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martedì 15 novembre 2016
Ai confini della realtà (post sulla realtà dei confini)
E' noto che ogni insegnante ci ha le sue (più o meno innocue) fissazioni. Una delle mie è che l'interrogazione di geografia su un paese o un continente comincia con l'indicazione dei confini, e che detti confini devono essere elencati in senso orario o antiorario, a piacer dell'alunno, ma non con la sequenza nord-sud-est-ovest oppure sparpagliati e come viene viene.
Non so donde mi venga questa (tutto sommato innocua) fissazione; forse da un condizionamento innestato ai tempi delle medie, quando mi chiamavano alla cattedra con l'atlante?
In tutti i casi non dovrebbe essere nulla di drammatico starmi dietro, se non quando i confini sono quelli della Russia (che, oggettivamente, confina con un numero di paesi immane e che spesso hanno pure nomi stranissimi) tanto più che interrogo alla carta geografica e, quando posso, alla LIM, dove il malcapitato di turno può tranquillamente passare dalla carta politica a quella fisica ogni volta che lo desidera.
Nei primi tempi capita spesso che il malcapitato in questione elenchi i confini con la sequenza nord-sud... e lì lo fermo e con bel garbo, gli ricordo che voglio i confini in senso orario o antiorario; il malcapitato si corregge e amen.
E c'è un altra cosa su cui insisto, e onestamente non posso definirla una fissazione: se un paese confina con qualche mare, voglio che mi venga detto il mare e non il paese o continente che arriva dopo il mare.
Lì succede qualcosa che ai miei occhi è estremamente misterioso.
"Mi raccomando" spiego sempre "Quando il paese o il continente confina con un mare mi dovete dire il mare, non quello che c'è dopo. Niente Regno Unito che confina con la Francia, niente Italia che confina con l'Africa, niente Danimarca che confina con la Svezia".
Ho imparato a fare questa precisazione dopo i primi, spiacevoli incidenti.
Col tempo ho anche imparato che fare questa precisazione non serviva a niente, ma la faccio lo stesso, per onor di bandiera e perché non si dica che non ci ho provato. Io non sono di quelli che tendono coscientemente trappole ai loro implumi allievi per ridere sadicamente di loro. Niente è più lontano dal mio modo di essere. E tuttavia: dopo la mia precisazione tutti proclamano in gran coro che no, assolutamente, chi mai potrebbe essere così scemo da sostenere che la Danimarca confina con la Svezia? Davvero a nessuna persona ragionevole verrebbe mai in mente di dire una stupidaggine del genere.
Si arriva poi alle interrogazioni e, regolarmente, la Grecia confina con l'Africa, l'Estonia con la Finlandia e Cipro con la Turchia. A tutt'oggi il pezzo migliore della mia collezione restano i Paesi Bassi i quali confinano con l'Inghilterra, da cui sono separati dal mar Baltico.
Segue invariabilmente una sceneggiata dove io, mostrando i segni del più acerbo dolore, sospiro e dico "ripensaci bene, caro/a, e guarda la carta" per poi proseguire con la domanda "e quella roba celestina/azzurra/azzurroscuro, cosa sarebbe secondo te?" e infine l'urlo "Mare! Quello è un mare! Non c'è niente di immorale nel confinare con uno o più mari, anche l'Italia è in gran parte circondata da mari e nessuno ci ha mai trovato da ridire!" e consimili esclamazioni altamente teatrali.
Ho visto studenti che sapevo essere perfettamente in grado di intendere e di volere, impuntarsi per un tempo interminabile sulla Grecia che confinava con l'Africa e perfino con la Turchia che confinava con l'Africa, mentre la classe cercava invano di fargli intendere ragione, e non voglio nemmeno provare a ricordare con cosa riusciva a confinare l'Irlanda (intesa come isola, non come Eire). E tutto ciò mi ha sempre immerso nel più profondo stupore non disgiunto da un certo sgomento.
Perché mai un territorio non può confinare col mare? Cos'ha il mare che non va? Perché il mare non può essere un confine lecito, legittimo, onesto e rispettabile?
Vallo a capire.
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venerdì 11 novembre 2016
Vacanze matte - Richard Powell
Il romanzo è stato scritto nel 1959 e tradotto immediatamente in Italia da Garzanti, che continuò a ristamparlo almeno fino al 1977. Quando da ragazzina leggevo Angelica o le storie di James Bond o un altro degli infiniti tascabili Garzanti che riempivano la mia libreria lo trovavo spesso pubblicizzato, ma aveva una copertina con delle facce talmente idiote che non mi venne mai la più vaga tentazione nemmeno di scorrerlo in libreria, nonostante che mi promettessero risate senza fine.
Adesso Einaudi l'ha ritradotto e impreziosito con una introduzione di Francesco Piccolo, che assicura che dentro ci sono gli antenati dei Simpson e Forrest Gump, e da una postfazione di Luca Briasco che, più sobramente, ci informa su chi era Richard Powell e cosa ha scritto e fatto nella sua vita.
Leggendo l'una e l'altra ho così scoperto che il libro con le facce idiote in copertina negli anni era diventato un cult e che ne veniva regolarmente chiesta la ristampa da un piccolo stuolo di lettori - quelli, per intenderci, che erano riusciti a metterci su le mani in biblioteca.
Proprio in biblioteca l'ho rivisto, con una copertina un po' meno demenziale, e ho deciso di dargli una possibilità.
Non è che abbia riso fino a farmi venire le convulsioni, e francamente non capisco cosa c'entrano i Simpson, con tutto il rispetto per quel nobile cartone animato, ma mi è piaciuto molto.
I protagonisti sono una famiglia... no, non sono propriamente una famiglia, anche se si considerano tali. Sono (in buona parte) un gruppo di Kwimper, una stirpe particolarissima e assai ambita dagli psicologi a scopo di studio. Il titolo originale del romanzo è Pioneer, go home! senza alcuna citazione di vacanze matte.
Ricominciamo e descriviamo il gruppo. Prima di tutto c'è il patriarca, chiamato semplicemente "papà" perché la storia è narrata dal figlio (si suppone che in un qualche tempo ci sia stata anche una madre, ma nel corso del romanzo non viene mai nominata). E' un brav'uomo, onesto, nemmeno tanto spiccio di modi, abituato a rapportarsi da pari a pari con lo Stato (che lo campa a suon di sussidi), con un etica piuttosto solida anche se a tratti un po' personale, e un ruvido fondo di buon senso. Non è un uomo di cultura, ma conosce il viver del mondo e soprattutto le leggi - in particolare sa quali leggi esistono anche senza aver letto i vari codici dei singoli stati, e sa anche a che periodo attribuirle, in modo da costringere i magistrati a cercarle - e, naturalmente, a trovarle. Non è autoritario né desidera esserlo, ed è senz'altro un padre affettuoso con tutto il gruppo.
Il figlio, Toby, è un bravo e candido ragazzo, bello e forte, beatamente inconsapevole dell'effetto che ha sulle donne e piuttosto ignaro di quelli che comunemente vengono chiamati "i fatti della vita". La sua etica è molto semplice: fare ciò che è giusto, aiutare chiunque quando può, dire sempre e comunque la verità. Il concetto di Male è assai estraneo al suo modo di essere, anche se è vagamente consapevole del fatto che da qualche parte probabilmente ne esiste un po'. Non solo è incapace di mentire, ma non concepisce nemmeno la pur vaga possibilità di farlo. Ed è un figlio devoto, in tutto e per tutto obbediente al padre.
Poi abbiamo la baby sitter, una graziosa fanciulla di nome Holly Jones: la classica fanciulla americana piena di senso pratico, un po' intimorita dalle autorità ma non del tutto ignara del viver del mondo. Ha fatto le medie, quindi è vista come l'intellettuale del gruppo, e gestisce i due gemelli con disciplina dolce ma implacabile.
E i due gemelli, naturalmente. Da dove parte il tema letterario dei gemelli americani discoli e irrefrenabili? Da molto lontano, credo, perché c'è già nel Fantasma di Canterville. Comunque i due gemelli sono proprio così: furbetti, simpatici, discoli e un po' irrefrenabili. Un po', non troppo.
Non sono figli di Papà, fanno parte di un ramo laterale della famiglia. Papà li ha presi con sé, intascando regolare assegno di mantenimento e li tratta con gran cura, oltre ad avere assunto una baby sitter proprio per loro.
La storia è semplice e molto, molto americana: tornando dalle vacanze, un po' per caso e molto per puntiglio il gruppo ignora un cartello di divieto di accesso e finisce così in una zona che non è del tutto di proprietà dello stato né di un altro stato; e dopo essere rimasto bloccata lì per qualche giorno decide di reclamare il terreno e di stabilircisi, avviando una piccola rivendita di esche con annesso noleggio di canne e barchette da pesca.
Inizialmente lo Stato cercherà di impedirglielo in ogni modo (anche lui in gran parte per puntiglio ma anche per partito preso e infine per pura ostinazione) ma sempre fallendo pietosamente; ma più avanti lo Stato, nelle vesti di un giudice capace di coniugare logica e senso dell'umorismo, accetterà il fatto compiuto e soggiogherà i Kwimper facendogli pagare un po' di tasse - nemmeno troppe, in verità.
E tutto ciò è molto divertente da leggere e incoraggia la fiducia del lettore nel genere umano e nella vita, ma gli ricorderà anche l'importanza dell'etica e della sincerità, oltre a trasmettere il messaggio che non c'è nulla di meglio del Sano e Onesto Lavoro: i Kwimper, usi a sfruttare tutti i possibili sussidi statali, di loro spontanea volontà accetteranno di lavorare per mantenersi, e anzi insisteranno per godere di tale privilegio, con grande giovamento per la loro salute fisica - né saranno i soli a scegliere (o riscegliere) questa strada nel corso del romanzo.
Molto adatto nei momenti di scoraggiamento o quando non si osa pensare di voler prendere una qualche iniziativa, e particolarmente adatto per chi è nato o vive in Italia.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a chiunque viva nella mia zona un lungo fine settimana molto casalingo, e tanta felicità ad anatre e paperelle di ogni specie. Che il diluvio sia con voi!
mercoledì 9 novembre 2016
Quel che se ne andrà se ne andrà / Quel che resterà resterà* (in USA c'è un nuovo presidente ma non è quel che volevo)
No, non ha vinto lei. Non per questo pubblicherò sul mio amato blog una foto di colui che ha vinto.
Tanto per cominciare, una considerazione: perché diavolo continuano a perseguitarci notte e giorno con i risultati di sondaggi elettorali se poi questi sondaggi risultano regolarmente sbagliati? Alla luce degli eventi occorsi negli ultimi anni, mi sembra che la prima spesa inutile della politica da abolire sia proprio quella dei sondaggi - e se proprio i vari partiti e movimenti vogliono mettere in giro dei sondaggi, li affidino a qualche studente squattrinato che li faccia a casaccio per una piccola mercede, così almeno quei soldi saranno spesi con un qualche utile.
Ufficialmente Hillary (rimasta sempre in testa, anche se di poco, sul suo avversario) aveva due-tre punti di vantaggio, djiventati cinque-sei proprio all'ultimo momento. Di fatto, nella Notte delle Elezioni, non è stata mai in vantaggio nemmeno per cinque minuti. Che cazzo hanno sondato? E se erano sondaggi truccati per influenzare l'elettorato, perché diffonderli anche all'estero, dove tanto non potevamo influire in alcun modo sul risultato?
L'idea che la signora Hillary Rodham coniugata Clinton, che quasi subito per me è diventata Hillary e basta, potesse un giorno diventare a sua volta presidente degli Stati Uniti cominciò a serpeggiare già poco dopo la prima elezione del di lei marito: si sapeva che aveva assai collaborato all'organizzazione della campagna elettorale, e che da sempre era una fida aiutante del consorte nei suoi incarichi politici. La candidatura sembrava ancora acerba allo scadere del secondo mandato di Bill Clinton, e nel corso degli anni il suo gradimento era assai calato. Di fatto ben presto ci si cominciò a lamentare che era troppo bella (?) e troppo autoritaria (?), poi ci fu quell'infelice riforma sanitaria che non riuscì a passare, e molti e molte disapprovarono che si fosse tenuta il marito anche dopo l'affaire Lewinsky - una cosa piuttosto incomprensibile per me, ma sembra che negli Stati Uniti sia stata interpretata come indice di avida ambizione e di bieco opportunismo - beh, se davvero di opportunismo si è trattato, non è stata una scelta vincente, ma quanto all'ambizione... come fa un qualsiasi essere umano a entrare nel giro dei possibili candidati alla presidenza se non è ambizioso/a fin nelle barbe? Sarebbe come lamentarsi di un violinista perché cura troppo la postura o l'intonazione: se non gli interessasse essere intonato farebbe probabilmente un altro mestiere.
Di fatto, la candidatura Rodham Clinton non ha mai funzionato troppo, anche la prima volta che la signora ci provò. Vero è che nelle primarie aveva contro Obama che, anche se si ostinava a essere nero**, sapeva come raccogliere consensi. Siccome anche Obama mi piaceva molto la cosa non mi dispiacque troppo.
Hillary aspettò, e nel frattempo lavorò in politica ad alto livello - e anche questo è piuttosto inusuale: di solito i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono ex governatori di successo di qualche stato, lei invece aveva già passato un sacco di tempo nella stanza dei bottoni. Proprio questo è l'aspetto che mi dispiace di più, a parte la simpatia personale per lei e l'antipatia per il vincitore: se avesse vinto lei, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti alla Casa Bianca sarebbe entrato qualcuno che sapeva già esattamente cosa aspettarsi e cosa voleva dire essere presidente. La circostanza non sembra essere ripetibile, almeno in tempi brevi, e difficilmente sarò lì a vedere il risultato di qualcuno che comincia a governare dal primo giorno sapendo già quel che c'è da sapere per sopravvivere agevolmente.
Nell'ultimo anno, almeno in Italia, Hillary si è fatta una reputazione agghiacciante che non sono riuscita a capire. Di solito si diceva che l'attuale vincitore era impresentabile e lei era comunque pessima, senza dare molti argomenti se non un vago "è una guerrafondaia". Che non so se sia vero, e ormai non lo saprò più: di riffa o di raffa qualche guerra l'hanno fatta tutti i presidenti USA (compreso il marito di Hillary) ma l'ultima gestione ha dovuto soprattutto intervenire sugli immani casini scatenati dal predecessore di Obama e so che in tanti (curdi compresi, che in materia si sono fatti una certa autorevolezza) si sono lamentati che gli interventi americani contro l'Isis non sono stati troppo massicci - ma non ci sarebbe alcun Isis, nella forma che conosciamo, se i due Bush non avessero assai generosamente contribuito alla causa.
Comunque sia, Hillary non tornerà alla Casa Bianca, e questo mi dispiace molto.
Commenti chi vuole e come vuole, prometto che non interverrò.
*ebbene, trattasi di due versi di una poesia cinese, pare riadattati da Mao Dse Dong.
La citazione completa è:
Quel che se ne andrà, se ne andrà
Quel che resterà, resterà.
Quando fiori di montagna adornano i miei capelli,
Non chiedermi dove sarà la mia casa.
L'autrice è Yan Rui.
Chissà se Acquaforte la conosce?
Io l'ho presa dal primo libro di Qiu Xiaolong.
**il commento "Sarebbe un buon candidato se non si ostinasse a essere nero" è autentico, ma in realtà fu usato a proposito di Jesse Jackson, che concorse con successo alle primarie delle elezioni dove fu eletto il primo Bush. Il candidato scelto poi perse rovinosamente, mentre Jackson si ritirò a metà primarie - per mancanza di fondi, suppongo, perché le elezioni andavano piuttosto bene.
La citazione completa è:
Quel che se ne andrà, se ne andrà
Quel che resterà, resterà.
Quando fiori di montagna adornano i miei capelli,
Non chiedermi dove sarà la mia casa.
L'autrice è Yan Rui.
Chissà se Acquaforte la conosce?
Io l'ho presa dal primo libro di Qiu Xiaolong.
**il commento "Sarebbe un buon candidato se non si ostinasse a essere nero" è autentico, ma in realtà fu usato a proposito di Jesse Jackson, che concorse con successo alle primarie delle elezioni dove fu eletto il primo Bush. Il candidato scelto poi perse rovinosamente, mentre Jackson si ritirò a metà primarie - per mancanza di fondi, suppongo, perché le elezioni andavano piuttosto bene.
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lunedì 7 novembre 2016
Cronaca di un trasloco (scolastico)
Una classe della scuola media di St. Mary Mead parte alla ventura,
portandosi dietro le consuete masserizie.
In tutti i casi, con l'aria che tira in queste settimane nell'Italia centrale (e St. Mary Mead si trova sull'orlo di una zona ad alto rischio sismico) la responsabile della Sicurezza ha stabilito che tenerlo nell'aula del secondo piano a un passo dalle scale di sicurezza non era davvero cosa: si imponeva dunque un trasloco di tutta la classe.
Detto fatto, è stato così stabilito che a partire da oggi la Seconda Amichevole avrebbe traslocato al posto di una Terza al piano terra, vicinissima all'uscita che dà sulla strada, allo scopo di permettere a Paciock di trarsi in salvo velocemente in caso di pericolo.
Così stamani alla prima ora sono entrata nella nostra nuova classe, accolta da non meno di quattro mani alzate. Dal primo banco Paciock mi ha fatto un sorriso un po' incerto.
Dopo avergli dato il bentornato (e avergli chiesto come stava, domanda cui ha risposto con un sorriso ancor più incerto) sono andata all'armadietto a controllare, e ho trovato un dizionario un po' lacero invece dello Zingarelli quasi nuovo che avevo provveduto a requisire prima dell'inizio delle lezioni per la Seconda.
"Antigone, saresti così gentile da portare in Terza questo dizionario e prendere invece il nostro Zingarelli?".
"Prof, lo Zingarelli è stato portato giù, insieme al dizionario dei sinonimi, è nell'altra parte dell'armadietto. Invece sono rimasti i moduli per l'evacuazione della Terza, e anche il piano della divisione della classe*".
Controllo e scopro che lo Zingarelli (e il dizionario dei sinonimi) effettivamente ci sono, e con questo ai miei occhi il trasloco poteva dirsi perfettamente riuscito.
E tuttavia devo ammettere che l'osservazione di Antigone merita attenzione. Così la incarico di portare alla Terza i suoi moduli, insieme al dizionario malandato, e di portare giù i nostri moduli, da riempire in caso di emergenza.
Antigone parte, e io mi occupo delle altre mani alzate.
Prima Lancelot "Prof, nella classe dov'eravamo prima la prima finestra non va aperta, ma loro non lo possono sapere perché il cartello che ci avevano messo per avvisare è caduto".
Opperdincibaccolina, mi dico** "Giusto. Per favore, vai su e avvisa immediatamente la Terza".
Dopo tocca a Ginny "Prof, qui è rimasta la lista degli incarichi per l'evacuazione della Terza, e la nostra è ancora su".
Oddoppioperdincibaccolina, mi dico. Guai se arriva il terremoto e non ci ricordiamo chi è l'aiuto disabili, visto che adesso il disabile ce lo abbiamo, ed è anche parecchio disabile e impedito nei movimenti.
"Vorresti allora andare su a portargli la loro lista e prendere la nostra?".
Ritorna Antigone. Attacco i moduli per l'evacuazione al chiodo. Cerco lo scotch nel cassetto della cattedra, ma non c'è.
"Alagna, andresti gentilmente dalla custode a chiedere lo scotch per fissare il piano di divisione all'armadio?".
Quarta mano "Prof, qui al banco abbiamo trovato un dizionario di inglese, ed è del Tale...".
"Lo mettiamo nell'armadio in bella vista e se lo verrà a prendere lui, non è che di mestiere fate i corrieri" decido brutalmente.
Sistemo il dizionario di inglese in bella vista. Metto sulla cattedra lo Zingarelli. Attacco il piano di divisione con lo scotch. Rimando lo scotch ai custodi.
Decido come sistemare un banco isolato rimasto solo soletto, spostando e disponendo gli altri banchi in modo che nessuno rischi di restare bloccato in caso di fuga.
Il tempo passa, ma sembra tutto a posto. Forse.
Vado al computer. Come nella precedente aula, non ha schermo. In compenso i cavi sono disperatamente aggrovigliati e il mouse è praticamente incastrato.
I cavi dei computer della scuola di St. Mary Mead sono sempre disperatamente aggrovigliati, tranne nelle classi dove insegno, dove provvedo a sbrogliarli (ma ogni volta che passa il prof. Jorge devo rifare il lavoro, perché evidentemente gli pare che un vero computer debba avere un mouse incastrato e i cavi tutti attorcigliati più volte su loro stessi).
Sbroglio un po' di cavi, ottenendo così una tastiera e un mouse abbastanza maneggevoli.
Accendo il computer e poi la LIM.
Il desktop è scialbo e insignificante, e pieno di icone del tutto insulse. Apro una nuova cartellina e infilo dentro tutti i file della Terza. Poi apro il registro, firmo le ore e segno l'unica assente.
"Cosa mettiamo come sfondo per il desktop?".
"Una talpa!" chiedono in parecchi.
...una talpa?
"Sì, una talpa con gli occhiali!".
Tutti premono per una talpa con gli occhiali.
E vabbé, il cliente ha sempre ragione. Digito "talpa con gli occhiali" su Google e, con mia infinita sorpresa, appaiono numerose immagini di una talpa con gli occhiali. Tutti guaiolano di entusiasmo.
La prima è piccola, la seconda è sfuocata ma la terza va benissimo, e così una grossa talpa con gli occhiali che tutti tranne me trovano deliziosa orna di sua insolita presenza il nostro desktop.
"Prof, ci cambia di nome al cestino?".
E' una fissa di tutta la scuola. Ogni classe ha un nome diverso al cestino del computer o della LIM. Stavolta, il nome scelto dopo regolare votazione per alzata di mano, è Asdrubale. E io non capisco, ma mi adeguo. La classe è loro, giusto? E' importante che gli alunni si sentano a loro agio nell'ambiente ion cui lavorano, giusto?
Allo scadere della mezz'ora tutti i corrieri sono rientrati, tutti i fogli della sicurezza sono stati sistemati e la LIM è pronta per una nuova fase della sua vita.
Scrivo sul registro elettronico, alla voce "argomento della lezione" Sistemazione della nuova classe, apro una cartina della Danimarca e finalmente la lezione propriamente detta può cominciare.
La Danimarca l'hanno studiata poco e male, ma va detto che hanno dimostrato molta attenzione per la parte burocratica e la salute del nostro infermo, osservando subito particolari, nemmeno troppo secondari, cui non avrei minimamente pensato - e ai quali, invece, sarebbe spettato a me pensare.
(O magari, almeno in parte, anche ai custodi?).
*ovvero le indicazioni per dividere la classe quando resta senza insegnanti
**Sì, si tratta proprio delle nuove e costosissime finestre installate due anni fa. Qualcuna è rotta, qualcuna è bloccata, qualcuna rischia di rimanerci in mano se la apriamo...
lunedì 31 ottobre 2016
Un sereno Halloween a tutti
E lo so che suona un controsenso,
ma quest’anno le porte del regno dei morti
si sono aperte con troppa forza
e siano ancora tutti un po’ scossi.
Dolcetti e scherzetti per tutti,
con la speranza
che la richiusa sia più dolce.
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sabato 29 ottobre 2016
E' il genitore un agrume succoso / ed ognuno ne brama uno spicchio
Una fresca e dissetante riunione di genitori, pronti per essere spremuti
Quest'anno #ioleggoperché, la campagna promossa dall'Associazione Italiana Editori per diffondere la lettura, è indirizzata (anche) alle biblioteche scolastiche.
Siccome l'iniziativa godeva dell'appoggio delle Alte Sfere della scuola la nostra disastrata segreteria, in un poderoso sforzo di efficienza, è riuscita a mettermene al corrente con un rispettabile anticipo invece di avvisarmi due giorni dopo la scadenza definitiva come è solita fare; e il fatto che una volta tanto fossi già informatissima sulla faccenda per vie private è un dettaglio del tutto secondario.
In effetti mi ha fatto piacere vedere che, lentamente ma in modo continuativo, nelle viscere della scuola si va diffondendo la consapevolezza che nella scuola media di St. Mary Mead esiste una biblioteca che vive e lotta insieme a noi.
In verità la biblioteca esiste, ma l'anno per lei è iniziato proprio male: solo poche, fortunate classi sono riuscite a farci almeno una visita per prendere libri, perché la poverina era perennemente invasa da tecnici che cercavano di far funzionare una rete che a tutt'oggi si rifiuta ostinatamente di fare il suo dovere per tempi più lunghi di due giorni.
E assolutamente nessuno tranne me ha potuto vedere le due scatole di nuovi libri che la scuola ha alfine acquistato dopo lunghe insistenze, più qualche regalo sparso arrivato alla spicciolata più la nuova serie del Giralibro, perché ancora non sono riuscita a catalogarli.
E tutto ciò è assai irritante, ma non cancella il fatto che la biblioteca stia effettivamente prendendo forma e garbo: addirittura, quest'anno, una volta conclusa definitivamente l'invasione dei tecnici, dovrebbe partire un pingue orario di apertura di ben due ore a settimana, in virtù del mio indefesso stakanovismo e soprattutto di un ora del mitico potenziamento della Buona Scuola, che si è infine degnata di fornirci almeno un ritaglio di ore di Lettere (oltre alla cattedra aggiuntiva di Arte che è stata subito fagocitata da un Grandioso Progetto assai artistico).
Ma torniamo a #ioleggoperché.
L'iniziativa si presenta con l'assai eroico titolo di Pronti a tutto per donare un libro ed ha anche il suo bravo banner:
Prima di tutto la scuola si iscrive all'iniziativa.
Poi, sempre la scuola, sceglie tre librerie con cui gemellarsi, dall'elenco di quelle che hanno accettato di partecipare.
E qui cominciano i problemi, per le piccole scuole di paese.
Mi rendo conto che in città tutto è più semplice, specie se la città è Firenze, dove notoriamente le librerie non mancano (anche se, ahimé, sono meno di un tempo e quelle più belle e storiche sono quasi tutte scomparse). Ma, per l'appunto, St. Mary Mead è un paesello, e librerie non ne ha. Ci sono sì un paio di cartolibrerie, una delle quali tiene sempre in vetrina una mezza dozzina di titoli che rivelano un certo gusto nella scelta - ma, naturalmente, a gemellarsi non ci avevano nemmeno pensato, anche perché probabilmente del tutto ignare dell'evento in corso.
A Lungacque, il paese dove abito e che dista pochi chilometri da St. Mary Mead, di librerie ce ne sono invece ben tre, piuttosto fornite, e all'apparenza sembrano godere di una discreta salute. Una sola di loro però era gemellabile. Nei due grandi paesi più vicini le librerie non erano gemellabili, e insomma, per le altre due toccava rivolgersi a Firenze.
Così ne ho scelte un paio vicino alla stazione ferroviaria, con molti dubbi; i quali dubbi, sia chiaro, non erano rivolti alla qualità delle librerie, entrambe assai note e degne di ogni stima, bensì alla effettiva possibilità che qualche genitore fosse disposto a farsi il viaggio necessario al solo scopo di andare a comprare libri da regalare alla nostra biblioteca scolastica.
Perché, in sintesi, l'iniziativa consisteva appunto in questo: si potevano comprare libri da regalare alla biblioteca scolastica, in un arco di tempo di circa dieci giorni, con il vantaggio che gli editori, per ogni libro acquistato dai munifici genitori, ne avrebbero donato un altro alla biblioteca.
Ho cercato invano indicazioni su come sarebbero stati questi ipotetici libri in omaggio: scelti dalla scuola? Dai librai? Dall'Associazione Italiana Editori? Proporzionati al prezzo dei libri acquistati? Non è specificato in nessun modo.
#ioleggoperché ha messo a disposizione in rete un certo numero di banner, e una locandina in A3 - e già lì si andava oltre alle modeste possibilità della nostra scuola, che non ha una stampante per fogli A3. In A4 comunque sia i banner che il volantino rifiutavano ostinatamente di farsi stampare.
Forse perché consapevoli di non essere un granché?
Magari un giorno qualcuno mi spiegherà perché nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il lettore debba sempre apparire come un perfetto deficiente, ma se lo farà gli serviranno un bel po' di argomenti per convincermi che questo sia materiale pubblicitario valido.
Bello o brutto che sia (e a me pare decisamente brutto) non si capisce comunque perché fosse così complicato da stampare. Non sono una grafica né un fulmine di guerra informatico, ma non sono nemmeno più imbranata della media: quel che non riesce a me lascia a piedi anche molti altri, senza contare che al momento nelle scuole quasi tutti si arrangiano con il personale che hanno, il che obbliga a limitare molto le pretese sui requisiti necessari (e anche sulle attrezzature necessarie).
La propaganda vera e propria comunque dovevano farla le scuole, col passaparola e simili. E solo le scuole potevano farla, perché l'iniziativa non ha fatto molto parlare di sé in giro.
Giusto perché ormai ero in ballo e per onor di bandiera ho stampato uno dei banner orizzontali, a prezzo di eroici sforzi e di molte imprecazioni, e l'ho usato come intestazione per un volantino che ho fatto fotocopiare e distribuire nelle classi, giusto perché a quel punto tanto valeva provarci e se l'esperimento avrà un futuro (cosa di cui personalmente dubito) in questo modo ho aperto il solco di una tradizione.
E poi è tutta esperienza, immagino.
Tuttavia secondo me l'iniziativa ha un problema di base: poggia sul consueto assunto dei genitori visti come agrumi da spremere.
Vediamola dal punto di vista dell'agrume, voglio dire del genitore.
E supponiamo, per amor di dialettica, che l'agrume in questione sia un genitore, o anche un alunno, molto amante della lettura: grazie a questa grandiosa iniziativa egli, o ella, gode del mirabile privilegio di comprare dei libri per regalarli a una biblioteca scolastica - una cosa, peraltro, che può fare esattamente allo stesso prezzo ogni mese dell'anno e ogni qual volta gliene punga vaghezza.
In cambio cosa ne ricava?
Il piacere di fare un regalo alla biblioteca in questione, e nient'altro - niente sconti, o facilitazioni su futuri acquisti, o punti su eventuali tessere fedeltà legate all'iniziativa, o omaggi di un qualsiasi tipo. Niente di niente di niente.
Quindi la scuola di turno, dopo avere sfinito il genitore con gli acquisti dei libri di scuola, di attrezzature varie e pure del famoso contributo volontario (che da qualche tempo, mi dicono, i genitori stanno prendendo l'abitudine di scegliere volontariamente di non pagare) ad anno scolastico appena iniziato, richiedere altri soldi per i libri della biblioteca.
Lasciamo perdere il fatto che in Italia la maggior parte delle famiglie legge poco; ma anche quelle famiglie dove si legge molto e che in libreria ci vanno spesso e volentieri, se devono spendere soldi per dei libri, non preferiranno forse spenderli per comprare qualcosa per la libreria dei loro figli invece che per la biblioteca scolastica che, infine, è la biblioteca di una scuola pubblica e dunque dovrebbe essere sovvenzionata dallo Stato, come tutto ciò che riguarda la scuola pubblica?
Oso dire che è possibile. Sì, ritengo possibile ciò.
Aggiungo che io stessa, se fossi un genitore, probabilmente mi comporterei così.
Per questo di solito le Mostre del Libro a scuola funzionano bene: i ragazzi si scelgono per proprio diporto dei libri che li ispirano (e che i genitori pagano) e una parte dell'incasso si trasforma in omaggi per la biblioteca della scuola. E' un meccanismo virtuoso, dove tutti ricavano qualcosa e nessuno ci rimette. Le famiglie, ad esempio, ci mettono dei soldi ma ne ricavano un po' di libri e un figlio almeno temporaneamente di buon umore - una cosa, quest'ultima, che corre voce i genitori apprezzino moltissimo e per la quale spendono sempre volentieri avendone la possibilità.
Non so se un acquisto per la biblioteca di scuola innescherebbe lo stesso circolo psicologico virtuoso, anche perché la biblioteca della scuola è costruita con criteri diversi dalla libreria di casa - e in effetti serve anche scopi che vanno oltre al "prendiamo un buon libro per rilassarci o smaltire questa giornata che è andata proprio storta". La famiglia compra un libri a tastoni, su indicazione della scuola o dei librai, non ha nessuna certezza che il figlio ne beneficerà in qualche modo e l'unica, modesta soddisfazione che ne ricava è di aver tappato una falla dello stato.
Mah.
Naturalmente una scuola con grossi numeri, uno zoccolo duro di studenti abituati ad andare per librerie e una biblioteca ben organizzata e perfettamente funzionante potrebbe ricavarne qualcosa, o anche più di qualcosa, con un accorta opera di propaganda; in effetti dalla classifica dei risultati risulta che una manciata di queste scuole c'è, e ha tratto buon frutto da questa campagna acquisti.
Tuttavia la gran parte delle biblioteche scolastiche non se la passa molto meglio di quella di St. Mary Mead ed è parimenti gestita in modo assai acrobatico da insegnanti che se ne occupano nei ritagli di tempo e con gran sfoggio di volontariato, spesso senza tempo o competenza da dedicare ad operazioni di marketing e con bacini di utenza decisamente ridotti.
E infatti a un giorno dalla scadenza la classifica nazionale comprende 108 biblioteche scolastiche, di cui le ultime 8 hanno nel carniere un libro, e le ultime 21 hanno ottenuto dai cinque libri in giù. Non mi sembrano esattamente grandi numeri. E sospetto che di questa iniziativa abbiano beneficato le biblioteche che già funzionano, più che quelle che si arrangiano alla meno peggio.
Come usa dire in questi casi, l'idea di fondo ha delle potenzialità ma presenta notevoli margini di miglioramento.
Siccome l'iniziativa godeva dell'appoggio delle Alte Sfere della scuola la nostra disastrata segreteria, in un poderoso sforzo di efficienza, è riuscita a mettermene al corrente con un rispettabile anticipo invece di avvisarmi due giorni dopo la scadenza definitiva come è solita fare; e il fatto che una volta tanto fossi già informatissima sulla faccenda per vie private è un dettaglio del tutto secondario.
In effetti mi ha fatto piacere vedere che, lentamente ma in modo continuativo, nelle viscere della scuola si va diffondendo la consapevolezza che nella scuola media di St. Mary Mead esiste una biblioteca che vive e lotta insieme a noi.
In verità la biblioteca esiste, ma l'anno per lei è iniziato proprio male: solo poche, fortunate classi sono riuscite a farci almeno una visita per prendere libri, perché la poverina era perennemente invasa da tecnici che cercavano di far funzionare una rete che a tutt'oggi si rifiuta ostinatamente di fare il suo dovere per tempi più lunghi di due giorni.
E assolutamente nessuno tranne me ha potuto vedere le due scatole di nuovi libri che la scuola ha alfine acquistato dopo lunghe insistenze, più qualche regalo sparso arrivato alla spicciolata più la nuova serie del Giralibro, perché ancora non sono riuscita a catalogarli.
E tutto ciò è assai irritante, ma non cancella il fatto che la biblioteca stia effettivamente prendendo forma e garbo: addirittura, quest'anno, una volta conclusa definitivamente l'invasione dei tecnici, dovrebbe partire un pingue orario di apertura di ben due ore a settimana, in virtù del mio indefesso stakanovismo e soprattutto di un ora del mitico potenziamento della Buona Scuola, che si è infine degnata di fornirci almeno un ritaglio di ore di Lettere (oltre alla cattedra aggiuntiva di Arte che è stata subito fagocitata da un Grandioso Progetto assai artistico).
L'iniziativa si presenta con l'assai eroico titolo di Pronti a tutto per donare un libro ed ha anche il suo bravo banner:
che ha se non altro il pregio di descrivere con una certa chiarezza il procedimento.
Poi, sempre la scuola, sceglie tre librerie con cui gemellarsi, dall'elenco di quelle che hanno accettato di partecipare.
E qui cominciano i problemi, per le piccole scuole di paese.
Mi rendo conto che in città tutto è più semplice, specie se la città è Firenze, dove notoriamente le librerie non mancano (anche se, ahimé, sono meno di un tempo e quelle più belle e storiche sono quasi tutte scomparse). Ma, per l'appunto, St. Mary Mead è un paesello, e librerie non ne ha. Ci sono sì un paio di cartolibrerie, una delle quali tiene sempre in vetrina una mezza dozzina di titoli che rivelano un certo gusto nella scelta - ma, naturalmente, a gemellarsi non ci avevano nemmeno pensato, anche perché probabilmente del tutto ignare dell'evento in corso.
A Lungacque, il paese dove abito e che dista pochi chilometri da St. Mary Mead, di librerie ce ne sono invece ben tre, piuttosto fornite, e all'apparenza sembrano godere di una discreta salute. Una sola di loro però era gemellabile. Nei due grandi paesi più vicini le librerie non erano gemellabili, e insomma, per le altre due toccava rivolgersi a Firenze.
Così ne ho scelte un paio vicino alla stazione ferroviaria, con molti dubbi; i quali dubbi, sia chiaro, non erano rivolti alla qualità delle librerie, entrambe assai note e degne di ogni stima, bensì alla effettiva possibilità che qualche genitore fosse disposto a farsi il viaggio necessario al solo scopo di andare a comprare libri da regalare alla nostra biblioteca scolastica.
Perché, in sintesi, l'iniziativa consisteva appunto in questo: si potevano comprare libri da regalare alla biblioteca scolastica, in un arco di tempo di circa dieci giorni, con il vantaggio che gli editori, per ogni libro acquistato dai munifici genitori, ne avrebbero donato un altro alla biblioteca.
Ho cercato invano indicazioni su come sarebbero stati questi ipotetici libri in omaggio: scelti dalla scuola? Dai librai? Dall'Associazione Italiana Editori? Proporzionati al prezzo dei libri acquistati? Non è specificato in nessun modo.
#ioleggoperché ha messo a disposizione in rete un certo numero di banner, e una locandina in A3 - e già lì si andava oltre alle modeste possibilità della nostra scuola, che non ha una stampante per fogli A3. In A4 comunque sia i banner che il volantino rifiutavano ostinatamente di farsi stampare.
Forse perché consapevoli di non essere un granché?
Magari un giorno qualcuno mi spiegherà perché nelle campagne pubblicitarie pro-lettura il lettore debba sempre apparire come un perfetto deficiente, ma se lo farà gli serviranno un bel po' di argomenti per convincermi che questo sia materiale pubblicitario valido.
Bello o brutto che sia (e a me pare decisamente brutto) non si capisce comunque perché fosse così complicato da stampare. Non sono una grafica né un fulmine di guerra informatico, ma non sono nemmeno più imbranata della media: quel che non riesce a me lascia a piedi anche molti altri, senza contare che al momento nelle scuole quasi tutti si arrangiano con il personale che hanno, il che obbliga a limitare molto le pretese sui requisiti necessari (e anche sulle attrezzature necessarie).
La propaganda vera e propria comunque dovevano farla le scuole, col passaparola e simili. E solo le scuole potevano farla, perché l'iniziativa non ha fatto molto parlare di sé in giro.
Giusto perché ormai ero in ballo e per onor di bandiera ho stampato uno dei banner orizzontali, a prezzo di eroici sforzi e di molte imprecazioni, e l'ho usato come intestazione per un volantino che ho fatto fotocopiare e distribuire nelle classi, giusto perché a quel punto tanto valeva provarci e se l'esperimento avrà un futuro (cosa di cui personalmente dubito) in questo modo ho aperto il solco di una tradizione.
E poi è tutta esperienza, immagino.
Tuttavia secondo me l'iniziativa ha un problema di base: poggia sul consueto assunto dei genitori visti come agrumi da spremere.
Vediamola dal punto di vista dell'agrume, voglio dire del genitore.
E supponiamo, per amor di dialettica, che l'agrume in questione sia un genitore, o anche un alunno, molto amante della lettura: grazie a questa grandiosa iniziativa egli, o ella, gode del mirabile privilegio di comprare dei libri per regalarli a una biblioteca scolastica - una cosa, peraltro, che può fare esattamente allo stesso prezzo ogni mese dell'anno e ogni qual volta gliene punga vaghezza.
In cambio cosa ne ricava?
Il piacere di fare un regalo alla biblioteca in questione, e nient'altro - niente sconti, o facilitazioni su futuri acquisti, o punti su eventuali tessere fedeltà legate all'iniziativa, o omaggi di un qualsiasi tipo. Niente di niente di niente.
Quindi la scuola di turno, dopo avere sfinito il genitore con gli acquisti dei libri di scuola, di attrezzature varie e pure del famoso contributo volontario (che da qualche tempo, mi dicono, i genitori stanno prendendo l'abitudine di scegliere volontariamente di non pagare) ad anno scolastico appena iniziato, richiedere altri soldi per i libri della biblioteca.
Lasciamo perdere il fatto che in Italia la maggior parte delle famiglie legge poco; ma anche quelle famiglie dove si legge molto e che in libreria ci vanno spesso e volentieri, se devono spendere soldi per dei libri, non preferiranno forse spenderli per comprare qualcosa per la libreria dei loro figli invece che per la biblioteca scolastica che, infine, è la biblioteca di una scuola pubblica e dunque dovrebbe essere sovvenzionata dallo Stato, come tutto ciò che riguarda la scuola pubblica?
Oso dire che è possibile. Sì, ritengo possibile ciò.
Aggiungo che io stessa, se fossi un genitore, probabilmente mi comporterei così.
Per questo di solito le Mostre del Libro a scuola funzionano bene: i ragazzi si scelgono per proprio diporto dei libri che li ispirano (e che i genitori pagano) e una parte dell'incasso si trasforma in omaggi per la biblioteca della scuola. E' un meccanismo virtuoso, dove tutti ricavano qualcosa e nessuno ci rimette. Le famiglie, ad esempio, ci mettono dei soldi ma ne ricavano un po' di libri e un figlio almeno temporaneamente di buon umore - una cosa, quest'ultima, che corre voce i genitori apprezzino moltissimo e per la quale spendono sempre volentieri avendone la possibilità.
Non so se un acquisto per la biblioteca di scuola innescherebbe lo stesso circolo psicologico virtuoso, anche perché la biblioteca della scuola è costruita con criteri diversi dalla libreria di casa - e in effetti serve anche scopi che vanno oltre al "prendiamo un buon libro per rilassarci o smaltire questa giornata che è andata proprio storta". La famiglia compra un libri a tastoni, su indicazione della scuola o dei librai, non ha nessuna certezza che il figlio ne beneficerà in qualche modo e l'unica, modesta soddisfazione che ne ricava è di aver tappato una falla dello stato.
Mah.
Naturalmente una scuola con grossi numeri, uno zoccolo duro di studenti abituati ad andare per librerie e una biblioteca ben organizzata e perfettamente funzionante potrebbe ricavarne qualcosa, o anche più di qualcosa, con un accorta opera di propaganda; in effetti dalla classifica dei risultati risulta che una manciata di queste scuole c'è, e ha tratto buon frutto da questa campagna acquisti.
Tuttavia la gran parte delle biblioteche scolastiche non se la passa molto meglio di quella di St. Mary Mead ed è parimenti gestita in modo assai acrobatico da insegnanti che se ne occupano nei ritagli di tempo e con gran sfoggio di volontariato, spesso senza tempo o competenza da dedicare ad operazioni di marketing e con bacini di utenza decisamente ridotti.
E infatti a un giorno dalla scadenza la classifica nazionale comprende 108 biblioteche scolastiche, di cui le ultime 8 hanno nel carniere un libro, e le ultime 21 hanno ottenuto dai cinque libri in giù. Non mi sembrano esattamente grandi numeri. E sospetto che di questa iniziativa abbiano beneficato le biblioteche che già funzionano, più che quelle che si arrangiano alla meno peggio.
Come usa dire in questi casi, l'idea di fondo ha delle potenzialità ma presenta notevoli margini di miglioramento.
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venerdì 28 ottobre 2016
Kristina Ohlsson - I bambini di cristallo
In prossimità di Halloween voglio partecipare al Venerdì del Libro di Homemademamma con una bella storia di fantasmi, o meglio qualcosa che ci assomiglia davvero molto.
Ufficialmente questo romanzo (breve) appartiene al filone di letteratura per ragazzi, ma io me lo sono letto con gran piacere e mi sento di raccomandarlo a tutti gli amanti del genere. E' una bella storia, ben costruita e ben raccontata, e contiene buona parte degli elementi più classici della storia di fantasmi - trasportati senza problemi ai giorni nostri, perché i topi letterari più classici viaggiano nel tempo senza problemi.
Siamo all'inizio dell'estate, in una qualche parte della Svezia, ai giorni nostri o quasi (scarseggiano i cellulari e Internet contiene solo le notizie più recenti, mentre le riviste sono solo archiviate su microfilm) in un paese situato molto vicino ad una cittadina; e giusto da quella cittadina arrivano una coppia composta di madre e figlia in cerca di una casa da acquistare.
Veramente la figlia non cercherebbe un bel nulla, perché stava comodissima a casa sua; ma la madre, dopo la morte piuttosto improvvisa del marito per malattia, ha deciso di cambiare casa e zona per lasciarsi indietro un po' di ricordi. Entrambi i punti di vista sono perfettamente comprensibili, ma noi seguiamo soprattutto quello di Billie, la figlia.
La casa è piccola e piuttosto carina, ma viene venduta ammobiliata e i mobili sono vecchiotti; per giunta chi si occupa della vendita - non un vero agente immobiliare, piuttosto una persona che fa un favore ai vecchi proprietari, andati via abbastanza all'improvviso - si contraddice più di una volta, imbastendo un racconto che a Billie suona sospetto.
La madre non nota niente di insolito e acquista la casa - che, si capisce, ha un prezzo molto, molto conveniente...
Una volta trasferite, Billie comincia a notare diverse cose strane: non solo il grande zampettare degli uccelli sul tetto (di cui erano state avvisate) ma anche fenomeni piuttosto inspiegabili, come il misterioso battere alla finestra di notte, un lampadario che oscilla anche quando non c'è vento eccetera. La madre attribuisce il tutto a una certa malafede di Billie, dovuta al fatto che ha lasciato malvolentieri la vecchia casa nella cittadina, ma il lettore sa che Billie è assolutamente sincera.
Inoltre, dovunque vada la ragazzina trova gente che, appena saputo dove abita, cambia espressione, mostra grande stupore e inizia discorsi che poi non conclude; tra questi, immancabile, la classica vecchia vestita di nero che profetizza grandi disgrazie per chi abita in quella casa, che ha cambiato davvero parecchi proprietari.
Aiutata da due amici Billie comincia a cercare informazioni sulla misteriosa casa, fino ad approdare in biblioteca, dove un meraviglioso bibliotecario si prende a cuore la loro causa e gli spiega come procurarsi notizie.
Arriva la prima soluzione, che sarà poi ribaltata da un colpo di scena finale. I fantasmi ci sono, no, non sono fantasmi... o forse sì? Il libro si chiude lasciando nuovamente insospettiti sia il lettore sia Billie.
Consigliato dai nove anni in su. La protagonista passa dei momenti piuttosto inquieti, ma l'atmosfera, seppure carica di mistero, non è torbida e il racconto evita con cura di spaventare il lettore, se proprio il lettore non è decisissimo a farsi almeno un po' spaventare.
Buon Halloween a tutti e possano le vostre zucche ghignare sinistramente nella notte!
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martedì 25 ottobre 2016
Cuori spezzati (post didattico-letterario)
Questo bel quadro di Botticelli è ispirato alla novella di Boccaccio su Nastagio degli Onesti, che seppe utilizzare una caccia infernale per convincere una nobile fanciulla ad amarlo
Ci tengo a precisare che questo non è un post dedicato alle traversine sentimentali dei miei amati alunni (di cui al momento non so nulla) bensì agli imprevisti che talvolta sovvengono a causa di una programmazione didattica non adeguatamente curata.
Ordunque in seconda media è tradizione dedicarsi ad alcuni particolari argomenti: fantasmi e horror, avventura, storie di amicizia eccetera.
Ho così esordito con un bel racconto di fantasmi: Cuori strappati, di M.R. James, che si trova spesso anche nelle antologie. La storia, come indica il titolo, parla appunto dei cuori che sono stati strappati a due ragazzini da un pazzo che cercava di guadagnarsi con ciò l'immortalità, mentre un terzo ragazzino si salva soprattutto grazie all'intervento dei fantasmi dei primi due.
La lettura scorre bene ma, dopo la fine, i ragazzi si lanciano in una serie di commenti piuttosto rabbrividiti.
"Io stanotte non dormo!"
"Io non dormirò per una settimana!"
"Io vado a dormire nel letto dei miei!"
"Mah, a me ha fatto proprio paura".
"...non vi è piaciuto?" chiedo perplessa. Di solito le classi intascano le più orripilanti storie di horror e fantasmi senza batter ciglio.
"Sì che ci è piaciuto" assicurano tutti "Ce ne fa leggere un altro?".
"Vedremo" dico cautamente.
Il giorno dopo, a fianco di alcuni che assicurano di aver goduto di un sonno tranquillo e sereno, altri descrivono una notte inquieta e costellata da sogni di vasche vuote e strani esseri unghiuti e graffianti.
D'accordo, il pubblico ha sempre ragione; però, se la classe è così impressionabile, conviene lasciar perdere il filone horror e dedicarsi ad altro, almeno per il momento.
Perché non cominciare Boccaccio? Una bella storia d'amore va sempre bene.
Da sempre, la prima storia di Boccaccio che faccio leggere è quella di Guiglielmo di Rossiglione che dà da mangiare alla moglie il cuore del di lei amante, Guiglielmo di Guardastagno: è breve, concisa e introduce una bella serie di temi legati a un medioevo che nei libri scolastici compare piuttosto raramente, almeno alle medie. Il brusco finale a sorpresa li lascia sempre piuttosto interdetti e, regolarmente, affiora la domanda "Ma non poteva semplicemente lasciare sua moglie?".
Stavolta però il primo commento è stato "Un altro cuore strappato, e pure fatto a pezzi e cucinato? Ma GULP!".
Solo in quel momento mi sono resa conto che sì, in effetti i due racconti avevano almeno un tema in comune, se pure in contesti assai diversi.
"D'accordo, con i cuori, cucinati o strappati che siano, abbiamo decisamente già dato" mi dico. A quel punto di solito faccio leggere la novella dei tre anelli, ma per vari motivi la vorrei fare più avanti.
"Voglio una storia d'amore a lieto fine" decido. Scorro l'indice del Decameron e infine scelgo la novella di Nastagio degli Onesti e della caccia infernale. Magari potremmo anche leggere il passo di Dante da cui prende spunto, più avanti (ma anche no).
Comunque non rileggo la novella. Dopotutto, la conosco già, giusto?
Prima di iniziare la lettura decido che è tempo di cambiare il desktop della LIM, profittando del fatto che da ben 36 ore godiamo di una efficace connessione a Internet. Basta col Trionfo della Morte, messo ai tempi della Peste del Trecento, è il momento di un bel quadro rinascimentale.
"Vedete? Qui ci sono tante belle signore e tanti bei signori che siedono in pineta per un ricco banchetto. Questo è un liuto, perché durante i ricchi banchetti c'erano i musicisti, queste sono navi che lasciano il porto e vanno a commerciare, questo è lo stemma dei Medici, ammirate la bellezza dei vestiti..." e bla e bla.
Il quadro viene doverosamente apprezzato.
E si passa alla lettura. Arrivati alla caccia infernale si discute su come mai nel quadro ci siano un cane bianco e uno nero oltre a un cavallo bianco, mentre nella novella cani e cavalli sono tutti rigorosamente neri.
"Uno dei cani è bianco perché viene da dio mentre l'altro è nero perché viene dal diavolo?" suggerisce qualcuno.
"No, non credo. In effetti sono entrambi al servizio del diavolo per ordine di dio. Non saprei dire perché hanno colori diversi".
"Secondo me è un fatto di colori. Un cavallo nero in quel punto del quadro avrebbe appesantito il dipinto".
Ho un sospetto del genere anch'io, ma data la mia totale ignoranza in materia di pittura mi guardo bene dall'esprimere un parere in merito.
La caccia va avanti, e finalmente il cavaliere raggiunge la povera fanciulla, la apre... e tira fuori il cuore con quel che vi sta intorno per darlo in pasto ai feroci mastini.
"Un altro cuore strappato!"
"Quest'anno è una costante"
"Cuori strappati, fatti a pezzetti, sbranati, cucinati... ne abbiamo viste di tutte!".
"Ehm... confesso che mi ero completamente dimenticata di questo particolare" ammetto assai contrita.
"E ci sono anche i fantasmi!"
"Sì, decisamente ci sono anche i fantasmi".
"Anche i cani sono fantasmi?"
"Credo di no. Secondo la cultura del medioevo gli animali non hanno un anima e dunque..."
La classe insorge "Come sarebbe che non hanno un anima?!?"
"Ho detto 'secondo la cultura del medioevo'. Credo che i cani siano spiriti infernali, come il cavallo. Poi, per conto mio, sono convintissima che gli animali abbiano un anima..."
"Certo che sì!"
"...ma per la teologia cattolica dell'epoca non era così. Sapete, può capitare che ci siano delle differenze culturali...".
La classe bofonchia.
Ma credo sia arrivato il momento di proporre una storia rigorosamente senza cuori strappati e senza fantasmi, di Boccaccio o di chiunque altro.
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mercoledì 19 ottobre 2016
Quel che gli insegnanti non dicono
Noi insegnanti siamo così, dolcemente complicati. E' difficile spiegare...
Ora libera in Sala Insegnanti con i due nuovi colleghi di Arte, Artemisia e Velazquez.
"Certo, questo registro elettronico..." osserva Velazquez con aria vagamente schifata "Mi disturba poter mettere solo i voti e i mezzi voti".
"Ma no, ci sono anche i più e i meno" spiego, disponibile a illustrare come qualmente il registro elettronico li accetti senza protestare.
Velazquez mi rivolge quello sguardo di coraggiosa sofferenza ben espresso dal Gufatto in basso a sinistra "Ma non c'è il 7/8".
Abbasso gli occhi e sospiro "Manca tanto anche a me" confesso.
Artemisia ammette che anche lei soffre per cotal lacuna del registro elettronico.
Rafforzata dalla comprensione altrui mi azzardo a confidare "A me manca tanto anche 7 meno meno".
"Oh sì!" convengono i colleghi "Il 7 meno meno era magnifico".
"Riempiva l'occhio in un altro modo"
"Parlava così bene..."
"Quella sequenza: 7 e mezzo, 7/8, 8 meno meno. Era così eloquente..."
"Pur nelle sue minime sfumature di differenza..."
"E adesso c'è soltanto il 7 e mezzo..."
"Del tutto inadeguato".
"Davvero!"
Nota Bene: non dico che tutti gli insegnanti si strappino i capelli perché sui registri elettronici (ragionevolmente, mi tocca dire) non ci sono più né il 7/8 né l'8 meno meno, e tanto meno "l'otto meno ma qualcosa di più" di una mia antica insegnante. Dico solo che alcuni insegnanti, tra i quali io, soffrono profondamente di questa mancanza.
Siamo fatti così, che ci volete fare.
venerdì 14 ottobre 2016
Il Vicolo della Polvere Rossa - Qiu Xiaolong
La moderna Cina è ai miei occhi quanto di più sconosciuto possa esserci, nonostante i molti scolari cinesi da me incrociati nei miei primi anni di insegnamento, quando abitavo ancora a Firenze, e la mia abituale frequentazione di ristoranti e rosticcerie cinesi. Non che conosca qualcosa nemmeno della Cina antica, intendiamoci.
Così, desiderosa di farmi una pur minima idea di che pianeta sia adesso la Cina ho colto il suggerimento di Acquaforte di provare con i gialli di tal Qiu Xiaolong; e siccome non c'era nessunissima speranza che riuscissi a ricordarmi il suo nome me lo sono appuntato sul mio fedele taccuino-da-libri, insieme ad un po' di titoli e a un appunto sulla biblioteca dov'era reperibile.
Proprio nei giorni in cui sono andata a cercarlo, nella biblioteca stavano facendo grandi lavori di riordino a scaffali aperti, così mi sono dovuta arrangiare da sola, e ho preso il primo che sono riuscita a trovare, piuttosto corto e con un titolo attraente: un giallo ambientato in un vicolo, con tutti gli intrighi relativi, poteva perfino avere un tono un po' inglese.
Arrivata a casa ho scoperto che non si trattava affatto di un giallo: ad un certo punto della sua vita, nel 2005, l'autore, riparato negli USA dopo l'affaire di Tiennanmen, ha deciso di scrivere una serie di brevi racconti che seguivano la storia della Cina dal 1949 al 2003, tutti ambientati appunto in questo vicolo detto della Polvere Rossa, situato in un angolo di Shangai molto vicino alla zona centrale ma anche molto ben riparato.
A sera gli abitanti si ritrovano fuori di casa, nel vicolo, per raccontarsi storie, spettegolare e parlare del più e del meno. Su una grossa lavagna regolarmente aggiornata vengono scritti gli avvenimenti principali degli ultimi tempi, sempre con le formule che il Partito chiede.
Com'è noto perfino a me, negli ultimi 60 anni la Cina ha subito una bella serie di cambiamenti di indirizzo politico, e più volte quello che era fino a quel momento giusto e ortodosso diventava all'improvviso antiquato e rigorosamente contrario a quanto il Partito stabiliva che si dovesse pensare. La cosa ha creato più volte notevoli grattacapi ai poveri cinesi, che non sempre venivano avvisati per tempo del cambiamento di rotta.
Ogni racconto si apre appunto con il notiziario della lavagna, ed è molto divertente (specie per noi che non ci siamo passati in mezzo) osservare come, nel giro di pochi anni, quel che era bianco diventasse improvvisamente nero e viceversa, e la naturalezza con cui questi notiziari cambiavano di tono, mentre l'indirizzo comunista del partito rivestiva di sfumature assai comuniste anche ciò che di comunista, ai nostri occhi occidentali, aveva ben poco - e del resto nessuno può negare che il glorioso Partito Comunista Italiano non si è mai distinto per la sua spaventosa velocità di evoluzione e quindi le nostre idee sul comunismo hanno avuto tutto il tempo di solidificarsi, cristallizzarsi e anche un po' di fossilizzarsi.
Dopo il notiziario della lavagna arriva il racconto, che solo occasionalmente sfiora davvero la politica: e si narra di come i comuni mortali si arrangiassero nella loro vita di tutti i giorni per scansare i molti guai che potevano venire loro dal non osservare con sufficiente fervore la linea prescritta dal Partito, il tutto mentre si ingegnavano a viverla, la loro vita, secondo le tappe consuete: nascita, studi, lavoro, matrimonio, morte eccetera.
Certe storie sono autoconclusive, altre sembrano concludersi ma anni dopo vengono osservate in una luce diversa (alcune hanno anche tre o quattro tappe). Alcune sono garbate, altre divertenti, qualcuna è profondamente drammatica - perché la vita è così.
Tutti i protagonisti abitano o hanno abitato nel vicolo della Polvere Rossa, naturalmente, e tutti sono stati osservati dall'implacabile occhio dei vicini; e anche le case hanno le loro storie da raccontare - perché uno dei passaggi chiave è il modo in cui le casette del vicolo finiscono per ospitare una popolazione sempre più numerosa fino a somigliare parecchio ad un formicaio - e questo spiega anche perché in tanti siano più che disponibili, la sera, a stare fuori a chiacchierare, allentando così la densità demografica dei vari appartamenti.
Non c'è un personaggio principale, salvo forse quello del narratore che però spesso si limita a riferire quel che si diceva nel vicolo, o a raccontare le vicende dei suoi vicini - alla fine del libro comunque di lui sappiamo ancora molto poco.
Il libro non è lungo - poco più di duecento pagine per 23 racconti. Naturalmente tutti i personaggi hanno degli incomprensibili nomi cinesi, ma l'accorto autore sa come riportarci alla mente quelli che abbiamo già conosciuto, e dunque non rischiamo mai di fare confusione.
I racconti scorrono bene e sono costruiti con grande arte, permettendoci di seguire i tanti gesti della vita quotidiana insieme ai grandi cambiamenti che attraversano il paese. E' una lettura gradevole e istruttiva, adattissima per chi, come me, vuole avvicinarsi un po' a quel grande pianeta sconosciuto che sembra destinato ad avere un gran peso nella nostra vita negli anni che verranno.
Di recente Qiu Xiaolong ha anche pubblicato una nuova serie di storie del Vicolo della Polvere Rossa, che coprono gli anni dal 1953 al 2008, intitolata appunto Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, e me le procurerò al più presto - non prima, però, di avere assaggiato almeno uno dei suoi gialli, di cui continuo a sentir dire meraviglie.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e buon fine settimana a chiunque passi di qua. Quanto a me, visto che nella nuova casa non dispongo di un impianto di riscaldamento singolo, conto di passare questi due giorni a letto o in poltrona, ben avvolta in molti strati di pile, a leggere con grande intensità.
Così, desiderosa di farmi una pur minima idea di che pianeta sia adesso la Cina ho colto il suggerimento di Acquaforte di provare con i gialli di tal Qiu Xiaolong; e siccome non c'era nessunissima speranza che riuscissi a ricordarmi il suo nome me lo sono appuntato sul mio fedele taccuino-da-libri, insieme ad un po' di titoli e a un appunto sulla biblioteca dov'era reperibile.
Proprio nei giorni in cui sono andata a cercarlo, nella biblioteca stavano facendo grandi lavori di riordino a scaffali aperti, così mi sono dovuta arrangiare da sola, e ho preso il primo che sono riuscita a trovare, piuttosto corto e con un titolo attraente: un giallo ambientato in un vicolo, con tutti gli intrighi relativi, poteva perfino avere un tono un po' inglese.
Arrivata a casa ho scoperto che non si trattava affatto di un giallo: ad un certo punto della sua vita, nel 2005, l'autore, riparato negli USA dopo l'affaire di Tiennanmen, ha deciso di scrivere una serie di brevi racconti che seguivano la storia della Cina dal 1949 al 2003, tutti ambientati appunto in questo vicolo detto della Polvere Rossa, situato in un angolo di Shangai molto vicino alla zona centrale ma anche molto ben riparato.
A sera gli abitanti si ritrovano fuori di casa, nel vicolo, per raccontarsi storie, spettegolare e parlare del più e del meno. Su una grossa lavagna regolarmente aggiornata vengono scritti gli avvenimenti principali degli ultimi tempi, sempre con le formule che il Partito chiede.
Com'è noto perfino a me, negli ultimi 60 anni la Cina ha subito una bella serie di cambiamenti di indirizzo politico, e più volte quello che era fino a quel momento giusto e ortodosso diventava all'improvviso antiquato e rigorosamente contrario a quanto il Partito stabiliva che si dovesse pensare. La cosa ha creato più volte notevoli grattacapi ai poveri cinesi, che non sempre venivano avvisati per tempo del cambiamento di rotta.
Ogni racconto si apre appunto con il notiziario della lavagna, ed è molto divertente (specie per noi che non ci siamo passati in mezzo) osservare come, nel giro di pochi anni, quel che era bianco diventasse improvvisamente nero e viceversa, e la naturalezza con cui questi notiziari cambiavano di tono, mentre l'indirizzo comunista del partito rivestiva di sfumature assai comuniste anche ciò che di comunista, ai nostri occhi occidentali, aveva ben poco - e del resto nessuno può negare che il glorioso Partito Comunista Italiano non si è mai distinto per la sua spaventosa velocità di evoluzione e quindi le nostre idee sul comunismo hanno avuto tutto il tempo di solidificarsi, cristallizzarsi e anche un po' di fossilizzarsi.
Dopo il notiziario della lavagna arriva il racconto, che solo occasionalmente sfiora davvero la politica: e si narra di come i comuni mortali si arrangiassero nella loro vita di tutti i giorni per scansare i molti guai che potevano venire loro dal non osservare con sufficiente fervore la linea prescritta dal Partito, il tutto mentre si ingegnavano a viverla, la loro vita, secondo le tappe consuete: nascita, studi, lavoro, matrimonio, morte eccetera.
Certe storie sono autoconclusive, altre sembrano concludersi ma anni dopo vengono osservate in una luce diversa (alcune hanno anche tre o quattro tappe). Alcune sono garbate, altre divertenti, qualcuna è profondamente drammatica - perché la vita è così.
Tutti i protagonisti abitano o hanno abitato nel vicolo della Polvere Rossa, naturalmente, e tutti sono stati osservati dall'implacabile occhio dei vicini; e anche le case hanno le loro storie da raccontare - perché uno dei passaggi chiave è il modo in cui le casette del vicolo finiscono per ospitare una popolazione sempre più numerosa fino a somigliare parecchio ad un formicaio - e questo spiega anche perché in tanti siano più che disponibili, la sera, a stare fuori a chiacchierare, allentando così la densità demografica dei vari appartamenti.
Non c'è un personaggio principale, salvo forse quello del narratore che però spesso si limita a riferire quel che si diceva nel vicolo, o a raccontare le vicende dei suoi vicini - alla fine del libro comunque di lui sappiamo ancora molto poco.
Il libro non è lungo - poco più di duecento pagine per 23 racconti. Naturalmente tutti i personaggi hanno degli incomprensibili nomi cinesi, ma l'accorto autore sa come riportarci alla mente quelli che abbiamo già conosciuto, e dunque non rischiamo mai di fare confusione.
I racconti scorrono bene e sono costruiti con grande arte, permettendoci di seguire i tanti gesti della vita quotidiana insieme ai grandi cambiamenti che attraversano il paese. E' una lettura gradevole e istruttiva, adattissima per chi, come me, vuole avvicinarsi un po' a quel grande pianeta sconosciuto che sembra destinato ad avere un gran peso nella nostra vita negli anni che verranno.
Di recente Qiu Xiaolong ha anche pubblicato una nuova serie di storie del Vicolo della Polvere Rossa, che coprono gli anni dal 1953 al 2008, intitolata appunto Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, e me le procurerò al più presto - non prima, però, di avere assaggiato almeno uno dei suoi gialli, di cui continuo a sentir dire meraviglie.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e buon fine settimana a chiunque passi di qua. Quanto a me, visto che nella nuova casa non dispongo di un impianto di riscaldamento singolo, conto di passare questi due giorni a letto o in poltrona, ben avvolta in molti strati di pile, a leggere con grande intensità.
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