Il mio blog preferito

venerdì 7 luglio 2017

Maschere di donna - Enchi Fumiko

Quello che vado a presentare è l'ultimo romanzo tra quelli che mi consigliò Gardy di Gerundiopresente - che non ho ancora ringraziato, ma aspettavo appunto di aver finito di leggere tutti i libri. Difficile dire quale mi sia piaciuto di più, perché hanno tutti e quattro un sapore molto diverso; Maschere di donna comunque è senz'altro il più stratificato - non a caso ci si riferisce alle maschere già nel titolo, ed è un vero peccato che Pirandello non abbia avuto l'occasione di leggerlo perché lo avrebbe senz'altro apprezzato assai.
In compenso la copertina è orrenda, anche se contiene un colto riferimento alle maschere del teatro No. Chi la vede ha l'impressione che il romanzo sia una storiaccia di mostri orripilanti; il che non è vero, anche se si tratta di un libro non propriamente solare. Ci sarebbe stata molto meglio una maschera di una bellezza solenne ma con qualcosa di sottilmente inquietante, per esempio, che avrebbe introdotto molto meglio il lettore a quel che stava per leggere;  o magari lasciar perdere le maschere, che tanto nel libro ci sono in misura davvero più che bastevole.
Diciamo che si tratta di una storia con una ricca vena di perversione, con dentro molti fantasmi, demoni e rapporti malati, ma che ha in sé un grande fascino e non lascia appiccicato all'anima un senso di sporco, solo l'acuta consapevolezza di quanto ognuno di noi sia complicato e soprattutto pericoloso.
Le tre parti del romanzo sono intitolate ognuna ad una maschera del teatro No, che costituiscono una delle indispensabili chiavi di lettura; e maschere e costumi del teatro No compaiono e scompaiono più volte nel corso del romanzo. Poi c'è il riferimento del tutto essenziale al Genji Monogatari, in particolare al celebre capitolo dedicato alla dama Rokujo, che con la sua involontaria gelosia finisce per tormentare a morte la prima moglie di Genji - da notare che non è lei consapevolmente a tormentarla, ma il suo spirito, uscito di controllo. A quell'episodio del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu una delle protagoniste dedica un interessante saggio di critica letteraria che però non fa pubblicare, e anzi nasconde accuratamente, e solo per caso uno dei protagonisti ne entra in possesso.
A questo punto faccio un bel link che rimanda a una accurata analisi delle maschere e della questione di Rokujo, nonché ad una delle interpretazioni della storia, e mi risparmio così di ripeterla io, che tra l'altro sarebbe anche plagio - e un plagio piuttosto inutile perché Sara Murgia spiega nel migliore e più sintetico dei modi quel che c'è da spiegare a riguardo.
Passo invece a raccontare la storia - perché c'è in effetti una storia, dove si accenna con squisita nonchalance a tutti quei bei riferimenti alle maschere e ai costumi del teatro No ma che di per sé è piuttosto articolata e si snoda assai bene davanti al lettore.
Abbiamo due donne, e due uomini (più una terza donna che appare e scompare pur avendo un ruolo piuttosto pregnante nella vicenda).
Le due donne sono nuora e suocera. Entrambe sono belle, laccate e perfettamente eleganti e controllate. Il loro legame è profondo, ma tra le due quella sottomessa al fascino dell'altra è la nuora. 
La nuora, rimasta vedova dopo un anno di matrimonio, è rimasta con la suocera e sta continuando l'opera dell'amato marito, studioso di letteratura e in particolare delle possessioni demoniache negli antichi romanzi giapponesi, nonché tragicamente scomparso sotto una valanga durante un escursione in montagna. L'impressione dei due uomini è che la devota vedova si occupi di questi studi soprattutto per onorare e completare l'opera del defunto marito, più che per un reale e profondo interesse all'argomento.
Tra nuora e suocera l'accordo è profondo, e anzi la suocera si dispiace che la sua cara nuora consumi la sua giovinezza nel ricordo del marito ormai morto invece di trovarsi un nuovo amore. Quando infine la nuora lo farà, scegliendo uno dei due uomini, la suocera se ne accorgerà senza darlo a vedere e sistemerà l'organizzazione della casa in modo da lasciare la nuora libera di godersi il nuovo affetto, ma senza affrontare direttamente l'argomento. D'altra parte, tra i due uomini protagonisti uno era libero e dunque matrimoniabile, mentre quello che la nuora ha scelto è sposato e, pur amando la sua amante, non desidera in alcun modo rompere il matrimonio, che tra l'altro ha già prodotto un figlio.
Di conseguenza tutto cambia affinché tutto resti come prima: il protagonista ha un amante (e sua moglie se ne accorge e ne soffre, pur non riuscendo ad affrontare direttamente la questione) ma il suo matrimonio continua; la nuora ha un amante ma lo ha scelto in modo da poter proseguire indisturbata il legame con la sua amata suocera.
Ma nella villa delle due protagoniste c'è anche una terza donna, testimone involontaria di un antico segreto della suocera. Che di segreti in effetti ne ha parecchi, e verranno scoperti via via. Uno di questi segreti è, per l'appunto, lo scritto in cui analizza in modo molto acuto e personale la storia di Rokujo e del suo demone incontrollabile, dandone un interpretazione che risente della sua personale biografia (nonché della sua passata vita coniugale) ma che, sì, in effetti, potrebbe proprio essere l'interpretazione giusta, o almeno una delle interpretazioni giuste: un interpretazione al femminile, che tiene conto della specifica condizione femminile nell'antico Giappone - che poi vale anche per il Giappone moderno di quando il romanzo fu pubblicato (1958) e probabilmente funziona anche per il Giappone contemporaneo, per la cultura occidentale eccetera eccetera eccetera; perché la condizione femminile di tutte le epoche e di tutti i paesi ha avuto e ha dei tratti in comune...
Un romanzo insomma che parla di rancore, di vendetta, di passioni soffocate, delle maschere che vengono create per dare a questi sentimenti un volto accettabile coprendoli adeguatamente e degli inganni che si possono perpetrare sugli altri e su di sé - mostrandosi diverse da quel che siamo, per esempio, o scambiando ruoli e identità.
Il finale non è tragico né consolatorio: gli inganni e gli intrecci continuano, la vita anche, e quanto alle maschere... si sa, le maschere ci sono sempre. Quante ne vediamo, ogni giorno intorno a noi?

Con questo post enigmatico (eppure giuro che il racconto della trama è fedelissimo) partecipo, una volta tanto in modo congruo con il mio nome e la mia identità di dama dell'epoca hejan, al Venerdì del Libro di Homemademamma, augurando felici letture a chi è in vacanza e letture piacevoli anche se magari un po' accaldate a chi è ancora a casa.
Che la calda estate sia con voi!

mercoledì 5 luglio 2017

Il bravo bibliotecario e i misteri dell'aritmetica


Mentre ancora giacevo nel mio letto di dolore tenendo l'anima con i denti era arrivata la lettera di #ioleggoperché dove mi esortavano ad andare in libreria a ritirare i libri del raddoppio: infatti l'iniziativa consisteva in due parti, una in cui i genitori acquistavano, l'altra in cui gli editori ci regalavano un libro per ogni libro acquistato dai genitori - con quale criterio non era dato saperlo.
Nonostante sia un insegnante di Lettere non sono di quelle che ha scelto Lettere perché aveva paura di matematica: no, io in matematica sono sempre andata piuttosto bene e qualche volta prendevo anche 8. La parte che preferivo era geometria, ma anche i calcoli a mente mi riuscivano bene e con le tabelline sono tuttora molto brava.
Applicando dunque le mie vaste conoscenze e la mia capacità di calcolo sono riuscita facilmente a venire a capo di quel che mi spettava: quattro libri avevamo ricevuto dai genitori, e dunque altrettanti quattro ce ne spettavano dagli editori, perciò da #ioleggoperché la biblioteca di scuola aveva guadagnato 4+4 = 8 libri - perché io i conti li so fare e a matematica ero piuttosto brava.
In una delle mie prime uscite di prova strisciai dunque in libreria a prendere i miei quattro libri di omaggio.
"Ma ce la fai a portarli via tutti?" si informò premurosa la libraia.
"Beh, penso di sì. Fino a portare quattro libri dovrei arrivarci".
"Quattro? Macché, è una cassa piena".
No, la cassa piena non ce la facevo a portarmela via nella sportina, ammisi. A quel punto però chiesi di vedere la cassa e la libraia mi accontentò, sciorinandomi davanti quella che sul momento mi apparve come la più curiosa raccolta di ciarpame che avessi mai visto. Comunque mi portai via qualche esemplare e promisi che sarei venuta poi a prendere il resto.

Finito il duro anno scolastico ho potuto finalmente dedicarmi con un po' di attenzione alla biblioteca. Mi sono dunque ritrovata ad inventariare
- i numerosi omaggi ricavati con la Mostra del Libro
- i venti libri del Bancarellino (che quest'anno mi sono sembrati un po' meno peggio dell'edizione dell'anno scorso, forse perché l'operazione e la lunga degenza mi hanno addolcito il carattere oppure perché non ne ho ancora letto nemmeno uno)
- un po' di libri di varia provenienza incluso un lussuoso Dizionario Treccani illustrato preso dalla scuola con i punti della Coop
- e i diciannove libri del raddoppio di #ioleggoperché.
Ho così scoperto che il raddoppio di 4 è 19, suppongo in base al principio 4=19; evidentemente la matematica si è parecchio evoluta da quando frequentavo le medie, e anche le tabelline non sono più quelle di una volta (come, del resto, anche le mezze stagioni).
Palpando e maneggiando adeguatamente i 19 libri li ho trovati assai meno ciarpamosi di quanto mi fossero sembrati a una prima occhiata. Non sono molti quelli che avrei scelto di mia spontanea volontà, ma l'essere sollevata dal faticoso privilegio della scelta mi ha permesso di riflettere che di molti, in effetti, si sentiva la mancanza, o potremmo sentirla. 
A parte una (finalmente!) decorosa edizione del Piccolo Principe e una fascinosissima raccoltina di detti e gesta di santi islamici (nonché una analoga raccolta di Confucio) c'è un libro con le parole essenziali dell'arte, una storia a fumetti disegnata molto bene, un Patterson ad argomento robotico, un Grande Gatsby che mai e poi mai avrei pensato a prendere ma che è chiaramente un edizione non ridotta ma studiata per ragazzi, diversa roba Salani che va bene per definizione e via dicendo. 
A conti fatti, la promozione #ioleggoperché ci ha procurato con nostro minimo incomodo ben 23 volumi che altrimenti ben difficilmente sarebbe approdata a questi lidi, anche perché di 19 di quei 24 ignoravo financo l'esistenza, Piccolo Principe a parte. 
E tutto ciò mi ha reso molto recettiva alla lettera di invito a partecipare alla nuova edizione di #ioleggoperché dell'anno prossimo; perché il mondo è bello anche perché è vario e l'editoria per ragazzi è un mare sconfinato dove il gusto individuale non permette sempre di trovare le perle migliori - senza contare che una bibliotecaria sola e autodidatta, per giunta provvista di gusti molto decisi sin da piccola, finisce troppo facilmente per fare le cose a modo suo.

martedì 4 luglio 2017

Haeretica - Sul colloquio dell'esame: Vai dove il sentiero non c'è ancora, come dice Emerson


"Non andare dove il sentiero ti può portare; vai invece dove il sentiero non c'è ancora e lascia dietro di te una traccia" (Ralph Waldo Emerson)

L'esame di stato a conclusione del primo ciclo di studi (detto tra i comuni mortali esame delle medie) è in questi anni il primo esame scolastico affrontato dall'italico fanciullo. Personalmente depreco molto il fatto che sia stato abolito l'esame delle elementari, che costituirebbe un precedente e conforterebbe le creature ricordando loro che già una volta sono sopravvissuti a un esame e dunque ragionevolmente riusciranno a sopravvivere anche a questo, oltre a dargli una certa dimestichezza con i rituali da esame scolastico e soprattutto la paura e l'ansia che si provano in tali circostanze.
Chi insegna alle medie impara ben presto che l'esame è una strana pietra di paragone che produce risultati insoliti: ci sono alunni che sotto tensione rendono di più, fino a rivelare doti e conoscenze che nemmeno loro sapevano di avere, mentre altri all'esame si afflosciano come lattughe tenute troppo fuori dal frigorifero e finiscono col rendere molto meno di quel che sapevano durante le normali lezioni. 
Un po' di esperienza per l'alunno sarebbe dunque importante, perché chi beneficia degli effetti dell'adrenalina impara ad arrivare ben carico, mentre chi sa che rischia di spaventarsi ha modo per imparare a gestire la paura e a limitare i danni (ma non è detto che gestire la paura serva solo a "limitare i danni": la paura può essere un importante risorsa, e se si riesce a cambiarle segno può persino diventare la tua migliore alleata e portarti nel gruppo di chi sotto tensione rende meglio che in circostanze normali).

Tutto questo vale particolarmente per il Colloquio Orale, che all'apparenza non è niente di che. Si tratta però per quasi tutti della prova più difficile: una lunga chiacchierata che tocca anche materie dove le interrogazioni sono rare e che avviene alla presenza di tutti gli insegnanti della commissione.
Con gli anni mi sono convinta che proprio il Colloquio è la parte più nuova per l'alunno e per certi versi la più importante - non per il voto (perché detto Colloquio incide solo per un settimo sulla valutazione complessiva) quanto per l'esperienza del colloquio in sé: un colloquio ben preparato e ben svolto è un bel ricordo, rafforza l'autostima e lascia una piacevole traccia di sicurezza, mentre un colloquio stento e inciampicato lascerà nel ricordo una traccia negativa anche in un esame brillante e concluso con un bel voto, magari anche meritatissimo.
Insomma, secondo me l'Esame è un importante Rito di Passaggio e il Colloquio è il momento più importante di questo Rito. Occorre dunque che l'insegnante (soprattutto quello di Lettere che ha tre materie, soprattutto quello che è il coordinatore, e dio abbia pietà dell'alunno che vede rinchiusi in un solo individuo Insegnante di Lettere e Coordinatore - che è in realtà la delle combinazione più probabile e quasi inevitabile) cerchi di procurare le circostanze opportune perché questo colloquio riesca al meglio possibile.
Come fare per raggiungere questo scopo?
Ah, saperlo, saperlo.

Alcuni insegnanti si industriano molto per curare i colloqui dei loro alunni: preparano liste di argomenti e di tematiche, forniscono documenti, controllano accuratamente i percorsi, correggono le cosiddette "tesine" e arrivano al virtuosismo di risentire più e più volte i percorsi fuori dall'orario scolastico, in lunghi rientri pomeridiano o addirittura in sedute a casa propria, con tanto di succhi di frutta e pasticcini. Vogliono insomma avere il perfetto controllo della situazione.
Io invece vorrei che il controllo lo avessero loro
Con l'andare degli anni, dopo avere chiesto, letto e corretto un bel po' di ricerche - che a un certo punto hanno cambiato nome e sono diventate tesine (le sedute pomeridiane di revisione del percorso le ho sempre scansate come la peste) ho allentato sempre più la corda fino a sciogliere del tutto il cappio.
Ho finito per abbracciare la scuola di pensiero che durante l'anno si fa il programma, e che quando arrivo all'esame vorrei sentire qualcosa di diverso. Ho notato, tra l'altro, che anche al resto della Commissione non dispiace affatto essere sorpresa con effetti speciali - specie a quegli insegnanti che hanno materie da due ore e che si sciroppano i colloqui di tre classi tre e alla fine sono leggermente stufi della prima guerra mondiale collegata con le poesie di Ungaretti e il Giappone che si collega con la seconda guerra mondiale e l'energia atomica.

Le regole che seguo quando sono coordinatore oltre che insegnante di Lettere sono poche e semplici.
Prima regola: ogni insegnante fa repubblica a sé e chiede quel che vuole; e se vuole chiedere un argomento a sua scelta dal programma faccia pure, avrà i suoi motivi.
Seconda regola: tutti devono portare un argomento di Italiano, ma lo diranno solo se così gli aggrada perché in fondo Italiano ha già una prova scritta (ancora fino a quest'anno due, considerando l'Invalsi, che pare che dall'anno prossimo uscirà dall'esame).
Terza regola: un buon percorso cura tutte le materie, non solo quelle "importanti", e guai se non le cura a dovere.
Quarta e più importante regola: il colloquio va curato come un fiore e innaffiato e nutrito con cura. Da chi lo prepara, però.
Durante l'anno interrogo tutti per il lungo e per il largo, su argomenti dati e su argomenti a loro scelta. Li incoraggio (beh, incoraggio... gli ordino) di preparare ricerche individuali, possibilmente con slide. Correggo le slide, li frusto se ci mettono troppe parole, li frusto se non ci mettono quelle giuste, li tengo in ginocchio sul granturco e financo sui chiodi se non scelgono delle belle carte geografiche, li lodo senza ritegno se scelgono delle belle immagini, appariscenti e originali eccetera eccetera. 
Gli ricordo che portare un percorso con le slide vuol dire tenere il colloquio dalla parte del manico perché la Commissione di solito non interviene su un percorso che scivola via nel modo giusto. Critico l'esposizione senza pietà se non è buona (beh, quello lo faccio dal primo anno, in effetti).
E li incoraggio a scegliersi un tema portante che gli piaccia e gli stia a cuore: romanzi, film, autori, personaggi particolari, temi insoliti. Li incoraggio a stupirci con effetti speciali.
Se richiesta, do consigli e suggerimenti per i collegamenti o i testi, ma gli ricordo che possono anche non collegare un accidente di niente perché è un loro argomento: la legge dice che i collegamenti possono essere anche dettati dal semplice interesse personale - o meglio, se letta nel modo giusto la legge può essere anche interpretata così.
E mi raccomando che espongano il loro percorso a qualcuno, per allenarsi - e si sa che il Qualcuno di solito è la sventurata famiglia di turno, si capisce - ma la famiglia in quel caso sa che è il suo turno di ballare e balla.
C'è il rischio che la famiglia intervenga nel percorso?
Sì, c'è il rischio, ma è molto contenuto - e secondo me è comunque meglio che intervenga la famiglia piuttosto che l'insegnante di Lettere coordinatore; in secondo luogo, non è detto che la famiglia intervenga altro che con blandi suggerimenti del tipo "qua non si capisce niente" oppure "ripeti meglio, che così non funziona". Qualcuno prepara alla prole il percorso d'esame punto per punto, ma sono casi rari e se a quattordici anni il figlio o la figlia non sono ancora riusciti a sbatterli a pedate fuori dalla stanza per lavorare in pace per conto proprio, allora il problema è senz'altro grave ma ormai non più di pertinenza degli insegnanti delle medie.
Spiego ripetutamente alle famiglie che il Colloquio è la prima occasione in cui l'alunno decide come organizzarsi, ed è importante che decida da solo. Le famiglie non si mostrano particolarmente turbate da questa possibilità, perché perfino le più protettive hanno ormai dovuto accettare il fatto che i loro figli sono molto, molto disponibili a cercare di fare da soli.
Siccome si tratta di un colloquio orale può tranquillamente avvenire in totale assenza di qualcosa di scritto. Questo è un concetto più difficile da assorbire, soprattutto da parte di quegli alunni che hanno raccattato la tesina del cugino Adalberto su Manzoni e quella del fratello dell'amico del vicino di casa sulla prima guerra mondiale e non hanno ancora capito che, oltre che farle vedere al professore di turno, devono anche studiarle per saperle esporre (alcuni non riescono mai a fare questo salto di qualità e al colloquio cercano di leggere dal testo o roba del genere, ma si tratta di casi molto rari e che difficilmente si sono messi in luce durante il triennio altro che per la loro ferma determinazione a non fare un accidente di nulla, e la Commissione arriva moralmente già preparata a sentirli fare uno schifo di colloquio - il che puntualmente avviene). In molti comunque si presentano negli ultimi giorni con grande diligenza con le loro tesine* dando per scontato che sia mio dovere correggergliele, e naturalmente gliele correggo senza batter ciglio e con gran cura, mentre altri chiedono se sono obbligati a portarmele dando per scontato che sì, sono obbligati, e in quel caso rispondo che facciano come meglio credono e non c'è nessun problema se non me la portano - un invito, questo, che qualche volta qualcuno raccoglie; e collaboro volentieri a consigli per l'elaborazione del percorso, se richiesta, oltre naturalmente a rassicurare chi porta un tema insolito. Anzi, in quel caso li assicuro che un argomento insolito è sempre graditissimo (e lo è).
E lavorando all'argomento insolito che però ha suscitato il loro interesse, capita spesso che i candidati scoprano un sacco di cose che non sapevano di sapere né di pensare né di capire.

In realtà la cosa più importante che faccio durante l'anno è proprio quella di interrogarli: perché non tutte le materie hanno il tempo, la possibilità o anche gli argomenti per produrre una bella interrogazione in piena regola, ma Storia e Geografia sì, se l'insegnante ha cura di sfuggire alle sirene incantatrici delle verifiche a crocette e delle interrogazioni sempre programmate. Se si parte dal principio che interrogare necesse est il tempo per interrogare si trova, anche se la classe è numerosa: non c'è solo l'Interrogazione Approfondita, ci sono anche le microinterrogazioni, le interrogazioni itineranti, le interrogazioni a tappeto e tante altre tecniche rapide e produttive, e chi sa impostare un esposizione in una materia impara (quasi) automaticamente a farlo anche nelle altre materie.
Ma i ragazzi sono interessati a fare un buon lavoro?
Sì, i ragazzi sono quasi sempre molto interessati a fare un buon lavoro. Anche a prescindere dal fatto che quasi nessuno è indifferente a fare un ignobile figura lunga trenta-quaranta minuti davanti all'intera Commissione, l'esame è un importante rito di passaggio e tutti vogliamo eseguire nel migliore dei modi i riti di passaggio, a quattordici anni come a novanta.

*una parola che personalmente odio, probabilmente perché non ci ho mai convissuto da alunna. Ho fatto ricercherelazioni e anche una fluviale tesi di laurea, ma le tesine le ho preparate solo per la SSIS, e con la SSIS non ho avuto quel che si dice un buon rapporto

venerdì 30 giugno 2017

...e non indurci in tentazione (Mostra del Libro)

(No, non è una segnalazione per l'encomiabile Venerdì del Libro, perché ancora non l'ho letto)

A fine Aprile, dopo lunga ponderazione e molte seghe mentali, stabilii che non c'era motivo di saltare per quest'anno scolastico la nostra usuale Mostra del Libro solo perché non l'avevo fatta in Febbraio per motivi di salute, e tanto valeva mettere in moto la macchina organizzativa (=parlare con la libreria) e sperare in un po' di fortuna. E siccome c'è un dio anche per gli incoscienti ho avuto molta fortuna e tutto è andato bene, anche meglio degli altri anni.
Trovata una settimana papabile ho preparato i volantini e i manifesti, riuscendo perfino a spendere meno degli altri anni (pur andando a stampare i manifesti nella stessa identica tipografia degli altri anni) e perfino a vedermeli rimborsare in tempi molto più brevi del solito.
La Cooperativa ci ha portato i tavoli in tempo utile nonostante il preavviso davvero minimo, le nostre impareggiabili custodi li hanno montati in gran fretta e la libreria anche quest'anno ha allestito la mostra aiutata da una mezza dozzina di compiaciutissimi alunni amanti dei libri che godevano come tinche maneggiando grosse pile di volumi.
Con la scuola elementare tutto è andato bene e stavolta ben quattro ondate di cavallette, ovvero le due quarte e le due quinte, hanno rivoltato la mostra come fosse un calzino, prenotando un immane quantità di libri che in buona parte sono persino venuti a ritirare. 
La libreria ci ha portato una bella e vasta selezione di editoria per ragazzi, giovani adulti e fanciullini, più qualcosina per adulti-adulti. Genitori e figli si sono affollati ai tavoli e hanno comprato senza risparmio. Gli alunni si sono congratulati per l'offerta dei libri a disposizione, i librai si sono congratulati per l'atteggiamento dei ragazzi - e questo da solo mi è sembrato che valesse qualsiasi sforzo, perché quando la domanda e l'offerta si incontrano è davvero una bella cosa.
Ho fatto un infinità di ore in più, ed era quello che più temevo: i colleghi avevano promesso assistenza e disponibilità, ma se fossi mancata io sarebbe stato comunque un problema. Invece sono stata benissimo, a parte il primo giorno in cui comunque avevo troppo da fare per farmi troppi test diagnostici: il primo giorno, quello più sonnolento, di solito passato a sistemare meglio i libri e a programmare la scelta degli omaggi, è volato riempiendo ricevute. Buona parte dei libri che avevo preventivato come omaggi sono stati acquistati e dunque abbiamo dovuto ordinarli di nuovo, ma nessuno si è disperato per questo.
Fatti i conti, è venuto fuori un incasso più alto degli altri anni, tanto che mi sono presa qualche settimana di tempo per scegliere i numerosi omaggi per la biblioteca e ho avuto tempo per consultarmi con gli altri insegnanti e fare le cose con comodo.
Al quarto giorno è venuto poi uno dei miei momenti preferiti, ovvero quando faccio il giro della mostra non già in cerca di spunti per le prossime letture da fare in classe né per informarmi sulle nuove tendenze della letteratura per ragazzi o tantomeno per scegliere gli omaggi bensì per comprare qualche regalo per la mia lettrice preferita: me.
Un libro in particolare mi aveva colpito subito l'occhio: J.R.R. Tolkien Il Signore del Metallo - un testo di cui avevo sentito molto parlare quando era uscito, qualche mese fa, e che contiene un ampio resoconto delle (numerose) influenze di Tolkien sulla musica sin dai tempi della sua pubblicazione. Mi aveva incuriosito, e mi ero anche ripromessa di cercarlo nelle biblioteche (dove, almeno nella mia zona, tuttora latita).
E adesso era lì, esposto in bella evidenza alla Mostra del Libro della Scuola Media di St. Mary Mead. 
Ma perché lo avevano portato, pensavo sfogliandolo - è senz'altro possibile che un ragazzo delle medie si interessi a Tolkien e ai suoi libri... ma ai riferimenti alla Terra di Mezzo nei Led Zeppelin? Per quello ci vuole come minimo un appassionato delle superiori, ultimi anni. Oppure un adulto per cui i Led Zeppelin sono stati importanti... bah, ormai che c'era...

Giuro che solo compilandomi la doverosa ricevuta e versando i soldi in cassa mi è venuto in mente la possibilità che quel libro fosse stato portato proprio per un adulto. Ma quante possibilità ci sono di trovare un insegnante appassionato di Tolkien e di musica rock? 
Improvvisamente mi sono ricordata che l'anno scorso mi ero fatta arrivare, proprio da quella libreria, l'edizione in inglese con ampio commento fatta in occasione di non so quale recente anniversario, che mi era costata una bella cifretta - ma d'altra parte quella comprata quando facevo il ginnasio stava ormai cascando a pezzi. 
Sì, qualche elemento per pensare che in quella scuola ci fosse almeno qualcuno appassionato di Tolkien lo avevano. Decisamente.

martedì 27 giugno 2017

L'esame di Alan Turing (dieci e non più dieci)

Ebbene sì, anche il vero Alan Turing, come ogni essere reale o immaginario, è stato interpretato (bene) da Benedict Cumberbatch. Potevate dubitarne?

Alan Turing ci arrivò dalle elementari segnalato per una certa qual difficoltà nei rapporti sociali e per un mirabile talento nelle materie scientifiche. Non che andasse male nelle altre, ma a Matematica, Scienze & Tecnologia era una vera eccellenza. 
I suoi genitori fecero subito il giro di tutti i professori raccomandandosi con grande preoccuposità che gli facessimo sapere subito quando c'erano problemi, visto che il ragazzo aveva un carattere un po' spinoso; e noi promettemmo come facciamo sempre in questo caso, salvo poi guardarci bene dal farlo.
Grossi problemi in realtà non ci furono, a parte il fatto che il ragazzo andava maneggiato un po' con le molle e non contraddetto troppo bruscamente. Al primo consiglio di classe, mentre se ne discuteva, ipotizzai una leggera sindrome di Asperger più che problemi nel metodo educativo della famiglia (che a suo tempo ci aveva scodellato un fratello maggiore quasi altrettanto geniale ma socialmente normalissimo).
La sindrome di Asperger per noi insegnanti italiani è roba abbastanza recente - molti colleghi sgranarono gli occhioni quando la citai, e l'unico che si disse d'accordo fu Spagnolo,  che evidentemente sapeva di che si trattava. D'altro canto anch'io avevo imparato cos'era solo pochi mesi prima leggendomi quel romanzo deprimentissimo che è Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte; tuttavia il genietto matematico-informatico (maschio) con punte più o meno maniacali e un emotività piuttosto diversa dalle consuete norme sociali è un personaggio ormai abbastanza comune nei telefilm e nella narrativa americana e il film The Imitation Game, che raccontando appunto la storia di un celebre matematico inglese* (a quel che ho capito romanzando abbastanza la nascita del sistema di decifrazione Enigma) punta abbastanza nella direzione della sindrome di Asperger, pur senza mai nominarla esplicitamente.
Detto questo, il nostro Alan Turing non diede mai veri problemi: con me non sempre studiava (Storia non gli piaceva affatto, mentre apprezzava molto Geografia) ma questo non è poi così insolito. Così, quando lo beccavo impreparato gli davo il voto che gli spettava, e che lui incassava senza ombra di recriminazione, per poi chiamarlo un paio di lezioni dopo e trovarlo preparato assai. Nelle schede gli davo sempre voti molto alti perché, purché avesse studiato, mostrava di orizzontarsi in modo impeccabile tra avvenimenti e luoghi ed era bravissimo a dedurre quel che non sapeva o non poteva sapere. Ad occhio, credo che studiare le mie materie fosse un occupazione cui dedicava i ritagli di tempo - è quel tipo di alunno che sa trarre senza sforzo il meglio da qualsiasi insegnante ma che se la caverebbe benissimo anche senza insegnante alcuno. In compenso non se la tirava particolarmente.
Con la prof. Spini di Matematica i rapporti furono un po' più spineggianti, proprio perché Matematica era il suo campo ed era svariati chilometri più avanti degli altri; gestire i genietti matematici può essere complicato, ma la Spini si destreggiò nel  migliore dei modi e tra i due c'era un ottimo rapporto. 
Per quanto riguarda i compagni... la Terza Effervescente era un po' una classe-struzzo: gli elementi stravaganti non mancavano, ma in qualche modo sono stati assimilati con un processo di adattamento collettivo abbastanza giocoso.
Dunque siamo arrivati all'esame e Alan Turing era uno dei più probabili candidati al dieci. Nessuno ha lesinato nei voti di ammissione, dal canto suo lui ha scodellato una prevedibile serie di scritti assai ben fatti e quando siamo arrivati al suo orale eravamo tutti piuttosto rilassati e nell'ordine di idee del "stiamo in poltrona e godiamoci lo spettacolo con effetti speciali che ci elargirà".
Particolare all'apparenza secondario: quel giorno era presente anche la Presidente di Commissione, che è l'Ape Impazzita,  cioè colei che qualche anno fa si impuntò senza successo perché assegnassi la competenza di italiano a Kumagoro e che da allora occupa un posto d'onore nel mio personale Libro Nero. Non mi ha riconosciuto (del resto, nemmeno io avrei riconosciuto lei se non avessi saputo il nome) e durante gli esami ho sempre avuto cura di tenermene lontana, così da poterla guardare torvamente con astio nient'affatto celato ma senza dare  nell'occhio.

Durante l'anno Tecnologia aveva fatto un modulo sui robot, molto apprezzato, e Alan Turing portava un percorso incentrato appunto sui robot: per letteratura Asimov e la sua narrativa a base di robot (comprese naturalmente le fondamentali Tre Leggi dei robot), in inglese la biografia di un celebre matematico inglese considerato uno dei padri dell'informatica**, per storia la terza rivoluzione industriale... e per scienze e tecnologia un piccolo robottino da lui costruito e una slide con il circuito di programmazione impiegato per farlo muovere (ci ha anche spiegato come funzionava, anima cara, ma almeno con me è stata proprio fatica sprecata).
Cos'è che non è andato nel suo orale?
Per quel che ci riguardava, proprio nulla: Alan è entrato assai tranquillo e si è messo a chiacchierare di Asimov, con me che ogni tanto gli facevo qualche domandina sulle storie dei robot (perché i circuiti proprio non li capisco, ma fino a leggere Asimov ci arrivo). La prof. Ghirlandai l'ha lasciato parlare a suo piacere poi gli ha fatto analizzare un paio di periodi piuttosto complessi (per la nostra commissione sono una delle anticamere previste per il 10) dove Alan si è destreggiato benissimo. Poi un impeccabile biografia in inglese, un accenno a Spagnolo che non gli piace perché secondo lui non serve a molto, un commento da parte mia sul fatto che forse era meglio se non intraprendeva  la carriera diplomatica, qualche domanda di fisica (un altra delle anticamere al 10), la terza rivoluzione industriale condita con qualche domanda sul resto del programma di storia (altra anticamera del 10), il robottino si muoveva su e giù per il tavolo mentre gli chiedevamo per cosa potevano essere impiegati i robot... verso la fine Spagnolo ha detto che rinunciava a interrogarlo, visto che spagnolo non gli piaceva e si stava facendo tardi, anche perché Alan  nello scritto aveva preso il massimo. 
Infine lo abbiamo mandato via assai soddisfatti. "Dieci, siete d'accordo?" ha chiesto pro forma la prof. Spini, e tutti abbiamo annuito distrattamente. Ma mentre stavamo compilando la scheda del suo colloquio l'Ape Impazzita ha scandito le parole "Secondo me quello non era un colloquio da dieci".
L'abbiamo guardata straniti. Ah no?
Non era stato brillante, non aveva fatto cose particolari, non aveva fatto Spagnolo, e soprattutto (rullo di tamburi) non aveva fatto il percorso con le slide: aveva portato solo la carta geografica della Corea e quella del circuito del robot. Non era stato dunque un colloquio preparato con cura.
La prof. Spini ha provato a prenderla con le buone spiegando con bel garbo che il ragazzo ha un handicap nelle relazioni sociali, di cui è giusto tenere conto. Sostegno ha osservato che non esisteva non dare dieci a un colloquio del genere. Altri hanno enfatizzato il lavoro di cibernetica, la mirabile sintesi di cui aveva dato prova nell'analisi dell'economia coreana, l'accuratezza della biografia del celebre matematico. Invano.
L'Ape Impazzita ci ha fatto osservare che l'handicap nelle relazioni sociali di Alan non è supportato da un certificato medico.
E sta' a vedere che adesso le slide sono diventate obbligatorie e che ci vuole la certificazione se uno ha un carattere, diciamo ombroso, abbiamo pensato in coro guardandola male (senza contare che, a parte l'uscita sullo spagnolo, che rientra pur sempre nel campo delle opinioni personali, nel colloquio Alan non si era poi mostrato granché ombroso, anzi aveva retto  molto bene lo stress).
La questione non era delle più essenziali: considerati gli scritti e il voto di ammissione, Turing avrebbe avuto il dieci come voto finale anche se nel colloquio avesse preso otto. 
Guarda caso però aveva fatto un colloquio da dieci e nient'altro che dieci volevamo mettere, qualsiasi cosa ne pensasse l'Ape Impazzita. Che dal canto suo, non voleva sentir ragioni appunto perché "comunque il ragazzo sarebbe uscito con dieci". E di nuovo a scandito, con mirabile dizione, che secondo la Sua Opinione, e non conoscendo il ragazzo, dall'esterno quello non era un colloquio da dieci. E pareva proprio convinta che ce ne dovesse fregare qualcosa, della sua Augusta Opinione.  
"Va bene, votiamo" ho detto con aria palesemente scocciata "Dopotutto ci pagano per questo. Chi è contrario al dieci?".
Nessuno ha alzato la mano. L'Ape Impazzita ha borbottato qualcosa ed è uscita dalla stanza. E finalmente abbiamo finito di compilare la scheda (da dieci) del colloquio.
Per passare poi diversi minuti a placare una irritatissima Spini che stava praticamente ruggendo. Come sarebbe a dire che quello non era un colloquio da dieci? Cos'era allora un colloquio da dieci? E che caspita c'entravano le slide?

Così Turing ha avuto il suo bel dieci all'orale (anche se non lo saprà mai) mentre noi insegnanti abbiamo avuto un bonus extra per la fermezza d'animo dimostrata: perché l'Ape Impazzita nei giorni dei nostri orali guarda caso era quasi sempre a seguire gli orali di Crifosso. 
Nessuno si è disperato per la sua assenza, e meno di tutti io.
Salvo una piccola considerazione, che ho rimuginato prima in cuor mio e poi esposto a Spini e Ghirlandai mentre rimettevamo a posto le carte della giornata. D'accordo, l'Ape Impazzita non lo riteneva un colloquio da dieci perché non era stato abbastanza fighetto. Effettivamente Alan Turing punta molto all'essenziale ed evita i fronzoli, come dimostrava anche l'assenza delle slide (per elaborare una ventina di slide infiocchettate ci avrebbe messo circa quindici minuti). Ma a te che lavori nella scuola da una vita sembra davvero un difetto, quello di curare la sostanza più che l'apparenza?
Di cosa parliamo, quando parliamo di scuola?

*sì, proprio Alan Turing. Quello di The Imitation Game.
**sì, proprio Alan Turing, quello di The Imitation Game.

venerdì 23 giugno 2017

L'anno della lepre - Arto Paasilinna

Protagonista di questo breve romanzo è Vatanen, un giornalista quarantenne finlandese in crisi di scontento per la sua vita. Una sera in cui si sente particolarmente scocciato di tutto l'insieme e viaggia per lavoro con un collega che non gli sta neppure simpatico (ed è in crisi di scontento come lui, e non lo trova simpatico) urta per errore un giovane leprotto. Sono in un bosco, naturalmente - in Finlandia essere in un bosco è un po' come per un toscano viaggiare tra le colline, insomma una condizione del tutto abituale.
Preoccupatissimo, Vatanen scende in cerca del leprotto maltrattato. Alla fine lo trova, scopre che si è rotto una zampa per colpa dell'urto, gli fa una steccatura di fortuna, se la mette in tasca...
No, non ritorna alla macchina. Scopre di essere irrimediabilmente stufo del collega, del suo lavoro e della sua vita. Rimane nel bosco, e che il collega si arrangi pure.
Il collega naturalmente non la prende bene; aspetta, lo chiama, lo cerca, ma alla fine rimette in moto la macchina e se ne va per i fatti suoi.

Rimasto solo Vatanen passa la notte nel bosco con il leprotto, poi il giorno dopo raggiunge la città più vicina, trova un veterinario per lepri (nemmeno in Finlandia è un affare semplicissimo) e ottiene perfino un permesso per tenersi il leprotto, che è specie protetta ma è troppo piccolo per sopravvivere da solo nei boschi finlandesi. Poi si fa dare un po' di istruzioni per nutrire il leprotto (nemmeno in Finlandia è semplicissimo) e... no, non decide razionalmente di tagliare i ponti con la sua vita precedente, di cui è stufo sin nelle barbe. Li taglia, semplicemente. Vende un po' di cose, incassa i soldi, manda a dire alla moglie che non tornerà e inizia a vivere alla giornata, lui e il suo leprotto. E se la passa benissimo.
La lepre (è sempre chiamata al femminile, nella traduzione, ma è subito specificato dal veterinario che è un maschio) si lega subito a lui; di carattere gentile e disponibile, non ha grosse pretese e non dà mai volontariamente problemi, ma tutte le volte che i due incrociano un numero di esseri umani superiore a due,  gli esseri umani vanno irrimediabilmente in crisi e non parliamo delle autorità. Quando invece si tratta di affrontare individui singoli o a coppie va tutto benissimo e nessuno trova niente di strano nella presenza della lepre.
Vatanen viaggia per la Finlandia e soprattutto per i boschi finlandesi (che vuol dire, appunto, viaggiare per tutta la Finlandia perché lì i boschi sono onnipresenti), si gode il silenzio dei boschi finlandesi, pesca nei laghi finlandesi e trova un sacco di lavoretti di carpenteria e piccola edilizia (in legno, solitamente) per gli edifici che i boschi finlandesi contengono. Lui e la lepre attraversano le quattro stagioni, con incidenti e vicissitudini di vario tipo, ma restano sempre insieme. 
Incontriamo dunque un sacco di boschi finlandesi (ho già detto che in Finlandia ci sono molti boschi?) e ci godiamo lo splendido silenzio dei boschi finlandesi, i bellissimi paesaggi dei boschi finlandesi e anche la strana fauna (a due zampe, anche, e non soltanto umana) che occupa i boschi finlandesi. Nemmeno per un istante o una pagina il lettore pensa che Vatanen abbia sbagliato ad abbandonare il suo insulso lavoro, i suoi insulsi colleghi e la sua insulsa ed antipatica consorte per barattarli con un lepre in crescita di carattere gentile e un po' timido - anzi si finisce per pensare che la condizione ideale per un essere umano sia vivere nei boschi finlandesi e godersi il silenzio e qualche occasionale incontro assieme a un lepre.
Vagando per boschi, sul filo di varie avventure che comprendono anche una lunga escursione finale che porterà Vatanen ad oltrepassare il confine con la Russia (siamo nella prima metà degli anni '70) con relativo ma non molto drammatico imprigionamento, Vatanen finisce per sparire dalle cronache. Lui, la lepre e la sua nuova fidanzata scompaiono nella Finlandia settentrionale e anche se il narratore ammette di non avere altre notizie su di lui, si suppone che se la passeranno benissimo anche senza cinema né televisione né giornali e giornalisti (di cui comunque possono usufruire quando vogliono, perché in Finlandia i boschi non sono aree geografiche tagliate fuori dall'umano consorzio).
Il tema del Ritorno alla Natura lontano dall'Antipatica Civiltà non è nuovo e ha conosciuto molte versioni. Quella finlandese è molto affascinante e mostra un popolo solo apparentemente inserito nel mondo urbanizzato e occidentale che conosciamo, ma che continua a vivere una speciale sintonia con la natura che lo circonda attraverso una specie di doppia natura. Quei boschi solo apparentemente incontaminati sono in realtà fortemente segnati dalla presenza dell'uomo, costellati di capanne e negozi, perennemente attraversati da taxi (il libro contiene una quantità sbalorditiva di taxi) e, naturalmente, da renne, mucche,  lepri... orsi; ma quella dell'uomo è una presenza gentile, e il bosco finlandese sembra per sua natura assai inclusivo. Alla fine del libro il lettore è anzi attraversato dal forte sospetto che un finlandese si trovi davvero a suo agio solo dentro un bosco, e standone troppo a lungo lontano sia destinato a inacidirsi come latte tenuto fuori dal frigo.

Il libro si legge volentieri: è una lettura assai boschiva e rinfrescante, e risveglia la parte elfica che è dentro ognuno di noi (sembra che per creare le lingue elfiche Tolkien si sia ispirato al finlandese, e che la betulla sia l'albero più simile ai mallorn di Lothlorien che sia possibile trovare nel nostro mondo); i paesaggi recitano benissimo, la lepre è davvero simpatica e il protagonista ha un suo fascino elusivo.
Pubblicato nel 1975, il libro riscosse un grande successo nel Grande Nord e vanta numerosi tentativi di imitazione. Da noi è arrivato solo nel 1994 grazie alla casa editrice Iperborea.

Con questo post partecipo finalmente di nuovo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un felice ponte di San Giovanni a chiunque passi di qua. Che l'estate sia con voi!

giovedì 22 giugno 2017

Sull'Invalsi (nonché sulle lunghissime corna dei suoi funzionari)

Per quanto, come ho ormai ripetuto più volte, io consideri tutti gli addetti all'Invalsi dei grandissimi cornuti, ciò non è dovuto a una mia specifica avversione per la prova Invalsi in sé, che anzi ritengo un idea piuttosto valida, pur se non del tutto scevra di taluni inconvenienti. E dunque mai ho fatto ostracismo o resistenza a somministrare le prove Invalsi ma al contrario mi sono sempre attenuta a tutte le richieste che il Ministero e la Dirigenza della mia scuola mi hanno fatto in proposito. Quando poi, per un misterioso gioco di prestigio, mi sono ritrovata inserita d'ufficio nella Commissione Invalsi, ebbene, nemmeno allora mi sono ribellata ma anzi docilmente ho partecipato alla prima e all'ultima riunione dell'anno (a quelle in mezzo no, perché il mio disastrato stato di salute me l'ha impedito, ma solo per quello). In pratica, ho scansato tutto il lavoro e mi sono limitata a scaldare la sedia con quieta e paziente dignità.
Alla prima riunione in particolare è stato spiegato che lo scopo del nostro lavoro sarebbe stato cercare di capire in che modo aggiustare la programmazione onde consentire ai nostri alunni di affrontare adeguatamente l'Invalsi*. In realtà, a quanto so, il problema riguarda soprattutto Matematica, che all'Invalsi fa cose piuttosto diverse da quelle che ci sono normalmente nel programma; Italiano si basa invece su due prove di comprensione del testo (ma una è presa da un testo tecnico) e un po' di domandine di grammatica, che sono un po' l'ossatura del nostro abituale lavoro.
L'insieme, per quanto assai soporifero, non mi è sembrato del tutto inutile e mi ero anzi ripromessa di applicarmici con lo zelo della Buona madre di famiglia Insegnante Perfezionista; poi è andata com'è andata, ma questa è un altra storia.
Due punti mi avevano colpito: il primo riguardava il testo tecnico, su cui mi ero ripromessa di lavorare facendo leggere ai fanciulletti affidatimi un po' di testi tecnici, anche utilizzando i manuali di Storia e Geografia ma non solo. Il secondo riguarda il solito lamento che da sempre arriva dalle scuole superiori, ovvero "questi ragazzi non sanno interpretare i comandi". In cuor mio da tempo ritengo che i ragazzi in questione si limitino ad ignorarli, i comandi, come fanno spesso con tante raccomandazioni dei genitori, semplicemente bypassando sia i comandi che le raccomandazioni. Alla ragionevole obbiezione "ma ai nostri tempi noi i comandi li leggevamo" la risposta che davo in cuor mio era ed è "ma ai nostri tempi insegnanti e genitori erano meno ansiosi e non ci ripetevano le cose trecentomila volte, per cui li ascoltavamo con molta più attenzione". Non so se si tratta di un approccio superficiale da parte mia o se davvero è colpa dei telefonini e di Internet eccetera eccetera, sta di fatto che davvero ai miei tempi genitori e insegnanti erano meno ansiosi e di conseguenza non ci obbligavano a staccare l'audio per sopravvivenza (sta di  fatto che la Seconda Amichevole ha davvero una forte tendenza a bypassare le istruzioni, più di ogni altra classe in cui abbia avuto in sorte di battere le corna, e qualcosa dovrò pur fare per tentare di arginare il disastro - che si prospetta invero di dimensioni assai ragguardevoli).

Altra cosa che è venuta fuori è stata il problema del cheating, ovvero l'irrefrenabile tendenza degli insegnanti a suggerire durante l'Invalsi. Non io, sia chiaro: non solo in virtù dei miei adamantini principi morali, ma anche e soprattutto perché alle prove Invalsi di Italiano ho avuto occasione di partecipare una volta sola, in una classe non mia - insomma, mi sono mancate le occasioni.
Ad ogni modo non vivo e non ho mai vissuto nel terrore di essere valutata in base ai risultati dell'Invalsi e la cosa non mi è mai sembrata molto credibile, a torto o a ragione - ma in cuor mio sono comunque disponibile ad essere valutata su qualsiasi cosa, purché mi spieghino i miei errori e mi diano modo di rimediarvi. Non dico che godrei come una tinca nel vedermi elencate le mie manchevolezze, ma mi sforzerei comunque di ingoiare il rospo con eleganza in nome di un possibile miglioramento delle mie future prestazioni insegnantesche.
Inoltre sono abbastanza comprensiva con l'idea che i ragazzi cerchino di copiare (per quanto, laddove è capitato, non abbia esternato granché di questa mia comprensione tutta interiore) ma di sicuro sono assolutamente contraria all'idea che un insegnante incoraggi sì scorretta pratica. Perciò quando seppi dell'esistenza del cheating  sgranai gli occhioni come mai nessun cerbiatto li sgranò, ripetendo come un disco rotto ma come, ma possibile, ma davvero, cosa mi dite mai. Dopo l'ultima esperienza con le prove Invalsi comunque posso serenamente affermare che il problema esiste, e forse è perfino più involontario di quel che sembra. Diciamo che l'abitudine degli insegnanti delle medie a rispondere a qualsiasi domanda sempre e comunque può finire col diventare una seconda pelle e ritorcersi contro nel modo più imprevedibile.

Nell'epico giorno dell'Invalsi io ero stata delegata, come due anni fa, a leggere le istruzioni ai DSA; solo che due anni fa avevo badato solo alla prova di Matematica, mentre quest'anno nessuno mi ha cacciato dall'aula al momento della prova di Italiano e anzi tutti sembravano dare per scontato che dovevo restare là e continuare. Così ho letto e letto e letto.
Nulla di male in questo, ma mi ha sorpreso l'intervento della mia partner (Tecnologia) che, quando uno dei ragazzi ha chiesto cosa voleva dire la parola "iroso" ha subito iniziato a rispondere.
La domanda riguardava appunto il significato della parola "iroso". Mentre la collega cominciava a parlare mi è sovvenuto improvvisamente che la prova riguardava anche le competenze lessicali - insomma, gli alunni dovevano mostrare se conoscevano o meno il significato della parola "iroso".
"Non puoi spiegarglielo tu" sono intervenuta "è una prova statale, con valore statistico. Se rispondiamo per loro trucchiamo i risultati".
La collega mi ha guardato come si guarda un rettiliano che esce dal pavimento "Cioè... dici che non devo?" ha chiesto sbalordita.
I ragazzi mi guardavano piuttosto perplessi. Quando non si sa una cosa si chiede, giusto? E a chi chiederla, a scuola, se non all'insegnante che hai davanti?
Ad ogni modo la collega si è fermata e i ragazzi hanno dovuto arrangiarsi con quel che sapevano. Ora, stante che la parola "iroso" si può facilmente collegare con la parola "ira", abbastanza nota (e il contesto del discorso in cui era inserita aiutava benissimo a collegarla con l'ira), e stante che un quattordicenne, DSA o meno che sia, può facilmente operare una deduzione di questo tipo, sono fermamente convinta che su questo tentativo abbia inciso una notevole pigrizia del richiedente e la forza dell'abitudine in chi aveva ricevuto la domanda. Resta il fatto che, in pieno esame e in piena prova statale, la domanda era stata fatta e per puro caso non aveva ricevuto una risposta.
Sarebbe stata fatta una domanda analoga durante uno scritto, poniamo, di Spagnolo?
Forse, ma con molta più cautela, e anche la risposta sarebbe stata molto più generica. Ma lo scritto di Spagnolo è considerato sia dagli alunni che dai docenti una Prova dell'Esame, mentre quella che stavamo facendo era la Prova Invalsi - e forse i ricordi collegati alle prove Invalsi dei fanciulli che avevo davanti comprendevano una lunga serie di domande con relative risposte. Può essere, insomma, che il misterioso cheating sia effettivamente assai diffuso e che in pochi si preoccupino del fatto che inquini a tutti gli effetti i risultati di una prova fatta su scala nazionale. Probabilmente nelle scuole la Prova Invalsi non è vista come qualcosa da proteggere come acqua di fonte bensì come una roba senza importanza e il fatto che venga fatta su scala nazionale ne diminuisce il valore invece di aumentarlo, in base a un ragionamento piuttosto italiano.
(Oppure sono io che mi faccio delle gran seghe senza un perché).

Ma non erano certamente seghe quelle che mi facevi due giorni dopo, quando correggevo un pacco di Invalsi di Italiano su carta dove ho avuto il piacere di vedere che:
1) davanti alla richiesta di sottolineare questo e quello, sei ragazzi su ventidue avevano allegramente cerchiato sia questo che quello - e, ahimé, avevano pure cerchiato giusto. Ma certamente il punto non gli spettava, e infatti non l'hanno avuto;
2) richiesti di indicare i soggetti di sei frasette, solo i tre cigni della classe li avevano azzeccati tutti e molti avevano serenamente indicato come soggetti "a voi" e un sacco di altra roba che non lo era affatto, compreso un verbo;
3) richiesti poi di sottolineare una frase ad una riga indicata e che si riferiva a una circostanza indicata, quattro alunni su ventidue erano riusciti a copiarla male;
4) e infine, che i funzionari Invalsi continuano a sfoggiare maestose corna di molti e molti palchi, perché una delle domande, per la quale era indicata una risposta molto precisa, non si riferiva in realtà ad uno specifico rigo del testo ma richiedeva di interpretare qualcosa di non detto che si annidava tra le parole di un intero paio di paragrafi. E va benissimo lavorare sul non detto, ma allora non puoi chiedere una risposta precisa che è solo nella tua cornutissima testa, ma devi accettarne una certa pluralità, come abbiamo infine deciso di fare dopo un non breve concilio cui hanno partecipato due insegnanti di Lettere, uno di Arte e uno di sostegno - nessuno dei quali era riuscito a trovare il punto preciso cui si faceva riferimento nella domanda, salvo poi finire per arrenderci all'evidenza che non lo trovavamo perché non c'era.

E che insomma ognuna di quelle strane domande ha alla sua base un palco di corna ma spesso anche un suo perché, talvolta anche finemente perverso.
Tutto ciò mi ha confermato nel proposito di dedicare un paio di pomeriggi di quest'estate a fare ciò che non ho fatto quest'inverno per eccesso di sonnellini convalescenziali, spulciando prove Invalsi e testi relativi.
(Fermo restando che i funzionari dell'Invalsi sono dei grandissimi cornuti).

*e no, sembra che la soluzione non sia comprare un volumetto di preparazione per la prova Invalsi - e non so perché ma l'ho sempre sospettato, anche perché quei volumetti, almeno per Italiano, mi sono parsi, tutti, fatti singolarmente male e ben poco Invalsiani.