Il mio blog preferito

domenica 22 dicembre 2013

Il Custode Tibetano (e l'insegnante fondamentalista)


Il Custode Tibetano di St. Mary Mead in realtà non è tibetano, e purtroppo non è nemmeno un custode, bensì uno di quegli individui che prestano lavori socialmente utili e forniti dal Comune per ovviare alla pesante mancanza di custodi che in questi anni affligge le scuole di St. Mary Mead nonché di tutta Italia.
La prof. Casini ci ha raccontato una di lui biografia abbastanza completa (ma non sappiamo quanto attendibile, venendo dalla prof. Casini, abilissima nel drammatizzare qualsiasi voce le arrrivi, e ad inventare quelle voci che per avventura non le arrivano) che comprende tra l'altro una madre indiana e un soggiorno in India durato parecchi anni.
Quel che è certo, comunque, è che il nostro custode simil-tibetano si tiene occupato nelle ore di inattività con testi sapienziali indiani ed è di una cortesia e di una pazienza davvero degna di un illuminato. Saluta tutti a mani giunte e chinando la testa (che, al momento dell'uscita, non è affare di poco conto) e a tutti noi, senza distinzione di grado e di età, ha fornito la lettura del nome, seguendo principi musical-sillabici che niente hanno a che spartire con le consuete etimologie. Ad esempio io sono "Colei che porta le cose a fioritura e compimento", mentre la Casini è "Colei che apre e avvia i percorsi". Tutto questo lo ha fatto anche per i ragazzi, quando sono andati a chiedergli il significato del loro nome - e, ovviamente, ci sono andati tutti.
Si tratta insomma di una persona davvero fuor dal comune, con una prospettiva originale e fresca su tutto, e nel giro di pochi giorni ci ha conquistati. Quasi mi trema la mano sulla tastiera a scriverlo ma... ebbene, perfino la prof. Casini non soltanto non ha ancora detto nulla contro di lui, ma addirittura è stata sorpresa più volte a dirne bene in pubblico (e la prof. Casini che dice bene di qualcuno, garantisco, non è cosa che si veda tutti i giorni; anzi io non l'ho vista mai, anche se va considerato che sono stata a St. Mary Mead solo per sei anni).

L'ultimo giorno di Natale l'ha passato con un pacco di mandala da colorare su fogli in A4 da una parte e fronde varie dall'altra. Ha arrotolato i mandala, ci ha messo dentro ramerino e foglie di bambù, poi ha infiocchettato il tutto. Alla quarta ora è passato per le classi, un mandala per ogni alunno (e non siamo una scuola-formicaio, ma abbiamo comunque le nostre nove classi con una media di venti alunni l'una). E per le insegnanti? Niente mandala, ma altre foglie e un bastoncino d'incenso.
Ci ha spiegato la funzione delle varie erbe per la meditazione e ci ha fatto gli auguri per il Solstizio d'Inverno, che sarebbe stato quella notte. Naturalmente applausi e ringraziamenti si sono sprecati.
Personalmente sono molto contenta che la scuola abbia acquistato un tocco di spiritualità. Anzi, sembra che siamo contenti un po' tutti.
Tranne il nuovo insegnante di Religione.

Costui, detto per inciso, deve aver ingoiato un serpente a sonagli senza essere mai riuscito a digerirlo a dovere. Sta di fatto che non gli va bene niente di niente, compreso il custode tibetano che, secondo lui, non dovrebbe parlare con i ragazzi. No, non durante le lezioni: durante l'intervallo, quando i ragazzi gli si affollano intorno come api all'alveare. E' perfino andato dalla vicepreside a sporgere doverosa lamentela; la cattolicissima vicepreside però lo ha mandato con molto garbo a spagliare, e adesso il Serpente si è un po' calmato.
I ragazzi hanno invece avviato la consueta processione in Segreteria per cancellarsi dall'ora di religione, ma pare che ad anno scolastico iniziato non si possa più.

Il Custode Tibetano non sembra molto preoccupato da tutto ciò. Continua a inchinarsi a mani unite quando passiamo, ma non disdegna di occuparsi anche di incombenze terrene quali pulire i pavimenti.

venerdì 13 dicembre 2013

Lo schiaccianoci. Una fiaba di Natale - E.T.A. Hoffmann + Alexandre Dumas



Siamo ormai sotto Natale e ormai da più di un secolo una delle colonne sonore più classiche del Natale è quella dello Schiaccianoci, balletto in due atti composto da Chajkovskj nel 1892. 
Si tratta di un balletto di assai grande e colorato effetto, dove non si risparmiano fiocchi di neve e piogge di fiori, costumi colorati e complicatissime acrobazie sulle punte, funghetti e dolcetti e danze tradizionali dei più vari paesi.
A teatro dura un'ora e mezzo più intervallo, ma Chajkovskj ne trasse anche una suite di una ventina di minuti, che è quella che più facilmente si ascolta su disco. Quasi sempre però, sotto Natale, qualche corpo di ballo ex-sovietico arriva nelle  città italiane e lo danza per la gioia dei bambini (e soprattutto delle bambine che spesso attraversano una breve fase in cui sognano di fare la Fata Confetta) e di chi, come me, adora ogni singolo attimo di questo balletto.
La storia è ambientata alla vigilia di Natale, in una famiglia più che benestante. Un grande albero di Natale in fase di decorazione troneggia sullo sfondo, parenti e amici passano a trovare la famiglia e lasciano regali per i bambini;  uno di questi regali, consegnato dal padrino della figlia maggiore Clara, è un grosso schiaccianoci di legno in forma di ufficiale, con divisa colorata e aria intrepida e fiera. Nel corso della serata, a forza di schiacciare noci, lo schiaccianoci si rompe ma il padrino lo aggiusta. Infine tutti vanno a dormire MA nella notte Schiaccianoci è attaccato da dei cattivissimi topi, uno dei quali è il padrino, o almeno sembra, forse, chissà, che sia lui. Clara interviene e con un colpo di pantofola sconfigge il topastro cattivo. Per riconoscenza Schiaccianoci, che da pupazzo di legno è diventato un bel giovane finalmente libero da una crudele maledizione grazie al coraggioso intervento della ragazza, la porta nel paese di cui è principe. I due danzano e guardano danzare, fanno un bellissimo passo a due dopo il celeberrimo Valzer dei Fiori e finiscono il balletto da innamorati.

Messa così la trama ha diversi punti oscuri, primo fra tutti il ruolo del padrino che di giorno è una persona gentile e molto apprezzata da tutta la famiglia di Clara e di notte si trasforma in malvagio topastro. Quando si arriva alle fonti letterarie però le cose diventano ancora meno chiare, perché Clara, che nei racconti si chiama Marie... ha nove anni, e il suo matrimonio col principe avviene, con regolamentare consenso dei genitori, un anno dopo gli avvenimenti ivi narrati, per tacere di un sacco di altre questioni che riguardano, tra l'altro, statuine di zucchero e una noce impossibile da schiacciare.

Due anni fa l'editore Donzelli decise di fare un'opera meritoria agli occhi dei fanatici-da-Schiaccianoci nelle cui file mi vanto di militare sin dalla più tenera età, e ha raccolto in un libro entrambi i racconti dai quali il balletto, in maniera piuttosto libera, trae spunto.
Il primo racconto è di E.T.A. Hoffmann, si intitola Schiaccianoci e il re dei topi e risale al 1816. Nel 1845 Alexandre Dumas riscrisse la storia in francese col titolo Storia di uno schiaccianoci cambiando un po' la trama e, ufficialmente, fornendo a Chajkovskj la storia per il balletto - anche se il minimo che si può dire è che nel balletto ci sono stati un bel po' di ulteriori cambiamenti. 
Il libro è poi impreziosito da ben 62 bei disegni originali (e in parte a colori) di Aurelia Fronty. Il bel volumetto che ne viene fuori costa sui 24 euro. Sarà un regalo gradito a qualsiasi fanatico/a dello Schiaccianoci a prescindere dall'età e le illustrazioni sono comunque molto carine. Inoltre, averlo in casa vi lascerà la rasserenante certezza di potervi togliere in ogni momento qualsiasi dubbio sulle origini della storia di Schiaccianoci che rischi di turbare la quiete del viver vostro.

Detto questo, prima di ammanirlo a un bambino che dello Schiaccianoci si interessi il giusto, e soprattutto che non sia un robusto e assai paziente e onnivoro lettore, ci penserei bene tre volte e poi non ne farei di nulla. Hoffmann e Dumas sono senza dubbio grandi scrittori, e l'arte di intrattenere i lettori non gli manca di certo, ma per leggere queste due lunghe fiabe ci vuole una certa dose di pazienza perché l'estrema zuccherosità (l'aggettivo non è scelto a caso) della storia può seriamente mettere a rischio non solo la dentatura del destinatario, ma anche la sua sopportazione. Diciamo che è un caso in cui gli anni si sentono, e il lettore ideale per questo libro è adulto e piuttosto resistente.

E' uno sconsiglio? Assolutissimamente no. Come ho detto, per gli appassionati del balletto sarà un dono più che gradito, ancor più se in casa ci son dei bambini o dei ragazzi parimenti appassionati.
Caso mai qualcuno volesse osservare che, a quel punto, il target dei destinatari non sembra vastissimo non potrò che dargli ragione. Io, comunque, ne ho tratto gran piacere e sono molto lieta di averlo nella mia libreria - sezione musica.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone feste e soprattutto un felice pre-Natale adeguatamente zuccheroso a tutti gli altri partecipanti e a chiunque passi di qua. Possa la Fata Confetta coprirvi di dolci!

mercoledì 11 dicembre 2013

Di ragni, di pungiglioni e di stelle (A Elbereth Gilthoniel)

Gordon Sumner, in arte Sting, è una stella del rock che ci ha donato splendide canzoni in cui ha parlato di vari argomenti, comprese le tartarughe azzurre, ma mai di ragni - e non è che uno dei suoi molti pregi. Questo post non parla di lui; per chi vuole, però, qui c'è una canzone.

Qualcuno (e mi dispiace molto non ricordare chi) ha scritto che Il Signore degli Anelli, più che un seguito de Lo Hobbit, è una riscrittura, e in In effetti le due strutture si somigliano davvero molto. Ma c'è di più: abbiamo delle somiglianze anche con il terzo libro che Tolkien ha dedicato alla Terra di Mezzo, ovvero l'incompleto Silmarillion, bloccato dopo la morte dell'autore in una forma che non era e non poteva essere quella definitiva, anche perché in fondo Tolkien una forma definitiva al Silmarillion non l'ha mai data, e forse non ha nemmeno mai davvero voluto completarlo (altrimenti, vien da supporre, l'avrebbe completato).

E qual è il punto in comune tra i tre libri?
Forse gli elfi?
Beh, sì, gli elfi ci sono in tutti i tre libri, ma fare un libro sulla Terra di Mezzo senza elfi non sarebbe semplice.
Oppure l'accentramento su un gioiello di tal valore che sarebbe impossibile dargli un prezzo?
Ah, certo, anche quello, ma in fondo nello Hobbit è un tema che arriva solo verso la fine.
Oppure la perenne lotta della Luce contro le Tenebre?
In effetti, la lotta della Luce contro le tenebre c'è, ma insomma è un tema diffuso anche al di fuori dell'universo tolkieniano. Però un ramo di questo tema è presente in tutti e tre i libri... 

...

I ragni. 
Enormi ragnacci dai poteri smisurati che è quasi impossibile sconfiggere. Molto  tenebrosi. Ragni che odiano la luce.

Ma io mi domando e dico, tra tanti temi nobili ed elevati, proprio i ragni?
E poi, che ragni! Ma nemmeno quelli della foresta amazzonica, che gli indigeni fanno alla griglia. Ragni enormi, immensi, incommensurabili. In effetti non sono nemmeno ragni, sono... ragne. Femmine. E se è pur vero che il ragno è una delle forme della Grande Dea (come mi hanno spiegato una volta ma io mi sono ben guardata dal cercare conferme o chiedere dettagli) certamente non è la forma che prediligo. Anche perché a me i ragni stanno antipatici. Tutti, senza distinzioni. E tuttavia non sono mai arrivata a figurarmeli in quel modo.

Ma andiamo per ordine. Si comincia con Ungoliant, la tessitrice di tenebre che in origine era addirittura una Maiar. Sì, una dea, come Gandalf. Ad un un certo punto della sua divina esistenza si ragnò, si avvolse ben bene nelle tenebre da lei stessa medesima tessute e distrusse i due Alberi di Valinor... sì, quelli dalla cui luce furono tratti i Silmaril. Le ragne tolkieniane non hanno alcuna simpatia per la luce, e amano soffocarla con la tenebra più cupa.

Tra i discendenti di Ungoliant c'è anche Shelob, il ragno-femmina per eccellenza, quello che Frodo e Sam incontrano nel momento... beh, certamente nel momento più buio del loro viaggio. Shelob custodisce uno degli ingressi laterali di Mordor ormai da tempo immemorabile, ben prima che arrivasse Sauron. Vive nella sua tana a Cirith Ungol (il Crepaccio del Ragnaccio, appunto), è invincibile e praticamente immortale, mangia carne viva e tesse, o meglio vomita, oscurità. Vive circondata da un terrore accecante, in una tenebra senza scampo e in un posto che... ma no, non c'è motivo di descrivere la tana di Shelob: lo fa già Tolkien, e nel più efficace dei modi.

Per chiudere il cerchio, o meglio per invischiarci ulteriormente nella ragnatela di rimandi, da Shelob discendono i ragni di Bosco Atro (sì, certo, ragni di quel tipo in un bosco luminoso alla Lothlorien sarebbero piuttosto a disagio). E proprio i ragni tessono il punto chiave di svolta del romanzo, quando Bilbo, non avendo assolutamente più nessuno che lo badi, si decide infine a badarsi da solo, con eccellenti risultati. Tuttavia, nonostante il coraggio e l'accortezza che mostra in quell'occasione, è dubbio che ne sarebbe venuto a capo senza l'Anello e soprattutto senza la sua piccola spada elfica, che proprio in quell'occasione riceve da lui il nome di Sting (in italiano Pungolo o Pungiglione, a seconda del traduttore). La spada elfica sembra infatti avere un discreto feeling verso i ragni e laddove spade più blasonate hanno fallito, Sting affonda come nel burro e lascia segni indelebili.

L'incontro con Shelob sarà molto meno felice: l'unico concreto vantaggio per i due hobbit (se vogliamo chiamarlo un vantaggio) sarà quello di riuscire bene o male - più male che bene, in effetti - ad entrare nella terra di Mordor, oltre a una temporanea liberazione da Gollum, che in effetti li ha portati lì come delicatesse per Shelob, nella speranza che la ragna gli consegni vestiti e accessori dei due hobbit, Anello compreso.

E tutto va bene (dal punto di vista di Gollum e di Shelob) finché Sting non entra in scena: Shelob morde Frodo per addormentarlo, in attesa di succhiarlo come un sorbetto (e la sua ferita è uno dei motivi per cui Frodo non riuscirà più a vivere nella Terra di Mezzo, dopo, e dovrà passare il mare) ma l'intervento di Sting rovina il suo snack: la lama elfica infatti riuscirà non soltanto a tagliare l'enorme ragnatela (cioè, la chiamano ragnatela, anche se dalla descrizione sembra più un cancello elettrificato con l'alta tensione) ma addirittura a  tagliare seriamente lei, impresa mai riuscita ad alcuno prima.

Ma non c'è solo Sting, c'è anche la Stella di Cristallo: perché la saggia Galadriel, stabilito che Frodo sarebbe andato nella Terra d'Ombra, presso l'Oscuro Signore e la Torre Nera eccetera eccetera, pensa bene di provvederlo di un po' di luce: nientemeno che una scintilla di luce dei Silmaril, le tre gemme che racchiudono la luce dei Due Alberi di Valinor creati da Yavanna. La luce, imprigionata in una fiala di cristallo, svolgerà egregiamente il suo compito fin quasi alla fine, spegnendosi solo nel cuore di Mordor, là dove più forte è il potere di Sauron, ma su Shelob avrà addirittura un effetto micidiale, perché è una luce antica come lei. L'infezione di luce, quella lucentezza inesorabile, unita ai colpi della piccola ma indomabile spada elfica la feriranno così a fondo da spingerla a rintanarsi nella sua oscura tana a leccarsi le repellenti ferite, sparendo di circolazione forse per sempre.

Si tratta in buona parte di un duello al femminile: Galadriel tesse luce di origine paradisiaca, Shelob tesse tenebra immonda: stavolta vince la luce, e di molte distanze.
Quanto ai due hobbit, ormai abbandonati da Gollum, più che vincere riescono a non perdere nel più disastroso dei modi.
Considerate le circostanze, si tratta comunque di un'impresa non da poco.

Ultima nota strettamente culturale: da Shelob e Ungoliant, o, più probabilmente, dai ragni di Bosco Atro (corre voce che Lady Rowling abbia dichiarato di non aver mai letto il Signore degli Anelli, ma solo lo Hobbit) discende per via letteraria Aragog, il ragnetto allevato amorevolmente da Hagrid in una cantina di Hogwarts e poi liberato nella Foresta Proibita, dove si riproduce generosamente. E di nuovo la lettrice si domanda: ma insomma, tra tanti nobili ed elevati temi, proprio i ragni giganti?!?

sabato 7 dicembre 2013

Se mi attacco Gollum, non si stacca più



Mi scuso con i gatti Sphynx e i loro umani per l'implicito paragone, ma non ho voluto lasciarmi sfuggire questa possibilità assolutamente unica di associare Gollum con un gatto

Nello Hobbit Gollum vive il suo momento di gloria in un capitoletto e l'autore lo lascia lì a strepitare,  con scarso rimpianto del lettore. Nel Signore degli Anelli invece è un'ombra che riappare sin dal primo capitolo, quando Bilbo lo cita, e prende sempre maggior consistenza: a Moria un eco fantasma di soffici passi, a Lotholorien un'apparizione indistinta sugli alberi vicino al confine, sull'Anduin un ceppo con gli occhi che rema....
Infine, dopo settecento pagine rieccolo in tutta la sua sibilante e scheletrica concretezza. Sam e Frodo riescono a catturarlo e infine a vincolarlo con un giuramento sul Tessoro, l'unico che possa avere un valore per quella sventurata creatura.
Oppure è Gollum che ha imprigionato loro?

I vincoli che legano il singolare terzetto sono perversi in sommo grado: gli hobbit si portano dietro Gollum perché averlo con loro è pur sempre un modo di sorvegliarlo ed evitare che li strangoli mentre dormono per poi allontanarsi col suo Tessoro; Gollum li segue e li guida per restare vicino al suo Tessoro e nella speranza di riuscire a vederlo, toccarlo, RIPRENDERSELO e ricominciare la stessa miserabile vita che ci conduceva prima che Bilbo arrivasse a spezzare il cerchio malefico che lo aveva imprigionato.

Per Gollum tutto ritorna come in quel maledetto giorno di quasi ottant'anni prima, quando avviò una gara di indovinelli nella speranza di mangiarsi un tenero hobbit, eppure tutto è diverso: c'è una promessa che lo lega e che vuole infrangere, ma infrangere un giuramento fatto sul Tessoro non è così semplice; c'è un Baggins che ha l'Anello, ma non è lo stesso Baggins, e Gollum lo odia perché ha l'Anello e lo ama perché ha l'Anello, immerso in una micidiale sindrome di Stoccolma in cui è coinvolta perfino una parte di sincero affetto e di riconoscenza per la gentilezza che Frodo gli dimostra,  insieme ad un legame ancor più perverso dato da una comune comprensione - perché Frodo è l'unico essere vivente sulla faccia della Terra di Mezzo che può capire cosa prova lui, e viceversa. E come allora c'è una spada elfica che lo minaccia, ed è la stessa spada che, allora come adesso, non lo ferirà mai ma potrebbe  farlo; e infine c'è Sam, che all'epoca non c'era, e che Gollum odia in sommo grado perché è del tutto immune al potere dell'Anello e perché l'altro Baggins, quello buono, lo ama. Perfino Sam finisce invischiato in questi legami perversi, perché oltre a temere Gollum ne è in parte geloso, dato che Gollum è l'unico che conosce quella parte dell'anima di Frodo ormai legata indissolubilmente all'Anello. E insomma, se i nodi del cuore sono duri da sciogliere, i nodi dell'Anello sono peggio che mai.

In queste condizioni il terzetto fa il suo cammino, prima nelle stomachevoli Paludi Morte - con spettri buoni e cattivi incorporati, poi al Cancello Nero che sbarra la strada per la Torre Oscura, fino all'avvelenata valle di Morgul e all'orribile Crocevia che li porterà al peggio del peggio, ovvero Cirith Ungol. E invero, se i luoghi sono spiacevoli, la compagnia di Gollum lo è ancor di più.
Come un raggio di luce che attraversa la tenebra più fitta, la traversata dell'Ithilien porta una pausa di sollievo agli hobbit, ma proprio in questa pausa Frodo si troverà a tradire Gollum per aiutarlo, in una sequenza del tipo "Devi solo entrare nella gabbietta e tutto andrà bene" che ogni umano che porta il micio dal veterinario conosce molto bene (Gollum però non ha niente di micioso, proprio no, tesssoro mio). E c'è poi il tradimento più nero che incombe dietro l'angolo: la povera creatura derelitta che guida Sam e Frodo crede di seguire il suo amatissimo Tessoro e non sa che lo sta portando verso la distruzione. Oppure non vuole saperlo, o non può nemmeno riuscire a immaginarlo - resta il fatto che Frodo l'ha fatto giurare su qualcosa che ha la ferma intenzione di distruggere.

C'era un'altro modo per entrare a Mordor? Oh no, Tessoro, non c'era. Gandalf ed Elrond e Glorfindel hanno discusso e programmato e pianificato, ma per loro il problema era passare le montagne. Di come entrare a Mordor nessuno di loro aveva idea, di come raggiungere il Monte Fato men che meno. Nessuno dà istruzioni agli hobbit su come fare arrivati al dunque, perché nessuno ha la minima idea di come potrebbero fare. E' vero, come ricorda Frodo sulla torre di Cirith Ungol, che senza Sam non avrebbe combinato granché. Ma, e questo Frodo preferisce non dirlo, o non pensarlo, senza Gollum non avrebbero combinato niente del tutto.

I nodi dell'Anello sono davvero impossibili da districare.

mercoledì 4 dicembre 2013

Idiota di un Tuc, questa non è una passeggiata hobbit!


Pipino è l'unico tra i protagonisti del romanzo davvero giovane: solo 29 anni, nemmeno maggiorenne, insomma un adolescente. Partecipa alla Missione perché l'ha scelto, più volte e in assoluta libertà, mosso soltanto dall'affetto per Frodo. Nella Compagnia è implicito che è il più indifeso e sprovveduto, e infatti tutti cercano di proteggerlo o (come Elrond e Frodo) di tenerlo lontano dal pericolo impedendogli di partire. Ma il tenero e indifeso hobbit, oltre che sprovveduto, è pure ostinato come un mulo e di tenerlo a casa proprio non c'è verso. Anche se è inadeguato (e tutti lo sanno, e lo sa anche lui e non cerca mai di negarlo) partirà lo stesso, punto e basta.

E' un Took, e dunque fa parte del ramo hobbit che ha una certa propensione per le avventure. Attenzione, però: amare le avventure non vuol dire necessariamente essere coraggiosi (come già ampiamente dimostrato da Bilbo Baggins a suo tempo). Nelle oltre mille e duecento pagine del romanzo Pipino non mostra né pretende di avere un particolare coraggio, anzi spesso si dichiara spaventatissimo dalle circostanze - di solito con motivi più che validi. Da bravo Took ha invece un ramo di pazzia latente che lo spinge a fare con grande spensieratezza cose decisamente azzardate. Oh, guarda, un buco vuoto, buttiamoci dentro una pietra. Una sfera di vetro misteriosa che Gandalf cova come un uovo, diamoci un'occhiata. Un Sovrintendente irascibile, irragionevole e intrattabile, prestiamogli giuramento di fedeltà. Tutte le volte Gandalf gli ricorda che è un idiota (e Pipino non nega) ma tutte le volte la mattana ha un esito tutto sommato positivo: l'hobbit sprovveduto che guarda nel palantir evita a Gandalf e Aragorn un passo falso e gli consente di usarla come specchietto da allodole con Sauron*, la presenza di Pipino nelle guardie reali permette a Faramir di sopravvivere al suo amorevole padre. Quanto alla pietra buttata negli abissi di Moria, non ho mai capito che parte abbia negli avvenimenti successivi ma se davvero fosse stata quella a svegliare Mr. Balrog, allora quella pietra è stata forse l'intervento più utile del giovane hobbit, perché ha consentito a Gandalf una morte eroica che a sua volta gli ha permesso di ritornare in forma assai meno schermata ad aiutare la causa dei popoli liberi della Terra di Mezzo.

Al di là di questi interventi, diciamo così, casuali, Pipino ha anche un momento, anzi un capitolo, interamente dedicato, quando è prigioniero degli Uruk-hai.
Il giovane hobbit è abituato a farsi proteggere dagli altri, ma in quella disgraziatissima situazione non c'è nessuno che possa proteggerlo: anche Merry è in stato di incoscienza per una ferita, e dopo avelo curato gli orchetti lo tengono comunque  separato da lui. Così, da bravo hobbit, come Bilbo tanto tempo prima quando si trovò in una caverna a quattr'occhi con Gollum e più avanti ad affrontare da solo taluni ragnacci assai aggressivi, decide di arrangiarsi da solo, con successo.
Diventato improvvisamente prudentissimo e attento a tutto quel che ha intorno riesce a sfruttare le minime occasioni - un coltello per tagliare le corde, uno spiraglio nella sorveglianza degli orchetti per lasciare tracce ad eventuali inseguitori - che ci sono - e perfino le trame interne tra orchetti di Isengard e di Mordor per farsi portare fuori dalla battaglia. In questo modo non soltanto salva sé stesso ma anche Merry, e i due arrivano a Fangorn.
Il coraggio hobbit è qualcosa che si risveglia soprattutto quando qualsiasi possibilità di affidarsi ad altri è preclusa e non c'è altro da fare che affidarsi a sé stessi medesimi - o, per dirla altrimenti, quando gli hobbit si ritrovano con le spalle al muro; ma quando si risveglia, i risultati arrivano sempre.

*(se pur è corretto definire Sauron un'allodola - ma le allodole potrebbero non apprezzare il paragone)

sabato 30 novembre 2013

Gimli e Galadriel


Gimli il Nano si dimostra fin dall'inizio persona ragionevole e senza troppi pregiudizi verso gli Elfi. La convivenza con Legolas nella Compagnia è piuttosto tranquilla, con solo un paio di frecciatine reciproche di assaggio. Ma quando arriva a Lothlorien di pregiudizi ne trova, eccome:  saputo che nella Compagnia c'è un nano gli elfi guardiani fanno un sacco di storie, nonostante Frodo assicuri che è un nano rispettabilissimo scelto per la Compagnia da Elrond in persona e Legolas si faccia garante per lui. I regolamenti del Bosco d'Oro sono implacabili, e per traversarlo Gimli deve essere bendato.
Il trattamento, oltre che ingiusto, è anche piuttosto sciocco: perché, preoccupatissimi di sorvegliare il pericoloso nano sovversivo, le sentinelle di Lothlorien si lasciano scivolare tra le mani Gollum, che va e viene come più gli comoda per il Bosco d'Oro, mentre Gimli non si sogna nemmeno di far qualcosa di men che ortodossoComprendiamo così che l'ostilità tra nani ed elfi deriva principalmente dal fatto che gli elfi hanno sempre trattato i nani come appestati, cosa del resto già ampiamente dimostrata ne Lo Hobbit.

Davanti alle comprensibili rimostranze di Gimli, Aragorn decide che tutta la Compagnia avanzerà bendata, dopo una breve osservazione sul fatto che, forse, magari, gli avversari del Nemico potrebbero fare qualcosa di meglio che darsi addosso l'un l'altro. Le lamentele di Legolas arrivano al cielo, ma insomma alla fine la Compagnia si muove.
Per fortuna Galadriel manda subito l'ordine di sbendarli tutti, nano compreso, e quando i viaggiatori arrivano davanti ai reali consorti Gimli si è un po' addolcito.

Accolto con grande (e doverosa) cortesia, a parte uno scivolone subito rimangiato di Celeborn, il nano guarda Galadriel negli occhi e gli parve di penetrare nel cuore di un nemico all'improvviso, e di trovarvi amore e comprensione
Il cuore di Gimli cambia all'improvviso, e quella che era una ragionevole disponibilità in nome di interessi comuni diventa un grande affetto. Da quel momento lui e Legolas saranno amici inseparabili, e Galadriel regnerà per sempre nel suo cuore.
L'affetto tra il prode nano e la regina degli elfi è reciproco e profondo, e Galadriel decide di portarlo alla luce. Sa che Gimli desidera da lei qualcosa che lei non può offrire, ma che può accettare di concedere se richiesta; così non gli prepara un regalo d'addio (non sarebbe stato difficile: un qualsiasi manufatto ben eseguito sarebbe stato perfetto per l'occasione. I doni per Merry, Pipino e Boromir rientrano in questa categoria) ma gli chiede di chiederle cosa vuole da lei. Gimli risponde con la più medievale delle cortesie che non desidera alcun regalo, e per lui è sufficiente aver veduto la Signora dei Galathrim e udito le sue dolci parole
Galadriel insiste: "Sono certa che tu desideri qualcosa ch'io sono in grado di darti". E alla fine Gimli ammette di desiderare uno dei suoi capelli che eclissano l'oro della terra come le stelle eclissano le gemme delle miniere - ma ha cura di precisare che non lo sta chiedendo, sta solo obbedendo alla richiesta che lei gli ha fatto di esprimere un suo desiderio.
Sentito il desiderio gli elfi fanno tanto d'occhi, mentre il regal consorte Celeborn  osserva un dignitosissimo silenzio - pur pensando probabilmente molte cose in cuor suo; e Galadriel scioglie una delle sue lunghe trecce e consegna a Gimli non uno ma tre dei suoi capelli d'oro che eclissano eccetera eccetera, aggiungendo al dono la previsione che nelle mani di Gimli l'oro scorrerà a flutti, ma non avrà mai su di lui nessun potere - che, più che una previsione o una profezia, sembra a quel punto una constatazione.
Il vero regalo naturalmente non sono i capelli, è l'opportunità che Galadriel gli ha offerto di conoscere ed essere quello che lui realmente è, ed è un regalo senza prezzo di cui giustamente Gimli le sarà riconoscente per tutto il resto dei suoi giorni. I tre capelli d'oro sono a loro volta testimonianza di quel che avrebbe potuto essere tra elfi e nani e non è mai stato, se non in qualche occasione ormai lontana nel tempo, e che ormai è troppo tardi per realizzare compiutamente a livello di razza - ma non tra singoli individui che sanno riconoscersi.

Questa bella scena è stata per me il primo incontro con quel modo particolarissimo di parlarsi che hanno i personaggi di tanta letteratura medievale, che viene genericamente etichettata come "cortesia". Solo un medievista poteva scriverla.

venerdì 29 novembre 2013

Nord e Sud - Elizabeth Gaskell


In Inghilterra, ci dicono, Elizabeth Gaskell (1810-1865) è molto conosciuta. Non credo che si possa dire altrettanto in Italia, dove è stata tradotta una goccia per volta, ogni volta con un editore diverso, e quasi sempre di editori di nicchia.
Quando, con comodo e senza fretta, qualcuno si è finalmente degnato di considerare la possibilità di tradurre Nord e Sud, uno dei suoi romanzi più famosi, a farlo è stata una casa editrice veramente di nicchia, praticamente un fantasma: l'Agenzia Letteraria Jo March (rintracciabile anche su Facebook, volendo).
Proprio da Facebook sono arrivata a loro, ma per vie assai tortuose, prima tra tutte un casuale "mi piace" messo da un'amica (nemmeno molto appassionata di letteratura vittoriana, e probabilmente solo incuriosita dal nome) che mi ha portato sulla loro bacheca un annetto fa. Ho così scoperto che costoro, ormai da un anno, avevano pubblicato in italiano North and South, romanzo di cui avevo sempre sentito dire grandi meraviglie ma di cui conoscevo solo, e molto vagamente, la trama.
Non fu facile per il mio libraio procurarmelo, ma nel frattempo ho scoperto che comprare in rete dall'Agenzia è relativamente facile e rapido, e così la seconda copia, destinata ad un'amica*, è arrivata nelle mie mani nel tempo record di nemmeno due settimane. Adesso poi il libro è perfino sul catalogo delle librerie Feltrinelli (sugli scaffali no, certo, ma nessuno sperava di arrivare a tanto, con un libro fantasma).

In realtà proprio fantasma il libro non è, anzi nella sua massiccia concretezza consta di ben 455 pagine più indice e copertina leggera (con una bella illustrazione assai pertinente al contenuto, cosa molto  rara al giorno d'oggi) per il prezzo tutto sommato modico di 15 euro, che ho sborsato senza rimpianti .

Si tratta di un classico romanzo vittoriano, scritto da una classica romanziera vittoriana e che racconta la formazione di una classica ragazza vittoriana che si conclude con il di lei matrimonio - dove naturalmente "classico" non sta per "banale": le romanziere vittoriane erano tutte tipi piuttosto originali e scrivevano romanzi decisamente insoliti e con protagoniste (e protagonisti, talvolta) tutt'altro che scontati. 

Nel caso in questione la giovane e bella protagonista, Margaret, trascorre per esempio non poche pagine interessandosi di economia e di condizione operaia, oltre che della madre ammalata e del padre addolorato. Economia e questione operaia (che Elizabeth Gaskell conosceva piuttosto bene) sono parte integrante della trama molto ben intrecciata e il romanzo si lascia leggere con gran piacere e partecipazione emotiva; ed è proprio la parte economica che risulta attuale in modo sorprendente.
Siamo a metà Ottocento (il libro uscì nel 1855), nel pieno della rivoluzione industriale. Per vari motivi la protagonista si trova sbalzata da un idilliaco e pacioso (ma non troppo benestante) angoletto dell'Inghilterra del Sud all'industializzatissima città di Milton, dove le ciminiere fumano senza posa, i telai sfornano tonnellate su tonnellate di tessuti e indumenti di cotone e dove torme di operai sfruttati e spesso sottopagati cercano di conquistarsi condizioni decenti di lavoro attraverso le lotte sindacali, mentre folti manipoli di imprenditori dell'industria tessile si ingegnano di tenerli al loro posto, con alterni risultati.

Gli operai, scopre la spaesata Margaret, non sono come i contadini: sono più agguerriti, più combattivi e più complicati. E gli imprenditori non sono come la gentry della buona società che è abituata a frequentare, sono... la prima impressione che viene trasmessa al lettore attraverso gli occhi della protagonista è che si tratta di una notevole manica di stronzi - anche se, naturalmente, una brava eroina dell'età vittoriana non si esprime in termini sì crudi. E proprio con uno di questi imprenditori, lo spinoso e spigoloso Mr. Thornton, dopo un'iniziale e assai spiccata diffidenza, Margaret finirà per scoprire notevoli affinità, così come con uno dei più agguerriti operai, Higgins. No, non c'è alcun tipo di triangolo e il finale sarà esattamente quello... non diciamo prevedibile, ma auspicato dal lettore.

Quel che più sorprende l'inesperta ma sensata Margaret è che operai e imprenditori non cerchino di dialogare tra loro pur avendo in comune così tanti interessi, primo tra tutti la sopravvivenza in quel tempestoso mare che è il Mercato.
E proprio sulle leggi del Mercato, totem tuttora assai venerato da molti economisti che sembrano capirne di economia anche meno di una fanciulla vittoriana cresciuta a studi umanistici, dal libro arrivano frasi di sorprendente attualità per i lettori del terzo millennio.
"Gli Americani stanno conquistando il mercato generale dei filati" spiega Mr. Thornton "e l'unica possibilità che abbiamo è quella di produrre i nostri a un prezzo più basso. Se non ci riusciamo, tanto vale che chiudiamo bottega,  e che padroni e operai vadano tutti a mendicare. Ora questi idioti ritornano ai prezzi di tre anni fa... (...) E' un peccato scoprire che degli stolti - uomini ignoranti e capricciosi come questi - soltanto unendo le loro stupide, deboli testoline, stiano a dettar legge sulle fortune di coloro che possiedono tutta la saggezza che la conoscenza e l'esperienza possono dare, non senza pensieri e amare preoccupazioni. Il prossimo passo - davvero, siamo tutti proprio arrivati a questo, adesso - sarà che dovremo andare a chiedere - a chiedere umilmente, col cappello in mano - al segretario del Sindacato dei Filatori di essere così gentile da fornirci la manodopera al loro prezzo. Questo è quello che vogliono loro, che non hanno il buonsenso di vedere che, se qui in Inghilterra non otteniamo una giusta parte dei profitti che ci compensa per il nostro logoramento, potremmo cominciare a trasferirci in un altro paese."
Gli idioti, stolti, ignoranti e capricciosi sono gli operai sindacalisti, che hanno la curiosa e stravagante pretesa di continuare a mangiare tutti i giorni, americani o non americani, e che su questa pretesa si impuntano scioperando.
"Noi industriali di Milton abbiamo comunicato oggi la nostra decisione. Non sborseremo un penny di più. Diremo loro che potremmo ridurre i salari, ma non possiamo permetterci di aumentarli. Eccloci qui, dunque, ad aspettare la loro prossima mossa."
"E quale sarà?" chiese il signor Hale.
"Presumo uno sciopero immediato. Immagino che vedrete Milton senza fumo tra qualche giorno, signorina Hale."
"Ma per quale ragione non potete spiegare che avete buoni motivi di prevedere che il commercio andrà male?"
"Date spiegazioni ai vostri domestici sulle vostre spese, o su come gestite il vostro denaro? Noi, che possediamo il capitale, abbiamo diritto di scegliere cosa farne."

Lo sciopero - una sorta di catastrofe dai contorni ben diversi dei rituali scioperi contemporanei - viene sul momento arginato da Mr. Thornton ricorrendo a manodopera straniera, ovvero stracciatissimi immigrati irlandesi; che si rivelano però lavoratori più sottomessi ma assai più inesperti dei lavoratori di Milton, con conseguenze disastrose sulla produzione delle fabbriche, per tacere di una vera sommossa che l'arrivo dei poveretti scatena.
Sia sciopero che sommossa si rivelano sul momento un gioco da cui entrambe le parti in causa usciranno perdenti, e che non finiranno in un disastro completo solo perché Thornton accetta la supplica di Margaret di parlare con gli scioperanti. Margaret è infatti convinta, conoscendo entrambe le parti in causa (a livello personale, si noti bene) che imprenditori e lavoratori debbano prima di tutto parlare tra loro. Proposta decisamente strampalata, e che sono un uomo altrettanto strampalato come Mr. Thornton (e, dall'altra parte della barricata, come Higgins) può prendere in considerazione. I fatti finiranno per darle ragione, dopo un cammino abbastanza tortuoso.

Da questo romanzo è stata tratta qualche anno fa una miniserie televisiva dove il ruolo dello spinoso Mr. Thornton è affidato (con ottimi risultati, pare) a Richard Armitage. Sì, proprio Thorin Scudodiquercia.



Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana pieno di sentimento non disgiunto da un'adeguata presa di coscienza politica dei problemi sociali contemporanei.

*si sa che regalare libri è sempre un po' azzardato, ma stavolta mi presenterò col pacchetto assai fiduciosa di NON regalare un doppione

mercoledì 27 novembre 2013

La Compagnia dell'Anello

Foto di gruppo della Compagnia prima della partenza

Al momento di formare la Compagnia dell'Anello, Tolkien avvisa Elrond che questo è un sequel de Lo hobbit, col risultato che gli unici personaggi veramente nuovi rispetto al romanzo precedente sono i due uomini.
La Compagnia è multirazziale (sì, con Tolkien possiamo parlare di razze senza essere scientificamente scorretti, anche se probabilmente lui ci spiegherebbe che sono comunque tutte nate da Iluvatar e che farne una scala gerarchica non avrebbe senso perché ogni razza ha i suoi pregi e i suoi difetti) e in teoria dovrebbe comprendere rappresentanti di tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo, ma scopriremo poi che non è così; del resto, invitare anche un Ent sarebbe stato un problema, viste le distanze e i problemi di comunicazione con le zone al di là delle montagne, anche se probabilmente Legolas avrebbe assai gradito. 

Abbiamo dunque quattro hobbit, due dei quali imparentati con Bilbo che tutti hanno conosciuto di persona (Pipino meno degli altri, essendo ancora un bambino quando Bilbo lasciò la Contea), e tutti e quattro conoscono la Cerca di Erebor come se l'avessero fatta loro.
Poi c'è lo stregone, Galdalf, che la Cerca di Erebor l'ha fatta per davvero e addirittura in buona parte organizzata e diretta. Al fianco porta la spada elfica Glamdring, trovata per l'appunto durante la Cerca e "compagna della spada Orcrist che giaceva ora sul petto di Thorin sotto la Montagna Solitaria" - una frase cupa, che sembra anticipare le cupe ombre di Moria e i suoi ancor più cupi abissi di fuoco, e che ci ricorda Thorin - che della Cerca di Erebor era stato uno dei principali protagonisti ma che a questa particolarissima impresa, che consiste nel perdere irreversibilmente un tesoro invece di ritrovarlo, contribuisce solo con la cotta che ha regalato a Bilbo.
Poi ci sono il Nano e l'Elfo. Nel vasto assortimento di Elfi di cui dispone Gran Burrone, tutti di altissimo lignaggio e di grandi poteri ma che per la Compagnia  sarebbero utili quanto la tradizionale bicicletta per un pesce, viene scelto l'unico che ha un qualche vago legame con la Cerca, anche se nel romanzo precedente non è mai comparso (probabilmente perché l'autore non aveva ancora pensato a crearlo): Legolas, il figlio di re Thranduil di Bosco Atro, che non tarda a dimostrarsi ben più gentile e simpatico del padre, e assai più aperto di vedute.
Infine Gimli il Nano, anche lui collegato alla Cerca. E' il figlio di Gloin, uno dei tredici nani della spedizione che però, in tutto il romanzo precedente, non ha fatto o detto niente di particolare e che cominciamo a conoscere solo quando si presenta a Frodo durante il banchetto.
Certo, anche Gloin è un discendente di Durin e parente di Thorin Scudodiquercia (ramo laterale); ma ci si sarebbe forse aspettati di vedere un figlio o nipote di Balin, il nano più amico di Bilbo nel romanzo. Gloin, chi se lo ricorda? E cosa ha fatto durante la Cerca per farsi ricordare?
Comunque sia, Gimli al momento è l'unico nano di età abbordabile per partecipare alla missione (l'assortimento dei nani di Gran Burrone è molto ridotto, e in verità solo l'accortezza del romanziere permette che ce ne sia almeno uno candidabile per la Compagnia). Non sappiamo se ha chiesto di partecipare o se gli è stato offerto, in ogni caso accetta con consapevolezza e si dimostrerà fedele e leale, oltre a rivelarsi un eccellente amico per tutti. Forse perché non è un nano sperso in un gruppo di tredici nani, nessun lettore ha mai la minima difficoltà a ricordarsi di lui.
Per me, che ho letto Il Signore degli Anelli prima de Lo Hobbit, è stato il primo nano - e dopo aver conosciuto lui, devo ammettere che i nani della Cerca di Erebor sono stati una delusione: Gimli ha certamente più costanza, più forza d'animo, più lungimiranza e maggior sensibilità di tutti loro messi insieme, e certo non deve arrivare al letto di morte per farsi venire il sospetto che, forse, gli amici hanno un valore non inferiore all'oro e alle gemme; anzi, dà l'impressione di saperlo già prima della partenza.
Come capirà subito Galadriel.

domenica 24 novembre 2013

A casa (non sempre il posto migliore è la Contea)

Sin dalla sua prima visita, Bilbo si è sempre trovato molto bene a Gran Burrone
(sì, quelle sullo sfondo sono attrezzature sceniche. Anche l'asse in primo piano, mi sa)

Risvegliato infine dalle abili cure di Elrond, Frodo scopre che fra i suoi titoli di merito a Gran Burrone non c'è solo quello di essere il Portatore dell'Anello e un caro amico di Gandalf, ma anche e soprattutto essere il nipote di Bilbo, che sin dai tempi della Cerca di Erebor lì è considerato uno di casa.
E infatti proprio lì Bilbo si è insediato in pianta stabile, dopo breve peregrinazione. Lo ritroviamo nel Salone del Fuoco, seduto tranquillamente in un angolo, una poesia in mano da finire di ritoccare, una ciotola e un po' di pane accanto a lui come cena.

Ha assistito Frodo insieme a Sam ma non c'era al momento del risveglio e non ha partecipato al banchetto perché "quel genere di cose non lo attira più tanto"; proprio lui che ha salutato la Contea con una delle più colossali abbuffate che la storia hobbit ricordi, adesso preferisce uno spuntino accanto al fuoco per dedicarsi con più calma alla sua canzone.

L'inquietudine è sparita, ora che ha lasciato l'Anello; è tranquillo, un po' invecchiato; le sue canzoni non sono più inni al bagno caldo o alla cena dopo una lunga passeggiata, ma poemi sulle antiche storie elfiche; il suo Libro Rosso non è andato molto avanti (e infatti sarà Frodo a completarlo).
In pratica: ha smesso di scrivere romanzi ed è occupato a scrivere... il Silmarillion*.
Adesso sa cos'è quell'Anello che ha incautamente maneggiato con tanta confidenza, e soprattutto ha capito in che razza di trappola ha messo il suo amato nipote adottivo. E gli dispiace.
L'Anello ha ancora un'ombra di potere su di lui: quando Frodo glielo mostra (malvolentieri) succede Qualcosa, e improvvisamente Frodo vede ...
Non è chiaro se la trasformazione in un vecchio adunco e rapace con la mano tesa verso l'Anello è un'immagine proiettata da Frodo o è quel che Bilbo effettivamente diventa davanti al suo ex-tessoro, ma qualcosa comunque succede, ed entrambi lo percepiscono chiaramente.

La storia cambia a seconda del momento in cui la guardi, e adesso Bilbo sa che il momento culminante della sua vita non è stato - come aveva creduto un tempo - affrontare un drago saldamente insediato sul suo letto d'oro, ma la gara di indovinelli con cui aveva vinto un anello a un piccolo mostriciattolo che meditava apertamente di mangiarselo. E' con una certa vanità che racconta al Consiglio di Elrond di come l'Anello è diventato suo. Addirittura, si offre di completare quel che ha iniziato, portando l'Anello a Mordor, nel tentativo di risparmiare Frodo - che è, come sanno quasi tutti al Consiglio, il Predestinato: perché chi ha avuto compassione perfino per Gollum può ben avere compassione per il suo amato nipote, che è finito in quel pasticcio per colpa sua.

Ma Bilbo è troppo vecchio per affrontare l'impresa, senza contare che sarebbe pericoloso affidare di nuovo l'Anello a qualcuno che l'ha già posseduto e forse non se ne è mai completamente liberato (come infatti è); il vecchio hobbit ha recitato tutta la parte che gli spettava ed è ormai fuori dal gioco. "La tua parte è terminata, ed il compito che ti rimane è quello del narratore*" stabilisce Gandalf, e Bilbo non insiste perché sa che lo stregone ha ragione. "Suppongo di non avere più forza e fortuna sufficienti per trattare con l'Anello" ammette "Lui è cresciuto e io no". Che mi sembra una bellissima risposta, oltre che un'analisi molto precisa della situazione.

Bilbo però trova un altro modo di aiutare Frodo, regalandogli i due cimeli più  cari della sua antica avventura: la spada Pungolo (che in realtà sarebbe Pungiglione), made in Gondolin,  e la cotta di mithril che a suo tempo Thorin gli ha regalato, entrambi oggetti dall'enorme valore materiale ma soprattutto di grandissima utilità.
La meravigliosa cotta di mithril, leggera come una camicia, forte e impenetrabile più di qualsiasi corazza, elegantissima con le sue decorazioni di diamanti e preziosa oltre ogni calcolo umano e hobbitiano si rivelerà per Frodo un enorme aiuto, dandogli una protezione ineguagliabile. Pieghevole come lino, fredda come ghiaccio, dura più che l'acciaio... Da sempre occupa i miei sogni, con quel rumore leggero di ghiaccioli tintinnanti e quel colore di metallo chiaro e lucente, bianco-argento. Elegante e pratica nello stesso tempo, leggera e resistente, lucente eppur discreta. Frodo la porterà con la stessa nonchalance di Bilbo, perché, come Bilbo, sa che le cose davvero preziose sono altre.

*E di queste ciambelle al miele da gettare in bocca al critico letterario, Tolkien ne semina parecchie nel romanzo, quando parla di Bilbo. Sei d'accordo, povna?

venerdì 22 novembre 2013

Il pugnale di Morgul

Risveglio a Gran Burrone dove tutto è bello, perfino le coperte

Nessuno ha spiegato a Frodo che invocare il nome di Elbereth (nelle Terra di Mezzo certi nomi e certe parole sono più forti delle spade più acuminate) è un'eccellente difesa contro le armi del Nemico, ma ci arriva da solo. Purtroppo però l'idea gli viene solo dopo che la lama di Morgul lo ha ferito.
Per effetto di quel nome la lama si disfa come neve al sole - tutta, tranne la scheggia che è rimasta dentro lo hobbit e che lo cambierà per sempre. 
La ferita non è grave e si richiude in fretta. Il gelido frammento però lavora dentro di lui, lasciandogli dentro un freddo e una pena che né le mani da guaritore di Aragorn né il tocco di Glorfindel né la potentissima athelas riusciranno altro che ad attenuare per breve tempo.
Frodo soffre, in silenzio e con ammirevole forza, e un po' per volta la sua vista si annebbia. Prima sembra un velo dovuto alla stanchezza, che arriva alla sera e che i raggi del sole disperdono; ma col passare dei giorni la visuale si fa sempre meno chiara finché non vede più la cosiddetta realtà fenomenica, ma solo "l'altro mondo": la fiamma di Glorfindel, potente su entrambi i livelli, i gelidi cavalieri neri e ombre vaghe e indefinite. Il tenace organismo hobbit alla fine cede, ma il cuore hobbit non viene scalfito e i suoi pensieri e i suoi sentimenti non cambiano: gli uomini cedono facilmente alle lame di Morgul, ma per gli hobbit ci vuole ben altro.
Alla fine, dopo un grandioso inseguimento che splende davanti al lettore come una sequenza cinematografica, l'ammirevole e assai magico cavallo Asfaloth porta Frodo oltre il guado che conduce alla terra di Elrond. I Cavalieri Neri ormai impazziti per il richiamo sempre più forte dell'Anello provano a varcare il guado a loro volta, dimenticandosi dei problemi che hanno con l'acqua; ma Elrond scatena le acque del Rombirivio e li travolge. Pesti e ammaccati, dovranno tornare a piedi a Mordor (e il fatto di non avere piedi né cavalli complicherà alquanto il loro viaggio, con grande soddisfazione di chi legge e che non prova per loro alcunissima simpatia).

Il frammento però continua a lavorare, e solo dopo tre giorni Elrond riesce infine ad estrarlo, proprio prima che raggiunga il cuore di Frodo, che stava ormai cominciando a svanire, lasciando per sempre la terra dei comuni mortali.
Una ferita di questo tipo non resta senza conseguenze, solo che non sono  affatto le conseguenze previste dal Nemico. Il cuore di Frodo è intatto, ma la sua anima è in un certo senso raffinata. Frodo continua a non sentire alcuna  attrazione verso il lato oscuro della Forza, ma sviluppa una sensibilità più acuta e una maggior consapevolezza del Male quando lo ha vicino - per certi versi anche una maggiore capacità di comprensione; diventa però più facilmente percepibile per i servitori del Nemico (per esempio il misterioso mostro acquatico che vive nello stagno davanti alle porte di Moria e che cerca di afferrare soltanto lui).
E' una ferita magica e produce effetti magici. Se ci fosse stata solo quella però lo hobbit sarebbe potuto tornare a vivere nella Contea senza troppi problemi, probabilmente. Restando comunque segnato, certo: non si possono passare due settimane tenendosi dentro un frammento di lama di Morgul e tornare a vivere come se niente fosse. Qualcosa è comunque cambiato.
Ma forse è proprio quel Qualcosa che è cambiato che lo spinge, infine, ad accollarsi l'intera missione e ad accettare di portare l'Anello fino al Monte Fato, adesso che non è più "solo" un hobbit.

giovedì 21 novembre 2013

All'insegna del Puledro Impennato

Ted Nasmith - Gandalf e Thorin a Brea (ovvero dove tutto ebbe inizio)

La terra di Brea è un simpatico posto dove uomini e hobbit vivono mescolati con grande soddisfazione reciproca e dove nani e uomini di varia provenienza passano di frequente nei loro viaggi. Adesso però a questa variegata fauna si sono aggiunte le spie del Nemico e pure i Cavalieri Neri, e questo rende assai complicata la tappa che i quattro hobbit fanno lì.
Per proteggerli ci sarebbe Aragorn, figlio di Arathorn, erede di Isildur nonché amico e confidente di Gandalf. Ma il primo intervento del blasonatissimo ramingo si rivela disastroso sotto tutti gli effetti: preoccupato che, chissà, forse Pipino potrebbe finire per rivelare qualcosa dell'Anello chiacchierando del più e del meno nella sala comune della locanda, Aragorn spinge Frodo ad intervenire - e Frodo per distrarre tutti canta una canzone di Bilbo (tuttora molto famosa ai nostri giorni) e finisce per infilarsi involontariamente l'Anello e sparire, mettendo così sull'avviso tutti i Cavalieri Neri del circondario - quattro, per il momento - nonché innervosendo assai tutti gli ospiti del Puledro Impennato. Complimenti, messer Aragorn, con amici come lei i nemici sono superflui.

Nonostante questo disastroso avvio gli hobbit (o almeno Frodo) decidono di fidarsi di lui e se lo prendono come guida, incuranti della palese preoccupazione dell'oste Cactaceo - che, anche lui, come amico non sembra un gran guadagno visto quel che ha combinato con la lettera di Gandalf.

La tappa di Brea è l'ultimo, fragile istante in cui le cose hanno ancora un aspetto di normalità: una gustosa cenetta in un salottino della locanda (e chi la vedrà più, una locanda? Palazzi reali quanti ne vuoi, ma un pasto normale in una locanda d'ora in poi gli hobbit possono soltanto sognarselo), conversazione con gente normale nella sala comune, con una buona birra in mano, canzoni da osteria, provviste da acquistare per il viaggio... E' anche l'unica volta che vediamo del denaro: autentiche monete coniate da qualche zecca e usate per transazioni finanziarie. Scopriamo così che si usano i soldi d'argento, monete di un certo valore perché con quattro puoi comprarci un buon pony e una spesa imprevista di trenta soldi sguarnisce assai le casse dell'oste. D'ora in poi avremo solo regali, ricche ospitalità, pranzi al sacco o digiuno drastico e non vedremo più cambiar di mano nemmeno a una monetina di bronzo o di rame.

Davanti ai quattro hobbit, all'erede di Isildur e al pony Billy si aprono le distese delle Terre Selvagge, che se le chiamano così c'è ben il suo motivo. 
Il pony comunque è contento: stava talmente male col suo padrone precedente che nelle Terre Selvagge ingrassa, si rimette in forze e riprende il pelo lucente e il buon umore di cui Natura lo aveva dotato.
Si sa, a volte basta davvero poco.

mercoledì 20 novembre 2013

Al di là del Brandivino

Il traghetto sul Brandivino

I Took sono il ramo avventuroso degli hobbit, celebri per buttarsi a capofitto nelle avventure (...ogni tanto, se proprio capita). I Brandybuck invece sono quelli "strani": vivono al di là del fiume, maneggiano barche, abitano a un passo dalla Vecchia Foresta... non è necessario che cerchino le avventure, sono le avventure che cercano loro. Ma non ne parlano molto. La sera però chiudono a chiave le porte di casa, e hanno fatto crescere la Frattalta, una grande e robusta siepe, per tenere a bada la Vecchia Foresta. Per uscire dalla Frattalta c'è un cancello, chiuso con un pesante catenaccio. No, non è per paura che vengano dei ladri a rubare l'argenteria. E la Terra di Buck ha un richiamo musicale per dare l'allarme, quando il pericolo arriva - segno che ogni tanto arriva.

Mariadoc Brandybuck, futuro signore di quella terra, avrebbe le carte in regola per essere l'eroe in un'altra storia (non in questa, dove serve un eroe di tipo particolarissimo, ovvero Frodo). Non si spaventa facilmente, non è portato a drammatizzare ed è un efficiente organizzatore. In effetti la prima parte della spedizione la dirige lui. Aiuta Frodo a trovare casa a Crifosso, organizza il trasloco, organizza nello stesso tempo la partenza che sa che dovrà essere fatta perché ha capito buona parte di quel che stava succedendo, e l'ha capito perché si è messo a indagare sul come e sul perché stesse succedendo questo e quello. E' l'unico hobbit che a Gran Burrone studia le mappe del viaggio che dovranno fare, ed è anche quello che viene sfiorato più da vicino dall'Ombra - senza mai essere ferito davvero: al risveglio dopo l'incubo dei Tumulilande si ricorda ancora di quel che è successo - o meglio, che ha rivissuto - compresa la lancia nel suo cuore. I Cavalieri Neri arrivano a sfiorarlo, durante la notte a Brea, lasciandolo tramortito. Lui, con il loro capo, farà ben altro che sfiorarlo - e proprio con l'aiuto della spada trovata nei Tumuli: l'impresa più convenzionalmente eroica, ovvero l'uccisione del re stregone di Angmar, spetta a lui. E' l'hobbit con più senso pratico, e il più decisionista. E' anche quello meno toccato dagli Elfi, che sulla Terra di Mezzo rappresentano il ponte verso il Mondo Superiore, e l'unico dei quattro che non incontrerà Gildor. La sua patria di elezione diventerà la terra di Rohan, abitata da uomini buoni e coraggiosi ma abbastanza disinteressati verso il trascendente: cavalli, guerra, campi da coltivare, eroiche gesta e nemmeno una goccia di sangue elfico nelle vene.
All'occorrenza sa anche organizzare eccellenti cene e spuntini all'aperto, a Crifosso come tra le rovine di Isengard.

L'altro abitante della Terra di Buck che conosciamo un po' più da vicino è l'accortissimo Maggot, che tra i suoi amici include niente di meno che Tom Bombadil (altra figura decisamente radicata alla terra); proprio Tom Bombadil lo descrive con parole di alta lode: "C'è terra solida sotto i suoi vecchi piedi, creta sulle sue dita, saggezza nelle sue ossa e i suoi occhi sono ben aperti". Infatti con pochissimi elementi Maggot capisce subito l'essenziale di quel che c'è da capire: quel che sta succedendo, per incomprensibile che sia "è dovuto agli strani traffici di Bilbo"; più esattamente, a qualcosa che ha portato indietro dal suo viaggio.

martedì 19 novembre 2013

Un lungo addio



La fonte di ogni delizia, ovvero Casa Baggins

Bilbo parte in una bella mattina di tarda primavera, di corsa e senza pensarci, in uno slancio di entusiasmo. 
Frodo lascia Casa Baggins molto a malincuore in una sera di inizio autunno dopo lunga, lenta e snervante preparazione. Lo strappo si consuma solo dopo che ogni ragionevole e decente pretesto di rinvio si è trascinato fino ai limiti della sopportazione.
E' uno stacco lento e doloroso: prima la vendita di Casa Baggins ai Sackville-Baggins (Orrore! Profanazione!) insieme a una parte dei mobili. I preparativi per il trasloco si trascinano per settimane, con quattro prodi amici che hanno preparato le casse con le cose da portare via, verso la futura dimora di Crifosso dove gli hobbit dormiranno una sola notte.
Nel cuore di Frodo alberga da tempo una blanda disponibilità verso un Viaggio di Avventure anche e soprattutto in cerca di Bilbo, che a diciassette anni dalla sua partenza ricorre ancora con grande frequenza nei pensieri suoi e degli amici; ma, appunto, è una disponibilità blanda, prova ne sia che non ha mai lasciato la Contea né pensato seriamente di farlo.
Quando sa di dover partire davvero, o meglio quando si accolla la responsabilità di portare l'Anello fuori dalla Contea, il suo atteggiamento infatti è di viva contrarietà e trova modo di rimandare di un bel po' - una scelta che si porterà dietro deplorevoli conseguenze. Aspetta il compleanno di Bilbo, che è anche il suo. Aspetta il tramonto. Lui,  Sam e Pipino danno l'addio a Casa Baggins, stanza per stanza, Sam si congeda anche dal barile di birra. E' una partenza dolorosa, con le ombre che crescono fino a invadere le stanze - e al loro ritorno la troveranno profanata oltre ogni dire.
Soprattutto, Frodo aspetta Gandalf, che gli aveva promesso di tornare in tempo per partire con loro. Ma Gandalf ha faccende assai pericolose da badare e gli aveva infatti scritto di partire prima, solo che la lettera è rimasta bloccata all'osteria del Puledro Impennato, come scopriranno più avanti.
Alla fine il primo strappo avviene, appena in tempo: a casa Gamgee qualcuno, vestito di nero, su un cavallo nero, è venuto a cercare "il signor Baggins" (che non è il signor FRODO Baggins, scopriremo più avanti) proprio qualche minuto prima della loro partenza - e non è qualcuno che abbia intenzioni amichevoli, questo Frodo lo immagina sin dall'inizio.
Alla fine l'addio si compie e i tre hobbit partono per quella che all'inizio sembra una graziosa escursione di tre giorni, con canzoni intorno al fuoco e piacevoli colazioni all'aperto, più un breve temporale che gli farà ancor meglio apprezzare l'acqua calda che l'efficientissimo Meriadoc Brandybuck ha preparato per il loro arrivo a Crifosso (in cui gli hobbit  si tuffano, cantando naturalmente una canzone scritta da Bilbo).