Il mio blog preferito
mercoledì 14 gennaio 2015
L'Arte del Rinvio (sulla correzione dei compiti, ma non solo)
Sono stata una scolara assai ritardataria (e forse pure ritardata, ma questa è un altra storia): studiavo in modo irregolare, facevo le tirate per recuperare - e non sempre ci riuscivo - ma là dove veramente la mia ritardarietà brillava nel suo massimo splendore era con i compiti a casa, perennemente rimandati, perennemente fatti all'ultimo momento (e qualche volta proprio non fatti) ma mai dimenticati: l'ottima memoria che mi è arrivata in dote col corredo cromosomico materno assai raramente mi ha permesso di dimenticare qualcosa che avevo da fare; anzi tal ricordo mi seguiva e perseguitava onde permettermi di cullarmi voluttuosamente nei più assurdi sensi di colpa e avvelenarmi sottilmente le più pure e belle gioie dell'esistenza.
Di fatto, sotto quell'aspetto, ero e sono sempre stata talmente ridicola che già in seconda media avevo completamente smesso di prendermi sul serio e mi guardavo dall'esterno con un misto di compatimento e di autoindulgenza in cui si mescolava una certa dose di schifo; e d'altra parte quello di fare le cose all'ultimo momento è un tratto che fa talmente parte di me e della mia natura che ho dovuto forzatamente imparare a farlo convivere con un esistenza apparentemente normale - più che un difetto ho finito per considerarlo alla stregua di un handicap, come l'eccessiva vulnerabilità ai raffreddori o il mal d'auto - tutti ne abbiamo qualcuno, si sa.
Questo mi consente una certa dose di comprensione per chi occasionalmente non fa i compiti, mi aiuta a immedesimarmi in loro e occasionalmente facilita un tocco di indulgenza: io so che a volte proprio non si ha voglia di fare gli esercizi o di studiare e giustifico senza difficoltà qualche occasionale defaillance (purché mi venga detta prima dell'inizio della lezione) e accetto un rinvio nella consegna dei compiti scritti per casa: ed è anche a causa di questo mio specifico tratto caratteriale che non do mai compiti per i ponti, le settimane bianche o le gite con la famiglia e le vacanze di Natale e Pasqua - il che accresce notevolmente la mia popolarità essendo in questo una mosca bianca nella mia scuola.
Una volta passata dall'altra parte della barricata, il fatto di essere diversamente solerte si è in parte risvegliato: molte sono le lezioni che ho preparato dopo cena, e non sempre perché inderogabili impedimenti mi avevano ostacolato durante il pomeriggio - ma in fondo le lezioni preparate la sera tardi sono più facili da ricordare la mattina dopo, almeno per me.
Tuttavia con la correzione dei compiti scritti sono abbastanza brava: quasi sempre li riporto nell'arco di una settimana, talvolta anche il giorno dopo.
Ecco, ho scritto quasi sempre.
Ma andiamo per ordine.
Da sempre ho l'abitudine di correggere qualsiasi cosa esca dalla penna delle mie classi in ambito letterar-storico-geografico - talvolta perfino i bigliettini che occasionalmente sequestro, i compiti scritti male sui diari e le frasi con cui decorano le cartelline di tecnica. Solo un barlume della più elementare discrezione mi impedisce di correggere anche quel che scrivono su Facebook (anche se quando scrivono direttamente a me cercano di stare attenti). Quasi ogni settimana gran copia di carte e cartacce transita sulla mia scrivania per poi tornare rapidamente a scuola.
Siccome la regola generale è "più scrivi e meglio scrivi", ne consegue che "più correggo, e più velocemente posso correggere, perché da correggere non c'è poi granché".
Tuttavia, essendo io una sola persona e avendo la giornata solo ventiquattro ore, basta un piccolo intralcio (un raffreddore, una settimana con tre riunioni, un inciampo nella vita privata) perché le carte da correggere si accumulino a velocità esponenziale sommergendomi senza speranza. Il tutto si rimedia infine con qualche tirata notturna che mi vede approdare a scuola con ricche occhiaie ma la borsa piena di piccoli pacchetti di compiti più una colossale batteria di esercizi aggiuntivi di ortografia da fare per loro e da correggere per me (ma niente è più facile e veloce da correggere degli esercizi di ortografia, quindi li assegno senza esitazione), oltre a una lezione ben strutturata per gli errori più ricorrenti - anche se poi di solito, in quelle mattine, salta fuori un contrattempo per cui non ho tempo né modo di fare niente, ma questi son dettagli: prima o poi il momento arriva e gli esercizi verranno assegnati - e naturalmente anche corretti.
Poi ci sono strani e misteriosi compiti che, per strani e misteriosi motivi, rimando sempre di correggere: oggi non ci ho voglia, oggi voglio finire quel romanzo, oggi sono scossa emotivamente per quel che è successo ai miei amici, oppure decido di occuparmi di qualche grana che aspetta con pazienza da intere settimane di essere considerata, stasera devo addestrare il mio circo di pulci a fare il salto carpiato, domani pomeriggio voglio andare a fare una passeggiata con giro di shopping incluso, stasera trasmettono il Falstaff alla radio, che l'ho sentito solo 350 volte di cui almeno venti diretta da quel direttore, domani devo preparare con cura la lezione sugli oceani che devo spiegargli tra dieci giorni...
I Poveri Compiti Abbandonati stazionano sul tavolo a settimane intere, coprendosi lentamente di polvere, sorpassati dall'ennnesima batteria di frasi sul complemento di argomento o dai testi in cui i ragazzi mi raccontano di quando hanno incontrato un drago.
Ma nel mio inconscio non dimentico (e nel mio conscio nemmeno): quei compiti mi guardano, inseguendomi per tutta la casa, tampinandomi anche quando sono fuori, infelicitandomi i dormiveglia. E ogni mattina, quando entro in classe, con sadico accanimento nascosto sotto la più pura specie di innocenza, la classe chiede compatta "Prof, ci ha riportato i compiti?".
"Ehm, sì, avete fatto dei buoni dettati".
"No, prof, i compiti: quelli di due settimane fa".
Farfuglio una frase di scuse, invocando un impegno imprevisto non meglio definito. Vivaddio, un barlume di dignità mi ha sempre impedito di rispondergli male ricordandogli quel che loro non hanno fatto o studiato: in me il senso di colpa rimane senso di colpa, senza tentativi di rivoltare la frittata.
E viene infine il giorno in cui qualcosa dentro di me stabilisce che è stato ormai varcato il confine della più elementare decenza e alfine mi siedo a quel tavolo ignorando amici in crisi, balocchi e profumi in offerta speciale, la discussione in corso in rete sulla statua d'oro del secondo film dello Hobbit e i nuovi libri freschi di biblioteca - insomma compio il Grande Passo e prendo in mano quei poveri compiti tanto trascurati.
E scopro, già dal secondo, qual è stato il problema.
Fanno schifo.
Sono fatti in maniera orripilante.
Farebbero vomitare una pantegana durante l'assedio della Rochelle.
Inorridirebbero Sauron in persona (beh, persona...).
(E io, come potevo saperlo se i compiti non li avevo ancora guardati? Ma forse, distrattamente e in modo inconscio, qualcosa avevo in realtà guardato?)
Ogni tanto succede, anche alle classi più integerrime. Chi sta in cattedra si è spiegato male, oppure c'era una congiuntura lunare sfavorevole, o il compito era oggettivamente stato impostato male o quel giorno tutti quanti han deciso di lavorare coi piedi... ma insomma, anche i migliori della classe hanno clamorosamente toppato e di tutto il pacco non si salva niente. O quasi niente, che è ancora peggio perché non puoi nemmeno annullare il tutto.
Un po' schifata correggo (niente di minuzioso: gran sfoggio di crocioni e punti esclamativi, note a lato "NON ERA QUESTO che chiedeva la traccia" e simili). Via via che correggo affiora spontaneamente lo schema del compito che andrà fatto per rimediare a quello, nonché la dettagliatissima scaletta della spazzolata che la classe tutta prenderà per avere lavorato così male.
Regolarmente, terminato e impacchettato il lavoro, mi chiedo come mai nelle ultime settimane mi sono complicata tanto la vita.
E può darsi che in tutto ciò ci sia per me una lezione per me, ma è troppo profonda per le mie deboli forze.
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venerdì 9 gennaio 2015
L'oca selvatica - Mori Ogai
Il romanzo giapponese ha una sua tradizione millenaria ma è molto differente da quello occidentale. Per noi comuni mortali europei addentrarcisi ha sempre il sapore di un avventura: c'è tutto quello che siamo abituati a trovare in un romanzo, ma disposto con altra maniera e raccontato con angolature e ritmi diversi.
Qui, per esempio: l'oca selvatica che dà il titolo compare nelle ultime dieci pagine; forse è altamente simbolica e forse solo strutturale alla narrazione. Quanto ai protagonisti... già, quali sono i protagonisti?
Abbiamo un narratore, che ricostruisce la vicenda in base a racconti che gli sono stati fatti in epoche diverse oltre ad avere una sua piccola ma consistente parte nella trama.
Poi un giovane studente, bello e simpatico, che compare e scompare dalla narrazione.
E la protagonista: una cara ragazza che entra in scena molto timidamente e all'inizio viene descritta attraverso la sua casa vista dall'esterno: siamo informatissimi sulle finestre di casa sua, e una in particolare potremmo anche provare a disegnarla con una certa probabilità di successo.
Più avanti impariamo a conoscerla meglio (la ragazza, non la finestra) e le sue vicende sono avvincenti e riccamente narrate. Conosciamo anche le persone che ha intorno e il complesso gioco per cui queste persone la portano a determinate scelte, e come queste scelte a loro volta la portino a cambiare i suoi rapporti con queste persone - insomma quel tessuto di azioni e reazioni che forma la trama della vita per tutti noi.
E' un bel romanzo, narrato bene. A modo suo è anche un avvincente storia d'amore.
Sono stata molto contenta di leggerlo e di seguire il percorso dei vari personaggi. Me lo sono gustato con grande piacere e soddisfazione.
Ma non mi azzardo a raccontare la trama - non solo perché mi sembra che ogni lettore abbia diritto a scoprirla da solo, ma anche perché la trama qui è più importante che in un romanzo de noantri e nello stesso tempo non conta poi molto e a ben guardare di trame ce n'è più di una - dipende da come decidi di leggerlo.
Comunque sia: abbiamo dei bei personaggi e una bella storia (a tratti un po' evanescente); il tutto ambientato nel Giappone di inizio Novecento, che è sempre un periodo interessante.
Non prende molto tempo: si potrebbe leggere in un mezzo pomeriggio o una serata, ma secondo me è meglio dividerlo in tre-quattro giorni, perché si riesce meglio ad assorbirlo.
E l'autore è proprio bravo.
Consigliato per i pomeriggi autunnali: non necessariamente quelli piovosi, vanno benissimo anche quelli ancora caldi e ricchi di sfumature rosso-dorate, o quelli limpidi, freschi e azzurri che si stemperano presto nel crepuscolo.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture invernali.
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giovedì 8 gennaio 2015
mercoledì 7 gennaio 2015
Charlie Hebdo
Puoi arrestare gli attentatori
ma non ridare la vita ai morti.
E tuttavia i morti hanno un loro modo di vendicarsi, sottile ma profondo.
Specialmente i morti che da vivi disegnavano satira.
lunedì 5 gennaio 2015
I miei secondi dieci libri-cardine
Passati i miei primi dieci libri-cardine ero ormai al primo anno del liceo - e siccome il liceo in questione era un liceo classico, quella che veniva spacciata per "prima liceo" era in realtà il terzo anno delle superiori - dove, nel giro di tre mesi incontrai altri tre cardini delle mie numerose porte.
11) Corso di storia: il medioevo di Giorgio Cracco. Per l'appunto il mio manuale di storia, scelto chissà per quale strano caso dal prof. Ruf. Era un signor manuale, aggiornatissimo per l'epoca, pieno di fatti, di fonti e con un sacco di sfondo, oltre a un infinità disperante di re, di papi, di imperatori e pure di regine. Niente sintesi abborracciate, per Giorgio Cracco, niente salti a canguro, niente buchi nella trama. Quando arrivai all'università, del medioevo sapevo quanto bastava ad orizzontarmi senza difficoltà - ed era tutto merito di quel meraviglioso manuale.
12) I romanzi di Chretien de Troyes. Devo il suggerimento al prof. Blasio. All'epoca questi romanzi erano merce rara - c'era solo una poderosa traduzione di Sansoni in un unico volume, e guarda caso una copia di quel volume era nella biblioteca del mio liceo. Dopo averli divorati l'amor cortese non ebbe più segreti per me. All'epoca il mio preferito fu Yvain, o il cavaliere del leone, ma mi piacquero alla follia tutti e cinque.
13) La grotta di cristallo di Mary Stewart, racconto dell'infanzia di Merlino che si ferma alla notte del concepimento di Artù - una bella via di mezzo tra romanzo storico e leggendario, dove Artù è posto nel VI secolo. Diciamo che per me fu il primo romanzo "simile a Tolkien" su cui fossi riuscita a mettere le mani, anche se già all'epoca mi rendevo conto che non c'entrava niente con Tolkien né voleva minimamente entrarci.
14) Fonti francescane - un ampio tomo che comprende i pochi scritti di Francesco d'Assisi, Testamento e Regole incluse, e le prime e più famose biografie. Furono il testo su cui preparai il mio primo esame (Storia della Chiesa, su Francesco d'Assisi) - o meglio uno dei testi, perché ce ne fornirono anche altri. Per me rappresentano la scoperta di un personaggio affascinante come Francesco, ma furono anche un introduzione al mondo dell'agiografia e della revisione storica. Spulciandole amorosamente preparai la mia prima relazione (all'epoca non usava parlare di "tesine", almeno a Firenze) sulla simplicitas francescana.
15) Pietro Abelardo Storia delle mie disgrazie - e naturalmente anche le lettere tra Abelardo e Eloisa. Leggendo non ebbi alcuna difficoltà a capire come mai Eloisa si fosse innamorata pazzamente di costui: il fascino di quell'uomo trapassava le pagine a distanza di nove secoli. Tuttavia, ritengo imperdonabile da parte sua e di Eloisa aver chiamato il loro figlio Astrolabio - povera creatura.
Ai due sventurati amanti devo un trenta e lode all'esame di filosofia medievale - e mai e poi mai avrei sognato di riuscire a prendere il massimo dei voti in una qualsivoglia interrogazione che recasse attaccata la parola filosofia.
16) Pierre de Brantome Le dame galanti il mio primo trattato sull'amore galante del Cinquecento. Purtroppo è rimasto anche l'unico, ma ha lasciato un bel segno. A questo libro devo tra l'altro una delle mie massime preferite "Ve ne sono alcuni che, pur di non stare senza sparlare di qualcuno, sparlerebbero di sé stessi" - senza alcun dubbio una grande verità.
17) Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln Il santo graal libro di storia assai liberamente interpretata, ma che mi schiarì molto le idee non solo sulla questione, invero misteriosa, dell'improvvisa comparsa del Graal nella letteratura medievale, ma anche e soprattutto sui problemi di interpretazione delle fonti storiche.
18) Ivan Morris Il mondo del principe splendente. Il saggio descrive l'epoca hejan giapponese (XI-XII secolo) compresa la grande fioritura di scrittrici specializzate in diari e monogatari. Il monogatari più famoso l'ha scritto tale Murasaki Shikibu e si intitola Storia di Genji, il principe splendente. Non è quel che si dice un racconto breve.
19) Anne McCaffrey La cerca del weyr, ovvero il primo racconto del ciclo dei dragonieri di Pern. E' stata la mia prima storia di draghi dove i draghi erano buoni e saggi e sviluppavano un profondo legame emotivo con il loro dragoniere... o la loro dragoniera. Perché l'altra particolarità di questo racconto è che la protagonista è una ragazza. Da lì ho preso coscienza di uno dei miei più grandi desideri: cavalcare un drago in combattimento. Nel caso specifico, una draghessa, o meglio una Regina. Secondo l'autrice non è fantasy, bensì fantascienza - c'è di mezzo un pianeta, anzi più di un pianeta, e dei tentativi di invasione... comunque io alla divisione in generi non ci ho mai creduto granché.
20) Rumiko Takahashi Ranma 1/2 avvincente storia di un ragazzo che, a seguito di un incidente in allenamento, si trasforma in ragazza se bagnato dall'acqua fredda e torna ragazzo se bagnato con acqua calda, raccontata a fumetti su svariate migliaia di tavole per complessivi 33 volumetti, è stata per almeno quattro anni la mia lettura preferita.
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giovedì 1 gennaio 2015
mercoledì 31 dicembre 2014
Aspettando il 2015...
FELICE NOTTE DEL PASSAGGIO
A TUTTI
(perché sia di buon auspicio non è necessario passarla tra i lupi nella neve: anche una casa calda e confortevole e un ricco banchetto tra amici vanno benissimo)
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martedì 30 dicembre 2014
Quattro anni su Facebook (casa è là dov'è il tuo cuore)
In una di quelle fredde mattinate di fine Dicembre quando c'è tempo di fare tutto con calma e il mondo ha la gran gentilezza di starsene quasi fermo, cinque anni fa, dopo aver ascoltato una puntata di Media e dintorni su Radio Radicale dedicata appunto a Facebook feci il grande passo e mi iscrissi anch'io.
Rigorosamente con un nome alternativo, ché desideravo scansare come la peste le persone che conoscevo... o meglio, volevo essere io a trovarli, e non farmi trovare. E poi, dopo tanti anni passati sotto il lussuoso manto dell'anonimato, rientrare in rete con il mio vero (e comunissimo) nome mi faceva uno strano effetto.
I miei primi amici - gente che frequentavo abitualmente nella cosiddetta Vita Reale - mi segnalarono siti sui gatti e sui cartoni animati giapponesi. Qualcuno di loro mi avviò sulla perversa via dei Giochini - e diventai del tutto dipendente da una graziosa caccia al tesoro dove sono un archeologa.
Poi arrivarono i primi Amici degli Amici - una strana categoria di gente con cui chiacchieri prima per interposta persona ma di cui poi finisci per conoscere tante cose.
Infine arrivarono i draghi: splendide immagini di draghi, tonnellate di draghi dei più vari generi, che a volte condividevo ma più spesso salvavo in apposite cartellette per poi ripescarli per i più vari usi (ad esempio postarli sul blog).
Arrivarono anche gli alunni, ed è stato spesso altamente formativo guardarli discutere, litigare, corteggiarsi e sdilinquirsi variamente dal mio tranquillo angolino. Anche quelli di cui non ero amica. Soprattutto quelli di cui non ero amica e che non si immaginavano, sia pur lontanamente, che avessi accesso alla loro bacheca colabrodo.
E scoprii che c'era una pagina dedicata praticamente a qualsiasi argomento e un gruppo su qualsiasi cosa. Strani legami si formarono e poi si sciolsero - sono di quelli che ripuliscono periodicamente la lista degli amici - e imparai che c'è della strana gente che ritiene necessario informare gli altri anche di quando fa colazione e altra gente che in rete ha un senso dell'umorismo assai diverso da quello che dimostra nella vita di tutti i giorni, e che se hai voglia di leggerti intere paginate di luoghi comuni e frasi fatte non hai che da attaccarti alla pagina di qualche politico e leggerti i commenti ai suoi post. Tutte cose molto utili, che mi sono servite a crescere come persona e che mi hanno fatto spalancare gli occhi fino a farli diventare grandi come tazze da tè.
Ho anche imparato che uno dei molti usi per cui Facebook è assai utile è criticare Facebook - non per come funziona o cose del genere, ma per lamentarsi che tiene lontano dai rapporti autentici, che fa male alle persone, che deteriora i rapporti sociali e simili. E' molto utile anche per criticare l'egoismo umano, la superficialità con cui si giudica la gente e i politici che (va da sé) sono tutti ladri, nonché per dire male dell'universo mondo e per prendere in giro la gente che sta molto su Facebook. Tutte cose molto importanti e che senza Facebook sarebbe molto più difficile fare.
Come molte cose che ero assolutamente sicura che non fossero adatte a me, Facebook si è dimostrato assai utile e divertente.
Naturalmente il video di fine anno non l'ho fatto. Ma, visto che tutti quelli che l'hanno fatto lo hanno titolato (immagino su suggerimento di Facebook) "Un anno meraviglioso, grazie a tutti voi che mi avete aiutato a viverlo" o qualcosa del genere, mi sento incline a concordare con l'ignoto postatore di Facebook che ha scritto il cartello con cui apro il post.
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domenica 28 dicembre 2014
Thilbo Bagginshield
E' noto che laggiù, nelle pieghe più profonde del fandom, laddove gli angeli temono di mettere piede e da cui le persone sensate si tengono assai alla larga, dominano strane perversioni. Una fra queste sono le coppie alternative di determinati libri, film, sceneggiati. Siete convinti che Elizabeth Bennet e Mr. Collins sarebbero una coppia assai meglio assortita di quella formata da Elizabeth e Darcy? Pensate che Lucia e l'Innominato si sarebbero trovati bene convolando a giuste nozze? Allora quello è il posto per voi: troverete disegni, disquisizioni letterarie e cinematografiche sull'argomento e un sacco di fanfiction.
Ma andiamo ancor più nell'alternativo: pensate che Harry Potter si sarebbe trovato sentimentalmente meglio unendosi a Ron Weasley? O a (gulp!) Voldemort? Bene, anche in quel caso troverete un mucchio di gente che la pensa come voi. Volete una storia d'amore tra Harry e il Calice di Fuoco? Non disperate, forse c'è. E se per caso vi state domandando come accidenti potrebbero Harry e il Calice esprimere il loro reciproco affetto anche a livello fisico, forse lì sapranno darvi una risposta. Basta cercare.Queste coppie alternative dispongono spesso di un tag formato fondendo i nomi dei due presunti innamorati. Tanto per fare un esempio del tutto a caso, se abbiamo un hobbit a nome Bilbo Baggins e un nano chiamato Thorin Oakenshield (in italiano Scudodiquercia), ecco che il tag per la coppia diventa Thilbo Bagginshield.
Si racconta che all'inizio siano rimasti assai spiazzati, ma che in seguito alcuni di loro abbiano imparato ad assecondare la tendenza, almeno a livello sotterraneo.
E che cosa ne avrebbe pensato il professor John Ronald Reuel Tolkien?
Non voglio nemmeno pensarci. Nella migliore delle ipotesi sarebbe rimasto decisamente molto, molto perplesso.
E che cosa ne pensano i circoli tolkieniani, che non si sono mai distinti per eccezionale apertura mentale?
Figuriamoci cosa ne penserebbero! Per fortuna di tutti però si tengono ben lontani da certe zone malfamate della rete.
Tuttavia esistono tolkieniani ortodossi e di lungo corso che, superato un certo sbalordimento e un forte senso di eresia hanno finito per considerare con attenzione la possibilità della coppia Thilbo Bagginshield, talvolta fino ad appoggiarla seriamente - peraltro ampiamente supportati ed incoraggiati dal regista e sceneggiatore Peter Jackson.
Ma andiamo ad esaminare la questione con un po' di serietà.
Nel romanzo non è che i due si amino granché. Bilbo è un hobbit molto educato e un po' spaurito, Thorin un vecchietto un po' stizzoso ma che cerca di essere sempre all'altezza del suo dovere e dei suoi compiti. Lui e Bilbo si becchettano in varie occasioni e di solito la spunta Bilbo, tranne per quel che riguarda l'Archengemma. Si riconciliano con molto garbo dopo la battaglia e Bilbo piange per lui - con una certa sorpresa del lettore, che di solito per Thorin non stravede. Ma si sa che Bilbo era un cuore gentile, e in qualche modo si era affezionato. Anzi, dal tono del congedo sembra che entrambi si fossero affezionati ben più di quanto il lettore non si fosse accorto. Tra loro c'era comunque molta stima e un certo affetto dato dalla convivenza e dagli obbiettivi comuni... e Thorin gli regala un oggetto dal valore incommensurabile (per i nani non si può sempre dire che conta solo il pensiero), anche se tale valore verrà debitamente esplicitato solo nel Signore degli Anelli - dove in verità Thorin viene citato pochissimo, ma col tono che si riserva ai Grandi Eroi, e nelle Appendici viene descritto con tratti più solenni di quelli che presenta nel primo romanzo.
Sappiamo comunque che Bilbo non si sposa e che quando lascia la Contea, sessant'anni dopo la fine delle sue avventure, è inquieto e insoddisfatto. Colpa dell'Anello, abbiamo sempre pensato tutti.
Thorin Majestic Oakenshield
Nei film il legame tra i due è molto più profondo: ognuno è per l'altro l'Animale del Sogno, ovvero quella figura destinata a risvegliare un individuo dal suo stato di sonno interiore per fargli sviluppare tutto il suo potenziale. Dopo l'apparizione di Thorin a Casa Baggins, Bilbo troverà la forza per staccarsi dai centrini, le cassapanche e la sua amata poltrona e si lancerà nell'avventura. Con l'arrivo di Bilbo, la spedizione di Thorin smetterà di essere un castello in aria e, contro ogni ragionevole probabilità, si concluderà in un successo. Da bravo scassinatore Bilbo aprirà tutte le porte che bloccavano la compagnia, fino all'ultima, quando libererà Thorin dalla follia che lo ha imprigionato - perché anche nella sua follia, fino alla fine Thorin riuscirà a ricordare che Bilbo è suo amico - o il suo custode, o quel che è.
Bilbo Baggins, Custode delle Chiavi
Con la morte di Thorin, Bilbo perde il legame più profondo della sua vita, ed è una perdita che non riesce ad accettare né a superare, nonostante l'indubbia vitalità hobbit che lo caratterizza.
O almeno, l'impressione è questa.
L'immagine classica per Thilbo Bagginshield, la più facile da trovare in rete, è naturalmente l'abbraccio finale tra i due che chiude il primo film (che quasi chiude il primo film; d'accordo, dopo ci sono anche una montagna e un drago. Ma son dettagli)
dove culmina e si scioglie la tensione accumulata lungo le quasi tre ore di proiezione, con particolare rilievo nell'ultima parte. A suo tempo, perfino al mio animino candido e fiducioso la terza visione del film fece nascere in me un filo di sospetto.
"Chissà se anche qualcun altro oltre me avrà avuto quasi l'impressione che la vicenda sia costruita in modo simile a una storia d'amore?" mi dissi, dando qualche stringa di ricerca.
Come scoprii, qualcuno ci era arrivato ben prima della terza visione e sì, in certe zone nascoste della rete circolava un forte sospetto in merito, che in verità i due attori non fecero molto per dissipare; in particolare Martin Freeman che, richiesto su come mai Bilbo non aveva una storia d'amore per lui e se l'avrebbe avuta negli altri film, sfoderò il suo sorriso più innocente per rispondere
e mettersi a ridere subito dopo.
Divertente o meno che fosse la sua battuta, sta di fatto che Bilbo per tre film di seguito è concentrato quasi esclusivamente su Thorin Scudodiquercia, e le rare occasioni in cui non parlerà con lui sarà quasi sempre perché starà parlando di lui con altri oppure perché lo tiene d'occhio con aria preoccupata (spesso con validissimi motivi: gli hobbit non hanno per natura un carattere ansioso).
Naturalmente una coppia alternativa può avere anche un finale alternativo; e così la rete pullula di fanfiction dove Bilbo e Thorin si sposano e regnano su Erebor vivendo a lungo felici e contenti strafregandosene dell'Anello; e siccome la morte di Thorin non è stata straziante solo per il povero Bilbo e per gli altri nani, molti spettatori in questo periodo vi ricorrono in cerca di conforto; e più ne leggo, e più mi convinco che quei due sarebbero stati davvero una bella coppia - ma alas! così va il mondo, e ormai da qualche giorno il nobile Thorin giace sotto la montagna e al figlio dell'occidente cortese non resta che piangerlo in privato.
Quando tornerà a casa Baggins, Bilbo pianterà un seme raccolto nel giardino di Beorn. Tra tanti semi di cui disponeva quel rigoglioso giardino, proprio una ghianda - che produrrà un giorno una bellissima quercia (ma NON l'albero della festa).
giovedì 25 dicembre 2014
mercoledì 24 dicembre 2014
L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 10 - Cui prodest?
Terminato l'epico cambio degli infissi e tornato ognuno nella sua rispettiva e legittima classe, infine è partito ufficialmente il Registro Elettronico.
Naturalmentre, giusto il Lunedì in cui ciò avveniva, la scuola media di St. Mary Mead anzi le scuole tutte nel paese e financo gli uffici comunali hanno avuto immensi problemi con il collegamento in rete, e tutta la settimana è stata decisamente impegnativa sotto questo aspetto.
Ma questo è talmente scontato che davvero non dovrei far perdere tempo a chi passasse di qui con eventi tanto banali.
Altrettanto scontato è il fatto che quasi subito una non piccola parte dei computer sistemati nelle aule abbiano cominciato a perdere colpi: chi non si accendeva, chi si piantava subito, chi produceva strani e inquietanti suoni assai simili al rumore che nei film d'antan si associavano all'arrivo dei bombardieri nemici su una città. Del resto era abbastanza noto che non si trattava di attrezzature proprio... ehm... freschissime.
Sono state aperte le scatole (ormai coperte di polvere) e distribuiti i cinque tablet di cui dispone la scuola e che finora mai alcuna mano umana aveva potuto sfiorare. Sono piccoli e un po' complicati da usare - e non hanno scheda telefonica per cui, quando il collegamento non funziona, non funziona nemmeno per loro. Chi lavora soprattutto nei laboratori sembra che ne tragga un qualche vantaggio (quando c'è il collegamento, si capisce).
Il computer in Sala Professori (dove la linea arriva un po' più facilmente che negli altri locali, anche se nessuno sa perché) è regolarmente occupato da insegnanti desiderosi di inserire dati che non sono riusciti ad inserire in classe, e questo lo rende abbastanza difficile da usare per chi voleva farci altre cose. Allora è stata prontamente allestita una seconda postazione, dove però il collegamento in rete non arriva quasi mai.
Qualcuno lavora da casa.
Insomma, ci si arrangia.
In classe continuiamo ad avere i rotoloni Regina, cui ogni settimana viene aggiunto un foglio. Chi riesce a compilare il registro elettronico si dimentica di aggiornare quello su carta, anche perché, ogni tanto, gli piacerebbe fare un po' di lezione o scambiare due parole con i ragazzi, non fosse che per interrogarli o chiedergli come stanno. Abbiamo così due diversi registri, entrambi spesso incompleti. Che prima o poi verranno aggiornati, ma sulla cui completezza al momento nessuno può garantire.
Del resto, come sempre, nessuno ci controlla.
A questo punto ci si potrebbe domandare se tutto ciò ha portato a dei risultati positivi di un qualche genere, ma personalmente non ne vedo, a parte la possibilità per l'insegnante a casa in malattia di poter controllare cosa hanno fatto i colleghi in sua assenza. Ma, in effetti, anche prima i colleghi che avevano fatto qualcosa nelle ore in cui ti sostituivano di solito ti avvisavano, per quel che mi ricordo. Del resto, che motivo avrebbero di tenerti nascosto che hanno fatto nella tua classe una simulazione di Prova Invalsi o degli esercizi sulle potenze?
Il vero e noto Grande Vantaggio del Registro Elettronico, si sa, è che le famiglie possono vedere da casa i voti dei loro virgulti, e che i fanciulli ammalati possono controllare personalmente i compiti assegnati senza dipendere da compagni che spesso si rivelano di memoria assai labile.
Ma noi questo vantaggio non lo abbiamo: nessuna famiglia e nessuno scolaro ha accesso al registro elettronico, né lo avrà in tempi brevi.
Il Gazzettino della Scuola raccontava che, passato il primo quadrimestre, alle famiglie sarebbero state date apposite password, ma adesso varie fonti (alcune persino attendibili) ci assicurano che, almeno per tutto il corrente anno scolastico, le famiglie non avranno alcuna password né accederanno ad alcunché.
Sempre le solite fonti assicurano che questo dipende da un problema di soldi, cioè la scuola dovrebbe pagare per poter far accedere le famiglie.
Il fatto che Argo, dopo aver fatto un cesso di registro come quello che adoperiamo (e che tutti mi assicurano essere una versione assai migliorata rispetto a quella dell'anno scorso), pretenda pure di essere pagata in teoria non dovrebbe sorprendermi, conoscendo come ormai conosco la sfacciataggine umana; tuttavia spero ancora che si tratti di voci false e tendenziose, e che il registro non sia visibile alle famiglie solo per meri inconvenienti tecnici. Perché, se per avere quella roba abbiamo dovuto addirittura pagare, allora sarebbe stato cento volte meglio che la Preside quei soldi se li fosse messi direttamente in tasca per andare a giocarli alle corse dei cavalli, almeno si sarebbe divertita un po' (detto e non concesso che le piaccia giocare alle corse dei cavalli, certo. Ma era solo per fare un esempio di uso non didattico né fruttuoso e tutt'altro che virtuoso).
Nel complesso, al momento i vantaggi del Grandioso Registro Elettronico continuano a sfuggirmi.
Magari sono io che non sono capace di vederli, non so.
giovedì 18 dicembre 2014
I balsami beati per me le Grazie apprestino
Entrambi i miei genitori lavoravano nel settore pubblico ed entrambi avevano la curiosa caratteristica di andare al lavoro anche da ammalati, rimproverandosi reciprocamente per tale insana consuetudine.
Era un classico rituale di famiglia cui ho assistito sin da bambina: quello sano rampognava il malato e lo esortava grandemente a prendere dei giorni per malattia, o ad accettare tutti quelli che il medico gli offriva. Talvolta mi univo anch'io alle esortazioni, dicendo cose assai sensate che come tali venivano accolte dal genitore sano, mentre quello malato scuoteva la testa e borbottava qualcosa sul fatto che "quello era un caso particolare". Di fatto era quasi sempre un caso particolare e solo circostanze assai drammatiche riuscivano a tenerli a casa.
In cuor mio non mi capacitavo, tanto più che con la scuola non mi sono mai fatta problemi: se stavo male non andavo, e anche se stavo semplicemente così-e-così mi guardavo bene dal fare mostra di eroismo.
Tuttavia, quando ho cominciato a lavorare, vuoi per condizionamento, vuoi perché il DNA era quello, mi sono ritrovata ad andare al lavoro in condizioni proibitive, sempre ricorrendo alle scuse più improbabili. Perfino quando una serie continua di malanni più o meno bronchiali a lungo trascurati si evolse infine in una splendida broncopolmonite che mi tenne inchiodata al letto per tutte le vacanze di Natale, in un grande rutilare di antibiotici e cortisone, mi rifiutai di prendere atto del sottile confine che separa una persona coscienziosa da una perfetta idiota e mantenni intatte le mie perverse abitudini. I miei stakanovisti genitori, ormai in pensione, non cessavano di rimproverarmi per questo, ma li lasciavo dire, forte del fatto che abitavano ormai a sessanta chilometri di distanza e più di tanto non potevano intervenire.
C'è da dire che il mio perverso inconscio collaborava: per esempio una notte che rimasi a tossire fin verso le quattro, alle due stabilii che il troppo era troppo e misi la sveglia alle otto per chiamare la scuola e dire che avrebbero dovuto fare a meno di me.
Mi addormentai infine, ma feci un sogno così orribile e spaventoso che quando infine la sveglia suonò, dopo il sollievo di scoprire che, appunto, era solo un sogno, invece di chiamare la scuola mi vestii di tutto punto e mi presentai puntuale in classe (entravo alla seconda ora) seppure alquanto sbattuta, parendomi assai più allettante fare quello sforzo fisico che restare da sola a letto a combattere con gli orrendi fantasmi evocati da quell'incubo.
Naturalmente ero prontissima a criticare tanto demenziale stoicismo negli altri, che trovavo veramente stupidi quando facevano cose del genere. Forse che pensavano che senza il loro apporto lavorativo la scuola sarebbe crollata o che le loro classi sarebbero state condannate in eterno ad una totale ignoranza, mancandogli le più elementari basi per proseguire gli studi? Possibile che non si rendessero conto che pochi giorni di assenza non avrebbero pregiudicato irreparabilmente una programmazione equilibrata e ben impostata? Non si rendevano conto, essi, che stavano solo facendosi del male e rischiavano di trascinarsi per mesi debilitanti indisposizioni che pochi giorni di cure avrebbero debellato pienamente?
Tuttavia, quando l'ammalata ero io, improvvisamente tutto ciò non valeva più, e uno strano misto di senso di colpa atavico e di delirio di onnipotenza, unito a considerazioni-trappola del tipo "Ma anche oggi posso farcela, perché non andare?" oppure "Io mio conosco. So che questa indisposizione non è molto grave. So io quando mi devo fermare" mi hanno portato a collezionare un intero album di Eroiche Gesta non particolarmente necessarie.
Finché un giorno, dopo essermi trascinata per più di un mese una modesta bronchitella che con tre giorni di letto sarebbe probabilmente sparita in tutta fretta senza lasciare traccia, mi feci un profondo esame di coscienza: gli anni passavano, non ero più una giovinetta indistruttibile, passare i pomeriggi a letto dopo essermi trascinata a scuola sui gomiti non era poi questo gran passatempo, senza contare che così facendo quando tornavo a casa ero troppo stanca per lavorare ancora e così restavo indietro nella correzione dei compiti e consimili - per tacere del fatto che non avevo mai la forza di stirare, e ciò incideva negativamente sul mio abbigliamento.
Così decisi che da quel giorno avrei cambiato vita e la prossima volta mi sarei comportata saggiamente, scegliendo il male minore di una breve assenza a quello di un lento stillicidio - senza contare che in quel modo avrei evitato di mettere in giro altri bacilli, che sono veramente l'ultima cosa di cui una scuola ha bisogno.
La volta dopo, che è stata la primavera scorsa, non feci niente del genere, si capisce. Tuttavia addivenni ad un compromesso con me stessa e, dopo una rapida visita dal medico, mi imbottii coscienziosamente di antibiotici che stroncarono sul nascere il mio perfido mal di gola. In effetti l'idea di mettermi a letto mi repelleva, perché mi sentivo perfettamente in forze, a parte una strana spina in gola.
Dopo la mia brava settimana di antibiotici, per la verità, tanto in forze non ero più, tuttavia avevo mantenuto un decoroso tenore di vita, oltre a non avvertire più alcuna spina.
Tutta questa lunga manfrina è per dire che invece stavolta ce l'ho fatta: niente antibiotici, dato che non avevo mal di gola ma solo febbre e un solenne raffreddore: tuttavia ho accettato due giorni dei quattro che il medico mi proponeva, e ne ho fatto buon uso. In mia assenza la terza ha fatto (come ho scoperto esaminando da casa il registro elettronico) una simulazione della prova Invalsi, un ora supplementare di Inglese e una di Arte - il che non gli ha fatto certo male, come non credo gli abbia fatto male andarsene a casa un ora prima. Io invece sono stata al calduccio e ho finito ben tre libri che avevo a mezzo.
E dunque anch'io posso farcela, e prendermi qualche giorno di malattia senza essere necessariamente in vista della cassa da morto. L'importante è che perseveri, senza dormire sugli allori, e che mi impegni con costanza.
Il fatto che domani o Venerdì voglio andare a vedere il terzo film dello Hobbit, possibilmente senza stramazzare in vista della porta del cinema può darsi che abbia contribuito ad aiutarmi sulla via del rinsavimento. Ma del resto è risaputo, quante grandi imprese sono state portate a compimento appunto perché dall'esterno è arrivato un piccolo ma provvidenziale aiuto?
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domenica 14 dicembre 2014
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Proud Tiger by Caracal
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venerdì 12 dicembre 2014
Ragione e sentimento - Jane Austen
Anche questo, come L'abbazia di Northanger, è un primo romanzo di Jane Austen. Sembra che all'inizio sia stato un romanzo epistolare, poi che abbia avuto una seconda stesura intorno al 1797; ad ogni modo è stato il primo romanzo che Jane Austen ha pubblicato (con un discreto successo, tra l'altro).
Nel 1995 Ang Lee ne trasse un signor film, per molti aspetti anche migliore del romanzo, che venne ricoperto di plausi e premi, incluso l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale ad opera di Emma Thompson, che riesce tra l'altro nel mirabile prodigio di riconvertire i due futuri mariti delle sorelle Dashwood da Pesci Lessi in Personaggi Affascinanti - certamente Hugh Grant e Alan Rickman (non ancora Pitonato) ci misero del loro, ma non c'è dubbio che la sceneggiatura aiutò parecchio.
Ad ogni modo, per quanto bello e ben fatto sia il film, il libro lo supera in quello che ai miei occhi resterà sempre il suo punto di forza, ovvero la descrizione delle pene e delle angosce di chi assiste una persona a lui/lei carissima con il cuore spezzato senza poter intervenire altro che con un po' di affettuosa partecipazione, utile in quel tipo di crisi all'incirca quanto può esserlo una bicicletta per un pesce.
Il romanzo a tratti scricchiola, e quelli che diventeranno più avanti tra i punti di forza di Jane Austen richiedono ancora un po' di adattamento: d'accordo, è importante sapere con precisione i redditi di ognuno dei protagonisti, che hanno assai importanza nella vicenda, ma non è del tutto necessario leggersi anche l'estratto conto con tanto di prelievi e versamenti, e qualcuna delle varie vicissitudini finanziarie avrebbe forse potuto essere un po' sintetizzata. E siamo più che convinti che Edward sia un carissimo figliolo, ed è pur vero che la stessa autrice ce lo descrive come abbastanza imbranato nei rapporti sociali, ma deve per forza essere così disperatamente incolore? E forse la saggia, brava, intelligente e sempre-all'altezza-della-situazione Elinor non inclina pericolosamente verso la tipologia Mary Sue? Per tacere di tutti quei personaggi noiosi di contorno - non noiosi perché descritti male, bensì noiosi perché la storia richiede una gran quantità di personaggi noiosi per esasperare Marianne e far fare grande sfoggio di pazienza ad Elinor; ma il problema è che questi personaggi noiosi (e talvolta anche di buon cuore) sono mirabilmente descritti nella loro noiosità, con il risultato che anche il lettore finisce per annoiarsi (un problema, questo, che Austen supererà brillantemente in tutti gli altri romanzi riuscendo a costruire una intera galleria di personaggi brillantemente noiosi la cui entrata in scena colmerà il lettore di giubilo, anziché di segreta angoscia).
E tuttavia, passate le prime pagine, il lettore si dimentica dei dettagliatissimi estratti conto, sorvola di buon grado sulla conversazione giustamente noiosa dei personaggi noiosi e di buon grado accetta che Edward somigli assai ad un nasello bollito e condito con parsimonia (in realtà un piatto raffinato, per intenditori) per immergersi completamente nella storia.
Che comprende una coppia di sorelle belle, intelligenti e abbastanza povere, che alla morte del padre subiscono un brusco calo di reddito. La circostanza non toglie il sonno o la gioia di vivere né a loro né alla madre (che assai più si affligge in verità per la morte dell'amato consorte): hanno meno soldi, e dunque vivranno più modestamente, amen. L'importanza di una persona, ai loro occhi, non è data dalla cifra che questa persona possiede, e questo vale anche quando si tratta di loro stesse medesime - anche se, tra le tre, Elinor è comunque l'unica consapevole che una parte del mondo la pensa in maniera diversa.
Qualsiasi introduzione del romanzo spiegherà che le due sorelle, Elinor e Marianne, incarnano la contrapposizione tra Classicismo e Romanticismo, o, appunto, Ragione e Sentimento. In realtà Elinor non è affatto priva di sentimento, mentre Marianne ha dalla sua parte un desiderio di Assoluto che è abbastanza tipico della prima giovinezza - insomma, secondo me la questione presenta molte più sfaccettature di un generico dualismo.
Guidata da una serie di circostanze un po' perfide abilmente montate dall'autrice, Marianne incrocia l'Uomo Ideale: bello,brillante, sincero, amabile, sempre a suo agio con tutti, pieno di fuoco interiore e pronto a condividere appieno i suoi ideali per formare con lei la Coppia d'Oro. Marianne lo vuole vedere così, e lui prontamente si adatta a diventare così per compiacere quella bella e affascinante ragazza che parla alla parte migliore del suo cuore... o che gli parlerebbe, se il suo cuore avesse una parte migliore a cui parlare.
Ma le carte sono truccate sin dall'inizio: l'uomo è effettivamente bello e disinvolto, nonché abituato ad un costoso tenore di vita che lo ha già portato ad indebitarsi assai. Non è libero perché di essere libero per potersi legare ad un Grande Amore non si è mai preoccupato. E', a tutti gli effetti, un uomo abituato a non negarsi nulla da cui si senta attratto. Si accorge quasi subito che Marianne è una persona speciale e, quando avrà fatto le sue scelte in maniera da poter continuare a non negarsi nulla che gli piaccia sarà dunque libero di rimpiangerla accoratamente... ma da lontano. Come moglie, Marianne sarebbe stata faticosa e assai dispendiosa emotivamente - e lui, emotivamente, non è che abbia da spendere questo granché. Come innamorata di una breve stagione però è impareggiabile, e lui la rimpiangerà per tutta la vita, fingendo di amarla.
Per Marianne lo scontro con la realtà è durissimo e la ragazza rischia quasi di morire sotto le macerie del suo sogno infranto. Tuttavia, poiché è romantica fino al midollo ma è pur sempre creatura di questa terra, sopravviverà e finirà per trovare la felicità percorrendo una strada all'inizio imprevista. Molti hanno trovato qualcosa di punitivo nella sorte che l'autrice le assegna, ma in cuor mio credo che la legnosità di quel finale sia abbastanza involontaria e che l'esito che condurrà Marianne ad amare l'apparentemente prosaico marito che si è scelta (con qualche persuasione esterna, certo, ma senza riluttanza) con la stessa forza e intensità con cui aveva amato il suo primo amore sia perfettamente verosimile: perché Marianne (come sua sorella, del resto, e come sua madre) non sa amare a metà.
Consigliato sempre e comunque, perché è sempre il momento giusto per un libro di Jane Austen. Può esservi di gran conforto se la vostra amatissima sorella o la vostra amica del cuore è stata crudelmente ferita in amore e non riuscite a darvene pace.
Con questo post partecipo, meglio tardi che mai, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro calde serate di buone letture accanto al caminetto a tutti; se non avete un caminetto, un prosaico termosifone andrà benissimo lo stesso, anzi anche meglio perché non fa fumo e non rischiate di bruciarvi le pantofole.
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