Il mio blog preferito

martedì 27 maggio 2014

Autobiografia: il corso di aggiornamento che non sapevi di aver scelto


Visti i buoni risultati dell'anno scorso, all'inizio dell'anno scolastico ho firmato volentieri per la seconda tranche del Progetto Multiculturale, tanto più che il tema sarebbe stato  l'autobiografia e quindi ci sarebbe stata anche una ricaduta sull'italiano scritto e sulla scrittura in generale. 
Quel che non sapevo era che il progetto comprendeva anche una squisita caramella in regalo, ovvero un corso sull'autobiografia per gli insegnanti. No, non solo per lavorare con l'autobiografia in classe: un corso di autobiografia per noi, in qualità di esseri umani. Solo un primo approccio, certo, ma comunque assai interessante.
E così, quando sono arrivata alla Riunione Preliminare Per La Programmazione col solo scopo di fare onorevolmente atto di presenza e informarmi vagamente di quel che sarebbe successo nelle dodici ore in cui avrei passato lo Scettro di Docente a una perfetta estranea, ho trovato un gruppo misto di insegnanti e operatrici della cooperativa incaricata e tutti insieme abbiamo ascoltato una docente della Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari che, dopo aver evocato il grande potere dello scrivere e del raccontare ci ha, appunto, messe a scrivere di noi. Se non ricordo male, il primo compito era presentarci attraverso un oggetto che ci descrivesse. Dopo breve meditazione, ho parlato del mio amato computer.
Scaduto il tempo della scrittura, la docente ha fatto leggere chi era disposto a condividere. Abbiamo così scoperto che, nei gruppi di autobiografia, vigevano precise regole chiamate "Patto autobiografico": si scrive nella lingua preferita, nessuno passa a correggere, nessuno può commentare perché c'è la sospensione del giudizio (se non ci fosse, lo scrivente non si sentirebbe libero di scrivere quel che gli pare), e si condivide solo se e quando ci va di farlo.
Il fatto di non poter correggere ha naturalmente mandato in crisi noi insegnanti.
"E non si può nemmeno mettere il voto?" abbiamo chiesto preoccupate (ma come, pensavo io, nemmeno le H, nemmeno gli accenti? Oddio!).
La docente ci guardava con una certa compassione, poi ha detto che, vabbé, ognuno vedesse per conto proprio. Per mandare giù l'amaro boccone mi sono detta che in fondo occasioni per correggere non me ne mancavano, potevo pur starmene buonina senza penna verde in mano* per una volta.
E i diari fatti scrivere per la scuola? Non potevamo correggere nemmeno quelli???
Di nuovo la docente ci ha detto di fare un po' come credevamo; così ho stabilito che sui diari avrei continuato a correggere e mettere voti. In fondo, i ragazzi lo sanno che sono compiti per la scuola, giusto? (Non avessero a sperare di poter scrivere qualche riga in pace senza vedersi segnalare il benché minimo errore. Io sono di quelli che devono quasi tagliarsi le mani per non correggerli anche su Facebook, in pieno litigio con gli amici).
La sospensione del giudizio invece non era un problema, perché il contenuto non lo commento mai. Beh, quasi mai. E quand'anche, non certo per criticarlo. Di solito. Forse.

E' iniziato così il nostro corso. Doveva essere di due incontri, poi ne abbiamo chiesto un altro e un altro ancora, fino ad arrivare a sei più tavola rotonda finale, scivolando via via in una dimensione intermedia tra la nostra autobiografia e i lavori in corso nei laboratori in classe, visti dalla parte delle insegnanti e delle operatrici, e tutto ciò è stato assai formativo e utile, e pure divertente.
Da anni inseguivo il fantasma dell'autobiografia a scuola. In entrambi gli anni della SSIS ci era stata promessa una lezione dall'allettante titolo L'autobiografia come cura di sé e per ben due anni in quelle occasioni si era parlato di tutt'altro, ed era pure un tutt'altro assai noioso.
Piuttosto irritata da ciò, dedicai la mia tesina per l'area trasversale** proprio alla scrittura autobiografica, introducendola con una bellissima citazione di Orfeo presa da una tavoletta aurea edita da Colli ne La sapienza greca. Qualcuno ebbe pure il coraggio civico di lamentarsi che la citazione iniziale non era pertinente e lo lasciai dire ma 
1) era pertinente eccome, e solo un idiota completo e totale poteva non accorgersene 

2) una citazione da La sapienza greca di Colli è pertinente sempre e comunque, anche in un manuale per la guida degli autobus. 
E poi quella era troppo bella:

                                   Troverai alla destra delle case di Ade
                                   una fonte, e accanto ad essa 
                                   un bianco cipresso diritto:
                                   a questa fonte non accostarti neppure da presso.
                                   E più avanti troverai la fredda acqua 
                                   che scorre dalla palude di Mnemosine:
                                   e sopra stanno i custodi,
                                   che ti chiederanno perché sei arrivato.
                                   Ma a essi racconta bene tutta la verità.
                                   Di' loro: sono figlio di terra e di cielo stellante;
                                   Il mio nome è Asterio. Sono riarso di sete:
                                   ma lasciatemi bere alla fonte.

Si trattava comunque di un lavoro fatto da autodidatta nei ritagli di tempo, e chiaramente era quel che era. Comunque nessuno poteva accusarmi di averlo copiato da Internet (e infatti nessuno lo fece).

Il nostro laboratorio invece era fatto da una professionista, che ci ha spiegato per il lungo e per il largo l'importanza di dar voce al ricordo, rivivere le esperienze cruciali riordinandole e cercando di dargli un senso attraverso la scrittura, scavando dentro di noi e riportando alla luce tutto quel che avevamo sempre desiderato narrare (ma senza mai avere avuto il coraggio di farlo). A tal proposito si è anche parlato dell'importanza di tenere un diario come insegnanti; e così ho scoperto perché tengo questo blog - che ha anche una parte autobiografica - e perché ho dedicato un paio di volumi del mio diario a specifici periodi del mio insegnantesco percorso. 

Un laboratorio di autobiografia in seconda media è un esperienza molto interessante, ho scoperto. L'autobiografia collettiva, che sia o meno condivisa con i compagni di corso, aiuta a cementare le classi e nello stesso tempo porta alla luce le crepe che serpeggiando al suo interno - e la seconda cosa è forse persino più importante della prima, almeno in una classe di Bravi Bambini Che Si Vogliono Tutti Tanto Bene com'era la Seconda all'epoca ancora Di Ogni Grazia Adorna. Sembra poi che in Terza funzioni in modo diverso - cosa più che credibile, e sono pronta a farne la prova in ogni momento se solo me ne offriranno la possibilità.
La mia Seconda comunque ha fatto un salto di qualità nella scrittura: le frasi sono improvvisamente andate a posto e tutti sono diventati molto più consapevoli di quel che scrivevano e molto più capaci di esprimersi. E' quel che intendo quando parlo, davanti allo sguardo perplesso dei colleghi, di "aprire i canali della scrittura". Parlo di canali energetici, come quelli della circolazione o della kundalini - e mi par di vederli, i rivoletti di scrittura che scorrono giù dai polsi degli alunni per incunearsi tra l'erba, portati dalla corrente verso il fiume e poi verso il mare. Sotto quest'aspetto anzi la citazione di Orfeo è molto chiara: i nostri ricordi, cioè la nostra vita e la nostra stessa essenza, vivono nella palude di Mnemosine, la Memoria. Da quella palude però, se appena si riesce a incanalarla, nasce una fresca fonte dal grande potere. La memoria è un grande serbatoio, sempre pieno (è già pieno quando usciamo dal grembo materno, credo) ma trovare la strada per far sgorgare la fonte ci dà energia e fiducia, ci restituisce la forza del nostro passato... e allenta la pressione.

Gli esercizi (almeno tre per ogni incontro) non avevano in apparenza niente di sistematico. Mi è capitato di incrociare insegnanti che avevano fatto scrivere l'autobiografia agli scolari - una bella roba molto ordinata, che partiva dall'albero genealogico, poi la nascita, l'infanzia con i primi ricordi eccetera. Molto utile per una ricostruzione storica, magari, ma i ragazzi non ci entusiasmavano molto. Il ricordo è anarchico, gli avvenimenti della nostra vita si dispongono sui piani temporali secondo un ordine imprevedibile. Aiutare aiuta a ricordare - immagino sia la prima cosa che insegnano agli psicoterapeuti: se vuoi scavare a fondo devi lavorare con la superficie.
Così i ragazzi sono stati saggiati, assaggiati, spelluzzicati, carotati. Ricordi lontani, ricordi di famiglia, ricordi del presente (quando si sono descritti attraverso un mazzo di carte illustrate), ricordi del futuro (quando si sono descritti tra vent'anni attraverso immagini ritagliate dalle riviste, ed è stata l'attività preferita per molti) scrivendo poi una lettera ad amici che non vedevano da tempo, ricordi di quando sono riusciti a dire "No", poesie dove ogni verso aveva un numero stabilito di parole per descrivere i loro compagni (e sono venute singolarmente bene).
L'ultimo giorno abbiamo fatto un cartellone con un sole. Ognuno di noi, su un raggio, ha scritto una frase dal diario - quella che più volevamo condividere. Io ho scritto un fermo proponimento ad essere meno pedante e convenzionale; perché la cosa che più mi ha colpito, scorrendo il diario fatto in classe durante il corso, è che su quel quaderno appariva una persona molto più pedante di quel che mi illudevo di essere.
Adesso il sole è appeso in classe, come ricordo (pronto ad essere evocato in future autobiografie, immagino. Del resto, è quel che sto facendo in questo momento):


Certo, un corso sull'autobiografia non è come le Life Skills: a noi insegnanti non ha portato punteggio né soldi, le ore del corso non ci sono state retribuite né riconosciute, l'attestato finale ci servirà al massimo come souvenir e non abbiamo ricevuto nessun raccoglitore dalla copertina ben disegnata né alcuna merenda a base di dolci e frutta; inoltre, il giorno della tavola rotonda finale eravamo in una bella stanza, ma sottotetto, e faceva un caldo ignobile. In compenso è stato molto interessante, e anche assai formativo - che per un corso di formazione è piuttosto raro.
In sintesi: una gran bella esperienza che darà frutto anche negli anni a venire, e tutte noi abbiamo imparato un sacco di cose. Spero di avere occasione di farne altri.

*sin dalla mia prima supplenza di quindici giorni ho sempre corretto con la stilografica riempita di inchiostro verde
**un curioso miscuglio di legislazione scolastica, pedagogia, didattica ed altre varie ed eventuali dove quasi tutti sembravano convinti che avremmo lavorato alle elementari

giovedì 22 maggio 2014

Abbiamo un ministro (oh sì, noi abbiamo lei, non abbiamo essa?)


Da qualche mese abbiamo un nuovo ministro dell'istruzione.
Ha esordito auspicando la chiamata diretta degli insegnanti da parte del preside.
E non è stato un grande inizio. Perché, al di là dei pro e dei contro di cotale idea, c'è il fatto che con la legislazione attuale non è possibile - il che spiega perché ogni tanto qualche ministro si alza la mattina, parla di chiamata diretta del preside, poi si chiude in un dignitoso silenzio e la cosa finisce lì.
In questo caso il ministro ha poi detto che in realtà non aveva detto, il che non ha migliorato molto la situazione perché c'era pure la registrazione. Solo dopo questa ulteriore sortita è sopravvenuto il dignitoso silenzio di rito.
Poi sono seguite alcune vaghe dichiarazioni sul reclutamento docenti - tema senz'altro spinoso, ma di cui, si è potuto comodamente evincere, il ministro non è granché informato.E anche queste son cose già viste e riviste con tanti altri ministri prima di lui (però non i risulta una legge che vieta ai ministri di servirsi del loro numeroso staff per farsi scrivere i discorsi. E allora, se ha tutta quella gente intorno, perché non l'adopera?).

Due giorni fa una nuova sortita, sulla proposta di ridurre da cinque a quattro gli anni del liceo: perché, invece di ridurre il liceo, non mandiamo a scuola i ragazzi un anno prima? Due anni di scuola materna invece di tre e il gioco è fatto.

D'accordo, abbiamo già avuto ministri che non sapevano nulla di scuola. Non è che questo abbia fatto molto bene alla scuola, ma li abbiamo avuti.
Abbiamo anche avuto molti ministri che sparavano discorsi a caso in campagna elettorale, e immagino sia questo il caso.
Però, ministro, si rende conto che se mandiamo a scuola le creature un anno prima, cinque anni invece di sei, dobbiamo rifare tutti i programmi? Cinque anni non sono sei, dieci non sono undici. Non è possibile alzarsi una mattina e trasformarli tutti in anticipatari. Anzi, è possibile, possibilissimo; ma vien fuori un disastro.
Al confronto tagliare il liceo di un anno risulta una modifica facile, agevole e di nessunissima difficoltà.

D'accordo, mancano pochi giorni alle europee (dove il ministro Giannini è candidata, e raccomando caldamente chi può di votarla, perché sembra che abbia dichiarato che, in caso di elezione, rinuncerà probabilmente al ministero per fare l'eurodeputata, e si suppone che l'Unione Europea, anche in un momento grigio come quello che sta traversando, abbia forze adeguate per renderla innocua).
D'accordo, in campagna elettorale si spara. D'accordo, quando si spara non si può perder tempo a prendere la mira e controllare la traiettoria del proiettile e quisquilie simili.
Ma, ministro, un conto è promettere per l'ennesima volta di premiare gli insegnanti meritevoli e di rinnovare il contratto ormai in vacanza alle Maldive dalla notte dei tempi, e un altro conto è suggerire di riorganizzare tutti gli ordini scolastici da capo a pié per la terza volta in una decina di anni.

E sappiamo tutti che è una frase buttata là tanto per dire qualcosa, ma, ministro, per favore, un po' di criterio, anche di quello comprato ai saldi di fine stagione...

sabato 17 maggio 2014

Hortodoxa - 17 Maggio 2014 - Giornata mondiale contro l'omofobia



Molte cose accomunano Albus Silente, grande mago e preside di Hogwarts, e Gandalf il Grigio Pellegrino: la lunga barba bianca, il cappello a punta, la comune discendenza letteraria da Merlino, il fatto di essere due grandi e autorevoli punti di riferimento per i protagonisti delle storie in cui compaiono, le lunghe vesti, i grandi poteri magici, l'importanza che entrambi danno al libero arbitrio e alla misericordia, una morte in corso d'opera e soprattutto il fatto di essere sempre molto, molto misteriosi e criptici in quel che dicono e di saperne molto di più, di quel che sta succedendo, di tutti gli altri protagonisti.
In molte cose differiscono: Silente è un umano e Gandalf un Maia; Silente ha un look elegante con ampie concessioni alla stravaganza, Gandalf è piuttosto trasandato; Silente ha un carattere ingannevolmente amabile, Gandalf è irascibile; Silente è più manipolatorio (anche se i fatti finiscono per dargli ragione) e Gandalf NON PUO' esserlo per statuto. Silente muore e questo è quanto, Gandalf risorge.

Entrambi, pur non vivendo uno straccio di storia d'amore né etero né gay nel corso dei romanzi in cui compaiono (anche perché l'età sembrerebbe mettere entrambi fuori da questo tipo di giochi) sono diventati testimonial gay, ognuno con una strada piuttosto insolita: nel caso di Silente, l'autrice ha fatto coming out per lui, suscitando un moderato vespaio dovuto soprattutto alla meraviglia*, l'altro il coming out l'aveva fatto per bocca dell'attore** che l'ha interpretato, nel 1988, ed è un coming out molto indiretto perché all'epoca sir Ian Murray McKellen non aveva ancora interpretato Gandalf né sapeva che l'avrebbe fatto. Tuttavia il suo aspetto solenne e maestoso in veste gandalfiana ben si presta a molti e giocosi richiami in merito.



E non è detto che il Professore avrebbe apprezzato tutto ciò, ma si sa:
La via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte.

Con la speranza che gli ampi poteri magici di questi due signori aiutino a disperdere le cupe nubi di omofobia, transfobia e prevenzione, lasciando a tutti la libertà di essere serenamente quel che sono.




*vabbé, qualcuno si è anche scandalizzato e strappato i capelli, ma è roba di poco conto.
**e sì, c'è stato qualche tolkieniano che ha trovato da ridire. Ma sorvoliamo pietosamente.

venerdì 16 maggio 2014

Ero un topo - Philip Pullman


Una tranquilla coppia, ormai avviata verso la mezza età, una sera sente bussare alla porta. 
E' un bambino; un piccolo bambino vestito con una lacera divisa da valletto che spiega che "era un topo".
Smarrito, rapito, scappato di casa?
La coppia accoglie il piccolo sbandato, lo rifocilla, lo riveste e avvia un microcorso di civilizzazione, visto che il ragazzo cerca di mangiarsi le cose più strane; poi comincia a cercare la sua famiglia.
Solo che non risultano bambini scomparsi, né smarriti né rapiti, e nemmeno scappati di casa o dall'ospedale dei matti.
La coppia ha sempre desiderato un figlio, senza però essere mai riuscita ad averlo. Si affezionano subito al piccolo smemorino, gli danno un nome, Roger, e provano a trattarlo come un bambino normale (salvo pagare i danni per le cose stranissime che il bambino mangia e i vari disastri che combina).
Tutti gli altri adulti che entrano in contatto con Roger però non riescono a capirlo, né ad inquadrarlo: il piccolo è pieno di buona volontà e avrebbe anche un carattere molto dolce e disponibile, ma c'è in lui qualcosa di davvero diverso rispetto agli altri bambini, che spaventa le persone e insieme le manda in collera.
Presto, molto presto, la vita di Roger diventa un inferno. La troppa fiducia e l'ingenuità lo spingono nelle mani sbagliate. Maltrattato, messo in mostra come un fenomeno da baraccone, scacciato e poi cacciato, perseguitato e vilipeso, considerato alla stregua di  un terribile mostro...
Nel frattempo la coppia che l'ha accolto la prima sera continua a cercarlo, finché finalmente le cose cominciano a girare per il verso giusto. Con una sorpresa veramente sorprendente. Perché in realtà tutti noi sappiamo chi è, o meglio chi era il piccolo Roger, e abbiamo già letto e sentito molte volte l'inizio della sua storia... ma senza mai domandarci cosa succedeva dopo.

Il libro riesce ad essere contemporaneamente la storia di un povero bambino infelice e perseguitato, una critica piuttosto salata del mondo degli adulti e del mondo in generale e un perfetto esempio di come fa la stampa (grandemente aiutata dall'opinione pubblica) a creare un mostro e a smontarlo. Si sa che molti Roger, non necessariamente bambini ed ex-topi, sono finiti stritolati da questo meccanismo infernale, spesso senza nessuna coppia di signori di mezza età che riuscissero a rimediare la situazione all'ultimo momento con la forza dell'ostinazione.

Meravigliosamente scritto, ottimamente illustrato (da Peter Bailey) e costruito in modo geniale, il breve romanzo è adattissimo per chiunque dagli otto anni in poi. Anche se apparentemente si tratta di letteratura fantastica - con una possibile svolta verso il fiabesco - è in realtà di una storia di grande e crudele realismo.
Consigliatissimo a chiunque.

Con questo post partecipo in extremis al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e un bel fine settimana a tutti, lettori e non lettori.

mercoledì 14 maggio 2014

Il gay sotto il letto - 2 - Di bufale e di crociate (con un'infinità di link di rimando)

La seconda crociata (1145-1149) andò male. Molto male. Come tutte quelle successive.

Il 30 Aprile 2013 il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato la Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere, in ottemperanza ad apposite normative della Comunità Europea. Tale strategia prevede l'elaborazione di un piano di lavoro per il biennio 2013-2015 contro le discriminazioni determinate da molteplici motivi, ivi comprese quelle fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere che, come prevedibile, coinvolge anche le scuole.
L'Allegato alla Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa agli stati membri sulle misure dirette a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale o l'identità di genere spiega come, a tutela de l'interesse superiore del fanciullo, dovrebbero essere adottate misure appropriate per promuovere la tolleranza e il mutuo rispetto a scuola, a prescindere dall'orientamento sessuale o dell'identità di genere. A tal nobile e meritorio scopo gli stati membri potrebbero tra l'altro predisporre e attuare politiche scolastiche e piani d'azione per promuovere l'uguaglianza e la sicurezza. Tali misure dovrebbero tener conto del diritto dei genitori di curare l'educazione dei propri figli.

A seguito di questa raccomandazione le Strategie si ripromettono un grandioso piano di monitoraggio dati, formazione del personale scolastico e interventi didattici. Tutto ciò non soltanto al fine di preservare da ogni ombra di discriminazione le fanciulle, i fanciulli d'ambo i sessi ad orientamento omosessuale o bisessuale e i giovanissimi transgender, ma anche per limitare (e possibilmente eliminare del tutto) i suicidi legati a questo tipo di discriminazioni, che nella popolazione scolastica italiana sono il quadruplo della media europea.

Passa un giorno e passa l'altro, le Regioni si attivano, le scuole si attivano e i progetti cominciano a partire. Un po' alla volta: perché Roma non è stata fatta in un giorno, ben pochi degli insegnanti in cattedra possono vantare competenze su questi temi e via dicendo, senza contare che la questione dell'identità di genere presenta più spine di un roveto in una cultura dominata dal terrore che la visione di un singolo elemento rosa nella camera di un fanciulletto ne turbi irreparabilmente l'orientamento sessuale e che è maniacalmente intenta a suddividere anche i gas respirabili in "maschili" e "femminili".

Nella mia zona è partito, alle scuole medie, un rispettabile corso sugli stereotipi e l'opportunità di non vivere pensando per frasi fatte - una roba che si incastra in qualsiasi programmazione, che ottempera come minimo a quattromila direttive ed esortazioni ministeriali e non sembra passibile di contenere al suo interno alcuna controindicazione. Da quanti anni le linee-guida per le scuole ci incitano a smontare gli stereotipi? Probabilmente c'erano ancora i villanoviani, quando il Ministero stampò le prime esortazioni in tal senso.
Eppure questo garbato intervento dove, qua e là, capita ogni tanto di infilare la parola "omosessuale" (qualcuno se la sente di negare che la parola "omosessuale" si porti attaccato qualche piccolo stereotipo?) ha suscitato orde di polemiche e alzate di scudi che nemmeno l'invasione degli unni a Roma. Quando è stato presentato a Lungacque, nella Sala del Comune, i genitori sono insorti. 
Ora, per carità, non è che i genitori della mia zona siano tutti distratti e incuranti dei loro figli, ma non li ho mai visti polemizzare sui progetti didattici. Mai. Ascoltavano pazientemente, assentivano educatamente e a volte chiedevano un filo di spiegazione, quando l'insegnante che parlava aveva fatto eccessivo uso del didattichese. Tutto qui.
A Lungacque però c'è un consistente nucleo di famiglie neocatecumenali (da noi chiamati palmine). Ad insorgere sono stati loro. 
Perché? 
La posizione ufficiale della Chiesa sull'omosessualità non contempla affatto la lode e l'incoraggiamento alla discriminazione, al pestaggio o alla violenza omofobica, né mi risulta che le alte sfere ecclesiastiche si siano mai spinte a rallegrarsi dell'uso degli stereotipi legati al genere, così come nessun sacerdote ti loderà perché hai chiamato frocio il compagno di banco o hai perculato la compagna di banco perché le piacciono i trenini invece delle bambole.

Qualcuno ha ipotizzato che, nelle famiglie cattoliche più conservatrici, si cerchi di eliminare financo la questione dell'esistenza dei gay. Il che può essere, ma dal momento che viviamo in una cultura che sembra letteralmente ossessionata dai gay e li vede in ogni luogo e in ogni lago, non basta non parlarne ex cathedra perché i ragazzi non ci pensino mai, anche sorvolando sul piccolo e insignificante dettaglio che potrebbero pur essere i tuoi figli ad essere discriminati in quanto gay (magari non essendolo affatto) e potrebbero essere i tuoi figli ad impiccarsi dopo essere stati presi di mira dai compagni.
Certo, sono i tuoi figli e li hai cresciuti bene e quindi mai nel loro cuore potrebbero albergare pensieri impuri o discriminanti. Ma siccome non hai cresciuto i figli degli altri, niente garantisce la tua prole contro un certo tipo di violenza. Se non altro a tutela dei tuoi candidi e immacolati germogli, e nel tentativo di arginare la mala educazione dei figli dei miscredenti, qualche lezioncina sull'importanza di non discriminare non dovrebbe trovarti così contrario; per tacere del fatto che le tue figlie potrebbero essere stanche di sentirsi definite genericamente "troie" tutte le volte che fanno qualcosa che contraria qualcuno, e magari preferirebbero essere insultate in modo più preciso e più aderente alla questione (o addirittura non essere insultate affatto).

Che quello di Lungacque non sia stato un caso isolato lo dimostrano la pioggia di lettere che le associazioni di genitori stanno mandando alle scuole, ad esempio questa dall'A. Ge. Toscana.
E' una lettera dal contenuto piuttosto vago, nel senso che chi la legge vaga da un paragrafo all'altro senza capire bene dove stia il problema. Va bene tutelare le diversità, scrivono i redattori, va bene che la scuola intervenga contro il bullismo omofobico perché come genitori capiscono il dolore di avere un figlio che si uccide sentendosi discriminato, ma allora perché non intervenire contro ogni tipo di discriminazioni con un progetto di più ampio respiro, e perché ci si è rivolti proprio a una determinata associazione e non alle altre 28 indicate nella Strategia Nazionale, perché non ci si è rivolti alle associazioni di genitori, e siamo sicuri che siano state seguite tutte le procedure burocratiche del caso?
Ora, personalmente non ho idea se siano state seguite tutte le procedure burocratiche. Tenderei a pensare di sì, perché un progetto regionale per la scuola, di norma, le procedure di rito le segue, avendo poche possibilità di nascondersi nel nulla al primo apparire di un qualsivoglia controllore. 
Nel caso specifico però ai genitori viene chiesto di mobilitarsi e indagare se il progetto è stato votato dal Consiglio di Istituto (e perché non dovrebbe, vien fatto di domandarsi. Quale mai Consiglio di Istituto voterebbe contro un progetto aggratis contro il bullismo organizzato dalla Regione?) e se prima di votarlo c'è stata adeguata discussione che coinvolgesse i Consigli di Classe, i Collegi dei Docenti e chiunque altro si fosse trovato a passare di lì per caso, fosse pure l'addetto al rifornimento del distributore automatico di merendine.

L'A.Gi fa poi notare che I genitori devono conoscere in anticipo i contenuti degli incontri e anche partecipare alla loro organizzazione, se lo ritengono opportuno; inoltre devono avere facoltà di chiedere che il loro figlio non vi partecipi, senza che ne consegua alcuna discriminazione. (il grassetto è nel testo).

Ma perché mai un  genitore dovrebbe escludere la sua prole da un laboratorio contro il bullismo e la discriminazione? Forse che questi genitori desiderano che i loro figli crescano violenti e discriminanti, oppure vessati e discriminati? Parrebbe un istanza piuttosto insolita.

Ma c'è un motivo. Sembra. Parrebbe.
Ci risulta infatti che, in determinati contesti, simili progetti siano stati utilizzati per introdurre nelle scuole il concetto di “gender” e le tematiche LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer e intersessuali), in assenza degli insegnanti e talora con esemplificazioni fin troppo concrete e dettagliate.

"Ci risulta", "in determinati contesti", "simili progetti" e "talora" sono quattro splendidi indicatori da bufala, secondo qualsiasi autorità in materia (resto sul vago anch'io? No, ne cito uno: il mio preferito) Quando, dove, come, c'è una fonte da qualche parte?
Ah, saperlo, saperlo...

Ma in effetti, per quel che riguarda il concetto di "gender", si spera assai che le creaturine, per quanto implumi, lo abbiano acquisito già prima della prima elementare, dato che non è l'Europa bensì la Grammatica Italiana a chiedercelo: c'è il tavolo che è maschio e la tavola che è femmina; a torto o a ragione la lingua italiana nel concetto di gender ci sguazza a tal punto che senza qualche elemento in merito non si impara nemmeno a dire "Buongiorno". Per la verità le grammatiche usano di solito la parola italiana "genere", ma si sa che le parole straniere sono più trandy. Giusto? (O meglio: correct?)

Ma magari, al di là delle raffinate distinzioni tra "bracci" e "braccia", il "concetto di gender" ha altre applicazioni?
I redattori dell'A.Gi Toscana han provato a documentarsi, ma non sembrano nutrire molte certezze in merito:
Per quanto abbiamo potuto capire, l’ideologia di genere (gender) nega che esista una identità sessuata oggettiva e sostiene che l’identità sessuale è il risultato di sovrastrutture culturali e sociali da abbattere. La "queer theory" sostiene che le identità sessuali sono una funzione della rappresentazione. Conseguenza logica: la rappresentazione delle identità sessuali è pre-esistente ad esse e le definisce (da culturagay.it).

Mi permetto di accantonare la "queer theory" - effettivamente non mi sembra roba da portare in classe, almeno fino a quando non si riesce a spiegarla in modo un po' più comprensibile a un comune mortale - per impegnare le mie deboli forze sull'ideologia di genere (che comunque parrebbe  cosa un po' diversa dal concetto di "gender").
Andando su Google, le prime due schermate portano, tutte, ad articoli e siti cattolici. La AGeSC (Associazione Genitori Scuole Cattoliche) in particolare fornisce una bella raccolta documentaria e un riepilogo della situazione attuale. Proprio in questo documento troviamo una definizione un po' più comprensibile di questa fantomatica ideologia di genere:
Secondo tale ideologia, a cui si vogliono indottrinare le nuove generazioni a partire già dalla scuola dell'infanzia, il sesso biologico, maschio o femmina che sia, non è rilevante per distinguere un uomo da una donna poiché l'identità sessuale è frutto della pura costruzione sociale e culturale e pertanto deve essere realizzata in autonomia, ognuno deve poter essere libero di decidere volontariamente e soggettivamente a quale "genere" appartiene.


A dirla tutta, sul fatto che uno ha diritto di scegliersi il genere che più gli si confà, più che un ideologia sembrerebbe l'enunciazione di principi abbastanza diffusi da tempo, nonché messi in pratica da alcune leggi del parlamento italiano e dal buon vecchio articolo 3 della nostra Costituzione, ma all'interno di alcuni movimenti cattolici (e dell'AGeSC, dal cui documento di sintesi continuo ad attingere) viene vissuta come un tentativo di rivoluzionare l'antropologia e la cultura della nostra società, modificando la concezione della sessualità umana, della famiglia e della convivenza civile in genere.
Tentativo, aggiungerei, in parte già coronato dal successo ma che a loro non sembra particolarmente gradito.

Stabilito ordunque che l'ideologia di genere è qualcosa che esiste solo all'interno di certi ambienti cattolici e produce gran copia di documenti non privi di interesse antropologico (ad esempio questo), mi sembra legittimo domandarmi di nuovo perché a scuola non dovremmo avere il nostro piccolo laboratorio didattico per esortare i fanciulletti a non prendere in giro Astolfo se giocare a calcio non gli piace e Angelica se, al contrario, ci gioca molto volentieri. 
Ma siccome rispondere a questa domanda è abbastanza difficile, qualcuno (e qui sono vaga perché, davvero, non so chi possa essere stato) ha anche ritenuto opportuno diffondere alcune accorte dicerie su questi laboratori, ovvero le esemplificazioni fin troppo concrete e dettagliate di cui accennava la lettera dell'A.GI Toscana: sarebbero state infatti impartite lezioni di masturbazione in classe, come in Francia, da appositi militanti gay (e anche lesbo, spero, in nome della parità di genere), e ognuno degli alunni avrebbe avuto, sul modello svizzero, una scatola con attrezzi e foto per perfezionare la sua tecnica in materia, poi sarebbe arrivato il fantasma Formaggino per insegnare ai maschi come truccarsi e darsi lo smalto sulle unghie e l'ornitorinco di Kant sarebbe passato per la verifica finale comprensiva di pompino (fatto anche alle ragazze, in nome delle pari opportunità). E giuro che le prime due non me le sono inventate: ma oltre all'articolo linkato qui si raccomanda di leggere anche i commenti, perché appunto con i commenti arriva la storia della scatola distribuita agli alunni delle elementari in Svizzera. 

Ora, va bene la credulità. D'accordo le bufale. Si sa che non tutti siamo stati forniti all'atto della nostra nascita di senno sovrabbondante (io per prima, naturalmente); ma dovrebbe pur esserci un limite a tutto. 
La scuola è un ambiente conservatore; anzi, molto spesso viene accusata, e nemmeno a torto, di esserlo troppo. Chiunque sia stato a scuola lo sa. Chiunque lavori nella scuola lo sa. Chiunque abbia provato a riformare la scuola lo sa. E chiunque presenti progetti laboratoriali per la scuola, comprese le associazioni per la tutela dei diritti di gay, lesbiche e transgender, lo sa. Quand'anche, sotto l'effetto di cospicue dosi di stupefacenti, costoro provassero a immaginarsi un laboratorio con esercitazioni di masturbazione etero e gay dal vivo e dal morto, non lo presenterebbero mai in un progetto per la scuola, nemmeno dopo aver assunto il doppio delle droghe che avevano preso al momento di redigere il progetto in questione. Non succederebbe nemmeno se la Terra, una mattina, decidesse di percorrere una rotta quadrata o i pesci cominciassero a camminare sulla terraferma. Non succederebbe, e basta.Non importa cosa ti ha raccontato tuo cuggino, non può succedere.

Quello che invece può succedere, e di fatto succede più spesso di quel che si pensa, è questo:

Quando ero alle medie (MEDIE circa 11-14): 1. i miei compagni saranno stati anche così ignari delle cose del sesso, ma mi insultavano e mi picchiavano perché 'lesbica, invertita, leccafica' (per tre anni uno dei leit-motiv è stato "gli vuoi leccare la passera a lei? e a lei?); 2 a un ragazzo molto timido e un po' impacciato, lo perseguitavano chiamandolo "NOME-leccaglielo bene", perché "i pompini li fa lui, non li fa nessuno, te lo succhia meglio di una donna".
Mi spiegate di che cacchio stiamo a discutere sul presunto sconvolgimento di ragazzi del biennio (14-16) a leggere di un pompino?
Ci siete mai entrati in una classe vera?

Cari genitori cattolici che volete cattolicamente educare i vostri figli, siete davvero sicuri che la scelta più cattolica da fare sia quella di fingere di vivere in un universo parallelo e inventarvi crociate contro nemici inesistenti, invece di occuparvi del mondo dove viviamo qui e ora?

giovedì 8 maggio 2014

Il gay sotto il letto - 1 - Di pompini e di montature giornalistiche, nonché di una guerra neanche troppo sotterranea in corso.

Oltre a parlare di pornografia, personalmente ritengo giusto anche 
mostrarla, con tanto di pelo

In questi giorni sta facendo gran scalpore il caso del Liceo Classico Giulio Cesare di Roma dove torme di genitori infuriati avrebbero denunciato gli insegnanti del biennio, rei di aver fatto leggere in classe una pagina di bassa pornografia dove veniva descritto in modo esplicito un pompino - o meglio, visto che siamo in un liceo classico, una fellatio - fatto da un maschio ad un altro maschio, il tutto nell'ambito di una lezione contro l'omofobia.

Se qualcuno ha voglia di leggersi il brano incriminato, condito da adeguati commenti orripilati e vibranti di somma indignazione può servirsi qui e qui, senza paura che gli sfugga l'oggetto del contendere, perché i punti più biasimati sono posti in neretto e ben ribaditi nel corso dell'articolo, caso mai il lettore rischiasse di non notarli.
Nell'eventuale caso poi che qualcuno desiderasse risalire effettivamente all'evento in una versione priva dei molti fronzoli di cui è stato ornato strada facendo, la Dirigente del Liceo ha ritenuto opportuno riassumerne i capi in una lettera sul sito della scuola dove si scoprono alcuni retroscena piuttosto interessanti: la denuncia non è ancora arrivata (forse perché non è stata fatta?), i ragazzi, più che dalla lettura incriminata si sono mostrati assai irritati dall'intervento dei media e dalle polemiche scatenate da cotale intervento, il libro non è stato letto in classe*.
Si è trattato, spiega la Dirigente, di un "percorso laboratoriale" (come usa chiamarlo in didattichese) "con l'obiettivo di sviluppare il piacere di leggere, le capacità critico-letterarie e la riflessione tematica"; per farla breve, a partire dalla quarta ginnasio le creature leggono narrativa di vario tipo a casa loro e poi ci fanno su relazioni e discussioni nella loro classe e a classi aperte (ovvero più classi insieme). In qualche caso questi libri li hanno suggeriti loro.
"Ah, ma potevano utilizzare quel tempo leggendo ben altri capolavori!" è il lamento che si è alzato da più parti "Con tanta nobile letteratura che illumina di sé il mondo, niente di meglio di una scalcagnata Melania Mazzucco?". E qui si potrebbe rispondere che occorre la tenebra perché il sole possa brillare, o che la letteratura contemporanea ha spesso un suo perché, in iniziative del genere, che la vita non è sempre una scala di cristallo e tante altre nobili considerazioni più o meno banali - tra cui il fatto che il libro avesse per protagonista una ragazza di dodici anni poteva magari rendere la lettura più agevole ai liceali, oppure che Boccaccio è senz'altro un grande scrittore, ma sul tema dell'inquinamento la sua opera non contiene pagine imperdibili - e insomma, su certi temi i contemporanei sono irrinunciabili. Peraltro la garbata ma perfida Dirigente ricorda che il laboratorio ha previsto anche letture di opere di Aristofane e Plauto - ottimi autori, senza dubbio, ma non sempre dal contenuto castissimo, come chiunque abbia avuto il piacere di fare un Liceo Classico (o di leggerseli per proprio personale diporto al di fuori della scuola) ha avuto modo di constatare. D'altra parte, se vogliamo dirla tutta, il brano esposto al pubblico ludibrio mi è sembrato chiaro, esplicito, non fraintendibile ma piuttosto sintetico. Voglio dire, un pompino si fa così, e garantisco che si può essere mooolto più descrittivi e dilungarsi assai più dettagliatamente sulla questione.

Il problema, insomma, sembra di capire che sia proprio il tema di cui il libro parlava, ovvero la storia di una ragazzina cresciuta da due uomini legati da vincolo amoroso - un tema ancora non sviluppatissimo nella narrativa contemporanea, e che non ha lasciato grandi tracce nella letteratura classica, medievale e moderna per vari e numerosi motivi.
E' opportuno trattare un simile tema a scuola? Se l'utenza mostra di gradirlo, non si vede perché no. Ogni insegnante delle medie (e delle superiori) affronta pazientemente temi non sempre gradevolissimi al suo palato: genocidi, carestie, internamenti, deportazioni di massa, lavoro minorile, uso dei gas nervini in guerra e via dicendo, e non sempre i ragazzi, pur partecipando emotivamente a cotali tematiche, si divertono granché. Pure, il mondo è anche questo.
Svariate associazioni di genitori piuttosto oltranzisti sostengono però che i campi di deportazione vanno bene, i genocidi pure, i bombardamenti anche, ma il solo pensiero che possano esistere persone dello stesso sesso che si vogliono bene o che siano carnalmente legate è cosa troppo brutale da imporre a un povero fanciulletto nell'età del primo sviluppo. E tuttavia i fanciulletti in questione, se stanno in un liceo, hanno l'età per averlo legalmente, un rapporto omosessuale (e qualcuno, immagino, di questo diritto usufruisce anche); non si tratta insomma di qualcosa cui sono completamente estranei, al contrario di una deportazione di massa o di un genocidio (almeno, si spera, finché stanno in Italia e vige la legislazione attuale).
Cotali associazioni di genitori hanno avviato da qualche tempo (ovvero dal 30 Aprile 2013, quando è stata pubblicata la "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere" che coinvolge, o almeno dovrebbe coinvolgere anche la scuola) una campagna di aperta ostilità contro qualsiasi intervento scolastico in merito, e i segni di queste ostilità possono colpire improvvisamente qualsiasi scuola e qualsiasi insegnante purché minimamente coinvolti nella più scialba e banale attività nel corso della quale ci si ritrovi costretti a convenire, in presenza dei giovani alunni, che sì, può essere, pare, corre voce che, sembra, non saremmo del tutto in grado di escludere che i gay esistano, ahinoi.

Non si spiega altrimenti perché, dopo due anni che il laboratorio andava avanti tranquillamente per i fatti suoi, improvvisamente, a causa di qualche riga che, stando al Comitato dei Genitori del Liceo Classico Giulio Cesare, non ha sconvolto nessuno, sia balzato agli onori delle cronache.

*per i link, ringrazio sentitamente Oglaroon, il blog di LGO, che a questa deplorevole vicenda ha dedicato un post.

lunedì 5 maggio 2014

Haeretica - Di antologie delle medie (inadeguate) e di epica (bellissima)

Giusto in tema: oggi, 4 Maggio, è lo Star Wars Day. Auguri a tutti i fan, e quindi anche a me ^__^

La letteratura epica nasce come genere d'intrattenimento ed è un genere letterario anomalo: a volte nasce recitata e poi viene scritta, a volte nasce scritta; qualche volta conosciamo l'autore e qualche volta no. Qualche volta ha una fonte storica e se la rigira come le pare fino a toglierle ogni pur minima valenza storica. Qualche volta (spesso) riadatta un presunto passato eroico per raccontare a modo suo il presente. 
Ai ragazzi è sempre piaciuta e forse per questo, oppure nonostante questo, continua ad essere ammanita ai fanciulli in fiore. Le attuali antologie delle medie fanno quel che possono per ammazzarla, e anche gli insegnanti di Lettere spesso ci mettono del loro. Ciò nonostante l'epica continua ad essere letta e apprezzata a scuola.

In una normale antologia si ama alternare varie traduzioni per i poemi classici, anche in prosa "così i ragazzi si rendono conto della differenza"; anche se non è ben chiaro di che differenza possa rendersi conto una povera creatura implume che di solito non ha i mezzi, gli strumenti o l'interesse per andare a controllarsi i testi originali: i filologi e i grecisti di undici anni scarseggiano, senza contare che i vari traduttori cercano sì di trasmettere il ritmo e l'atmosfera del testo, ma giustamente ognuno lo trasmette e lo interpreta a modo suo. Il giovane e malcapitato alunno si ritrova così davanti un discutibile collage di traduzioni in versi e in prosa, di brani riassunti, adattati, tagliati e facilitati di cui non di rado gli viene chiesto perfino di fare una "parafrasi"*. 
Quel che è sbalorditivo è che alcuni autori - Omero tra tutti - sopravvivono in qualche modo perfino a questo demenziale trattamento e trovino ancora chi li apprezza tra i banchi di scuola.
Di solito vengono scelti i brani "più belli" o "più famosi" - che, vien da pensare, sono anche gli unici che il compilatore dell'antologia conosce. Da essi si ha cura di espungere qualsiasi pur innocuo riferimento al fatto che i protagonisti di un poema epico spesso e volentieri trombano qualora gliene si presenti l'opportunità, nonché qualsiasi accenno al fatto che la gente, quando si batte in duello e soprattutto quando in duello muore, lo fa con un certo spargimento di sangue e di budella.
Osservazione fuori campo: in realtà ogni poema epico che si rispetti racchiude gran copia di passi dove nessuno tromba e nessuno muore in modo sanguinoso e ciò nonostante il lettore non corre il rischio di annoiarsi. Il problema è che questi passi vanno saputi trovare, e da sempre l'unico modo per trovare qualcosa contenuto in qualcos'altro è setacciare il contenuto del contenitore - in pratica, leggersi il poema tutto intero. Mica necessariamente a un tavolo, seduti su una sedia di chiodi: anche a letto la sera, adagiati su morbidi cuscini, al limite anche scorrendo un po' distrattamente parte del testo. Ma insomma un occhiatina, al poema in versione integrale, gliela dovresti proprio dare.

Non sia mai! 

Perché Lassù, in alto** è stato stabilito che ci devono essere dei duelli, come brani portanti di un antologia epica. Ma niente budella sparse per terra, sennò i ragazzi si impressionano.

Le cose per il giovane lettore funzionano molto meglio se si isolano due o tre nuclei tematici*** e se ne dà lettura estesa o abbastanza estesa. Due o trecento versi, per intendersi. La cosa strana, nell'epica (ma anche nel resto della letteratura) è che trecento versi non sono molto più lunghi di sessanta versi scelti fior da fiore, e restano molto meglio impressi, perché la scena completa ha una sua autonomia e l'insegnante non deve interrompere la lettura ogni dieci parole per spiegare chi è Tizio, chi è Caio e perché Sempronio è fieramente irritato con Tullio, che del resto lo odia da vent'anni.
Scene complete, con un inizio e una fine, un capo e una coda, magari chiedendo un rispettabile riassunto a voce per la volta successiva (ma non è poi un obbligo) si possono tranquillamente fare in classe senza colpo ferire, e ci sono buone possibilità di divertirsi tutti quanti. Inoltre, finito il lavoro, gli alunni hanno una qualche vaga idea del contenuto del poema epico esaminato.
Basta armarsi di una buona fotocopiatrice e di un edizione completa del poema. Quanto alle note esplicative... a parte che esistono un sacco di edizioni con note, non ne servono poi molte. Quelle necessarie le possono scrivere i ragazzi sulle fotocopie.
Certo, se gli autori dei supplementi di epica delle antologie facessero il loro lavoro con un po' di criterio non sarebbe nemmeno necessario scomodare la fotocopiatrice; ma, per qualche e misterioso motivo, i compilatori di antologie hanno un idea del loro dovere che è del tutto incompatibile con la possibilità di usare quei libri per trarne delle buone e piacevoli letture, non so perché.

Ma andiamo sul concreto.
Con Omero non ci sono problemi: ha scene di tutte le taglie e di tutti i tipi. Due o tre per poema e il gioco è fatto. Unica avvertenza: a mio avviso la morte di Argo è indispensabile.

Venendo all'Eneide, occorre prima di tutto considerare se è proprio indispensabile leggere l'Eneide. E' un poema particolare, nato per un pubblico adulto. Per trovare qualcosa di adatto ad un giovane stomaco si deve cercare con un po' di pazienza. Personalmente lascerei molto in pace Didone e i duelli, che mi sono sempre parsi piuttosto soporiferi. Tante scene che a un adulto un po' letterato sembrano assai evocative hanno senso solo se c'è qualcosa da evocare, e a undici anni i ragazzi le seguono poco. Personalmente mi sono sempre limitata al secondo canto: dopo aver seguito la storia dell'assedio di Troia sapere com'è caduta Troia può interessare - e le scene di fuga e disperazione nella città che vola in pezzi come un castello di carte hanno un loro notevole fascino, come la parte dell'inganno del cavallo. E', diciamo, una specie di antiepica. Ma a Virgilio veniva meglio quella che i duelli, che scriveva per questioni di contratto.

C'è poi il resto: Le Argonautiche di Apollonio Rodio, la Pharsalia di Lucano, la Tebaide di Stazio; per le Argonautiche vanto un esperimento piuttosto riuscito (anche se consiglio di evitare il brano dove la freccia apportatrice di pene trafigge Medea) mentre  degli altri due poemi al momento so soltanto che esistono e che la Pharsalia è stata pubblicata nella BUR qualche anno fa. Molti sono gli insegnanti i Lettere che hanno letto l'una, l'altra o entrambe. Perché non tentare qualche esperimento, lasciando gli autori di antologie inchiodati ai loro incontri sforbiciati tra Ettore e Andromaca e ai loro Eurialo e Niso ridotti a colabrodi, e non solo per colpa delle frecce nemiche?

L'epica medievale è una terra incantata e colma di tesori non più tanto nascosti. Se nelle antologie continuiamo a trovare soltanto la morte di Rolando (che a me è sempre parsa di una noia micidiale, al contrario di quasi tutto il resto della Chanson), la morte di Siegfried dalla Canzone dei Nibelunghi e un breve passo del Cantar de mio Cid**** è solo perché i compilatori delle medesime sono talmente pigri da far vergognare al confronto i gatti che dormono al sole. 
Per il Beowulf in particolare non hanno scuse, visto che Einaudi l'ha finalmente tradotto e stampato, da tempo ormai anche in edizione economica. Ma negli ultimi trent'anni è stato tradotto o ritradotto un po' di tutto: la Morte d'Artù di Malory, i cinque romanzi di Chretien de Troyes, il Lancelot-Graal, il Tristan di Thomas e quello di Goffredo di Strasburgo, il Parzifal di Wolfram von Eschenbach e l'Edda di Snorri (e altro). Buona parte di questi libri è esaurita o difficile da trovare, ma in biblioteca ci sono, e per chi cura un antologia dovrebbe essere pur possibile infilare qualche brano per fornire un percorso decente che renda in qualche modo l'idea di una vasta letteratura che è alla base dei fantasy che oggi vanno tanto di moda - perché in fondo sono soprattutto storie d'amore, d'avventura e di incantesimi, e i ragazzi le trovano sempre interessanti quando riescono a metterci gli occhi sopra.
Entrare nell'epica medievale è come tuffarsi in un universo alternativo: il modo dei personaggi di rivolgersi l'un l'altro, la descrizione delle armature (completamente diverse da quelle greche), la mitologia legata alle spade, spesso anch'esse magiche, e il continuo avvicendarsi di fate, maghi, cerve bianche incantate, filtri incantati, fontane incantate, cavalieri dalle armature dai colori più impensati (spesso anch'esse incantate) e sonni incantati è un autentico viaggio nel paese delle meraviglie. Se l'insegnante non ha una biblioteca personale più che fornita, è per questo obbligato a inchiodarsi sulla morte di Rolando e nella leggenda di Artù malamente rimasticata da narratori moderni specializzati in "letture per la scuola" preoccupatissimi di togliere a quelle vicende un qualsiasi accenno di incanto (e a sopprimere implacabilmente ogni storia d'amore, perfino quelle che finiscono con legittimissimi matrimoni)?

Non sarebbe forse il caso, quando si lavora a una raccolta di brani di testi destinati a giovani e implumi lettori, di uscire da un canone ristretto e mummificato per mettere al primo posto la bellezza dei testi e la costruzione di percorsi un po' più complessi della malinconica sequenza tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male, brano di trenta versi, quattro pagine di esercizi insulsi, e di nuovo tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male eccetera eccetera?

Nota per l'incauto e paziente lettore che per avventura fosse arrivato fino alla fine di cotanto sproloquio:
Per quanto mi è stato dato di capire questo tipo di problema preoccupa una e una sola persona nell'italico universo scolastico : me medesima. In quindici anni di insegnamento più o meno accettabile non mi sono mai imbattuta né in un insegnante che si sognasse di mettere in discussione la scelta dei testi del libretto di epica né in un curatore di antologia che desiderasse fornire qualcosa di valido e ponderato in materia. Ne ho scritto sul blog unicamente in base al principio che "il blog è mio e ci scrivo quel che mi pare".

*ammettiamolo: fare una parafrasi delle piane e chiarissime traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti è uno dei esercizi più balordi e inutili di passare il tempo.
**dove? Boh.
***detti anche "episodi"
****che ogni anno mi riprometto di leggere ma non so perché trovo sempre qualcosa di meglio da fare.

venerdì 2 maggio 2014

Identici - Scott Turow


Scott Turow è uno dei miei scrittori preferiti sin dal suo primo romanzo, Presunto innocente, su cui circola la stravagante diceria che lo vuole il primo romanzo del genere legal thriller. Naturalmente è un assurdità: da sempre gli scrittori e sceneggiatori americani basano molta della loro produzione su storie che in buona parte si svolgono in tribunale, spesso con buoni risultati, e Turow si è inserito in una ricca tradizione cui ha contribuito a dare lustro.

Turow è un avvocato, e le sue storie si svolgono in ambiente magistratural-avvocatizio. Oltre ad essere interessanti di per sé, hanno anche la curiosa caratteristica di avere dei personaggi che viene spontaneo prendersi a cuore e che sembrano vivere su questa terra - una combinazione irresistibile, ai miei occhi.
Questo romanzo parla di gemelli monozigoti, e uno dei suoi protagonisti principali è il signor DNA, che nel caso dei gemelli monozigoti è quasi identico - nel quasi, naturalmente, si nasconde una delle possibili insidie, mentre l'altra è che i gemelli non hanno le stesse impronte digitali: tali impronte digitali infatti, ho scoperto leggendo questa storia, sono il prodotto della pressione delle dita del feto sulla placenta - a pressioni e movimenti diversi corrispondono impronte diverse.
La storia, si preoccupano subito di raccontare gli editori già nel risvolto della sovraccoperta, è una rielaborazione del mito di Castore e Polluce. Anche l'autore ce lo racconta, ma solo a romanzo finito.
In realtà, saputa questa informazione di base, la prima delle sorprese finali è chiara fin dall'inizio - o almeno, sono chiare alcune delle possibilità. Le sorprese però non si limitano all'uso quasi scontato di una coppia di genelli in un intreccio giallo, e alcune sono piuttosto... come dire... impreviste.
I due gemelli protagonisti si chiamano Cass e Paul. Il primo, venticinque anni prima della vicenda narrata, si è confessato colpevole di omicidio ed ha scontato 25 anni di prigione; il secondo è un bravo ed efficiente politico, nel pieno di una campagna elettorale che lo vede strafavorito nell'elezione a sindaco di una grande città. Sul più bello però il fratello della vittima ritira fuori la storia dell'omicidio e avvia una campagna di... diffamazione? Insomma, avvia una campagna contro Paul accusandolo di essere coinvolto pure lui nell'omicidio. Paul accetta il consiglio dei suoi collaboratori di querelarlo, e da lì ripartono le indagini, anche se in sordina perché non c'è - né mai ci sarà - una vera e propria denuncia per omicidio presentata in tribunale; di sedute in tribunale però ne vedremo parecchie, e il giudice incaricato - che si ingegna con ottimi risultati a procedere nel più totale rispetto dello spirito e della lettera della legge - avrà la sua bella matassa di lana caprina da sbrogliare.
Delle indagini - private - si occupano un vecchio - a 81 anni si può parlare di vecchiaia, con tutti gli inconvenienti del caso compresi occasionali buchi di memoria - e una donna sui 50, nel pieno di una brillante carriera ma in un momento piuttosto delicato della sua vita personale; per giunta l'anziano e talvolta smemorato investigatore ha una bella serie di aderenze con parecchi tra i protagonisti. Ha anche un buon cervello, però, perché riesce a sbrogliare la matassa, insieme alla donna. E, come in tutti i romanzi a sfondo familiare, la soluzione è complessa, stratificata e scottante da maneggiare, e richiede un vero lavoro di scavo archeologico per ricostruire un passato che è - qui si può davvero dire - padre del presente.
Come sempre in Turow i  temi del romanzo sono la fallibilità della giustizia umana, i debiti col passato, la ricerca della felicità, la società americana e gli uomini e donne di buona volontà - che non sono tematiche originalissime, ma c'è modo e modo di trattarle. Quanto alla lunghezza, è perfettamente adeguata: la storia finisce esattamente quando deve, e dopo aver trattato ogni singola questione e aspetto in modo chiaro ed esauriente, ma non eccessivamente lungo - e questa non è una dote consueta in un romanzo, soprattutto americano.
Consigliato a chiunque sopra i 16 anni, col suggerimento di leggerlo in un periodo in cui ci si possa permettere delle rispettabili sedute di lettura - diciamo 50-80 pagine al giorno, anche per godersi il piacere di avere un amico che ti aspetta la sera sul comodino.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e felice fine settimana a tutti i partecipanti, e a chiunque passi di qua.