Love is love, senza dubbio. Io però un topo innamorato di un gatto non lo vedo messo benissimo. Senza pregiudizi, intendiamoci.
Passano i giorni e i mesi (se li conti anche i minuti) e col tempo è tornato il 17 Maggio, con annessa Giornata Internazionale Contro l'Omofobia. Stavolta sono stata brava e mi sono appuntata la data sul calendario.
Non che avessi in mente grandi cose. Ad avviare un progetto un po' articolato per le prime ci aveva provato la prof. Therral, ma era stata subito stoppata dalla prof. Palmina che aveva assicurato che gli psicologi raccomandano di non affrontare l'argomento negli anni delle medie, perché i ragazzi rischiano di confondersi le idee - e dal momento che gli psicologi, in tema di omosessualità, hanno davvero detto di tutto e di più, ci sta che esista il singolo psicologo che, dopo abbondanti libagioni, abbia partorito cotal strampalato parere; così come ci sta pure la possibilità che l'essere credente e molto praticante incida in parte sull'approccio che la prof. Palmina ha mostrato verso la questione. Comunque sia, il progetto è morto ben prima di nascere.
Non per questo ho rinunciato alla mia lezioncina. Siamo in prima, non importa fare grandi cose, giusto qualche parola di spiegazione, tanto per introdurre il tema.
Ma proprio come l'anno scorso le cose sono andate un po' diversamente da come le immaginavo.
Scrivo sulla lavagna la parola OMOFOBIA, bella grande.
"Oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia - spiego - Qualcuno di voi sa cosa vuol dire questa parola?
Celeste alza la mano, molto soddisfatto della sua competenza in materia.
"E' quel fenomeno per cui alcuni uomini hanno la malattia di provare attrazione per altri uomini".
Nessuno in classe abbozza una qualche reazione di meraviglia o scherno davanti a sì strampalata definizione.
"Molto bene" mi dico "Oggi ci si guadagna lo stipendio, fino all'ultimo centesimo. Ma chi gliele insegna, certe stupidaggini?"
E così inizia una lezione di filologia in piena regola, con le ragazze che ascoltano tranquille e i ragazzi talmente elettrici che se li avessi collegati a dei cavetti avrei potuto mandarci avanti per qualche giorno l'intera Toscana, industrie comprese.
Prima la parola "fobia", poi la parola "omosessuale", cosa vuol dire "gay" in inglese e cosa vuol dire in italiano, da dove viene la parola "lesbica" (e tutta la classe alla carta geografica a cercare l'isola di Lesbo, felici come pasque dopo averla trovata manco non avessero mai visto un'isola su una carta geografica in tutta la loro vita), di come Saffo fosse una donna anche se il nome finiva in -o (e qui il ricordo di Benigni e della sua versione della storia di Caino e Abele si affaccia con prepotenza).
Poi è iniziato un lungo e sdruccioloso cammino verso la questione dell'orientamento sessuale: l'omosessualità non è una malattia (ma spesso è stata considerata tale), non tutte le religioni la condannano (ma le tre Religioni del Libro sì, se pure con qualche distinguo), non se ne conoscono le cause (ma un sacco di persone le hanno cercate, e qualcuno è pure convinto di averle trovate). E avevo appena spiegato che l'orientamento sessuale non si trova con la bussola quando il suono salvifico della campanella mi ha concesso una legittima fuga verso la Seconda Effervescente, che al confronto mi è risultata assai riposante e quasi soporifera, con il suo tranquillo impero napoleonico e la rilassante spedizione contro la Russia.
Domani l'argomento andrà ripreso, ché c'è ancora da affrontare tutta la questione delle parole che si possono usare per indicare i gay e di quelle che vanno maneggiate con cautela, meglio se evitate del tutto, soprattutto nei corridoi della scuola (per tacere dei pulmini).
Che è la parte più complicata da spiegare e da gestire. Chissà se c'è qualche altoforno nei dintorni cui regalare la corrente in sovrappiù?











