Il mio blog preferito

domenica 25 dicembre 2016

Buon Natale 2016


La questione naturalmente è più complessa.
Qui potete trovare un accurata sbufalatura degli dei che col 25 Dicembre c'entrano il giusto, e anche di quelli che dei non sono nemmen per sbaglio (come Buddha o Eracle).

Va da sé che gli auguri sono anche per i comuni mortali, in qualsiasi giorno siano nati.
Champagne e felicità per tutti!

(e un omaggio al compianto George Michael, 
che ha scelto proprio questo giorno per lasciarci.
Grazie di tutto, amico):



sabato 24 dicembre 2016

Notte di Natale 2016



Tanti auguri di pace
 e di serenità nella notte 
più candida dell’anno, 
in attesa delle magiche 
signore renne

venerdì 16 dicembre 2016

Mary Stewart - La grotta di cristallo


Comprai questo libro al terzo anno delle superiori, all'inizio delle vacanze di Natale, dopo averlo a lungo soppesato e corteggiato nell'ormai defunta libreria Marzocco. Caso insolito, mi era piaciuta molto anche la copertina, o meglio la sovraccoperta, così medievale e anche un po' liberty (è quella a destra).
Per molte volte la Rizzoli l'ha ristampato, aggiornandolo con delle copertine una peggio dell'altra.
Qualche mese fa è ritornato in libreria, nella stessa edizione ma per la casa editrice elliot, che per l'occasione l'ha dotato di una copertina piuttosto decorosa - il che purtroppo non è cosa che si veda spesso, oggi come negli anni 70.

E' a questo libro che devo la mia prima notte bianca passata a leggere: fino a quel momento la mia tenera età e la debolezza della carne mi avevano sempre fatto crollare al massimo alle tre di notte, ma stavolta abbandonai la partita solo poco prima delle sette, quando ormai da tempo l'alba biancheggiava lietamente mentre io sprofondavo infine in un meritatissimo sonno.
Il giorno dopo ero piuttosto rintronata e completamente avvolta in una magica atmosfera un po' celtica, un po' britannica e anche molto germanica - una sensazione piacevolissima.
Da allora questo libro rappresenta per me la lettura natalizia per eccellenza, anche perché non credo di averlo mai letto in altri periodi; ma del resto Artù è molto legato al Natale cristiano: è a Natale che è nato, fu a Natale che secondo molte versioni venne incoronato dopo aver estratto la spada dalla roccia, senza contare che il buon Mitra, uno dei tanti dèi legati al solstizio d'inverno, imperversa non poco nella versione che la Stewart dà di questa leggenda.

Di tutti i rifacimenti moderni della leggenda di Artù, questo è sempre stato di gran lunga il mio preferito e mi è sempre parso di qualità assai superiore alle molte altre che ho letto, spulciato o scorso distrattamente con un buon fondo di irritazione - in cuor mio anzi la considero la vera versione, quella giusta.
E' anche l'unico libro dove ho ritrovato un eco di Tolkien, proprio nel tipo di scrittura e di stile - per esempio la descrizione dettagliatissima dei paesaggi e della vegetazione, che di solito mi annoia a morte ma qui no - probabilmente perché entrambi gli scrittori trattano le piante come esseri viventi partecipi della magia dei luoghi e delle atmosfere.

E' una trilogia, appunto: il primo libro apre col concepimento di Merlino e chiude con quello di Artù, il secondo apre la mattina seguente e chiude con la proclamazione di Artù come re della Britannia, il terzo mette insieme la storia di una parte del regno di Artù. Sono tre bei libri, ma questo resta il mio preferito.
Il romanzo ha un bellissimo andamento circolare, con la vicenda che si avvolge in grandi spirali.
La grotta di cristallo è una piccola cavità interna ad una grotta più grande, presso una fonte. Nella grotta di cristallo Merlino avrà alcune delle visioni più importanti della sua storia, ma è nella grotta più grande che viene concepito, prenderà lezioni dal suo maestro Galapas e tornerà a vivere nei vari intervalli in cui dei, presagi e re di Britannia lo lasciano in pace.
Siccome è un mago e un veggente vedrà (o meglio rivedrà) la conversazione  che i suoi genitori ebbero prima di concepirlo. Il romanzo si apre appunto con quella conversazione, ma il lettore capisce solo per gradi chi sono quel ragazzo e quella ragazza, entrambi di stirpe regale, ingannato anche dall'abile gioco dei nomi nelle varie lingue.
Mary Stewart si occupa della prima leggenda, quella originale, precedente ai rifacimenti francesi scritti dall'undicesimo secolo in poi. L'Artù di cui si parla, se davvero è esistito dovrebbe averlo fatto nel sesto secolo dopo Cristo. Abbiamo dunque un bel quadro dell'alto medioevo, quando ancora l'impronta romana era molto forte; inoltre facciamo la conoscenza di un giovane Merlino (davvero giovanissimo, all'inizio della storia), scopriamo com'è nata la leggenda che lo vuole figlio di un demone e di una ragazza virtuosa e nella vicenda il vero padre di Merlino e re Uther hanno ruoli molto importanti. Ci sono riti pagani (anche druidici), c'è Mitra e ci sono anche un po' di cristiani - che non sempre fanno una grandissima figura (ma nemmeno i druidi, per la verità). Ci sono anche molte stelle, un po' di draghi metaforici (salvo quelli smaltati sulle spille o disegnati sui vessilli) e grande abbondanza di visioni ma Merlino è anche un medico e un ingegnere, che saprà ricostruire la Danza dei Giganti e illuminare la tomba di suo padre col primo raggio del solstizio d'inverno, nonché un abile ideatore si stratagemmi: la storia del magico concepimento di Artù è insieme molto più magica e più romanzesca della versione tradizionale.
Il romanzo ha un bel ritmo, è molto avvincente e ha esattamente la lunghezza che deve avere, non una riga di più o di meno.
Una lettura perfetta, per il solstizio più magico dell'anno.

Con questo post partecipo al Venerdì dl Libro di Homemademamma più natalizio dell'anno e auguro a chiunque passi di qua buone feste e, naturalmente, un bellissimo solstizio ricco di luci, canti e soprattutto molta magia.
Niente e nessuno, nemmeno una dichiarazione formale in carta da bollo di Al Stewart in persona, potrà mai convincermi che la prima scena del romanzo non abbia ispirato questa bella canzone, scritta e cantata alla fine degli anni 70:

giovedì 15 dicembre 2016

Nudisti vs boxer (e l'educazione all'affettività non c'entra)

Non tutti i boxer sono mutande.

Dopo sforzi inauditi e a un passo dall'arrivo delle renne, finalmente anche il secondo volume de I nodi del tempo sta finendo, e per quanto ami quel libro devo ammettere che l'idea di concentrare in un luuuungo, interminabile capitolo la storia europea della seconda metà del XIX secolo dopo aver cazzeggiato col Risorgimento e l'Italia ormai unificata con brevi capitoletti presenta degli inconvenienti, soprattutto psicologici, perché l'impressione è quella di non arrivare mai alla meta.
Ad ogni modo questa sembrerebbe davvero l'ultima lezione, e c'è da affrontare solo due cosine da nulla, ovvero Stati Uniti e Giappone più Cina.
Dopo una lunga disquisizione su schiavismo, industrializzazione, conquista del West e triste e ingiusta sorte degli indiani, affronto infine la guerra di secessione, raccomandandomi però, se decidono di portarla all'esame, che evitino di confondersi come successe a un alunno di Hogsmeade che, con grande divertimento della commissione, parlò dello scontro tra nudisti e sudisti.
La Terza Effervescente apprezza molto la raccomandazione, e si diverte a immaginare uno scontro tra nudisti che vogliono stare nudi in spiaggia e i nordisti che cercano di impedirglielo.

Una volta concluse le vicende dei nudisti americani, passo a Cina e Giappone, di cui in verità il libro dice ben poco.
"Tra l'altro non si accenna nemmeno alla guerra dei Boxer, e non se ne parla nemmeno nel libro di Terza, almeno non nei primi capitoli. E' strano, un manuale così completo..."
"Guerra dei Boxer?" mi chiedono, assai divertiti.
"Sì, anche a me vengono sempre in mente queste schiere di cani che vanno all'attacco..."
"Ma avrebbero dovuto combattere contro i nudisti!" osserva qualcuno.
E perché mai, mi domando, dei bravi cani, pur se combattenti, dovrebbero infastidire dei rispettabili nudisti?
Guardo perplessa la classe che si scambia commenti e cenni d'intesa finché la parola magica mutande mi ricorda finalmente che boxer in italiano ha ben tre significati - anzi quattro, contando anche i rivoltosi cinesi di cento e passa anni fa.
"Ma sì" spiega Faramir "I nudisti vogliono restare nudi e invece i boxer li combattono perché vogliono essere indossati".
"Indubbiamente un conflitto inusuale, e meritevole di essere studiato" convengo "Finalmente qualcosa di diverso dalle solite e banali guerre di conquista e di indipendenza".
Tuttavia, mentre scendiamo le scale per andare incontro al fine settimana, mi domando se è stata una buona idea raccontare quella storia dei nudisti: perché l'inconscio è perfido, e se in pieno colloquio d'esame qualche integerrimo alunno della Terza Effervescente inciamperà in un lapsus raccontando la guerra civile che contrappose gli unionisti ai confederati, inanellando strane storie di nudisti costretti a forza a indossare biancheria intima, allora sarà solo e soltanto colpa mia (e non sarà affatto semplice spiegarlo al resto della commissione).

sabato 10 dicembre 2016

#ioleggoperché: niente di meglio di un Buon Classico

Gatti e lettura: un rapporto talvolta controverso

Il 15 Novembre sono apparsi i numeri definitivi dell'operazione di #ioleggoperché dedicata alle biblioteche scolastiche: nulla di travolgente ma certo molto meglio di quanto sembrava nel primo post che gli avevo dedicato.
Nel frattempo c'è stato qualche sviluppo per St. Mary Mead che rende onore alla saggezza del proverbio vichingo che esorta a non dire male di una giornata finché non è conclusa.
Infatti un bel giorno nella mia casella postale apparve una mail dalla Feltrinelli RED di Firenze (una delle librerie con cui avevo gemellato la scuola), che mi chiedeva di andare a ritirare i libri che erano stati acquistati per noi.
Inizialmente rimasi sorpresa, poi ricordai che la stessa organizzatissima Feltrinelli RED aveva a suo tempo mandato una circolare a tutti noi solerti bibliotecari spiegandoci come aveva organizzato tutto l'evento, preparando tra l'altro una rastrelliera con i libri più richiesti dalle scuole*. Mi dissi quindi che parimenti dovevano avere mandato una circolare a tutti indistintamente perché passassero a ritirare i loro libri.
Invece, quando passai da loro la settimana seguente, scoprii con mia infinita sorpresa che ben quattro famiglie di St. Mary Mead erano andate a prendere un libro ciascuna per la nostra biblioteca. Guardando con attenzione piazza della Repubblica (dove si trova la Feltrinelli RED) che in questi ultimi anni è molto cambiata, mi sono accorta che un giro di compere a Firenze può portare molto facilmente fin là e che dunque non era così strano che da St. Mary Mead i genitori più spendaccioni (nel nostro caso: munifici) avessero preferito la caotica libreria fiorentina alla paciosa ma molto efficiente libreria di Lungacque.
#ioleggoperché li aveva forniti di un adesivo enorme su cui scrivere qualche considerazione sulla lettura, e tre di loro l'avevano usato, coprendo con ciò una buona metà della quarta di copertina. A nessuno di loro comunque era venuto in mente di firmare anche col cognome, così i libri adesso risultano inventariati come "dono di #ioleggoperché", il che un po' mi secca ma non sapevo come altro fare.

Ma veniamo al dunque. Cosa hanno comprato questi generosi donatori?
Ho aperto la borsa di carta di Feltrinelli e in cuor mio ho smoccolato alquanto:
* Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne
* Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner
* Il giardino segreto di Frances Burnett
* Bar Sport di Stefano Benni
Ventunesimo secolo, non pervenuto.
In pratica, quattro classici: due dell'Ottocento e due del Novecento.

Forse ho qualcosa contro i classici?
No: Il giardino segreto è sempre stato uno dei miei romanzi preferiti e Il gran sole di Hiroshima ha illuminato e anche istruito la mia infanzia.
Di Verne per la verità non ho mai letto nulla, anche se questa potrebbe essere un occasione per rimediare; e Bar Sport non mi è piaciuto - ma immagino sia un limite mio, perché molti lo trovano assai divertente**. Se non altro però Bar Sport costituiva una novità per la nostra biblioteca, perché è l'unico dei quattro che non avevamo già.
Perché proprio questo è uno dei problemi con i classici per ragazzi dell'Ottocento: è facilissimo trovarli in regalo, e infatti ne abbiamo una discreta quantità, in ottimo stato e in belle edizioni complete e ben rilegate. Addirittura di alcuni titoli ho copie in ottimo stato non catalogate perché già disponevamo di due esemplari e cominciamo ad avere problemi di spazio. Ma è rarissimo che qualcuno li prenda in prestito.
Perché questo è il secondo problema con i classici dell'Ottocento: ai ragazzi non interessano se non (a volte) dopo paziente e accorta attività dell'insegnante che li indirizza abilmente.

Il canone cambia col passare del tempo. Fa parte dei fatti della vita. 
Al momento le nuove generazioni si ingegnano quanto possono di scansare i classici dell'Ottocento - sì, proprio quelli con cui noi amanti della letteratura siamo cresciuti. Al più ne leggono uno ogni tanto a titolo di curiosità. Ma scordarsi di vederli scalpitare intorno agli scaffali di Stevenson, Twain e Malot.
So che questo causa grande dispiacere agli adulti. Non a me, che trovo l'evoluzione dei gusti un segno di vitalità culturale e sostengo che il cliente ha sempre ragione. Non credo ai libri indispensabili (probabilmente non è del tutto indispensabile nemmeno Shakespeare) e forse non credo nemmeno all'indispensabilità dei libri; credo invece fermamente ai libri che piacciono.

In realtà, come ho poi scoperto in biblioteca, in questo caso ha avuto ragione anche il cliente-genitore: perché della Burnett avevamo sì due belle copie in ottima edizione del Piccolo Lord, ma solo un esemplare molto gualcito del Giardino Segreto, per giunta in edizione scolastica e piena di insulsi esercizi, e altrettanto dicasi per Il gran sole di Hiroshima, e anche Ventimila Leghe sotto i mari c'era, sì, ma era un edizione ridotta e che per giunta stava cadendo a pezzi. Adesso abbiamo delle belle copie nuove e croccanti, che resteranno probabilmente tali ancora a lungo (ma va detto che il Giardino Segreto, oltre che un classico per le vecchie generazioni è anche piuttosto gradito dalle nuove).

In cuor mio però alberga una certa perplessità: i nostri bravi quattro genitori sono venuti decisi ad acquistare quei libri, o hanno preso qualcosa dalla rastrelliera dedicata a #ioleggoperché?
E in quel caso, che gioco hanno giocato alla Feltrinelli RED? Possibile che l'unica biblioteca scolastica del granducato fornita di una ricca sezione di classici sia proprio quella di St. Mary Mead, e che tutte le altre implorassero per avere le ventimila leghe sotto i mari e il giardino segreto, di cui sarebbero altrimenti state sprovviste?
Probabilmente lo scopriremo vivendo.
Intanto resta in sospeso la questione del raddoppio, che ci dicono scatterà in Febbraio. Forse.

*sì, avevano chiesto una lista di desiderata. No, non l'avevo mandata perché ero convinta che da loro non sarebbe andato alcun genitore. Capita di sbagliare per eccesso di preveggenza (o, più esattamente, di stupidità)
**No, Benni mi piace molto, almeno quel che ho letto. Tranne Bar Sport, che mi ha annoiato a morte. Capita.

giovedì 8 dicembre 2016

Il Vero Insegnante Non Teme il Ridicolo - 7 - Nemmeno nella vita privata (ghirlande o morte!)


Ecco, nelle intenzioni una roba così. All'incirca. Più o meno.

Ognuno ha i suoi scopi nella vita, e da qualche anno uno dei miei era di farmi una corona dell'Avvento.
Si tratta di un bell'oggetto a forma circolare composto di vegetazione invernale con quattro candele, tre viola e una rosa. Così mi ha insegnato Mel, che ne fa di molto belle.
Ne esistono di vari tipi, e in realtà le candele, specie per chi non alberga nel suo cuore pensieri liturgici o religiosi, possono essere di tutti i colori, per esempio rosse e verdi, azzurre o come meglio si preferisce. Io, comunque, mi ero incaponita per farne una di tipo liturgico perché il viola sotto Natale è un colore che mi ispira molto.
L'anno scorso è stato un Natale molto avventuroso con tutte le grane collegate al trasloco, e insomma non era tempo di altre corone che di spine; e dunque non ci ho nemmeno provato.
Quest'anno invece sono partita dalla prima tappa, che è stata procurarmi quattro belle candele viola e rosa in diverse sfumature, e grazie all'Ikea ci sono riuscita senza difficoltà.
Sull'intrecciare corone non c'era nemmeno da provarci, però potevo comunque procurarmi un po' di vegetazione invernale, ovvero abete e agrifoglio, per decorare il vassoio.
A tal scopo, andando a mensa con i ragazzi, avevo adocchiato un bell'abete rosso e un nobile agrifoglio sul retro della scuola. Ma, certo, non potevo mettermi nell'intervallo della mensa a sforbiciare alberi - in primis perché non sarebbe stato motivo di decoro da parte mia, et in secundis perché entrambi gli alberi erano sulla stradina percorsa per andare a mensa, e all'andata i ragazzi hanno fame e io pure, e dunque abbiamo tutti fretta di raggiungere la mensa, e al ritorno i ragazzi vogliono raggiungere l'agognato cortile dove giocare a palla e io magari lo desidero con meno intensità, ma insomma in quel momento mi pagano per sorvegliarli e non per darmi allo scempio della pubblica vegetazione. 
D'altra parte già sapevo che ai primi di Dicembre, nel pieno del ponte elettorale, mi attendeva al varco una riunione sull'avvincente tema delle prove Invalsi.
(In realtà la cosiddetta Commissione Invalsi è nata dalle ceneri di una commissione che si occupava dell'ex-POF, oggi Ptof, ed ero stata trasbordata lì non so come e non so perché. Siccome non ero riuscita a capire bene di cosa si occupava ho pensato di aspettare di capirlo prima di andarmene, e anche se quando l'ho capito l'idea di analizzare le prove Invalsi per capire quali esatte competenze richiedevano agli alunni mi è sembrata singolarmente soporifera, mi sono detta che per quest'anno si poteva anche fare per vedere se ne cavavo qualcosa, e l'anno prossimo magari la faceva qualcun altro, e comunque tutto questo con la corona dell'Avvento non c'entra.)
Così, il pomeriggio della riunione sono arrivata qualche minuto prima, armata di cesoie da pollo (quelle avevo) e mi sono apprestata a impadronirmi dell'agognata vegetazione indispensabile alla mia corona.
"Proooof!" gridano festosi ben quattro alunni che stanno lì in bicicletta. E uno mi fa vedere, assai fiero, di essersi procurato le kuna croate (moneta che prende il nome dalla martora, la cui pelle era anticamente usata come moneta di scambio, e infatti la martora orna le monete ma non le banconote da 10 kuna, che sono invece ornate dalla faccia di quel che per me è un perfetto sconosciuto anche se probabilmente per i croati è un personaggio di grandissimo rilievo).
Mi congratulo col ragazzo per lo zelo dimostrato, poi i quattro se ne vanno a sbiciclettare nel fondo del vialetto dopo avermi salutato.
Rimasta finalmente sola, prendo le mie cesoie e sfrondo un paio di rami sporgenti dalle piante, nel mentre placo la mia coscienza dicendomi che in fondo sto fornendo un utile servizio di potatura al Comune. Anzi, dovrebbero addirittura ringraziarmi.
Occulto con cura il mio bottino vegetale in una grossa borsa di stoffa da spesa e vado infine alla riunione, dove mi annoio con molta dignità.

Finalmente a casa, tiro fuori i vegetali e mi rendo conto che ci potrei fare come minino mezza dozzina di corone. Comunque, visto che nel più ci sta il meno, tiro fuori il mio vassoio più grande - che è poi un normalissimo piatto rotondo da portata - e ci piazzo sopra le mie quattro candele, che ho voluto del diametro di sette centimetri, e a quel punto mi accorgo che di spazio per la vegetazione ne è rimasto ben poco.
Ad ogni modo riprendo le mie cesoie da pollo, sminuzzo a dovere e alla fine, su un letto di frammento di rami di abete poggio le candele e completo con qualche punta di ramoscello di agrifoglio che dà una bella nota rossa all'insieme. 
Incredibile a dirsi, ne viene fuori un insieme che non è nemmeno privo di un certo fascino, almeno ai miei occhi.
Dopo aver acceso le candele mi accingo a fotografarlo, onde inviare su Facebook il risultato di cotanto sforzo.
E scopro così che fotografare una corona dell'Avvento non è affatto semplice, perché la fiamma di una delle candele spara.
"Forse è in una posizione troppo esposta" mi dico, e mi rassegno a spengerla.
Macché, adesso ne spara un altra. Un bel cerchio di luce liquida nel bel mezzo della mia amata corona.

Rassegnata ripongo il tablet, riaccendo la quarta candela e mi consolo pensando che comunque ci ho la mia similcorona con vegetazione natalizia.
E alla fine mi decido a fotografarla a candele spente. Niente caldi riflessi delle fiamme dorate, ma almeno si vede qualcosa.
E dunque ecco il mio gruppo di candele da Avvento (notare il delicato gioco di sfumature rosa-viola) e, sotto, quel che resta del mio furto botanico. Mai buttare via le decorazioni di Natale, specie quando sono vere...







venerdì 2 dicembre 2016

Jamie Thomson - Dark Lord. Le origini


Il libro che vado oggi a presentare è un libro per ragazzi. Può piacere anche agli adulti (io, almeno anagraficamente, sono tale) ma solo se sono nerd inside. Non importa che siano appassionati di fantasy, ma devono avere un fondo di scervellaggine e una certa propensione per l'assurdo. Tutti gli adolescenti ce l'hanno, salvo qualche triste caso, e dunque a loro si può regalare con una certa fiducia.

Si tratta, in sintesi, del primo Diario di una schiappa in versione fantasy.
Alla voce narrante esterna si uniscono brani di diario del protagonista, trafiletti di giornale, immaginifiche illustrazioni, pagelle con commenti eccetera; lo stesso protagonista è, in sintesi, una specie di schiappa, anche se solo per colpa della ria sorte.
Si tratta di un Oscuro Signore che viene da una dimensione parallela del Multiverso. Il suo più temuto avversario, un Mago Bianco, gli ha fatto un incantesimo catapultandolo nel nostro mondo, in una cittadina inglese, nel parcheggio di un supermercato... nel corpo di un ragazzino di dodici anni e senza più poteri magici.
Prontamente soccorso da due poliziotti che chiamano un ambulanza e ricoverato in ospedale, gli viene diagnosticata una grave amnesia dovuta a qualche serio trauma. Tutti sono molto compassionevoli e comprensivi verso i suoi discorsi completamente sballati, traslitterano il suo nome "Dark Lord" in Dirk Lloyd e, dopo una serie di esami clinici che ne testano la buona salute, confusione mentale a parte, i servizi sociali lo affidano a una coppia benissimo intenzionata che si prende cura di lui con grande affetto.
Per l'Oscuro Signore inizia così un duro calvario: circondato per ogni dove da radiazioni benefiche (per lui letali) e privato dei suoi poteri, è costretto a sottomettersi e a iniziare una normale esistenza di dodicenne. 
Arrivano i primi amici, molto divertiti da quel ruolo vagamente fantasy che lui mostra di prendere terribilmente sul serio, e inizia lo studio.
Il fatto che i suoi amici non si scompongano più di tanto quando lui comincia a farneticare di Maleficio della Nona Dipartita e di Torre della Ferrea Disperazione è un grazioso tocco di genio: tutti abbiamo avuto (o siamo stati) un compagno stravagante che faceva finta di essere questo e quest'altro, estendendo il gioco anche agli amici, e spesso ne abbiamo tratto gran divertimento.
Le sue pagelle sono interessanti: come tanti alunni geniali (e tutti noi che insegniamo ne abbiamo avuti alcuni) studia solo quello che gli pare, ma riesce a prendere dei buoni risultati in tutte le materie - perché, infine, se sei diventato un Oscuro Signore è chiaro che non sei uno sciocco e i disturbi dell'attenzione sono l'ultimo dei tuoi problemi. Nondimeno gli insegnanti sono piuttosto perplessi: "Spesso svolge i compiti in modo insolito: La replica di un elmetto romano con la visiera coperta di sangue e cervella di marzapane che spuntano fuori è molto interessante, ma avevo chiesto una ricerca scritta sulle guerre galliche di Cesare".

Anche un Oscuro Signore, specie se intrappolato in un giovane corpo piuttosto inoffensivo, finisce inevitabilmente per essere influenzato dall'ambiente che lo circonda: col passare del tempo Dirk si trova sempre più spesso turbato da sentimenti positivi e insoliti, scopre di provare una certa affezione per i suoi amici (che considera comunque suoi servitori) ma vuole assolutamente tornare nel suo mondo e vendicarsi del Mago Bianco. A questo scopo allestisce un complesso rituale con l'aiuto della sua personale servitù.
Il rituale si risolverà in un mezzo disastro (alla fine del libro scopriremo perché) ma in qualche modo apre un varco tra i due mondi, e proprio quando Dirk si stava convincendo di essere effettivamente un normalissimo ragazzino affetto da confusione mentale in seguito a innominabili traumi, improvvisamente arriva un aiuto dall'altra dimensione.
Sarà allora la volta degli amici che dovranno convincersi che le farneticazioni di Dirk non erano affatto tali. Dopo aver affrontato e sconfitto la Candida Belva, il giovane Oscuro Signore tenterà un nuovo rituale, che questa volta i suoi amici vivranno con qualcosa di più della curiosità mossa dagli effetti speciali di un compagno assai fantasioso - dimenticando però il piccolo dettaglio che a suo tempo aveva causato il fallimento del primo tentativo.
Il romanzo si chiude su un nuovo incidente causato dal tentativo di aprire un portale tra i due mondi: il portale si aprirà, ma porterà via non Dirk, bensì la sua migliore amica (che, scopriremo nelle ultimissime pagine, nella nuova dimensione dove è stata catapultata sembra non trovarsi poi male). Nel nostro mondo però Dirk e gli amici sono molto angosciati per i nuovi e imprevisti sviluppi, oltre che divorati dai sensi di colpa.

Il libro è il primo di una serie, e spero caldamente che la Salani si sbrighi a tradurre gli altri due già usciti in Inghilterra - augurandomi di tutto cuore che siano all'altezza del primo, perché storie di questo tipo sono relativamente facili da iniziare ma se non sono maneggiate con estrema destrezza ci mettono davvero poco a trasformarsi in tavanate galattiche.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro gustose letture a tutti, in questo primo fine settimana prenatalizio.

lunedì 28 novembre 2016

Lunedì Film - Anna and the King (Film per le medie)


Nel 1862 l'inglese Ann Leonowens raggiunse il Siam, dove era stata chiamata dal re Mongkut per fare da insegnante ai suoi figli (oltre 60) e alle sue mogli (una trentina). L'idea del sovrano era di sprovincializzare il Siam e dare anche un educazione inglese e una perfetta padronanza della lingua inglese al suo successore, oltre che a tutta la sua numerosa famiglia.
Ann Leonowens rimase in Siam per sei anni per poi pubblicare due libri dedicati a questa esperienza. 
Nel 1944 Margaret Landon trasse un romanzo da questi due libri e lo intitolò Anna e il re.
Dal libro, assai fortunato (e ristampato in Italia proprio in occasione dell'uscita del presente film) furono tratti un musical - da cui fu tratto a sua volta anche un celebre film con Yul Brinner - una serie televisiva e altro.
Nel 1999 infine Andy Tennant ne trasse un nuovo film, girato in prevalenza in Malesia, interpretato da Jodie Foster, Chow Yun-Fat e Tom Felton nella parte del figlio di Ann (quest'ultimo in seguito diventò più noto per il ruolo di Draco Malfoy).
Il film dura due ore e mezzo ed è splendido e assai colorato: oltre agli attori che svolgono assai degnamente i loro ruoli recitano assai bene anche i paesaggi, i numerosi elefanti

un gran numero di scimmiette e molte bellissime imbarcazioni.



A quanto ho capito la storia d'amore tra il re e Ann è stata ideata dai vari sceneggiatori per meglio condurre il film e i vari spettacoli, ma non ha molto riscontro nella realtà; in compenso serve molto bene per descrivere l'incontro di due culture molto diverse e per tirare avanti la storia, ma è vero che tra Ann e il re venne formandosi un rapporto di stima e anche di amicizia, nonostante svariati contrasti. Quel che è certo è che l'influsso di Ann si fece sentire con gran forza anche sull'erede al trono, Chulalongkorn, che riuscì a mantenere l'indipendenza del Siam e proseguì le riforme del padre, abolendo anche la schiavitù.

Ad ogni modo non c'è dubbio che il film è anche una bella storia d'amore, segnata da un leggero e garbato corteggiamento dove il re si mostra assai più raffinato e cortese del gruppo di inglesi decisamente beceri che compaiono occasionalmente nella vicenda. I due mondi arrivano a sfiorarsi e balleranno anche due volte insieme, ma per quanto forte sia il legame che li unisce, non sfocerà in quella che comunemente viene definita "una relazione", restando qualcosa di meno e nello stesso tempo qualcosa di più.

Il film è sempre molto apprezzato dai ragazzi: paesaggi, battelli (e che battelli!), parchi reali e cerimonie per il raccolto gli danno un tono colorato e arioso, e le scene di vita scolastica sono brillanti e assai gradite mentre seguono con coinvolgimento crescente la storia d'amore per poi scoprire che non approderà a niente - mi sono fatta l'idea che anzi uno dei punti di forza del film sia avere una storia d'amore ma non una scena d'amore propriamente detta.
In effetti le storie d'amore sono due, e con mia grande sorpresa leggendo il libro ho scoperto che sì, la storia di Tuptim e Khun Phra Balat si svolse esattamente nel pazzo modo con cui viene raccontata nel film e non è solo un riempitivo ideato dagli sceneggiatori dopo abbondanti libagioni per creare un contrappeso alla storia principale.
Completamente inventata è invece la sottotrama politica, che comprende comunque una bellissima scena finale sul ponte dove il re gioca d'azzardo e d'astuzia riuscendo ad evitare un colpo di stato con grande maestria.
Non ci sono scene cruente, anzi la decapitazione dei due infelici innamorati è a modo suo impressionante, ma girata con singolare grazia.
Si passano due ore e mezzo vedendo splendidi paesaggi e bellissimi costumi e seguendo una storia assai piacevole, impostata su due personaggi molto simpatici, imparando molto sull'estremo Oriente e sul colonialismo inglese. Inoltre, visto all'inizio della Terza, funziona sia per storia che per geografia, oltre che per impostare un qualche tipo di discorso sull'incontro tra culture diverse.
C'è anche una bella e abbondante citazione de La capanna dello zio Tom, utilissima per introdurre il tema della schiavitù, e una graziosa scena sul fumo dove scopriamo che, laggiù, almeno nell'alta società, si dava il primo sigaro ai bambini intorno ai sei anni. Il figlio di Ann decide di provare, naturalmente sentendosi malissimo.
Nel complesso, tre ore decisamente spese bene.

sabato 26 novembre 2016

I want to ride my bicycle / I want to ride my bike

Freddie Mercury insieme a Jim, il suo ultimo fidanzato. E sì, entrambi amavano molto i gatti.

Venticinque anni e un giorno fa, parlando al telefono (un banalissimo telefono fisso, allora ancora molto usato per le conversazioni serali) un caro amico mi raccontò che era molto triste per la morte di Freddie Mercury.
Cascai dal pero con un fragoroso STUMP, perché ancora non lo sapevo. 
Ancor di più cascai quando seppi che era morto di AIDS, perché non sapevo nemmeno che  fosse ammalato (niente di strano, visto che l'aveva comunicato alla stampa un giorno o due prima di morire).
"Ma non era gay!" protestai.
"Non vuol dir niente, l'AIDS si piglia anche se non sei gay" mi spiegò l'amico.  E del resto lo sapevo anch'io.
In effetti, l'unico vago ricordo che avevo sulla vita privata di Freddie Mercury era un intervista di parecchi anni prima, dove parlava della sua fidanzata storica, Mary, che era l'unica donna con cui pensava di potersi un giorno sposare (e con cui in effetti aveva convissuto per qualche anno). Roba piuttosto vecchia, e col tempo si è saputo molto di più.
Comunque passai un bel po' di tempo a condolermi con il mio amico e a deprecare il tristissimo caso.
Ma, oltre che addolorata, ero sbalordita: ma come, Freddie Mercury era morto da più di ventiquattro ore e non solo io non l'avevo ancora saputo, ma addirittura il mondo proseguiva nella sua solita orbita? Inconcepibile.
Non c'erano ancora i social. Le notizie non arrivavano in tempo reale. E, soprattutto, in Italia non la trovarono una di quelle notizie che fermano il mondo. Immaginavo un profluvio di documentari e interviste, ma l'unica cosa che passò in quei primi giorni fu una trasmissione di Red Ronnie (fatta piuttosto bene, tra l'altro). Giornali e telegiornali non sembravano minimamente consapevoli della portata della notizia.
Tutti conoscevano i Queen. Tutti ascoltavano i Queen. Le canzoni dei Queen erano parte della colonna sonora di tutti noi. Ma, in qualche modo, la morte del cantante dei Queen rimase relegata nelle pagine dello spettacolo per diverse settimane. Il culto postumo di Freddie Mercury, almeno da noi, maturò lentamente. 
Per quelli della mia generazione fu un duro colpo. All'epoca della sua morte stava sul mio altarino personale da una buona quindicina d'anni, da quando cioè mi ero comprata News of the World, album che cominciava con We will rock you e proseguiva con We are the champions - e il resto del disco non era niente male, ma dopo un inizio del genere risultava un po' sbiadito. 
L'anno dopo era uscito Jazz, che aveva assai imperversato, e che conteneva Bycicle Race


di cui ho faticato assai a trovare la versione non censurata.
Oggi non si sente spesso per radio, ma l'ho sempre ascoltata con entusiasmo (come tutto il resto del disco, devo dire), e le ragazze nude che pedalavano mi piacevano un sacco.

Fuori dall'Italia comunque si diedero un gran daffare a commemorarlo. Ebbe anche un galà fatto in suo onore dai cantanti lirici, promosso da Monserrat Caballé, che con lui aveva fatto uno splendido disco l'unico esperimento davvero riuscito di collaborazione tra lirica e rock dove, in barba ai problemi di ritmica e di impostazione vocale che incontrano sempre questo tipo di collaborazioni, entrambi fecero faville. Questa è forse la mia traccia preferita (il video non è ufficiale, come si evince dalla presenza di Inuyasha in un fotogramma):


Freddie aveva una voce meravigliosa, di cui non si dirà mai abbastanza bene, e la sapeva usare. In teoria era di quelli che avrebbe potuto cantare anche l'elenco delle farmacie aperte e sarebbe andato benissimo lo stesso, ma di fatto la usava soprattutto per cantare delle gran belle canzoni. Pare che l'ultimo album sia stato per lui un tormento dall'inizio alla fine, perché era ormai estremamente ammalato. Ascoltandolo però non ce ne accorgiamo (guardando bene i video un po' sì, anche perché evitano di inquadrarlo troppo da vicino).

Con mia grande sorpresa, i Queen hanno bucato le generazioni. Poche cose mi hanno sbalordito come ascoltare per la prima volta una classe che batteva l'inconfondibile inizio di We will rock you sui banchi (poi ci ho fatto l'abitudine). Ancor più sorprendente è stato vederli sorpresi che riconoscessi la canzone. E certo che la riconosco, avevo più o meno la loro età quando comprai il disco. Ma gli fa uno strano effetto sentirselo dire, perché non la riconoscono come una canzone di quarant'anni fa. Eppure i Queen non erano di quei gruppi fuori dal tempo, che precorrono e innovano la musica. Tutto sommato erano anzi piuttosto tradizionali.

Resta il rimpianto di non averlo mai sentito dal vivo. Ma non è colpa mia: i Queen in Italia non hanno suonato mai, limitandosi al massimo a lambire la Svizzera. 

Un vero peccato.

giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

giovedì 17 novembre 2016

17 Novembre 2016 - Festa del Gatto Nero


Ma i gatti neri sono cattivi?
Un po', qualche volta. Forse.
Ma hanno sempre l'aria così dolce, anche quando hanno appena vomitato sul migliore tappeto di casa o ti hanno lasciato una lucertola nel letto.
Insomma, sono gatti.
E meritano dunque di essere amati incondizionatamente, come tutti i gatti.
Ma forse anche più di tutti i gatti.
Perché sono gatti, ma sono anche neri.
Auguri!
con la gentile collaborazione di Acquaforte
E ricordate sempre che ogni resistenza è inutile: se un gatto vi vuole, VI AVRA'!