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mercoledì 14 settembre 2016

L'ora che non credevi

Murasaki si rilassa, dopo il collegio di plesso

L'assegnazione delle classi è andata molto bene, almeno per me: la Nuova Arrivata è ancora tra noi ma è stata confinata su un paio di geografie, mentre io avrò tutte le dieci ore sulla exPrima Amichevole, ora Seconda, ma non perderò del tutto la Prima Zuzzurlona perché gli farò Geografia - oltre a mantenere la mia amatissima Seconda Effervescente, ormai Terza.
Insomma, l'unica cosa che perdo sono gli Approfondimenti, e li perdo ancoir più volentieri in quanto sono stati accorpati a Geografia, come buon senso vuole e come quasi tutte le scuole del regno fanno da tempo.
Nel Collegio plenario però mi ero autoconfinata in una postazione piuttosto comoda ma un po' isolata. Questo non mi ha impedito di intervenire né di salutare i colleghi, ma nessuno dei colleghi suddetti ha pensato di passarmi il famoso (nella nostra scuola) foglio dei Desiderata, dove ogni insegnante segna le sue preferenze per l'orario prossimo venturo; e nessuno, in una scuola che al momento non arriva a venti docenti, ha pensato di rintracciarmi per chiedere se per caso avessi qualche desiderio anch'io.
Ne avevo uno, in realtà: due ore attaccate che non fossero la quarta e la quinta  per il tema nella seconda. Non mi sono comunque preoccupata troppo perché, avendo dieci ore in quella classe, era praticamente impossibile che non saltassero fuori due ore accoppiate in una posizione decente per consentirgli di scrivere freschi, riposati e ben concentrati.
L'anno scorso avevo avuto un orario piuttosto balordo e le uniche ore consecutive erano una quarta e una quinta; per definizione il primino, soprattutto nei primi mesi, perde vistosamente colpi già alla quarta ora e alla quinta ci vede doppio; quanto all'alunno dislessico, alla quinta ora della prima media vuole soltanto la sua mamma e un analgesico per il mal di testa - e io, di dislessici ne avevo tre, due dei quali particolarmente e assai robustamente dislessici. Speravo in qualche sostituzione che mi permettesse di ricavarmi un paio di ore in posizione più favorevole, ma non si è presentata l'occasione: anche Tecnologia, in cui riponevo molte speranze in quanto madre di due bambini di salute piuttosto cagionevole, si è rivelata quest'anno del tutto inaffidabile e i suoi figli hanno goduto per tutto l'anno di un eccellente forma fisica e insomma non ci sono più quei begli insegnanti assenteisti di una volta.
Alla fine ho fascicolato un po' di testi brevi spacciandoli per temi e ho confidato che nell'anno a venire non sarebbero mancate le occasioni per dedicarci alla scrittura in classe in modo più disteso e proficuo. Del resto, mi avevano spiegato e giurato, proprio non era stato possibile fare diversamente; però avevo esaminato con cura gli orari e perfino ad un anima ingenua e fiduciosa quale sono era impossibile non notare che certi orari erano invece assai ragionevoli - per esempio, quelli del gruppo che faceva l'orario.

Difficile quindi trovar parole per descrivere il mio estremo disappunto quando,  al collegio di plesso, mi han dato l'orario di quest'anno e ho scoperto di avere dieci ore assai frammentate, con un unica coppia di ore formata nuovamente da una quarta più quinta ora.
Mi hanno spiegato che era colpa di tutti gli insegnanti che chiedevano il Sabato e il Lunedì come giorno libero. E poi c'erano tanti paletti.
"Che paletti?".
"Le varie richieste sull'orario".
"Io non ho fatto alcuna richiesta sull'orario. Del resto, non ne ho avuta nemmeno la possibilità, visto che sono stata negletta, trascurata e ignobilmente ignorata".
"Sì, intendo le varie esigenze...".
"Io sto facendo una richiesta didattica".
A questo punto è intervenuta anche la prof. Spini che ha deprecato di avere nella sua prima tre ore consecutive di Matematica e Scienze.
"Ma se seguiamo le richieste non viene fuori un orario didattico" ha provato a spiegare la VicePreside.
"E allora non seguite le richieste degli insegnanti. Questa è una scuola. In una scuola l'orario deve servire gli interessi della didattica, non quelli degli insegnanti. Gli interessi degli alunni vanno tutelati".
Era chiaro che quel mio punto di vista era piuttosto stravagante agli occhi di molti, ma a nessuno sul momento veniva in mente qualcosa da obbiettare.
"E' il programma dell'orario che è fatto male..."
"Sono anni che vi sento lamentare che questo non si può fare perché il programma non lo consente e quest'altro non lo capisce e via dicendo. Cambiate il programma, è pieno il mondo di programmi per fare l'orario".
"Sì, ma costano".
"E' pieno il mondo di orari gratuiti per fare l'orario. Basta cercarli. Un tempo qui si facevano orari decorosi e didatticamente validi."
"Un tempo l'orario era fatto a mano...".
"E allora fatelo a mano!".
"Ma se poi ti viene scomodo...".
"Non me ne frega niente se l'orario è scomodo per me, voglio un orario che tenga conto della didattica!".
"Ma allora lo dobbiamo rifare per tutti..."
"Bene, rifatelo per tutti".
Confesso che non ci speravo molto, anche se ero pronta a vendere cara la pelle e perfino a tentare una sortita dalla Preside Reggente (che dubitavo molto avrebbe accettato di immischiarsi nella questione); può darsi però che abbia giocato a mio favore la totale allergia che la VicePreside nutre per i contrasti interni.
Può anche darsi poi che ci fossero altri interessi in gioco, perché quell'orario aveva partorito altre stranezze: ad esempio la prof. Casini (guarda caso in Commissione Orario) aveva cinque ore di Sabato e cinque di Lunedì per colpa di tutti quelli che volevano il giorno libero di Sabato e di Lunedì e allora come risarcimento aveva chiesto (e ottenuto) che la LIM che andava ancora assegnata finisse nella sua classe. Personalmente non capivo cosa c'entrasse il risarcimento né come mai fosse così indispensabile dare il giorno libero di Sabato o di Lunedì a chiunque lo chiedesse - in effetti il giorno libero è solo una consuetudine, e non c'è nessun obbligo di farlo scegliere all'insegnante. Ad ogni modo il mio giorno libero è sempre stato di Mercoledì e dunque non avevo alcuna responsabilità di quella situazione.
"D'accordo, in troppi chiedono il giorno libero sbagliato. Ma non capisco perché sia obbligatorio accontentarli a spese degli interessi dei miei alunni".

Insomma, alla fine hanno davvero rifatto l'orario, e adesso ho ben tre coppie di ore consecutive: prima e seconda, seconda e terza, quarta e quinta, con ampia possibilità di scelta per fare tutti i temi e le esercitazioni possibili e immaginabili.
E c'è anche stata un ulteriore coda: la LIM a quel punto non era più usata come indennizzo ed è stato deciso di sorteggiarla - e il sorteggio ha favorito la mia seconda. Non so se sia il caso di rallegrarmene, vista la situazione informatica della scuola, ma certo non me ne lamenterò.

Tuttavia dubito, dopo questa sortita, che il mio tasso di popolarità tra i colleghi sia particolarmente alto, e forse è il caso che per un po' non mi unisca spontaneamente ai vari crocchi di conversazione se la mia presenza non è esplicitamente richiesta.

giovedì 8 settembre 2016

8 Settembre 1966: l'Enterprise decolla (negli USA)


L'8 Settembre del 1966, ventun anni dopo il nostro disastroso armistizio*, gli statunitensi pensarono bene di fare qualcosa di molto più intelligente e mandarono in onda il primo episodio di una serie di fantascienza destinata ad un lunghissimo futuro**.
Gli umani sono ormai pacificati e riuniti sotto le bandiere della Federazione dei pianeti uniti. Col suo equipaggio tutto di origine terrestre (con una sola ma molto celebre eccezione) la nave Enterprise si occupa di una missione quinquennale alla ricerca di nuovi mondi eventualmente aggregabili alla Confederazione, se lo desiderano e se le condizioni lo consentono. Ci sarebbe in verità un protocollo da seguire per accostare gli alieni senza turbare il loro naturale percorso storico, ma di fatto appena l'equipaggio dell'Enterprise entra in contatto con i nuovi mondi da esplorare si ritrova immerso fino al collo in situazioni talmente complesse e strampalate da costringerla a navigare a vista, e in effetti credo che una normale annessione di un normale pianeta non si veda mai in tutta la serie. In compenso abbondano alieni dei più vari tipi, anche di origine divina, salti nel tempo, dimensioni parallele che si incrociano e una gran quantità di belle ragazze, per lo più irresistibilmente attratte dal capitano Kirk - che di solito non disdegna, da vero gentiluomo qual è.

L'equipaggio, dicevo, è umano, e comprende perfino alcune donne. Niente di che, intendiamoci: c'è un infermiera, che vorrebbe mettersi con Mr. Spock, il secondo ufficiale (senza mai riuscirci) e il tenente Uhura, addetta alle comunicazioni che per lo più si limita ad aprire i canali radio e a mettere in comunicazione la nave con le più varie entità. Piccolo particolare: costei è anche nera, africana e di origini bantu. Fu una novità non da poco in un tempo in cui i telefilm statunitensi erano popolati esclusivamente di bianchi, e nonostante l'attrice dopo qualche puntata volesse piantare tutto, avendo ricavato l'impressione che il suo ruolo si riducesse a mostrare le sue (bellissime) gambe e a dire "Capitano Kirk, abbiamo in linea il TalDeiTali", cambiò idea quando nientemeno che Martin Luther King venne da lei a congratularsi e a raccontarle quanto i neri americani fossero felici di avere qualcuno di loro su un astronave.
Abbiamo anche un russo (il capitano Chekov), un asiatico (il signor Sulu) e... un sanguemisto, nato dal matrimonio di un umana con un vulcaniano, più di una volta guardato con sospetto per non essere di puro sangue terrestre, ma abbastanza sensato e logico da non dar peso alla cosa - del resto, si sa, ogni forma di razzismo è altamente illogico. La quota yankee comunque è nettamente predominante.
La serie è in tutto e per tutto una serena e ottimista figlia degli anni '60: abbiamo un universo dove gli esseri umani hanno abbandonato l'insana idea di combattere e solo alcuni alieni ancora assai arretrati insistono a praticarla; nella Federazione invece tutti collaborano in serena armonia schifando ogni forma di razzismo e di colonialismo.
Sul piano delle quote rosa all'inizio gli sceneggiatori erano stati più ambiziosi, prevedendo come primo ufficiale una donna; l'idea però non resse al di là dell'episodio pilota perché gli spettatori, e soprattutto le spettatrici, erano un po' ansiosi vedendo una donna in posizione così importante.
Il posto di "Numero Uno" (così era chiamata l'assai capace signora) venne preso da una versione riaggiustata del signor Spock - presente sin dal primissimo episodio e sempre interpretato dal mai abbastanza compianto Leonard Nimoy - che fu certamente una delle principali cause del successo della serie.
Inutile parlare qui di Spock  perché non potrei comunque dire meglio di quanto ha fatto Galatea un anno e mezzo fa.

Il successo della serie comunque non fu poi così strabiliante all'inizio, e calò con la seconda serie. Ottenere una terza serie non fu affatto semplice per i fan, poi l'Enterprise chiuse i battenti, a riprova del fatto che i dirigenti delle reti televisive mai hanno capito nulla della vita e mai lo capiranno.
Nel corso degli anni seguenti però, grazie anche alle numerose repliche, la fama e la gloria di Star Trek andarono aumentando e arrivò pure una serie, anzi due serie, a cartoni animati. Nel 1979 fu deciso infine di dedicargli un film con gli attori originali: Star Trek - The Motion Picture, che riscosse un buon successo e aprì la strada a un gruppetto di film che proseguì fino all'inizio degli anni '90. Essendo girati soprattutto negli anni di Reagan e di Bush questi film erano molto più guerrafondai della serie originale.
Star Trek - The Motion Picture ebbe un discreto successo anche in Italia, e qualcuno scoprì che prima del film c'era stata una famosa serie televisiva.
"Chissà se gli spettatori italiani avrebbero gradito?" si chiese qualcuno, non già della RAI ma dei circuiti di telelibere (il che dimostra che nonostante tutto  qualche dirigente televisivo in grado di capire qualcosa c'è pur stato, nella storia dell'umanità)
Fu così che, alla spicciolata, varie emittenti cominciarono a trasmettere la serie e sì, gli spettatori italiani gradirono. Parecchio. Me compresa.

Star Trek entrò nella mia vita grazie a Sary, all'epoca mia compagna di banco, che ogni tanto mi citava Spock, che le piaceva. Così, in una delle mie molte influenze mi guardai qualche puntata.
Non fu un grande amore a prima vista, piuttosto una lenta e crescente affezione: siccome le repliche abbondavano un po' per volta vidi tutta la serie, e col passare degli anni comprai i libri con le storie originali, qualche romanzo apocrifo (ce ne sono un quantitativo immane, e vi si sono impegnate anche penne piuttosto illustri, così come a suo tempo alle storie originali avevano partecipato molti nomi assai blasonati della fantascienza americana dell'epoca) nonché un grosso libro pieno di illustrazioni che raccontava la storia della lavorazione delle tre serie.

Da allora l'universo di Star Trek si è assai espanso grazie ad altri film a telefilm dedicati ad altre Enterprise nelle loro missioni quinquennali e a numerosi romanzi ad essi relativi, senza contare videogiochi, modellini, Lego, fumetti e numerosissimi meme che circolano per i social
(anche se la frase qui riprodotta è stato prima di tutto un diffusissimo adesivo per automobili).
Tutta roba molto rispettabile ma il mio cuore, come quello di molti, è rimasto legato soprattutto alle prime serie, con gli effetti speciali in cartapesta - anche se per l'epoca erano molto nuovi e costosi, soprattutto per una serie televisiva - e soprattutto al signor Spock, che ha influito profondamente sul mio modo di pensare.
E' una serie di alti contenuti etici e soprattutto piena di speranza e buoni sentimenti: amore, comprensione, pace in terra agli uomini di buona volontà, fratellanza universale, assurdità del razzismo ma anche varie questioni decisamente intriganti. 
Nel mio cuore resterà per sempre la storia in cui, per saltare avanti nel tempo e ritornare sull'Enterprise, il capitano Kirk è costretto a uccidere una bella e cara ragazza da lui incontrata negli anni della Grande Depressione: se fosse sopravvissuta avrebbe fondato un movimento pacifista di grande successo che avrebbe impedito l'entrata in guerra degli USA nella seconda guerra mondiale, i nazisti avrebbero vinto e non ci sarebbe stato nessun programma americano di esplorazione spaziale. Insomma, uccidere la ragazza nel passato è necessario per preservare il presente dell'Enterprise e della Federazione.
"Ma lei era nel giusto!" prova a difenderla Kirk, che non vuole saperne di ucciderla "E' solo nella pace che i popoli possono prosperare!".
"Sì, era nel giusto. Ma nel momento sbagliato" spiega Spock, molto addolorato.
L'idea che essere nel giusto al momento sbagliato possa portare danni ancora peggiori dell'essere in errore al momento giusto mi ha sempre molto affascinato.
L'episodio si intitola Uccidere per amore e l'autore della sceneggiatura originale (poi ampiamente rivista perché trattava l'assai scottante problema della droga, che in una rispettabile serie televisiva proprio non poteva starci) era Harlan Ellison, nientemeno.

*per il quale, com'è noto, provo un autentica fissazione.
**anche se non fu la primissima trasmissione: in Canada la serie era già partita due giorni prima. Tuttavia, per i fan la data ufficiale di partenza è quella statunitense, di cui oggi si festeggia il cinquantesimo anniversario.

martedì 6 settembre 2016

Commissione Curriculum (quando l'insegnante si dà malato o si nasconde sotto il tavolo)

Pinturicchio - Penelope (che ogni giorno fa e disfa la tela) e i corteggiatori

Ogni pochi anni, pensando forse che non abbiamo nulla con cui passare il tempo, il MIUR manda a tutte le scuole del regno la richiesta di aggiornare i suoi curriculum per materie. 
Chiamasi curriculum o curricolo un insulso documento in cui si indicano per ogni materia gli obbiettivi formativi e le modalità con cui si conseguono i suddetti, e forse anche qualche altra roba; e siccome c'è quella strana bestia che si chiama "autonomia della scuola" ogni scuola deve indicare i suoi propri personali obbiettivi e le sue proprie modalità, nel caso decidesse, poniamo, di insegnare inglese analizzando a fondo la grammatica turca o di fare geografia con particolare riferimento al calcolo integrale.
Tutto ciò è sommamente noioso e, almeno per elementari e medie, anche parecchio inutile in quanto ogni scuola ha grosso modo le stesse pretese delle altre scuole, e quand'anche ne avesse di diverse il curriculese è lingua talmente vaga ed eterea da non consentire prese di posizione particolari - senza contare che, se pur è vero che ogni insegnante lavora a modo suo, ogni scuola cambia e ricambia gli insegnanti a getto continuo e dunque nessun docente si sognerebbe di impastoiare con troppi dettagli l'autonomia didattica di chi verrà dopo di lui - senza contare che le direttive del Ministero sono le stesse per tutti, e anch'esse molto vaghe.
Così la scuola nomina una Commissione Curriculum ove si imbucano i rarissimi docenti che nutrono un sia pur minimo e larvato interesse alla questione e nessun presta il benché minimo interesse a quel che fanno fin quando non producono un qualche documento per il quale il Dirigente Scolastico li ringrazia pubblicamente in Collegio, e tutti i colleghi riconoscenti si associano al ringraziamento.
Ma un anno, a Hogsmeade, la Preside decise che tutte noi di Lettere, volenti o nolenti, eravamo parte della Commissione Curriculum. 
Vivaddio era già stato fatto quello di Italiano e restavano solo Storia e Geografia.
Eravamo cinque insegnanti molto diverse per età, formazione, interessi, indole, metodo di lavoro e visione della vita; in verità le uniche cose che ci accomunavano erano una certa cortesia formale e una ferma determinazione a fare il nostro lavoro al meglio delle nostre capacità - oltre a un totale e profondissimo disinteresse verso la compilazione di qualsivoglia curriculum, orizzontale, verticale o trasversale che fosse. 
La nostra prima preoccupazione fu scovare un modello di curriculum fatto da qualcun altro, e a questo scopo la prof. Caramella frugò in rete, dopo di che considerò completata la sua parte e nessuna di noi pretese da lei nient'altro.
Io mi offrii come dattilografa. Scrivevo veloce, assicurai - e quando mi videro all'opera tutte convennero che ero quella che scriveva più veloce nel gruppo. 
La Decana non aveva un gran rapporto con il computer, e si offrì di dettare. Un altra, più esperta in giochetti grafici, preparò le colonne e gli ovali del testo in cui scrivere. La quinta sfogliò ripetutamente le indicazioni del Ministero e trovò qualcosa da copiare.
Nel corso di questo avvincente lavoro ci capitò di trovare qualcosina che andava semplificato o corretto, e furono fatti alcuni minimi aggiustamenti, ma non esito a dire che si trattava di un lavoro alquanto scialbo. In un ultimo fuggevole guizzo di vitalità salvammo il tutto sulla chiavetta e lo consegnammo alla Preside.
Più avanti costei ci rimproverò dicendo che il nostro curriculum non metteva bene in rilievo i nuclei fondanti della materia.

In effetti non credo che mettesse in evidenza alcunché, ma non sono mai riuscita a capire cosa cavolo potesse essere il nucleo fondante di una materia scolastica - un concetto che la Preside amava moltissimo, tanto da tirarlo in ballo appena possibile, credo anche a sproposito. 
La parola fondante però nella mia mente si associava indelebilmente alla parola fondente, che a sua volta mi riportava alla mente le caramelle fondenti - quei deliziosi zuccherini insaporiti con due gocce di sciroppo di frutta che sia io che i miei dentisti abbiamo tanto amato - e mentre la Preside straparlava di nuclei fondanti la mia mente contemplava sognante l'immagine degli zuccherini bianchi che saltellavano da un capo all'altro della griglia del curriculum.
Per nostra buona sorte, le ore della commissione a quel punto erano esaurite per quell'anno. 
Riprenderete il lavoro l'anno prossimo, ci disse la Preside. Certamente, rispondemmo tutte - ma tutte poi l'anno dopo scegliemmo altre sedi, salvo la Decana che andò direttamente in pensione per limiti di età.

A St. Mary Mead per ben due anni non si parlò di curricoli, ma dopo la nostra metamorfosi in Istituto Comprensivo essi tornarono fuori, come conigli malefici da un cilindro stregato, e alle prime riunioni dell'anno scolastico eccoci lì, dieci insegnanti di Lettere di St. Mary Mead e di Crifosso, rinchiusi in una stanza e obbligati a fare il curricolo di italiano per la scuola media - e non è che le riunioni di Lettere, nella mia scuola, siano mai state molto produttive.
Che dire? Al confronto le bolge infernali sono luoghi tranquilli dove ci si può intrattenere in lieti e ameni conversari.
Il primo anno, dopo una riunione di quattro ore in cui più volte fu sfiorato l'omicidio plurimo, partorimmo un curricolum sinteticissimo di cui eravamo molto soddisfatti, che non piacque alla Nostra Preside perché era troppo sintetico. Contemporaneamente, i colleghi di Matematica videro disprezzare, perché troppo lungo, il curriculum di cui erano a loro volta molto soddisfatti (e che probabilmente avevano realizzato in ragionevole e composta armonia).
L'anno scorso dunque a badare ai curricola c'erano un gruppo di offesissimi insegnanti di Matematica e un gruppo di sfavatissimi insegnanti di Lettere, e tanto per cambiare il primo giorno non compicciammo alcunché.
Il secondo giorno però la rappresentante di Crifosso delle RSU ci spiegò che non dovevamo fare il curriculum per materie e la DS, per legge, non poteva chiedercelo - poteva chiederci solo un curriculum verticale da fare con gli altri ordini di scuola del Comprensivo. Con entusiasmo le credemmo sulla fiducia e passammo a occuparci di altro, ovvero delle malefiche competenze.

Quest'anno abbiamo la Preside Reggente, che ci ha chiesto di fare appunto il curriculum verticale. Con la morte nel cuore abbiamo acconsentito, non potendo fare diversamente, e già ponevamo mano alla scatola degli analgesici che ci sarebbe stata di aiuto per curare l'inevitabile mal di testa che presto ci avrebbe tormentati quando la Preside Reggente ci ha spiegato come si sarebbero svolti i lavori: i dieci micidiali insegnanti di Lettere sarebbero stati diluiti in ben quattro gruppi (italiano, storia, geografia e educazione civica) e sapientemente mescolati con gli insegnanti di elementari e materne.
Ne sono risultati quattro gruppi efficienti e produttivi che nel giro di due riunioni di tre ore l'una han prodotto i curricoli richiesti, e tutto ciò mi ha edificato e commosso - anche perché nel mio cuore alberga la speranza che dopo, almeno per qualche anno, di curriculi non si parlerà più.
Inoltre ho imparato una serie di coserelle interessanti - ad esempio che alle elementari per grammatica non fanno necessariamente tutte le parti del discorso, e accennano solamente all'esistenza dei pronomi, degli avverbi... e del passivo e del riflessivo nei verbi perché i ragazzi non sono ancora capaci.
Sono stata fortemente tentata di avviare una discussione in merito, soprattutto per i pronomi, ma ho poi deciso di tacermi perché ignoro se questa curiosa abitudine è diffusa nelle scuole elementari o è una mattana specifica della nostra scuola e se le indicazioni ministeriali per le elementari effettivamente autorizzano una roba del genere, che a me sembra un emerita cazzata; ma penso che prima o poi mi informerò e cercherò di esaminare meglio la questione. 
Se non altro però, ora che lo so, mi spiego meglio tutta una serie di difficoltà che le prime medie che mi sono passate tra le mani da quando sono a St. Mary Mead incontrano regolarmente sin dal primo testo che gli chiedo di scrivere.

Resta da capire perché la Nostra Preside ha diretto per quattro anni un Istituto Comprensivo tenendo rigorosamente separate le commissioni tra i vari ordini di scuola e ci sia voluta una Reggente che viene dalle scuole superiori e che si occupa di noi nei ritagli di tempo, per partorire la geniale idea di mescolarci per fare i documenti relativi alla scuola. 
Immagino che sia per la la solita questione che qualcuno usa il cervello e qualcuno, essendone piuttosto sprovvisto, non lo fa. O almeno, non mi vengono in mente altri motivi.

venerdì 2 settembre 2016

Jacqueline Kelly - Il mondo curioso di Calpurnia





Quasi quattro anni fa incrociai, proprio nel Venerdì del Libro di Homemademamma cui partecipo anche oggi con questo post,  la recensione  de L'evoluzione di Calpurnia fatta da La Casa di Hilde; mi procurai il libro e lo apprezzai molto anche se notai che non c'era un vero finale, solo una conclusione simbolica con la nevicata, davvero insolita nel Texas, che apriva l'altrettanto simbolico anno 1900 e faceva sperare bene per i progetti della protagonista.
Ho scoperto poi che L'evoluzione era solo il primo libro di una serie - che mi auguro abbastanza nutrita. L'anno scorso è arrivato il secondo volume, e voglio dedicare a entrambi la segnalazione di oggi. 
La serie di Calpurnia riprende nella formula e nella struttura - ma anche nella scelta dei personaggi e nella tipologia degli episodi - quei romanzi o serie di romanzi di formazione dove il/la protagonista è un/a ragazzino/a con un sogno particolare nel cassetto, talvolta avversato dalle famiglie o dalle circostanze, e che si realizza grazie all'impegno dei protagonisti e all'aiuto di qualche Saggio Anziano e di un po' di fortuna.
L'autrice è nata in Nuova Zelanda, cresciuta in Canada e adesso vive nel Texas, dove è ambientata la storia. 
La protagonista è Calpurnia Virginia Tate, detta Callie Vee in famiglia, unica figlia di una covata che comprende anche ben sei fratelli. La sua famiglia è piuttosto benestante e possiede una fattoria ma anche un cotonificio. 
Della famiglia fa parte anche il Nonno, padre del padre di Calpurnia, che è il classico Vecchio Stravagante di questo genere di storie, ma che è anche la persona più colta e istruita del circondario, ed è appassionato di scienza.
All'inizio della storia Calpurnia Virginia Tate ha undici anni, e per lei si avvicina sempre più
l'età in cui dovrà impratichirsi delle temutissime Arti Domestiche. Lei tuttavia è molto più interessata alle scienze naturali, e proprio in quella caldissima estate del 1899 trova nello scorbutico Nonno un alleato e soprattutto un mentore, che la guiderà con adeguate letture, le insegnerà la teoria evoluzionistica e le parlerà dell'importante contributo che tante donne scienziate hanno già dato alla scienza, insegnandole soprattutto ad aiutarsi da sola - un arte verso cui la giovane Callie è abbastanza portata.
Il Nonno però non può intervenire quando Callie viene segregata a fare torte, a ricamare e a fare la calza - tutte attività in cui la fanciulla dimostra una singolare mancanza di talento.
La storia si chiude però con la scoperta da parte di Calpurnia di una nuova specie di veccia villosa, ufficialmente riconosciuta dal Comitato Tassonomia Piante dello Smithsonian Institute, e con una nevicata di buon auspicio che apre il 1900.

Da lì parte il secondo libro, Il mondo curioso di Calpurnia, che copre più di un anno della vita della protagonista.
All'inizio il libro sembra una raccolta di episodi dove sono gli animali vertebrati a farla da padroni (del resto, nell'evoluzione, gli animali soprattutto vertebrati stanno più in alto delle piante in quanto organismi più complessi). Quasi tutti gli animali esaminati sono il risultato dell'insano istinto di Travis, il fratellino di Calpurnia, a raccogliere tutti gli animaletti sperduti che incrocia (col rischio di raccattarne anche qualcuno che sperduto non è), compresi alcuni che, come l'armadillo, sono del tutto inadatti a diventare animali da compagnia; ma entreranno in scena anche animali da compagnia più consueti e addomesticabili: cani, gatti e soprattutto Sciammy, uno sventurato cucciolo nato da un incrocio tra cane e sciacallo che, con singolare razzismo (e mai termine fu più appropriato) viene emarginato sia dai cani che dagli sciacalli che dagli uomini... e perfino un serpente (gulp!) da cassetto che avrà una  parte nell'intreccio.
Animale dopo animale, è inevitabile che entri in scena anche un veterinario, che segnerà una svolta importante nella vita di Calpurnia.
Lentamente viene però introdotto un tema davvero importante: la disparità economica tra uomini e donne, e la conseguente enorme disparità nelle risorse che una famiglia, anche benestante, è disposta a stanziare per l'istruzione maschile e per quella femminile; questo non dipende da un minore affetto per le figlie femmine - entrambi i genitori sono affezionatissimi a Callie, e per lei sono disposti a fare tutto quel che il codice culturale del loro tempo richiede: un buon corredo, dei bei vestiti e perfino, se proprio la ragazza ci tiene tanto, un anno di studi all'università per consentirle di prendere un diploma da maestra.
La disparità risulta in tutta la sua evidenza quando, al momento della distribuzione di un premio in denaro, il padre dà a Calpurnia esattamente la metà di quel che dà ai figli maschi (anche a quelli più piccoli) suggerendole di usarlo per comparsi qualcosa per il corredo.
Una serie di circostanze favorevoli. e soprattutto il concreto esempio di una lontana parente ospite da loro, che magari non è proprio uno zuccherino ma ha idee chiarissime sull'economia, aiutano Calpurnia a entrare nell'ordine di idee che i soldi per l'università si possono anche guadagnare, a rischio di contrastare il codice culturale di cui sopra che prevede che una signorina non chieda mai ricompense per il tempo che elargisce - e così vediamo Callie Vee fare i suoi primi coraggiosi passi, non ancora tredicenne, aprendosi un suo libretto di risparmio, investendo un po' di soldi in un corso di dattilografia e lavorando come assistente, segretaria e fattorino per il veterinario - occasione utilissima anche per imparare qualche nozione di medicina.
Come il precedente, anche questo romanzo si chiude su buoni auspici (l'adozione in famiglia del povero Sciammy e una bella collezione di conchiglie spedita in regalo dalla lontana parente, che pur non avendo mai dimostrato grande affetto a Calpurnia sembra aver capito molto meglio di suo padre cosa le sta veramente a cuore) nonché su un interrogativo inquietante: che fare quando il serpente da cassetto sarà cresciuto troppo per passare dal buco nel muro che gli permette di andare e venire tra il cassetto di Callie e l'esterno della fattoria?
Problemi da naturalista. Gerald Durrell e Konrad Lorenz sicuramente avrebbero simpatizzato per lei, se fossero già nati.

Entrambi i libri, molto gradevoli e avvincenti, sono adatti alla lettura a qualsiasi età a partire dagli otto anni (e particolarmente adatti a giovani lettori appassionati di scienze naturali) e mi auguro che il seguito arrivi al più presto.
Con questo post, oltre ad augurare buone letture a tutti i partecipanti al Venerdì del Libro e a chiunque passi di qua, saluto l'ultimo scorcio di estate che ci aspetta mentre già l'orizzonte è ingombro delle Scartoffie da Inizio Anno.

mercoledì 31 agosto 2016

De Bello Intestino (ovvero sulla bellezza interiore)


E' davvero così bello, l'intestino? 
Impossibile sciropparsi cinque anni di liceo classico (più due di latino alle medie, uno dei quali obbligatorio) e non porsi questa viscerale domanda almeno una quindicina di volte, visto che nelle frasi da tradurre il bellum intestinum, che sarebbe poi la "guerra intestina" ma che viene spontaneo chiamare "bell'intestino" va assai di moda. Per conto mio preferivo trovare il bellum civicum, alias "guerra civile" che offriva assai minor spazio a demenziali giochi di parole, ma purtroppo nessun autore di grammatiche latine ha mai chiesto il mio consiglio per comporre le frasi degli esercizi.

Comunque, se tutti stan lì ammirati a decantare la bellezza e l'interiore armonia del corpo umano, non resta che concluderne che sì, l'intestino ha una sua grazia; di sicuro è parecchio utile.
Le guerre intestine invece, oltre a mancare completamente di bellezza e di armonia, non lo sono affatto; e se è vero che la guerra è quel gioco da cui tutti escono perdenti, che l'unica mossa vincente è non giocare eccetera eccetera, tutto ciò è doppiamente valido per le guerre intestine perché esse sono particolarmente laceranti, seminando ovunque odio e dividendo il padre dal figlio, la moglie dal marito, i fratelli dalle le sorelle e pure i compagni di banco e gli amici del cuore, sempre con risultati disastrosi.
BLEAH!

Attualmente, in Toscana, siamo in piena guerra civile - o forse ci illudiamo di essere in piena guerra civile, e magari il peggio deve ancora venire.
Da diversi anni la Toscana è quella regione dove tutti votano a sinistra, e questo ci ha lasciato relativamente immuni a livello locale dall'ondata berlusconiana. Poi è arrivato il PD, e in molti siamo andati in crisi perché, nonostante le varie componenti dell'ineffabile Destra italiana si ostinino a chiamarlo un partito di comunisti, anche il più moderato tra gli elettori di sinistra non riesce a trovarci dentro un granché riconducibile in qualche modo alla sinistra, e tutto ciò ci sconforta molto. Qualcuno è emigrato verso la cosiddetta sinistra più radicale ma, anche lì, ammettiamolo, Lotta Continua era un altra cosa. Insomma, ci sentiamo un po' orfani.
Ciò nonostante, con santa pazienza, in tanti han continuato a votare PD, pur sentendosi parecchio pirla e citando proverbi del tipo cavarsi la sete col prosciutto.
Poi il PD ha cominciato a fare cose piuttosto strane, tipo sfiduciare a grande maggioranza (non in parlamento, bensì in una riunione del partito) un governo dove uno di loro aveva la presidenza, il tutto al nobile scopo di avere Renzi come Presidente del Consiglio.
Ma forse, una volta conseguito questo risultato, si sono dati una calmata?
No, son lì che si azzuffano vieppiù, e con loro han cominciato ad azzuffarsi tutti i circoli, le associazioni, le formazioni e i cazzi vari che compongono il cosiddetto tessuto sociale della Toscana. I fratelli e le sorelle, appunto. Si azzuffano nei comuni grandi, in quelli medi e in quelli piccoli, e non si campa più, soprattutto se non hai nessuna voglia di azzuffarti senza un motivo ben definito.

In mezzo a tutto questo c'è la riforma della costituzione o, per meglio dire, al momento il pretesto più usato è quello.
Ora, la riforma della costituzione al momento in attesa di referendum confermativo può piacere o non piacere, e ci ha i suoi pro e i suoi contro; ma siccome sono pro e contro abbastanza tecnici è stato deciso (scioccamente, direi. Ma forse non si aspettavano che ci fosse tanta tensione interna?) di non parlare della riforma in sé ma di... boh?
Di cosa stanno parlando in realtà è difficile capire, sono soprattutto slogan e frasi fatte: "Abbiamo eliminato un sacco di poltrone!" "Giù le mani dalla Costituzione!" "Volete un paese retrogrado e mummificato!" "Volete che l'Italia diventi una dittatura!" nella miglior tradizione berlusconiana - solo che i berlusconiani insultavano i loro avversari, di solito, e non i compagni di partito o di associazione.
L'Associazione Nazionale Partigiani ha mandato a dire che la riforma gli rivolta le budella e voterà contro, e perciò è stata coperta di insinuazioni e cattiverie che francamente fanno impressione. Hanno perfino detto che non li vogliono alla Festa dell'Unità. Poi hanno detto che forse. Poi hanno detto che sì, ma non vogliono fare con loro un dibattito sulla riforma, perché essi sono contrari alla riforma in questione (e qui si potrebbe aprire un dibattito sul concetto di dibattito inteso come "conversazione dove tutti sono d'accordo su una determinata cosa").
Adesso nel PD c'è una fazione che strilla che non voterà per la riforma al referendum perché i partigiani sono contrari - che mi sembra un argomento piuttosto cretino, almeno fin quando i partigiani non spiegano nel dettaglio e fuor di slogan perché sono così contrari; ma, comunque la si rigiri, non invitare i partigiani alla Festa dell'Unità è una pura follia e non ci vuole un fine esperto di politica per capire che la base la prenderà molto, molto male.
Poi ci sono quelli - compresi parlamentari che la riforma l'hanno votata - che dicono che voteranno contro la riforma per mandare a casa il governo Renzi - e non si capisce perché non si limitano a sfiduciarlo, il governo Renzi, come han fatto con quello di Letta, che sarebbe un modo rapido e inappuntabile per mandarlo a casa.
E ci sono anche quelli non vogliono la riforma costituzionale perché non vogliono l'inceneritore e la pista allungata all'aeroporto o cose del genere, e gli viene risposto, da gente che ha sempre odiato l'aeroporto e pure l'inceneritore, che invece l'aeroporto è bello, bravo e buono e l'inceneritore lo mettono anche nelle spa perché è tonificante.
Chi sta fuori dalla Toscana vede bene che nel partito stanno litigando, ma chi vive in Toscana sa che non stanno litigando, bensì si stanno divorando vivi: abbiamo vecchi amici che non si salutano più, clienti che disertano librerie dove si sono serviti con piacere per decenni, compagni di bevute che si insultano sui social, biblioteche pubbliche che cominciano a selezionare le conferenze in base all'appartenenza del relatore a questa o quella associazione a seconda di come l'associazione si è schierata o di come loro pensano si sia schierata in cuor suo pur non dicendolo apertamente.

Ora, se non passa la riforma costituzionale il mondo andrà avanti e l'Italia pure: faranno un altra riforma o non ne faranno affatto, e ciò potrà essere un bene oppure un male, ma non un problema irrimediabile.
Se il governo Renzi andrà a casa ne faranno un altro. Abbiamo cambiato più di cento governi, da quando è iniziata la repubblica, e abbiamo imparato con i fatti che un governo di cui dir male nessuno ce lo negherà.
Ma se la Toscana diventa un campo minato rispolverando la buona vecchia tradizione delle lotte tra guelfi e ghibellini e, una volta eliminati i ghibellini, tra guelfi bianchi e guelfi neri (e più avanti, eliminati i guelfi neri, tra guelfi bianchi a righe rosa e guelfi bianchi a quadretti verdi) le conseguenze rischiano di essere a lungo termine, e molto più laceranti di qualsiasi crisi di governo o riforma costituzionale.

Ce la possiamo fare?

giovedì 25 agosto 2016

In attesa di ricominciare


Strana stagione, l'estate. Arriva Ferragosto e sono talmente immersa nella felice dimensione extrascolastica, senza obblighi e senza orari, spengendo la luce alle quattro del mattino e risvegliandomi alle undici, caffé in mano per la prima, tranquillissima navigata del risveglio con giochino di caccia al tesoro annesso, da domandarmi ogni anno  come diavolo farà a rientrare in quello stranissimo mondo dove tutto è  incredibilmente scolastico e dove il calendario e l'orologio hanno una parte  tanto importante nella costruzione della giornata. Mettere la sveglia, ripassare la spedizione dei Mille, preparare il compito di grammatica sui complementi di tempo, trascrivere i voti delle comprensioni del testo... Ma davvero è esistita una vita in cui lo facevo?
Eppure, già nella tardissima mattinata del 16 Agosto (perché nella prima e seconda mattinata dormo, e se il telefono squilla lo lascio fare, guardandolo con benevola indulgenza prima di voltarmi dall'altra parte e riprendere qualche improbabile sogno) qualcosa comincia a strisciare dalle fessure.
E pigramente si riaffacciano strani interrogativi.
Che si fa con l'Europa, quest'anno? La mia futura seconda non è classe da interessarsi più di tanto ai problemi dell'Unione Europea. Se cominciassi con un bel giretto di assaggio sugli stati piccolissimi, tutti insieme?
Già, ma avrò ancora quella classe? E l'avrò per tre ore o per quattro?
Quest'anno è rimasta una sola classe a tempo prolungato, dunque Lettere ha perso cinque ore e vanno ristrutturate le cattedre. Inoltre, per nostra grande perversione (di cui sono innocentissima perché quell'anno non ero a St. Mary Mead) nelle classi a tempo normale finora abbiamo, anzi hanno, avuto tre ore per fare storia e geografia - che è un idiozia completa e totale. Tutte le scuole sennate hanno da tempo accorpato la demenziale ora di Approfondimento a Storia e Geografia, noi ancora no. Finora avevo ottenuto di fare tutte le dieci ore in una classe, più Storia e Geografia per sei ore al Prolungato (ma un ora era di mensa) più due Approfondimenti dove facevo quel che voleva la titolare senza intromettermi. Quest'anno non si sa. Ma se davvero mi ritrovo a fare Storia e Geografia in tre ore dovrò arrangiarmi in qualche modo.
L'unica cosa che sembrerebbe sicura è che riavrò la Nuova Arrivata (non più tanto nuova, ormai) come partner per la ex-Prima ormai diventata Seconda, e al sol pensiero sento il latte scorrere possente verso le ginocchia e anche più in basso, e mi assale anche una gran voglia di litigarci (con la collega, non col latte); ma certo occasioni non ne mancheranno.
Dovrei scegliere i film da vedere, almeno quelli di apertura dell'anno. Per due classi o per tre?
E poi c'è la Gran Riforma Costituzionale, che se passa al referendum dovrò ben spiegargli nel dettaglio, ma per spiegargliela io per prima dovrò saperla per benino. Vabbe' che per votarla dovrò ben imparare di che si tratta, ma la futura Terza, se non è parecchio cambiata durante l'estate, spaccherà il capello in quattro e le palle in sedici. 
Il Senato... ah, l'incubo del Senato. Com'è, come sarà, come dovrebbe essere? E che dire del malefico Titolo Quinto?
Se quelle bestiacce inconcludenti avessero tenuto fede alla prima idea, cioè votare a Settembre, avrei avuto subito il risultato e quindi saputo come regolarmi, mentre così rischio di ritrovarmi sotto l'albero, col nastro argentato in una mano e il nuovo testo della Costituzione nell'altra. 
Che palle, davvero. Magari appendo anche quelle all'albero.
Seguire le discussioni sul referendum non tanto prossimo venturo su Facebook è un vero strazio, solo frasi fatte e luoghi comuni, e nessuno che si preoccupi di spiegare in modo semplice, chiaro e gradevole la questione del titolo quinto.
Proprio vero, gli insegnanti sono trascurati e nessuno si occupa di loro. 
Che faccio, salto lo Statuto Albertino? Perché se parlo dello Statuto Albertino certe cose sulla Costituzione devo dirle... a fine Settembre.
Uffa.
Non so che classi avrò, non so su che libri devo prepararmi (salvo che per la Terza) e non so come fare ad arrivare alla Seconda Guerra Mondiale prima di Maggio.

Speriamo almeno che le classi me le dicano il primo Settembre, e non il 14 come l'anno scorso.
E poi chi ce le dovrebbe dire?
Non solo non abbiamo le classi, non sappiamo nemmeno che preside avremo.

Quindi avrei tutto il diritto di continuare col mio beato letargo estivo.
Perché il mio subconscio è così refrattario a capirlo?

venerdì 19 agosto 2016

La contessa segreta - Olga Ibbotson

Olga Ibbotson è famosa soprattutto come autrice per ragazzi, ma questo libro non ha un target di età preciso - anche se ogni ragazzina o giovinetta ne può trarre gran piacere.
La copertina è azzeccatissima (evento molto raro nell'editoria italiana), il rigo scritto sotto il titolo per presentare la storia molto meno: si tratta senz'altro di una storia d'amore, ma descriverla come "la storia di un grande amore, una sfida a tutte le convenzioni sociali" la fa più drammatica del necessario; cioè, drammi volendo ce ne sono, ma sono raccontati in modo assai felpato e il tutto si legge con gran piacere e godimento. 
E' senza dubbio una bella storia d'amore, comunque.

Andiamo per ordine: la prima guerra mondiale è appena finita, e in Russia c'è stata la rivoluzione. Inoltre in Inghilterra, dove si svolge quasi tutta la vicenda, c'è una discreta crisi economica che incide a tutti i livelli.
E così la bellissima e lussuosa... beh, diciamo ex-lussuosa tenuta di Marsham, dove vivono i conti di Westerholme, è in piena decadenza. Il giovane conte Rupert però ha trovato per puro caso un eccellente soluzione, fidanzandosi con una ricchissima ereditiera di grande bellezza e fascino, che ha conosciuto all'ospedale militare dove la fanciulla, infermiera volontaria, lo ha amorevolmente curato. 
Adesso è tempo che la bella ereditiera vada a Marsham, per celebrare il matrimonio ed essere presentata a famiglia e vicinato con tutte le cerimonie del caso.
Nello stesso periodo a Marsham approderà anche una giovane e adorabile cameriera, Anna, che si è rifugiata in Inghilterra dalla Russia, dove fino a poco tempo prima lei e la sua famiglia erano ricchi oltre ogni immaginazione.
Con grande sollievo della lettrice di turno (io) il conte inglese e la contessa russa in incognito non passeranno trecento pagine e passa a becchettarsi e insultarsi, com'è ormai d'uso nella stragrande maggioranza dei romanzi d'amore: infatti il conte Rupert è uno squisito gentiluomo, molto attento a non urtare i sentimenti altrui, mentre Anna, oltre che bella e gran lavoratrice, ha un carattere solare e gentile e una gran comprensione dell'animo umano.
E la fidanzata? 
La fidanzata è un tipo particolare, molto particolare, con una grande passione per l'eugenetica - per esempio non le piacciono gli ebrei e nemmeno gli storpi o i mentecatti. In compenso quasi tutti gli altri personaggi non hanno niente contro le bambine afflitte da qualche leggera malformazione fisica, mostrano un buon grado di comprensione verso le persone un po' confuse mentalmente e la ricca famiglia ebrea approdata di recente nelle vicinanze è assai ben vista da tutti. L'arrivo della fidanzata sarà dunque destinato a creare parecchi attriti, e non certo per colpa di Anna.

E' un romanzo storico costruito con molto garbo e accuratezza: ci sono i problemi con la servitù (la servitù ha una parte molto importante nell'intreccio), le complicazioni con i vicini, i traumi da bombardamenti, il vecchio zio un po' suonato, l'ombra delle problematiche di razza che comincia lentamente a incombere, l'antisemitismo nemmeno troppo strisciante, i musicisti dell'epoca, un corpo di ballo russo assai vivace, le ragazze a caccia di marito, i giri di compere e il tema, sempre molto serio, delle Prove dei Vestiti e della Scelta delle Damigelle - perché c'è un Grande Matrimonio da allestire e non te la puoi cavare con un aperitivo servito agli ospiti in terrazza. 
Le rose, anche. Un sacco di rose. Un cigno di meringa. Una bellissima cavalla bianca (il dono dello Sposo alla Sposa).
E ci sono anche molti dei topi letterari ricorrenti nei romanzi dell'epoca in cui è ambientato:  gli aristocratici russi in esilio, allegri e di buon cuore, il Grandioso Ballo verso cui punta tutta la vicenda, un bel po' di questioni sociali e anche il ritrovamento finale di un tesoro scomparso che risolverà parecchi problemi.
C'è poi una villa inglese assolutamente incantevole che qualsiasi amante del genere adorerà, e un sacco di informazioni sulla vita della servitù all'epoca. 
E' una lettura piacevole, luminosa, rilassante e che fa bene all'anima, nonché una bella storia d'amore, anzi due (volendo, anche tre). Di amore in effetti si parla parecchio, senza limitarsi alle coppie da formare. Per esempio anche la villa è molto amata, e ama molto i suoi abitanti.

E' una lettura che va bene in spiaggia, naturalmente, ma la vedrei molto bene anche in parchi e giardini, sotto gli alberi, all'aperto. Rende bene soprattutto in un clima di mezza estate o tarda primavera, secondo me.
Con questo post idilliaco partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e una felice chiusa d'estate a chiunque passi di qua.

mercoledì 17 agosto 2016

17 Agosto 2016 - Giornata della valorizzazione del Gatto Nero (ma non solo dei gatti, e non solo di quelli neri)

Com'è noto, qualsiasi persona provvista di un minimo di logica sa che un gatto nero non porta con sé alcun influsso malefico, ma solo il piacere che ogni bel micio è in grado di elargire.
E infatti nessun micio si sognerebbe mai di discriminare un gatto nero in quanto nero, come ben dimostrano queste foto, fornite per gentile concessione da Acquaforte:

La deliziosa, piccola gattina quasinera chiamata Magò è stata accolta con amichevole ospitalità dal più grande gatto quasibianco Benjamin, già ospitato su questo blog qualche tempo fa.
I due ci offrono una piacevole e affettuosa simmetria molto miciosa e non priva di possibili raffronti con la classica raffigurazione yin-yang:
Un altro esempio di simmetria miciosa bianco-nero ci è offerto da Eva*, che mi ha inviato la foto di due gatti (o gatte?) della sua amica Chiara:  (osservate il delicato gioco di rimandi tra cravatte, mascherine eccetera):
I gatti sono consapevoli che esiste una sola razza, quella felina, indipendentemente dal colore e dalla taglia, e non si perdono in assurde discriminazioni.
Nella speranza che l'umanità prenda esempio da loro, dedico ai gatti neri e diversamente neri (o anche diversamente gatti) una bella canzone che giocava appunto sulla simmetria dei colori, estesa financo ai cantanti:

* (in questi giorni in lutto stretto per la dipartita del bel Fred, stroncato da infausta malattia e che, pur non essendo affatto nero, era un gatto molto bello e ricco di pregi)

domenica 14 agosto 2016

Haeretica - La Disciplina - 5 - Il rapporto tra pari


Tra le mie molte stravaganze insegnantesche ce n'è una che è talmente stravagante che a malapena per molti anni ho osato confidarla in privato a carissimi colleghi amici con cui non ho mai lavorato e assai difficilmente avrò occasione di lavorare. La loro reazione unanime mi ha convinto di aver agito con molta accortezza evitando con cura di espormi sull'argomento a scuola.
Col tempo le cose sono un po' cambiate, anche perché sono alla media di St. Mary Mead - e forse sono cambiate anche fuori da St. Mary Mead. Ma insomma la stravaganza di cui vado adesso a parlare continua a godere della generale disapprovazione nel corpo insegnantesco e solo raramente può essere apertamente esposta a piccolissimi gruppi di docente selezionati con cura senza scatenare la generale e totale disapprovazione.
Così, ben nascosta dietro il mio paravento, mi confiderò con il mio blog, in estiva e tranquilla solitudine, cercando di esporre i motivi morali, culturali, temperamentali, sociali e bocciofili per i quali codesta stravagante idea si è radicata nel mio animo perverso - perché è proprio radicata, e il massimo di compromesso che riesco ad accettare è tacerla, regolandomi su di essa ma parlandone il meno possibile.

Ed eccomi che esco allo scoperto: valutando la condotta, trovo molto più grave la mancanza di garbo e/o rispetto verso i compagni che quelle verso un insegnante.
Passo ora a spiegarne i motivi.

Il primo e basilare motivo è che, se io sono lì dove sono, in quella classe con l'alunno che mi cencia, è perché ho firmato un contratto in merito. Certamente nel contratto non era scritto che avrei trovato alunni che mi cenciavano, ma in fondo sono lì in una classe a insegnare per mia libera scelta. Potevo fare un altro lavoro, o scegliermi un'altra scuola. E poi a fine mese mi pagano, e in fondo nel contratto non era nemmeno scritto che avrei trovato solo angeli rispettosi. Inoltre a fine quadrimestre e a fine anno io darò il voto a chi mi cencia, lui no. Non è un rapporto alla pari, ho modo di rivalermi (che scelga o no di farlo è un'altra questione) e l'alunno che mi cencia lo sa.

Un alunno che cencia un insegnante può avere le sue ragioni. Attenzione, non sto parlando di garbate rimostranze o di un opposizione motivata basata su torti più o meno reali da me inflitti, sto parlando di autentici sgarbi o male parole. Il problema, tanto avvertito e così spesso tirato in ballo nei Consigli di Classe che l'alunno Tale o Talaltro "è polemico" e "mi guarda dall'alto in basso" e insomma "non è rispettoso" o critica certe mie scelte o comportamenti non lo ritengo tale: se mi guarda dall'alto in basso penso che a questo mondo ognuno guarda gli altri come gli pare, se è polemico cerco di rispondergli spiegando come e perché faccio quel che faccio e lo ascolto - e se alla fine mi sembra che abbia ragione mi regolo di conseguenza. Lavoriamo insieme, ed è mio dovere fare quel che posso per creargli un ambiente di lavoro confortevole.
Sto parlando di dispetti, scherzi del cavolo, offese, aperti tentativi di sabotare la lezione. Certe volte sono comportamenti dettati da estrema leggerezza, ma c'è sempre sotto qualche problema del ragazzo - e quando l'alunno ti rende sistematicamente impossibile la lezione i problemi sono decisamente seri. 
Ma, per quel che mi risulta, non si dà mai il caso in cui l'alunno che rende impossibile la lezione si comporti correttamente con i compagni, per cui si ritorna al discorso di prima: tanto vale intervenire soprattutto sul secondo aspetto, perché il primo a quel punto risulta marginale.
Tralasciamo dunque il caso dell'alunno con scompensi neurologici che, poniamo, sputa addosso all'insegnante; perché lì non è questione solo del voto di condotta - e sono quei casi in cui gli insegnanti si ritrovano abbastanza disarmati e i compagni pure (perché di solito sputa anche addosso a loro, e con molta più frequenza di quel che fa con l'insegnante).

Un alunno che manca di rispetto a un insegnante ed è compiutamente in grado di intendere e di volere fa una scelta e sceglie di opporsi all'elemento più forte della classe. Corre consapevolmente un rischio e si prende le sue responsabilità - anche nel peggiore dei casi, quando è convinto di godere di una certa impunità, sa che qualche conseguenza potrebbe comunque esserci.
Un alunno che prende in giro i compagni o li sottopone a prepotenze varie (di solito facendo ben attenzione a non farsi notare dall'insegnante) fa anche lui una scelta, e prende di mira un elemento debole. Di solito, anzi, ha cura di scegliere l'elemento più debole: lo straniero, quello in posizione sociale più bassa, quello malvisto dai compagni, quello che i compagni non si preoccupano di difendere, quello che non è capace di difendersi da solo. Oggi lo chiamano bullismo, quando a farlo sono ragazzi minorenni, ma di fatto si tratta di prepotenza pura e semplice compiuta su qualcuno che per i più  vari motivi non reagisce, ed è una prepotenza fatta con la beata convinzione (spesso, ahimé, assai fondata) che la cosa resterà senza conseguenze disciplinari, vuoi perché gli insegnanti non se accorgono, vuoi perché fanno conto di non accorgersene, vuoi perché stabiliscono che "non è grave" e che "sono cose tra ragazzi e non è bene interferire".

Lo spettro delle possibilità è molto ampio: si va dal singolo alunno che prende di mira un compagno o due e li offende nei modi più classici, fino a gran parte  della classe che prende di mira uno o più elementi che vengono usati come punching ball, ideali quando uno si sente un po' giù e vuole scaricarsi i nervi. Oh sì, anche in questo caso ci sono delicate motivazioni psicologiche legate al disagio interiore del molestatore ma, siamo seri: quale adolescente su questa terra non è a disagio? Anzi, quale essere umano su questa terra non è a disagio? E una volta sfogato il disagio sul malcapitato di turno, quale adolescente (o essere umano) ne trae un concreto e duraturo beneficio?
La risposta a tutte e tre le domande mi sembra una sola: NESSUNO.
Usare dunque i compagni di classe come punching ball è una pratica inutile nel migliore dei casi per chi la fa, piuttosto dannosa nel migliore dei casi per chi la subisce e del tutto deleteria per l'ambiente di classe. E' dunque opportuno sanzionarla con grande decisione, senza farsi troppe seghe e senza perdersi nell'autocoscienza collettiva per portare avanti il discorso.

Anche perché c'è un altro fattore da considerare, e ogni tanto lo ripeto in classe: Gli adulti sono per voi un incidente di percorso, ma i coetanei sono quelli con cui avrete a che fare per tutta la vita. Dovete imparare a trattarli correttamente e a evitare gli attriti non necessari, e soprattutto prima imparerete a lavorarci insieme e meglio sarà, perché per tutta la vostra vita lavorativa avrete a fianco i coetanei, e se non saprete lavorarci la vostra carriera ne risentirà.

Per difendere questo mio eretico punto di vista sono perciò entrata nella sottocommissione POF addetta alla preparazione della tabella delle motivazioni del voto di condotta. E siccome là dentro non ero del tutto sola in cotal eresia, dopo qualche discussione, un po' di lamentele e un accorto uso del metodo panzer, la fazione eretica ha infine prevalso, non senza qualche merito da parte mia, e adesso all'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, almeno sulla carta, il comportamento con i pari è uno dei principali indicatori di cui tenere conto nell'assegnazione del voto in condotta.
E di ciò sono molto fiera
anche se evito di vantarmene in pubblico.