Il mio blog preferito

mercoledì 10 agosto 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 5 - Le Entesse


Anche se tendenzialmente gli Ent possono vivere all'infinito, sono una razza in via di estinzione. Qualcuno si sta alberizzando, sì, e qualcuno è morto per gli accidenti della vita. Ma il vero problema è che non hanno germogli ent: ne hanno avuti alcuni, in epoche molto lontane, ma poi perdettero le entesse.
"Quando il mondo era giovane, e i boschi vasti e selvaggi, gli Ent e le Entesse camminavano e vivevano insieme. Ma i nostri cuori non svilupparono i medesimi sentimenti"
racconta Barbalbero "gli Ent si erano affezionati ai grandi boschi selvaggi. Ma le Entesse si occuparono delle piante più piccole, dei prati illuminati dal sole ai margini delle foreste; videro le prugnole sugli alberi, i meli ed i ciliegi selvatici fiorire in primavera, l'erba verde crescere in estate nelle terre irrigue, ed i semi germogliare nei campi in autunno.

Entwife - Natalia Nikitin
Esse non desideravano parlare con queste cose, ma volevano essere ascoltate e obbedite. Le Entesse ordinarono loro di crescere secondo i propri desideri, e di produrre frutti e di portare foglie a volontà; le Entesse infatti volevano ordine, abbondanza e pace, e ciò per loro significava che ogni cosa doveva restare al posto che esse avevano stabilito. E crearono giardini, per abitarli. Molti uomini appresero l'arte delle Entesse e furono estremamente riconoscenti".
Insomma, mentre gli Ent si concentrarono sulla loro alberità, le Entesse inventarono l'agricoltura e la insegnarono agli uomini, mettendo le piante più piccole al loro servizio. Si potrebbe dire che, per amore di dominio, domarono le piante e le legarono alla catena della produzione agroalimentare, oppure che cercarono di produrre qualcosa che fosse utile anche alle altre specie - quelle che camminavano liberamente su due gambe, verso cui non provavano alcun rancore e a cui anzi elargirono un dono senza prezzo: prima dei loro utili insegnamenti, infatti, uomini (e hobbit, si suppone) vivevano allo stato di cacciatori e raccoglitori, insomma carne arrosto o bollita e  bacche, radici e funghi (come si alimentassero gli elfi, che da millenni imperversavano per il mondo, non è dato sapere).
Quello dell'agricoltura è il più antico mestiere del mondo, nella nostra storiografia: caccia,  raccolta di bacche e perfino allevamento sono infatti praticati anche dagli animali, mentre l'agricoltura è una caratteristica esclusivamente umana. I campi biondeggianti di grano e i frutteti carichi di pesche e susine segnano l'inizio della civiltà umana, ma portano con sé la fine della libertà delle piante, rinchiuse in giardini e condannate a produrre, produrre e ancora produrre. Ordine, pace e abbondanza: piatti pieni su tutte le tavole, frutteti e orti ben strutturati e curati, bellezza e rigoglio ovunque.
Chi aveva ragione?
Dal punto di vista umano le Entesse, senz'altro. Dal punto di vista vegetale non so, ci sarebbe parecchio da discutere e sarebbe interessante sentire cosa ne pensavano gli Ucorni.
Quel che è certo è che la separazione degli Ent maschi dalle Ent femmine si rivelò un disastro per la razza degli Ent nel momento in cui le Entesse... scomparvero. 

Gli Ent maschi erano rimasti nelle foreste, ma andavano ogni tanto a trovare le loro Entesse. Non risulta che le Entesse facessero altrettanto, perché erano assolutamente soddisfatte della loro scelta. Coltivare la terra le aveva cambiate anche fisicamente: erano diventate più curve e brune "avevano i capelli riarsi dal sole e del colore del grano maturo, e le guance rosse come mele. Eppure gli occhi erano ancora come i nostri".

Fimbrethil, consorte di Barbalbero

Ad ogni modo i giardini delle Entesse cambiarono più volte locazione, dopo ognuna delle venute dell'Oscurità, rifiorendo ogni volta più belli e fertili. Eppure ci fu un triste giorno in cui gli Ent trovarono solo terre bruciate: "era tutto un deserto, ogni cosa bruciata e sradicata dalla guerra devastatrice" e niente più tracce delle Entesse. Gli Ent le cercarono, e chiesero loro notizie. Seppero solo vagamente che erano andate a sud, oppure a est, oppure... insomma, le cercarono e non le trovarono mai più. 
Per confortarli, gli Elfi scrissero delle canzoni. Che altro potevano fare?
Barbalbero ne canta una, una specie di contrasto dove nell'ultima strofa i due rami della razza si riuniscono dopo aver perso entrambi le loro dimore:
Insieme allora nella bufera fianco a fianco ad ovest ce ne andremo
Ed una terra dove i nostri cuori riposar potranno troveremo.
Tuttavia niente di tutto ciò è avvenuto nel tempo in cui Barbalbero incontra gli hobbit, e l'Ent sospira che le canzoni, come gli alberi, portano frutti solo a tempo giusto e a modo loro; e a volte appassiscono anzi tempo".

Dove erano finite le Entesse? Esistevano ancora, nella Terra di Mezzo?
Un affascinante teoria  sostiene che, almeno per un certo tempo, hanno avuto cura dell'Ithilien, che non a caso veniva chiamato il giardino di Gondor, e trova le loro tracce... in una ciotola di pietra piena d'acqua, simile a quelle che c'erano nella casa di Barbalbero visitata dagli hobbit. In tutti i casi Tolkien non ha lasciato tracce molto esplicite - ma va pur considerato che il Signore degli Anelli  pullula di leggeri accenni abilmente nascosti nelle pieghe del testo.

La storia ha un tono squisitamente vittoriano, a partire dalla teoria (nata, mi sembra, proprio in quegli anni) che vuole le donne come inventrici dell'agricoltura: senz'altro un bel titolo di vanto per il nostro sesso, e tuttavia mi sono sempre chiesta se esiste un qualche elemento oggettivo su cui basarla, al di là dell'opinione che gli uomini avevano in quell'epoca sulla natura femminile: i maschi rincorrono l'infinito, i misteri, studiano la natura alberesca, mentre le femmine sono portate verso le piante più piccole e produttive, vogliono un piccolo regno dove comandare ed essere obbedite, cercano la regola, la pace, l'abbondanza e si occupano di ciò che ha un utilizzo pratico. Una volta passato l'entusiasmo della giovinezza, quando i sogni e i sentimenti sono gli stessi, i cuori di maschi e femmine prendono direzioni diverse, anche se l'affetto nella coppia permane immutato. 
E' la crisi della coppia, un tema molto presente nella letteratura degli anni di Tolkien: non la coppia che si separa per contrasti o perché nuovi interessi sentimentali han preso il posto dell'antico amore - tutte cose cui un divorzio potrebbe porre rimedio - ma la coppia che si continua ad amare ma che ha interessi in gran parte separati perché maschi e femmine, maturando, sviluppano interessi diversi essendo diversi per natura (Tolkien stesso visse un matrimonio assai felice dove però i coniugi, pur continuandosi sempre ad amare, avevano interessi in larga parte divergenti. Per coltivare i suoi, del resto, Tolkien preferì sempre la compagnia maschile).
La separazione degli Ent dalle Entesse non avviene per leggerezza, motivi futili o scarsità di sentimento, ma perché i due rami della razza sono intrinsecamente diversi, e davanti a questa differenza naturale l'autore non riesce a trovare altro che la possibilità di una riunione "dopo" che la vita ha seguito il suo corso.
Resta un ultima osservazione da fare: in questa storia le Entesse sono mute, come spesso le controparti femminili delle razze di Tolkien. Pochissimo sappiamo delle signore hobbit, poco delle donne, le Entesse appaiono solo di riflesso nel racconto di un Ent malinconico, quasi nulla viene detto delle nane, nulla del tutto delle orchette. Solo la voce delle Elfe risuona con una certa chiarezza.

venerdì 5 agosto 2016

Boy, Snow, Bird - Helen Oyeyemi


Di questo libro avevo sentito come parlare come di una riscrittura della favola di Biancaneve ambientata nell'America degli anni 50. Siccome le favole mi piacciono molto me lo sono procurata quanto prima, iniziando tosto a leggerlo con blando interesse.
L'interesse si è presto evoluto in un saldo apprezzamento e poi in un entusiasmo travolgente fino a farmi guaiolare di piacere sulla conclusione - che per alcuni è il punto debole di un romanzo altrimenti piuttosto valido, ma che io personalmente considero la conclusione più appropriata verso cui tutta la vicenda tendeva fin dalla prima pagina.
Il mio giudizio quindi è di totale e completo apprezzamento, e questa recensione sarà ancora più emotiva del solito.
Sarà però il caso di piantarla di parlare per enigmi, anche se questo è un romanzo molto difficile da riassumere senza spiattellare i due colpi di scena che sono parte integrante della storia. Personalmente non ho nulla contro gli spoiler, ma credo che in questo caso andrebbero proprio evitati.

Prima di tutto: nonostante la copertina balorda dell'edizione italiana e quella più gradevole ma piuttosto gratuita dell'edizione americana questo non è un romanzo fantasy, e nemmeno di genere fantastico. E' invece un romanzo che tiene conto del fatto che "ci sono più cose in cielo e in terra di quanto sogni la nostra filosofia". Niente prodigi, niente magia e niente miracoli, ma piuttosto qualcosina qua e là che ci ricorda che il mondo non è fatto solo di apparenze concrete.
Non è un romanzo sugli specchi, anche se la linea genetica della protagonista principale, Boy, ha con gli specchi un rapporto particolare. Suggestioni? Messaggi dall'inconscio? Segnali da un mondo parallelo? Tenderei verso la seconda possibilità. Ma gli specchi hanno da sempre valenze piuttosto simboliche in letteratura, senza dover necessariamente scomodare Biancaneve o Alice che va nel paese delle meraviglie.
Biancaneve c'entra il giusto, e anzi non mi sembra venga mai nemmeno apertamente nominata. C'è una matrigna, in effetti, ma la storia parla principalmente del rapporto madre-figlia: ci sono molte madri (anche più di quel che sembrerebbe a prima vista) e anche un buon numero di figlie, ma pure nonne, sorelle e financo zie, oltre a qualche amica. E', questo sì, un romanzo a forte prevalenza femminile, ma non per questo i personaggi maschili stanno lì a fare da decorazione, inerti e passivi.

Il titolo è dedicato alle tre protagoniste: Boy, Snow e Bird sono infatti tre femmine. Sì, anche Boy. Non sono soprannomi, sono i nomi registrati all'anagrafe, quelli che compaiono sui loro documenti. Perché Boy è stata chiamata così risulta abbastanza chiaro nel corso del romanzo, e lo stesso vale per Snow. Quando a Bird, il nome è scelto dalla sorellastra Snow: Si deve chiamare Bird sia se è un maschio che se è una femmina. Bird come un uccello che canta e che vola. E Bird si mostrerà infatti una creatura piuttosto difficile da tenere in gabbia, e con un rapporto particolare col canto (anche se nel libro c'era già una cantante, ed era la madre di Snow) e anche col mondo "altro", quello al di fuori della realtà fenomenica. Parlando della fiaba di Cenerentola chiede Ma è una storia vera? Non dico il fatto della fata buona e del vestito che a mezzanotte ridiventa di stracci; questo lo so che è vero. No, dico di Cenerentola che spazza tutti i giorni la cenere e non la mette mai nel mangiare della matrigna o cose così... possibile che questo sia vero?
Il rancore infatti è un altro dei temi portanti del romanzo: il rancore, la sua forza e i vari modi per sfogarlo e/o superarlo. Come si esce da un incantesimo, chiede Boy, stremata ma non doma, verso la fine della storia. La saggia donna cui ha fatto la domanda risponde Un incantesimo dura solo finché la persona che lo subisce non è sinceramente e profondamente stufa di essere sotto quell'influsso. L'incantesimo svanisce appena la prospettiva che continui diventa agghiacciante. Qualsiasi psicoterapeuta le darebbe ragione, e altrettanto farebbero Gandalf e Silente, entrambi grandi sostenitori del libero arbitrio.
La chiave del romanzo infatti è che nessuno è inchiodato al suo destino, per quanto sembri senza via d'uscita e per quanto forti siano i traumi da cui questo destino ha preso forma: nel momento in cui ti stufi davvero di una situazione, riacquisti la possibilità di scelta e puoi cambiare la tua storia.

Dopo tanto straparlare provo a dare qualche elemento più terra terra.
La vicenda è ambientata negli Stati Uniti, tra gli anni 50 e gli anni 60. Boy è una ragazza che, dopo molti anni di maltrattamenti, scappa di casa, approdando in una cittadina del Massachusetts dove potrà costruirsi una nuova vita che la porterà tra l'altro a sposare un vedovo, il padre di Snow. La nascita della loro figlia Bird porterà però non pochi cambiamenti negli equilibri familiari e costringerà qualche scheletro a uscire dagli armadi per prendere aria.
Lettura piacevole e interessante, va bene per tutte le stagioni, tutte le circostanze e tutte le età sopra i quattordici anni (prima potrebbe risultare di difficile lettura, ma non necessariamente di difficile comprensione). 
Ai miei occhi però il libro ha il difetto di essere corto (sotto le 300 pagine) perché ne avrei preso volentieri qualche altra dose.

Con questo post sono particolarmente lieta di partecipare al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici vacanze a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passi da qui.

mercoledì 3 agosto 2016

Considerazioni sul Premio Bancarellino (e sull'editoria per ragazzi in generale)

Alcune bancarelle sono estremamente curate, altre meno

Qualche anno fa la prof. Palmina decise di far partecipare la sua classe al Premio Bancarellino, costola del più famoso Premio Bancarella. L'iniziativa riscosse un discreto successo tra gli alunni e così l'anno dopo parteciparono due prime, e due anni dopo tre prime - e lì ci siamo dovuti fermare perché più di tre prime abbiamo.

Il premio, nato nel 1957, funziona così: all'inizio dell'anno solare una commissione sceglie a proprio insindacabile giudizio tenendo conto degli argomenti trattati e della qualità letterario una ventina di opere tra quelle inviate dalle case editrici specializzate nel settore, uscite nell'anno precedente e rivolte a un pubblico tra gli 11 e i 13 anni.
Le classi che ne fanno richiesta ricevono i libri a prezzo di favore, li leggono a piacer loro e assegnano un voto ai libri letti. Ad una certa data le scuole inviano alla direzione del premio l'elenco delle opere con relativa votazione, ottenuta facendo la media dei singoli voti assegnati dagli alunni ad ogni libro.
I primi cinque classificati entrano in finale. Poi c'è la Gran Giornata della Premiazione, a Pontremoli - graziosissima cittadina che si trova nel punto più estremo a nord della Toscana e quindi per noi è piuttosto lontana - dove partecipano anche le scolaresche: in tarda mattinata c'è un confronto con gli autori dei libri finalisti, che raccontano come gli è venuto in mente di scrivere proprio quel libro lì, di cosa parla eccetera, e poi rispondono alle domande dei ragazzi. Dopo pranzo i ragazzi passano a votare il libro che preferiscono tra i finalisti, verso le cinque c'è la premiazione e le classi si divertono assai*.

Quest'anno avevo una prima e, come dire, mi è toccato. Ho affrontato il caso con fronte serena e apparente consenso, anche se in cuor mio nutro serie riserve. Non verso il meccanismo, che è studiato con notevole abilità per incitare i ragazzi a leggere il maggior numero di libri possibili - e per un insegnante di Lettere è sempre un piacere vedere i suoi alunni che leggono a gara - ma per alter questioni, principalmente di ordine letterario.
Qualche riserva si potrebbe avanzare sul meccanismo delle date: chiaramente la commissione si prende il suo tempo per selezionarli, quindi i libri arrivano alle scuole a fine Marzo, e la data in cui dobbiamo inviare i voti è intorno al 20 di Maggio - insomma, a conti fatti non c'è molto tempo per leggere, e ce ne sarebbe di più se l'anno considerato andasse, poniamo, dal 1 Ottobre al 30 Settembre o qualcosa del genere e i libri ci potessero arrivare subito dopo Natale.
Con tempi così ristretti l'insegnante non ha molta possibilità di intervento - e questa la trovo un ottima cosa. Tuttavia l'insegnante di Lettere delle medie normalmente ha una certa conoscenza della letteratura per giovinetti, e se poi è il bibliotecario della scuola e magari tutti gli anni segue minuto per minuto una mostra del libro finisce per imparare anche qualcosina sull'editoria per giovinetti e sulle preferenze dei medesimi. Quando poi da quattro anni cataloga i libri del Bancarellino è portato per forza di cose a fare in cuor suo alcune considerazioni del tipo "come mai certe case editrici di risonanza davvero minima partecipano tutti gli anni, magari con due o tre libri, mentre altre che gestiscono prestigiosi cataloghi assai curati a malapena si intravedono ogni tre o quattro anni?" oppure "Perché diavolo autori assai scarsamente gettonati dalla studentesca platea ogni santo anno hanno il loro libro nella rosa dei venti, e ogni anno detto libro riguarda il tema più trendy dell'anno?" o anche "Se lo scopo del premio è di diffondere la pratica della lettura tra i giovinetti perché non c'è quasi nulla di quello che, lasciati a loro stessi, i giovinetti leggono?" e soprattutto "Per quale accidente di motivo spesso tra libri selezionati non ce n'è manco uno straniero?" (il premio non è riservato ai soli libri italiani, e quando per avventura capita che venga introdotto qualche libro straniero - che non avviene tutti gli anni, oh no - detto libro di solito vince). 

Ma la domanda che più si impone al bibliotecario di turno è "Come mai almeno due terzi di questi libri hanno in tutto e per tutto le caratteristiche almeno esterne del ciarpame?".
A questo magari si potrà rispondere che buona parte dell'editoria per ragazzi ciarpameggia assai - copertine orripilanti, copertine e rilegature destinate a logorarsi già alla seconda lettura, riassunti sul retro di copertina o nei risvolti che fanno veramente pena e non sempre aiutano a farsi un idea del libro ma che non di rado si preoccupano di indicare i temi trattati e cosa il giovane lettore ne deve pensare, stampa poco curata, refusi a sfare, formato di lettura scomodo, illustrazioni brutte che più brutte non si può. Questo però non vale per tutte le case editrici, solo per la maggior parte - guarda caso, quelle che partecipano sempre.
L'assente più notevole è la Salani, che spesso e volentieri non c'è proprio (anche se quest'anno partecipava con Olga di carta di Elisabetta Gnone, che onestamente è un bel libro e ha una confezione grafica eccellente) e che incrociamo solo due volte nell'albo d'oro: con Le streghe di Roald Dahl nel 1988 e con L'ultimo elfo di Silvana De Mari nel 2005.
Qualcuno qua ha mai sentito nominare, magari anche dai ragazzi, Roald Dahl e Silvana De Mari? Oso dire di sì. Ma scorrendo l'albo d'oro negli ultimi 30 anni ci ho trovato una bella collezione di sconosciuti e di libri di cui non mi è mai giunta notizia, assieme a qualche nome noto e a qualche titolo che effettivamente mi risulta che i ragazzi abbiano apprezzato.
Visto che i ragazzi gradiscono il meccanismo della gara, non sarebbe magari il caso di utilizzare il premio Bancarellino per promuovere una rosa più interessante, che avrebbe il risultato di alzare anche le vendite? D'accordo che l'editoria per ragazzi è in effetti un settore che funziona abbastanza, ma spesso ho avuto l'impressione che si potrebbe fare meglio e di più, magari incentivando quegli editori che stanno facendo il lavoro migliore.
Un aspetto positivo della selezione invece era che c'erano libri di molte taglie, e quindi anche i lettori meno appassionati potevano scegliersi qualcosa che andasse giù in poche ore.

Siccome uno dei miei principi cardine è che i ragazzi devono imparare a scegliersi i libri da soli mi sono limitata a squadernarglieli davanti, distribuendoli su due banchi attaccati per l'occasione e dicendo "Prendete quello che vi ispira". 
Le uniche regole che ho messo erano che il libro andava riportato in tempi ragionevoli, e se vedevano che un libro non andava avanti dovevano riportarlo, invece di tenerlo in casa ad annoiarsi sul loro comodino. Se lo riportavano senza averlo finito, allora un giudizio se l'erano fatto comunque e avevano diritto a darlo. Naturalmente nessuno era obbligato a prendere alcunché, se non ne aveva voglia.
Ogni giorno prendevo i libri restituiti e li distribuivo a chi li voleva purché non avessero altri libri del Bancarellino a casa. Se c'erano più aspiranti allo stesso libro valeva l'ordine della lista d'attesa, e se non c'era lista di attesa facevano la conta o la morra cinese o pari e dispari, e volendo potevano pure tirare in aria una moneta. 
Alcuni libri sono finiti nel tritacarne, nel senso che molti li hanno presi per constatare di persona se davvero facevano così schifo come dicevano quelli che li avevano letti (di solito poi riportandoli ammettevano che sì, è vero, facevano davvero pena. Ma ci sono stati casi di libri le cui quotazioni sono improvvisamente salite quando qualcuno a sorpresa gli dava nove o dieci, e improvvisamente diventavano oggetto di una lunga lista d'attesa). Certi libri sono stati oggetto di valutazioni diversissime, altri hanno goduto di generale consenso, altri sono stati cenciati all'unanimità.
Il nostro vincitore morale è stato Le fiabe dei motociclisti volume II, che non solo non è finito tra i cinque finalisti, ma che nemmeno le altre due prime avevano tenuto in grande considerazione - anzi, tutta la nostra classifica è risultata molto diversa da quella delle altre due classi (e da quella generale di tutti i partecipanti della regione).
Il meccanismo della distribuzione quasi quotidiana si è mangiato una gran quantità delle mie ore, e a tutt'oggi non so se è stato tempo ben utilizzato. Credo di sì, perché la classe si è divertita molto (e anch'io) e, comunque sia, sul piano della socializzazione è stato un successo.
Penso anche che riprenderò l'argomento all'inizio dell'anno, perché sono curiosa di vedere come funziona la loro memoria di lettura. E' un esperimento che non ho mai provato.

*gli insegnanti un po' meno, ma questi son dettagli 

domenica 31 luglio 2016

Sì, sono proprio una gran Bella Fighejra!


E' stata citata tante volte in questo blog e nei commenti, sempre in relazione al lo sceneggiato dai Promessi sposi.
Non ha fatto solo quello, naturalmente. Ma questo è un blog sulla scuola con dentro anche un po' di letteratura, e il trattamento cui il trio Solenghi-Marchesini-Lopez sottopose il mostro sacro della letteratura italiana, tanto citato, tanto sopportato e tanto malvisto da tante generazioni di studenti contrariati, ma anche apprezzato da qualche sporadico studente compiaciuto,  fu geniale. 
Anna Marchesini è stata una grande attrice, una grandissima comica e una grande donna. Ma per me è stata soprattutto la migliore Lucia Mondella di tutti i tempi. E voglio ricordarla al gran ballo di don Rodrigo, dove fu anche Miss Lecco e Cenerentola (ma, poco prima e forse nella stessa puntata era stata anche la fidanzata di don Rodrigo, Bella Figheira).

mercoledì 27 luglio 2016

Pensierino della sera sulla legalità (o sulla mancanza della medesima)


Una volta arrivata la legge sulle unioni civili c'è stato un gran parlare del grave problema dei sindaci obbiettori di coscienza, ovvero quei sindaci che sono contrari alla legalizzazione di relazioni tra persone dello stesso sesso e non vogliono registrare l'avvenuta unione come la legge gli richiede.
In realtà il problema non esiste, perché di anche i matrimoni civili spesso non sono celebrati dal sindaco ma da altri assessori a ciò delegati, specie nei comuni grandi dove altrimenti il suddetto sindaco si troverebbe assai oberato di lavoro avendo anche altre mansioni da svolgere - quindi il sindaco che non vuole registrare le unioni civili non le registrerà e passerà l'incarico a qualcun altro, come precisato di recente dal Consiglio di Stato.
Naturalmente, il sindaco così visceralmente contrario a un atto ufficiale che gli spetta per legge mostrerebbe forse maggior coerenza con i suoi raffinati principi rinunciando a fare il sindaco e dedicandosi ad altre attività a lui più consone; ma tale idea non sembra aver sfiorato alcuno di costoro, che hanno addirittura chiamato in causa il diritto all'obiezione di coscienza.
Di fatto non esiste l'obiezione di coscienza per i sindaci, così come non esiste il diritto di obiezione di coscienza contro un farmaco per i farmacisti, per quanto alcuni di loro si rifiutino di vendere la pillola del giorno dopo in nome della loro rigorosa coscienza (non tanto rigorosa, comunque, da fargli contemplare l'idea di passare al commercio al dettaglio di frutta e ortaggi o di articoli da cucito). Di fatto, un farmacista che rifiuta di vendere un farmaco è passibile di denuncia e processo e radiazione dall'albo.
Tuttavia molti lo fanno, e di solito lo fanno in assoluta impunità.

Tutto questo è possibile in Italia per due ragioni:
1) i processi sono lenti come la fame 
2) il cittadino medio è abituato a non vedere rispettare la legge perché lui stesso. spesso e volentieri, non la rispetta se non quando è costretto - magari perché la legge è difficile se non impossibile da osservare, o palesemente illogica, ma insomma il risultato è quello.
Per queste ragioni chi subisce un torto raramente sporge denuncia: sa che in tempi brevi non ne caverebbe alcun utile. Chi cerca una pillola del giorno dopo la vuole subito, non fra sei anni. Una volta ottenuta infine la sua pillola, di solito è troppo stanco, stressato, depresso e vilipeso per cercare soddisfazione nei tribunali: va a casa, prende la sua pillola e al massimo telefona a qualche amica per avere un po' di conforto. E in fondo al cuore non trova veramente strano quel che è successo: si sa che in Italia ognuno fa un po' quel che gli pare.

Quando a scuola ci preoccupiamo perché gli alunni non rispettano le regole e prepariamo per loro dei bellissimi percorsi per la legalità, trascuriamo spesso il fatto che i nostri alunni (come noi) sono abituati a vivere in un contesto di illegalità diffusa e di continui aggiustamenti fatti per aggirare le leggi - anche a scuola, tra l'altro, dove il compromesso regna sovrano e la legge viene spesso interpretata per renderla un po' più commestibile, anche da persone tendenzialmente molto oneste.
Il computer per gli alunni dislessici che non c'è, per esempio. La finestra che in teoria dovrebbe essere aperta solo verso l'alto (ma che non garantisce un adeguato ricambio d'aria, e non parliamo di quando fuori fa caldo). Il docente che fuma nell'intervallo sulla scala antincendio. Il cellulare che non può essere portato in classe ma che in via informale viene lasciato portare a patto di non usarlo, ma che poi viene usato dallo stesso docente per collegare il computer o la LIM in rete perché il collegamento della scuola non funziona. Il compito dell'esame difficile, ma con il professore che passa di banco in banco per aiutare. La macchinetta del caffé dove gli alunni non possono andare ma di fatto vanno. Il film scaricato illegalmente per guardarlo in classe - a volte dal docente, a volte dagli alunni. Le versioni piratate dei programmi informatici.
Mi vanto di essere una persona onesta e il mio certificato del casellario giudiziario è intonso e immacolato - ma da quando la scuola ha smesso di pagarmi il noleggio del film (che comunque dovrei vedermi solo in privato, secondo quanto stabilito dalla legge, e non in classe o magari con più classi in contemporanea) quel che non trovo nelle biblioteche pubbliche lo faccio scaricare, e faccio anche un grande uso delle fotocopie di testi letterari, anche di quelli che hanno cinque righe di avvertenza di non fotocopiare.

Tutto questo si verifica a tutti i livelli della società e facilita arbìtri e ingiustizie molto gravi - che difficilmente verranno sanati perché solo occasionalmente le leggi sono fatte rispettare e violarle porta conseguenze gravi solo in tempi molto lunghi, che pochi hanno le disponibilità economiche e psicologiche per affrontare.
Questo spiega anche perché è così facile mettere in giro notizie sull'approvazione di leggi assurde: sono comunque credibili perché somigliano a quelle vere.

Non è strano quindi che gli studenti non sempre rispettino le regole: caso mai sarebbe il caso di indagare su come mai ne rispettano tante.

venerdì 22 luglio 2016

Il baco da seta - Robert Galbraith


Seconda avventura dell'investigatore Cormoran e della sua segretaria Robin, questa volta alle prese con il caso di uno scrittore di non più troppo belle speranze ma molto affamato di fama e successo; il quale scrittore scompare dopo aver consegnato all'agente editoriale un libro assai corrosivo sul mondo dei letterati che, ancora manoscritto, sta seminando polemiche incendiarie.
Tutta l'indagine si svolge dunque nel mondo dell'editoria: conosciamo agenti letterari, editor, editori e, naturalmente, scrittori e scrittrici.
Uno scrittore che parla di scrittori rimbalza sempre il lettore in un complesso gioco di specchi: la scrittura come creazione? La scrittura come metafora della vita? La scrittura come interpretazione della vita? L'editoria come un mondo di poveri diavoli perennemente insoddisfatti di tutto e di tutti, branco di cani randagi famelici che si contendono con ferocia anche le ossa più spolpate?
Senza escludere le prime tre possibilità, l'ultima elencata è senz'altro la più appariscente nel romanzo; ed è davvero interessante che a descrivere così il mondo che vive di scrittura, sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, sia niente meno che  J.K. Rowling, autrice che dai suoi scritti ha ricavato non già ossa spolpate, bensì enormi pile di bistecche dei tagli più pregiati (anche se è probabile che qua e là qualche ossicino le sia rimasto tra i denti).

Se uno cerca amicizie durevoli e cameratismo senza riserve, deve entrare nell’esercito e imparare ad uccidere. Se invece vuole una vita di alleanze temporanee con gente uguale a lui, che gioisce di ogni suo fallimento, deve scrivere romanzi.

Così racconta all'investigatore Cormoran (che per l'appunto ha militato a lungo nell'esercito) il solo scrittore di successo presente nel romanzo - un uomo di singolare antipatia ma non privo di una certa sincerità, tanto antipatico e tanto sincero da suscitare la simpatia nel lettore nonostante (come quasi tutti i personaggi) sembri un candidato assai probabile alla colpevolezza di un omicidio che unisce ferocia e perversione in modo assai sgradevole.
In questa raccolta di cani rabbiosi fino all'idrofobia e acidi nel più corrosivo dei modi (la presenza di una buona dose di acido cloridrico nel romanzo non è affatto un caso) l'unica persona che all'apparenza sembrerebbe un essere umano gradevole è intravista solo di striscio, senza mai comparire in scena: si tratta di Dorcus Pengelly, autrice di apprezzatissimi e vendutissimi libri erotici travestiti da romanzi storici, che firma col suo vero nome e organizza piacevoli barbecue. Come contraltare abbiamo poi, nella rosa dei protagonisti, la scrittrice di fantasy erotica che deplora l'incapacità degli editori di riconoscere la validità di prodotti che si allontanano un po' dalla classica divisione per genere - con cui si finisce inevitabilmente per simpatizzare in nome del dolore di vivere che accomuna tutti noi, nonostante sia chiaro che scrive da cani.

Quel che ne viene fuori non è un romanzo leggero e gradevole: l'atmosfera ritorna sopportabile solo quando sono in scena i due investigatori, nei momenti in cui la loro vita privata prende il sopravvento, loro e il loro seguito di parenti, innamorati ed ex innamorati, compreso Matthew (il fidanzato di Robin, che a me continua a non restare antipatico). La loro vita privata non è un letto di rose, hanno i loro problemi ma, vivaddio, non passano il loro tempo esclusivamente a divorarsi vivi o cercare di divorare gli altri.

La trama gialla dunque è acida, corrosiva e perversa nonché piuttosto opprimente; il tocco di chi la scrive e l'intermediazione dei due investigatori però la rende digeribile anche a quei lettori che, come me, non hanno alcuna inclinazione verso i romanzi di atmosfera morbosa. La storia è costruita molto bene e la soluzione imprevedibile, nonostante la congrua sfilata di indizi seminati con grande chiarezza lungo la strada ma abilmente travestiti. Per giunta, sul finale, una parte della vicenda si avvia su strade più liete di quel che si era finito per temere, e alcuni protagonisti conosceranno una qualche forma di riscatto morale; si chiude l'ultima pagina con un sospiro di sollievo ma un po' riconciliati con la vita.
Un bel giallo, molto diverso dal precedente Richiamo del cuculo. Adatto a letture sia estive che invernali, si lascia leggere a dosi massicce senza problemi;  raccomandatissimo a tutti, anche se personalmente lo terrei lontano dai ragazzi sotto i 15-16 anni.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homamademamma e ricordo a chiunque passi di qua che nelle lunghe giornate e nelle corte notti estive, un buon giallo, possibilmente lungo, è la migliore delle letture.

giovedì 21 luglio 2016

Di rapporti sessuali precoci, gravidanze premature e idiozia tardiva (post a contenuto estremamente ovvio)


Corre voce che i cosiddetti preadolescenti al giorno d'oggi amino indulgere a rapporti sessuali cosiddetti precoci, con la conseguenza di rischiare spesso di incappare in gravidanze ancor più precoci.
Scrivo "cosiddetti preadolescenti" e "cosiddetti precoci" perché, se l'adolescenza è caratterizzata dallo sviluppo sessuale, nel momento in cui hai un rapporto sessuale completo e passibile di portare a una gravidanza è segno che, più che preadolescente, ormai sei adolescente a tutti gli effetti, altrimenti quel che fai non si chiamerebbe "rapporto sessuale" bensì "giocare al dottore" o al massimo, volendo essere più fini e colti, "esplorare il tuo corpo con l'aiuto di qualche coetaneo/a". D'altra parte, se hai raggiunto lo sviluppo sessuale, definire il rapporto "precoce" sembra un po' una contraddizione in termini, e forse "improvvido" potrebbe essere una definizione più accettabile.

In molti si stracciano le vesti e deprecano cotale attitudine attribuendola ai nefasti costumi dei tempi moderni, ad una precoce sessualizzazione dei giovinetti indotta dalle pubblicità e dalla società tutta e ad una deplorevole decadenza dei valori morali. Qualcun altro collega la cosiddetta precocità ad un anticipo dello sviluppo sessuale fisico, cui si accompagnerebbe però una minore maturità psicologica e affettiva di quella raggiunta un tempo ad una determinata età, mantenendo però intatta la scervellaggine tipica degli anni della giovinezza.  Senza volermi impelagare in sì spinose questioni, mi sento comunque di affermare serenamente che l'attitudine di cui sopra non è poi così nuova quanto tutti oggi sembrano credere: già quando ero alle elementari, con mulini e grembiulini ancora bianchi e mentre l'Italia del boom si apprestava a girare la boa degli anni 70 del secolo scorso, ricordo come ogni tanto arrivassero alle mie caste orecchie storie di ragazzine che in terza media si erano trovate piuttosto incinte. 
All'epoca c'era il vecchio diritto di famiglia e il tutto era spesso sistemato con un matrimonio cosiddetto riparatore, che si poteva fare già a quattordici anni. Vivaddio adesso non ci si può più sposare prima della maggiore età e questo semplifica le cose, perché tra quei matrimoni precoci non ho notizia di uno solo che abbia retto al passare degli anni: di solito a quattordici anni ci si sceglie per motivi che già a sedici ti sembrano del tutto incomprensibili, e un matrimonio avviato in circostanze così fortunose e con quattro genitori esasperati alle spalle offre poche possibilità di permettere alla giovane coppia di sviluppare quella complicità che è alla base di qualsiasi matrimonio duraturo.

Vennero poi gli anni Settanta e Ottanta, tempo in cui gli adulti non trovavano così inconcepibile che i giovinetti si dessero al bel tempo e venne di moda la scuola di pensiero del "diamogli un po' di informazioni, così almeno sapranno quel che fanno".
A partire dagli anni Novanta però questa scuola di pensiero cominciò ad essere sentita come sciagurata e peccaminosa, e prevalse il concetto che i giovanissimi quelle cose non dovevano farle punto e basta, e dunque le informazioni non gli servivano - ed è in quel periodo, tra l'altro, che cominciarono a censurare i cartoni animati, ad esempio nei punti in cui si parlava di (oh, scandalo!) mestruazioni.

In barba alle varie scuole di pensiero e alle censure (di cui non di rado venivano informati nei dettagli tramite Internet) i giovinetti hanno continuato ad accogliere in cuor loro pensieri lascivi e ad essere assai incuriositi da quel che riguardava il sesso; strano, ma vero.
Negli anni seguenti andò rafforzandosi in molti adulti la convinzione riassumibile nella frase "Non lo devono fare punto e basta", cui veniva sovente accostato un corollario che sosteneva che "se poi lo fanno le ragazze, sono delle zoccole".
(Sul fatto che solo le ragazze siano zoccole quando indulgono a cotali attività, mentre gli zoccoli declinati al maschile continuino ad essere caratteristica anatomica naturale per gli equini e i camoscidi* nonché accessori leciti a bagnanti d'ambo i sessi in spiaggia, senza che la parola in quel caso venga caricata di alcuna valenza sessuale o di biasimo, dicevo, su questo fatto sarebbe interessante soffermarsi ancora, forse - o magari sarebbe il caso di accantonare questa teoria tra le stupidaggini immeritevoli di una replica).
Ad ogni modo con gli anni prevalse l'ordine di idee "se noi non gliene parliamo loro non ci penseranno né tanto meno lo faranno" che, per inspiegabile che possa sembrare, non condusse esattamente al risultato sperato. E' pur possibile, come sostengono taluni, che questa tecnica da struzzo avrebbe portato risultati migliori se gli individui di ogni età non fossero quotidianamente bombardati da messaggi assai apertamente sessuali ovunque vadano e dovunque stiano - per quanto anche questo, a ben guardare, non sia proprio un fenomeno nuovissimo.
Comunque, al giorno d'oggi abbiamo un vasto numero di giovinetti ben sviluppati sessualmente e in buona salute, ai quali non si può parlare di sesso in termini scientifici rispettabili e rispettosi, ma che sono circondati ovunque da allusioni sessuali spesso assai viscide, dai quali giovinetti si pretende che non pensino al sesso e tanto meno lo pratichino perché non è cosa decorosa né che li riguardi, e che purtuttavia, in barba alle savie raccomandazioni adulte, ci pensano quanto possono e lo praticano assai, nemmeno troppo di nascosto - con grande scandalo dei savi adulti che deprecano la superficialità con cui costoro si approcciano ad atti sì solenni e ricchi di mistero.

Tuttavia, per quanto riguarda il mistero, direi che non c'è di che lamentarsi perché chiunque abbia a che fare con i giovinetti in questione si rende conto che, nonostante il gran parlare che si fa di sesso e il gran numero di allusioni e riferimenti in cui tutti noi, volenti o nolenti, navighiamo ogni dì, costoro avran forse imparato, praticando il metodo sperimentale del buon Galilei, come farlo concretamente, ma hanno idee decisamente confuse su cosa succede all'interno dei loro stimabili organismi mentre sono impegnati in sì importante attività. Per dirla tutta, sotto questo aspetto i giovani d'oggi sono ignoranti al di là del comprensibile e dell'immaginabile, e mancano pure della grande radice del sapere, ovvero la consapevolezza dei limiti delle loro conoscenze - insomma, non sanno di non sapere, mostrandosi così ben più ignoranti di Socrate.
Quando ero ragazza, nei gloriosi anni 70 del secolo scorso, tutti reclamavano a gran voce per le nuove generazioni insegnamenti in tale ambito, si criticavano assai le scuole perché non provvedevano e si tempestavano  per ogni dove i giovinetti con le nozioni basilari di tale complesso argomento.
Oggi invece le scuole sono apertamente diffidate dall'intervenire in merito perché "spetta alle famiglie", le famiglie si rifiutano molto spesso di intervenire sostenendo che l'argomento è troppo serio per essere approcciato da ragazzi troppo giovani e Internet (ove qualsiasi giovinetto può approdare senza difficoltà nonostante le illusioni dei genitori) abbonda assai di materiale pornografico dove però molto spesso l'approccio fornito non è dei più realistici. 
Qualche acrobata  verbale complica vieppiù le cose sostenendo che per i giovani è importante un educazione all'affettività olistica, che inquadri la questione nel suo complesso e permetta di esprimere la sessualità insieme ai sentimenti - che di per sé non è affatto un programma malvagio, va pur detto, ma affronta la questione partendo da Adamo fra i pruni per poi fermarsi all'alto medioevo, scansando accuratamente la parte più brutalmente anatomica - insomma, per uscire dalla raffinata metafora in cui mi sono imboscata, si parla sì di sentimenti ma poco della parte fisica - che comunque, è stato stabilito, i ragazzi non possono ancora affrontare perché immaturi**.

Il risultato è abbastanza noto: alla faccia dei saggi proponimenti degli adulti, i giovinetti immaturi hanno sovente rapporti ben poco protetti, con conseguente espansione di due fenomeni, quelli sì, decisamente inadatti a loro - ovvero le gravidanze precoci e le malattie e infezioni veneree. Per giunta, tali gravidanze precoci si svolgono in un mondo dove la legge 194 (quella che consente l'aborto volontario, o meglio lo consentirebbe se le cose funzionassero) è diventata sempre più difficile da applicare, dove i farmacisti si sono inventati, senza alcuna pezza di appoggio giuridica, l'obiezione di coscienza per la pillola del giorno dopo e anche prendere la pillola RU486 è diventato complicatissimo, con la scusa che "troppi ormoni fanno male alle ragazze"; in compenso tutti quelli che mostrano tanta squisita sensibilità verso l'organismo femminile e ricordano come l'aborto sia un trauma indimenticabile (che temo sia vero, visto che oggi per abortire di traumi ne devi superare davvero parecchi, oltre a numerose forche caudine) si guardano bene dal caldeggiare un po' di diffusione dei contraccettivi e un po' di informazioni in più - che ridurrebbero assai i casi in cui ci si trova costretti a decidere se ricorrere o no all'aborto volontario.
Il ragionamento funziona secondo la seguente linea di pensiero (se pur di pensiero si può parlare in questo caso):
1)  i giovani non devono trombare perché non lo fanno per le ragioni giuste 
2) se li educhi adeguatamente non tromberanno 
3) se non tromberanno non ci saranno gravidanze precoci né infezioni veneree 
4) se ci sono le une e le altre è perché i giovani non sono educati bene e quindi si deve intervenire ad insegnargli i veri valori della vita, primo fra tutti quello che non si deve trombare da giovani
5) contraccezione, aborto e prevenzioni delle malattie veneree  sono implicite autorizzazioni per i giovani a trombare, e sappiamo che i giovani non devono trombare.
Continuando ad utilizzare l'impropria definizione di pensiero per  questa curiosa raccolta di postulati, possiamo senz'altro affermare che si tratta di un pensiero assai presuntuoso - non già o non soltanto perché chi lo elabora si ritiene l'unico depositario della conoscenza di ciò che è giusto fare o non fare, ma soprattutto perché presume che ai giovani in questione interessi alcunché di ciò che pensano gli adulti in  materia, e non tiene conto che, oggi come 50.000 anni fa, i giovani curano ben poco ciò che gli adulti pensano che loro debbano o non debbano fare in questo particolare settore della loro vita e si regolano in base ai loro criteri - che non si rivelano necessariamente infallibili, ma insomma fanno così e basta.



Quando ho cominciato a insegnare, sedici anni fa, a semplice richiesta una classe delle medie, almeno in Toscana, aveva a disposizione due o tre esperti della USL che venivano in classe per sei-dieci ore e spiegavano i fatti della vita, oltre a rispondere alle domande degli alunni. La trovavo una pratica bella e molto sensata, che toglieva piacevolmente le castagne dal fuoco a famiglie e corpo docenti e permetteva agli alunni di spaziare in libertà con estranei competenti.
Adesso, e con grande fatica e difficoltà, si riesce a ottenere una lezione di un paio d'ore con un singolo psicologo, denominata pomposamente percorso sull'affettività - praticamente una ciotolina di pop corn spacciata per un banchetto nuziale.
Con tutta la retorica che circola oggi sulla centralità dell'alunno e delle sue esigenze e l'importanza dell'accettazione delle diversità intese come ricchezza eccetera ecccetera, non sarebbe forse il caso di smetterla di prendersi in giro e permettere alla scuola di dare almeno un piccolo contributo alla nobile causa della lotta contro la gonorrea e l'AIDS e spiegare alle giovinette come evitare, qualora lo desiderassero, di restare incinte a tredici anni? Alle poche, sciagurate creature senza principi morali e maturità adeguata che fanno già sesso nonostante tutto risulterà utile da subito, ai molti che non praticano ancora e magari nemmeno desiderano davvero farlo, servirà in un futuro che, comunque vada, difficilmente sarà molto lontano nel tempo. Dopotutto, educazione alla salute non è solo far mangiare la frutta.

*classe di animali da me inventata sul momento per indicare i mammiferi che madre natura ha provvisto di zoccoli e che non sono equini
**(Lo sono davvero? Siamo in grado di stabilirlo? Lo sono tutti? E il fatto di essere adulti siamo sicuri che ci renda necessariamente più maturi emotivamente dei nostri alunni? O più credibili? Quanto dobbiamo essere adulti e maturi per immischiarci, non richiesti, in un campo così delicato? E chi garantisce che la mancanza di esperienze immature fatte immaturamente non aiuti a raggiungere un adeguata maturità emotiva? Non stiamo sempre a ripetere che sbagliando si impara? E quanti di noi adulti oggi sono convinti che tutto quel che abbiamo fatto in quel campo quando eravamo immaturi fosse solo e soltanto sbagliato? Esiste davvero un unico pensiero maturo su siffatti argomenti? Ah, saperlo, saperlo)

mercoledì 13 luglio 2016

Murasaki davanti alle Grandi Domande della Vita

La Scuola è un mondo a parte, con regole tutte sue e rituali particolari. Tuttavia, essendo inserita nel Vasto Mondo, non può fare a meno di risentire le Malefiche Influenze dall'Esterno. Avviene così che argomenti tranquilli e paciosi, che mai si pensava potessero essere causa di turbamento per alcuno, si trasformano nel giro di pochi anni in acacie del tipo più spinoso.
Quando frequentavo la scuola dall'altra parte della barricata, l'Islam era un argomento tranquillissimo. Intanto,  salvo rarissime eccezioni tipo figli di ambasciatori o simili, gli islamici se ne stavano a casa loro e comparivano assai raramente su giornali e telegiornali, per lo più  nella veste di Sceicchi Petrolieri che talvolta alzavano il prezzo del petrolio (con grande disperazione della collettività). Oppure nei fumetti storici o turistici di Topolino apparivano improbabili predoni armati di taglientissime scimitarre, che cavalcavano cavalli o cammelli e minacciavano di sterminare il papero o il topo infedele di turno - ma si sapeva che poi sarebbe andato tutto a finire bene, anche per i predoni, grazie al ritrovamento di qualche ricchissimo tesoro.
L'Islam faceva una rapidissima comparsata sui libri di storia di prima media, quando gli arabi un bel mattino si mettevano a invadere paesi come se piovesse, e una comparsata un po' più lunga sul manuale del terzo anno delle superiori. 
Sui libri di geografia, poi, circolava la curiosa teoria che le religioni orientali incoraggiavano i fedeli alla passività, e questo era il motivo per cui l'Occidente era ricco e l'Oriente era povero: erano troppo passivi. Non per colpa loro, ma per le religioni troppo fataliste - il che sembrava un po' una cazzata, perché tutta quella gente fatalista che ora stava a morire di fame sul bordo delle strade locali un tempo si era fatta grandi imperi e civiltà, e le religioni erano sempre quelle - senza contare che erano tanto poveri pure nell'America del Sud, dove in teoria la religione non era tanto fatalista, o comunque era la stessa nostra.
Forse gli attivissimi occidentali con il loro attivissimo colonialismo c'entrava qualcosa con tutta quella passività?
Vai un po' a sapere.  Qualcuno sosteneva che non era colpa delle religioni ma del fatto che, laggiù, era troppo caldo. Insomma, era una questione climatica. Giuro che lo scrivevano davvero nei libri di geografia, ancora sull'orlo degli anni Ottanta,

Poi arrivò quel grandissimo impiastro di Khomeini e si cominciò a sentir parlare di integralisti islamici. C'erano anche quelli che integralisti non erano: orde di islamici dissidenti invasero le università italiane. Venivano guardati con blanda curiosità e accolti con vaga ospitalità. Nacquero amicizie, coppie, col tempo si arrivò anche a qualche matrimonio. Non mordevano e non erano morsi, nemmeno in una città diffidente come Firenze. 
Poi l'Iran e l'Iraq avviarono una guerra interminabile, mentre americani e russi si affrontavano in Afghanistan. E arrivarono i primi immigrati, quelli poveri che cercavano un lavoro.
Il seguito è lugubre e costellato di guerre, migrazioni, attentati e barconi che affondano nel Mediterraneo.
E adesso il povero insegnante di turno, quando sente parlare di Islam, sbianca in viso e si sente cascare i capelli - praticamente un incubo.

Ormai da anni i libri di storia hanno ampliato e accresciuto i capitoli sull'Islam: gli alunni imparano con grande pazienza (o non imparano affatto, se non studiano) i Cinque Pilastri dell'Islam e sentono le più strane spiegazioni sul significato di jihaddavvero la guerra santa? Non sono ancora riuscita a capirlo perché c'è una teoria che dice che la guerra santa l'abbiamo inventata noi e gliel'abbiamo trasmessa,  un altra che dice che l'abbiamo inventata noi frequentando gli islamici, e c'è anche chi sostiene che invece sono stati loro a insegnarcela e allora abbiamo fatto le crociate.
In questi libri più moderni comunque abbiamo ricchi approfondimenti che si soffermano sulla bellezza delle città islamiche, la ricchezza della cultura islamica, lo splendore degli edifici islamici, la meravigliosa letteratura islamica.
Nel frattempo le classi si sono popolate di alunni islamici, e i colloqui con i genitori abbondano di faticose conversazioni con i genitori islamici, che spesso parlano un italiano abbastanza approssimativo.
L'insegnante di storia diventa scivoloso e vagamente ruffiano quando parla dell'Islam nel medioevo (specie se ha una classe ricca di islamici) e proietta slide di lussuose moschee e legge favole dalle Mille e una notte. Gli scolari islamici si offrono di portare il Corano a scuola e leggono qualche passo che parla della grandezza e misericordia di dio. L'insegnante ascolta compunto e poi sfodera bellissime slide di miniature e pagine del Corano.
Poi il colto e gentile medioevo finisce e di Islam non si parla più. Ogni tanto ci sono gli Ottomani, sui libri, o qualche pirata saraceno. Dopo la prima guerra mondiale finisce anche l'impero ottomano. Inglesi e francesi pasticciano un po' con vari protettorati e colonie in Egitto, Algeria, Marocco, Iran, Iraq... non ci si capisce molto, se non che gli inglesi sono sempre tra i piedi, i francesi quasi sempre e poi a un certo punto gli stati diventano indipendenti e ricominciano a farsi guerra tra loro (come, in verità, facevano anche prima dell'entrata in scena di inglesi e francesi). 

Ogni anno,  almeno una volta, dopo l'orrenda strage o il barbaro attentato di turno, qualche scolaro prova a chiedere perché in quelle zone sono tutti così isterici (e quelle zone ogni anno si allargano un po').
"Prof, ma mio padre mi ha detto che per gli islamici, come per i cristiani, il suicidio è un peccato mortale. Allora perché si fanno saltare in aria in nome di dio?".
"Tuo padre ti ha detto una cosa vera. Certe frange terroristiche tuttavia se ne fregano di questi dettagli e si fanno saltare in aria lo stesso".
"Prof, ma in Italia faranno gli attentati?"
"Si spera di no, ma dipende da come lavorano i nostri servizi segreti. A St. Mary Mead probabilmente siamo al sicuro".
"Prof, ma a Roma?".
"Bella domanda. Speriamo che a Roma non succeda niente".
Le famiglie non sanno dare sicurezze, la scuola neppure. Il guaio è che nemmeno le forze dell'ordine e l'esercito sono in grado di garantire granché, pur impegnandosi con gran dedizione. 
"Prof, non potremmo andare noi a fare la guerra all'Isis?".
"Ci sono progetti in questo senso, ma non è una cosa che l'Italia può decidere da sola, anche perché da sola non ne avrebbe le forze".
"Prof, ma perché l'Europa..."
"Non lo so ma, sinceramente, la politica estera dell'Europa non è proprio il suo punto di forza, né sembra probabile che lo diventi in tempi brevi. Non c'è un grande accordo tra i v vari paesi, ammettiamolo".

A sorpresa e a tradimento, in qualsiasi momento, tra un predicato nominale e un affresco medievale o una lettura sulla riforma agricola del Seicento arrivano a tradimento domande di questo tipo. L'insegnante non sa rispondere. La cosa è forse scusabile considerando che al momento anche i grandi esperti di politica internazionale non hanno le idee molto chiare (in compenso siamo pieni di avvoltoi che le hanno chiarissime e non cessano di ripeterle per ogni dove).
L'insegnante medievista però, mentre riordina le sue slide sulle moschee spagnole e i palazzi di Baghdad e di Damasco, non può fare a meno di domandarsi come abbiamo fatto, nel giro di una quarantina d'anni scarsi, a combinare un disastro simile e se c'è qualche speranza, non dico di rimediare, ma almeno di smettere di peggiorare la situazione ogni anno che passa.
L'insegnante però è un insegnante, e lavora nelle classi. Che è una vera fortuna, perché le classi trovano in fretta un modo per distrarsi e per distrarti; e tra una zuffa in corridoio, una discussione sul registro elettronico che non funziona e una sfilata di disastrosi esercizi sul congiuntivo, l'ombra oscura del terrorismo si allontana una volta di più, se non altro dai banchi di scuola