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mercoledì 20 gennaio 2016

Life Skills Strikes Back - La gestione delle emozioni - 2 - Dalla parte degli alunni


Ordunque, venendo alle emozioni provate dai ragazzi a scuola, esse sono numerosissime e non basterebbe la pergamena ricavata da un gregge di pecore ad elencarle tutte. Cotali emozioni si riferiscono in parte alla loro vita scolastica, ma parecchio anche alla loro vita sociale e personale: i poverelli passano infatti almeno trenta ore alla settimana a scuola, più altre a fare i compiti o a scansare i compiti o a pensare ai compiti che non vogliono e non sanno fare (le due cose sono più collegate di quanto non si creda), e in più c'è il tempo per andare a scuola o per prepararsi per andare a scuola. A scuola inoltre, soprattutto a elementari e medie, si svolge gran parte della loro vita sociale e affettiva, che si allunga tramite telefono, visite, incontri vari e perenne permanenza sui social, ove gran parte di loro è saldamente impiantata dall'alba al tramonto e talvolta, ahimé, anche dal tramonto all'alba. Quel che succede in aule e corridoi dunque ha grandi ripercussioni nella loro vita quotidiana, e amplifica le emozioni da loro provate in cotal luogo, mentre quel che succede fuori si ripercuote spesso anche lì, in un complesso gioco di rimbalzo di cui ogni insegnante, per sua buona sorte, è solo assai parzialmente informato.
Da ciò consegue che i virtuosi tentativi di noi insegnanti per creare un ambiente sereno e giocosamente creativo all'interno del gruppo-classe sono influenzati da un infinità di fattori di cui siamo beatamente ignari e perciò talvolta destinati a fallire nonostante premesse all'apparenza assai positive oppure, al contrario, a riuscire clamorosamente laddove nemmeno ci eravamo accorti di aver tentato. E tutto ciò è cosa buona e giusta perché ogni giorno ci insegna i valori dell'umiltà, ci incita a coltivare tatto e diplomazia e ci aiuta a contenere i danni di un ego ipertrofico.

Detto questo, a scuola i ragazzi vanno principalmente per imparare e farsi valutare, e stante che in fondo al nostro cuore siamo tutti piuttosto convenzionali, quasi sempre i suddetti ragazzi preferiscono imparare molto con poco sforzo e riuscire benissimo riportando voti alti, e quando ciò non gli riesce le emozioni che ne ricavano sono soprattutto legate alla sfera dell'umiliazione, dell'incazzatura e dell'autodenigrazione. Perché quando ci dicono di ruotare un triangolo io non ho la più pallida idea di cosa ne viene fuori? Perché non riconosco un predicato verbale dopo sei mesi di analisi logica? Perché quando il mio compagno di banco disegna esagoni tutti sono soddisfatti e quando li disegno io l'insegnante sospira e mi spiega in tono frustrato che per disegnare un esagono prima di tutto devo fare una roba che abbia sei lati e non sette?
Naturalmente sarebbe molto comodo per tutti se, per divina illuminazione, il povero insegnante di turno fosse capace di riconoscere il momento esatto in cui la creaturina è inciampata nella difficoltà senza riuscire a rialzarsi - preso all'inizio, spesso il sassolino potrebbe essere agevolmente aggirato invece di crescere fino a diventare una montagna. Molto spesso invece una sfortunata serie di circostanze, spesso del tutto al di fuori del controllo di chi sta in cattedra, contribuisce a ingigantire la questione. E qui entrano in gioco una serie di fattori, spesso figli della Natura Matrigna: le reazioni dei compagni, per esempio (o degli stessi insegnanti), il carattere della creaturina, la sua tendenza a rassegnarsi (spesso ereditata col DNA dalla famiglia), il suo più o meno innato senso di inferiorità, il grado di suscettibilità che gli è stato assegnato dalla nascita o dalle circostanze, gli aiuti di cui dispone, il livello sociale e culturale della famiglia.
I fattori sono spesso collegati tra loro in un perverso groviglio: da un ragazzo che esce da una famiglia di spacciatori e alcolisti i compagni e le famiglie che conoscono la situazione si aspettano determinate reazioni, determinati comportamenti e comunque un basso rendimento scolastico (e questo si proietta spesso anche sugli insegnanti che vivono nel paese o nel quartiere che conoscono bene la situazione) - e ci sono ragazzi candidati al ruolo di buffoni e bulli della classe sin dal grembo materno. Una famiglia dove a scuola si è sempre vivacchiato sull'orlo del cinque e mezzo ad andar bene raramente scodella una creatura carica di ambizioni e determinazione che vede nell'otto il primo voto almeno vagamente accettabile. Una stirpe di persone ansiose e tendenti all'autocolpevolizzazione raramente produrrà un germoglio il cui motto di vita sarà "Io ci provo, e se non mi riesce ci riprovo finché non ci riesco!". Questi e molti altri fattori, tendenzialmente riconducibili all'autostima o meglio a una sua desolante assenza, portano spesso la creatura a rifugiarsi nell'apparentemente comoda scappatoia del "Non ci provo nemmeno" oppure "Faccio tanto kasino" che gli permette di ammantarsi dell'alibi "Non vado bene a scuola perché non studio e nemmeno ascolto le lezioni", che in realtà andrebbe etichettata come "Non studio e nemmeno ascolto le lezioni perché tanto non caverei un ragno dal buco".

E dunque come uscirne? Ma si capisce subito, è semplicissimo: basta che l'insegnante trovi il modo di incrementare l'autostima nel virgulto, e di convincere i suoi compagni che cotal virgulto possiede una squisita intelligenza degna di ogni stima e riguardo, indipendentemente dal fatto che i suoi abbiano spacciato o spaccino tuttora e che non gli riesca calcolare il volume di un cono ottenuto per rotazione.
Ora, sappiamo tutti che se un fanciulletto è carente di vitamine basta dargliele, ma come si fa a somministrargli buone dosi di autostima?
Ah, saperlo, saperlo!
Il povero insegnante si ritrova una furia scatenata in classe, spesso alimentata ad arte dai compagni che lo usano come parafulmine emotivo, graffiatoio o giullare di corte e di cui perdono il controllo spesso e volentieri, e per quanto il suddetto insegnante sia disponibilissimo a fare qualsiasi cosa, incluso ricorrere alla magia nera, pur di calmarlo e fare finalmente lezione in pace, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché, anche perché spesso la furia in questione rifiuta qualsiasi cosa possa almeno vagamente somigliare ad un contatto (d'accordo, la maggior parte dei casi è meno drammatica, ma non necessariamente destinata a miglior esito scolastico).
Oppure il povero insegnante di cui sopra si ritrova una bella e brava e passivissima pianta, che dà alle lezioni più o meno lo stesso contributo emotivo e intellettivo di una piastrella da pavimento e ogni tanto fa qualcosa di non minimamente scolastico per non annoiarsi troppo, magari distraendo la classe - e, anche lì, non ha la minima idea di come incrementargli alcunché.
Molto più spesso l'insegnante si ritrova uno o più casi più blandamente ascrivibili a queste due categorie. In tutti i casi non ha la minima idea di come trasformare l'irrequieta o amebica creatura in un componente utile e attivo della classe; non solo, se i casi di cui sopra sono parecchi, il loro effetto sulla classe sarà moltiplicato. Ognuno di loro richiederebbe cure specifiche e un tempo particolare a loro dedicato (senza alcuna certezza di riuscita, tra l'altro) mentre le ore si ostinano ad essere composte di sessanta minuti e le classi talvolta sono molto, molto numerose. Inoltre l'insegnante di cui stiamo parlando non è necessariamente un fine diplomatico e anzi talvolta ha il tatto, il garbo e la delicatezza mostrati da un elefante di malumore in una cristalleria o da una tigre a digiuno da tre giorni lasciata libera in una conigliera - mica per cattiveria o per menefreghismo, semplicemente gli viene così. Un corso per raffinare la nostra rozza interiorità non ce lo fa nessuno (e probabilmente è un male, ma mi rendo conto che non sarebbe facile da organizzare).

L'empatia non sempre è il mio forte, in diplomazia non avrei mai fatto carriera, con gran fatica ho imparato l'unico modo in cui una persona col mio carattere può evitare le gaffe più appariscenti, ovvero evitare di parlare. Comunque anch'io ho il mio vissuto, e come tutti noi lo utilizzo quando insegno - e nel mio vissuto ci sono molti gatti, adorabili creature spesso assai provviste di autostima.
Cosa si fa quando ti arriva in casa un gatto spelacchiato, denutrito, cisposo, rognoso, tremolante, scontroso e con gravi carenze affettive?
D'accordo, gli si dà da mangiare. Poi si porta dal veterinario. Gli si danno le medicine, con tanta pazienza. Gli si passa un asciugamano di carta umido sul pelo sporco. 
Poi gli si dice che è bello, tanto bello, il più bel gatto che avete mai visto, e ci si sdilinquisce per la sua estrema bellezza qualsiasi cosa faccia e qualsiasi cosa sporchi.
Purché il veterinario abbia azzeccato le medicine giuste, il gatto diventerà effettivamente di una bellezza stellare e sarà consapevolissimo di esserlo e se ne compiacerà assai. Non è detto che diventerà affettuoso, ma sarà bello e soddisfatto di sé.
Parto sempre da due principi base: i miei alunni sono di rara intelligenza, e di estrema simpatia. Dopo pochi giorni li amo appassionatamente e senza ritegno. Li copro di complimenti sinceri. Cado in estasi davanti alle loro numerose virtù. E cerco di tenerli sempre occupati in classe perché, come diceva (pare) Gerolamo "occorre sempre fare qualcosa, acciocché il diavolo non ci sorprenda oziosi".

Temperatura emotiva bassa in classe, molto lavoro e un insegnante che mostra di apprezzarvi perché siete così incredibilmente e meravigliosamente ganzi.

Funziona?
Non sempre, ma spesso qualche effetto buono lo produce.
Quanto meno, non fa danni.
In pratica: gestisco le emozioni della classe estranee alla lezione sbattendole fuori dalla porta a calci. Concentratevi sui pronomi e dimenticatevi per un po' di voi stessi se non per ricordarvi che siete assai ganzi.

(No, non sempre ci riesco. Figurarsi).

lunedì 11 gennaio 2016

We can beat them, forever and ever


Tra tanti modi possibili, Bowie entrò nella mia vita come alieno e come attore. Era il 1976, credo inizio d'estate, e i miei mi portarono a vedere L'uomo che cadde sulla terra, film di fantascienza che narra la tristissima storia di un alieno che arriva sulla Terra per costruire un astronave che porti lì in salvo i pochi abitanti del suo pianeta sopravvissuti a orrende catastrofi - e tra questi pochi ci sono sua moglie e i loro due figli*. Gli andrà malissimo, e invecchierà solo e disperato sulla Terra, ma senza odiare nessuno.
Il film non era affatto il mio genere, oh no tessoro, ma mi rimase assai impresso - e Bowie, naturalmente, era un alieno perfetto.
Qualche giorno dopo scoprii da un trafiletto del giornale che Bowie, che era anche un musicista rock, aveva aperto una causa col regista che aveva rifiutato la colonna sonora che gli aveva scritto. Io comunque come musicista non lo conoscevo, e sospetto che alla radio non lo passassero molto.
Un anno dopo lo rividi alla trasmissione Odeon, dove presentavano da Berlino il suo nuovo disco, Heroes, e la canzone omonima. Non ricordavo il suo nome, ma lo riconobbi subito, la canzone mi affascinò (ci avevano messo anche i sottotitoli, mi sembra) e qualche giorno dopo entrai in negozio e mi comprai l'intero LP; nonostante Heroes fosse una canzone molto orecchiabile il resto del disco era decisamente ostico per le mie giovani orecchie, ma lo ascoltai con grande pazienza e devozione fino a digerirlo.
Nel frattempo alla radio diventò una presenza abituale, vecchie e nuove canzoni. Così Bowie diventò parte integrante del mio panorama e alla fine degli anni 80 andai perfino a vederlo e sentirlo dal vivo, alla sua prima apparizione in Italia - serata davvero memorabile, con uno stadio di Firenze pieno zeppo e un concerto tutt'altro che leggero.
In quegli anni era assolutamente d'obbligo trovarlo bellissimo, ed era un imperativo cui mi sottomisi senza alcuno sforzo; ma oltre che bello e molto bravo l'ho sempre trovato estremamente importante, una delle presenze di massimo rilievo della mia epoca.

Stamani ho scoperto che era morto, a 69 anni appena compiuti - una coltellata che mi ha lasciato fuori fase per tutto il giorno.
Ma non fa differenza: morto o vivo, il Duca Bianco resta comunque importante, non soltanto perché era un ottimo attore e un musicista di gran calibro, ma perché era ed è comunque lui. 
Ed era, fra le molte altre cose, un cantante strepitoso, da solo o in compagnia.

*perché dovrebbero costruire l'astronave sulla terra e non a casa loro, dove hanno un eccellente tecnologia? Perché hanno la tecnologia, ma hanno finito il carburante.

venerdì 8 gennaio 2016

Mio figlio è un fenomeno. Amorevoli disastri dei genitori nello sport giovanile - Fabio Benaglia

Il libro che presento questa settimana mi è passato tra le mani per puro caso: quando ho portato la mia prima in visita turistica alla biblioteca di St. Mary Mead la bibliotecaria, che dispone tra l'altro di una bella voce e legge meravigliosamente bene, ha offerto qualche assaggio da tre libri; uno era questo.
Visto l'interesse che ha suscitato nei ragazzi l'ho preso in prestito e, oltre a leggerlo per conto mio, ne ho anche letti vari passi in classe. 
Si è rivelata un esperienza a doppio taglio perché, se da una parte la classe ascoltava con grande attenzione, subito dopo e senza alcuna necessità di incoraggiamenti da parte mia partiva una lunga discussione condita di aneddoti personali e zittirli per poi passare alla consueta lezione di grammatica non era affare di poco conto. D'altra parte sono state discussioni piuttosto interessanti e ho imparato molte cose su di loro senza dovermi scomodare a fare domande personali o altro. 

E' un saggio sul rapporto dei ragazzi con lo sport e, soprattutto, sui rapporti delle famiglie con lo sport praticato dai loro figli. Non è necessariamente indirizzato ai ragazzi e qualsiasi adulto che abbia a che fare con dei giovinetti troverà la lettura molto utile. In effetti si parla di sport, ma il problema del genitore convinto di avere un fenomeno per figlio è purtroppo vecchio come il tempo e spazia per molti campi, dalla musica classica al mondo dello spettacolo. In questi anni però le attenzioni genitoriali puntano soprattutto verso lo sport - o meglio, i genitori delle fasce medio-basse hanno scoperto lo sport dei figli come possibilità di ascesa sociale, laddove un tempo si preferiva indirizzarsi verso campi più colti, come la musica o la danza classica, e il fenomeno riguardava in prevalenza fasce sociali più alte.

Si parla insomma di quel fenomeno ormai relativamente comune per cui una partita tra due squadre delle medie può finire, con grande confusione e imbarazzo dei giovani giocatori, in una rissa ben condita di insulti tra genitori, non necessariamente delle due squadre avversarie, o in aggressioni vere e proprie verso l'arbitro e gli allenatori, accusati di non aver arbitrato correttamente o di non aver valorizzato nel modo giusto i pregiati fanciulli affidati alle loro mani.
Le risse tra genitori sono, naturalmente, solo la punta di un inquietante iceberg con cui ogni insegnante si ritrova prima o poi a battere le corna: ragazzi e ragazze sottoposti ad intensi allenamenti troppi giorni alla settimana, che tornano a casa tardi la sera dopo partite, trasferte e allenamenti, che vanno scarrozzati su e più per tutta la regione e assai raramente trovano il tempo e l'agio per studiare almeno lo stretto indispensabile o anche per frequentare la scuola con una certa regolarità e che le famiglie evitano con cura di riportare con i piedi per terra, estirpando anzi con decisione quei barlumi di buon senso di cui il giovanetto o la giovinetta possono essere ancora provvisti - insomma la terribile sindrome del "ho un campione in casa", che copre un ampio spettro di possibilità che vanno dai genitori che si aspettano una carriera strepitosa escludendo a priori qualsiasi altra possibilità a quelli che, semplicemente, spingono troppo oltre l'onesto e legittimo tifo con cui ogni genitore appoggia i giovani sportivi di casa.

In 125 pagine scarse il libro, che si basa su un ampio lavoro di interviste a genitori, allenatori, dirigenti sportivi, tecnici e giornalisti descrive il punto di vista delle famiglie, delle società dilettanti e professioniste e dei loro cauti tentativi di arginare il genitoriale entusiasmo (e talvolta, ahimé, la genitoriale follia) con una ricca aneddotica quasi sempre rigorosamente anonima. Il lavoro è infarcito di gustose scenette dall'aria assai autentica ed è di lettura scorrevole anche per un lettore molto giovane.
La prefazione è di Maurizio Viroli, le note di Dionigio Dionigi e l'editore è Il Ponte Vecchio, di Cesena. Il prezzo è di 11 euro.
Molto consigliato anche per le biblioteche scolastiche.

Con questo post ritorno finalmente, Telecom permettendo, a partecipare al Venerdì del Libro di Homamademamma dopo un assenza del tutto indipendente dalla mia volontà e auguro felici letture a tutti quelli che passano di qua.

martedì 5 gennaio 2016

I miei insegnanti - La prof. Jazinga


In terza liceo, l'anno dell'esame di maturità arrivò la prof. Jazinga, anche lei supplente annuale - che non si dica che i precari vanno di moda soltanto adesso.
Era visibilmente più giovane di qualsiasi insegnante circolasse in quel liceo (probabilmente  sulla trentina) ed era anche un po' di casa: non soltanto aveva studiato lì, ma anche la sua sorella minore aveva studiato lì, per giunta nella nostra sezione, per giunta nella classe che fece la terza liceo quando noi facevamo la prima e costei (la sorella minore) era anche carissima amica della sorella maggiore di una di noi, pure lei in quella classe... insomma vederla in cattedra dava una certa aria di famiglia.
Era piuttosto carina, piuttosto simpatica, piuttosto alla mano, per niente aggressiva - nella mia mente quando la vedevo balenava l'immagine di un bel coniglio d'angora con lunghe orecchie vellutate.
Era anche decisamente gentile. Sary osservò subito che alla fine delle spiegazioni non domandava "Avete capito?" ma "Sono stata chiara?" - che non è affatto la stessa cosa, perché spostava l'accento dalla durezza della nostra cervice ad eventuale sua incapacità nello spiegare.
Aveva una voce calda e profonda, di quelle facilmente imitabili, caratterizzata da una r arrotata oltre al limite dell'arrotabile. I sui miti vavi e pveziosi e pvettamente alessandvini e i vevsi che gvondavano vetovica entrarono ben presto nel nostro frasario - Sary lo disegnò anche, il mito vavo e pvezioso: un rubino ben sfaccettato, con le gambine, i braccini e la testolina.
Vedendoci scrivere come castori ogni volta che apriva bocca per accennare una spiegazione, e supplicare ripetizioni ogni volta che ci sfuggiva una parola osservò blandamente che le sarebbe piaciuto che ci liberassimo dell'ossessione "oddiosenonhogliappunticomefo?". Ma ormai prendere appunti era diventata una nostra seconda natura, e dovette rassegnarsi.
Si vedeva benissimo che insegnava volentieri e che quel che insegnava le piaceva e le interessava. Era ben preparata, ma anche abituata a porsi domande. Quando, spiegandoci la tragedia, partì dall'etimologia della parola (viene da tragos, capro, e ode, canto) per poi immergersi nelle varie possibilità - canto del capro, canto per il capro, o canto in onore del sacrificio del capro? - sviscerandole una ad una con tutti i dettagli del caso, ci rendemmo conto che l'epoca delle dispense da mandare a memoria era finita e ricominciammo a fare domande, cui seguiva sempre un accurata risposta, infarcita di citazioni di testi e riferimenti a questioni varie. Latino e greco tornarono materie vive e nessuno, che io sappia, rimpianse le interrogazioni programmate in formaldeide dell'anno prima.
Diede anche una notevole botta di vita a Lucrezio, che immagino avessimo fatto anche l'anno prima (la Picchia ci avrà pur parlato di Lucrezio e Catullo, visto che sono autori assolutamente obbligatori, e probabilmente li aveva resi noiosi oltre ogni umano dire, ma io li ricordo solo attraverso le parole della Jazinga) che quell'anno era il nostro testo di lettura - e Lucrezio rifulse in tutto il suo notevole splendore, verso dopo verso.
Le sue lezioni erano vivaci, rumorose e a volte anche un pelo caotiche, ma c'era dentro molto calore.
Così ci facemmo una buona cultura sull'ellenismo e i suoi miti rari e preziosi (con o senza gambine); e immagino che avremo anche studiato - c'era l'esame, e nessuno di noi se lo riusciva a dimenticare per un minuto che fosse uno; e avremo anche fatto compiti scritti in quantità bastevole e abbondanti interrogazioni, dove certo non avrò brillato ma nemmeno avrò detto nulla di irreparabile, dal momento che non ricordo voti particolarmente bassi. Comunque non ricordo una particolare fatica associata al latino e al greco, quell'anno; però ricordo parecchio di quello che ci raccontò e che leggemmo, e dunque in qualche momento avrò pure studiato; tra l'altro, molti anni dopo, mentre assistevo a un Acis and Galathea di Haendel realizzai improvvisamente che la storia era tratta da uno di quei miti vavi, pveziosi e pvettamente alessandvini di cui ci aveva dettagliatamente parlato e riconobbi diversi passi del libretto (era un idillio di Teocrito, poi ripreso da Ovidio nelle Metamorfosi).

Senza noia, senza strepiti e senza grande affanno ma con non poco divertimento, il terzo anno di liceo per latino e greco passò, in una girandola di soffitti dorati a cassettoni, coppie di amanti assolutamente irregolari e pecorelle e giovenche al pascolo, più molti riferimenti a Minucio Felice, autore che doveva chiudere il nostro programma ma che non toccammo mai. Si limitò a nominarlo ma non ce ne disse mai niente né alcuno di noi provò ad informarsi in merito. In cuor mio ho sempre sospettato che non fosse una gran perdita.

venerdì 1 gennaio 2016

Auguri per un prezioso e scintillante 2016

Questo bel drago lo trovate qui

Il prezioso e imprevedibile 2016 è finalmente arrivato, e sarà un anno ricco e luminoso.
Auguri a tutti e possano le vostre barbe... cioè, volevo dire, i vostri capelli... sia le barbe che i capelli non smettere mai di crescere...
insomma, auguri!

giovedì 31 dicembre 2015

Aspettando il 2016


Niente di meglio di una fenice per varcare con la sua guida la misteriosa e affascinante frontiera del Nuovo Anno.
Auguri a tutti!

lunedì 28 dicembre 2015

Tolkien e la politica, ovvero sul reggimento degli stati nella Terra di Mezzo

La bandiera di Dol Amroth (monarchia assoluta, si suppone)

Molto si è discusso nei tempi andati (in Italia, solo in Italia. Altrove han trovato di meglio per passare il tempo) sull'avvincente questione se lo stimato scrittore J. R. R. Tolkien fosse di destra o di sinistra e, sempre in Italia, negli anni 70 e 80 prevalse in molti ambienti la convinzione che fosse di destra, e addirittura di orientamento fascista.
Argomenti precisi per questo reclutamento forzato non ne vennero indicati mai, e va aggiunto che tale reclutamento avvenne quando lo stimato scrittore giaceva ormai da qualche anno sotto svariati palmi di terra ed avrebbe quindi incontrato notevoli difficoltà a dire la sua sulla questione. 
Tuttavia un orientamento politico Tolkien ce l'aveva, come ce l'hanno tutti, anche quelli che sono convinti di non interessarsi affatto di politica. 

In che modo questo orientamento abbia influenzato le forme di governo che incrociamo nella Terra di Mezzo nei due romanzi che ha pubblicato da vivo è difficile da stabilire, perché appunto stiamo parlando della Terra di Mezzo sul finire della Terza Era, ovvero di un mondo che non ha (quasi) conosciuto la rivoluzione industriale, il comunismo e i moderni mezzi di comunicazione ma che dispone di alberi socialmente organizzati, stregoni e balrog, montagne dotate di libero arbitrio, un Oscuro Signore senza forma ed altri elementi piuttosto estranei alla nostra politica attuale, oltre a un sacco di elementi soprattutto economici che non vengono mai chiariti - e sono tutti fattori che spostano la visione politica al di là della moderna divisione tra "destra" e "sinistra".

Abbiamo comunque numerose comunità, ognuna organizzata a modo suo, e svariati individui ed entità che vivono a modo loro. Ci sono regni, dittature, libere città, tribù, libere comunità e qualche individuo che sta per conto suo, più adunanze varie di spettri e fantasmi vari e una grande quantità di terre abbandonate, desolate o distrutte. La maggior parte della Terra di Mezzo che conosciamo è spopolata. Andando verso sud comunque le cose cambiano, anche se della parte più popolata Tolkien non ci dice praticamente nulla, nemmeno nelle appendici.

Quel che segue è un tentativo di descrivere politicamente le varie entità della Terra di Mezzo di cui ci viene detto qualcosa, senza alcun  riferimento agli scritti che Tolkien non ha pubblicato in vita.

Prima di tutto i re degli uomini (di fatto, gli unici regni che conosciamo un po' sono quelli di Gondor e di Rohan). 
Nella Terra di Mezzo i re abbondano, ma dobbiamo considerare che Tolkien ha vissuto per tutta la vita sotto una monarchia (costituzionale) e, quando ha progettato la Terra di Mezzo, i re erano molto più comuni di adesso. 
C'è poi il tema del ritorno del Re, tanto importante da intitolargli un volume della trilogia del Signore degli Anelli. E' un tema piuttosto diffuso nelle leggende: lo stesso Artù è un re che ritorna attraverso il prodigio della spada nella roccia, e lui e Carlo Magno non muoiono davvero, si limitano ad addormentarsi in una qualche montagna fatta di luce o in un isola incantata per risvegliarsi quando sarà necessario. C'è poi un altro Re il cui ritorno viene atteso generazione dopo generazione, ed è Gesù che tornando inaugurerà finalmente il Regno di Dio. Ad ogni modo un re che ritorna è un re che si è lasciato dietro un vuoto di potere e una speranza che potrebbe non realizzarsi mai ma che continua a vivere nei proverbi e nelle speranze dei sudditi.
Nella Terra di Mezzo quello che è scomparso è il re di Gondor. E' una storia molto complicata, raccontata nelle Appendici: prima sparì la stirpe dei re del Nord, ingoiati dai ghiacci e dalla sorte avversa (nella fattispecie, la sorte avversa è il re di Angmar, noto anche come capo degli Spettri dell'Anello). La cosa però non è proprio chiarissima: muore l'ultimo re incoronato, ma la stirpe in qualche modo sopravvive, nascosta e protetta dai pochi Dunedain rimasti. Aragorn discenderà da quel ramo.
Nel grande regno del Sud l'ultimo dei re scompare, attirato da una sfida impossibile dal re di Minas Morgul. Al suo posto resterà a fare funzione di re il Sovrintendente. Si suppone che il re sia morto, ma nessuno ha visto il cadavere, per cui, chissà... e i Sovrintendenti si passano il potere di padre in figlio, visto che non c'è un pretendente su cui tutti sono d'accordo, e che tempo prima c'era stata una guerra civile. Passano i secoli, e i Sovrintendenti regnano a Gondor, uno dopo l'altro, ma senza usare la bandiera del Re e senza sedere sul trono. 
E tutti aspettano, ma nessuno crede veramente che i Re possa davvero tornare (tranne Elrond che sta pazientemente covando i discendenti della stirpe del Nord). Secolo dopo secolo passano più di  mille anni a Nord e un po' meno di mille anni a Sud. Nel Nord si organizzano a modo loro, nel Sud regnano i Sovrintendenti, ma a prendere il trono per chiamarsi Re non ci pensano nemmeno: quando Boromir suggerisce qualcosa del genere al padre, Denethor gli spiega che non è ancora tempo e non lo sarà per un bel pezzo.
Non ci viene detto un accidente sulle strutture politiche di Gondor, per cui possiamo immaginare che ci sia una monarchia assoluta, retta nell'attesa di un improbabile ritorno del Re da un Sovrintendente assoluto, e questo è quanto. I re di Gondor sono tali per diritto divino, o meglio per per manifesta superiorità razziale (e anche i Sovrintendenti sono discendenti dei Numenoreani, anche se il loro sangue è un po' meno puro).

Si tratta comunque di un regno in guerra da molte generazioni, quindi in una situazione in cui gli organi democratici hanno comunque un potere ridotto sempre e comunque, ed è 
possibile che, una volta tornate la pace e il re, le maglie si allentino. Resta il fatto che non c'è traccia di parlam,enti, consigli della corona né altro. Il Sovrintendente è solo al comando.
Ad ogni modo Aragorn si preoccupa prima di tutto di meritarsi il diritto al trono, e di essere accettato come re, senza imporsi (anche se il re di Dol Amroth stabilisce fin da subito che Aragorn è il re, punto e basta) e in seguito sarà un re molto attento a tutelare le differenze culturali: assegna ufficialmente delle terre agli Uomini delle Foreste, vieta l'ingresso nella Contea alla Gente Alta (includendo lui stesso nel divieto) eccetera; e accetterà di diventare Re solo dopo essere stato acclamato come tale.Resta il fatto che i Numenoreani sono monarchi per diritto divino, e fatti di una pasta diversa da quella dei comuni mortali (anche se questo non ha impedito ad alcuni di loro di comportarsi in modo estremamente stupido, a Numenor e anche nella Terra di Mezzo) e soprattutto che "le mani del Re sono mani di guaritore" - una caratteristica attribuita ai re francesi e nata per mettere l'accento sulla consacrazione divina, ai tempi in cui la monarchia francese si incamminava sulla strada dell'assolutismo.


L'altro regno di cui sappiamo qualcosina è quello di Rohan, che ha  un ordinamento
di tipo altogermanico (o celtico), con l'assemblea dei Liberi, cioè di tutti i maschi in grado di portare una spada, e dove il re è un primus inter pares. Comunque l'unica volta che vediamo quest'assemblea gli uomini ribadiscono la loro fedeltà alla casa di Eorl e chiedono che a guidare la popolazione civile in assenza del re sia Eowyn, in quanto discendente della casa di Eorl. Nel complesso, è un popolo serio e disciplinato, ma che mantiene buoni margini di libertà personale.

Proprietà privata: esiste, ma sembra esistere anche parecchia proprietà collettiva, come succede spesso dove la densità della popolazione è bassa.

Abbiamo poi la Città di Brea, dove convivono serenamente uomini e hobbit. Non sappiamo assolutamente nulla di com'è organizzata, ma si suppone che sia un qualche tipo di Consiglio o Assemblea, almeno per decidere a che ora chiudere i cancelli della città.
Hanno i soldi, come nella Contea, ma non sappiamo chi batte le monete.

Di Esgaroth sul Lagolungo sappiamo che ha un governatore, che è stato in qualche modo scelto o eletto. La popolazione è piuttosto umorale e il governatore sta ben attento a non contrariarla. Un tempo, prima dell'arrivo di Smaug, c'era un re, e dopo la morte di Smaug il discendente dei vecchi re salirà al trono per acclamazione popolare. Sappiamo che governerà bene e con saggezza, ma non sappiamo che tipo di monarchia sarà perché nessuno ce lo dice.
Commerciano, quindi si suppone che battano moneta. Però, quando li incontriamo ne Lo Hobbit, hanno soltanto il reame degli elfi silvani con cui commerciare.
Se gli Elfi usino monete, è e resta un mistero insondabile.



Passiamo agli hobbit.
Parlare di istituzioni e governo con gli hobbit è quasi una presa di giro: la Contea è organizzata in base al principio dell'anarchia e del libero arbitrio. Le pubbliche istituzioni si limitano a qualche Guardaconfini, qualche postino, un Conte che non fa niente di particolare a parte chiamarsi così, e infine il Sindaco di Pietraforata, che viene eletto con la precisa mansione di organizzare feste e banchetti.
Niente esercito, niente magistratura. In questa quasi totale anarchia, la Contea se la passa d'incanto: è un paese ricco, ordinato e popolato da abitanti per lo più di buon umore. I bambini vengono cresciuti secondo i criteri dell'educazione permissiva, e tutti si fanno la vita loro in grande autonomia. Tutto è pulito, ordinato e piacevole.
Certo, all'esterno ci sono i Rangers che sorvegliano la situazione: "erano protetti ma lo dimenticarono". Comunque le minacce, appunto, vengono dall'esterno.
Questo regime così piacevole e sensato crolla come un castello di carte all'arrivo di qualche Uomo malintenzionato. Consideriamo però che anche la dittatura instaurata dagli uomini in questione crolla come un castello di carte quando gli hobbit si danno una svegliata. (Se la sarebbero data anche senza i Quattro Baldi Viagggiatori? Tutto lascia pensare di sì: non scordiamo che il Vecchio Tuc aveva cominciato a pestare i piedi sin dall'inizio)
Tanta anarchia comunque non mette minimamente in discussione la legittimità della proprietà privata.

Gli Ent sono una democrazia diretta, se mai se ne vide una: il lloro regime prevede un enorme margine di libertà personale e un solo organo di potere: l'Entaconsulta, dove le decisioni vengono prese all'unanimità e dove ogni Ent ha parità di diritti e rappresenta solo sé stesso. Il massimo di gerarchia di comando che troviamo  è qualche capo carismatico, reso tale in virtù della maggiore età ed esperienza.
Nota bene: gli Ent diffidano della fretta, ma NON delle novità: il Progresso non è considerato male in quanto tale e le tradizioni non sono necessariamente sacre - solo,
Progresso non e' considerato male in quanto tale, e le tradizioni non sono sacre - solo, occorre valutare tutto con attenzione, e senza fretta.
Per quanto riguarda la proprietà privata,  sappiamo che Fangorn (alias Barbalbero) ha dato il nome alla foresta dove vive, ma sembra considerarlo suo territorio solo perché, appunto, ci vive.
Un tragico accidente li ha privati della parte femminile della popolazione, rendendoli un popolo in via di estinzione. Ad ogni modo le signore Ent se ne sono andate (per inventare l’agricoltura) semplicemente perché hanno voluto andarsene, e nessuno ha trovato strano o ingiusto che chi voleva andarsene se ne sia poi effettivamente andato.
Insomma, gli Ent sono l’unica popolazione della Terra di Mezzo dove vige la parità dei sessi, e sembra molto probabile che le signore Ent partecipasserro all’Entaconsulta con diritto di voto.
Non hanno denaro né saprebbero cosa farsene, e non commerciano dal momento che non gli serve niente a parte la loro foresta, dove sono perfettamente autosufficienti.

Dei Nani si sa poco. Hanno la monarchia, visto che ci sono dei re, ed è una monarchia ereditaria ma non risulta che abbiano mai avuto regine (né risulta  il contrario).
Considerando il caratterino dei nani, si tratta probabilmente di monarchie costituzionali, con mooolti  organi per affiancare il re nelle sue funzioni. Di sicuro ci sono delle assemblee per discutere.
Se qualcuno vuole farsi un regno in proprio, nessun problema: sceglie un territorio e ci va con chi lo segue.
Quanto alla proprieta' privata... vabbè, lasciamo perdere.
Dal momento che vivono soprattutto di commercio, lavorazione dei metalli e alto artigianato, hanno il denaro e lo amano anche molto.
Il loro sistema politico funziona?
Altrochè. Almeno per quel poco che sappiamo dei Nani.

Veniamo agli Elfi
Qualcuno ha capito che tipo di governo hanno gli Elfi? 
Monarchia, visto che hanno i re - i quali re sembrano, in un certo senso, essere l'emanazione della volontà del loro popolo. I sudditi elfi sembrano molto disciplinati ma non sottomessi (e, nei primi capitoli i del Silmarillion, anche politicamente piuttosto effervescenti).
Ad occhio, sembrerebbe una Monarchia Assoluta basata sul consenso.
Non sembra esserci proprietà privata per la terra, ma solo per alcuni oggetti. 
Il loro sistema politico funziona?
Mah, non e' chiarissimo. Il punto è che alla fine della Terza Era gli Elfi nel loro complesso non funzionano piu' granché - ma non sembra un problema legato alle strutture politiche.

Infine Mordor (e, su scala molto ridotta, Isengard)
Qui possiamo senz'altro parlare di Feroce Dittatura. Siccome Mordor è a est, qualcuno ci ha visto una descrizione dell'Unione Sovietica  (ed è stato smentito con grande fermezza da Tolkien). 
Ma, siamo seri: le masse proletarie di Mordor vi sembrano al potere, sia pure nominalmente?
C'è molta ferocia, molta efficienza e molto nero. I prigionieri vengono maltrattati senza pietà, i sottoposti sfruttati fino all'osso. Si accenna anche a manipolazioni genetiche e Orrori Non Ben Definiti (per riguardo allo stomaco dei lettori).
Culto del dittatore: assoluto. Potere delle masse: zero.
Democrazia rappresentativa: meno di zero. Il regime di basa soprattutto sulla paura.
Organi repressivi, misure punitive e limitazioni della libertà personale: ottimi e abbondanti.
Scontento: diffuso, e accuratamente coltivato. Appena due orchetti hanno un attimo di tranquillità, prima di tutto si mettono a mugugnare contro le Alte Sfere, poi cercano di ammazzarsi tra loro. Questo crea una continua corrente di paura, molta diffidenza reciproca ma nessun danno per il dittatore di turno, che tanto ne ha un'infinita' a disposizione.
Proprieta' privata: esiste. Infatti tutto e' di proprieta' di Sauron (o di Saruman).
Considerati gli anni in cui il libro e' stato scritto, la tentazione di vedere il regime nazista come fonte di ispirazione e' molto, molto forte.
Il sistema politico di Mordor e Isengard funziona?
Mica tanto. Capi e subordinati mancano di flessibilità mentale e di capacità nell'affrontare gli imprevisti. Dal momento che gli viene chiesta soprattutto un obbedienza assoluta, sul piano del problem solving non se la cavano granché.
Un po' più di fantasia al potere gli avrebbe fatto un gran comodo - ma certo, se fossero stati in grado di avere la fantasia al potere, sarebbero anche stati molto diversi.

venerdì 25 dicembre 2015

giovedì 24 dicembre 2015

Notte di Natale 2015




Auguri per una magica notte di Natale

L'incubo del Natale, ovvero Natali da incubo




Che cos'è Natale? Un apostrofo verde tra le parole l'albero, pastorelli e pecore palestinesi coperti di improbabilissima neve, il festival del consumismo, lo stress da parenti imposti, la disperazione degli amanti clandestini, l'orgia dell'ipocrisia, l'incubo della caccia al regalo il 24 pomeriggio alle sei, il pranzo in sette portate quando alla seconda anche i lupi più famelici vorrebbero solo un digestivo?

Natale è tutto questo e anche molto di peggio. In tanti abbiamo avuto Natale all'ospedale, Natale al funerale, Natale senza luce e senz'acqua per la nevicata improvvisa, Natale dal veterinario, Natale con gli usurai alle porte, Natale con il cuore spezzato, Natale da mendicanti, Natale con il pranzo bruciato, Natale senza ADSL*, Natale con la macchina che si rompe in autostrada, Natale con il mal di denti e via elencando i più disgraziati accidenti che mente umana possa concepire e malasorte umana possa sperimentare.

Per chi ama il Natale però tutto questo però non conta, anzi il pensiero che, sia pur nelle più nere disgrazie e contrarietà, è comunque Natale regala un certo qual conforto e anche i Natali più angosciosi col tempo si coloreranno di una delicata polvere d'oro e avranno diritto a un ricordo nostalgico come tutti gli altri. Il fascino del Natale resta intatto nonostante le disgrazie, gli incidenti e gli intralci, e il tempo delle luminarie, degli addobbi e dei pandori verrà da loro (da noi) accolto con nuovo piacere ogni anno per quanto i rompiscatole di turno si industrino nel ripetere il solito, eterno mugugno contro l'ipocrisia, il consumismo e l'infelicità generale della condizione umana (tutte cose vere, ma che non cessano certo di esistere una volta che Natale è passato) e con l'eterna lagna che un tempo sì che il Natale era una bella festa ma oggi non più e altre amenità appositamente studiate per rovinare il piacere di quelli che si stanno comunque divertendo e montano lucine, ghirlande e pile di dolci con piacere nonostante qualche volta anche per loro il momento non sia dei migliori.

Io sono tra quelli che amano Natale a prescindere e che ogni anno trabocca di spirito natalizio adocchiando con piacere i primi panettoni subito dopo Halloween e i primi addobbi già a metà Novembre; non serbo rancore ai dirigenti Telecom e al modo ignobile con cui hanno organizzato la compagnia nazionale dei telefoni, oh no. Io sopporto e porto pazienza con cristiana rassegnazione** e mi consolo pensando che, al contrario di loro, provo ogni giorno a svolgere nel migliore dei modi il mio modesto lavoro - modesto ma importante, come quello di tutti, e che per questo il mio karma nella vita che verrà sarà molto meno pesante del loro***. Mi tengo il mio Natale e me lo godo al meglio delle mie possibilità, e non auguro a nessuno dei dirigenti di cui sopra un Natale schifido come quello che si sono industriati di far passare a me.
E chiudo con una bella canzone natalizia questo post del tutto scevro dalla sia pur minima traccia di rancore o recriminazione - e quanto ai sentimenti che albergano nel mio cuore, sono affar mio e non devo renderne conto a nessuno.



*ogni riferimento a vicende in corso da parte di chi scrive è puramente casuale
**il fatto che cristiana non sia è un dettaglio del tutto secondario
***il fatto che non sia per niente sicura di credere alla reincarnazione e al karma è anch'esso un dettaglio di scarsissimo rilievo

giovedì 26 novembre 2015

La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 2


Verso la fine dell'ora controllo l'agenda personale per quel  che riguarda la Seconda Elettrica.
"La prossima volta interrogo, ci sono alcuni di voi con cui non ho nemmeno un voto, a parte la correzione degli esercizi".
"Ci mette i voti anche per gli esercizi?" si informa Perceval.
"Sì, ma non sono voti veri" spiego "E' solo per avere una traccia di come avete risposto, sono nascosti. Voi non potete vederli".
Mi guardano.
Li guardo.
Sorridiamo tutti con profondo compatimento.
"Come se poteste vedere qualcosa, nel registro elettronico".
"Già".

Siamo ormai nel pieno del terzo mese dell'anno scolastico 2015-2016. Il collegamento arriva quasi sempre in tutte le classi e talvolta perfino nei laboratori e in palestra, ma a tutt'oggi il nostro Grandioso Registro Elettronico continua ad essere noto solo a pochi eletti, ovvero noi insegnanti che ogni giorno lo aggiorniamo coscienziosamente.
A vantaggio di chi, non è dato sapere.

Il paese è piccolo e i genitori (e gli alunni) mormorano.
A dirla tutta, ci stanno prendendo per il culo.
E davvero non so come dargli torto.

lunedì 23 novembre 2015

Lunedì Film - Ladyhawke (Film per le medie)


Uscito nel 1985 per la regia di Richard Donner, Ladyhawke gode tuttora di ottima reputazione e conserva intatto il suo fascino anche agli occhi dei giovanissimi ("Ma non sembra un film vecchio" ha commentato un alunno quando ha saputo la data di produzione). 
I ragazzi che lo guardano oggi godono anzi di un vantaggio rispetto agli spettatori che l'hanno visto in sala a suo tempo: non conoscono la storia.
La quale storia racconta di due amanti sventurati, costretti da una maledizione a vivere in sembianze semiumane: lui è un lupo di notte, lei un falco di giorno. Di giorno lui è un cavaliere che gira col suo falco al braccio (bellissimo falco, tra l'altro)



e di notte è un lupo che veglia sul riposo della sua dama, ma i due non possono mai stare insieme in forma umana e solo per un brevissimo istante riescono a intravedersi, all'alba e al tramonto, senza nemmeno potersi sfiorare. All'epoca ricordo benissimo che non c'era recensione che non segnalasse questo snodo essenziale della trama nelle prime cinque righe, ma nel film la cosa si scopre lentamente, un pezzetto per volta, e solo oltre la metà la vicenda viene narrata completamente. Di tendenza non sono contraria agli  spoiler, ma mi sono accorta che guardare il film senza sapere già in partenza cos'hanno di particolare quel falco e quel lupo permette di apprezzare meglio l'insieme.

Siamo in Francia, una Francia girata completamente in Italia (in zona L'Aquila, tanto per restare in tema ornitologico, e non è un caso che la città dove si svolgono sia la scena iniziale che quella finale si chiami Aguillon), tra luoghi e personaggi inventati, in un qualche punto del XIII secolo; più che un fantasy o una fiaba, Ladyhawke è la trasposizione cinematografica di un romanzo cavalleresco che solo per un curioso disguido della sorte non è mai stato scritto e che Chretien de Troyes non avrebbe disdegnato - anche se non so quanto la bella colonna sonora, scritta da Andrew Powell in perfetto Alan Parson style ed eseguita con i sintetizzatori, lo avrebbe davvero convinto (e tuttavia, anche se non è molto filologica, ci accompagna molto bene al film).
Per il resto i costumi, gli usi e le circostanze sono storicamente assai fedeli, anche se la vicenda non è tra le più realistiche. Nessuno però, quando scriveva letteratura cavalleresca, si interessava minimamente di essere realistico e dunque va bene così.

La vicenda è filtrata attraverso il protagonista apparente, un giovanissimo ladro assai abile nelle fughe che incontriamo appunto durante una prodigiosa fuga attraverso le fogne con cui riesce a scampare un esecuzione capitale, e mentre fugge incrocia un cavaliere solitario, che gira seguito sempre dal suo fedele falco. 




Un pezzo per volta riuscirà a ricostruire la vicenda, a salvare il falco quando viene ferito e a trovare il modo per sciogliere la maledizione. Il cavaliere saprà poi come far vendetta del torto che gli è stato fatto e proteggere la sua signora.



Il film è avventuroso, ricco di azione e finisce bene. Il protagonista apparente è  simpatico e costituisce un buon contrappunto ai due protagonisti effettivi, molto belli e solenni e di nobile animo e dalle assai drammatiche vicende. Navarre è un cavaliere indimenticabile, Isabeau è una perfetta e bellissima dama di nobilissimo animo e di indomito coraggio, falco e lupo recitano benissimo, i paesaggi italiani pure, il Cattivo ha una sua perfida grandezza e le numerose guardie che esistono solo per essere malmenate dai protagonisti svolgono egregiamente la loro funzione. La scena degli amanti che si ritrovano è commovente ma non troppo lunga per una giovane scolaresca. Non c'è l'ombra di una scena inadeguata al contesto scolastico e le frequenti trasformazioni dei due amanti non ne alterano mai la perfetta dignità (anche questo un tratto molto tipico della letteratura cavalleresca). 
Perfetto sia per una prima verso la fine dell'anno che per una seconda agli inizi, e anche l'insegnante lo rivede sempre volentieri.
Durata: leggermente inferiore alle due ore.

martedì 17 novembre 2015

17 Novembre 2015 - Festa del Gatto Nero (o dei GattI NerI, potendo)

Oggi si festeggia quella cara e dolce creatura che va sotto l'etichetta di "gatto nero" ma che naturalmente può essere anche femmina, e quindi gatta nera.

I gatti neri sono belli, simpatici, coccolosi, provvisti di grande humor - insomma hanno tutte quelle belle doti che caratterizzano i gatti.

E dunque: esiste qualcosa di meglio di un gatto nero, o di una gatta nera? La bella Ninphadora, per esempio, qui un po' chiara perché fotografata in un giorno molto luminoso:
Ebbene sì, esiste qualcosa di meglio: DUE gatte nere.
Così quest'anno, essenso la bella Artemis partita verso il ponte dell'Arcobaleno, ai primi di Novembre mi sono regalata una gattina nuova, e dopo attento studio l'ho chiamata Alice RAF Astrifiammante*:
E' una bella pozzangherina nera con gli occhi, e si distingue da Ninphadora soprattutto per le dimensioni. Tra un anno però, quando sarà cresciuta, l'unico indizio per aiutarmi sarà probabilmente la forma delle orecchie, più rotonda nella nuova arrivata.

Dunque auguri a tutti i gatti neri, e anche ai gatti diversamente neri e a tutte le creature care a chi passa di qua, senza discriminare in base al numero delle zampe o alla forma delle orecchie.

*Alice come Alice Ford del Falstaff, oltre che come Alice del Paese delle Meraviglie; Astrifiammante come la Regina della Notte, e RAF... avete presente i gloriosi bombardieri della Royal Air Force? Quando è contrariata fa esattamente quel rumore.

sabato 14 novembre 2015

La notte fra il 13 e il 14 Novembre


La Tour Eiffel spenta fa la sua impressione, sì.

Ma poi la riaccendono.

(fonti autorevoli in effetti assicurano che viene spenta ogni notte all'una, ma, ahimé, ho fatto la sciocchezza di fidarmi della Stampa, che un tempo passava per un giornale piuttosto attendibile. Non posso che deplorare la mia ingenuità e promettere di essere più attenta e più diffidente in futuro)