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lunedì 19 giugno 2017

Lunedì Film - Stand by Me - Ricordo di un'estate (Film per le medie)


Se vi ritrovate un giorno con due ore da passare in qualche modo con una classe delle  medie (sostituzione imprevista, sciopero che decima le classi o cresima che sia) questo film può costituire un eccellente toppa: ai ragazzi piacerà, non avrete sprecato il vostro e il loro tempo e gli avrete offerto un valido passatempo che gli offrirà ampi spunti di riflessione, oltre a fornire un eccellente descrizione dell'adolescenza negli USA degli anni '50.
Tuttavia lo potete anche programmare e dedicarci due ore faticosamente rosicchiate a grammatica e geografia, e sarà un utilizzo assai appropriato e didatticamente valido del vostro e del loro tempo, specie se lo farete vedere nella seconda parte della seconda  media. Ho scritto "due ore" perché tra i suoi molti pregi il film include una durata perfetta anche per i tempi didattici, ovvero 89 minuti canzone finale inclusa: basta  dunque una coppia di ore consecutive, con o senza intervallo in mezzo. Non servono grosse introduzioni, e secondo me non serve nemmeno avviare dopo il film qualche ampia discussione sulle tematiche ivi trattate: è un film che si spiega e si interpreta da sé, salvo forse un breve commento per spiegare cos'è una sanguisuga - animale oggi non molto comune da incontrare per chi non vive vicinissimo alle paludi ed è appassionato di osservazioni della natura, anche nelle sue forme più pungenti. I dialoghi sono importanti, ma offrono anche numerose pause in cui gli spettatori possono commentare il film, a bassa o ad alta voce che sia.
Lo apprezzeranno molto anche le ragazze, benché l'elemento femminile sia quasi assente: si tratta di una preziosa occasione di osservare con calma i loro coetanei nel loro mondo più privato. Tra l'altro in questi anni ha recuperato una discreta attualità anche sotto quell'aspetto, perché la forza degli stereotipi e della divisione del mondo in maschile e femminile è oggi marcata proprio come lo era negli anni '50 del secolo scorso.
Nelle mie intenzioni, quest'anno, avrebbe dovuto fare da contrappeso a Quando c'era Marnie, storia quasi completamente al femminile - poi è andata com'è andata e il contrappeso sono riuscita a fornirglielo solo a fine anno, ma ha funzionato a meraviglia anche così. Tra l'altro, visto a fine Maggio fornisce una graziosa anticipazione dell'estate ormai alle porte e per i ragazzi questo è molto piacevole.
La quantità di cosiddette parolacce usate nel film è invero assai ragguardevole, ma la sceneggiatura le inserisce con tale naturalezza che nessuno ci ha mai trovato niente da ridire - e del resto è il linguaggio che i ragazzi usano tra loro (o che all'occorrenza possono usare), e nella sceneggiatura viene usato senza forzature e in modo assai pertinente.

Il film, del 1986, si intitola Stand by Me - Ricordo di un'estate  e vanta un illustre ascendenza letteraria: è tratto infatti da un racconto lungo di Stephen King Il corpo che è uno dei quattro racconti che compongono la raccolta Stagioni diverse, pubblicata nel 1982 e che ufficialmente non contiene racconti dell'orrore (anche se sul secondo avrei parecchie cose da dire in merito): una bella raccolta con quattro ottimi racconti; dai primi tre sono stati tratti tre film - e nel caso specifico di Stand by Me secondo me il film è anche migliore della versione su carta. Comunque, grazie a un colpo di fortuna, sono riuscita a procurarmi un edizione del volume per la biblioteca e qualche ragazzo se l'è pure letto con piacere.
La storia racconta un rito di passaggio che si svolge appunto in estate,  più esattamente in una delle estati di passaggio per eccellenza, ovvero quella che precede l'inizio delle scuole superiori. I protagonisti sono quattro ragazzi che, con la vitalità indomabile di quell'età, riescono a sopravvivere a quattro situazioni familiari assai diverse ma ognuna a modo suo decisamente particolare. In questi casi gli amici sono un conforto, e le avventure ancor di più. I quattro decidono così di affrontare una spedizione di due giorni, accortamente nascosta alle famiglie ammantandola con qualche ben dosata menzogna, allo scopo di trovare il cadavere di un ragazzo scomparso da qualche giorno e di cui si fa un gran parlare. 
La spedizione si porta naturalmente dietro diversi rischi e qualche avventura imprevista, concludendosi tuttavia piuttosto bene. Non è una scampagnata, ma un vero viaggio iniziatico punteggiato da numerosi momenti-della-verità, uno dei quali avviene proprio lungo la ferrovia che segna il loro percorso. 
Non è (solo) un film "per ragazzi", è un film di ragazzi, senza ombra di aggiustamenti di trama o di addomesticature. La sceneggiatura è molto ben fatta, ma quel che risulta davvero ammirevole è il modo in cui la regia racconta la vicenda attraverso l'ambiente: paesaggi, cani, automobili, incontri casuali, boschi notturni, treni e ferrovia partecipano alla storia esattamente come i quattro ragazzi e la voce narrante fuori campo di uno dei lontani protagonisti di quei giorni d'estate. 
La bellissima canzone di chiusura, mentre scorrono i titoli, suggella la vicenda mentre le emozioni hanno il tempo di quietarsi. L'ideale però, secondo me, è che finito il film la classe cambi insegnante e stia con qualcuno che non ha visto il film con loro. Perché, in un suo modo particolarissimo, è un film molto personale e molto intimo.
Tema conduttore? L'amicizia, naturalmente. Ma anche quel curioso meccanismo per cui le amicizie, anche quelle molto importanti, a volte rimangono sepolte nel passato, legate indelebilmente al tempo che hanno costruito e segnato. Proprio come Quando c'era Marnie, Stand by Me è (tra l'altro) un film di ricordi e di fantasmi.

domenica 18 giugno 2017

Primo giorno di esami (quando Essi ci guardano)

La prof. Murasaki insieme ad alcuni alunni dolci e sottomessi della Terza Effervescente

Gli ultimi scampoli del Tempo Prolungato di St. Mary Mead mi hanno regalato una classe dove faccio Storia e Geografia ma non Italiano, e così per la seconda volta nella vita sto godendo il piacere - piuttosto raro per un insegnante di Lettere - di fare l'esame di Terza in pantofole, senza temi da preparare o correggere, senza medie da aggiustare e senza altro da fare che quel che mi viene detto. 
Quest'anno mi hanno detto di sorvegliare la classe al Tema, il mitico Primo Scritto dell'Esame. In piena forma, moderatamente pasciuta e con un vestito nuovo - a ogni mercatino che vedo compro un vestito nuovo - decorato con rutilanti fiori estivi, faccio dunque il mio dovere di assistente, mentre la prof. Ghirlandai prepara le fotocopie.
Appello, raccolta dei cellulari, piccole istruzioni, orari. Scopro che in mia assenza con i punti Coop è stato comprato (tra l'altro) un dizionario Treccani modernissimo e pure moderatamente illustrato e provvedo a inglobarlo, insieme a un dizionario dei sinonimi e contrari. Distribuisco coppie di fogli timbrati e firmati, mi raccomando che nessuno adoperi per scrivere altra carta che quella fornita dalla scuola, mi procuro una piccola scorta di penne - non già, come avverrebbe in qualsiasi altra scuola, dall'armadio della cancelleria, bensì dal Banco delle Custodi, dove le suddette raccolgono tutto ciò che i ragazzi dimenticano sui banchi.

E' noto che, almeno per i primi dieci minuti di esame, tutte le classi sono quiete e spaventate. Ma la Terza Effervescente sarà forse spaventata, di sicuro non quieta. Oh no, tessoro mio, proprio no. Un alveare nell'ora di massima attività è senz'altro più quieto di loro.
Esistono professori che sanno imporre il silenzio al loro semplice entrare in classe. Né io né la Ghirlandai possiamo vantarci di rientrare in quella categoria. La quantità di volte in cui dobbiamo chiedere il silenzio a gran voce (che, se vogliamo, è pure una bella contraddizione) è del tutto simile a quella in cui glielo abbiamo chiesto nelle lezioni normali. Se gli viene un dubbio, un commento, un esternazione lo proclamano a gran voce. 
Tuttavia infine si zittiscono. No, non perché siamo infine riusciti a domarli: semplicemente, il tema non si scriverà da solo e loro lo sanno benissimo, così si sono messi a lavorare. Perché vogliono fare un bel tema e un bell'esame.

Conosco le tracce di quei temi: due giorni prima le colleghe di Lettere, riunite per il Gran Parto delle Tre Terne per gli esami, mi hanno mostrato con legittima soddisfazione il risultato del loro lavoro. Sono tre terne molto rispettabili, ma naturalmente quella estratta è la più scarsina delle tre (succede sempre così, almeno da noi). Con grande sollievo di tutti però quest'anno a Crifosso hanno fatto per conto loro e nessuno ha mosso un dito per impedirglielo - e soprattutto nessuno ha rimpianto di non averglielo impedito, dopo aver letto le loro terne.

Come tutte le insegnanti di Lettere, io e la Ghirlandai facciamo l'esame due anni su tre, e tutti gli altri insegnanti lo fanno ogni santo anno. Eppure non mi è mai capitato di compilare il verbale del primo scritto col collega di turno senza che entrambi cadessimo in gran confusione ad ogni riga, quasi ci venissero richieste informazioni nuovissime e mai date prima. Nossignori, è il solito modulo dalla notte dei tempi, da quando insegno ho compilato solo quello - ma per qualche motivo si rifiuta di entrarci in testa, e come sempre vaghiamo da una classe all'altra in cerca di lumi che non sono mai molto illuminanti. 
"Che nome ha questa classe?" "Mi pare abbia un numero" "A chi lo chiedo?" "Forse alle custodi?" "Dice che non c'è numero, che mettiamo il nome della classe che ospita" "E' vero, anche l'anno scorso abbiamo fatto così" (e anche due anni prima, e tre, e quattro, eccetera).

Contrariamente a quel che succede di solito, alla fine della seconda ora nessuno consegna, nemmeno quelli che non si sono mai distinti per soverchio amore della scrittura. Qualcuno va in bagno, qualcuno cambia penna, qualcuno chiede un nuovo foglio, ma tutti continuano a scrivere furiosamente come se li pagassero a cottimo. Di ritorno da una breve spedizione a caccia di penne di riserva (si è creata una deplorevole carenza di penne blu, anche perché ne avevo presa una sola, visto che di solito vanno molto più di moda quelle che scrivono in nero) vedo che nelle altre due classi ci sono dei gran vuoti, ma da noi il primo Effervescente se ne va giusto allo scoccare della terza ora.
Poi cominciano le consegne. Tra una scartoffia e l'altra facciamo in tempo a leggere il tema di Lord Brummell - il più dolce, educato e raffinato alunno che mai sia stato dato vedere in una classe, che mai si è rivolto ad alcuno di noi con tono men che rispettoso e gentile. Quasi quattro colonne, scritte in italiano impeccabile, in cui il consueto Primo Tema, dedicato al triennio di scuola che si va concludendo è svolto in modo argomentativo, criticando aspramente la struttura autoritaria della scuola in generale e di St. Mary Mead in particolare, ma chiudendo con un abile svolazzo retorico in cui osserva che è stato anche grazie a questa scuola che ha potuto fare un tema così.
L'idea che a qualcuno la paciosa scuola di St. Mary Mead - che perfino io trovo quasi accettabile nei suoi regolamenti, al punto di averla scelta come scuola del cuore - sembri così autoritaria e piena di regolamenti mi sorprende; ma ancor più mi sorprende che tanto anarchico spirito irredentista abbia potuto covare sotto un comportamento sempre tanto attento al rispetto delle regole e a una cortesia che si direbbe innata; non c'è dubbio che dentro quell'apparente (o reale?) modello di Perfezione Studentesca covi un autentico rivoluzionario, e non sarò io a dolermene. 
La prof. Ghirlandai comunque non si mostra molto sorpresa, e accenna vagamente a temi precedenti in cui aveva avuto un vago sentore di - ma apprezza molto la forma, e la capisco: su quel tema non dovrà mettere penna, ma non saranno molti i temi di quella classe in cui succederà: la Terza Effervescente è studiosa, interessata alle questioni sociali e molto vivace, ma la precisione nell'italiano scritto e parlato non è stata mai il suo principale punto di forza.

mercoledì 14 giugno 2017

Quattro elefanti si dondolavano lungo il filo di una ragnatela (ultimo giorno di scuola)

Ultimo giorno di scuola. Stavolta la professoressa Murasaki, stanca ma in ottima forma fisica, ha preparato tutto e stampato tutto per tempo. 
Perché la professoressa Murasaki non dà compiti per l'estate se la classe si è adoperata per fare ragionevolmente il programma, ma se dopo tre mesi passati sui pronomi in prima media, più altri due mesi passati su pronomi e aggettivi con la Supplente (che chissà perché ha insistito proprio su quella parte del programma; pòle essere che dipenda dal fatto che tuttora nei testi scritti dalla Seconda Amichevole se appena c'è una subordinatina si fatichi seriamente a capire chi fa che cosa? Non ne ho parlato con lei, resta il fatto che nel compito di analisi logica parecchi hanno risolto la questione scrivendo sotto i pronomi "pronome" senza analizzarli e nessuno si è degnato di riconoscere i pronomi relativi scrivendoci sotto "congiunzione" e risolvendo così il problema, anche se c'erano ben tre che soggetti e pure un che complemento oggetto), se, dicevo anzi scrivevo, i pronomi sono ancora una zona incognita della nostra bella lingua, allora si impone una cura di riparazione - anche perché corre voce che creino parecchi problemi anche in inglese e in spagnolo.
Restituisco i compiti di analisi logica, li rampogno garbatamente, gli consegno una bella sfilata di esercizi e ben tre diverse spiegazioni attinte da tre diverse grammatiche della differenza tra che congiunzione e che pronome, per la serie La vecchia guardia muore ma non si arrende. 
Poi consegno anche le ormai arcaiche verifiche di storia, che avrei dovuto correggere durante le vacanze di Natale e che invece avevo corretto appena in tempo per gli scrutini, e consegno pure i temi fatti due giorni prima delle vacanze suddette, che riguardavano la loro identità personale, di cui gli chiedevo di tracciare un accurata mappa e che avevano fatto con molto entusiasmo. Dopo tre mesi era inutile riportarglieli, ma adesso hanno una graziosa aria vintage che li ha divertiti assai - se c'è un periodo in cui alle medie si cambia particolarmente, è proprio nella seconda parte della seconda media (non che nel resto del triennio restino uguali, si capisce).
Suona la campanella e vado nella Seconda Non Eccessivamente Perfezionista, dove avevo lasciato in sospeso due interrogazioni di cui non mi ricordavo affatto. Dopo che le ho concluse con esito più che positivo scopro con piacere che aggiustando i voti per lo scrutinio (che l'altra Seconda sa benissimo essere già avvenuto, mentre la Seconda Non  Eccessivamente Perfezionista ne sembra beatamente ignara) avevo previsto anche l'esito delle interrogazioni che non  ricordavo di dover fare. Ne concludo che la mia memoria, assai brillante prima dell'operazione, perde tuttora colpi ma ciò nonostante le valutazioni finali continuano a venirmi bene (almeno, a me sembra che mi vengano bene).
Niente compiti per la Seconda Non Eccessivamente Perfezionista, nemmeno l'ombra di un compito formale: perché gli alunni Non Eccessivamente Perfezionisti di quella Seconda  cialtroneggiano assai e di compiti ne farebbero comunque ben pochi, mentre altri hanno assai rispettabilmente lavorato e fatto tutto quel che pretendevo da loro e dunque è inutile e ingiusto dargli dei compiti per l'estate. 
Accenno però che l'anno prossimo lavoreremo in modo molto diverso perché gestiremo stati un tantinello più grandi - e gliene indico qualcuno.
Suona la campana per l'intervallo. Apro la porta per farli uscire e uscire a mia volta in corridoio, e mi trovo davanti la Terza Effervescente in versione trenino che percorre il corridoio cantando a squarciagola il celebre mantra sugli elefanti che si dondolavano lungo il filo di una ragnatela e ritenendo la cosa interessante vanno a chiamare altri elefanti, per poi trovare il tutto un po' pesante e mandare via gli altri elefanti ad uno ad uno; canzoncina assai giocosa, che ho cantato a squarciagola a suo tempo (sì, è una di quelle canzoni senza tempo che viene trasmessa di decennio in decennio dalle vecchie alle nuove generazioni) ma che fino a quel momento avevo associato più alle gite scolastiche che ai rituali di Addio alla Scuola Media - ma in effetti non ci sta niente male.
Ho appena finito di sgranare gli occhioni che il trenino ripassa, sempre a passo assai serrato, e gli elefanti chiaramente sono cresciuti di numero.
Facendo un paio di vasche in corridoio incrocio la prof. Spini, che mi apre il suo cuore: "Tutti gli anni l'ultimo giorno è sempre un incrociare le dita e sperare che non succeda niente di grave".
"Secondo me, se il massimo che combinano è un trenino dove si canta la canzone degli elefanti e della ragnatela, grosse tragedie in arrivo non dovrebbero esserci" provo a confortarla.
Sono frasi sempre pericolose da dire ma in effetti i fatti finiscono per dar ragione al mio incrollabile ottimismo e no, nella Terza Effervescente non succede nulla di grave, o meglio nulla di pregiudizievole per la salute e il benessere fisico dei nostri amati alunni. Nemmeno la loro linea dovrebbe subire grossi danni, perché entro nella loro aula e mi prendo una generosa tangente in patatine fritte - le mie prime patatine fritte dell'anno, e vanno giù tranquille senza far danni.
Alla fine dell'intervallo, piuttosto caotico in verità, striscio verso la Sala Insegnanti dove mi rilasso un po'.
Quando entro, alla quarta ora, nella Terza Effervescente, trovo diversi fanciulli in lacrime.
"Perché piangete?" chiedo come un idiota.
Già, perché mai gli alunni di una Terza dovrebbero piangere l'ultimo giorno di scuola? Davvero non si è mai visto un fenomeno così insolito dall'alba del mondo in poi. Vabbé, immagino che anche questo sia uno strascico dell'operazione (...speriamo...). Ma c'è anche da dire, a mia parzialissima discolpa, che mentre facevano il trenino sembravano tutti di ottimo umore. 
Ma che fenomeno curioso, un adolescente che sembra di ottimo umore e invece è triste! Anche questo, un caso che non si è mai verificato a memoria d'uomo, e meno male che finalmente arrivo io a registrarlo. Pensa se non c'ero per notarlo, l'umanità non avrebbe mai saputo che si verificano eventi così insoliti.
Mi viene comunque fatto osservare in tono polemico che non è proprio una domanda astutissima, e che alcune persone possono essere anche sensibili, eh.
"Ma Roderico e Matilde non si sono mai molto interessati a quel che succedeva qua dentro" ribatto, dimostrando così che a una singolare intelligenza e fine comprensione dell'animo umano unisco anche un tatto davvero notevole. Forse dovrei candidarmi per il Premio Talleyrand? O entrare direttamente nella carriera diplomatica? 
Magari potrei occuparmi di una zona calda, tipo la Siria: chissà che bell'aiuto fornirei a quelle povere popolazioni al momento così in angustia.
Mi viene spiegato che chissà, magari, non è detto che quel che uno mostra coincida completamente con quel che quel qualcuno sente.
Nel mio piccolo cervellino si affaccia faticosamente la considerazione che sì, in effetti Roderico e Matilde non si sono mai molto interessati alle lezioni che gli propinavamo, ma che questo in effetti non gli impediva in alcun modo di essere profondamente legati ai loro pur studiosissimi compagni.
"Prof, ci porta fuori?".
"Sì, mi sembra un ottima idea".
Certamente meglio che stare a conversare con me, visto quel che gli ho scodellato finora.
Nel cortile della scuola, chi vuol piangere piange in libertà e viene adeguatamente consolato (non da me, per sua fortuna), altri si mostrano assai propensi a fare due chiacchiere con me nell'unica, piccola zona d'ombra e un bel gruppo gioca a calcio sparando pallonate a cento chilometri all'ora come hanno sempre fatto nell'intervallo della mensa sin dalla prima (centrandomi più di una volta, devo dire, ma per fortuna risparmiando le vetrate).
All'ultima ora rientro nella Seconda Amichevole, dove i banchi sono stati spostati contro la parete. Accetto di portarli fuori e prometto di non interessarmi minimamente dei bottiglioni d'acqua che possano avere con loro nei bagni, ma li avviso che l'acqua dei bagni è stata chiusa. 
Si lamentano che non è giusto e concordo apertamente con loro. Non mi spingo però a dirgli cosa penso davvero, e cioè che più che non essere giusto la trovo una cazzata di alto livello. Tra l'altro è una splendida giornata, il sole picchia alla grande, in cortile si potrebbero cucinare il pollo al mattone e le uova alla piastra senza problema alcuno, non capisco l'utilità dello sforzo profuso dalla Dirigenza nella Nobile Missione di Evitare i Gavettoni (ormai tornati di sola e limpida acqua: il tempo della farina e delle uova sembra ormai del tutto tramontato).
In quel momento si affaccia un ragazzo della classe accanto a braccia piene: "Scusate, ci sono rimasti quattro pacchi di patatine e ci chiedevamo se vi interessavano...".
"Ma certo che ci interessano, e vi ringraziamo di cuore" assicuro. Sono quattro pacchi di dimensione monstre. Li distribuisco tra quattro volonterosi e tutti insieme scendiamo, nel cortile che non è certo diventato più fresco nel frattempo.
Le patatine spariscono in meno di un quarto d'ora, ma non per questo i ragazzi sembrano annoiarsi. La confusione va raggiungendo livelli da inquinamento acustico ma nessun insegnante sembra preoccuparsene molto, nemmeno la prof. Spini.
La campana libera tutti: con un immane ruggito le classi corrono verso i pulmini e finalmente si scambiano i doverosi gavettoni. Quando in fine i pulmini sono partiti col loro carico urlante, lasciando un piazzale piacevolmente umido, mi domando perché è stato impedito a tutti i costi che quell'ottima acqua venisse usata per rinfrescare il cortile della scuola, che invero raggiunge temperature da forno crematorio.
Poi torno a casa, dove mi aspetta un piacevole pomeriggio di relax e un ancor più piacevole fine settimana di bagordi.
Il virus, molto rispettoso degli orari lavorativi, si dispiegherà in tutta la sua possanza soltanto nella tarda serata di Domenica.

L'Anno scolastico è finito, evviva l'Anno Scolastico.

lunedì 12 giugno 2017

Si stava peggio quando si stava meglio

Tornando a scuola - dopo un assenza interminabile, ma comunque in condizioni fisiche ancora tutt'altro che ottimali - sapevo di andare incontro a qualche possibile inconveniente, ma contavo anche sull'energia che le classi emanano per accelerare la mia convalescenza.
E' risultato però che le classi non emanano solo energia, affetto, piante di azalea e palloncini rosa confetto o giallo canarino, ma qualcosa che avrei pur dovuto ragionevolmente mettere in conto: virus e microbi.
Il mio povero organismo, debilitato da immani quantità di antibiotici e da tre mesi di vita assolutamente innaturale, ha ceduto facilmente all'arrivo del primo microrganismo di passaggio e dopo una settimana di scuola uno splendido raffreddore con annesso calo di voce mi hanno trasformata in uno zombie ambulante.
Il solo pensiero di rimettermi in malattia bastava a farmi venire l'orticaria, così ho fatto lezione a gesti e passato le vacanze di Pasqua cercando di recuperare un minimo di salute (a letto, naturalmente, ma con vari pacchi di compiti da correggere). Quando la voce è tornata un ulteriore perfidissimo virus mi ha riportato ai bei tempi in cui digiuno e nausea erano i componenti principali della mia dieta. Un paio di ponti mi hanno permesso comunque di barcamenarmi fino a Maggio, quando finalmente il mio organismo ha cominciato a comportarsi in modo più ragionevole.
Nel frattempo digiuno, tosse e nausea non incidevano minimamente sulla mia generale ripresa fisica: a dispetto del numero di calorie decisamente ridicolo che mandavo giù i muscoli si rafforzavano, la pelle aveva smesso di squamarsi e la stanchezza stava riprendendo contorni ragionevoli - insomma, ho ricominciato a salire le scale senza ascensore e non sembro più una lucertola in vacanza. Mi sveglio la mattina carica di piacevole energia, non dormo più durante il giorno e gli ultimi due pacchi di compiti sono stati corretti ad un ritmo più che onorevole.
Tutto questo mi ha permesso di affrontare un Maggio piuttosto intenso, senza l'ombra di un ponte e quasi senza malesseri. Gli ultimi, faticosissimi giorni di scuola sono stati cullati dal sogno di innumerevoli mercatini e giri di shopping.
Poi la scuola è finita, lasciandomi solo un piccolo granchio in gola.
Commozione?
No, raffreddore. Di nuovo.

Dovrei imprecare la ria sorte, stamattina, mentre mi soffio il naso con dignità e sopporto con stoica pazienza l'ovatta che mi avvolge quel po' di cervello sopravvissuto all'intervento, invece di folleggiare al mercatino di Coverciano e negozi limitrofi.
Ma sono troppo compiaciuta del fatto che oggi, da malata, sto infinitamente meglio del giorno in cui, ufficialmente sana, sono tornata a scuola con il mio seguito di caramelline di sambuco e succhini di frutta per idratarmi la gola e i colleghi e i custodi che a ogni cambio dell'ora si informavano di come stavo e mi chiamavano l'ascensore per farmi salire al piano di sopra.
E pazienza se l'unico svago della giornata sarà la consegna delle schede, seguita dalla riunione preliminare prima dell'esame.

sabato 10 giugno 2017

You spin me right round, baby, right round

No, non parlerò di questa bella canzone nonostante il titolo del post.
Però almeno il video lo metto.

Di ritorno dalla gita, la Seconda Amichevole riportò in classe gran copia di simpatiche rotelle girevoli, variamente colorate:
Trattasi di un simpatico aggeggio che tieni sulla punta di un dito e fai girare:  basta un colpetto e lui gira a lungo, a lungo, a lungo.
"E' un anti-stress" spiegarono davanti al mio sguardo incuriosito. 
Ne presi uno, lo provai e lo trovai fascinosissimo. Lo girai, lo girai, lo girai; poi un barlume di coscienza professionale che riuscì infine a farsi sentire mi spinse a renderlo al legittimo proprietario, ma mentre i ragazzi li facevano girare la tentazione di impossessarmene restava forte; davvero molto forte.
Scoprii nel giro di pochi giorni che l'aggeggio doveva essere facilmente reperibile, perché in tutte le classi ne circolavano quantità immani. Decisi anche di comprarmene uno, alla prima occasione dabile; ma, come tutti gli insegnanti, nelle ultime settimane di scuola non ho avuto molto tempo da dedicare allo shopping. 
Nel frattempo però ho scoperto che ne esistono di tantissimi tipi e colori, comprese varianti argentate, dorate e metallizzate.
Quella dorata mi affascinava particolarmente. E mi faceva venire in mente qualcosa: più esattamente la svastica.
No, niente a che vedere con i nazisti, anche se in Europa ormai la prima cosa che viene in mente alla parola "svastica" purtroppo è il nazismo. Ma il simbolo è molto antico, di origine indiana e si riferisce ai raggi del sole. E' un simbolo di energia vitale e di buon augurio. I raggi del sole che ruotano. 
Niente di strano che sia un anti-stress, o che rilassi.
Un piccolo viaggio in rete mi ha mostrato come l'oggetto stia letteralmente invadendo il mondo (e questo in effetti potrebbe giustificare l'associazione con i nazisti); pare che alcune scuole l'abbiano addirittura vietato perché "distrae gli alunni". Non la scuola di St. Mary Mead, proclamo con fierezza: da noi non si perde tempo con questi insulsi divieti.
Dal momento che gli alunni sono perfettamente in grado di distrarsi anche senza alcun tipo di gadget, e che lo spinner fidget è piacevolmente silenzioso, non vedo il problema. Inoltre, una piccola pausa con quell'aggeggio potrebbe addirittura favorirla, la concentrazione, o innescarne una di tipo più diverso e proficuo. Dopo tutto, stiamo parlando della ruota del sole, non di un pur rispettabile pupazzetto o pallina.
Ho anche scoperto che esistono versioni che richiamano più direttamente la Ruota del Sole:
ma credo che resterò fedele alla versione a tre raggi.

Siccome sono una brava insegnante, e dunque amantissima delle seghe mentali, mi sono posta un po' di problemi etici per quando finalmente possiederò anch'io il mio o i miei spinner: quando usarlo?
Non a lezione, naturalmente: non sarebbe etico e potrebbe distrarre i ragazzi. Certamente non durante le interrogazioni degli esami, perché potrei dar loro l'impressione di non essere adeguatamente concentrata su quel che dicono.
Ma ai vari organi collegiali? Consigli di classe, scrutini, pause stampe, riunioni, collegi, corsi di formazione?
Oh sì, tessoro, ai collegi docenti in particolare mi sembra addirittura perfetto.
E già alla plenaria dell'esame conto di spinnare quanto meglio riuscirò. 
Anzi, quasi non vedo l'ora che ci sia, la plenaria.

lunedì 15 maggio 2017

Lunedí Film - Romeo + Juliet (Film per le medie)

Ognuno ha le sue fissazioni. Tra le mie c'è l'assoluta necessità di familiarizzare i giovinetti con Shakespeare, che ai miei occhi è il pilastro portante della letteratura di tutti i tempi e un fondamento culturale imprescindibile.
Nessuna classe che abbia avuto a che fare con me per almeno un  anno è uscita dalle mie amorevoli mani senza essersi sciroppata almeno un film di Shakespeare, accuratamente selezionato in una ristretta rosa. Perché non tutto Shakespeare è facilmente digeribile ad uno stomaco tredicenne, e se io a nove anni trangugiai senza alcuna resistenza e anzi con grande entusiasmo un Re Lear integrale (recitato maluccio, sostenevano i miei, che poi si scusarono molto per la tortura che mi avevano imposto credendo fosse fatto meglio) visto in piedi appesa a una balconata, mi rendo conto che non tutti i giovinetti dispongono della mia totale dedizione alla causa. D'altra parte la cineteca shakespeariana ormai è molto vasta e comprende un ampio ventaglio di possibilità adatte a tutti gli stomaci.
Romeo + Juliet è un film del 1996 di Baz Luhrman che ha una notevole serie di frecce al suo arco, prima tra tutte un ritmo velocissimo che rende giustizia alla vicenda. Non ho mai capito perché tutti amano quegli allestimenti lenti e solenni dove i due protagonisti inanellano pazientemente i loro lunghissimi monologhi, avendo cura che allo spettatore non sfugga una singola sillaba delle varie raffinatissime metafore elaborate dall'autore. Per la lettura in privato va benissimo, ma sulla scena è la storia di due ragazzi tutt'altro che inclini a perdere tempo in raffinate introspezioni. In inglese, si capisce, la velocità della lingua aiuta, ma con una traduzione troppo attenta alle sfumature il ritmo diventa mooolto lento. Troppo.
La vicenda incalza. Nonostante rechi la dicitura romantic play il testo colleziona una serie di morti, duelli e avventure degni delle più tragiche tragedie, e la parte romantic non ha proprio nulla di platonico: al primo incontro i due si baciano dopo un minuto scarso di conversazione, al secondo si scambiano una promessa di amore eterno (e se non ci fosse di mezzo un balcone probabilmente si scambierebbero ben altro); al terzo incontro si sposano, al quarto si amano, e sappiamo tutti come finisce il quinto e ultimo incontro. 
E' la storia di un magnifico colpo di fulmine: la fanciullina, che un attimo e qualche riga prima non pensava minimamente né all'amore né tanto meno alle gioie coniugali, una volta visto Romeo cambia completamente idea sull'argomento e decide che se non potrà averlo, la tomba sarà il suo letto nuziale. Quanto a Romeo, fino a un attimo prima disperatamente invischiato in un amore senza speranza, dimentica tutto appena vede Juliet. Il ritmo infernale del film rende - finalmente! - giustizia a tutto questo. 
La seconda, lussuosa freccia all'arco del film è un Romeo meravigliosamente interpretato da Leonardo di Caprio, che nei primi anni di carriera era di una bellezza travolgente, oltre che già molto bravo.
La terza freccia, a sorpresa, è un ambientazione contemporanea, completamente pazza ma che in qualche modo funziona benissimo. La scena è spostata negli Stati Uniti, in una città dove due ricchissime famiglie a capo di cosche rivali fanno un casino incredibile, con grande disperazione dei poveri cittadini e soprattutto dello sceriffo locale. La prima scena, con la prima zuffa, si risolve in assai spettacolare rogo in un distributore e lo sceriffo che cala a bordo di un elicottero per sedare i due gruppi di litiganti che sembrano indemoniati. Certo, su un palcoscenico non si sarebbe potuto fare, ma a cosa serve avere a disposizione telecamere ed effetti speciali se non a utilizzarli?
La festa dove i due innamorati si incontrano è la più colossale e pacchiana festa in maschera che mente umana possa immaginare: tutto è estremamente sopra le righe, e tutto diventa curiosamente intimista mentre i due ragazzi si scambiano le prime parole, lontano dall'immane frastuono che imperversa nelle grandi sale. Lui è un cavaliere, lei un angioletta con splendide ali.
Un po' di buon senso da parte degli altri, tutti gli altri, porterebbe a lieto fine questo amore - ma il buon senso ce l'hanno soltanto i due innamorati e il povero Mercuzio, che non a caso finisce con la sua uccisione (causata da un incauto tentativo di impedire un duello) per innescare il meccanismo che porterà alla tragedia finale. I pazzi, si sa, nei drammi di Shakespeare sono spesso gli unici personaggi raziocinanti di tutto il mazzo, e per questo destinati ad una pessima e ingiustissima fine, esattamente come succede nel mondo reale (ma sul serio esiste qualcosa di più reale di un dramma di Shakespeare?).
I ragazzi si appassionano alla vicenda e fanno il tifo, pur sapendo benissimo come andrà a finire: perché quand'anche non conoscessero almeno per sentito dire che la storia va a finire male, l'annunciatrice televisiva si premura già nel primo minuto di film di ripetere due volte con grande chiarezza che i due amanti hanno le stelle avverse: nessun rischio di spoiler, in Romeo + Juliet.
Infine il ritmo del film rallenta: finite le sparatorie e le grida disperate la scena si sposta nella pacchianissima cappella mortuaria dei Capuleti, dove tutto potrebbe ancora finire bene e dove tutti sappiamo che invece andrà a finire malissimo.
I ragazzi aspettano, sperando contro ogni logica che Juliet si risvegli in tempo per impedire la morte di Romeo o che almeno i due riescano a parlarsi, quasi che non sapessero dalla notte dei tempi che per uno scarto di tempo infinitesimale questo non succederà - perché la scena dei due amanti che muoiono insieme senza riuscire a parlarsi è parte integrante da almeno duemila anni del nostro DNA culturale: Piramo e Tisbe, certo, ma anche Tristano e Isotta e tanti altri. Credo che davanti a un lieto fine la loro (la nostra) delusione sarebbe immensa: il fascino irresistibile di queste scene è proprio sperare contro ogni logica che tutto vada a finire bene nella felice consapevolezza che il lieto fine non ci sarà. E qui la scena della morte è lunga, lunghissima, con i tempi dilatati dall'ansia dello spettatore.

Finito il film, è assai opportuno lasciarsi un quarto d'ora buono di decompressione emotiva prima di consegnare le giovani creature nelle grinfie del teorema di Pitagora o del futuro inglese.

Neville Paciock / Longbottom, ovvero Colui Che Non E' Stato Scelto da Voldemort

Scegliere un cast di undicenni che dovranno lavorare su otto film in un arco di tempo di undici anni può presentare delle incognite, se i produttori non hanno una gran fortuna.

Passa un giorno e passa l'altro, ed è così arrivato anche il giorno della mia conferenza su Harry Potter, cui guardavo ormai da due mesi con grandissima preoccupazione: sarei stata bene quel giorno? Ce l'avrei fatta? Avrei retto adeguatamente il trauma, lo stress e la fatica o lo sforzo si sarebbe rivelato superiore alle mie deboli forze?
Tanto ero preoccupata di questo che a malapena rimaneva nel mio cuore un angolino per preoccuparmi di riuscire a parlare bene e con proprietà sviluppando gli argomenti in modo adeguato. Mi pareva che, se solo fossi riuscita a raggiungere quella pedana in un decoroso stato di benessere fisico, il resto sarebbe facilmente venuto da sé.
Di fatto, è andato tutto bene: un felice stato di benessere ha avvolto l'intera giornata, l'ottima pasta alle melanzane fornita dalla mensa scolastica e l'eccellente risotto alla zucca fornito da Sary hanno adeguatamente sostenuto il mio ancora debilitato e capriccioso organismo, e insomma ero in grande spolvero rispetto al mio solito. Invece di strisciare sono salita con passo fermo sulla pedana e ho parlato come dovevo.
Il pubblico era... simpatico, non mi viene altra parola per descriverlo: una bella nidiata di appassionati che si snodava su tre generazioni, tutti festosi all'idea che quella sera si sarebbe parlato della loro amata saga di Harry Potter; avevano tutti dei gran sorrisi e qualcuno portava al collo collane con giratempo, boccini e simili.
Ho parlato di scelte, naturalmente: la scelta di Voldemort di prendere sul serio la profezia, quella di Harry di andare con i Grifondoro eccetera eccetera. 
Alla fine, come si usa, ho chiesto se qualcuno aveva domande o osservazioni da fare, ma nessuno ne aveva, e dunque la conferenza è stata sciolta.

Solo allora sono venuti alla pedana a farmi le domande e le osservazioni - molto carine tra l'altro. Una ragazza mi ha chiesto se avevo fatto il test su Pottermore per sapere a che casa appartenessi (lei era un Corvonero, e le ho confessato che vorrei tanto essere Corvonero anch'io, ma probabilmente ero un Tassofrasso), un altra mi ha raccontato della sua gita nel parco a tema a Londra, mettendomi un gran desiderio di andarci a mia volta...
E un ragazzo ha fatto una domanda vera e propria: perché, se i possibili Avversari inizialmente erano due, ovvero Neville Longbottom e Harry Potter, Voldemort aveva stabilito che quello pericoloso era Harry ed era andato da lui?

Sono rimasta spiazzata. Silente non lo spiega, in effetti. 
Il ragazzo ha suggerito che forse Voldemort aveva studiato i due bambini e aveva capito che quello pericoloso era Harry; ma, a parte che Harry ha vissuto parte del suo primo anno coperto dall'Incanto Fidelius e quindi Voldemort non poteva studiare un bel nulla, sembra improbabile che si riesca a capire quanto sarà potente un mago da adulto osservandolo nel suo primo anno di vita. 
Ho suggerito che forse poteva dipendere dal fatto che i genitori di Harry erano maghi più potenti di quelli di Neville, e che quindi Voldemort avesse pensato che loro figlio sarebbe stato più potente del figlio dei Longbottom - un ipotesi come un altra, che comunque il ragazzo ha preso per possibile.
Arrivata a casa ho riletto le pagine dove Silente parla della possibilità che il Prescelto fosse Neville, e di nuovo ho preso atto che non c'erano spiegazioni sul perché Voldemort avesse stabilito che quello pericoloso era Harry.
Il giorno dopo ho chiamato un amica e abbiamo sviscerato la questione.
"Non sappiamo se Voldemort avesse effettivamente deciso che il più pericoloso era Harry. Soltanto che da qualche parte doveva pur cominciare, se voleva farli fuori" ha osservato.
"Quindi pensi che Voldemort abbia semplicemente avuto sfortuna?".
"Nemmeno. Chi ci dice che in casa Longbottom non sarebbe potuto succedere qualcosa di molto simile? Forse Voldemort non era semplicemente in grado di eliminare un bambino in quelle circostanze, la maledizione gli sarebbe comunque rimbalzata contro e Neville sarebbe diventato come Harry Potter, con tanto di cicatrice".
Del resto ce lo dice anche Silente: "La profezia ha valore solo perché Voldemort ha fatto in modo che l'avesse".

Che cosa sappiamo di Neville?
Ce lo presentano come un giovane mago molto imbranato, pacioccoso e un po' pauroso - non tanto, comunque, da non riuscire a trovare un coraggio di tipo particolarmente difficile: quello di opporsi agli amici per il loro bene. Proprio perché ha avuto il coraggio necessario per affrontare gli amici cercando di impedirgli di andare a prendere la Pietra Filosofale alla fine del primo libro Silente gli assegna i punti che faranno vincere a Grifondoro la Coppa delle Case. Al momento opportuno Neville (che non a caso ha un cognome che è anche il nome di un villaggio della Contea) sa accantonare le sue incertezze e tirare fuori le unghie, e da vero Grifondoro è in grado di estrarre la spada d'argento con i rubini dal Cappello. 
I Longbottom hanno il coraggio e la resilienza tipica degli hobbit: i genitori di Neville hanno perso la ragione sotto la maledizione Cruciatus - ma non l'hanno persa al punto di tradire la loro parte. Erano maghi di buon lignaggio, dagli illustri antenati, di buonissima reputazione, facevano parte dell'Ordine della Fenice - e da quel minimo che ci fa vedere Rowling erano anche loro attaccatissimi al figlio. Avrebbero saputo fare un incantesimo di protezione come quello di Lily dando la loro vita per lui e facendo così rimbalzare la maledizione scagliata da Voldemort?
E' senz'altro possibile.

Per tutti i sette libri Neville si presenta come un riflesso sbiadito di Harry. Un evento molto traumatico all'età di un anno ha reso i loro destini molto differenti: Harry ha perso i genitori e i ricordi a loro collegati la notte in cui il mago più potente della sua generazione cercò di ucciderlo ed entrò dentro di lui trasmettendogli una parte dei suoi poteri, è cresciuto orfano e in seguito ha affrontato quello stesso mago in duello cinque volte, oltre a entrare a sua volta dentro la sua mente; Neville è rimasto peggio che orfano perché ha sempre saputo che i suoi genitori erano vivi eppure irrimediabilmente lontani da lui, ed è cresciuto in una soffocante atmosfera iperprotetta e imbottita di sensi di colpa che ha molto attutito le sue capacità. Soltanto quando entra ad Hogwarts, passando gran parte dell'anno lontano dalla sua micidiale nonna (per tacere dell'ineffabile zio) riprende pian piano il contatto con le sue reali capacità, che sono notevoli.
I ruoli di Harry e Neville avrebbero potuto rovesciarsi, se il destino dei loro genitori fosse stato scambiato? 
Di nuovo: è possibile, perché i due sono molto simili nel carattere.

Al momento di scegliere il cast, nel lontanissimo 2000, solo Rowling sapeva che l'Imbranato del Grifondoro avrebbe mostrato più avanti un lato decisamente eroico; ma nemmeno lei era in grado di prevedere come si sarebbe evoluto il fisico dei giovani attori. Matthew Lewis sembrava un ottimo e pacioccosissimo Neville Paciock, mentre era sulla soglia della preadolescenza, e portava a meraviglia il suo pigiama con gli orsetti.
Con gli anni comunque è venuto su un Neville decisamente agguerrito, ma che a sorpresa è rimasto assolutamente in tema - anche se ha perso un po' della pacioccosità da hobbit, ammettiamolo:

Secondo questa teoria dunque Voldemort avrebbe avuto una sola scelta per andare in culo alla profezia: lasciare che i due bambini crescessero tranquilli per i fatti loro, mentre lui continuava a imperversare nel mondo magico.
Non sarebbe bastato a garantirgli l'immunità, certo: come Silente ricorda ad Harry "Hai idea di quanto i tiranni temano coloro che opprimono? Sanno benissimo che un giorno tra quelle molte vittime ce ne sarà certamente una che si leverà contro di loro e reagirà! Voldemort non è diverso! Ha sempre cercato chi l'avrebbe sfidato. Ha ascoltato la profezia ed è entrato in azione".
Impossibile che col tempo Voldemort non trovasse qualcuno abbastanza stufo di lui da scovare un modo per levarlo di torno (e anche quel sistema di seminare in giro frammenti di anima quasi fossero noccioline era tutto fuorché sicuro, a ben guardare).

Ultima considerazione: sappiamo che i Potter erano protetti da un Incanto Fidelius, mentre non risulta che Neville fosse coperto da niente ("non risulta" comunque non è lo stesso di "siamo sicuri che non"). Forse l'Incanto fu allestito dopo che Voldemort aveva torturato i Longbottom fino a farli impazzire? E forse dopo che la ragione (ma non la volontà) dei due maghi aveva ceduto  Voldemort stabilì che i Potter erano gli avversari più pericolosi?
Al momento la cronologia del primo anno di vita di Harry non è abbastanza chiara da fornirci una risposta.

martedì 9 maggio 2017

In compagnia di un albero o in unione con un albero?


Ad analisi logica non siamo poi molto avanti ma, vivaddio, nemmeno troppo indietro; del resto in terza usa comunque fare un ripasso a inizio anno, e usava già prima che istituissero le prove Invalsi. Insomma, tra tante cose piuttosto insolite che mi trovo a fare questo maggio (ad esempio un bel riepilogo dell'aldilà dantesco, o iniziare il libro di narrativa, per non parlare della marcia su Roma) il Complemento di Compagnia e di Unione non è certo la più strana, né la più difficile.
"In pratica, quando si parla di esseri umani o animali si chiama complemento di compagnia, quando si tratta di oggetti, cioè di qualcosa che non ha un anima, si chiama unione".
Tutti assentono, tranquilli. Ma ecco che Confucio alza la mano "E per le piante?".
Provo a pensarci su. La prima riflessione che mi viene in mente però, e  che non esterno, è che la mentalità è veramente cambiata se a qualcuno viene in mente di farmi una domanda del genere - del tutto sensata, del resto. Nello storico Tantucci dove ho studiato (molto malvolentieri) tanti anni fa, il complemento di unione valeva anche per gli animali, che quando costui aveva redatto il suo insulso libretto erano considerati forme di vita, sì, ma del tutto immeritevoli di essere paragonate a quell'essere superiore che era l'Uomo.
Da quando insegno però non ho mai trovato una grammatica che non specificasse che il complemento di compagnia valeva per uomini e animali - e giustamente, perché nessuno oggi è disposto a considerare il micio o il coniglio di casa alla stregua di un oggetto. 
Delle piante però non mi ricordo si fosse mai preoccupato nessuno; ma non c'è dubbio che le piante siano esseri senzienti, anche se di solito non esci con un albero, caso mai con un mazzo di fiori da portare a qualcuno.
"Se si tratta di una pianta viva, per esempio una sequoia o un azalea, è complemento di compagnia. Se si tratta di fiori recisi, o secchi, o legna da ardere allora è complemento di unione" improvviso "Ma ammetto di non sapere come ci si deve regolare per i bulbi". 
Sembrano piuttosto disponibili a lasciarmi il beneficio del dubbio per i bulbi. Anzi qualcuno alza la mano:
"Che cosa sono i bulbi?".
Una classe molto simpatica ma, ammettiamolo, con un vocabolario piuttosto limitato.

sabato 22 aprile 2017

Come preparare poco e male per l'esame una classe assai studiosa e interessata

La prof. Murasaki racconta ai suoi adorabili cuccioli  di terza la storia dell'attentato di Sarajevo

Ho fatto supplenze brevi per cinque anni - talvolta brevi davvero, talvolta di un quadrimestre - durante le quali ho imparato che secondo la legge e il buonsenso il timone lo deve tenere una persona per volta e che anche pochi giorni bastano per instaurare un proficuo e piacevole rapporto con una classe, se appena appena la classe collabora un po'.
Sostituire insegnanti di Lettere è sempre un esperienza formativa, perché sono una razza infida che tende a dirti cosa fare, cosa pensare e financo come respirare; tuttavia, persino tra loro si annidano persone di grande equilibrio e garbo istituzionale, capaci di limitarsi a qualche scarna spiegazione di dov'erano arrivati col programma senza dar l'aria di volere imporre niente né mostrando   alcuna inclinazione a trattarti come una servetta in fase di apprendistato.
Mi ripromisi di fare come loro, se mai un giorno mi fosse capitato di avere una supplente.
E, in modo del tutto imprevisto, a Gennaio di quest'anno quel giorno arrivò.
"Qui è Rodi, qui salta" mi dissi severamente prima di telefonare alla collega che avrebbe preso il mio posto.
Vuoi per la saldezza dei miei principi morali, vuoi perché anestetici e medicine varie mi avevano sbattuto in un limbo da dove la scuola sembrava incredibilmente lontana, non mi costò molto mantenere fede al proponimento. Diedi alla mia sostituta la mia più completa benedizione perché facesse assolutamente quel che meglio le sembrava MA con una sola, semplice e banalissima istruzione: il programma di storia della Terza Effervescente - che a storia non era troppo indietro ma, ad essere onesti, nemmeno troppo avanti.
"Abbiamo appena concluso l'Ottocento sul libro di seconda" spiegai "Il terzo volume inizia con quattro capitoli che secondo me sono facilmente sintetizzabili. Facci su una ricognizione molto rapida e attacca la prima guerra mondiale appena possibile".
E la collega mi assicurò che sì, certamente.

Nelle mie intenzioni, sulla scorta dei grandiosi complimenti che avevo raccolto da medici e infermieri per il mio eccellente decorso e di una innata tendenza all'ottimismo, ero convinta che sarei tornata a scuola ben ristabilita all'inizio di Marzo, e contavo di trovare concluse almeno la prima guerra mondiale e la rivoluzione russa.
La realtà è stata abbastanza diversa perché, giunta a casa, il decorso si è mostrato meno eccellente delle previsioni. Intorno al 20 Marzo tuttavia, per quanto ancora malandata, cominciavo ad avvertire i sintomi di un esasperazione che mi faceva pensare che in qualche modo il processo di guarigione fosse ormai ben avviato. Così un bel pomeriggio aprii il registro elettronico, desiderosa si informarmi su dove fossero arrivate le classi per prepararmi un po' di programmazione.
Scoprii così che l'ultima lezione che la Terza Effervescente aveva studiato era l'età giolittiana. 
Sul finire di Marzo.
L'età giolittiana.
"L'ETA' GIOLITTIANA?!?!" urlai in una casa provvidenzialmente vuota. Ci sono però un paio di ragni sul soffitto che sono ancora traumatizzati per colpa dell'onda sonora.
Ma, insomma, chi se ne frega dell'età giolittiana? Da quando in qua si perde tempo con l'età giolittiana con tutto quel che c'è da fare di interessante nel programma di terza di storia? E chi mai ha visto una classe delle medie coinvolta dai temi dell'età giolittiana?
Insomma, se non si fosse capito le mie classi non hanno mai dovuto subire un surplus di informazioni su Giolitti, al più sono state vagamente informate che era esistito; né ho notizia di alcun alunno delle medie che abbia mostrato un particolare interesse per Giolitti, né con me né con altri e più meritevoli insegnanti. Ricordo gran copia di laboratori e approfondimenti sui migranti italiani, sulle condizioni di vita dei contadini italiani a inizio del secolo, sui tentativi colonialistici in Libia... ma sull'età giolittiana?

Il primo risultato di questa drammatica scoperta fu che chiamai una collega e le annunciai che allo scadere del certificato in corso, se appena ci riuscivo, sarei tornata a scuola.
Il secondo risultato fu che, nel felice giorno del mio rientro, fra un fiore e l'altro, rifilai allo sventurata Terza Effervescente una brillante sintesi della prima guerra mondiale. Cioè, non so se era brillante, ma di sicuro era sintetica.
Il terzo risultato è che la migliore classe che abbia mai avuto a storia arriverà all'esame con un programma decisamente ridotto e farà con i piedi la parte più avvincente del programma.

No, non ho protestato con la collega, anzi le ho mandato un paio di messaggi assai sdilinquosi congratulandomi con lei per l'eccellente lavoro che aveva svolto. Tanto, quel che è fatto è fatto. Il problema, caso mai, riguarda il molto che non è stato fatto.
D'accordo, di lei disapprovo molte altre cose; ma è chiaro che si tratta di una persona che lavora in modo molto diverso da me, e non è detto che ciò sia un male.
I ragazzi si sono lamentati molto per questo e per quello e per quell'altro, e li ho lasciati lamentare per qualche minuto per poi tagliare corto, salvo mostrare una certa disapprovazione per il fatto che leggeva il manuale in terza. Cioè, con quella classe il manuale non lo leggevamo nemmeno in prima media, perché erano già in grado di lavorarci in modo autonomo. Hai a disposizione una Ferrari e ci viaggi a trenta chilometri all'ora? Non ti rendi conto che una classe di quel livello si annoia se ti limiti a leggergli il manuale, a storia come in qualsiasi altra materia?
Pare che non se ne sia resa conto.

Io invece mi rendo conto benissimo che cominciare la prima guerra mondiale in una terza media il primo d'Aprile è uno dei più surreali pesci che si possano immaginare. 
Per fortuna ho un blog dove in perfetto anonimato posso lamentarmene assai.