora anche voi sarete chiamati cittadini" provo a spiegargli "Ma non vi preoccupate, è solo una mia mattana temporanea, poi mi passa".
Nessuno di loro fa domande (immagino per la paura che gli venga data una risposta).
"Cittadina Murasaki, dobbiamo chiamare 'cittadini' anche gli altri insegnanti?".
"No, solo nelle mie ore".
Bene o male la cosa si è avviata. Via via che spiegavo la rivoluzione (siamo partiti naturalmente dagli Stati Generali) ogni tanto mi chiedevano "E' adesso che cominciano a chiamarsi 'cittadini?'"
"No, non ancora. Per il momento esistevano ancora i nobili".
Continuo a chiacchierare di costituenti e parlamenti.
"Ma adesso si chiamano cittadini?"
"Non ancora".
E così via.
Finché un giorno, alla fine della lezione, si informarono "Cittadina Murasaki, adesso al posto di inglese viene la cittadina Ruberti?"
"Credo di sì".
L'idea della cittadina Ruberti suscita l'ilarità generale. Non c'è un motivo logico, a ben guardare: la cittadina Ruberti non è particolarmente autoritaria né ha mai mostrato di volersi prendere troppo sul serio. Insomma, è senz'altro una brava cittadina (oltre che una stimata insegnante di matematica) e nessuno di noi vuol mancarle di rispetto - del resto, chiamare qualcuno "cittadino" era vista come una forma di rispetto. Forse era solo il fatto che la cittadina in questione fosse del tutto ignara di essere chiamata così a sembrarci buffo.
Infine la settimana è passata ed è arrivato il Direttorio.
"Dalla prossima lezione ricominceremo a chiamarci nel solito modo" ho annunciato.
"Peccato, era divertente. Non possiamo chiamarla in qualche altro modo strano?".
Adesso arriva Napoleone.
"Temo che l'unico modo sia 'Vostra Augusta Maestà'. Meglio lasciar perdere, non sarebbe decoroso per voi chiamare così un insegnante".
"E noi in quel caso come dovremmo essere chiamati?"
"Schiavi?" suggerisce Confucio.
"No, non direi. Ma comunque con Napoleone i sudditi facevano i sudditi, ed erano molto consapevoli della loro sudditanza. Però non è decoroso nemmeno che vi chiami sudditi, anche perché non lo siete. Però, quando arriverà la rivoluzione russa, potremo chiamarci 'compagni'".
L'idea è accolta con tiepido entusiasmo; comprensibilmente, perché considerarsi 'compagni', almeno tra loro, non gli sembra poi questa gran novità.
Almeno per ora.
venerdì 29 settembre 2017
La vera storia di Anna dai capelli rossi ovvero Anna dei verdi abbaini - Lucy Anna Maud Montgomery
Prima di tutto un raffinato chiarimento filologico: Anna dai capelli rossi è in realtà il titolo dell'anime in 50 episodi che nel 1979 la Nippon Animation produsse in Giappone e che in Italia venne trasmesso nello stesso anno su Rai1, e (quasi) tutte le traduzioni italiane hanno ripreso questo titolo quando hanno proposto ai lettori il romanzo da cui l'anime è tratto, sempre e rigorosamente in collane per ragazzi e solo dopo che l'anime in questione gli aveva ricordato che per l'appunto tale libre esisteva.
Fino a quel momento infatti, per quel che mi risulta, il libro in Italia non era mai stato tradotto. L'editore Mursia decise però di fare un lavoro completo e tradusse e pubblicò tutti i libri del ciclo (otto, mi pare di aver capito) e intitolò il primo La vera storia di Anna dai capelli rossi, ovvero Anna dei verdi abbaini. Il titolo originale era appunto Anne of Green Gables ed era stato pubblicato in Canada nel 1908 con un notevole successo avviando così la serie.
La mia intenzione era di recensire tutta la serie, ma considerando le complicanze che ha incontrato l'intrepida bibliotecaria di St. Mary Mead solo per procurarmi i primi quattro, sparpagliati in tre diversi circuiti regionali, dubito che ci riuscirò.
Dicevo dell'anime. Per quanto ne so è ottimo, ma non ne ho mai visto una sola puntata. Conosco però benissimo la sigla - come credo qualsiasi essere vivente in Italia che abbia più di venti anni:
Autore Vince Tempera, come spesso in quegli anni. E la canzone ebbe grande successo - anche perché riprendeva pari pari fin dall'introduzione un pezzo molto famoso dei Boney M.
(il testo che cantano i Boney M naturalmente non parla di Anna, perché è preso dal salmo 136 (copyright by Salomone) ed è alla base della celebre Alle fronde dei salici di Quasimodo).
Il testo della sigla era abbastanza pertinente alla storia, e inizia con
Anna dai capelli va
vola e va come una rondine
però un nido non ce l'ha
non ha una mamma né un papà.
E fin qui tutto esatto. Proseguendo però mi è d'obbligo far notare che però Anna, oltre a non avere una mamma né un papà non ha nemmeno un gatto che fa le fusa per lei: i gatti arriveranno col tempo, nel terzo volume; ma l'anime è tratto dal primo, e se c'è un gatto si tratta solo di una piacevole anticipazione.
Si tratta dunque dell'ennesima orfanella letteraria; e se nel corso dei romanzi di Lucy Montgomery la vita di Anne, pur presentando gli alti e bassi e i dispiaceri che possono capitare a qualsiasi comune mortale non risulta particolarmente tragica, il suo passato può tenere testa a molti celebri orfanelli letterari del periodo. Naturalmente c'è un romanzo anche per quello, e più esattamente un prequel di cui Lucy Montgomery è del tutto innocente: Before Green Gables scritto nel 2008 da tale Budge Wilson e tradotto in Italia dalla Kappa Edizioni nel 2010 col titolo Sorridi, piccola Anna dai capelli rossi. Perché questa è una caratteristica di tutto il ciclo: non c'è un romanzo che sia uno uscito in Italia con un titolo fedele all'originale. In compenso le voci di Wikipedia in proposito sono molto ben curate, con dettagliati riassunti e ogni scheda rimanda al libro precedente e al successivo del ciclo (e senza l'ignoto/a curatore/trice che ha compilato quelle schede, mai e poi mai sarei riuscita a orientarmi).
Green Gables è il nome della fattoria di un piccolo paese del Canada dove i due proprietari, Matthew e Marilla, ormai alle soglie della mezza età, un bel giorno decidono che serve un ragazzo che aiuti Matthew nel lavoro. Contattano così un orfanotrofio. A quei tempi gli orfani venivano collocati con assai maggior facilità di quanto oggi si faccia con i cuccioli in un qualsiasi rifugio per animali abbandonati (la prof Spini e tutta la sua famiglia per esempio hanno sostenuto un serrato colloquio di due ore per ottenere il cane che attualmente orna di sua bella presenza la loro magione); quindi nessuno bada minimamente al fatto che la coppia che abita a Green Gables non sia doverosamente sposata, e anche i lettori lo scoprono solo dopo diversi capitoli. Uomo e donna sì, conviventi sì, ma fratello e sorella, e mai stati sposati con alcuno prima di quella adozione, dettata non solo dallo spirito filantropico. Ma in effetti non c'è motivo di negare un figlio in adozione a due single, e tutto sommato non è la legge canadese ad essere sbagliata, bensì quella italiana in materia che andrebbe rivista. Sta di fatto che qui in Italia ai tempi attuali Anne avrebbe continuato a languire in orfanatrofio e i due avrebbero chiesto invano.
Per la verità la povera Ann avrebbe continuato a languire anche nel romanzo, se un provvido equivoco non avesse fatto sì che all'orfanatrofio rimanessero ignari che i due fratelli Matthew e Marilla Cuthbert cercavano un ragazzo. Ann viene a scoprire la triste verità quando Matthew la va a prendere alla stazione, dove la ragazzina aspetta sola soletta di essere presa in custodia. Il risultato è che la poverina passa la sua prima notte a Green Gables piangendo nel più desolato sconforto. Voleva tanto una vera famiglia, e Green Gables le era piaciuta tanto!
Matthew in realtà la trova molto simpatica e vorrebbe tenerla. Marilla, più prudente, esamina la questione con cura e si fa raccontare da Anne la sua vita. Scopre così che la piccola, rimasta orfana a tre mesi, è stata raccolta prima da una donna con sei figli e marito alcolizzato (e molto, molto presto è stata messa a badare ai sei bambini) per poi finire in carico a una famiglia che di figli ne aveva addirittura otto: in effetti all'epoca prendersi l'orfanella in casa era un modo molto pratico per avere una baby sitter tuttofare con pochissima spesa e nessun obbligo di istruzione e il lettore ha ampia materia di meditazione sul modo con cui un tempo si rimediava ad eventuali carenze dello stato assistenziale. Sta di fatto che all'età di undici anni la piccola Anne ha già collezionato tre famiglie disperse in tragiche circostanze e una breve permanenza all'orfanotrofio, e vedendo l'adorabile fattoria di Green Gables si era sentita allargare il cuore.
I due fratelli decidono comunque di tenerla, pur con una certa perplessità: la bambina è simpatica e allegra - anche troppo allegra, teme Marilla - ma loro non hanno la minima idea di cosa si deve fare con una bambina, anche se Marilla viene ritenuta d'ufficio comunque un po' più esperta di Matthew in quanto donna e quindi più naturalmente portata alle cure materne; e non manca naturalmente la solita vicina onnisciente e onnipresente che prevede incomodi di ogni tipo in seguito a quella improvvida adozione.
Ciò nonostante Anne si insedia a Green Gables, di cui si è innamorata già al viaggio di andata sul carretto guidato da Matthew, e comincia a dare nome agli alberi, ai fiori e a tutto quello che la circonda. Il suo carattere è troppo espansivo e giocoso (agli occhi dell'austera Marilla) e la sua irruenza la porta a combinare qualche guaio anche con le nuove amicizie che ben presto comincia ad allacciare, ma si tratta nel complesso di piccole e rapide tempeste da bicchier d'acqua, tipiche di un piccolo paese dove tutti sanno tutto di tutti; e persino la vicina onnisciente e onnipresente finisce per elargire una moderata approvazione ad Anne.
Gli anni scorrono garbatamente, e alla soglia dei sedici anni, al termine del romanzo, Ann affronta le sue prime scelte lavorative ed esistenziali. Si affaccia perfino un ragazzo, tale Gilbert, con cui inizialmente i rapporti sono stati piuttosto conflittuali ma che nell'ultimo capitolo si intuisce essere il probabilissimo futuro fidanzato della ragazza.
La storia di una orfanella, dunque, con tutte le caratteristiche del genere ma svolta in modo divertente e originale, con la piacevole variante che in corso d'opera nessuno muore di stenti o di fame, e nemmeno rischia lontanamente di avvicinarsi a sì drammatica fine - anche se la vita riesce comunque a tirarti le sue belle coltellate); e un romanzo di formazione al femminile, anche, molto ben sviluppato.
Una lettura perfetta per l'inizio dell'autunno, adattissima alla classica accoppiata piumone imbottito & tisana calda (o cioccolata con biscotti), perfetta quando le serate cominciano ad allungarsi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice autunno a chiunque passi per di qua.
Fino a quel momento infatti, per quel che mi risulta, il libro in Italia non era mai stato tradotto. L'editore Mursia decise però di fare un lavoro completo e tradusse e pubblicò tutti i libri del ciclo (otto, mi pare di aver capito) e intitolò il primo La vera storia di Anna dai capelli rossi, ovvero Anna dei verdi abbaini. Il titolo originale era appunto Anne of Green Gables ed era stato pubblicato in Canada nel 1908 con un notevole successo avviando così la serie.
La mia intenzione era di recensire tutta la serie, ma considerando le complicanze che ha incontrato l'intrepida bibliotecaria di St. Mary Mead solo per procurarmi i primi quattro, sparpagliati in tre diversi circuiti regionali, dubito che ci riuscirò.
Dicevo dell'anime. Per quanto ne so è ottimo, ma non ne ho mai visto una sola puntata. Conosco però benissimo la sigla - come credo qualsiasi essere vivente in Italia che abbia più di venti anni:
Il testo della sigla era abbastanza pertinente alla storia, e inizia con
Anna dai capelli va
vola e va come una rondine
però un nido non ce l'ha
non ha una mamma né un papà.
E fin qui tutto esatto. Proseguendo però mi è d'obbligo far notare che però Anna, oltre a non avere una mamma né un papà non ha nemmeno un gatto che fa le fusa per lei: i gatti arriveranno col tempo, nel terzo volume; ma l'anime è tratto dal primo, e se c'è un gatto si tratta solo di una piacevole anticipazione.
Si tratta dunque dell'ennesima orfanella letteraria; e se nel corso dei romanzi di Lucy Montgomery la vita di Anne, pur presentando gli alti e bassi e i dispiaceri che possono capitare a qualsiasi comune mortale non risulta particolarmente tragica, il suo passato può tenere testa a molti celebri orfanelli letterari del periodo. Naturalmente c'è un romanzo anche per quello, e più esattamente un prequel di cui Lucy Montgomery è del tutto innocente: Before Green Gables scritto nel 2008 da tale Budge Wilson e tradotto in Italia dalla Kappa Edizioni nel 2010 col titolo Sorridi, piccola Anna dai capelli rossi. Perché questa è una caratteristica di tutto il ciclo: non c'è un romanzo che sia uno uscito in Italia con un titolo fedele all'originale. In compenso le voci di Wikipedia in proposito sono molto ben curate, con dettagliati riassunti e ogni scheda rimanda al libro precedente e al successivo del ciclo (e senza l'ignoto/a curatore/trice che ha compilato quelle schede, mai e poi mai sarei riuscita a orientarmi).
Green Gables è il nome della fattoria di un piccolo paese del Canada dove i due proprietari, Matthew e Marilla, ormai alle soglie della mezza età, un bel giorno decidono che serve un ragazzo che aiuti Matthew nel lavoro. Contattano così un orfanotrofio. A quei tempi gli orfani venivano collocati con assai maggior facilità di quanto oggi si faccia con i cuccioli in un qualsiasi rifugio per animali abbandonati (la prof Spini e tutta la sua famiglia per esempio hanno sostenuto un serrato colloquio di due ore per ottenere il cane che attualmente orna di sua bella presenza la loro magione); quindi nessuno bada minimamente al fatto che la coppia che abita a Green Gables non sia doverosamente sposata, e anche i lettori lo scoprono solo dopo diversi capitoli. Uomo e donna sì, conviventi sì, ma fratello e sorella, e mai stati sposati con alcuno prima di quella adozione, dettata non solo dallo spirito filantropico. Ma in effetti non c'è motivo di negare un figlio in adozione a due single, e tutto sommato non è la legge canadese ad essere sbagliata, bensì quella italiana in materia che andrebbe rivista. Sta di fatto che qui in Italia ai tempi attuali Anne avrebbe continuato a languire in orfanatrofio e i due avrebbero chiesto invano.
Per la verità la povera Ann avrebbe continuato a languire anche nel romanzo, se un provvido equivoco non avesse fatto sì che all'orfanatrofio rimanessero ignari che i due fratelli Matthew e Marilla Cuthbert cercavano un ragazzo. Ann viene a scoprire la triste verità quando Matthew la va a prendere alla stazione, dove la ragazzina aspetta sola soletta di essere presa in custodia. Il risultato è che la poverina passa la sua prima notte a Green Gables piangendo nel più desolato sconforto. Voleva tanto una vera famiglia, e Green Gables le era piaciuta tanto!
Matthew in realtà la trova molto simpatica e vorrebbe tenerla. Marilla, più prudente, esamina la questione con cura e si fa raccontare da Anne la sua vita. Scopre così che la piccola, rimasta orfana a tre mesi, è stata raccolta prima da una donna con sei figli e marito alcolizzato (e molto, molto presto è stata messa a badare ai sei bambini) per poi finire in carico a una famiglia che di figli ne aveva addirittura otto: in effetti all'epoca prendersi l'orfanella in casa era un modo molto pratico per avere una baby sitter tuttofare con pochissima spesa e nessun obbligo di istruzione e il lettore ha ampia materia di meditazione sul modo con cui un tempo si rimediava ad eventuali carenze dello stato assistenziale. Sta di fatto che all'età di undici anni la piccola Anne ha già collezionato tre famiglie disperse in tragiche circostanze e una breve permanenza all'orfanotrofio, e vedendo l'adorabile fattoria di Green Gables si era sentita allargare il cuore.
I due fratelli decidono comunque di tenerla, pur con una certa perplessità: la bambina è simpatica e allegra - anche troppo allegra, teme Marilla - ma loro non hanno la minima idea di cosa si deve fare con una bambina, anche se Marilla viene ritenuta d'ufficio comunque un po' più esperta di Matthew in quanto donna e quindi più naturalmente portata alle cure materne; e non manca naturalmente la solita vicina onnisciente e onnipresente che prevede incomodi di ogni tipo in seguito a quella improvvida adozione.
Ciò nonostante Anne si insedia a Green Gables, di cui si è innamorata già al viaggio di andata sul carretto guidato da Matthew, e comincia a dare nome agli alberi, ai fiori e a tutto quello che la circonda. Il suo carattere è troppo espansivo e giocoso (agli occhi dell'austera Marilla) e la sua irruenza la porta a combinare qualche guaio anche con le nuove amicizie che ben presto comincia ad allacciare, ma si tratta nel complesso di piccole e rapide tempeste da bicchier d'acqua, tipiche di un piccolo paese dove tutti sanno tutto di tutti; e persino la vicina onnisciente e onnipresente finisce per elargire una moderata approvazione ad Anne.
Gli anni scorrono garbatamente, e alla soglia dei sedici anni, al termine del romanzo, Ann affronta le sue prime scelte lavorative ed esistenziali. Si affaccia perfino un ragazzo, tale Gilbert, con cui inizialmente i rapporti sono stati piuttosto conflittuali ma che nell'ultimo capitolo si intuisce essere il probabilissimo futuro fidanzato della ragazza.
La storia di una orfanella, dunque, con tutte le caratteristiche del genere ma svolta in modo divertente e originale, con la piacevole variante che in corso d'opera nessuno muore di stenti o di fame, e nemmeno rischia lontanamente di avvicinarsi a sì drammatica fine - anche se la vita riesce comunque a tirarti le sue belle coltellate); e un romanzo di formazione al femminile, anche, molto ben sviluppato.
Una lettura perfetta per l'inizio dell'autunno, adattissima alla classica accoppiata piumone imbottito & tisana calda (o cioccolata con biscotti), perfetta quando le serate cominciano ad allungarsi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice autunno a chiunque passi per di qua.
giovedì 28 settembre 2017
Il giorno della marmotta - 1
Quasi due anni fa la scuola media di St. Mary Mead aveva avviato una lotteria al nobile scopo di costruire una bella postazione video dove fosse possibile per qualsiasi classe guardare un film godendoselo nel migliore dei modi.
La lotteria aveva riscosso gran successo e aveva fruttato due LIM. In seguito poi, con aggiunte della scuola, con i buoni dei supermercati e non so quali altre losche manovre erano arrivate altre LIM, qualche computer nuovo e - incredibile ma vero - perfino un proiettore che funzionava validamente. Nel frattempo, grandiose manovre da parte del comune e pingui finanziamenti di un PON (misteriosa sigla che porta con sé molte scartoffie e grande impazzamento della scolastica collettività ma, quando le cose vanno bene, anche parecchi soldi) ci hanno permesso di avviare un Grandioso Laboratorio Informatico che presto verrà inaugurato alla commossa presenza dei genitori.
Così l'anno scorso, nei rari momenti in cui sono riuscita a frequentare e fare lezione, ho fatto vedere qualche film sulle LIM nelle giornate piovose e parecchi film nell'Aula Magna, che continuava ad avere le tende scure e che finalmente era assai impreziosita da un buon proiettore e da un sonoro più che dignitoso: meraviglia delle meraviglie, il film potevamo perfino sentirlo, oltre che vederlo - che nella scuola media di St. Mary Mead non è affatto scontato.
Viziata da cotanto lusso quest'anno non mi sono doluta né di avere l'unica classe della scuola senza LIM (dove faccio storia) né una classe dove la LIM, poverella, funzionerebbe anche volentieri e onorevolmente peccato che non funzioni il computer se non in certi giorni che nemmeno il più bravo astrologo riuscirebbe a prevedere (dove faccio Geografia).
Così, dopo aver ficcato senza riguardo Timbuktu nell'Asia orientale, ho preparato cinque graziose foto dove i monumenti di Timbuktu risaltavano nella loro bellezza e grandezza e dove la posizione di Timbuktu in Africa era evidenziata al di là di ogni possibile equivoco. E ho portato la classe in Aula Magna... dove niente era collegato.
Nel Laboratorio di Informatica c'era però Jorge.
"Jorge carissimo, verresti per favore a collegare il proiettore nell'Aula Magna?".
"Ah, ma il proiettore che c'è non funziona, per questo ho staccato tutto".
"Ma l'anno scorso funzionava benissimo!"
"Non è quello. Il proiettore nuovo l'abbiamo portato qui, nel laboratorio di informatica. Però presto arriverà quello nuovo per l'Aula Magna".
Non un cane che abbia avvisato, naturalmente. Nessuno avvisa mai di queste sciocchezze, alla scuola media di St. Mary Mead.
Così ho ripreso la classe e l'ho riportata nell'aula senza LIM, dove abbiamo fatto una scialbissima lezione sulle varie carte geografiche aiutandoci con le piccole foto del libro (che non ho scelto io e che ama le carte da miniaturisti).
E niente Timbuktu, per ora.
Nel contempo ho visto sfumare nel nulla la possibilità di far vedere alla mia Terza il film Marie Antoinette, con cui volevo fargli ammirare un po' di Settecento francese prima della rivoluzione francese che ormai incombe.
Certo, abbiamo la LIM, ma è un po' sbiadita e in questi giorni, dopo parecchia pioggia, siamo allietati da un gran sole che trafora implacabile le nuove tende chiarissime che il Comune ci ha finalmente mandato. E anche in Biblioteca abbiamo delle belle tende molto chiare - adattissime per una biblioteca, un po' meno per una sala cinema. Senza contare che per una classe di 23 alunni 23 guardare un film sulla televisione non è proprio il massimo.
D'accordo, presto pioverà di nuovo. Ma non ha molto senso far vedere un film rococò come Marie Antoinette mentre Napoleone conquista l'Italia o si va a schiantare in Russia. Almeno, non mi sembra. Non gestisco un cineforum, faccio un corso di storia, e cerco anche di farlo in fretta perché dovremmo essere già come minimo a unificare l'Italia.
Ma all'inizio dell'ennesimo anno in cui non so come fare a vedere decentemente un film alla classe, dopo che genitori e Coop e Ministero e non so quant'altri si sono svenati per fornirci di adeguate postazioni informatiche (scordandosi però sempre, con monotona regolarità, di pagarci anche delle tende scure), comincio seriamente a domandarmi se non sto ripetendo sempre lo stesso inizio d'anno scolastico, nella stessa Aula Magna dove non si riesce a collegare il computer con il proiettore e, quand'anche ci si riuscisse, il proiettore non funziona - come nell'ormai classico Giorno della Marmotta, e se ci sarà mai un anno in cui, nei primi giorni, riuscirò a far vedere un film a una classe senza colpo ferire, così, come se fosse una cosa normale e non un prodigio mai visto.
Un film. Un piccolo, innocuo, modesto film ad ambientazione storica. E qualche foto di Timbuktu.
Siamo sinceri, non mi sembra di chiedere molto.
La lotteria aveva riscosso gran successo e aveva fruttato due LIM. In seguito poi, con aggiunte della scuola, con i buoni dei supermercati e non so quali altre losche manovre erano arrivate altre LIM, qualche computer nuovo e - incredibile ma vero - perfino un proiettore che funzionava validamente. Nel frattempo, grandiose manovre da parte del comune e pingui finanziamenti di un PON (misteriosa sigla che porta con sé molte scartoffie e grande impazzamento della scolastica collettività ma, quando le cose vanno bene, anche parecchi soldi) ci hanno permesso di avviare un Grandioso Laboratorio Informatico che presto verrà inaugurato alla commossa presenza dei genitori.
Così l'anno scorso, nei rari momenti in cui sono riuscita a frequentare e fare lezione, ho fatto vedere qualche film sulle LIM nelle giornate piovose e parecchi film nell'Aula Magna, che continuava ad avere le tende scure e che finalmente era assai impreziosita da un buon proiettore e da un sonoro più che dignitoso: meraviglia delle meraviglie, il film potevamo perfino sentirlo, oltre che vederlo - che nella scuola media di St. Mary Mead non è affatto scontato.
Viziata da cotanto lusso quest'anno non mi sono doluta né di avere l'unica classe della scuola senza LIM (dove faccio storia) né una classe dove la LIM, poverella, funzionerebbe anche volentieri e onorevolmente peccato che non funzioni il computer se non in certi giorni che nemmeno il più bravo astrologo riuscirebbe a prevedere (dove faccio Geografia).
Così, dopo aver ficcato senza riguardo Timbuktu nell'Asia orientale, ho preparato cinque graziose foto dove i monumenti di Timbuktu risaltavano nella loro bellezza e grandezza e dove la posizione di Timbuktu in Africa era evidenziata al di là di ogni possibile equivoco. E ho portato la classe in Aula Magna... dove niente era collegato.
Nel Laboratorio di Informatica c'era però Jorge.
"Jorge carissimo, verresti per favore a collegare il proiettore nell'Aula Magna?".
"Ah, ma il proiettore che c'è non funziona, per questo ho staccato tutto".
"Ma l'anno scorso funzionava benissimo!"
"Non è quello. Il proiettore nuovo l'abbiamo portato qui, nel laboratorio di informatica. Però presto arriverà quello nuovo per l'Aula Magna".
Non un cane che abbia avvisato, naturalmente. Nessuno avvisa mai di queste sciocchezze, alla scuola media di St. Mary Mead.
Così ho ripreso la classe e l'ho riportata nell'aula senza LIM, dove abbiamo fatto una scialbissima lezione sulle varie carte geografiche aiutandoci con le piccole foto del libro (che non ho scelto io e che ama le carte da miniaturisti).
E niente Timbuktu, per ora.
Nel contempo ho visto sfumare nel nulla la possibilità di far vedere alla mia Terza il film Marie Antoinette, con cui volevo fargli ammirare un po' di Settecento francese prima della rivoluzione francese che ormai incombe.
Certo, abbiamo la LIM, ma è un po' sbiadita e in questi giorni, dopo parecchia pioggia, siamo allietati da un gran sole che trafora implacabile le nuove tende chiarissime che il Comune ci ha finalmente mandato. E anche in Biblioteca abbiamo delle belle tende molto chiare - adattissime per una biblioteca, un po' meno per una sala cinema. Senza contare che per una classe di 23 alunni 23 guardare un film sulla televisione non è proprio il massimo.
D'accordo, presto pioverà di nuovo. Ma non ha molto senso far vedere un film rococò come Marie Antoinette mentre Napoleone conquista l'Italia o si va a schiantare in Russia. Almeno, non mi sembra. Non gestisco un cineforum, faccio un corso di storia, e cerco anche di farlo in fretta perché dovremmo essere già come minimo a unificare l'Italia.
Ma all'inizio dell'ennesimo anno in cui non so come fare a vedere decentemente un film alla classe, dopo che genitori e Coop e Ministero e non so quant'altri si sono svenati per fornirci di adeguate postazioni informatiche (scordandosi però sempre, con monotona regolarità, di pagarci anche delle tende scure), comincio seriamente a domandarmi se non sto ripetendo sempre lo stesso inizio d'anno scolastico, nella stessa Aula Magna dove non si riesce a collegare il computer con il proiettore e, quand'anche ci si riuscisse, il proiettore non funziona - come nell'ormai classico Giorno della Marmotta, e se ci sarà mai un anno in cui, nei primi giorni, riuscirò a far vedere un film a una classe senza colpo ferire, così, come se fosse una cosa normale e non un prodigio mai visto.
Un film. Un piccolo, innocuo, modesto film ad ambientazione storica. E qualche foto di Timbuktu.
Siamo sinceri, non mi sembra di chiedere molto.
sabato 23 settembre 2017
Sulla precaria autostima di taluni adolescenti
Come l'anno scorso, anche quest'anno ho avviato una lunghissima serie di prove d'ingresso che chiamo prove d'ingresso solo in cuor mio.
Per verificare la cosiddetta capacità espositiva (=come parlano in italiano?) li ho messi a descrivere una serie di quadri da me scelti, per lo più surrealisti, come questo*
ma, mentre li sceglievo dalle varie cartelline ho scovato una foto, presumibilmente piuttosto ritoccata, di un gattino che guardando il suo riflesso vede una bella tigre siberiana assai maestosa, e ho deciso di rifilarlo a Cinderella, che secondo me non è sufficientemente convinta delle sue potenzialità.
Quando arriva il suo turno chiedo "Avete già fatto i pronomi riflessivi in inglese?".
"Sì" "No" "Forse". "Comunque sappiamo cosa vuol dire" taglia corto Merlino.
Cinderella comincia a descrivere: "Siamo in una stanza, probabilmente nel pomeriggio, e un gattino si guarda riflesso in una pozza d'acqua vedendosi un po' più grande di quel che è".
Sommesso brusìo.
"Un po' più grande?" chiedo soavemente "Sicura?".
"Sì, si vede come un gatto grande...".
Altro brusìo "Sicura che quello è un gatto?".
"No, forse sembra più grande di un gatto...".
Dopo lunghe trattative infine Cinderella ammette che si tratta di un felino più grosso, e dopo qualche insistenza spunta fuori la parola tigre.
Al momento di tradurre il piccolo motto, che in teoria i ragazzi dovrebbero conoscere anche al di là delle loro eventuali conoscenze di inglese, dalle loro bocche esce di tutto, a cominciare dal verbo believe che vuol dire le cose più strane. Infine Merlino si decide a fornire la traduzione esatta.
"Come mai secondo te l'ho intitolato Autostima felina?".
Anche lì, solo dopo lunghe ed estenuanti trattative Cinderella si decide ad ammettere che la foto esorta lo spettatore a coltivare grandi aspettative n ei propri confronti.
Cinderella torna a posto con un voto non tanto alto, e io rimango a riflettere in cuor mio. Non solo lei, ma l'intera classe è andata in tilt alla semplice prospettiva di vedersi grandi e maestosi, pronti ad affrontare la vita con fiducia, e le tre semplici parolette in una lingua che frequentano ormai da molti anni han mandato in crisi quasi tutti.
D'altra parte sono ormai più di due anni che sostengo che l'intera classe ha problemi di autostima ed evita e aggira con ogni cura qualsiasi ostacolo, evidentemente convinta di non essere all'altezza (compreso Merlino, anche se in modo un po' meno appariscente degli altri).
Che ci abbia visto giusto?
Di sicuro, nemmeno l'insicurissima classe di Hogsmeade era così carente, sul piano della fiducia in sé stessi - e in terza si svegliarono assai, sotto quell'aspetto. Ma qui sembra che ci sia parecchio lavoro da fare, e francamente non so come farlo. Eppure mi sembra indispensabile mandarli alle superiori con una maggiore disponibilità a mordere la vita.
(Naturalmente ero convinta di avere scelto una foto molto semplice per Cinderella, e anzi mi sentivo un po' in colpa perché la sua era più facile, ai miei occhi, di molte delle altre).
*almeno, CREDO sia surrealista
Per verificare la cosiddetta capacità espositiva (=come parlano in italiano?) li ho messi a descrivere una serie di quadri da me scelti, per lo più surrealisti, come questo*
ma, mentre li sceglievo dalle varie cartelline ho scovato una foto, presumibilmente piuttosto ritoccata, di un gattino che guardando il suo riflesso vede una bella tigre siberiana assai maestosa, e ho deciso di rifilarlo a Cinderella, che secondo me non è sufficientemente convinta delle sue potenzialità.
Quando arriva il suo turno chiedo "Avete già fatto i pronomi riflessivi in inglese?".
"Sì" "No" "Forse". "Comunque sappiamo cosa vuol dire" taglia corto Merlino.
Cinderella comincia a descrivere: "Siamo in una stanza, probabilmente nel pomeriggio, e un gattino si guarda riflesso in una pozza d'acqua vedendosi un po' più grande di quel che è".
Sommesso brusìo.
"Un po' più grande?" chiedo soavemente "Sicura?".
"Sì, si vede come un gatto grande...".
Altro brusìo "Sicura che quello è un gatto?".
"No, forse sembra più grande di un gatto...".
Dopo lunghe trattative infine Cinderella ammette che si tratta di un felino più grosso, e dopo qualche insistenza spunta fuori la parola tigre.
Al momento di tradurre il piccolo motto, che in teoria i ragazzi dovrebbero conoscere anche al di là delle loro eventuali conoscenze di inglese, dalle loro bocche esce di tutto, a cominciare dal verbo believe che vuol dire le cose più strane. Infine Merlino si decide a fornire la traduzione esatta.
"Come mai secondo te l'ho intitolato Autostima felina?".
Anche lì, solo dopo lunghe ed estenuanti trattative Cinderella si decide ad ammettere che la foto esorta lo spettatore a coltivare grandi aspettative n ei propri confronti.
Cinderella torna a posto con un voto non tanto alto, e io rimango a riflettere in cuor mio. Non solo lei, ma l'intera classe è andata in tilt alla semplice prospettiva di vedersi grandi e maestosi, pronti ad affrontare la vita con fiducia, e le tre semplici parolette in una lingua che frequentano ormai da molti anni han mandato in crisi quasi tutti.
D'altra parte sono ormai più di due anni che sostengo che l'intera classe ha problemi di autostima ed evita e aggira con ogni cura qualsiasi ostacolo, evidentemente convinta di non essere all'altezza (compreso Merlino, anche se in modo un po' meno appariscente degli altri).
Che ci abbia visto giusto?
Di sicuro, nemmeno l'insicurissima classe di Hogsmeade era così carente, sul piano della fiducia in sé stessi - e in terza si svegliarono assai, sotto quell'aspetto. Ma qui sembra che ci sia parecchio lavoro da fare, e francamente non so come farlo. Eppure mi sembra indispensabile mandarli alle superiori con una maggiore disponibilità a mordere la vita.
(Naturalmente ero convinta di avere scelto una foto molto semplice per Cinderella, e anzi mi sentivo un po' in colpa perché la sua era più facile, ai miei occhi, di molte delle altre).
*almeno, CREDO sia surrealista
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lunedì 18 settembre 2017
Il Vero Insegnante non teme il Ridicolo (anzi se lo va a cercare col lanternino): il mistero di Timbuctù
Timbuktu, nobile e antica città dell'Indocina (?)
Stamani c'era il taglio del nastro con la Prima Geografica, ovvero una classe che avrà il piacere (o dovrei piuttosto dire il divertimento) di avermi come insegnante di Geografia.
Seduta di assaggio, mi presento, chiedo i loro nomi, prometto che ci metterò un secolo ad impararli - insomma, le solite formalità.
Poi passo a raccontargli che Geografia è una materia enorme, dove è quasi impossibile non trovare qualcosa che ci piaccia, ma che è una materia che più avanti gli servirà.
"Non tanto per sapere dove sono i posti. Per esempio, se volete andare a Timbuktu non importa che sappiate dov'è: basta andare in un agenzia turistica e vi daranno il biglietto. A quel punto quel che importa è che dov'è Timbuktu lo sappia il pilota dell'aereo, e vi garantisco che lo sa".
Tutti ne convengono, divertiti. Poi arriva la domanda inevitabile:
"Ma dov'è Timbuktu?".
"Oh, da qualche parte nell'Estremo Oriente" rispondo svagata "Indocina, Vietnam, quella roba là".
Chi è vicino al planisfero la cerca e, ovviamente, non la trova.
"Il punto preciso non lo so" pausa "In effetti non capisco perché ho citato proprio Timbuktu e non Calcutta, che so perfettamente dove si trova". Il Sostegno ride pazzamente, e ne ha ben donde "Comunque, come vi dicevo, non è un problema trovarla: ecco qua". Accendo il computer, accendo la LIM. Scopro che la LIM non è collegata e la collego. Nel frattempo il computer si è messo a fare i capricci. Voglio ripristinare il sistema? Voglio che il sistema si autoripari? Voglio RIAVVIARE il sistema?
Dico di sì a tutto, ma il sistema non si riavvia e la LIM continua a restare bianca. Magnifico, penso, niente LIM e un libro che fa schifo per fare geografia. Ci sarà da ridere.
Comunque prometto di portare una slide che indichi con esattezza dov'è Timbuktu, la prossima volta. E comincio a straparlare di interazione dell'uomo con l'ambiente e tutto questo genere di cose. Insomma, faccio la prima lezione.
Nel pomeriggio, mentre leggiucchio piacevolmente a letto, mi viene in mente di cercare Timbuktu. Apro il tablet...
...e scopro che Timbuktu, ben lungi dall'essere nell'Indocina, se ne sta pacifica da svariati secoli in AFRICA, in pieno deserto, nell'attuale Mali.
Una nuova perla si aggiunge così alla mia collana: dopo avere messo in tempi ormai lontani il Nepal in Africa, adesso ho anche spostato in Indocina una delle capitali storiche dei califfati arabi.
Sul serio: non potevo limitarmi a citare Calcutta?
sabato 16 settembre 2017
In famiglia - Hector Malot
Hector Malot è il padre di uno dei più famosi orfanelli della letteratura ottocentesca, ovvero Remi, protagonista del libro Senza famiglia. Meno conosciuto in Italia invece è In famiglia (pubblicato in Francia nel 1893) che pure ha anche lui alle spalle un cartone animato giapponese della fine degli anni '70, trasmesso in Italia a partire dal 1980. Però il cartone di Remi era della Tokyo Movie Shinsha e venne trasmesso su Rai1, mentre la storia di Peline finì sui circuiti privati ed era fatto dalla Nippon, con un disegno meno accattivante, almeno ad occhi occidentali, ed ebbe il dubbio privilegio di un doppiaggio decisamente avventuroso, dove la protagonista ebbe la voce di ben quattro diverse doppiatrici, due delle quali si alternavano anche nelle stesse puntate.
All'epoca comunque io scansavo le storie di orfanelli e preferivo astronavi e robot che combattevano intrepidamente contro gli invasori. Insomma, di Peline ricordo poco più della sigla, che aveva comunque la caratteristica, davvero insolita in una sigla italiana di cartone animato giapponese, di corrispondere fedelmente al contenuto.
Ho sempre scansato come la peste il romanzo di Remi, ma avevo invece incrociato con una certa soddisfazione la storia di Perrine (poi traslitterata in Peline dai giapponesi in base al loro particolarissimo rapporto con la erre) per averla incontrata alle elementari in una edizione ridotta; mi era piaciuta soprattutto la parte dove si era scelta una capanna come casa, organizzandosi una vita à la Robinson, organizzandosi con grande abilità tanto da invitare a cena la sua amica e offrirle un pasto completo, dalla zuppa al dolce. Avevo anche molto riflettuto sul fatto che a undici anni c'era chi già lavorava in fabbrica, un tempo (imparai in seguito che c'era anche chi aveva avuto il mirabile privilegio di lavorarci a sette o otto anni, e con orari decisamente improponibili).
Ho cercato diverse volte il libro per comprarlo, o almeno rileggerlo, ma le biblioteche offrivano solo vecchie edizioni di dubbia completezza. Quest'anno però Salani l'ha rimandato in libreria, corredato con una bella prefazione di Bianca Pitzorno, e mi sono precipitata a comprarlo e rileggerlo scoprendo che era anche meglio di come lo ricordavo.
Alla base di tutto c'è un giovane figlio di un magnate delle industrie tessili, un po' scapestrato e mandato in India a lavorare per la ditta paterna, con l'idea che così rimetterà la testa a posto e diventerà un degno erede per le industrie paterne. Il figlio però si innamora di una giovane angoindiana - non un'indiana purosangue, nota bene, ma un'indiana solo a metà, per giunta cattolica.
Il padre dà di fuori di matto, disereda il figlio e si fa un film in cui "quella donna" lo ha costretto al matrimonio che non è un matrimonio valido in Francia (il particolare in seguito non viene mai chiarito, ma mi sembra strano che un matrimonio contratto liberamente da un francese possa non essere legalmente riconosciuto in Francia) e adesso lo tiene lontano dalla sua famiglia. Anche la nipotina (che è Perrine) non viene minimamente considerata perché legalmente "non è sua figlia". Il padre tuttavia è disposto al perdono se il figlio piantasse la sua sposa illecita e la figlia altrettanto illecita. Ma, vedi un po' la sorpresa, il figlio non ne vuole nemmeno sentir parlare. Tuttavia il padre, diventato nel frattempo nonno suo malgrado, continua a vivere nella sua fantasia che presto il figlio tornerà.
Passano gli anni, i due coniugi "illegali" hanno le loro disavventure e infine il figlio decide davvero di tornare in Francia, ma con moglie e figlia al seguito, viaggiando come fotografo ambulante su un carro trainato da un simpaticissimo asino. Poco prima dell'inizio del romanzo però il padre muore e anche se nel cartone animato per un buon terzo la serie madre e figlia continuano il loro viaggio tra avventure tristi e liete, nel libro troviamo la madre moribonda e nella miseria più totale.
Perrine ha undici anni e nelle prime cento pagine del romanzo perde la madre, poi è costretta a vendere l'asino e il carro e infine continua il viaggio a piedi, col tocco finale di perdere i suoi ultimi cinque franchi. Sola, affamata ma irrimediabilmente onesta viene soccorsa sull'orlo della morte per inedia prima dall'asino, e poi dalla donna che ha comprato quell'asino e che porterà infine Perrine fino al paese dove abita il nonno e dove Perrine deve, come le ha chiesto sua madre, guadagnarsi il suo affetto in modo discreto.
Perrine si inventa un nuovo nome, si procura un lavoro da operaia e si organizza la vita in una capanna di cacciatori rifacendosi un po' di guardaroba e di stoviglie e amministrandosi con una oculatezza davvero ammirevole. Più avanti, grazie a una serie di fortunate circostanze - perché alla fine perfino gli orfanelli dei romanzi dell'Ottocento hanno diritto a un po' di fortuna, dopo essere stati perseguitati in modo davvero perverso dai loro autori - diventa l'interprete del nonno, poi la sua segretaria e confidente. Infine il nonno la riconosce e i due si riuniscono, e grazie al benefico influsso della nipote il ricco industriale diventa il più filantropico e amorevole degli imprenditori.
Il romanzo, edificante e commovente in giusta misura, si fa leggere con grande interesse e una adeguata dose di batticuore e di ansia. Non so quanto possa apprezzarlo oggi un ragazzino dell'età di Perrine (tra gli undici e i dodici anni) anche se proverò ad ammanirne un assaggio alla mia attuale Terza; ma è di sicuro adatto ai lettori adulti appassionati di romanzi dell'Ottocento e offre molti spunti di riflessione.
Con questo post partecipo, sull'orlo del filo di lana al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture in questo fine settimana piovoso dal sapore autunnale, dove un bel romanzo da leggere a lume di candela quando salta la corrente per via dei temporali è particolarmente piacevole (ma si legge volentieri anche con la luce elettrica, garantisco).
All'epoca comunque io scansavo le storie di orfanelli e preferivo astronavi e robot che combattevano intrepidamente contro gli invasori. Insomma, di Peline ricordo poco più della sigla, che aveva comunque la caratteristica, davvero insolita in una sigla italiana di cartone animato giapponese, di corrispondere fedelmente al contenuto.
Ho cercato diverse volte il libro per comprarlo, o almeno rileggerlo, ma le biblioteche offrivano solo vecchie edizioni di dubbia completezza. Quest'anno però Salani l'ha rimandato in libreria, corredato con una bella prefazione di Bianca Pitzorno, e mi sono precipitata a comprarlo e rileggerlo scoprendo che era anche meglio di come lo ricordavo.
Alla base di tutto c'è un giovane figlio di un magnate delle industrie tessili, un po' scapestrato e mandato in India a lavorare per la ditta paterna, con l'idea che così rimetterà la testa a posto e diventerà un degno erede per le industrie paterne. Il figlio però si innamora di una giovane angoindiana - non un'indiana purosangue, nota bene, ma un'indiana solo a metà, per giunta cattolica.
Il padre dà di fuori di matto, disereda il figlio e si fa un film in cui "quella donna" lo ha costretto al matrimonio che non è un matrimonio valido in Francia (il particolare in seguito non viene mai chiarito, ma mi sembra strano che un matrimonio contratto liberamente da un francese possa non essere legalmente riconosciuto in Francia) e adesso lo tiene lontano dalla sua famiglia. Anche la nipotina (che è Perrine) non viene minimamente considerata perché legalmente "non è sua figlia". Il padre tuttavia è disposto al perdono se il figlio piantasse la sua sposa illecita e la figlia altrettanto illecita. Ma, vedi un po' la sorpresa, il figlio non ne vuole nemmeno sentir parlare. Tuttavia il padre, diventato nel frattempo nonno suo malgrado, continua a vivere nella sua fantasia che presto il figlio tornerà.
Passano gli anni, i due coniugi "illegali" hanno le loro disavventure e infine il figlio decide davvero di tornare in Francia, ma con moglie e figlia al seguito, viaggiando come fotografo ambulante su un carro trainato da un simpaticissimo asino. Poco prima dell'inizio del romanzo però il padre muore e anche se nel cartone animato per un buon terzo la serie madre e figlia continuano il loro viaggio tra avventure tristi e liete, nel libro troviamo la madre moribonda e nella miseria più totale.
Perrine ha undici anni e nelle prime cento pagine del romanzo perde la madre, poi è costretta a vendere l'asino e il carro e infine continua il viaggio a piedi, col tocco finale di perdere i suoi ultimi cinque franchi. Sola, affamata ma irrimediabilmente onesta viene soccorsa sull'orlo della morte per inedia prima dall'asino, e poi dalla donna che ha comprato quell'asino e che porterà infine Perrine fino al paese dove abita il nonno e dove Perrine deve, come le ha chiesto sua madre, guadagnarsi il suo affetto in modo discreto.
Perrine si inventa un nuovo nome, si procura un lavoro da operaia e si organizza la vita in una capanna di cacciatori rifacendosi un po' di guardaroba e di stoviglie e amministrandosi con una oculatezza davvero ammirevole. Più avanti, grazie a una serie di fortunate circostanze - perché alla fine perfino gli orfanelli dei romanzi dell'Ottocento hanno diritto a un po' di fortuna, dopo essere stati perseguitati in modo davvero perverso dai loro autori - diventa l'interprete del nonno, poi la sua segretaria e confidente. Infine il nonno la riconosce e i due si riuniscono, e grazie al benefico influsso della nipote il ricco industriale diventa il più filantropico e amorevole degli imprenditori.
Il romanzo, edificante e commovente in giusta misura, si fa leggere con grande interesse e una adeguata dose di batticuore e di ansia. Non so quanto possa apprezzarlo oggi un ragazzino dell'età di Perrine (tra gli undici e i dodici anni) anche se proverò ad ammanirne un assaggio alla mia attuale Terza; ma è di sicuro adatto ai lettori adulti appassionati di romanzi dell'Ottocento e offre molti spunti di riflessione.
Con questo post partecipo, sull'orlo del filo di lana al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture in questo fine settimana piovoso dal sapore autunnale, dove un bel romanzo da leggere a lume di candela quando salta la corrente per via dei temporali è particolarmente piacevole (ma si legge volentieri anche con la luce elettrica, garantisco).
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